Undici
settembre 2001. Il mondo si ferma con le Torri Gemelle crollano su se stesse,
colpite al ventre da due aerei di linea dirottati dai terroristi. Il capitano
Mitch Nelson (Chris Hemsworth), stanco della licenza forzata che lo vuole
attivo tra supermercati e pulitura delle grondaie domestiche, vorrebbe essere
al fronte per dare una risposta immediata a ogni nemico dell'America, ma non
per più di 21 giorni, che ha promesso ai suoi cari che quest'anno al pranzo di Natale ci sarebbe stato. Così smobilita mari e monti, si fa supportare dal suo
commilitone Spencer (Michael Shannon) e insieme al simpatico latino Michael
Pena, il "bro" Trevante Rhodes e altri companeros si fa trasportare
in Afganistan a supporto di un generale dell'alleanza del nord (David Negahban)
impegnato contro alcuni dei più spietati terroristi del mondo. Il
generale è male armato ma pieno di coraggio, il Plotone di 12 uomini con a capo
Thor... cioè il capitano Mitch... potrà con i suoi strumenti di distruzione del
terzo millennio puntare ogni bersaglio nemico e far partire dal cielo dei
missili lanciati da enormi bombardieri che colpiscono chirurgicamente al
millimetro. Un po' come il martello di Thor in fondo. Riuscirà il nostro eroe a
compiere la sua missione e a trovare a Natale per la parata annuale?
Tratto
da una storia vera, prodotto da Jerry Bruckheimer e diretto da un regista con
all'attivo solo un film, 12 soldiers è il war movie solido, un po' patinato ed
esagerato e altamente spettacolare che ci si aspetterebbe fin dal trailer. I 12
super - soldati irrompono in Afganistan con più furia e potenza degli Avengers,
con animo bonario e senso del dovere difendono i coraggiosi e male armati
soldati locali, dissertano sul significato filosofico delle parole
"soldato" e "guerriero", disintegrano ogni nemico è infine
SPOILER tornano a casa senza un graffio o quasiFINE SPOILER.
È un film
d'azione, 12 soldiers, molto spettacolare nella messa in scena della
famosa, folle e adrenalinica "corsa dei cavalli contro i carri
armati" a cui è stato dedicato anche un monumento al World Trade Center.
Le azioni di guerra sono ben descritte e ritmate, forse un po' esagerate, ma
funzionano e divertono. Il resto è "retorico" o
"patriottico" (a seconda di come la pensiate) quanto basta, con
attori convincenti nel ruolo ma con una incredibile, straniante somiglianza con
Rambo 3. Ed è pazzesco a pensarci, perché il film di Stallone precede tutti gli
eventi descritti di almeno 13-14 anni. Le riflessioni sul guerriero in riposo
forzato, l'amicizia virile tra combattenti d'onore, la forza delle armi più
antiche, come cavalli e frecce, che sono in grado, se in mano a un vero eroe,
di piegare ogni update tecnologico. Cambiano i nemici (quelli di Rambo 3 erano
fittizi), manca la scena della "luce azzurra" (delle barrette luminose
molto in voga negli anni '80) e il mitico "Buzkashi" (che ancora non
mi capacito come non sia sport olimpico), ma c'è tutto il resto. Se gli eventi
sono andati effettivamente come qui raccontato (alla sceneggiatura Peter Craig
di Hunger Games, ma la storia è tratta dal libro "Horse soldiers" di
Doug Stanton) la Storia con la "S" maiuscola ha ricreato Rambo 3 per
almeno 70 minuti. Forse anche gli stessi soldati che sono partiti per questa
missione, definita suicida e tenuta nascosta per molti anni, hanno visto Rambo
3. Sta di fatto che è riconosciuta come una delle missioni più importati per il
conflitto in Afganistan, una missione atipica di cui è interessate vedere oggi
una ricostruzione, che pur mutua molto alle regole dell'intrattenimento action.
Da vedere come un action, consci del fatto che quando i soldati chiedono di
"far venire la pioggia" dai bombardieri a qualcuno tornerà alla mente
il primo Transformers di Bay. Io comunque l'ho trovato divertente, ma forse un
regista più esperto nel descrivere gli "uomini in armi", con i loro
pregi e difetti, (ho in mente l'Eastwood di American Sniper e la Bigelow di
The Hurt Locker, per come inizialmente sembrava prendere le mosse questo film) poteva riuscire a trovare delle corde diverse per caratterizzare al meglio
questi dodici eroi a cavallo ormai entrati nella storia.
La serie
sul Killer conosciuto come "l'uomo nero" e sul suo mondo
killer-centrico, creata dai registi stunt-man Chad Stahelski e David Leitch,
scritta da quel mattacchione "brianazzanellano" di Derek
Kolstad e impersonata da un granitico Keanu Reeves, si è guadagnata a
ragione negli anni lo status di cult. Se come intreccio le storie di John Wick
sembrano poco più di un videogame (e pertanto funzionano come firma massima di
cinema escapista da gustare senza troppi pensieri), il fascino di cui sono
impastate non lascia indifferenti. Merito delle tante scene d'azione concitate
e infinite, caratterizzate dallo sfoggio di curiose, complesse e innovative (ma quasi "credibili", per lo sforzo di esecuzione) arti-marziali
"fusion", che dai pugni e calci si allargano all'uso di armi da
fuoco e persino di armi-automobili. Merito di un encomiabile, potente e quasi
invisibile (e per questo "più potente") World-building, fondato
sulla descrizione di un affascinante, articolato e quasi "fantasy"
mondo-nascosto, in cui i killer, come i samurai giapponesi, vivono
rispettando un codici d'onore e hanno accesso a luoghi, donne, armi e ricchezze
inimmaginabili per l'uomo comune (al punto da essere considerati quasi una
casta sociale superiore). Merito di un Keanu Reeves sofferente e convincente
nel ruolo, tanto ginnico che drammatico, del killer stanco ma ancora
letale, con gli occhi infiammati come un diavolo e il passo inesorabile di un
terminator, costretto in ogni film a riprendere controvoglia una eterna vendetta
contro il mondo. Merito degli avversari spietati e "facili da
odiare" che gli si parano davanti, come Alfie Allen e Riccardo Scamarcio,
perfetti per giustificare nello spettatore la quasi orgiastica attesa del loro
inevitabile spappolamento. Merito delle femme fatale pericolose e
irraggiungibili che abitano il sottobosco criminale, come la sinuosa e senza
onore Adrianne Palicki, la cazzuta e algida killer non udente di Ruby Rose, una
Claudia Gerini regina del crimine decaduta (mai tanto sexy). Merito di
un cast stellare di supporto (usato con intelligenza come nella saga di
Underworld) che ha nel tempo annoverato attori di prima grandezza come John
Leguizamo, Willem Dafoe, Michael Nyqvist, Ian McShane, Laurence Fishburne.
Merito di una ambientazione suggestiva e "verticale", quasi di stampo
dantesco, che dai piani alti di alberghi lussuosi, scende tra le strade
cittadine, arriva tra i fumi e la musica di losche discoteche, prosegue tra i
cunicoli delle fognature, giù fino nelle catacombe, nelle viscere della storia,
dove i potenti nascondono i loro tesori o si beano delle loro terme personali.
Stahelski, Leitch e Kolsdat hanno poi preso questa formula e l'hanno
brevettata. L'hanno "supereroizzata" nel corto Deadpool: No good
dead, che ha spinto la Fox a produrre il film su Deadpool (sul cui sequel sarà
alla regia proprio Leitch) e lo hanno declinato, invero con pochissime
differenze, nello "storicamente fantasy" Atomica Bionda, che è forse
il film più riuscito dell'anno scorso. Inutile girarci intorno, questa gente la
amiamo e siamo contenti quando fanno capolino con qualche nuovo progetto in cui
hanno tutta l'intenzione di trasmettere il loro stile fumettoso quanto
energetico, unico, sexy e sempre amabilmente disimpegnato. Nel futuro prossimo
venturo Leitch dovrebbe dirigere lo spin-off di Fast'n'Furious con
Statham e The Rock. Stahelski dovrebbe essere impegnato nel reboot di
Highlander e nell'adattamento su schermo del fumetto Kill or be killed di Ed
Brubaker (in Italia in volumoni per Oscar Ink, prendetelo che è figo). Kolstad
dovrebbe gestire il "mondo nascosto", invero già molto affascinante
di suo, della serie TV basata sul videogame Hitman.
Ma il
loro impegno più recente è il terzo capitolo della saga che ha reso tutti e tre
celebri, John Wick 3, in uscita a maggio 2019 e di cui in questi giorni sta
iniziando la produzione. E la carne al fuoco è tanta.
John
Wick 2 terminava con il più incredibile dei cliffhanger, scaraventando il
killer di Reeves in una situazione limite dalla quale pareva impensabile una
qualsiasi via d'uscita. John Wick 3 dovrebbe idealmente partire subito dopo
quegli avvenimenti, raccontando la fuga impossibile del nostro eroe da un
intero mondo che gli dà la caccia. Il cast dei precedenti capitoli è tutto
interamente confermato ed è stato pure ampliato. Torna il killer-ronin
interpretato da Common, torna Ruby Rose, torna il potente direttore del
fantomatico e leggendario Hotel Continental (Ian McShare), torna il signore
dei killer-homeless (Lawrence Fishburne). Arrivano attori interessanti ad
arricchire il pantheon narrativo, come Halle Berry, Anjelica Huston, Asia
Kate Dillon e Jason Mantzoukas, ma soprattutto arrivano dei combattenti
interessanti. Attendo Marc Decascos, che era un grande ai tempi di Crying
Freeman, passando per il Corvo 2 e Il patto dei lupi, ma poi si è un po' perso
di recente. Attendo Tiger Chen, storica controfigura di Reeves, da
Reeves stesso diretto in un Man of tai chi in cui a livello di skill atletiche
di dimostra un autentico mostro di tecnica (a livello recitativo è invece
mostruoso per motivi del tutto diversi e non troppo lusinghieri). Attendo Yayan
"Mad Dog" Ruhian e Cecep Arif Rahman, due dei più temibili (e
spettacolari) avversari di Iko Uwais nella saga The Raid, una serie che per coolness
e filosofia action ha molto il comune con John Wick. Con queste premesse,
non vedo l'ora di tornare a vedere Reeves in sala. Il nostro eroe si applica
sempre con molta dedizione nella preparazione nelle scene di arti
marziali, è ancora allenato dai migliori e ha a questo giro come sparring -
partner nei combattimenti degli autentici mostri di bravura. L'età di
Keanu già nel primo John Wick si faceva sentire e il respiro affannato che
accompagnava molti dei combattimenti era autentico, questo terzo film sarà una
bella prova per il suo fisico. Ma proprio per questo la saga di John Wick, al
di là della splendida cornice fumettosa in cui è calata, ha un valore in
più. In quel fiato corto, sudore e nella ricerca costante di uno stunt che
possa risultare credibile più che spettacolare risiede l'impegno e la
dedizione che l'attore riversava da sempre nell'interpretare il gladiatore
moderno e decadente che di fatto è il suo John Wick. Appena avremo un trailer
tra le mani, ve lo faremo sapere. Intanto vi invitiamo al recupero della saga,
di Atomica Bionda e dell'ultimo Deadpool. Se cercate qualcosa di disimpegnato,
divertente ma "sincero", sono le scelte giuste.Non scordate mai i
pop corn.
E diamo un occhio al trailer di The
Predator, il nuovo film della saga dell'alieno - cacciatore per la regia di
Shane Black
Bah... non è che mi sia salito poi l'hype a mille. Mi fa
specie, perché qualsiasi cosa riguardi l'alieno con i rasta della 20th
Century Fox in genere mi conquista senza problemi. Persino i prodotti legati al
brand più smaccatamente "slasher"come Alien vs Predator 2: Requiem (invero, più simili a un b-movie di Venerdì 13 che ad Alien) o come il videogame
Mortal Kombat X sono in qualche modo riusciti a solleticarmi di più di questo
primo assaggio del nuovo film di Black. Spero davvero che ora di settembre
escano dei trailer migliori e più convincenti, perché pur partendo io da
standard bassissimi per apprezzare un nuovo prodotto qualsiasi su Predator,
fosse anche un dentifricio al sapore di senape, (vi devo davvero ripete
dopo due righe che mi è piaciuto "abbastanza" anche Alien vs predator
2: Requiem?) davvero ci ho trovato poco di entusiasmante in questo primo
assaggio dell'attesissimo reboot/sequel/remake (non si è ancora capito)
cinematografico. A essere generosi sembra un Jeepers Creepers o una versione di
Alien vs predator 2: Requiem (e ridaje...) senza l'alien; in pratica la nuova
ennesima iterazione del film sul mostro che semina caos nella provincia
americana, con la conta dei cadaveri che sale fino ai titoli di coda e con un
protagonista, Boyd Holbrooke, che si segnalava fin dai tempi di Logan per
l'innata antipatia che irradiava da ogni poro. Davvero voglio aspettare
settembre per vedere un film su quattro tizi "cattivi cattivi" che un
alieno con i rasta un giorno decide di fare a pezzi mentre si trovano su un
autobus giallo?
Preciso, quattro tizi cattivi cattivi cui si aggiunge
un bambino con mantella gialla che riceve per halloween una specie di armatura
da guerra predator per uno strano errore di Amazon?
Shane Black, con tutta la stima che posso avere per te
in quanto membro del cast originale del primo Predator, mi spieghi checcavolo
di film hai girato? Internet, ormai il posto dove trovi più pettegoli che
amanti del porno, dice che il terzo atto del film è andato così male ai test
che oggi stanno rigirando e post-producendo tutto, con la data di uscita che è
saltata da gennaio o marzo fino ad agosto e (forse, non confermato del tutto)
settembre. Queste prime immagini non ispirano molto, mi irritano per lo più per
Holbrooke e il taglio di capelli che gli ha consigliato il suo
parrucchiere e e mi lasciano un senso di nausea autentica davanti a quel
terribile nano con la mantellina gialla... che temo passerà indenne tutto il
film (come i da me odiatissimi superbambini di Jurassic Park) e ce lo
troveremo fino ai titoli di coda. Vabbè che in fondo pure in Alien vs Predator
2: Requiem una bimba con visore notturno ci stava... ok, sto superando la
soglia di "citazione gratuita" per quell'amabile filmaccio... se lo
cito di nuovo o distruggo l'articolo o mi faccio pagare da Fox per
pubblicarlo.
L'alieno
rasta brutto e cattivo comunque c'è e sembra ben realizzato. Il fatto che, come
dica la scienziata nel trailer, l'alieno "assimila da altre razze,
progredendo" mi sembra una cosa più da Borg di Star Trek e in genere un
concetto lontano dallo spirito predator di "passare il week end a sparare
a qualche culturista", ma tant'è.
È solo un trailer, per ora è
"solo" un brutto trailer e ora di settembre può capitare e cambiare di
tutto. Possiamo quindi ancora fantasticare che si tratti della vera ripartenza
della serie dopo quel Predators girato ormai nel lontano 2009 (ammazza quanto
passa il tempo). I predator sono personaggi misteriosi e affascinanti, un po'
assassini e un po' samurai, un po' primitivi e un po' ipertecnologici, un po'
eroi e un po' stronzi, un po' bambini in cerca della prova iniziatica e un po'
sagge divinità extraterrestri. Insomma, sono così strani e contraddittori per
look e "cultura" che ci puoi farci quello che vuoi e non sbagli mai.
Li ho apprezzati un po' in tutte le salse e devo dire che quando voglio un film
disimpegnato da vedere, pieno di azione e cattiverie gratuite, è facile
che pesci dal mucchio un Predator. Certo sono tutti film che fanno intravedere
ogni volta qualcosa di interessante (come l'interno di un'astronave, un intero
pianeta alieno dedicato alla caccia e scampoli di una società basata su caste,
riti di passaggio e onore) per poi ridursi per due ore al solito gioco del
nascondino con poche variazioni sul tema. Sarebbe bello per una volta che
venissero utilizzati in modi diversi, magari in film che li mettessero al
centro di epopee techno-fantasy alla Conan il Barbaro, ma sembra che alla Fox
basti il solito slasher movie e il massimo che sono disposti a sganciare per la
produzione è l'equivalente di una ventina di monetine per il carrello di Esselunga. Per questo The Predator sono state fatte però delle promesse
"in grande", prontamente smentite da ogni immagine presente in questo
trailer. Speriamo di essere smentiti e che se slasher b-movie deve essere anche
questo, sia almeno divertente. Che tanto poi in home video io lo vedo uguale,
ma questo non fa testo. E voi cosa ne pensate? Riusciremo mai ad avere un film
di Predator che ricordi almeno alla lontana il videogioco capcom che vi linko
qua sotto?
C'è un
intero universo da esplorare là fuori. Un'infinità di mondi e razze tra cui
scovare personaggi non legati per forza a livello affettivo o parentale a
precedenti protagonisti di Star Wars, personaggi con nuove storie da
raccontare. Salvo il fatto di avere come protagonista una versione giovane del
personaggio reso celebre da Harrison Ford, Solo riesce a portarci in mondi
nuovi e accattivanti. Pianeti futuristici fatiscenti pieni di povertà e soprusi
e pianeti in salsa western con diligenze da assaltare che fanno tornare alla
memoria il pirata spaziale di Matsumoto. Se risulta evidente che a capo della
malavita spaziale non possano esserci che vermi spaziali, la maggioranza dei
personaggi si muove sul confine tra bene e male in un cosmico triste e
variegatamente privo di eroi e di fede (nella forza, ovviamente), dominato
unicamente dalla sorte e di conseguenza dal gioco d'azzardo. Tra le stelle c'è
solo miseria e un impero spaziale pronto a polverizzare pianeti dal giorno alla
notte. L'unico sogno possibile per chi nasce poveri nei bassifondi di un
pianeta sovrappopolato e sovra-criminalizzato sembra racimolare i soldi per
prendere un'astronave e volare via, verso i confini non ancora esplorati
dell'impero, a cercare un posto dove poter vivere felici e imparare a suonare
una chitarra spaziale. Solo che i soldi possono darteli i gangster
spaziali, persone con dalle quali, una volta che sei in affari, non riesci a
liberarti più.
Pur
seguendo alcune delle più classiche e spesso buffe regole dei film di Star Wars
(gli alieni buffi che cantano nei bar malfamati e le immancabili scenette dei
travestimenti fisici o vocali su tutti), Solo presenta un contesto concettualmente più disperato, carico tanto di pathos da crime hard - boiled
che degli scenari più tipici del western crepuscolare. Tra sparatorie, doppi
giochi e regolamenti di conti dietro oggi angolo, in Solo non mancano indiani
d'America spaziali armati di cavalli volanti e maschere rituali (capitanati
dal misterioso Enfys Nest), cattivi e complicati pistoleri/maestri in luogo
dei nobili Jedi (un grande Woody Harrelson), avvenenti femme fatale da saloon
(la bella Emila Clarke che nel look strizza un occhio a Leia), minatori e
galeotti relegati ai lavori forzati, gli immancabili fuorilegge e i gambler
sbruffoni da tavolo da gioco (tra cui si annidano per
"vizietto" anche Lando e Han). Ci si diverte sul "fronte
western" e almeno una bella scena di "assalto al treno"
rimane impressa, ma in fondo per me a livello visivo "non si vola
mai troppo" e molti degli aspetti più riusciti della pellicola rimangono
più a livello della scrittura dei personaggi, particolarmente valida nella
prima parte della pellicola. Molto belli e potenti i ruoli femminili (umani e
non), che surclassano per eroismo e valori una triste carrellata di maschietti
per lo più infidi, codardi e piagnoni se non proprio muti e da tappezzeria (genere "tappeti" anni '60). Molto arzigogolata è originale la rete
criminale che opera a livello intergalattico progettando piani alla Breaking Bad
intergalattici. Ci si diverte ma si ride pochissimo. Si vede che l'epurazione
di Lord e Miller, rei di aver reso la sceneggiatura troppo divertente per gli
standard, ha dato i suoi frutti e di fatto ha reso eccessivamente serioso un
film che avrebbe avuto le carte per declinarsi come un nuovo Guardiani della
Galassia. Ron Howard dirige con mestiere, ma era decisamente più Lucasiano e
spensierato in Willow. E se a pensare a Howard e Lucas insieme viene alla mente
American Graffiti e le sue corse nella notte tra fiammanti auto sportive fa un
po' specie quanto poco feticismo per i veicoli trasmetta questo film. Il
Millennium Falcon ha le sue scene ma la carrozzeria dell'astronave si vede poco
e le inquadrature sono per lo più spese nel riprendere i protagonisti in cabina
di comando e nel riprodurre un paio di alloggiamenti topico/iconici senza una
particolare passione/ossessione nell'esplorare di più la strumentazione di
bordo e senza la volontà di portarci nelle stanze segrete del Falcon che
ancora non abbiamo visitato. Avrei voluto vedere di più l'astronave più veloce
della galassia in un film come questo, goderne degli ingranaggi più nascosti in
scene di pistoni ed energia quanto un Fast'n'furious. Avrei voluto stare più
tempo con l'Han delle prime scene senza subire un salto temporale repentino
che va rapidamente a cancellare una fase della sua vita che poteva essere
gustosa e caratterizzata da spot sul reclutamento eccessivo/sarcastici che
parevano usciti da Starship Troopers di Paul Verhoeven. Non mi è affatto
dispiaciuto questo film, l'ho trovato originale nell'ambientazione e per
certi versi coraggioso nel scegliere di rappresentare un contesto narrativo
meno epico e più contorto. Mi sono piaciuti anche gli attori, che hanno
ribaltato con una recitazione appassionata molti dei preconcetti che mi
ero fatto sul film. Lo spettacolo visivo mi ha ovviamente convinto e su questo
aspetto non avevo mai avuto dubbi, ma Solo mi rimane in testa come
un film irrisolto, che necessita (anche per precise scelte di regia) di avere
una continuazione per riuscire davvero a definire il personaggio e questo suo
strano mondo in una galassia più lontana lontana del solito. Sembra che Alden
Ehrenreich abbia firmato per tre film e se così fosse credo di poter rivedere Solo
in una prospettiva diversa, ma credo che soprattutto in questo caso sarà il
botteghino a decidere il seguito delle sue avventure. O per lo meno sogno un
terzo Star Wars Story, magari come vociferato su Obi Wan, in grado di fare luce
e completare parti della trama qui rimaste ancora aperte e che il quel film si
amalgamerebbero bene come il cacio sui maccheroni (magari implementando pure
un certo personaggio impersonato da Forest Whitaker in Rogue One). A questo
punto auspicherei volentieri un terzo Star Wars Story che completi i primi due
film come una vera e propria trilogia (magari collocandosi temporalmente tra
Solo e Rogue One).
Mi
aspettavo un'avventura tra i mostri spaziali e mi ritrovo un film quasi
drammatico e dai contorni sfuggenti. La Lucas/Disney mi ha spiazzato come
sempre ma il cambio di volto di Han Solo è stato meno traumatico del previsto.
Il ragazzo ha preso in pieno lo spirito del pirata spaziale e ne imita cuore e
movenze con una naturalezza che sulla carta non credevo possibile. Un plauso al
vanesio e scorretto Lando di Donald Glover, in grado di rubare la scena a tutti
con le sue mossette e inaspettate fragilità. Immenso Woody Harrelson nel ruolo
dello "Yoda che si meritava Han Solo", un pistolero leggendario che
sa ruotare le pistole come gli eroi dei fumetti ma che nasconde molti lati
d'ombra, bravo come sempre Paul Bettany e incisiva, anche se in una piccola
parte, Thandie Newton. Sempre carina Emilia Clarke, premio comparsata da
applauso a Warwick "Willow" Davis, che è sempre un immenso piacere
vedere in uno Star Wars. Magnifica l'androide L3 -37 doppiata in origine da
Phoebe Waller-Bridge, che da oggi ha un posticino nel mio cuore (e spero
presto sulla mensola del modellini) vicino a K2-SO di Alan Tudyk.
Se amate
Star Wars o meno io un giro in sala lo farei, ma con la voglia di essere
stupiti da qualcosa di diverso più che con la speranza di trovare i vecchi
ambienti e i vecchi amici.
Che la
forza sia sempre con il mio amico Gianluca, che attraverso la sua passione per
Star Wars riesce sempre a contagiarmi e farmi tornare bambino per due ore una
volta all'anno.
Il
professor Speranza (Giuseppe Battiston) insegue la "speranza" di
andare lontano dal liceo romano in cui insegna storia e dirigere un film
importante sulle sue origini (da parte di nonno) armene. Il
"paradiso" per il dott. Paradiso della truffaldinamente inventata
Tindaro Productions, è riuscire a intascare, con l'aiuto di un politico
compiacente, delle sovvenzioni europee che si attiverebbero iniziando le
riprese di un film italiano in Armenia. Non serve per intascare che il film
arrivi a conclusione, basta che "parta". Così l'intrallazzatore, con
l'aiuto di un suo "generale sul campo" (Barbara Bubulova),
manda in Armenia una piccola armata brancaleone cinematografica, per lo più
composta da gente disperata incontrata per strada, allo scopo di fare i primi
sopralluoghi della fantomatica pellicola. C'è un elettricista (Claudio
Amendola) che è pronto a riciclarsi come tecnico luci, c'è un fotografo un po'
troppo fumato è pieno di debiti (Luca Argentero) che potrebbe essere un
ottimo direttore della fotografia "perché ha la faccia giusta", c'è
una ragazza un po' coatta e un po' evaporata che si prostituisce in periferia
che avrebbe la faccia giusta per la protagonista di Speranza, una giovane donna
armena con una forte empatia per i cavalli. È tutta una truffa ma Speranza ci
crede così tanto che parte anche lui, trovando in Armenia anche un paio di
membri extra per il team, una ragazzina punk incinta e uno specie di
"sherpa" che parla una lingua incomprensibile e veste pesantemente con
delle pelli di animali pelosi vari. Destinazione come "base riprese",
l'hotel Gagarin, avvolto nel niente artico a due passi da una centrale
nucleare. Dopo un mese scoppia la guerra e la troupe è costretta a stare in
albergo, poco dopo si scopre la truffa e il produttore Paradiso scappa in un
paradiso fiscale, segnando tutti i contatti con quei disperati che un po' si
dispereranno, un po' si innamoreranno, un po' si perderanno tra la neve e
un po' scopriranno su se stessi cose che non sapevano. Incredibilmente, inizieranno
tutto a lavorare insieme alla ricostruzione del teatro abbandonato collegato
all'hotel. Poi arriverà qualcosa che finalmente accenderà la speranza che tanto
stava "attaccata" al nome del professore. Da un villaggio vicino
arriva un omino che dice di aver sempre voluto essere Yuri Gagarin. L'omino
chiede alla troupe cinematografica se può realizzare il suo sogno e loro fanno
"qualcosa": tra assi e trucchi di scena e un po' di green screen,
l'omino si sente in un sogno in cui lui impersona Gagarin. Felice, l'omino
diffonde la voce che all'hotel Gagarin realizzano sogni. Il giorno dopo tutto
il villaggio fa la coda per farsi realizzare dalla troupe italiana il proprio
sogno personalizzato.
C'è
un'idea di cinema escapista controvoglia che ci rimanda al Mediterraneo di
Salvatores, con analoghi eroi dimenticati" che ritrovano un senso alla
propria esistenza in un paese lontano dall'Italia. C'è un'idea di cinema che
intesse i sogni con tanta buona volontà e cartapesta che rimanda ai geniali e
"analogici" film fatti casa del Be Kind Rewind di Michel Gondry. Nel
mezzo c'è un po' di confusione generale sulla giusta direzione da dare alla
pellicola, che la fa perdere lo spettatore in sotto-trame poco
sviluppate e non gioca bene, se non letteralmente nei "titoli di
coda", la carta surreale alla Gondry. A sovrastare il tutto, una colonna
sonora invadente che cosparge di melassa e uccide ogni ritmo narrativo. Sono un
po' arrabbiato. Per molta della visione, fino a quei titoli di coda
"salvifici", mi è sembrato di assistere ad un film-truffa che parla
della realizzazione di un film-truffa senza avere con me la giusta ironia (che
dovrebbe sempre esserci!!) per apprezzare il contro-pacco, come avrebbe detto
Nanni Loy. Non è colpa degli attori, tra cui un ottimo Battiston, un Amendola
un po' compassato e un Argentero forse spaesato ma simpatico. Non è colpa della
location, perché è bella ed evocativa, anche se un occhio attento (che non
deve per forza essere di Wes Anderson) avrebbe aiutato a valorizzarla di
più. È la scrittura il punto debole, laddove ci priva senza un motivo chiaro di
un possibile (e da me sperato) cuore emotivo del film. In sintesi, i
personaggi passano dall'essere dei dilettanti assoluti a "creatori di
sogni" senza che ce ne accorgiamo e senza che, fino alla fine, ci sia
concesso di avvertire un anche minimo mutamento in loro. Vediamo questo fiume
in piena di gente che arriva all'hotel per "realizzare il loro
sogno", immaginiamo delle meccaniche alla Be Kind Rewind, ma non vediamo
mai la troupe che lo realizza concretamente. È come se il film avesse la parte
più interessante che all'ultimo è finita tra le forbici del montaggio. In
Mediterraneo, per fare un parallelo, vedevamo il tenente Montini (Claudio
Bigagli) che restaurava la chiesetta locale alla bene e meglio, inserendo sui
murali "a fare i pastorelli"i volti dei suoi amici. Qui non vediamo
in una singola scena Battiston che dirige un film o Argentero o Amendola
con le luci. Abbiamo una scena con l'attrice in scena di mezzo minuto al massimo
e in genere non c'è mai un guizzo (quello che c'era a frotte in Gordy) che ci
faccia sapere che la nostra armata Brancaleone cinematografica è davvero in
grado di fare qualcosa di buono. Mancando questo aspetto io non riesco proprio
ad appassionarmi a questi personaggi, che per altro non sono nemmeno messi
nella condizione di esprimere appieno i loro sentimenti perché sovrastati di
continuo da una colonna sonora invadente e mellifua che ne copre i dialoghi (l'ho già detto, qui lo ribadisco). Rimane una grande idea di fondo, quella che
l'arte sia in grado di permettere di sopravvivere anche alle guerre, concetto
alto urlatoci anche da Boccaccio e Shakespeare e qui ripreso con garbo, sul
finale, con un'ottima intuizione (e non copia) alla Gondry. Però il lavoro poteva
essere più solido con un piccolo sforzo in più e il rammarico finale è forte.
Argentero e Amendola, dopo Noi e la Giulia del 2015, sono di nuovo insieme in
un film dal grande potenziale inespresso che parla di fughe, parla di seconde
occasioni, parla di amicizia ma alla fine si perde nel parlare di tutto, ma
troppo poco. Peccato.
Talk0
P.S. O forse il film ci ha preso tutti in giro,
facendoci pensare fino alla fine che i suoi personaggi fossero in realtà
diversi da quanto ci saremmo aspettati, mostrandoci che anche dalle premesse
più ostili può nascere l'arte. Mi piace che si possa leggerlo anche in questo
modo in fine ed è interessante poterci ragionare sopra.
Il
mercenario invulnerabile e ultra-letale Wade Wilson (Ryan Reynolds), il
mutante più scemo, incompreso ed eroicamente romantico degli X-Men, alla
fine del primo film era riuscito a trovare in qualche modo il suo posto nel
mondo. Ma oggi, per festeggiare il capitolo 2 degnamente, viene precipitato
dalla sceneggiatura nella fase più bassa della sua vita, quella in cui tutto si
è tramutato in schifo e lui è l'unico responsabile delle sue recenti sventure.
Tutto è perduto, Vanessa (Morena Baccarin) non c'è più, perfino l'impegno nel
dimostrarsi una persona migliore non viene ripagato. Per di più c'è un
altro attore con cui dividere il minutaggio su schermo, un attore che per altro
ha interpretato di recente Thanos, rubando la scena a tutti gli eroi Marvel/Disney
in un film solo: Josh Brolin. Brolin è Cable, un soldato mutante e cybernetico
che arriva dal futuro come Terminator in cerca di una sua Sarah Connor, nello
specifico un mutante di nome Fire-Fist (Julian Dennison) che negli anni
diventerà una minaccia per l'umanità stile fanatico religioso alla Manson. Se
Fire-Fist è il male, Cable è la sua cura e la affronterà da eroe serio come gli
X-Men più seri, da eroe mutante di razza tragico, irrisolto, distrutto,
incazzato, con famiglia distrutta alle spalle, voglia di vendetta, sguardi
truci e corpo devastato. In più è pesantemente armato e il suo potere
mutante lo rende letale e inesorabile come un carro armato umano. Solo che
Fire- Fiat è di fatto ai giorni nostri solo un ragazzino mutante sovrappeso di
nome Russell, una vittima perenne di bulli e molestatori seviziata per anni tra
le mura di una casa di rieducazioni per mutanti prima e all'interno di un
complesso di sicurezza poi. Russell sarebbe il classico ragazzino che gli X-Men
dovrebbero aiutare: incompreso, in cerca di affetto, spaventato, dal grande
potenziale ma generoso. Solo che i mutanti hanno guardato altrove fino ad ora e
lui sta crescendo davvero male. Così male che Deadpool, che si imbatte
per caso in lui, ci si riconosce tanto da trovare se stesso e
volerlo aiutare. Così Deadpool e Cable finiranno per trovarsi uno contro
l'altro. Il primo convinto del fatto che Russell potrebbe non diventare il più
pericoloso criminale mutante del futuro, il secondo convinto che uccidendo
Russell adesso potrebbe fare qualcosa di buono quanto uccidere un piccolo Adolf
Hitler quando era ancora in fasce. Ma visto che il mutante corazzato è un osso
davvero duro e ha più presenza scenica di un cattivo con il nome di un
detersivo, Deadpool a questo giro avrà bisogno di creare una sua squadra,
magari dal nome meno "sessista" di X-Men e di tutta la "fortuna
mutante" che può offrirgli una supereroina come Domino (Zazie Beetz) Chi
avrà la meglio? Ma, soprattutto, vedremo di nuovo a supporto di Wade qualcuno
degli X-Men? In gioco non c'è solo il futuro dell'umanità, ma anche il
riconoscimento della musica dubstep.
Deadpool
2 arriva al cinema negli stessi giorni di quella che è forse l'espressione
massima (per alcuni, la minima) del fumetto supereriostico americano di
massa, ossia quella colorata e fracassona Royale Rumble di Avengers Infinity
Wars, pellicola spacca - record al botteghino nonché il
massimo-crossover-supereroistico-immaginabile-in-assoluto-wow-paura dai nerd
fin dal 2008. Infinity Wars è la celebrazione finale del fumetto supereroistico
nel senso più classico e disimpegnato e poteva contrastarlo in sala solo
qualcosa che apparisse altrettanto disimpegnato. Chiaro che la Fox non aveva
davvero voglia di combattere Thanos e la politica Marvel/Disney del "volemose
bene" con i pipponi classici del film X-Men "politicamente
impegnato" sulla emarginazione, i vaccini, razzismo, diversità
di genere, antisemitismo, valore della scuola e annessa critica sociale
ponderata sulla storia, i valori americani, la religione ecc. ecc.ecc.
Ovviamente era meglio che arrivasse Deadpool con il suo carico di cretinate,
battutine e battutacce e la sua filosofia da cartone animato vietato ai minori
pieno della azione e delle teste mozzate che fanno impazzire ogni teenagers.
Ma ancora una volta, e sempre inaspettatamente, Deadpool arriva in sala ed è
pronto a sorprendermi oltre le aspettative, dimostrando di essere più della
somma di singoli sketch cretini e delle scene con gli stunt-man con cui appare
assemblato. Gli autori di John Wick, Atomica Bionda e del capitolo uno di questo
curioso anti - eroe hanno classe e anche questa volta riescono per me ad alzare
il tiro. Sotto una azione a rotta di collo, esaltante, incessante e
spassosa da vedere (e per me da rivedere in home video all'infinito), sotto
una montagna incantata edificata da migliaia di battute grevi e più o meno
spiritose e/o scorrette (che però non so se funzioneranno un domani, quando i riferimenti culturali per capirle magari saranno più gravosi), sotto
gli effetti splatter esagerati e le infinite allusioni sessuali e
sessiste Deadpool non si dimentica affatto di essere un film sugli X-Men.
E io da estimatore degli X-Men godo. Godo perché, sbucciando il film dalle sue
fesserie più immediate, ritrovo la splendida costruzione della relazione
sentimentale tra Wade e Vanessa (aspetto che dava già al capitolo un un
realismo invidiabile per un cinecomic), leggo una critica sensata e seria alle
istituzioni (reali) che dovrebbero "rieducare" e trovo una tragicità
di fondo nei personaggi che riesce a commuovermi in modo genuino. Brolin con la stessa naturalezza con cui indossava i panni digitali di
Thanos riesce a infondere umanità e potenza a un ugualmente monolitico e assurdo personaggio come Cable, trasformando la sua incursione ai giorni
nostri in una "bella" copia (ovviamente ultra - citazionista) di
Terminator. Reynolds ormai quando indossa la tuta rossa di Deadpool riesce ad
assomigliare quasi il migliore Jim Carrey, quello che dopo una faccetta
stupida ti ammazza con uno sguardo drammatico che ti prende il cuore. E se il
lato action funziona come nel primo film grazie a stunt-man ed effetti speciali
molto ben integrati, se il lato citazionista/battutaro c'è sempre e
funziona (anche se sulla "tenuta nel tempo" dello stesso ho i
miei dubbi), se il lato più "drammatico" funziona pure lui (e per me
pure meglio), l'aspetto più prettamente grottesco è quello che davvero mi fa
amare il film, da brutto quarantenne appassionato dei filmacci action -
splatter anni '80 quale sono. Senza fare spoiler (perché è pure una bella
sorpresa) in questo film c'è un personaggio che se ti dice "ti apro in
due", poi lo fa veramente. È incredibile come l'esito pratico di questa
battuta faccia rimanere sconvolti e renda di colpo credibili tutte le minacce
dell'area "ti stacco le braccia e ti ci meno", ma la sequenza
che segue "all'esito dell'apertura" è, se vogliamo pure, più
sconvolgente per il modo grottesco con cui è gestita (e pure a lungo), in un
vero tripudio di amabilissimo cattivo gusto. In alcuni punti del film sembra
davvero di guardare quasi Il Vendicatore Tossico della Troma, tanto
le scene trasudano di divertimento e di una scorrettezza visiva carica di arti
maciullati, vomiti acidi, gente con lo sguardo da matto e splatteramenti
più o meno ricercati a imbrattare le superfici piane. L'aggiunta di un
personaggio come Domino, in grado di manipolare la fortuna, trasforma poi tutte
le sue scene in sequenze sullo stile dei Final Destination più elaborati e,
ovviamente, splatter. Oggi c'è questa mania di fare film sugli anni '80,
Deadpool 2 "è" un film action sullo stile degli anni '80, tra Commando
e Terminator senza dimenticare una punta di Troma. Sul lato più smaccatamente
nerd, c'è una battuta sul fatto che Cable si porti sempre dietro un marsupio
che è la madre di tutte le prese in giro al personaggio creato da Liefeld. Da
lì in poi per un periodo infinito tutto gli eroi di Liefeld avevano diecimila borse, borsine, cinturoni, zainetti, cartucciere e oggettistica varia
"porta qualcosa" disseminata perennemente sui loro costumini
colorati. Tutti porta-accessori senza senso che di fatto non venivano mai
utilizzati e su cui tutti ci domandavamo un po' il contenuto, erano per lo più
una sboronata del tipo "se Batman ha la bat-cintura, io sono più figo
perché ho bat-cinture su tutto il corpo". Ecco Cable ha un marsupio... e lo
apre!! I cultori poi dei fumetti più recenti non di saranno fatti sfuggire
l'orsacchiotto che il mutante corazzato porta con se, compreso il nome di chi
dovrebbe esserne la legittima proprietaria. Anche se sui "dettagli
di sotto-trama" qui non si va mai in fondo, ci sono nella pellicola
disperse mille chicche che rimandano dirette a personaggi X-Men nella
loro incarnazione più fumettistica che cinematografica, roba che dimostra una
certa competenza e amore della materia. Il primo film di Deadpool funzionava
bene ma tradiva un budget limitato e un villain un po' al di sotto delle
aspettative. Deadpool 2 migliora tutto, acquisisce un character di peso e bravura
come Brolin e getta le basi del già annunciato film sulla X-Force. Nel processo
non viene perso lo spirito anarchico, la sgangheratezza e il divertimento senza
i quali di fatto Deadpool non sarebbe quello che è. A quanto pare i film di
supereroi hanno ancora tanto da dire e tanto di cui farci divertire.
Talk0 p.s.: e vi invito a non commuovervi almeno un po' mentre sentite questo pezzo degli A-ha
Mentre vi ricordo la vera filosofia che dovrebbe accompagnare la visione di ogni film di supereroi, esposta da Deadpool stesso in questo contenuto promozionale per il film Logan.
Spesso i costumi distraggono troppo da quello che un eroe dovrebbe fare veramente!
Antione
(Arnaud Ducret) e Jeanne (Louise Bourgoin) sembrano la coppia perfetta, al
punto che non sembra vero fin dal primo incontro. Lui è uno scapolone gaudente
e spensierato con un lavoro affermato e una bella casa in affitto in centro.
Lei è una ragazza timida e affascinante che grazie a un gioco del destino si
trova ad essere la sua nuova coinquilina e parrebbe destinata ad esserlo per molto
tempo. La casetta diverrà trombodromo e noi spettatori ci aspettiamo a vedere
una versione divertente di Ultimo tango a Parigi (di recente restaurato e di
nuovo al cinema, andate a vederlo se lo avete perso)? No amici miei. Il
film non è questo ma una "commedia coi nani". Sì fratelli, avete
letto bene. I nani.
Specifichiamo, perché non parlo di roba fantasy o del
popolo piccolo, parlo dei "bambini" e del cinema che guarda ai
bambini con stupore e indulgenza per farci "tornare a essere
bambini", allestendo scene impossibili di distruzione e bullismo domestici
in cui i suddetti non sono di fatto rappresentati come creature umane e
simpatiche (se non nell'ultima parte della pellicola in genere), ma come
"nani bastardi e petulanti". Omini odiosi (se non nell'ultima parte
della pellicola in genere) a cui auguri di vedere la gente morta. A
proposito, se volete vedere una commedia con bambini in cui compare un fantasma
per davvero, non perdetevi il sequel del remake americano di una commedia
francese con bambini come questa (ma con bimba simpatica) al secolo Tre
uomini e una culla. Il film è Tre scapoli e un bebè.
Guardare al secondo 43 dietro alla tenda. Ecco in
genere i film di questo tipo mi interessano solo se si trovano in rete su di
loro delle urban legends su presunti fantasmi reali comparsi a schermo. Perché
i film con i bambini che fanno i piccoli anticristo (fino all'ultima parte
della pellicola in genere), saga di Jurassic Park in testa, io li detesto.
Chiarito questo doveroso e personale problema del mio carattere, Famiglia
Allargata è esattamente un film di questo tipo. Antoine scopre in una scena (ma voi dal trailer e dalla locandina dovreste averlo capito prima) che la sua
nuova coinquilina ha due figli piccoli che si porterà nel nuovo appartamento
condiviso con il nostro scapolone protagonista. È una ragazza separata in fondo
dal cuore d'oro, lo scapolone non ha le armi giuste per difendersi dalla
"home invasion" dei nani ed ecco che inizia l'inevitabile convivenza,
che si svilupperà nell'inevitabile conversione dello scapolone nell'uomo
perfetto con cui costruire una solida famiglia francese. Nel "mentre"
c'è il film, e devo dire che pur nella sua struttura prevedibile sa essere
gustoso e riesce a farsi vedere senza troppi patemi. Lo scapolone è simpatico
nel modo con cui resiste indomito al suo voler continuare a essere il
bambinone numero uno della magione. I bambini, soprattutto nell'ultimo atto ma
in fondo anche prima, sono davvero amabili nella classica "lotta al
telecomando del televisore di casa" e la mammina divenuta single è il
classico carattere rigido che si stempera appena si scrolla di dosso tutte le
responsabilità del mondo e inizia a volersi più bene. La scena più dolce è la
classica vomitata etilica in cui sputa fuori, come in un esorcismo, la mammina
per bene che si è impossessata di lei. Il film quindi riesce e il percorso a ostacoli di questa genitorialità anomala ma funzionale riesce a dare anche un
bel messaggio. Consigliato. A patto che le home invasion con bambini le
sopportiate.