venerdì 13 settembre 2013

Pompeii

Ma perchè con due “i” poi? Sti ammericani.. comunque lo pronunciano Poppei e già mi immagino la parodia hard. Primo trailer!


Lo schiavo Milo (Kit Harington, già visto né Il trono d spade, dove interpreta Jon Snow) e una pollastra altolocata pompeana di nome Cassia (Emily Browning, già vista in Sucker Punch... e con l'occasione invito i maschietti a non vedere troppo Sucker Punch, che rischiano di rimanere ciechi...) si innamorano. Di lì a poco il Vesuvio erutta e arrivano gli effetti speciali. Ok, di sicuro succederà nel mentre anche qualcosa di altro, tipo un amico che arriva da fuori per salvarli. Lotte di gladiatori, lava, inseguimenti, lava, casti bacetti, lava, barconi a remi più rapidi di motoscafi, lava.

P.T. Anderson è un nome che qui su “le conseguenze” amiamo alla follia. A lui dobbiamo indiscussi capolavori quali Mortal Kombat, la saga di Resident Evil, lo spacconissimo Death Race, il cazzaro I tre moschettieri, lo stra-cazzaro Alien vs Predator e il bellissimo e sottovalutato Punto di non ritorno. Che vi devo dire? Abbiamo gusti un po' sofisticati... Tutto il genere umano poi invidia Anderson per la relazione con la sua musa, Milla Jovovich, qualcosa di paragonabile sono alla coppia Federico Fellini - Giulietta Masina (sì, sì. Oggi sono un po' alticcio). In attesa di girare Resident Evil 6, pellicola che tutti i nerd invocano (?), ecco che il nostro decide di dare una sterzata al suo testosteronico curriculum da regista action per virare sul dramma storico. Conoscendo la spiccata sensibilità del regista sarà un incrocio tra il telefilm Spartacus e un film di Emmerich. Spettacolo! Titanic, ciupa. 
Talk0

mercoledì 11 settembre 2013

Kaze Tachinu – S'alza il vento

Orrendi commenti di pancia dopo la visione del Trailer

Va bene. Sedetevi, prendetevi un bel respiro, e godetevi questo bel trailer di cui (colpa ferie) mi sono accorto con “leggerissssimo” ritardo.



Il film, tratto da un manga dello stesso Miyazaki serializzato su una rivista che tratta di aerei (ma guarda un po'), si ispira alla storia vera di Jiro Horikoshi, progettista a cui dobbiamo gli “Zero”, gioielli di ingegneria che nella seconda guerra mondiale fecero un paiolo così agli americani, soprattutto nella versione adattata per “kamikaze”, soprattutto in quel di Pearl Harbour (anche se hanno fallito nell'abbattere Ben Affleck... che sarà il prossimo Batman... il mondo sta implodendo...). Un genio la cui vita, per nulla semplice e dai risvolti decisamente tragici, è un cristallino esempio di come con sacrificio e dedizione si possano realizzare i sogni più grandi. In senso lato un'ottima metafora della modernizzazione che ha investito il Giappone nel secolo scorso, facendone il faro dell'innovazione tecnologica e dei fumetti erotici. Miyazaki, da sempre appassionato di aerei, è forse l'uomo che meglio può rappresentare lo sfaccettato mondo interiore di un sognatore, per di più compatriota. Pensate se Miyazaki fosse stato italiano e avesse deciso di fare un film su Enzo Ferrari. Credo che sarebbe venuto qualcosa di meglio dei docu-film con Sergio Castellitto. Però...

Ghibli è uno degli studi di animazione più importanti al mondo, fucina di favole in movimento indimenticabili che hanno appassionato generazioni intere di spettatori. Eccellenza tecnica cui si accompagna il tratto, sempre riconoscibile, stile che caratterizza animazione che sa essere classica come moderna, per bambini come per adulti. Tutte le opere Ghibli, anche quelle considerate “minori”, sono un'autentica gioia per gli occhi e cosa rara, panacea per il cuore. Sì, sembrerà una cosa assurda a leggere, ma a me le opere Ghibli “fanno bene” e spesso quando sono triste come debilitato sono solito inserire nel lettore Cagliostro, Laputa, Totoro. Mi rilassano come solo sa fare Guerre Stellari (sì, sono un tipo un po' strano, lo ammetto). Però...

Però ultimamente lo studio Ghibli sta confezionando prodotti che sanno sempre meno di “magico” o, per usare una metafora qui oltremodo appropriata, “volano basso”. Non discuto il livello tecnico, la freschezza nell'affrontare tematiche nuove (come l'apertura al “genere femminile” in La collina dei Papaveri), la ricerca di un approccio più realistico nella caratterizzazione dei personaggi (vedi il chara de La città incantata), la scelta di sceneggiature che, nel caso non fossero originali, richiamano libri splendidi (Howl, Terramare). Ma dove è finito il “Miyazaki touch”, quel non so che capace di elevare un prodotto ottimo in stratosferico?

Il senso di vertigine, gli inseguimenti a rotta di collo, l'imponenza degli scenari, la grandiosità dei “cattivi” (che non siano semplicemente “vecchi stronzi” come in Arrietty e Howl), la maestosità della colonna sonora? Gli anni passano, governo ladro, un tempo qui era tutta campagna. Perché non posso più oggi aspettarmi da Ghibli qualcosa come Laputa o Cagliostro? Lo so. È colpa mia che voglio sempre la stessa, datata, minestra, ma le guglie di Cagliostro me le sogno ancora di notte e un certo idrovolante spiaggiato a filo d'acqua con il suo padrone intento a farsi una pennica in spiaggia lo avrei rivisto più che volentieri.
Comprendo che la mia critica appaia largamente ingenerosa in questo momento, nella trattazione di un film come Kaze no Tachinu che si presenta da subito come un'opera realistica. Comprendo anche che si voglia mettere in scena una tipologia di pellicola che non è aliena al Ghibli, che rimanda dritto allo (straziante) "Una tomba per le lucciole". Ma il manga di Kaze no Takinu presentava personaggi umoristici con fattezze animali antropomorfe di pronto richiamo a Porco Rosso. Che fine hanno fatto? Sempre nel manga di Miyazaki (alcune tavole ve le abbiamo pure riportate noi nel vecchio articolo) compaiono “in visioni” colossi volanti come visti in Conan, Nausicaa e Laputa (e in parte Howl), invenzioni grafiche geniali e ardite che richiamano allo steampunk come a Da Vinci. Che fine hanno fatto? Me le sono solo sognate (il che è possibile, non lo nego..)? Forse sì, mi aspettavo un revival alla Porco Rosso perché dietro le fattezze caricaturali, all'aspetto buffo, questi character sapevano bene interpretare animi tormentati, nascondere una scorza tragica. Ma Miyazaki ha deciso di cambiare l'impostazione originaria dell'opera, forse per renderla più fresca di un dolce amacord in vista della sua recente dichiarazione di ritirarsi. Il chara designer è di fatto un mostro sacro dell'animazione giappa, nonché responsabile del chara di Kiki consegne a domicilio, dovrei essere felice e invece mi ritrovo qui impantanato in un'atmosfera retro-carina-pur-drammatica degna del, da me, odiatissimo "La collina dei papaveri". Sognavo i pirati dell'aria di Laputa (e quella prima locandina di Kaze Tachinu mi aveva riportato a Porco Rosso) e mi ritrovo ultra realistici Zero degni della Production I.G. (ossia bellissimi-perfetti ma “non da Ghibli”... almeno secondo me). Probabilmente anche il fatto di rappresentare sul grande schermo la storia di un personaggio reale ha influenzato. Non sempre si può scherzare, la storia del grande costruttore di aerei è una storia vera, ma perché non attingere almeno un poco, allo straordinario sense of wonder dello studio, magari in pindarici voli onirici? Poi la canzoncina del trailer... ve la ricordate la canzone di Cagliostro? La end song di Laputa e quella di Mononoke? Due minuti e voglio già strangolare cantante, autore e produttore della canzoncina del trailer di Kaze Tachinu (e qui mi aspetto che un mega esperto di cultura Giapponese mi certifichi che detta “canzoncina” è la seconda sinfonia più conosciuta in nipponia dopo l'inno nazionale, e io di conseguenza sono un troglodo ignorante).

Come sempre, tutto questo è scaturito in me solo ed esclusivamente dal trailer. Per un giudizio vero e non preconcetto vi rimando a una futura recensione. Kaze Tachinu è stato in programma alla mostra di Venezia, se siete stati in zona fatemi sapere se vi è piaciuto e mettetemi a commento un laconico “Talk0, anche oggi non c'hai capito una sega”. Io come sempre apprezzerò. Probabile la distribuzione video di Lucky Red (manca giusto la conferma ufficiale mentre scrivo ma la darei per buona...). 
Talk0

domenica 8 settembre 2013

Dragonero vol.2: Il segreto degli alchimisti



Storia: Vietti, Enoch; disegni: Matteoni


Continua la ricerca del nuovo produttore del cosiddetto “fango pirico”, un'arma misteriosa e letale in grado di cambiare gli esiti di ogni guerra. Ian detto Dragonero per via di ecc. ecc. giunge finalmente da qualcuno in grado di aiutarlo, il suo vecchio amico Alben. Il mago conosce il manufatto che portava la contrabbandiera Fakhry, l'unica cosa che è rimasta di lei dopo la distruzione del falconetto. È un medaglione e appartiene alla gilda degli “impuri”, un gruppo di mercenari che si vende al miglior offerente, ma che di recente traffica con gli orchi. Gli impuri praticavano la negromanzia, il mistero del sistema di occultamento del falconetto potrebbe aver quindi radici mistiche e non tecnocrate. L'impero ha fatto un culo così agli impuri, ma qualcuno si è salvato e il medaglione ha una foggia così specifica da convincere Alben senza alcun dubbio che simili monili si possano trovare in un preciso punto della mappa. Il mago dà quindi in dotazione al gruppo di Ian un mini zeppelin e i nostri partono per la meta finale. Nel frattempo Ian continua a raccontare di quando era giovane e del suo primo incontro con il fuoco pirico. Una brutta storia che lo ha segnato profondamente. 

Secondo volumetto di Dragonero, diretto proseguimento del primo e ponte con il terzo che potrebbe essere la conclusione del primo arco narrativo, ma anche no. Anche no perché in questo numero non succede niente! Niente di niente! Il nulla!!!! Alben fa parte dei personaggi che abbiamo conosciuto nel romanzo a fumetti. È un mentore ma ha il difetto di essere un eremita. Risultato? Da pagina trenta del primo volume a pagina trenta del secondo, circa 110 pagine, i nostri eroi si limitano ad... andare a trovare Alben nel suo eremo!!! Sì, c'è in mezzo anche il flashback sul passato di Ian, ma anche in quello succede poco o niente! La decompressione di questa storia è irritante, il lettore si sente fortemente preso per il culo in un contino aspettare a vuoto. È pazzesco!! Immaginiamo che la stessa storia sia su un numero di Tex e il fango pirico una trovata degli indiani. Tutto quello che è successo in due numeri di Dragonero si ridurrebbe a due battute di questo tipo. Tex indaga a casa della contrabbandiera. La stessa entra e si fa vedere dal suo pard Carson che esclama “peste!” e la impiomba all'istante. Tex esamina il corpo, scopre il monile e dichiara: “Questa beccacciona appartiene al clan dei cani scorreggianti. (Tex sa tutto, sempre) Andiamo a trovarli senza avvertire Tiger Jack e Piccolo Falco, che se gli chiediamo aiuto per una cosa del genere ci ridono dietro". Fine. Volete anche l'approfondimento psicologico? Carson prosegue: “Satanasso, come conosci i cani scorreggianti?” e Tex “Una brutta storia” Fine. E ho preso per esempio il fumetto con i tempi narrativi più lenti in circolazione!! 

Dalla regia mi dicono che il fantasy si nutre di paesaggi, contemplazione, filosofia. I tempi dilatati ci stanno e preparano a una scoperta lenta e progressiva dell'elemento misterioso. Ma è possibile che in due numeri di oltre duecento pagine complessive sia successo così poco? E vi ho taciuto sulla trama secondaria più telefonata della storia, al punto che se guardate la copertina del terzo volume e avete letto anche solo metà del primo volume vi fate uno spoiler grosso così (ma tranquilli è uno di quegli spoiler segreto-di-pulcinella). Il disegno di Matteoni è sempre stellare, le intuizioni grafiche si sprecano e le scene di azione sono una manna. La storia è di nuovo qualcosa di indefinito, lenta e senza mordente. Se poi c'è all'orizzonte la minacciosa prospettiva che i nostri per entrare in azione ci mettono sempre almeno due numeri interi di chiacchiere, la collezione di Dragonero si fa sempre meno allettante. Continueremo a trastullarci con questa palla a fumetti? Vi faremo sapere. 
Talk0

venerdì 6 settembre 2013

Robocop

Primo trailer!!

Nuovo fiammante, ecco il primo attesissimo trailer della nuova incarnazione del poliziotto crociato cyborg! Che dire, non male ma con qualche limite. Il film appare da subito ben lontano dallo splatter spinto dell'originale e lo si può notare in più scene, prima tra tutte la nuova “morte” di Murphy (certo che da una morte così “radicale” sembra difficile che qualcosa di integro si possa salvare). In effetti sono stato male dalla primissima scena d'apertura del video, che designa la pellicola quale film per tutti. Maledetti. Vedere la nuova armatura in movimento però mi è piaciuto, tanto nella versione classica metallizzata che nella versione “black”. L'idea del casco che si apre liberando il volto come la presenza di una mano ancora umana sono già significative differenze rispetto al concept originale. Nel Robocop di Verhoeven, Murphy è di fatto “morto” e nessuno, anche per magagne legali presumiamo, può conoscere il suo volto indi per cui l'elmo è ben saldato, trapanato e inchiodato al resto del corpo e quando viene “svitato” il volto appariva una sorta di omaggio a Dart Vader. Certo un casco non dissimile a quello di un motociclista rivela una maggiore umanità di base del cyborg e fa tanto “supereroe” ( o cavaliere medioevale) quando si abbassa la visiera prima di uno scontro o quando incazzato. Questo aspetto può avere pesanti ripercussioni sulla trama, primo tra tutti il fatto che la moglie sappia bene che fine ha fatto Murphy. La mano conservata anche nel post-armatura mi ha ricordato una celebre scena del primo Robocop, quando un medico esultante, prima della conversione in cyborg del nostro robocoppo, con Murphy ancora bello organico, esclama: “Gli abbiamo salvato il braccio!” e tutti lo guardano come fosse un deficiente. 
La moto... vabbeh, si vede che è più leggero un computer “futuribile” dell''86 di uno “futuribile” del 2013. La pistola è un'altra assurdità. Perché deve allungarsi la pistola??? Ok che si apra la gamba la cosa me ne faccio di una pistola che si allunga?? Anche il fatto che affronti altri barattoli di metallo è un chiaro indice preoccupante del target di età livellato. Ho visto da poco Elysium e spinto da amarcord rivisto District 9 di Bomkamp, film che fanno ampio uso di splatter e gingilli hi-tech. È quella la violenza visiva e la meccanica dei movimenti artificiali del robot che doveva avere questo nuovo robocop, una diretta evoluzione dell'etica splatter di Verhoeven: soprattutto in District 9 l'esoscheletro alieno mi ha fatto per un attimo sognare i movimenti dell'Ed-209 e le armi (tanto di District 9 che di Elysium) mi hanno fatto sognare gli effetti del mega-fucilone-assassino-splattera-tutto sempre del Primo Robocop.
Ultimo appunto, e spero che qualcuno dia seriamente una sistemata, è la cg che fuoriesce da questo trailer. Guardate la scena in cui Robocop salta dall'altro verso il basso. Se in un mini monitor mi accorgo di quanto è artefatta l'immagine, cosa può essere sul grande schermo?

Rinnovo, come esposto nell'articolo precedente, tutta la mia fiducia in attori e regista (un grande regista). Ma qui butta male....
Talk0

giovedì 5 settembre 2013

Hotline Miami


No, non è Fight Club né Drive. Ma ci siamo vicini. Non sembra Gta ma ne condivide tantissimi aspetti. È un gioco-bomba dalla grafica stranissima che ha ammaliato e tuttora diverte milioni di giocatori.
C'è un telefono che risponde a chiamate di aiuto. Dall'altra parte della cornetta qualcuno agirà.

Fine anni ottanta. Miami. Siamo in un palazzone decrepito di periferia, in appartamento fatiscente, lurido. È buio, la poca luce filtrante è di un surreale rosso vermiglio. Il giradischi suona una ballata deprimente, malata, il parto tra un folk sgraziato eseguito con qualche tipo di strumento orientale. La puntina salta in continuazione, la melodia è quasi inascoltabile. Ma la musica non è il solo dolore alle orecchie. Frulla e si sovrappone a ogni suono l'incessante ronzio di insetti che volano impazziti ovunque. Con tante mosche festanti, l'aria deve essere irrespirabile, perché da qualche parte può facilmente trovarsi un cadavere o due in putrefazione, forse da mesi. Nessuno da settimane si è preso la briga di ripulire. Il nostro avatar, un ragazzotto con giubbetto viene illuminato da un cono di luce. Iniziamo a muoverci in un ambiente per lo più buio. La visuale è dall'alto, camminiamo con il cursore sinistro e giriamo lo sguardo con il cursore destro. Dove ci troviamo? Chi abita qui? Pochi passi e davanti a noi, illuminato da un faro rosso, appare un uomo seduto su di una poltrona. Indossa una maschera inquietante. Sembra la testa mutilata di una zebra . Non ha occhi, solo delle vuote orbite nere dietro le quali qualcuno ci sta spiando. La zebra ci parla. Dice che che è strano che non la riconosciamo, perché ci conosciamo molto bene di fatto. Un'altra luce tetra si accende illuminando un'altra figura anch'essa seduta, su un divano alle spalle della zebra. Indossa la maschera di un pollo dalle orbite nere mentre tiene le braccia larghe sul divano e giocherella con le gambe, muovendole scomposte. Il pollo constata che abbiamo perso la memoria e subito gli fa eco un terzo ospite, con una maschera di maiale. Un istante. Tutto gira. Perdiamo i sensi. Ci risvegliamo in pieno giorno nel letto di un appartamento ben ordinato. Il telefono squilla. C'è un lavoro da fare e noi senza battere ciglio siamo pronti. Scese le scale siamo nel vialetto e subito al volante della nostra auto, un carcassone metallizzato, diretti verso il nostro obiettivo. Un edificio che dovremo “ripulire”. Prima di entrare c'è però qualcosa da fare. Si apre un inventario. Dobbiamo scegliere una maschera da animale da indossare. La maschera di un pollo senza orbite. Solo così potremo procedere senza essere riconosciuti nelle pericolose tane della mafia russa di Miami e svolgere la nostra attività di vendicatore. Ma c'è qualcosa di sbagliato, di non chiaro. Chi ci contatta al telefono per le missioni? Possibile che la paga consista in hamburger, pizze e videocassette? Sono veri i suoi incarichi o sono allucinazioni? Siamo davvero un giustiziere, lo sterminatore della mafia russa o è solo una follia e noi stiamo agendo comandati dalle inquietanti maschere zoomorfe che indossiamo? Benvenuti a Hotline Miami.

Wow. L'impatto di questo gioco è dirompente!
Può un prodotto indie, retrò, opera di uno sparutissimo numero di programmatori nel 2012 sconvolgere gli utenti pc? Può lo stesso prodotto nel luglio 2013 raggiungere sulle console 85 su Metacritic andando a insediare i top seller Last of us e Bioshock infinite? La risposta è sì e si palesa concretamente nell'istate in cui metterete le mani sul titolo.


Perché a vederlo e basta, senza giocarci, è tutta un'altra storia. I più schizzinosi potrebbero tirare in ballo Loaded per ps1 e allontanarvisi schifati. Si può parlare di vintage, di passione per certe idee videoludiche datate che puntano molto all'effetto nostalgia su i più anzianotti. Far Cry 3 ha una bella mod ambientata negli anni '80, furoreggiano il rete difficilissimi cloni del primo Super Mario, stanno tornando di moda gli sparatutto verticali (Sine Mora) e i picchia picchia 2d (Blazblue) e a scorrimento (Dragon's Crown). Hotline Miami appare a prima vista come un titolo figlio degli anni e delle mode videoludiche in cui è ambientato: prodotto dei primi anni novanta con storia dei primi anni novanta. Può pertanto essere scambiato per un gioco per adulti sviluppato su Amiga, magari un titolo ultrasplatteroso dei DMA design (costola psygnosis da cui nascerà il team di Rockstar...) dove c'è molto splatter-shoot Walker ma anche istant-splatter alla Lemmings... insomma, c'è sangue in bitmap, tanto sangue in 2d. Ma non solo, anche le altre qualità dei prodotti DMA: comandi semplici e la stessa, immensa, musica che usciva dall'Amiga. Lo spirito è quello se non fosse per i dettagli narrativi da urlo, ma ne parleremo dopo.

Il gameplay è il classico try'n'error senza che la cosa pesi. Non pesa anche perché i modi per finire uno stage sono molteplici così come le strategie applicabili e il livello di fortuna che vi bacia di volta in volta. Era questa la chiave di Lemmings. Si vince e si va avanti. Si vince perché si è bravi come per intuito come per fortuna. Si vuole rigiocare per vincere al meglio. Si perde e bastano pochi secondi per essere felici, carichi, pronti a ripartire. Una miscela non facile frutto di save-point ben bilanciati, di un tasso di sfida alto ma abbordabile. Stessa classe che si vede in Hotline Miami. Il giocatore prende i comandi del tizio schizzato ammazzatutti e la prospettiva è dall'alto, verticale pieno, come in Crackdown di Sega (Ok...diciamo come il primo GTA che ci capiamo meglio). Con il dorsale sinistro ci si muove, con il destro si mira, con un tasto si raccolgono oggetti, con un dorsale si spara con l'altro si lancia l'arma che si ha in pugno. Ci sono anche altri aspetti come mira assistita e visuale a lungo raggio ma i comandi sono tutti qui. Si entra nella sezione disarmati (o armati se si dispone di certe maschere), scegliendo quale maschera indossare. Ogni maschera dà dei bonus come velocità, precisione, occultamenti vari, resistenza. Si frega l'arma al primo tizio che troviamo sbattendogli magari la porta in faccia o prendendolo a cazzotti di spalle, ci si fa avanti spavaldi al prossimo nemico. Dettagli. Facendo troppo rumore si allerteranno più nemici, pesantemente armati e cattivi. Ci sono dei cani in giro e colpiscono veloci come proiettili. Esporsi troppo significa morire e dover ricominciare dall'ultimo save point. Perché con un colpo solo siamo morti. Se entriamo in una stanza con una persona che con un fucile controlla l'accesso siamo morti. Se usiamo un coltello per affrontare un tipo con mazza siamo morti. Hotline Miami è difficile. Ma quando si imbrocca la sequenza giusta diventa appagamento puro, uno sballo. In breve vi renderete conto di essere capaci ad inanellare una serie di azioni così spavalde che nei primi minuti di gioco avreste ritenuto inconcepibili, perché con la giusta dose di esperienza dal kamikaze passerete a muovervi come il top killer dell'universo. Ma anche morire non sarà un problema, perché a ricaricarvi ci penserà l'immensa colonna sonora di questo titolo.

Non esistevano ancora le schede sonore su pc e Amiga era in grado di essere usata nelle radio come campionatore di suoni. Il sonoro che usciva dall'Amiga era di fatto il top, i toons di sviluppo hanno ispirato gran parte della musica elettronica e dance moderna. Miami hotline fa uguale. Una musica quasi ipnotica. Chi si ricorda la ost di Savage? Il pezzo scratch di Blood Money (sempre by DMA)? Ok, andate su you tube e capirete meglio quello che intedo dire. Io mi facevo le cassette con le colonne sonore dell'Amiga, ed erano spaziali come la ost di Hotline Miami, che vi consiglio di recuperare in qualche modo.
Grafica fine anni ottanta-inizio novanta, musica in stile, dettagli narrativi da urlo. Una storia è anche espressione del media che la racconta. Leggendo un libro noi ci immaginiamo le scene, vedendo un film perdiamo l'elaborata descrizione dei dettagli di un libro ma abbiamo in più la musica a rendere coinvolgente l'azione. Il videogame agisce come via di mezzo. Se oggi è possibile ricreare in game la recitazione degli attori, ieri avevamo a descrivere momenti drammatici solo un personaggio fatto di un ammasso di poligoni (quando non una carta “statica” nei primi gdr) che stava per lo più fermo mentre una nuvoletta stile fumetto ne raccontava i pensieri. Nella nostra testa riuscivamo a far recitare quell'ammasso di poligoni, a trovare empatia per lui. 

Oggi riusciamo a fare lo stesso con Hotline Miami perché al di là del gameplay puro adrenalinico, alla musica martellante e coinvolgente riusciamo a vedere in quei pochi pixel una storia grazie a una sceneggiatura coinvolgente che nulla ha da invidiare a una grossa produzione. Una sceneggiatura che si palesa anche in dettagli grafici di non marginale conto. A un certo punto libereremo una ragazza da una gang e vedremo che con il tempo lei continuerà a frequentare la nostra abitazione spostandosi da un locale all'altro. E non serve una sola linea di dialogo per chiarire questa situazione, è una cosa che c'è, è meramente “grafica” ed implementa a suo modo l'esperienza narrativa. Ma non è il solo dettaglio, la sceneggiatura fa uso della grafica anche per le sezioni oniriche, implementa effetti horror con distorsioni del quadro visivo simili a videocamere di sorveglianza, fa udire invece della musica un sordo fischio dopo che una granata ci è andata troppo vicino, fa uso di voci diaboliche. Gli stessi personaggi, pur con pochi pixel “recitano” in moltissime pose diverse e il grado di violenza sebbene appaia dissimulato dal basso dettaglio grafico appare di una brutalità estrema, creando un piccolo inferno splatter. Assolutamente non adatto agli impressionabili. Preziosismi, chicche , emozioni che si riescono a comunicare grazie a uno sparuto numero di pixel e qualche effetto. Grandi idee con apparente povertà di mezzi. Impresa difficile da cogliere. Pura classe nel saperla affrontare.
Hotline Miami è il Paranormal Activity dei videogame. Ecco l'esempio migliore che si può dare, l'unica frase che dovete ricordare in tutto questo delirio di battute.
Grande merito dei programmatori, i Dennaton Game, studio composto da due abilissimi professionisti (coaudiuvati da grandissimi musicisti per la ost). E alla fine il prezzo, 7.99. Se amate i videogiochi action, se amate i videogiochi vintage, se cercate un briciolo di game-art, se amate i film surreali e i film di gangstar, ma soprattutto se siete adulti e dotati di un buon umorismo Hotline Miami potrebbe essere il titolo che fa per voi. E se vi è piaciuto, sappiate che presto uscirà anche il numero 2


Talk0

martedì 3 settembre 2013

World War z

Il blu ray potrebbe fare giustizia

Se avete letto la nostra recensione dell'ultimo film di Foster, sapete già quanto la abbiamo disprezzato, per la puerilità dell'intreccio, per i boccoli del protagonista e soprattutto per il mer***issimo adattamento commissionato al “genio”, sì “genio di 'sto ****o” Damon Lindelof. Nonostante queste brutture il film, da considerarsi uno dei peggiori crimini contro l'umanità cinefila, ha incassato oltre 500 milioni di dollari mentre Pacific Rim arranca ancora nei box office americani e Lone Ranger se lo sono fumato in pochi, segno che gli americani hanno, come sempre, una personalissima visione del “bello” o che per un angusto gioco del destino i pop corn che si trovano nei multisala che proiettano i film più orrendi sono più buoni degli omologhi che si trovano dove proiettano delle pellicole valide. Leggi di mercato, e mai siamo più consapevoli, alla luce di quanto nel recente venuto a galla, di quanto sia vera questa affermazione. Internet è come sempre la nostra fonte e a dimostrazione che la nostra non è solo la follia di due o tre nerd cialtroni-indignati ecco che pure siti di peso si interessano della querelle, pertanto rimandiamo al molto più autorevole di noi Bad Taste, che ha pure scritto un paio di articoli in merito. L'articolo specifico che segue contiene ovviamente riferimenti al vituperato finale originale, pertanto si consiglia la lettura unicamente se avete già visionato la pellicola o se della stessa non ve ne fregasse una sega (alternativa non disdicevole)


Come potete constatare, ecco la novità più importante; il film era già stato girato (probabilmente “non finito” negli effetti speciali) quando i capoccia della Paramount, che probabilmente non avranno letto nemmeno una riga dell'adattamento e volevano vendere un film di zombie per un pubblico di “minori accompagnati”(si stavano forse confondendo con Warm Bodies?...mistero), hanno detto: “non mi piace”. A questo è seguita l'epurazione del sangue, che quindi effettivamente e logicamente un tempo c'era, e l'assegnazione della riscrittura a Damon “Satana” Lindelof, che come killer prezzolato ha provveduto al troncamento di personaggi chiave, uccisione della logica e riscrittura integrale (e demenziale) della terza parte della pellicola. Terza parte della quale più emergono i dettagli più appare evidente quanto risplendesse per logica, tragicità, dramma e passione. Risultato, uno dei ruoli più belli e completi di Pitt (pettinatura a parte che comunque distrae troppo...) si è trasformato nel “producer's cut” in una cosa così brutta, ma così brutta che manco Steven Seagal l'avrebbe accettata. Pitt purtroppo ci metteva i soldi e si è fatto plagiare.
Ho i boccoli!!
Ma ora ecco spuntare (forse) un'occasione di pentimento, sotto forma della versione Uncut che uscirà in America a metà settembre e ad ottobre da noi. Sembra, e il nostro è un sembra piccino piccino ma cazzuto, che sarà disponibile anche il vecchio montaggio e potrebbe essere, e qui il nostro “forse” è di dimesioni intorno al micron, che le vecchie scene saranno finite e integrate. La fonte è nientemeno che Entertainment Weekly


Forse c'è ancora tempo per salvare il salvabile. La versione uncut promette Pitt che regalerà molta azione che non si è vista al cinema, ma potrebbe essere tutto un abbaglio e ridursi ad un paio di fegatelli, scenette eliminate in quanto inutili in cui, tipo, Pitt beve una coca, Pitt legge le istruzioni di un dopobarba, Pitt apre una porta. Ma il materiale buono ci sarebbe, speriamo sia quello il vero regalo.


Speranze. Speranze di cui ci ha visto del buono in questo film. Speranze di chi ha letto magari il libro. Speranze di chi aspetta ancora oggi la versione uncut di Kill Bill, l'adattamento originale de L'esorcista La Genesi mai arrivato alle sale ma girato, Johnny Mnemonic versione estesa come uscito in Giappone, con quaranta minuti in più dedicati al personaggio di Kitano (segati da lungimiranti produttori occhi a palla). Il cinema è pieno di casi di questo tipo, di “sarebbe stato bello se”, che non sono andati in porto per lo più per idiosincrasie idiote del mercato. Assurdamente, il film di Foster è andato così bene che ora non si esclude un seguito. Magari 2. E io lo darei di nuovo in mano al genio Lindeloff che dopo essere scappato senza saper come continuare Prometheus dopo che lui stesso lo ha stravolto, qui si trova in una situazione assolutamente analoga. Perché un seguito e un senso l'adattamento originale ce lo potevano avere, ma il World War Z scritto da Lindeloff no. WWZ si riduce ad una unica deflagrate scoreggia, è la barzelletta di tutti i disaster movie e, puerilmente, non è programmato per un seguito. Ci cappottiamo dal ridere, con un bel groppone di amaro in bocca. 
Talk0

domenica 1 settembre 2013

I libri del mese (agosto)

Vorrei inaugurare una rubrica. Non abbiamo mai avuto una rubrica, quindi potrebbe essere una curiosa novità. Una sorta di rubrica fissa del primo del mese. Non sono costante, quindi questo "numero zero" potrebbe essere l'unico. Ora, visto il titolo avrete capito che parlerò di libri; una cosa del tipo "quel che ho letto nell'ultimo mese" o giù di lì. Tenete presente che io non seguo i diritti del lettore di Pennac, quindi se inizio un libro, lo finisco, che mi piaccia o meno. Sorge un dilemma: parlare solo dei libri che mi sono piaciuti o anche di quelli che mi hanno causato conati/narcolessia/paralisi corporea/altri danni cerebrali. La lettura è soggettiva, come tutte le forme d'arte, pertanto un libro che a me ha inorridito, magari ha venduto milioni di copie e parlandone male potrei trovarmi al cancello qualche decina di fan armati di fucile. Ok, sto supponendo che questo blog sia seguito da molte persone, cosa alquanto improbabile. Quindi me ne sbatterò e, nel caso, andrò incontro alla morte con onore.
"Il teorema del pappagallo" di Denis Guedj parla di matematica. Sì avete capito bene, matematica! Ma non è un saggio, è un romanzo che ha per sfondo una spiegazione della matematica dagli albori fino allo studio di funzioni. Somiglia come impostazione a "Il mondo di Sofia" (sa alle superiori avete studiato filosofia, sicuramente ve l'avranno fatto leggere), solo traslato in ambito scientifico. In effetti alcune parti mi sono rimaste oscure sebbene l'autore riesca sempre a semplificare anche i concetti più complessi. La trama non è particolarmente ricca di fronzoli e il mistero alla base della storia non è poi così... misterioso, ma i personaggi sono abbastanza simpatici e se amate alla follia Parigi, potrete ritrovarla descritta dettagliatamente (wow che avverbio!). L'autore è francese, ne consegue che l'unico personaggio italiano sia un mafioso... Il libro è editato in Italia nel 2000, quindi potrete trovare un'edizione economica che non vi lasci senza i soldi per fare colazione.
"Il mio nome è nessuno" di Valerio Massimo Manfredi è la prima parte della vita romanzata (ma come sempre nel caso di Manfredi storicamente attendibile) di Odisseo alias Ulisse alias Ulì per gli amici. Manfredi non tradisce e ci regala un altro romanzo che scorre da paura, emoziona e insegna. Sì, penso di aver imparato più dai suoi libri che a scuola (se c'è qualche studente che sta leggendo... io alle superiori non studiavo molto e in classe non ero mai attento, ma sbagliavo! Voi seguite le lezioni e fate i compiti! Studiate, capre! ... mica che poi mi si additi come un cattivo esempio). L'Ulisse che vive tra le pagine del libro, è umano, con le sue debolezze e i suoi punti di forza, è eroe, ma tutt'altro che invincibile. Il resoconto dei dieci anni di assedio a Troia potrebbe essere quello della guerra del Vietnam: crudo, realistico... leggetelo non ve ne pentirete e come me rimarrete in spasmodica attesa della seconda parte.
Bionda. Bella. Fumava. Uno sparo. Cervella sul muro. Non fumava più. "Sei pezzi da mille" di James Ellroy è un po' tutto così, non perché sia "Sei pezzi da mille", ma perché il noir di Ellroy ha in sostanza questa forma di scrittura, che può piacere o può stancare dopo poche pagine. A me piace, tanto che questo è il terzo libro di Ellroy che mi leggo nell'arco di un anno. La storia parte dall'assassinio di Kennedy e si dipana lungo gli anni immediatamente successivi (morte di Martin Luther King, guerra in Vietnam, rivolte contro il KKK ecc... e poi ci lamentiamo dei giorni nostri...) attraverso gli occhi dei tre personaggi principali, le cui vite si intrecciano sullo sfondo decadente di una società storicamente contraddittoria (e qui era tutta campagna e si stava meglio quando si stava peggio...). Come dicevo Ellroy ha uno stile tutto suo, frenetico, costruito su dialoghi serrati e periodi brevissimi, quasi ossessivi. Dipinge un'America disperata e incapace di uscire dalla ruota di eventi tragici che si è messa in moto quel dannato 22 novembre del '63. Non posso evitare di consigliarvi di leggere almeno un suo libro. 

Ursula Le Guin è una delle più famose scrittrici fantasy della storia dell'universo e non solo. Io ovviamente ho scoperto della sua esistenza scartabellando nella sezione dei libri per ragazzi in libreria. Mi scuso con tutti i fan della signora. Non è colpa mia, non ho mai letto libri fantasy. Ho approfittato della super edizione Mondadori che raccoglie tutti i sei libri della saga, così da non dover cercare i libri singolarmente in giro per le librerie di Milano (quello che mi sta succedendo per "Il gioco di Ender"; il primo libro è introvabile, quindi non riesco e non posso iniziare. Sarebbe come guardare "L'impero colpisce ancora" senza aver visto "Guerre Stellari"; sto divagando...). La Le Guen è una donna e si capisce. Niente splatter, arti staccati e cose del genere, ma c'è comunque un alone dark nel suo mondo (Terramare appunto), che difficilmente scontenterà gli appassionati (io non saprei se definirmi così o no, avendo letto poco altro). Chi detesta gli orrendi troll, gli odiosi elfi a cavallo e gli sempre ubriachi gnomi stia tranquillo, qui ci sono solo draghi (pochini) e magia. Una scuola di magia fa da sfondo alle peripezie dei personaggi... non è Hogwarts, ma sicuramente la Rowling ha letto Terramare. Due cose rendono la saga diversa dalle altre. Anzi tre. Primo, i libri di distanziano di molti anni l'uno dall'altro, quindi i personaggi invecchiano ed evolvono molto rapidamente. Secondo: il personaggio principale cambia da libro a libro, non c'è un solo vero eroe. Terzo: be' la Le Guen scrive bene, senza fronzoli, senza dialoghi inutili o descrizioni chilometriche delle piante che crescono su ogni singolo isolotto del suo mondo o del piatto preferito degli abitanti della seconda città per grandezza della quarta isola dell'arcipelago di 'sta Cippa. Si va dritto al sodo. i fan di Tolkien potranno vomitare (visto che l'autrice gli è stata paragonata), ma credo che questa lettura sia qualcosa di profondamente diverso. Provatela! 
Fine della rubrica. Come può concludersi una rubrica? Arrivederci al prossimo numero? Ci rileggiamo il mese prossimo? Lo spero, mi sono divertito e spero di aver dato qualche buon consiglio...
Gianluca