lunedì 10 giugno 2024

Abigail: la nostra recensione del nuovo, divertente, “ludico” e adrenalinico horror firmato dai “Radio Silence”,con protagonista una piccola e sorprendente “vampira- ballerina” interpretata da Alisha Weir


America dei giorni nostri, stato di New York.

Sembra un piano semplice quanto squallido: un piano pensato per persone disperate e derelitte che non hanno nulla da perdere e pochi rigurgiti di coscienza. 

Bisogna rapire una ragazzina di ricca famiglia (Alisha Weir), alla fine della sua ora settimanale di danza classica presso il teatro cittadino, quando ancora è in tutù e l’anziano autista la sta aspettando all’uscita, con la portiera di una auto da ricchi aperta. La ragazzina va legata e messa in un furgone nero, portata in una magione isolata e in una stanza ancora più isolata, in attesa che il padre paghi il riscatto nel giro di poche ore. Soldi facili, tanti, con minime precauzioni: tutti devono portare dei passamontagna, almeno durante l’azione e la gestione dell’ostaggio e poi aspettare. Aspettare e basta. 

Gli uomini in campo non si sono mai visti prima, sono stati selezionati personalmente da un uomo misterioso (Giancarlo Esposito) apparentemente a caso e sembrano “fin troppi” e “fin troppo assurdi” per questo tipo di missione. Hanno pochissime informazioni su quello che dovranno realmente fare, usano per comunicare tra loro nomi fittizi come ne Le Iene di Tarantino, scherzano molto per stemperare tensione e l’imbarazzo, nessuno in fondo si fida di nessuno. 

La donna che si fa chiamare “Joey” (Melissa Barrera, vista negli ultimi Scream), sembra calma e tranquilla, quasi professionale, come se rapisse bambine da sempre. Il taciturno e sospettoso “Rickles” (Will Catlett) non sembra voler mai abbassare il fucile che impugna, fiuta ogni pericolo in modo ossessivo e sembra sempre sul punto di esplodere. La bionda e svampita “Sammy” (Kathryn Newton) sembra essere, come dice, una esperta hacker informatica, ma nell’aspetto ha poco di professionale. L’autista “Dean” (Angus Cloud, simpatico e giovane attore scomparso tragicamente di recente) sembra fin troppo calmo e rilassato. L’elegante “Peter” (Kevin Durand) sembra dispensare tranquillità e charme con il suo modo lento di parlare e i suoi sguardi altezzosi come il completo firmato che indossa. Il solitario “Frank” (Dan Stevenson) dietro ai suoi rassicuranti occhiali da nerd appare misterioso quanto sembra affidabile.

Il piano riesce: l’autista che sembrava troppo vecchio e anziano per reagire di fatto lo era. La ragazzina sembra docile, peserà 30 chili, non sembrano esserci quasi anima viva o telecamere attive nei paraggi del rapimento, anche grazie a Sammy. In un attimo sono a destinazione in quella che appare come una gigantesca villa di lusso. Basta ora solo “aspettare”, tra un drink e l’altro, in una sontuosa sala adibita a bar con biliardo, per poi passare all’incasso a giochi finiti. 

Joey fa subito amicizia con la piccola Abigail, che pur legata e relegata in una stanza del sottotetto “concordata”, sembra confermare di essere una dolcissima ragazzina indifesa, nella media di ogni ragazzina indifesa delle scuole elementari. 

Il fatto è che, in fondo, in quella casa tutti “sembrano” qualcosa di diverso da ciò che sono. Anche la casa stessa, una villa troppo sontuosa e troppo eccentrica per essere stata scelta così a caso. 

Le apparenze ingannano. L’attesa perché le maschere cadano dura poco. Abigail rivela presto, prima tra tutti, chi è veramente.

La villa in un istante si trasforma in una trappola mortale. Porte e finestre vengono blindate dall’esterno con congegni meccanici e questi strani criminali rimangono chiusi dentro, “rapiti loro”, a loro insaputa, da una piccola ballerina che in realtà è un vampiro centenario assetato di sangue. Un vampiro che ama “giocare con il cibo”, un vizio che sembra non abbia abbandonato da quanto era ancora un essere umano. Così di colpo sembra che il film si sia trasformato in un estremo gioco al massacro da vivere rigorosamente “Dal tramonto all’alba”, per dirla come farebbe il regista Robert Rodriguez. Un film dove i “cattivi” scopriranno presto cosa significa diventare vittima di un ingranaggio alimentare inaspettato: da prede a predatori. 

Chi sopravvivrà? 


Tornano al cinema quei pazzerelli dei “Radio Silence”, per l’occasione oggi  in una “formazione a tre” classica, derivante dai loro primi prodotti amatoriali (dei corti “prank” che si trovano ancora in rete), composta dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett e dallo sceneggiatore Guy Busick. 

Come gli Astron-6, i Radio Silence sono da sempre super cultori e fruitori compulsivi di tutto il cinema “di genere”, specie i B-movie, nonché dei simpatici giocherelloni le cui opere nuotano consapevolmente felici tra action, horror e commedia, tra mille citazioni e tanta voglia di incasinare i generi, mischiando a più non posso fonti, temi, fotografia. 

Li abbiamo visti produttivamente e artisticamente guidare una piccola rivoluzione nell’ambito del new-horror, dando voce a nuovi o poco noti piccoli/grandi registi, con la bellissima opera collettiva antologica “a puntate” V.H.S. Li abbiamo visti imbarcarsi nel demoniaco e forse troppo goliardico Devil’s Due, La stirpe del male, per qualcuno uscito come un disastro e qualcun altro come un “amabile disastro”. Li abbiamo visti riprendere punti e ispirazione nel genuino e crepuscolare Southbound, una mini raccolta di storie “on the road”, su una route 66 che omaggiava con garbo a amabile disperazione H.P. Lovecraft. Li abbiamo ri-visti, sempre più in forma, mentre nel 2017 iniziavano a lavorare al Thriller sulle “final girl toste” (post You are Next) Ready or Not, consacrando Samara Wearing a nuova e definitiva final girl del genere horror slasher, nello stesso anno in cui l’attrice australiana realizzava anche The Babysitter

Sono poi tornati a produrre un nuovo trittico di film a episodi della serie V.H.S. (Che aspettiamo presto in italiano in home video) e nel mentre sono arrivati a realizzare un po’ il sogno di tutti i registi horror moderni: i capitoli 5 e 6 dell’amatissima saga “meta/slasher” di Scream, di Wes Craven e Kevin Willamson. Nel pieno rispetto dello stile originale, goliardico quanto pieno di colpi di scena e splatter, i Radio Silence riuscirono nel miracolo di far ripartire il brand, iniziando un sodalizio che sembra continuerà anche con il numero 7 .

Che cos’è quindi Abigail

È un’altra occasione di divertirsi girando un action-horror dai toni scanzonati. Per qualcuno, specie per la parte produttiva  targata Universal, è stato inizialmente visto come l’occasione di portare nella modernità un classico come Dracula’s Daughter, puntando più o meno a un re-fresh come The Invisible Man.


Abigail è 
forse anche “produttivamente e necessariamente” un’opera scanzonata, che viene schedulata proprio per “prendere tempo” in attesa dei tanti casini inaspettati dietro alla produzione di Scream 7, un po’ come Malignant per James Wan o Sleepy Hollow per Tim Burton erano stati una felice pausa tra progetto travagliati. Scream 7 dal 2021 ha infatti generato infiniti mal di testa generali, non ancora del tutto risolti: dalle “dichiarazioni scomode” di alcuni attori che poi la produzione ha dovuto allontanare a repentini cambi di regia e progetto, passando per irreperibilità varie (la coprotagonista Ortega è ora diventata star della serie Mercoledì) e voglie fuori tempo massimo di ritorno alle origini. Insomma “Vi faremo sapere” ed ecco nascere l’idea per Abigail, che eredita di fatto, anche in una positiva “prospettiva sindacalista”, gran parte del gruppo di lavoro degli ultimi Scream ora rimasto fermo in stallo. 

Abigail è, dal punto di vista del “soggetto”, un altro grande omaggio dei Radio Silence al genere slasher, condito da tanta azione e humor. Un omaggio con l’intento di miscelare le atmosfere del genere “vampirico scanzonato“, con più di un rimando a Dal tramonto all’alba di Tarantino e Rodriguez, con una estetica generale e una idea di azione che spinge moltissimo verso le atmosfere da “videogame”. 

L’accattivante quanto “sovraccarico” scenario della vicenda, realizzato ad hoc a Dublino da un reparto artistico molto nutrito e fantasioso, è una “eccentrica e sfarzosa magione gotica” in cui i personaggi sono chiamati a sopravvivere e magari “scoprire dei segreti”, muovendosi tra suggestioni ambientali che ricordano il classico primo Resident Evil di Capcom quanto la sfarzosità da “parco di divertimenti” del giocattoloso (e bellissimo) film di fantasmi Haunting di Jan de Bont. 

La villa di Abigail è così piena di personalità, mille particolari ed enigmi, da risultare a tratti anche una enorme “Escape room”, in grado di cambiare “quasi organicamente” forma e suggestione ad ogni stanza, grazie anche alla buona fotografia di Aaron Morton. Allo stesso modo, come avviene oggi per molti videogame moderni come Outlast e Poppy Playtime, a volte i movimenti e azioni dei personaggi sulla scena sono ripresi da una telecamera che ne simula la soggettiva o li inquadra alle spalle, mentre vagano da soli nella villa avanzando con torce e pistole. Per comunicare a distanza tra loro usano una radio, scambiandosi classiche “tattiche nerd contro i vampiri” e tanta ironia: esattamente come farebbero dei gamer per stemperare la tensione generale. 


Non poteva mancare, proprio per dar corpo a tutta la tensione generale, una “creatura di peso”, una villain abbastanza pericolosa ma anche affascinante in modo sinistro, che potesse essere in grado di stregare e dominare la scena senza abbassare mai il senso di sfida e pericolo. 
Fin dalla sua piena “trasformazione”, la piccola Abigail incanta, per teatralità quanto sarcasmo.

Prima che inizi ogni sua mattanza parte in filodiffusione un’aria classica stile Il lago dei cigni. Abigail balla e piroetta in aria iniziando a volare, vorticando come un twister pieno di denti aguzzi, tutù e scarpette. È quasi impossibile fermarla, ha poteri di controllo mentale, è in grado di “creare” dei seguaci non-morti mordendo al collo ignare vittime, conosce ogni scorciatoia e trappola della casa. 

Alla sua fisicità esile, la voce infantile e una espressione del viso quasi dolce, si alternano una trasformazione di grande impatto ma allo stesso tempo anche una ben nascosta ma suggestiva dimensione da donna adulta “condannata a un corpo di bambina”, insoddisfatta e vendicativa come la malinconica e indimenticabile Claudia, interpretata da una piccola Kirsten Dunst, di Intervista col vampiro di Anne Rice e Neil Jordan.  

Fin dal primo istante riesce a diventare iconica e riconoscibile in ogni movenza, battuta e “stranezza”, come la M3gan di Johnstone e Wan. 

A interpretarla è la  bravissima e già lanciatissima protagonista nel nuovo musical Matilda, Alisha Weir, da cui ci aspettiamo fin da ora grandissime cose per il suo futuro di attrice. 

Il cast annovera un gruppo di attori molto affiatato e divertito, impegnato “ritualmente“ (per dirla come in Cabin in the Woods di Goddard) nell’impersonare quelli che sono gli ormai classici e codificati “personaggi da film slasher”. Si segnalano almeno due ottimi caratteristi: l’elegante Giancarlo Esposito e il simpaticamente esagitato Kevin Durand (sugli schermi anche come interprete digitale di Proximus Caesar nell’ultimo Pianeta delle Scimmie). 

Nel ruolo della “protagonista” Joey c’è la brava Melissa Barrera, che torna in un film dei Radio Silence dopo il suo ruolo di “final girl” in Scream 5 e 6

Dan Stevens, smessi i panni dell’assurdo epigono di Ace Ventura per l’ultimo Godzilla X Kong, torna ai ruoli sinistri e ambigui come ai tempi di The Guest di Adam Wingard e gli riesce bene. 

L’impressione dello scrivente è che Abigail puntasse a essere un film semplice e divertente fin dalle premesse, di fatto seguendo in modo chiaro, punto per punto, tutti gli aspetti e “passioni” della filmografia dei Radio Silence. Un “giocattolone” così consapevole di se stesso, divertitamente “ludico” e carico di battute, che c’è seriamente da stupirsi di come qualcuno credesse di trovare in sala il nuovo Nosferatu di Robert Eggers o Vampires di Carpenter o suggestioni da Ragazzi Perduti

Abigail non è ne pretende di essere mai un film rivoluzionario, quanto una gioiosa e spensierata macchina da popcorn. Siamo fieramente nel b-movie satirico di lusso stile Ammazzavampiri, Renfield, Vamp, Per favore non mordermi sul collo e per appunto dalle parti di quel dissacrante “pastiche” di Dal Tramonto all’alba.


Un
Dal tramonto all’alba che sembra condividere quasi lo stesso mondo narrativo e che viene “citato” anche nella similare campagna marketing: da un trailer che “svela subito” la natura di film action/vampirico dell’opera. La cosa buffa, quanto sapientemente calcolata, è che la “sorpresa rovinata dal trailer”, cioè quella di trovarsi (di nuovo) in un giocoso film di vampiri e non in un serioso film sui rapimenti come “presagito” nel primo tempo dello spettacolo, ha scaturito in parte del pubblico pari “reazioni indignate”. 

I Radio Silence oggi, come Tarantino e Rodriguez ieri, sembrano invitarci esplicitamente a divertirci abbassando ogni tipo di serietà o supposta serietà, in un mondo horror che anche oggi ama prendersi tanto sul serio. Non che sia un male, “prendersi sul serio”, quanto la necessità di affermare che l’horror qualche volta può essere anche solo divertimento, riportandoci per un paio di ore tra le risate e le scenografie plasticose di una casa degli orrori di un luna park che abbiamo visto da bambini. 

Astenersi, se non si vuole più tornare virtualmente bambini e si cerca nell’horror qualcosa di più esistenziale. L’offerta horror odierna è in grado di soddisfare un po’ tutti i gusti. Insomma tutti, dal cast alla crew al reparto marketing, sembrano essersi divertiti un mondo sul set e nella produzione. Tutto questo viene bene trasmesso in sala da una pellicola ben confezionata in ogni suo aspetto che riesce a divertire, spaventare, sorprendere con eccentricità e umorismo, nonché conferire buone dosi di adrenalina tutto il tempo. Il tutto in una laccata patina da videogame che potrebbe affascinare anche nuovi spettatori. 

Insomma, quella ormai consolidata capacità dei Radio Silence di frizionare, con disinvoltura e sprezzo del pericolo, H.P.Lovecraft e Stoker con i film action e gli American Pie, sembra anche in questo caso confermata. Per chi ha voglia di una commedia horror super leggera e veloce, con al centro un “cattivo” molto ben caratterizzato, Abigail è il film giusto. 

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domenica 9 giugno 2024

Arrivederci Berlinguer!: la nostra recensione del documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, con le musiche di Massimo Zamboni dei CSI. In sala il 10,11 e 12 giugno

Enrico Berlinguer, una delle personalità più importanti della politica Italia del ventesimo secolo, scomparve a soli 62 anni, il 7 giugno del 1984, mentre teneva il suo ultimo comizio a Padova in Piazza della Frutta. 

Erano in vista come oggi le elezioni europee e nel mentre di un intervento molto accorato e concitato, seguito da centinaia di persone e ripreso dalla televisione, il politico ebbe un ictus. Il pubblico se ne accorse, vide il dolore insieme alla voce tremante, alle parole che senza fiato si perdevano nel fazzoletto che portava alla bocca. 

Applaudirono con fragore, con gioia e inquietudine mentre il politico si tolse gli occhiali per asciugarsi la fronte, cercando in un bicchiere d’acqua un po’ di refrigerio. Alcune voci urlarono “Basta, Enrico!”, chiedendogli di “riposare per un istante”, che “aveva già fatto molto”,  ma le parole che dovevano ancora essere pronunciare erano importanti.

Per molti versi, non piegandosi a quel male, Berlinguer sentiva lucidamente che doveva portare a termine qualcosa di più grande: quello che sarebbero state il suo lascito politico testamentale. 

Dopo essersi liberato dalla fitta profonda di quel dolore, riuscì pur nella fatica a continuare con parole che riuscirono a farsi largo tra i continui applausi: “(…) lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando, con fiducia”. In un mondo, anche odierno, in cui la politica è uno stupido e cieco “muro contro muro”, dove gli schieramenti opposti si guardano con disprezzo rinunciando a qualsiasi tipo di dialogo, che dovrebbe essere nell’interesse collettivo, Berlinguer per tutta la vita e con le sue ultime parole richiamava all’unità e all’impegno nel trovare il dialogo. 

Alla fine del comizio rientrò in albergo, si addormentò ed entrò in coma. Morì l’11 giugno, di emorragia cerebrale, dopo essere stato portato all’ospedale Giustinianeo in una situazione già molto compromessa.

Il presidente Pertini, che era anche lui a Padova, decise di portarlo a Roma con l’aereo presidenziale: “lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Come nel celebre 5 maggio di Manzoni, dedicato alla morte di Napoleone pur non nominandolo nel titolo, anche L’Unità titolava semplicemente con una sola parola: “Addio”. 

Il 13 giugno si tennero i funerali a Roma, a cui parteciparono le istituzioni e i capi di stato, ma anche un milione di persone, il più grande movimento mai visto in Italia per tributare una figura politica. Intorno a Berlinguer c’era una nazione unita che lo vedeva come un figlio, un amico fraterno e un compagno. Vennero da tutti i luoghi e con tutti i mezzi di trasporto possibili. 

L’Italia si fermò per un giorno. 

Molti fecero delle collette per pagarsi il biglietto o viaggi di tantissime ore, pur di esserci. Le telecamere ripresero volti e parole di adulti come di bambini, appartenenti a ogni provincia, ceto sociale e schieramento. Portavano tutti bandiere, commozione e orgoglio, muovendosi ordinatamente come un unico grande fiume tra le strade principali della capitale. C’erano persone e bandiere a mezz’asta a ogni finestra, alcuni si arrampicavano su lampioni o terrazzamenti per vedere meglio o depositare striscioni. La città scoppiava di vita e le telecamere delle tv erano ovunque, a documentare un amore che andava oltre ogni bandiera politica. 


Cinquanta minuti.

Questa è la durata di questo particolare tributo a Enrico Berlinguer confezionato da Michele Mellara e Alessandro Rossi. 

Sono filmati di repertorio, legati a un lungo speciale tv sulla vita e sul funerale di Berlinguer, realizzato anni prima a più mani, che in questi 50 minuti vengono sintetizzati e strutturati in un modo inedito. Nel documentario sono presenti poche, essenziali, interviste e comizi, anche se è presente il celebre e caloroso incontro di Berlinguer con Benigni. 

Il Focus è però sul popolo raccontato da queste immagini: reale, “vivo”, sanguigno e addolorato. Un popolo autentico e senza filtri, intento a dimostrare riconoscenza e grande amore nei confronti di un politico, come mai era accaduto prima nella Storia. È lo spaccato di una Italia a cui importava ancora della politica, forse per la “caratura” di protagonisti che oggi latitano o non riescono ad essere chiari e incisivi come Berlinguer. 

Un popolo in lutto protagonista, accompagnato nelle sue emozioni dalla trascinante e malinconica colonna sonora di Massimo Zamboni. È una colonna sonora che si fa voce a sé, originale quanto trascinante con le sue chitarre distorte e l’animo psichedelico. 

Un ritmo struggente e malinconico. 

Arrivederci Berlinguer! è quindi un’“opera rock”. Una opera rock già di successo, in quanto prima del film questo lavoro è già stato portato a teatro, con Zamboni che suonava e improvvisava dal vivo commentando le immagini. 

Per il film Zamboni ha realizza anche materiale nuovo, come del resto quando faceva parte del gruppo CCCP aveva scritto la canzone “Svegliami”, sempre dedicata a Berlinguer.

C’è da dire che questi funerali di Stato nel tempo hanno ispirato anche canzoni come “I funerali di Berlinguer” dei Modena City Ramblers, “Dolce Enrico” di Antonello Venditti, “Qualcuno era comunista” di Gaber, “Nel tempo” di Ligabue, “1948” di Salmo.

La musica non ha dimenticato.

C’è stato anche un film di Walter Veltroni, ambientato durante il funerale, ma l’opera cinematografica di  Michele Mellara e Alessandro Rossi, con le musiche di Zamboni e i filmati di archivio, è qualcosa di diverso da un documentario come da un film: diventa trascendente e fuori dal tempo come la versione rock dei Queen di Metropolis di Fritz Lang. 

Ci sono certo “le parole”, di forza e cordoglio, della gente comune come del politico, ma la musica trasforma gradualmente tutto in flusso, avvolge e mischia le emozioni in un viaggio quasi sensoriale, quasi come una puntata di Fuso Orario di Enrico Ghezzi dove la Storia e il pop si sovrappongono e confondono, diventavano nel montaggio sorprendenti collage sovrapposti che comunicano solo contaminando tra linguaggi nuovi.

Arrivederci Berlinguer! è un unicum, come un unicum era il fiume umano che simile a un unico coro si è mosso verso Roma, il 13 giugno, per confluire unito in un’unica voce alla salma di un politico unico nel suo genere: un uomo al quale era davvero difficile volere male. Un politico quindi “di altri tempi”, ma che forse può ispirare ancora per il futuro, smuovendo gli animi con la forza di quel comando imperativo: “lavorate per dialogare!”, che oggi sembra quasi impossibile. 

Non solo un documento per nostalgici, ma anche una pellicola che può ispirare. 

Un agrodolce arrivederci. 

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sabato 8 giugno 2024

Becoming Karl Lagerfeld: incontro con Daniel Brühl m, l’attore protagonista della serie di Gaumot e Jour Premiere per Disney+ , in streaming dal 7 giugno

 


Si è tenuto nella elegante cornice dell’hotel Principe di Savoia di Milano, una delle tappe del tour promozionale della nuova serie Disney, liberamente ispirata alla vita della star della moda Karl Lagerfeld. 

Anche noi del blog abbiamo avuto la fortuna di essere invitati e per questo ringraziamo tutto lo staff Disney. 

La storia è ambientata negli anni '70 della Parigi dell’alta moda: un luogo in cui lo stilista tedesco arriverà a raggiungere grandissima fama, ma in cui al contempo dovrà fare i conti con il suo lato più lunare. Uno carattere molte volte schivo e incline alla solitudine, una inquietudine ben nascosta alla vista degli altri dietro un “personaggio pubblico appariscente”, di fatto auto-costruito come una corazza. Riuscirà l’amore a cambiarlo o per lo meno a smussare le sue rigidità? 

Anfitrione dell’incontro con la stampa, nonché protagonista principale della serie creata da Isaure Pisani-Ferry, Jennifer Have e Raphaëlle Bacqué, è l’attore tedesco Daniel Brühl. 

Il celebre interprete di film come Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino , Rush di Ron Howard, Race of Glory di Stefano Mordini, nonché di molte pellicole del Marvel Cinematic Universe, nel ruolo del villain Zemo, ha raccontato di aver incontrato personalmente Lagerfeld quando era giovane, riuscendo solo per un istante a guardarlo negli occhi, oltre gli occhiali scuri. Un momento che gli si è scolpito nella memoria e lo ha aiutato oggi come impulso a scavare nell’animo della grande icona. 

La preparazione al ruolo ha comportato la lettura di tre biografie, articoli dell’epoca, materiale video d’archivio raro riguardante anche il Lagerfeld più giovane, incontri diretti con i suoi collaboratori e amici, nonché l’accesso diretto al “mondo di Lagerfeld”, le maison francesi che lo hanno reso celebre.


Brühl ha parlato delle difficoltà nel cercare di replicare i movimenti e il complesso linguaggio del corpo dello stilista senza cadere nella imitazione. Ha parlato di come si sia isolato in Spagna nella sua abitazione immersa nel verde per muovere i primi passi con gli stivali con tacco senza fare brutte figure. Il processo è stato lungo e ha riguardato anche l’imparare a recitare con un accento particolare, complesso.

Poi quello “sguardo di Lagerfeld” che Brühl aveva colto da bambino in qualche modo lo ha contagiato, scoprendo di avere molte similitudini con lui. Proprio per il suo lavoro di attore, sembra alla ricerca di una maschera che copra la sua timidezza per poter lavorare. Proprio per il suo modo di vivere spesso in contesti internazionali, davanti a un pubblico spesso diverso e spesso critico, specie in Germania. Proprio per una comune “voglia d’amore” e di connettersi con gli altri, come motore propulsivo dell’arte. 

Brühl ha raccontato di un set molto vivace, in cui si è sentito subito a casa. Ha raccontato di come Theodore Pellerin, l’attore che interpreta il compagno di Lagerfeld, Jacques de Bascher, gli abbia regalato di nascosto, con ironia e un po’ di immedesimazione, centocinquanta rose rosse per “presentarsi al ruolo”. Così tante rose che Brühl stesso non le aveva mai regalate a sua moglie. Ha poi parlato dei suoi progetti futuri, come il film di Bruno Bischofberged, per cui si sta preparando molto. Nonché del suo possibile esordio alla regia. 

Durante tutto l’incontro Bruhl è apparso molto gentile, sorridente e appassionato, rispondendo, anche con ironia, a ogni domanda del pubblico dei giornalisti . 

La serie è su Disney + dal 7 giugno. Ne riparleremo.

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lunedì 3 giugno 2024

If - amici immaginari: la nostra recensione del nuovo malinconico “film con pupazzi” di John Krasinski, regista di A Quiet Place, dedicato al mondo dell’infanzia e agli amici immaginari

Siamo nell’America dei giorni nostri, in una calda estate nella città di New York. 

L’adolescente “B” (Cailey Fleming) si trova di nuovo dopo tanto tempo a vivere nell’appartamento della nonna (Fiona Shaw), situato non troppo distante dall’ospedale dove suo padre (John Krasinski) è ora ricoverato in attesa di un difficile intervento al cuore. Anche la mamma era stata in passato in quell’ospedale, ma le cose non erano finite bene. Il padre cerca di essere con lei super entusiasta e positivo, sempre ricco di sorprese colorate e pupazzetti a ogni sua visita. 

Il reparto in cui è ricoverato e pieno di luce e di infermiere gentili. Tra le corsie B incontra, anche un simpatico ragazzino orientale, di nome Benjamin (Alan Kim): un grande appassionato di draghi e racconti fantasy con cui inizia a trascorrere un po’ di tempo insieme. 

Le giornate passano, ma quando B la sera torna a casa con la metro si sente davvero “strana”, nonostante si ritenga da sempre una ragazzina molto razionale. La sua stanza è accogliente e piena dei disegni e dei giochi di quando era bambina, la nonna è affettuosa e disponibilissima e al piano terra c’è un negozietto aperto h24 pieno di dolciumi, coca cola e pile per le cuffie, ma B si sente come “sospesa”, “assente”. Le sembra sempre più di intravedere i contorni di un mondo strano e misterioso, che cerca di nascondersi dietro a ogni vicolo o tra le ombre del vecchio palazzo.

Una notte, seguendo rumori e immagini sfuggenti, B accede all’appartamento del piano superiore dello stabile, dove vive uno stravagante uomo di nome Cal (Ryan Reynolds), insieme a un'ape ballerina da cartone animato di nome “Blossom” (doppiata in italiano da Pilar Fogliati) e ad un enorme e buffo mostro peloso viola di nome “Blu” (doppiato da Ciro Priello dei The Jackal). 

L’incontro è curioso ma proficuo. Cal si occupa di aiutare i personaggi immaginari come Blu e Blossom a “ricollocarsi”, dopo che i bambini che hanno accompagnato e supportato fin dalla nascita si sono scordati di loro. Tutti i tentativi finora compiuti sono falliti e il rischio più impellente è che gli amici immaginari dimenticati da troppo tempo possano scomparire per sempre da un momento all’altro, ma il fatto che B “li veda tutti” è incredibilmente, quasi rivoluzionario. B, che non ricorda di aver mai avuto un amico immaginario, può ora aiutare concretamente Cal nel suo lavoro, nel tempo libero, tra una visita all’ospedale e l’altra. 


Presto la ragazzina fa accesso alla grande base/casa/rifugio di tutti gli amici immaginari, collocata al di sotto della giostra dei cavalli nel lunapark di Coney Island. È un luogo dove gli amici “aspettano nuovi bambini” facendo terapia di gruppo, corsi di arte figurativa, teatro, sport e “incontri curricolari”. Ci sono amici immaginari di tutti i tipi e le forme, dagli unicorni ai cubetti di ghiaccio, dalle margherite con gli occhiali a omini di marshmallow infuocati. Tutti speranzosi e disperati in egual misura sotto la guida di un saggio e morbido orsacchiotto (doppiato da Bruno Alessandro). 

B ha grandi progetti e vuole per prima cosa trovare un amico immaginario per il suo amico Benjamin, ma l’impresa sarà più dura del previsto: sembra quasi che gli amici immaginari possano legarsi solo con i bambini che li hanno “immaginati”.  

Forse, oltre a trovare nuovi amici per gli amici immaginari, la missione di B sarà anche cercare di “riconnettere” i vecchi amici: scoprendo magari “cosa è mancato” facendo poi saltare il legame tra i due. 

Riuscirà B ad aiutare i suoi nuovi amici, mentre trascorrere questa calda estate al capezzale del padre malato?


A breve distanza dall’interessante ma controverso Imaginary di Blumhouse, con il suo inquietante orsacchiotto malvagio, il bravo regista di A quiet place torna al cinema con un film visivamente colorato, strano quando malinconico, che parla di nuovo di bambini e del loro speciale rapporto con gli amici immaginari. 

Il cinema è da sempre un luogo che accoglie a piene mani tutti i tipi di amici immaginari: raccontandoceli a volte come “angeli custodi”, a volte come “alter ego (transizionali) di bambini timidi”, a volte come autentici predatori inaspettati. 

C’è stato il gentile coniglio di James Stewart del classico Harvey, degli anni ‘50, come il suo muto “epigono macabro” protagonista di Donnie Darko del 2001. C’è stato il premuroso “bambino che viveva nel pollice” del piccolo protagonista di ShiningAbbiamo avuto, come quasi/genitore improvvisato di un orfanelli, il drago invisibile di Elliot e Il drago invisibile. Abbiamo incontrato, e pianto tantissimo, per il Mr BongBong di Inside Out di Pixar. Abbiamo incontrato un’intera risma di demoni e spiriti vari che si sono finti “bonari” amici di qualche bambino troppo solo, in pellicole horror come Come Play, Z vuole giocare, Babadook

Krasinski, che oltre a dirigere scrive qui soggetto e sceneggiatura, guarda invece “da una parte diversa”: nasconde in un mondo visivo ultra colorato e quasi barocco, pieno di creature straordinarie e strampalate simili a quelle della Cartoonia di Chi ha incastrato Roger Rabbit (opere dei bravissimi maghi degli effetti speciali e dell’animazione di Framestore, capitanati da Arslan Elver), lo stesso cuore emotivo di una pellicola piccola e intima come Totoro di Hayao Miyazaki. 

Totoro è stato per il maestro dell’animazione giapponese un film molto sofferto: il racconto quasi autobiografico di come, “attraverso l’immaginazione e i suoi amici”, lui ha provato a superare il terribile periodo in cui si trovava ad attendere che la madre uscisse dall’ospedale. La fantasia diventa “arma di distrazione dal dolore”, aiutando i più piccoli a metabolizzare la durezza della vita.  

Totoro è “quasi autobiografico” anche in quanto la protagonista della storia diventa una ragazzina, perché Miyazaki racconta che sarebbe stato troppo duro per lui rivivere “di nuovo da bambino” quei momenti. C’è in Totoro un'incredibile fantasia grafica, un lussureggiate mondo agreste popolato di colori e animali quasi da favola come quelli di If

C’è al contempo sopra tutto una “nube grigia”: una pioggia gelida costante, fisica quanto e emotiva, che avvolge ogni cosa. Una pioggia nella quale però un Totoro, come amico immaginario, può comunque allungare provvisoriamente un ombrello per riparare da qualche goccia/lacrima di troppo il bambino che “sorveglia. Aiutandolo a riprendere il fiato dopo il pianto.

Krasinski come Miyazaki sembrano dirci che la fantasia e la positività aiutano, sempre, anche se “momentaneamente”. Perché ci tocca comunque vivere in un mondo reale in cui giocoforza “piove”.

Un mondo dove ogni colore al di fuori di una allegra “buca di bianconiglio” che puoi trovare a Coney Island (che è un luogo da sogno quanto da Guerrieri della Notte) può spegnersi o diventare di colpo “nebuloso”, assecondato dalla fotografia realistica di Janusz Kaminski.

Un mondo dove anche uno dei più divertenti ed eccessivi clown moderni, Ryan Reynolds, “un uomo chiamato Pikachu” (parafrasando il classico del 1970 di Elliot Silverstein con Dustin Hoffman), non può fare a meno di “contenersi”, diventare quasi riflessivo, con sfumature quasi ascetiche, a dispetto da un completo in frac eccentrico.  


Se A quiet place è un film sulla sopravvivenza del “concetto di famiglia” e sulla elaborazione del lutto al suo interno, nella forma di un horror/thriller fantascientifico, If non ci va troppo distante nella sua “ricerca (momentanea) del tempo dell’innocenza perduta”.

Pur se nel trailer sembra di trovarsi davanti ad un’opera decisamente più leggera. 

If “può essere” leggero, ma nella misura più malinconica ed estrema di un Inside Out: siamo davanti quasi a “Mr Bingbong the movie”. Grossi pupazzi buffi da cui sgorgano “lacrime psicanalitiche”. È un film bello ma impegnativo, per i più piccoli come per i più grandi.

Soprattutto per i più piccoli di oggi, che vedono magari l’animazione come fuga dal reale e disimpegno totale per via di canali tematici che per lo più li intrattengono in modo blando, senza offrire più racconti che sono anche “formativi e sociali” come lo erano negli anni '70 Heidi o Conan il ragazzo del futuro (sempre stando in zona Miyazaki).  

If è un fiaba moderna che per una volta si comporta quindi come una fiaba classica del passato, diventando opera istruttiva: ponendo domande scomode che possono non finire con “tutti vissero felici e contenti.”

Insomma, ci si deve andare “preparati e consapevoli”, se genitori, che non è esattamente un film alla Detective Pikachu o Minions

A metà intervallo i bambini potrebbero non correre vicino allo schermo felici, rimanendo magari sulla poltroncina a interrogarci, in quanto adulti, sul futuro del padre di B, sul futuro di Blu e Blossom, sul futuro di tutti…

Certo la “risposta” poi si trova, ragionando magari attivamente sul film con i bambini, anche se questo può richiedere uno sforzo extra. Kaminski con i suoi personaggi colorati aiuta a riflettere sul significato stesso del poter “vivere felici e contenti”: partendo dal fatto che dietro a ogni essere umano c’è una forza, “un amico immaginario”, che lo non mollerà mai, nonostante le mille difficoltà. Una forza che hanno tutti, anche se si trovano da solo. 

Un amico immaginario, che ci ricorda di quando siamo stati felici, che quando piove per lo meno allungherà un ombrello perché non ci bagnamo, anche se fuori da quell’ombrello le lacrime pioveranno ancora.

Insomma, prima di uscire per il cinema, preparate ombrelli e fazzoletti e un po’ di discorsi motivazionali per i più piccoli. 

John Krasinski, accompagnato da un ottimo cast di attori e uno straordinario comparto tecnico, dà vita a una fiaba malinconica colorata, intelligente quanto struggente. 

Ricchissimo in cast dei doppiatori originali in lunga inglese, che annovera Brad Pitt, Phoebe Waller-Bridge, George Clooney, Steve Carrell, Awkwafina, Emily Blunt, Matt Damon, Sam Rockwell, Blake Lively, Bradley Cooper e nel ruolo dell’orsetto il grande e recentemente scomparso Louis Gossett Jr., a cui la pellicola è dedicata. 

Le musiche di Michael Giacchino si sposano alla perfezione ai toni “opachi” dell’opera.

Visivamente la pellicola ha colori tenui, caldi e crepuscolari quanto la storia che racconta.

Il ritmo è sempre lento e avvolgente come un racconto per la buona notte, 

Krasinski dimostra ancora una volta di prediligere nelle sue opere la complessità e la ricchezza emotiva, donando If di mille sfumature, tutte da scoprire e su cui riflettere insieme al pubblico dei più piccoli.

Non è un film semplice, è invece un film bello. 

Talk0 

domenica 2 giugno 2024

Mothers’ instinct: la nostra recensione del thriller psicologico di Benoit Delhomme, con protagoniste le dive Jessica Chastain e Anne Hathaway, uscito proprio nel giorno della festa della mamma!

 


Alice (Jessica Chastain) e Celine (Anne Hathaway) sono due donne bellissime, con due mariti bravissimi con due figli fantastici. Vivono nella provincia americana degli anni ‘60 con JKF presidente. 

Alice, prima di avere suo figlio Theo (Eamon Patrick O’Connell), era una giornalista e vorrebbe tornare alla sua vita pre-familiare. Celine, prima della nascita del figlio Max (Baylen D. Bielitz) era un’infermiera ma vive l’essere mamma come unico scopo della sua vita. 

Un pomeriggio come tanti, Celine passa a prendere i bambini a scuola, felici dei loro lavoretti, delle casette per gli uccellini da appendere agli alberi. Alice invece prepara la festa di compleanno per la vicina amica Celine, intrufolandosi in casa dell’amica per farle una sorpresa. 

Tutti vivono fantasticamente felici!! I grandi festeggiano con champagne e torte mentre i piccoli scappano in giardino con una scatola di biscotti, la quale provoca una reazione esagerata di Alice verso il figlio Theo, giustificata dal fatto che il bambino è allergico alle arachidi e i biscotti erano alle arachidi. Alice confida a Celine che, spesso e volentieri, non si sente all’altezza di essere mamma e vive con ansia la situazione. Celine la conforta come la migliore delle amiche. 

La mattina dopo Max non si sente bene e non va a scuola ma, come mamma Celine dice all’amichetto del figlio Theo: “Quando torni potrete giocare assieme”. 

Durante la mattina però, mentre Alice fa giardinaggio, il piccolo malato decide di appendere la casetta degli uccelli sull’albero vicino al suo balcone. 

Alice, terrorizzata dal fatto che il bambino possa cadere, inizia ad urlare il nome di Max e di Celine purtroppo senza successo al che decide di precipitarsi in camera del bambino, passando davanti a una Celine, ignara di tutto perché alle prese con l’aspirapolvere. 

Alice arriva troppo tardi e, purtroppo, il bambino cade morendo sul colpo. 

Celine è disperata e non si dà pace. 

La sera della tragedia Alice e suo marito vanno dai vicini a porgere le proprie condoglianze ma il marito di Celine accetta solo l’abbraccio dell’uomo, ignorando totalmente Alice, come se incolpasse la vicina della perdita del figlio. La donna ne resta turbata. La mattina successiva Alice e suo marito informano il figlio Theo dell’incidente di Max. Il bambino ne soffre e più avanti nel corso della giornata si fa forza e va a consolare Celine accompagnato dal suo amico peluche coniglietto. 

Rimane lì fino a che non lo scopre la mamma, che interviene riportandolo a casa. Giunto il momento di andare a letto, Theo non trova più il coniglietto. Stanchi della giornata trascorsa, i genitori negoziano un “cerchiamo il coniglietto domani, adesso vieni a dormire nel lettone”, che è un po’ il sogno di tutti i bambini. 

Giunge il giorno del funerale di Max, un momento straziante. Theo va a dare l’ultimo saluto al suo amico e vede che nella bara c’è il suo peluche. Il bambino lo rivuole e inizia ad urlare prendendosi una sgridata dal padre, ma comprensione dalla madre.

Ad Alice infatti viene un dubbio: “Perché Celine ha preso il coniglietto? Sapeva che era di Theo”…

Celine non riesce a riprendersi dal lutto e per un po’ di tempo va via da casa e dal quartiere. Ne fa ritorno un mese dopo, come se nulla fosse, tornando anche a scuola dove i bambini si preparano per la recita, finché le emozioni sono troppe e si sente male. Alice l’aiuta andandola a trovare, passando le serate con lei ed il marito, tentando di ripristinare una routine che non sarà più la stessa. 

Celine chiede scusa a Theo e gli restituisce il coniglietto, il marito di Celine invece entra in un vortice fatto di alcol e disperazione. Theo si affeziona sempre di più a Celine e la preferisce anche alla sua stessa madre andando a giocare sempre da lei. Fino a quando c’è un dejavu… Alice è in giardino e sente la voce del figlio provenire dal balcone della vicina… alza lo sguardo e vede il figlio soffiare delle bolle di sapone esattamente nel punto in cui Max ha perso l’equilibrio. 

La donna corre a salvare suo figlio ed incolpa Celine di vendicarsi per la morte del figlio. La donna se ne scusa immediatamente. E da qui non si può più dire nulla per non rovinare la visione di una battaglia di nervi e situazioni critiche tra le due donne che accompagnerà lo spettatore fino alla fine del film. 

Chi ha provocato chi? 

Chi è buona e chi no? 

Tutto questo è reale o solo immaginato? Meglio non fidarsi o fidarsi ciecamente del prossimo? 


Mothers’Instinct è un thriller diretto dal francese Benoît Delhomme e recitato splendidamente da due dee, entrambe premio Oscar: Jessica Chastain nel ruolo di Alice ed Anne Hathaway in quello di Celine.

La pellicola lascia lo spettatore incollato allo schermo in attesa della mossa successiva… e chi la farà la mossa successiva? 

I dubbi vengono continuamente alimentati da una struttura narrativa ad orologeria, dove le due interpreti si cimentano in una sempre più impossibile partita a scacchi “territoriale” volta a dilaniarle sul piano fisico quanto emotivo, allo scopo di conservare con le unghie e con i denti quello che appare come un “ruolo sociale”, prima ancora che una relazione affettiva. 

L’opera è il Remake americano del recentissimo film Doppio sospetto di Olivier Masset-Depasse, disponibile in streaming su Prime Video, a sua volta tratto dal romanzo di successo Oltre la siepe di Barbara Abel. 

La versione di Delhomme, grazie alla felice rilettura della sceneggiatrice Sarah Contadt, rinuncia alla “sintesi emotiva” e enfatizza la messa in scena sul lato della teatralità e del dramma: a favore di due interpreti pronte a divorarsi a vicenda pur di dominare i riflettori e sancire con il loro talento drammatico e carisma chi delle due è la migliore. 

È una lotta sfrenata affascinante, fatta di continui “momenti sociali di contegno e disperazione”, ritratta plasticamente, con toni ricercatamente Hitchcockiani, dalla fotografia algida a firma dello stesso regista e dalla intensa colonna sonora di Anne Nikiton. 

Un impianto emozionate “sfiziosamente crudele”, che grazie ai continui colpi di scena e rovesciamenti di campo riesce a far brillare entrambe le dive, confermando ancora una volta  il loro incredibile potenziale nel descrivere personaggi complessi, a volte anche contraddittori e lunari, come le tormentate Alice e Cecilie. 

Da vedere, anche se magari qualche mamma in sala potrebbe sentirsi travolta dalla cattiveria della narrazione e di alcune scene particolarmente “forti”, che pur nella estrema eleganza della confezione potrebbero regalare un paio di notti insonni. 

Notti insonni che solo gli ottimi thriller come questo sanno regalare. 

B-Gis

sabato 1 giugno 2024

Il regno del pianeta delle scimmie: la nostra recensione del film di Wes Ball, nuovo capitolo della saga ispirata al libro di Pierre Boulle, ambientata 300 anni dopo gli eventi di The War - il pianeta delle scimmie di Matt Reeves.

 

Sono trascorsi molti anni dalla storia del primo grande leader, Cesare. Tra le verdeggianti rovine metalliche dei palazzi della civiltà passata degli “echo”, ormai del tutto ricoperte dalla vegetazione, i giovani scimpanzé “simian” del clan “aquila” si arrampicano con fatica e attenzione verso le vette più alte, in cerca dei nidi dei rapaci. 

Il “giorno del legame” si avvicina e Noa, Soona e Anaya devono riuscire almeno a impossessarsi di un uovo a testa per compiere il rito. Da quello nascerà un’aquila che potrà essere istruita attraverso i loro canti misteriosi, perché diventi la compagna, seguace e amica di una vita. Un rapace con cui combattere o pescare i pesci di fiume. 

La caccia che decreterà il passaggio dei tre all’età adulta si fa presto rischiosa quando impervia. Le vecchie torri arrugginite, tenute insieme da radici contorte, cedono e ogni passo aprendo infiniti baratri mortali. Franano su se stesse aggrovigliandosi, risvegliando a ogni tonfo i predatori in agguato. I rapaci sorvegliano il cielo temibili, proteggono strenuamente la loro prole, pronti a lanciarsi in picchiata contro chiunque si avvicini. 

La regola della preservazione dell’equilibrio con la natura impone inoltre ai simian di non lasciare mai un nido senza alcun uovo, preservando così la vita. Questo può prolungare la ricerca, rendendola a volte più rischiosa in quanto vicina alle ore del tramonto e al buio. 

Per Soona e il buffo Anaka è stata un’impresa dura ma veloce. Noa, il figlio del capo del clan, ha invece ottenuto il suo uovo solo rischiando l’osso del collo dopo innumerevoli cadute, agguati e lividi, riuscendo a recuperarlo in extremis con il piede a picco di una voragine sul vuoto. Con il bottino depositato nella cintura a tracolla, i tre fanno ritorno a casa: un villaggio le cui imponenti strutture sono ricavate intrecciando tronchi sulla base di enormi alberi secolari.

Tutto è già pronto per il giorno dopo, in accordo con la luna. Il capo clan nell'ampia stanza dei rapaci li accoglie: veste già con il rituale abito di piume e si congratula con loro, mentre l’aquila Sole sbeffeggia il figlio con i suoi artigli, ricordandogli la sua scarsa esperienza canora.

Subito è notte e Noa è insonne. Pensa al suo futuro mentre vaga tra le torce e i falò che rimangono ancora accesi per difesa, mentre un rumore attira la sua attenzione. Qualcuno o qualcosa si muove tra le ombre, nei pressi del locale-cucina dove si affumica il pesce. È una creatura piccola ma veloce, sembra una femmina. Proviene da un passato che si riteneva estinto: è una “echo” (Freya Allan). 

È combattiva, assale Noa dopo essersi ben mimetizzata e nella fuga rompe l’uovo, prima di sparire verso i territori che sono proibiti al clan: le gallerie di roccia che affondano nella parte più oscura della foresta. Un territorio infausto e pericoloso, ma che fornisce anche una scorciatoia per trovare presto, prima dell’alba, un altro uovo. Forse l’unica occasione di Noa per non dover aspettare un altro anno prima di diventare adulto. 

Il giovane simian insegue la echo, finendo presto in un agguato: una imponente trappola delle “maschere”. Cavalcano destrieri neri e sono simian come il clan aquila, ma hanno i volti coperti da elmi pesanti e indossano delle armature. Si muovono veloci e arrabbiati, brandiscono lance in grado di sprigionare fulmini grazie ad una misteriosa magia. 

Li guida il gigantesco e inarrestabile gorilla Sylva.

Cercano la echo, ma cercano anche tante scimmie per edificare un nuovo grande regno, un impero unito e forte degno di Cesare, che sta sorgendo sulle rive del mare, a ridosso di un'imponente e misteriosa costruzione militare del passato. 

Il re di questo nuovo impero si chiama Proximus ed è una creatura ancora più grande (come specie è una “grande scimmia di Bili”), i soldati invocano il suo nome a ogni passo. Il clan Aquila viene decimato per essere soggiogato. Soona e Anaya, insieme a molti giovani e donne, vengono rapiti. La città è data alle fiamme, il capo clan ucciso. Scappano a questo destino per miracolo Noa e la echo, che iniziano insieme un viaggio disperato per salvare i superstiti. L’Aquila Sole, dall’alto, li seguirà  proteggendoli.

Il cammino li porterà in posti misteriosi come la grande “biblioteca”e “l’osservatorio”, in cerca di alleati e di risposte. Incontreranno il saggio orango Raka, che darà un nome alla echo chiamandola “Nova” e racconterà la grande storia del passato, sperando che Noa decida di seguirlo per conservare l’antico sapere. Raka gli racconterà della possibilità di convivere tra Simian e Echo, già accaduta in passato e segno di prosperità per entrambe le specie. Sul loro cammino ci sarà anche un altro echo, Trevathan (William H.Macy), del tutto piegato e riverente nei confronti del nuovo signore della terra, Proximus. Disincantato e succube al punto da essere diventato indifferente alla violenza. 

Noa e Nova affronteranno più volte il destino avverso, ma soprattutto dovranno affrontare se stessi: perché in fondo uomini e scimmie, forse per sempre, cercheranno di odiarsi a vicenda. Nova potrà pure “sembrare docile”, ma in fondo non ritiene che la Terra debba stare nelle mani delle scimmie. 

Riusciranno a incontrare di nuovo Soona e Ayaka?


Nel 1963 usciva un libro di fantascienza distopica eccezionale, scritto da Pierre Boulle, che ipotizzava un mondo post-apocalittico, in parte desertico dopo una eventuale crisi climatica, dominato da una razza di scimmie “senzienti e umanizzate”. Queste  camminavano erette e con dei vestiti, avevano le loro istituzioni e ruoli, politici e filosofi. 

Nel loro regno, la razza umana aveva ormai assunto il ruolo di animali di compagnia ed era per lo più “cacciata in cattività”, relegata a vivere nascosta. Su questo mondo atterrava improvvisamente, con un veicolo in avaria, un piccolo gruppo di astronauti terrestri, non diversi da quelli che nel 1969 sarebbero arrivati sulla Luna con la Apollo 11. 

Gli astronauti credevano di trovarsi a 300 anni luce dal sistema solare, dalle parti del sistema di Orione, ma subito capirono di trovarsi su un mondo abitato, presto furono prigionieri. Cercarono di cavarsela e infine trovarono un modo per tornare a casa, pur costantemente braccati da queste scimmie evolute, almeno fino alla drammatica, shockante “rivelazione finale”: non erano su Orione, non c’era più una casa dove ritornare. Erano sulla Terra del futuro.  

Il racconto era crudo, incredibilmente intelligente e affascinante. Anche profondamente satirico, dai contorni quasi “orwelliani”. Non mancavano certo atmosfera e moltissimi momenti avventurosi e per questo il romanzo venne subito opzionato per diventare un film con i contorni del colossal.

Sarebbe uscito nel 1968, sceneggiato da Rod Serling (autore della serie tv Ai confini della realtà), interpretato dalla star Charlton Heston (Ben-Hur, Il più grande spettacolo del mondo) e diretto da Franklin J. Schaffner (regista di Patton e in seguito di Papillon). 

Il make-Up prostetico che avrebbe trasformato i lineamenti degli attori in scimmie evolute era opera di John Chambers, l’artista che due anni prima aveva creato il look degli alieni Vulcaniani di Star Trek. La colonna sonora era di un giovane Jerry Goldsmith (Star Trek, The Omen, Alien, Gremlins, Rambo). 

Il successo fu enorme e generò tra il 1970 e il 1973 ben quattro sequel per il cinema. Nel 1974 arrivò una serie tv e nel 1975 una serie a cartoni animati. Tra nuovi racconti, pupazzetti e marchandising Il pianeta delle scimmie si impresse nell’immaginario collettivo di più generazioni, con una storia che con il tempo divenne sempre più articolata e affascinante.

Nel 2001, firmato da Tim Burton, arrivò il primo vero remake della serie. Era qualcosa che rimischiava le carte della “timeline originale” della storia raccontata fino ad allora, in modo significativo quando spiazzante. Al progetto, scritto dallo sceneggiatore di Apollo 13 e Cast Away, con protagonisti Tim Roth, Mark Wahlberg e Helena Bonham Carter, prese parte anche un anziano Charlton Heston in un breve cameo. Al make-up delle scimmie umanoidi arrivò come degno erede di John Chambers l’artista Rick Baker, il realizzatore degli effetti de Un lupo mannaro americano a Londra

Il regista dichiarò di volersi ispirare a Spartacus, per cui l’astronauta protagonista finiva in un pianeta delle scimmie che per architettura e costumi ricordava più che l’era moderna l’antica Roma. Per rendere più dinamiche le scimmie, si decise di farle muovere con un complesso sistema di cavi invisibili come nei film di arti marziali cinesi. La storia forse era un po’ semplice, ma la direzione artistica era straordinaria. Il film fu apprezzato, visivamente era superbo, ma non divenne un successo tale da generare i “pur previsti” seguiti. 


Anni dopo, la tecnologia digitale espressa dalle case di produzione di effetti speciali, come Weta e Light And Magic, aveva dato vita ai prodigi visivi di opere come il Signore degli Anelli, Avatar e il King Kong di Jackson. 

Era diventato possibile creare da zero al computer delle creature digitali complete, credibili per espressività quanto per anatomia e movenze, al punto che ora anche la saga delle scimmie umanoidi poteva esprimersi in qualcosa di nuovo ed eccitante in termini di dinamica dell’azione quanto di uno sviluppo inedito, quasi “verticale”, delle scenografie. 

Non vennero più chiamati dei truccatori straordinari come Chambers o Baker, ma le scimmie di Boulle potevano per la prima volta arrampicarsi sulla superficie dei grattacieli, dondolare sul vuoto, usare alberi e liane come Tarzan: potevano in genere fare tutte quelle cose per cui apparire come qualcosa di più di interessante di semplici costumi alla Star Trek.

La narrazione cinematografica immaginata dall’autore di Ai Confini della Realtà, incentrata sulle complesse e spesso contraddittorie dinamiche di potere tra umani e scimmie, poteva mantenersi intatta grazie al lavoro di sceneggiatori rispettosi delle fonti come Rick Jaffa e Amanda Silver. I due autori avrebbero costituito il soggetto di tutti i nuovi episodi del “nuovo corso”, rimanendo anche legati alla saga di Avatar

Era giunto il tempo di un nuovo pianeta delle scimmie. O per meglio dire di una sua “espansione”. L’intuizione fu quella di ignorare l’episodio di Burton e tornare al film originale del 1968, debitamente “aggiornato al presente dalla trama”, ambientando la pellicola in un periodo quasi in contemporanea con la partenza dell’astronauta Charlton Heston e soci per lo spazio. 

Il colpo di genio fu nella costruzione di una motivazione “fantascientifica” molto credibile e realistica alla base del “big bang” della saga: il momento in cui le scimmie hanno iniziato ad evolversi, in quanto cavie nella sperimentazione di un farmaco destinato alla cura dell’Alzheimer. Nello sviluppo della trama, la scelta è stata quella di raccontare una storia in cui erano centrali le relazioni tra umani e scimmie, partendo da uno scenario intimo. Da un contesto familiare comune e fino alla costruzione di spazi sociali/identitari autonomi, per finire in una situazione di inevitabile conflitto Inter specie. Pura fantascienza sociale: un racconto personale che di colpo e in modo sublime sapeva trasformarsi in epica. 

Il cinema poteva ora raccontare i 300 anni “inediti” della presa del potere delle scimmie sulla razza umana, partendo dal fondatore della nuova razza di scimmie evolute, “Cesare”.  

La mite e gentile scimmia Cesare, nel cammino sempre più “politico” che lo avrebbe consacrato a primo leader della sua razza, avrebbe incontrato uomini gentili e compassionevoli, con il volto di James Franco, fino a creature trasfigurate dall’odio e dalla follia con il volto di Gary Oldman o Woody Harrelson. Allo stesso modo avrebbe incontrato scimmie alleate e scimmie a lui avversarie: primati in fondo con tutti i pregi e difetti degli uomini. È nata così una trilogia di grande successo, a cui hanno contribuito registi di pregio come Rupert Wyatt e Matt Reeves, di fatto infondendo nuova linfa e interesse nel brand. 

La storia della possibile “esistenza” di questo nuovo capitolo della saga, il “quarto” dopo il reboot della serie del 2011, risale più o meno al 2014. 

Il grande artista della “motion capture” Andy Serkis, l’interprete digitale di  Cesare e ancora prima di “Gollum” nella saga del Signore degli Anelli, aveva ventilato a MTV della possibilità di avere almeno sei nuovi capitoli del brand. Poi Matt Reeves che avrebbe pur dovuto curare i successivi capitoli, è andato a dirigere The Batman e la prospettiva è cambiata.

Alla sceneggiatura si è aggiunto Josh Friedman, autore del soggetto di Avatar la via dell’acqua ma anche sceneggiatore delle serie tv Terminator- Sarah Connor Chronicles e Snowpiercer. La regia è stata affidata a Wes Bell, regista e produttore della saga fantasy Maze Runner.

La “saga di Cesare” trovava un epilogo alla fine del terzo capitolo e ora ci troviamo in un mondo fantasy tutto nuovo, con nuovi eroi, tribù e un tiranno scimmiesco di nome “Proximus Caeser”. È a tutti gli effetti una ripartenza, forse il primo capitolo di una nuova trilogia. 

Siamo in un mondo neo-medioevale,per certi versi vicino alla “antica Roma scimmiesca” di Tim Burton, ma anche (specie nell’ultima parte) a film action folli post-atomici come WaterworldMolta attenzione è riservata agli oggetti rituali, alle diverse lingue e registri comunicativi, ai simboli grafici e ai canti, a una “tecnologia del passato” spesso riadattata alle esigenze del presente in un modo quasi fantasy, come i “bastoni di tuono”. 

C’è tutto un nuovo “folklore” legato a tribù che dobbiamo ancora imparare a conoscere, ci sono territori, regioni e “sotterranei/sommersi” da esplorare, finora anche inediti alla saga, ci sono rivalità e alleanze, aspirazioni e ossessioni scimmiescamente umane. Al contempo sono tantissime le assonanze e suggestioni, visive e narrative, che rimandano al film originale del '68. Al punto che qualcuno durante la lavorazione aveva pure ipotizzato che Freya Allan fosse in qualche modo legata al personaggio di Charlton Heston, se non una reinterpretazione dello stesso.

Proprio partendo dalla nostra co-protagonista “umana”, in effetti lo spirito combattivo e il complesso carattere di Nova non appaiono troppo distanti dal modo di fare del (citando Bowie) “uomo caduto sulla terra del futuro”. A volte anche con sfumature inaspettate, quasi crudeli, Nova esprime il suo disappunto, il suo orgoglio, la sua determinazione. Nova parte muta, piccola e disperata come Newt in Aliens - Scontro FinaleMa presto “cresce”, rivela il suo ruolo di sopravvissuta e combattente “da guerriglia”, conquistando in un attimo la scena e l’attenzione del pubblico. 


La Allan è molto brava nell’esprimere le sue mille sfumature tragiche quanto la sua risolutezza. Nova ha le potenzialità per diventare un personaggio tanto originale quanto controverso, centrale per i futuri capitoli della saga. Se si evolverà come il personaggio di James Franco o come quello di Woody Harrelson sarà solo il tempo a dircelo. 
Meno “centrato e accattivante” è invece lo scimiotto Noa, di fatto molto simile per ingenuità ai “figli indistinti del protagonista” del nuovo Avatar

La computer grafica con cui sono realizzati lui e le altre scimmie è imponente e affascinante, oggi riusciamo quasi a provare empatia per queste creature digitali, tuttavia il mondo e la cultura che circondano Noa risultano infine più interessanti rispetto a un suo particolare tratto caratteriale. Noa è un personaggio ancora acerbo, anche “giustamente adolescenziale” secondo i canoni di un racconto fantasy di ampio respiro. Molto probabilmente anche lui ha un buon potenziale,  ma che qui rimanere il larga parte inespresso. 

Perfetto avversario per un eroe ancora acerbo, Proximus è un “villain” gioiosamente pomposo e cretino, quasi identico al Dennis Hopper di Waterworld, solo in parte “nobilitato” dal suo “anfitrione e cantore personale”, il personaggio del sempre intrigante e complesso William Macy. 

All’enorme ed esagitato Proximus però si può anche volere bene, in quanto sembra davvero la gustosa parodia di un dittatore, tronfio del culto di se stesso e fiero della sua auto-incoronazione, dei suoi proclami e della sua innata eleganza. È un “bruto” e  se vogliamo del tutto simile anche fisicamente al quasi muto, e per questo forse più cupo, gorilla Sylva, il capo delle “maschere”. Ma se Sylva si limita a essere una continua esplosione di violenza fuori controllo, Proximus si sforza davvero di apparire magnanimo, in ragione del suo ruolo di vertice, risultando “sornione”, pragmatico, quasi seduttivo e meno scontato del previsto.

Il calmi e quasi spirituale Raka è invece un po’ il legame tra passato e futuro, il “classico orango intellettuale” discredente dell’orango intellettuale Maurice. Un po’ Yoda e un po’ Gandalf, come Maurice è  un “tramite”, quasi un mediatore culturale:  la “voce della ragione e della Storia” in un momento di guerra e orrori. Ogni personaggio come ci ha abituato la saga recente è visivamente bellissimo e realizzato da attori specializzati nella motion capture davvero esperti. Le scenografie di Daniel T.Dorrance sanno essere molto ispirate e originali, così come la fotografia di Gyula Pados riesce in un istante a trasmetterci tutti i colori e sfumature di un grande racconto fantasy, se vogliamo dai toni molto più caldi (quasi “miyazakiani”) rispetto all’ultima trilogia. 

La musica di John Paesano riesce a riallacciarsi al tema classico pur trovando una sua autonoma forma e in generale il lavoro di Wes Ball risulta composto e ordinato nella forma, sempre pulito e a fuoco, come del resto nella saga di Maze Runner

Il pianeta delle scimmie diverte e incuriosisce, vincendo la sfida di rinnovarsi pur rimanendo una saga sfaccettata, dinamica e intelligente. Al netto di un piccolo scivolone narrativo (legato alla soluzione un po’ troppo semplice di un particolare “enigma”), sul quale si può glissare come chiudere entrambe le orecchie e gli occhi per un istante, la storia funziona, il viaggio è pieno di spunti, l’azione è sempre appagante e i personaggi non banali. 

Per 145 minuti veniamo paracadutati su piccolo mondo a se, che come quello di Avatar in costante espansione verso scenari sempre più complessi e lontani. Un mondo in cui è bello perdersi in una serata a mente leggera, ma che con semplicità riesce anche a parlare (magari a un pubblico più piccolo) delle radici ataviche dell’odio, del ruolo centrale della cultura per comunicare tra i popoli, dell’importanza di ricercare un equilibrio funzionale con la natura e un uso positivo della tecnologia. 

È soprattuto un film molto bello da vedere in sala, sul grande schermo e con un impianto audio importante, da godere in ogni scena, ricercando i mille dettagli visivi e narrativi con cui questo strano universo è costruito. Di sicuro uno dei film più spettacolari dell’anno, considerando che i film con scimmie digitali, tra Transformers e Godzilla x Kong, stanno ora spopolando. 

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