Newark, New
Jersey. Alcuni indiani d'America sono impegnati nella costruzione di
un palazzo. Vivono in una baracca costruita nel cantiere, arroccati
in pochi metri e tanti letti a castello. Poi degli spari. Poi una
porta si apre. Dei delinquenti entrano nella stanza e fanno una
strage. Eliminano possibili testimoni scomodi di un reato che si è
compiuto di lì a pochi metri, ma di cui i nativi americani non sanno
nulla. Mentre la maggioranza degli indiani nello stabile viene
colpita a morte da fucilate, mentre i criminali dispongono tutto per
un rogo dell'intera baracca, due di loro, che si trovavano nel bagno,
scappano all'eccidio e da subito vengono inseguiti quali superstiti.
Jeff Cardiff è un giornalista. Accorre nel cantiere dell'eccidio,
non crede all'insabbiatura predisposta dalla ditta appaltatrice che
vuole chiudere la questione parlando di una stufa che ha ucciso gli
indiani nel sonno provocando l'incendio, decide di indagare. Ma la
vita lo porta momentaneamente altrove. Luna che Ride, la sua nonna
indiana, è spirata. Jeff partirà quindi per un lungo e doloroso
percorso interiore alla ricerca delle sue radici, ma per questo non
rinuncerà a continuare la sua inchiesta. Perché sangue chiama sangue
e anche se solo in parte indiano Jeff ha un Cuore di lupo. Strano,
onirico, spiazzante.
Ambrosini continua nella sua missione di offrire
opere originali quanto profonde, distanti dai luoghi comuni del
fumetto. Opere che spiazzano, che molto si amano o molto si odiano, ma
che ad ogni modo non lasciano indifferenti. Cuore di lupo non si
sottrae a questa visione e offre davvero molto di più di quanto
traspaia a una lettura veloce. È un racconto sofferto, pieno di
personaggi delusi e perdenti che può magari richiamare alle
atmosfere filmiche dei fratelli Cohen. Ma dove davvero tocca e
rimane alla memoria è in ragione di un piano ulteriore di lettura,
quasi metafisico, non invadente ha che di fatto guida e unisce i fili
invisibili del racconto. Mito, fantasia, cuore. Ambrosini opera
sull'onirico per andare a descrivere con più forza le dinamiche
emotive, per dimostrare che la storia può essere in funzione dei
sentimenti e non viceversa. Facile pensare per gli affezionati di
Ambrosini a certe suggestioni “napoleoniche”, che tanto mancano
nel panorama fumettistico moderno. Quanto ci manca Napoleone, quanto
ci manca Jan Dix. Vi consiglio vivamente questo nuovo volume de “Le
storie”, tanto per l'unicità della storia quanto per i dettagli
delle tavole di Ambrosini, sempre dettagliate quanto peculiari, quasi
espressioniste, ruvide. L'unica punta negativa dell'opera risiede
forse in un livello generale non al top della forma del nostro
autore, ma il viaggio vale comunque il biglietto.
contiene un paio di piccoli e poco
significativi spoiler, roba che si vede al 90% già dal trailer
comunque
Come l'anno scorso
sotto Natale mi reco al cinema Odeon di Milano con il Maurino,
l'esperto tolkeniano di zona, ad assistere al rituale spettacolo
allegorico di Peter Jackson in salsa fantasy. Si guarda l'albero in
Duomo, la galleria Vittorio Emanuele stracolma di gente con pacchi e
pacchettini, si mangia una pizza di lusso. Anno dopo anno questo
piccolo rito assume sempre di più la fragranza tipica degli aromi
delle feste, quasi fosse l'anice stellato che insaporisce alcuni
dolci natalizi. Solo che l'anice stellato deve dare sapore per poi
essere tolto dall'impasto, o rischiate che la pietanza sappia solo di
quello e stomachi un po'. Allo stesso modo lo Hobbit è qualcosa che
va gustato senza soffermarcisi troppo, o si rischia che la pietanza
arrivi un po' indigesta. La sala presenta ovviamente oltre agli ormai
inevitabili occhialini 3d il tanto arcigno sistema di riproduzione in
HF già utilizzato per il primo Hobbit. A una seconda visione mi
pare che sia meno devastante, ma risulta una bizzarria che è tuttora
lontana dal piacermi.
Dove eravamo
rimasti? Gandalf tirava i dadi, faceva +6 e giocava la carta aquile
in posizione di difesa salvando i nani e l'Hobbit dalle grinfie delle
schiere dell'orco (fintissimo) senza una mano, così che i nostri
potessero continuare la loro allegra avventura finalizzata al
risveglio con incazzatura del drago Smaug (più o meno). Nelle ultime
battute del film precedente Bilbo si era casualmente (ma nulla capita
a caso per Tolken) imbattuto nella triste creatura Gollum ed era
riuscito con astuzia a sottrargli il suo prezioso tesoro, un anello
dal potere oscuro in grado di rendere invisibile chi lo indossi. Le
successive tappe del viaggio, per tre abbondanti e ammorbanti ore in
sala, comprendono un bosco oscuro verdeggiante, la solita stronza
magione elfica abitata da stronzi elfi (e qui ritorna lo stronzo
Legolas), una versione triste di Venezia in novembre abitata da
psicotici e infine la montagna del tesoro difesa dal (bellissimo)
drago digitale. Ok, iniziamo con slancio... cheppalle...
Nonostante in rete
c'è gente calva perchè ha con questa pellicola finito di strapparsi
i capelli dalla gioia, il film ripresenta, come la peperonata il
giorno dopo, tutti i più atroci difetti della pellicola precedente.
Salvo le canzoncine, grazie a Dio qui non si canta! Una trama
ampiamente imperfetta, tra una parte iniziale brusca dove dovrebbe
essere centrale, un tizio importante nel libro che si vede tre secondi
in tutto, un capitolo sugli elfi straripante di una noia mortale
(basta soffermarsi su sti elfi, hanno rotto!!! - frase ammorbidita in
ragione del fatto che abbiamo anche lettori giovani -), un capitolo
su Venezia superficiale e stupido fino quasi a essere irritante dove
tutto e tutti appaiono caotici o cretini (prima si detestano
cortesemente, poi si ignorano, poi si aggrediscono, poi complottano,
poi gli eventi precipitano e il tutto avviene in 6 minuti!!! Capisco
che si volesse mettere in questa pellicola il drago, ma aveva più
senso tagliare l'inutile parte sugli elfi rispetto a questa porzione
di trama! Spero che le scene aggiuntive della scontata versione
estesa home video diano maggiore logica agli eventi di questa
parte).
Tredici nani di cui non ci importa nulla e per i quali il
regista non fa nulla per renderli simpatici, salvo tre o quattro.
Gandalf, che per mascherare la sua indole over-powered (o in ragione
di un aumento richiesto dalla controfigura) viene mandato non si sa
dove a non si sa bene fare cosa, (pare si faccia mezza mappa della
terra di mezzo per incontrare il fratello che vive con la cacca
d'uccello in testa e comunicargli pazzesche ovvietà) risulta se
possibile più irritante del solito. Ritorna Legolas, interpretato dal peggiore attore mai nato, Orlando Bloom, che ha per lo meno il pregio
di parlare poco e menare tanto e in modo figo. Lo hobbit di Martin
Freeman (ribadisco la tesi che sia un lontano cugino di Jackson a cui
quest'ultimo doveva dei soldi), di una antipatia quasi tattile e dai
costumi più brutti mai creati per un'opera fantasy (perché invece i
costumi degli Hobbit nella saga dell'anello mi piacevano? Il cugino è
anche costumista?) e per il quale non possiamo che sognare una morte
atroce nella tragica consapevolezza che questa non avverrà (che bello
se Smaug lo facesse a pezzi, lo disponesse a spiedino e ricoprendolo
di salsa Yaki Tori provvedesse a media cottura). E poi perché, per
Thor, i ragni parlano!!!! L'esperto tolkeniano mi dice che in origine
parlano e cantano pure e devo pertanto ringraziare Jackson per aver
tolto i canti. Ma abbiamo anche aspetti della pellicola così belli da
renderla ad ogni modo, proprio come il primo film, qualcosa di
imperdibile.
L'ottima implementazione dell'elfa Tauriel offerta da
Evangelyn Lily, non a caso un personaggio così bello e ben riuscito
da non far parte dell'Hobbit originale (si capisce che Tolken non è
esattamente il mio autore preferito? Beh, vi sbagliate, non di tanto
ma vi sbagliate...). Il sempre affascinante personaggio di Scudo di
quercia, doloroso, ambiguo, rissoso, eroico, accidioso, titanico,
collerico, maestoso, altruista e senza glutine. La lunga ed elaborata
scena della foresta con i ragni con più di un eco dal King Kong di
Jackson, l'adrenalinica corsa sui barili, la maestosa apparizione di
Sauron, le maxi-zuffe naniche ed elfiche perfettamente coreografate
che infarciscono il film in ogni dove, l'ultima stupefacente (per
ritmo, recitazione ed effetti) ora della pellicola con lo scontro con
il drago più bello e spaventoso che cinematograficamente parlando si
ricordi, una sequenza da iscrivere agli annali come quanto di più
figo visto al cinema almeno negli ultimi cinque anni. Laddove La
desolazione di Smaug eccelle, la pellicola si fa di culto ed è
addirittura in grado di ridefinire l'asticella massima
dell'eccellenza verso l'alto, e questo automaticamente fa perdonare i
mille difettacci elencati poc'anzi. Certo ogni tanto ci si sente
ostaggi del film, affamati di maggiore azione e irritati da una
scansione degli eventi che non convince. In un film di tre ore non si
spiega perché il personaggio del muta-forma sia appena accennato così
come non si spiega lo strabordante spazio nella solita dimora elfica.
Il film rimane ampiamente imperfetto e non raggiunge le vette di
scrittura del Signore degli Anelli. Ma lo spettacolo, se superate
incolumi la prima oretta, diverte e avvince e porta in dote alcune
delle più belle scene d'azione cinematografica di sempre. È questo
quello che conta. Per questo promuoviamo La desolazione di Smaug
nonostante i suoi difetti e attendiamo con gioia il capitolo 3.
Gli alieni vivono
tra noi. Qualcuno finisce pure sotto i ferri di persone tentate di
scoprirne la natura, qualcuno viene salvato e riportato in una
patria che non pensava di avere. Le protesi facciali e gli abiti
degli alieni sembrano usciti dal Mukka Assassina.
Tornano al cinema
sotto egida Warner Brothers i fratelli terribili, i mitici Wachowski!
Questa volta il dinamico duo darà vita ad una pellicola
fantascientifica in grande stile, da loro scritta e diretta,
interpretata dal bietolone Channing Tatum (che è appunto bietolone
ma pure simpatico, vedasi alla voce 21 Jump Street e imminente
seguito) e dalla sempre bellissima Milla Kunis (amatissima Meg dei
Griffin nonché interprete de Il cigno nero).
Sono di parte, amo
integralmente la filmografia dei Wachowski (sì, anche Bound e Speed
Racer, passando dalle collaborazioni produttive come V per vendetta e
persino il bruttino Invasion) e credo che Cloud Atlas sia uno dei film
più belli degli ultimi cinque anni (e perché non l'ho ancora
recensito? Ci ho provato, ma veniva un post-atto-d'amore diviso in
nove parti abbastanza deliranti troppo incompresnibile pure per i
miei livelli... ad ogni modo se amate la fantascienza intelligente
alla Gattaca, le storie d'amore tormentate, i romanzi marinareschi,
le commedie sofisticate tipo Allen, le ambientazioni alla Mad Max, i
drammi interiori alla Shine e il tutto mischiato in un unico film
andate a recuperare Cloud Atlas e leggetevi il libro collegato, che
ne vale la pena!). Alieni, esperimenti sul genoma, bullet time a
manetta, tizi che volano dalle pettinature impossibili e dal trucco
pure peggio, quel senso a volte irritante di porti sopra le
righe, Jupiter Ascending si presenta da subito con l'inconfondibile
stile delle pellicole Wachowski, che sono, per chi riesce ad amarle,
più che la somma dei singoli componenti. Pellicole spesso
altisonanti, ma sempre in grado di dare qualcosa, offrire occasioni
per riflettere, gemme rare degne di essere viste e riviste. Perdere
tempo a sezionarle, opacizzare la sgargiante superficie esteriore
alla ricerca delle ovvie esagerazioni e ipocrisie, equivale a
svilirle quanto a perdersi qualcosa di bello. Per goderne davvero
bisogna farcisi trasportare dentro con tutta l'ingenuità di un
bambino che varca la soglia di un negozio di dolciumi alla ricerca
degli squali gommosi e delle rotelle di liquirizia: pura estasi
emozionale. Certo che il trucco di Tatum è oggettivamente di quelli
che stimolano ilarità, ma questo non mi farà certo desistere dalla
visione. Giugno è lontato, questa prima visione di assaggio non si
presenta affatto male. Vi terremo aggiornati!
Il teaser è un'invenzione degli ultimi anni, per dare qualcosa in pasto ai fan che sbavano da mesi in attesa di un trailer da spulciare per ore e ore in cerca dei più piccoli dettagli, per poi discuterne con altri malati sui forum dedicati. Le case di produzione hanno quindi ben pensato di lanciare dei mini trailer di pochi secondi giusto per rendere l'attesa ancor più lunga e spasmodica... Ma non tutti i teaser riescono nell'intento di gasare il pubblico. Volete un esempio? Ecco qui:
Quando ho visto che durava ben 2 minuti (che per un teaser è tantissimo), mi sono subito gasato, anche perché il nuovo film di Nolan è attesissimo. Peccato che il teaser in questione non voglia dire una beata minchia. Sembra la pubblicità di un profumo, manca solo che la voce narrante finisca con "the new fragrance by Paco Rabanne". Fa solo girare le balle modello ventilatore in una giornata di metà luglio. Cioè... piuttosto non pubblicate nulla!
Lo volete un teaser figo?
Chi dopo questi 50 secondi scarsi non vorrebbe arruolarsi tra le fila dei mercenari di Stallone? Chi non vorrebbe comprarsi un cargo con un teschio aerografato sopra? C'è sicuramente già qualcuno che è uscito di casa per andare al più vicino negozio di soft-air per comprarsi una divisa nera e il coltello di Lundgren... ave o Stallone, ho già i biglietti per il tuo film e spero che nelle tue intenzioni i mercenari saranno come minimo quindici film. Nolan, guarda e impara! Gianluca
Il pianeta delle
scimmie, un primo sguardo a Il pianeta delle scimmie – Revolution (Dawn of the planet of the apes) e una piccola chiacchierata sulla
storia della saga scimmiesca
Il Pianeta delle
Scimmie è una delle saghe di fantascienza più amate di sempre. Da
un primo capitolo imperdibile, del 1968, magistralmente interpretato
da Charlton Heston e che ancora costituisce il punto più alto della
produzione, il brand si è espanso negli anni con altri quattro
capitoli, realizzati fino al 1973, una serie televisiva del 1974, una
serie a cartoni animati del 1975. Poi il mito si è sedimentato tra i
fan, la saga ha assunto l'egida di oggetto di culto, qualcuno trovava
bellissime le orrenderrime mascherone da scimpanzé caratteristiche
della produzione.
Fino a che trenta
e passa anni dopo la 20th Century Fox decise di resuscitare
il brand, di affidarlo alle abili mani di Tim Burton e di un cast
stellare e farne un mega blockbuster al passo coi tempi. Ma la
pellicola fa flop. Nonostante gli effetti visivi ILM, nonostante il
trucco da urlo, opera del genio del make up Rick Backer, nonostante
la presenza di bravi attori come Paul Giamatti, il compianto Michael
Clarke-Duncan, Helena Bonham Carter, uno straordinario Tim Roth, Kris
Kristofferson e Charlton Heston stesso, nonostante la strato-gnocca
Estella Warren (partita a razzo proprio nel 2001, dopo una carriera
di nuotatrice, con questo film e con Driven per poi finire tra un
Cangaroo Jack e una minchiatina dispersa, con ultima traccia di sè
nel 2010 per l'orrendo Jonah Hex), nonostante le chiappe di Mark
Wahlberg.
Il film non
funziona, il finale è così assurdo poi da far storcere il naso a
più di una persona. Il brand incassa comunque tanti soldini, ma
ritorna in soffita. Il finale di pellicola, per altro più aderente
al libro, sarebbe stato spiegato in un seguito che la major non volle
mai mettere in cantiere. Ed è un peccato perché il film di Burton
era buono sotto molti aspetti e visivamente eccelso. Poi inaspettato,
10 anni dopo, si fece timidamente avanti un nuovo capitolo del brand:
Rise of the planet of the apes, diretto dal misconosciuto ma
talentuoso Rupert Wyatt per la sceneggiatura opera degli artefici del
bello ma poco noto Relic: Jaffa (accreditato anche per il prossimo
Jurassic Park del 2015) e Amanda Silver. L'idea è di offrire una
sorta di prequel del capitolo originale del '68, basandosi su una
novella dell'autore del romanzo originale, Pierre Boulle, ma la vera
chicca è squisitamente a livello realizzativo. Grazie a una
tecnologia che negli anni ha compiuto autentici passi da gigante
nella riproduzione in digitale di animali, si decide di creare al
computer le scimmie e nel contempo fare uso di reali primati in
ragione di tizi con mascheroni pelosi. A rendere le movenze di
Caesar, la prima scimmia senziente evoluta, viene quindi chiamato uno
degli attori più straordinari degli ultimi anni, l'uomo che con le
sue movenze e la sua interpretazione ha dato vita al Gollum della
saga del Signore degli Anelli, Andy Serkis. Peraltro Serkis è da
poco reduce dalla interpretazione di un'altro illustre primate oggi
riproposto in digitale, il King Kong di Peter Jackson, e quindi già
profondo conoscitore delle dinamiche di comportamento delle scimmie.
Il talento di
Serkis unito a una sorprendente sceneggiatura, che lega l'ascesa
delle scimmie alle decimazione della razza umana come conseguenze di
un catastrofico esperimento volto in origine a curare l'Altzeimer (che
invece rende le scimmie superintelligenti), fanno della pellicola
qualcosa di originale. Soprattutto la prima e seconda parte
dell'opera, grazie oltre che a Serkis al taleto di attori molto validi
come James Franco, Freida Pinto e John Lithgow (quest'ultimo
straordinario), apporta qualcosa di davvero mai visto nella saga, una
dinamica familiare interessante e sfaccettata, una drammaticità
autentica e desolante. Vediamo Cesare, figlio di una cavia-schiava
dell'uomo, nascere, crescere, scoprire la sua strada e infine
diventare simbolo per il suo popolo in quella che parrebbe, grazie al
filtro della migliore fantascienza, una biografia credibile e
realistica.
Il film piace, e
molto. Tanto che si mette subito in cantiere un numero due. Dopo un
tira e molla, la produzione decide però di accantonare regista e
cast dell'ottima pellicola in ragione di voler offrire qualcosa di
differente. Così alla regia subentra Matt Reevers, noto braccio
destro di J.J.Abrams, regista dello spledido Cloverfield sui mostri
ripresi con telecamera a mano e di Blood Story, riuscito remake
americano della tenera e inquietante pellicola vampirica Lasciami
entrare. Se Reevers non fosse un talento verrebbe quasi da pensare
all'influenza di Abrams in 20th Century Fox in relazione
ai suoi incarichi direttivi per il brand di Star Wars... e si sa che a
pensar male... Giocoforza Franco e gli altri vengono scaricati, ma
rimane (e ci sarebbe mancato il contrario) Andy Serkis, che qui sarà
accompagnato da Jason Clarke (già visto in Zero Dark Thirty e nel
Grande Gatsby), il sempre eccelso Gary Oldman, Keri Russel (la
Felicity nella serie guarda caso di J.J.Abrams e Matt Reeves) e Kodi
Smit-McPhee, già visto in The Road e (guarda tu il caso) nel ramake
di Lasciami Entrare.
La trama sembra
riguardare un periodo succesivo agli eventi della precedente
pellicola, un'epoca nella quale un certo numero di esseri umani è
comunque sopravvissuto e deve vedersela con la nuova dominazione
scimmiesca. Come sarà? Ecco il nuovo trailer!
Wow. Credo che ci
sarà da divertirsi! Vi forniremo aggiornamenti sullo status della
pellicola non appena ne avremo la possibilità. Restate con noi!
Medioevo con
qualche licenza poetica, centro Europa senza particolari specifiche.
Il mondo è pieno di streghe che rapiscono bambini per mangiarli,
sventrano cacciatori che troppo si avvicinano ai loro covi, evocano
demoni di ogni tipo. La gente ha paura. Nei villaggi vengono arse
vive in continuazione donne accusate di stregoneria pur non avendo i
cittadini prove concrete sulla loro natura demoniaca. Tutto sembra
volgersi verso una prematura fine del mondo quando sta per
approssimarsi in cielo la notte della luna di sangue. Ma come ci sono
le streghe, c'è anche qualcuno che si oppone a loro come gli orfani
coraggiosi Hansel e Gretel. Abbandonati nel bosco da piccoli, questi
sono stati attratti da una casa interamente fatta di dolciumi abitata
da una terribile strega. Imprigionati e messi all'ingrasso in vista
di essere mangiati dalla fattucchiera, i due bambini riuscirono a opporsi, contrattaccare e spingere nel forno la loro aguzzina. Da
allora cresciutelli e diventati Hansel un figo (Jeremy – occhio di
falco – Renner) e Gretel una stratognocca (la divina Gemma
Arterton) vestiti di abiti in pelle e armati pesantemente vagano di
villaggio in villaggio nella loro personale opera di sterminio.
L'obiettivo più grosso è la potente strega Muriel (Framke – Jean
Grey - Janssen), ma avranno inaspettati problemi con il tutore della
legge di un piccolo villaggio, l'ottuso sceriffo Berringer (Peter
Stormare).
Nuovo B-movie
dell'arrembante Tommy Wirkola, lanciatissimo dopo il simpatico Dead
Snow. Il budget qui è considerevolmente accresciuto e possiamo
quindi godere di stupendi effetti speciali dall'anima retrò- anni '80, di predatoriana memoria mi verrebbe da dire. Il focus è nel
realizzare le streghe più brutte e grottesche possibili e si nota
chiaramente l'omaggio alle fattucchiere-ninja di Raimi tanto nel make
up che nelle movenze. I combattimenti tra orfanelli e le megere sono
un autentico spettacolo, scanditi da humor nero ed eccessi di vernice
rosso sangue e più di una volta ci si trova a pensare alla trilogia
di Evil Dead. Le ambientazioni sono altrettanto evocative (sempre di
Evil Dead verrebbe da dire), con piante che attaccano come nelle più
tetre scene del Biancaneve della Disney e con i gustosamente
spettrali villaggi medioevali. Gustosa in tutti i sensi la casetta
costruita di dolciumi, al contempo innocua e sinistra fin dalle sue
porte che si spalancano come una bocca dentuta. Al centro di una
continua e concitata azione ecco che vediamo i nostri eroi. Il
simpatico e sempre bravo Renner e soprattutto la divina Gemma
Arterton. Pelle bianchissima, forme generose, viso che incanta. Non
sarò razionale qui, nutro una profonda e incurabile cotta per la
suddetta attrice inglese, roba che non mi capitava dai tempi di
Jennifer Jason Leight e Juliette Lewis. Una fascinazione in grado di
farmi dimenticare tutto, dalla trama alla fotografia al momento di
pausa pubblicitaria, e rimanere in estatica contemplazione per ore. I
produttori sanno del potere di questa sirena ammaliatrice e spesso la
mettono in filmacci come Prince of Persia e Scontro tra Titani, dove
io come un ebete passo il tempo a guardare solo ed esclusivamente
lei, incurante di tutto il resto. Ho visto il seguito di Scontro tra
Titani, ossia l'Ira dei Titani incurante della sua assenza e ho
trovato per ampi tratti la suddetta pellicola terribile. Ho rivisto
Scontro tra Titani cercando di isolare le scene in cui non appare
Gemma, ma non ci riesco (Tuttora non mi importa nulla della trama di
Scontro tra Titani o dell'anacronistico taglio di capelli del
protagonista), sono completamente soggiogato e maledetto alla visione
continuativa di film come Tamara Drew, la scomparsa di Alice Creed e
Quantum of Solace (che apprezzo sempre tantissimo, ma potrebbe
essere per via del “Tamara Drew bless”). È stato annunciato un
Hansel e Gretel 2, anche se mancano ancora conferme specifiche è
quasi sicuro che si farà. Gemma ha di nuovo fatto il miracolo dei
titani, quello che comunque non è riuscito con Prince of Persia (era
davvero un film troppo brutto quello... con un principe
sbagliatissimo).
Tiriamo le somme!
Il film è un B-movie dal chiaro e dichiarato old-style fashion per
effettistica e trama. I riferimenti a Evil Dead sono evidenti,
bellissimi e fanno da ossatura a tutta l'operazione. I due
protagonisti si muovono in ruoli di stampo quasi supereroistico
simpatici, eccessivi e soprattutto divertenti. Tanto ma tanto sangue,
budella, deflagrazioni cefaliche e quant'altro, pare una puntata di
Ken il Guerriero. Gemma Arterton. Non ho provato il 3d. 88 minuti che
passano in un soffio, una pellicola che si presta a essere vista e
rivista per i suoi eccessi visivi e per Gemma. W Gemma. Giudizio
critico: una puntata di Hercules/Xena con tanto sangue (e a me
piace Xena). Giudizio acritico: una figata spaziale per chiunque
sogni scene come una strega che imbraccia la scopa per schivare i
dardi intrisi si acqua santa esplosi da una balestra a ripetizione.
Epico.
Ne abbiamo già
parlato su queste pagine. L'iniziale entusiasmo per la realizzazione
di un reboot di una delle più belle e splatterose pellicole “anni ottanta” si è andato spegnendosi notizia dopo notizia fino alla
visione del primo trailer, dove lo scoramento ha raggiunto
preoccupanti livelli di guardia, quasi da caduta testicolare
verticale. Il problema è la tremenda scelta, già evidente da una
manciata di immagini, di livellare il target, di fare di Robocop un
film per tutti come i Teletubbies. A essere onesti lo stupro del
povero Murphy in senso “spettacolo per tutti” si è avuto subito
all'indomani della seconda pellicola quando cartone animato e serie
tv sono provvidenzialmente partite con l'intento di fare di Robocop
un pupazzo da vendere, cosa che la prima pellicola non voleva, cosa
che la prima pellicola cinicamente criticava, ma che giocoforza la
serie è diventata a colpi di cartoni e pupazzi. Non metto nel
livellamento target i videogiochi perchè negli anni “ottanta” era
già costume sul c64 o sull'Amiga o Megadrive proporre giochi per
adulti, cosa che di fatto Robocop era... ricordo in proposito un
leggendario Robocop vs Terminator sanguinolento come pochi di cui un
remake non schiferebbe, anzi. Noi, nerd sadici, che amiamo il sangue
e sbudellamenti della prima, cinica e disperata, pellicola del
crociato meccanizzato non possiamo nulla contro le major. Ci
aggrappiamo al regista già noto per Tropa d'elite, Padilha, ma le
immagini sconfortano. Fanno tornare alla mente Street Hawk, Kamen
Raider, Captain Power.
Tutto questo fino
al nuovo trailer di cui sopra, una leggera botta di entusiasmo. Nelle
poche scene vediamo gran sfoggio di attori, dal mitico trash-hero
Samuel L. Jackson al mai dimenticato Beetlejuice Michael Keaton al
sempre valido Gary Oldman. Anche la computergraficaccia del primo
trailer pare dimenticata e l'aspetto visivo speciale non lo trovo
così sgradevole; infine, direi quasi figlio di suggestioni
calate (bene) da Io Robot o Real Steel (sperem). Certo Robocop di
Verhoeven era “acciaio che schiaccia carne, carne che si comprime e
scoppia schizzando” (questa frase è mia, già depositato il
copyright.-.). Qui siamo molto più dalle parti di bullone schiaccia
bullone, più innocuo e socialmente accettabile. Ma se il tutto sarà
veloce e divertente chissenefrega e benvenga anche questo “Robocop
Light”, con la sua moto rombante, psicologia appianata e la
stupidissima (almeno a vederla così) “mano umana”. Potrebbe
almeno essere una valida alternativa ad Ironman in fondo. Forse.