Ma perchè con due
“i” poi? Sti ammericani.. comunque lo pronunciano Poppei e già
mi immagino la parodia hard. Primo trailer!
Lo schiavo Milo (Kit Harington, già visto né Il trono d spade, dove interpreta Jon
Snow) e una pollastra altolocata pompeana di nome Cassia (Emily
Browning, già vista in Sucker Punch... e con l'occasione invito i
maschietti a non vedere troppo Sucker Punch, che rischiano di
rimanere ciechi...) si innamorano. Di lì a poco il Vesuvio erutta e
arrivano gli effetti speciali. Ok, di sicuro succederà nel mentre
anche qualcosa di altro, tipo un amico che arriva da fuori per
salvarli. Lotte di gladiatori, lava, inseguimenti, lava, casti
bacetti, lava, barconi a remi più rapidi di motoscafi, lava.
P.T. Anderson è un
nome che qui su “le conseguenze” amiamo alla follia. A lui
dobbiamo indiscussi capolavori quali Mortal Kombat, la saga di
Resident Evil, lo spacconissimo Death Race, il cazzaro I tre
moschettieri, lo stra-cazzaro Alien vs Predator e il bellissimo e
sottovalutato Punto di non ritorno. Che vi devo dire? Abbiamo gusti
un po' sofisticati... Tutto il genere umano poi invidia Anderson per la
relazione con la sua musa, Milla Jovovich, qualcosa di paragonabile
sono alla coppia Federico Fellini - Giulietta Masina (sì, sì. Oggi
sono un po' alticcio). In attesa di girare Resident Evil 6, pellicola
che tutti i nerd invocano (?), ecco che il nostro decide di dare una
sterzata al suo testosteronico curriculum da regista action per
virare sul dramma storico. Conoscendo la spiccata sensibilità del
regista sarà un incrocio tra il telefilm Spartacus e un film di
Emmerich. Spettacolo! Titanic, ciupa.
Orrendi commenti di pancia dopo la visione del
Trailer
Va bene. Sedetevi,
prendetevi un bel respiro, e godetevi questo bel trailer di cui
(colpa ferie) mi sono accorto con “leggerissssimo” ritardo.
Il film, tratto da
un manga dello stesso Miyazaki serializzato su una rivista che tratta
di aerei (ma guarda un po'), si ispira alla storia vera di Jiro
Horikoshi, progettista a cui dobbiamo gli “Zero”, gioielli di
ingegneria che nella seconda guerra mondiale fecero un paiolo così
agli americani, soprattutto nella versione adattata per “kamikaze”,
soprattutto in quel di Pearl Harbour (anche se hanno fallito
nell'abbattere Ben Affleck... che sarà il prossimo Batman... il mondo
sta implodendo...). Un genio la cui vita, per nulla semplice e dai
risvolti decisamente tragici, è un cristallino esempio di come con
sacrificio e dedizione si possano realizzare i sogni più grandi. In
senso lato un'ottima metafora della modernizzazione che
ha investito il Giappone nel secolo scorso, facendone il faro
dell'innovazione tecnologica e dei fumetti erotici. Miyazaki, da
sempre appassionato di aerei, è forse l'uomo che meglio può
rappresentare lo sfaccettato mondo interiore di un sognatore, per di
più compatriota. Pensate se Miyazaki fosse stato italiano e avesse
deciso di fare un film su Enzo Ferrari. Credo che sarebbe venuto
qualcosa di meglio dei docu-film con Sergio Castellitto. Però...
Ghibli è uno
degli studi di animazione più importanti al mondo, fucina di favole
in movimento indimenticabili che hanno appassionato generazioni
intere di spettatori. Eccellenza tecnica cui si accompagna il tratto,
sempre riconoscibile, stile che caratterizza animazione che sa essere
classica come moderna, per bambini come per adulti. Tutte le opere
Ghibli, anche quelle considerate “minori”, sono un'autentica
gioia per gli occhi e cosa rara, panacea per il cuore. Sì, sembrerà
una cosa assurda a leggere, ma a me le opere Ghibli “fanno bene” e
spesso quando sono triste come debilitato sono solito inserire nel
lettore Cagliostro, Laputa, Totoro. Mi rilassano come solo sa fare
Guerre Stellari (sì, sono un tipo un po' strano, lo ammetto). Però...
Però ultimamente
lo studio Ghibli sta confezionando prodotti che sanno sempre meno di
“magico” o, per usare una metafora qui oltremodo appropriata,
“volano basso”. Non discuto il livello tecnico, la freschezza
nell'affrontare tematiche nuove (come l'apertura al “genere
femminile” in La collina dei Papaveri), la ricerca di un approccio
più realistico nella caratterizzazione dei personaggi (vedi il chara
de La città incantata), la scelta di sceneggiature che, nel caso non
fossero originali, richiamano libri splendidi (Howl, Terramare). Ma
dove è finito il “Miyazaki touch”, quel non so che capace di
elevare un prodotto ottimo in stratosferico?
Il senso di
vertigine, gli inseguimenti a rotta di collo, l'imponenza degli
scenari, la grandiosità dei “cattivi” (che non siano
semplicemente “vecchi stronzi” come in Arrietty e Howl), la
maestosità della colonna sonora? Gli anni passano, governo ladro, un
tempo qui era tutta campagna. Perché non posso più oggi aspettarmi
da Ghibli qualcosa come Laputa o Cagliostro? Lo so. È colpa mia che
voglio sempre la stessa, datata, minestra, ma le guglie di Cagliostro
me le sogno ancora di notte e un certo idrovolante spiaggiato a filo
d'acqua con il suo padrone intento a farsi una pennica in spiaggia lo
avrei rivisto più che volentieri.
Comprendo che la
mia critica appaia largamente ingenerosa in questo momento, nella
trattazione di un film come Kaze no Tachinu che si presenta da subito
come un'opera realistica. Comprendo anche che si voglia mettere in
scena una tipologia di pellicola che non è aliena al Ghibli, che
rimanda dritto allo (straziante) "Una tomba per le lucciole". Ma il
manga di Kaze no Takinu presentava personaggi umoristici con fattezze
animali antropomorfe di pronto richiamo a Porco Rosso. Che fine hanno
fatto? Sempre nel manga di Miyazaki (alcune tavole ve le abbiamo pure
riportate noi nel vecchio articolo) compaiono “in visioni”
colossi volanti come visti in Conan, Nausicaa e Laputa (e in parte
Howl), invenzioni grafiche geniali e ardite che richiamano allo
steampunk come a Da Vinci. Che fine hanno fatto? Me le sono solo
sognate (il che è possibile, non lo nego..)? Forse sì, mi aspettavo
un revival alla Porco Rosso perché dietro le fattezze caricaturali, all'aspetto buffo, questi character sapevano bene interpretare animi
tormentati, nascondere una scorza tragica. Ma Miyazaki ha deciso di
cambiare l'impostazione originaria dell'opera, forse per renderla più
fresca di un dolce amacord in vista della sua recente dichiarazione
di ritirarsi. Il chara designer è di fatto un mostro sacro
dell'animazione giappa, nonché responsabile del chara di Kiki
consegne a domicilio, dovrei essere felice e invece mi ritrovo qui
impantanato in un'atmosfera retro-carina-pur-drammatica degna del, da
me, odiatissimo "La collina dei papaveri". Sognavo i pirati dell'aria
di Laputa (e quella prima locandina di Kaze Tachinu mi aveva
riportato a Porco Rosso) e mi ritrovo ultra realistici Zero degni
della Production I.G. (ossia bellissimi-perfetti ma “non da
Ghibli”... almeno secondo me). Probabilmente anche il fatto di
rappresentare sul grande schermo la storia di un personaggio reale ha
influenzato. Non sempre si può scherzare, la storia del grande
costruttore di aerei è una storia vera, ma perché non attingere
almeno un poco, allo straordinario sense of wonder dello studio,
magari in pindarici voli onirici? Poi la canzoncina del
trailer... ve la ricordate la canzone di Cagliostro? La end song di
Laputa e quella di Mononoke? Due minuti e voglio già strangolare
cantante, autore e produttore della canzoncina del trailer di Kaze
Tachinu (e qui mi aspetto che un mega esperto di cultura Giapponese
mi certifichi che detta “canzoncina” è la seconda sinfonia più
conosciuta in nipponia dopo l'inno nazionale, e io di conseguenza
sono un troglodo ignorante).
Come sempre, tutto
questo è scaturito in me solo ed esclusivamente dal trailer. Per un
giudizio vero e non preconcetto vi rimando a una futura recensione.
Kaze Tachinu è stato in programma alla mostra di Venezia, se siete
stati in zona fatemi sapere se vi è piaciuto e mettetemi a commento
un laconico “Talk0, anche oggi non c'hai capito una sega”. Io
come sempre apprezzerò. Probabile la distribuzione video di Lucky
Red (manca giusto la conferma ufficiale mentre scrivo ma la darei per
buona...).
Continua la
ricerca del nuovo produttore del cosiddetto “fango pirico”,
un'arma misteriosa e letale in grado di cambiare gli esiti di ogni
guerra. Ian detto Dragonero per via di ecc. ecc. giunge finalmente da
qualcuno in grado di aiutarlo, il suo vecchio amico Alben. Il mago
conosce il manufatto che portava la contrabbandiera Fakhry, l'unica
cosa che è rimasta di lei dopo la distruzione del falconetto. È un
medaglione e appartiene alla gilda degli “impuri”, un gruppo di
mercenari che si vende al miglior offerente, ma che di recente
traffica con gli orchi. Gli impuri praticavano la negromanzia, il
mistero del sistema di occultamento del falconetto potrebbe aver
quindi radici mistiche e non tecnocrate. L'impero ha fatto un culo
così agli impuri, ma qualcuno si è salvato e il medaglione ha una
foggia così specifica da convincere Alben senza alcun dubbio che simili monili si possano trovare in un preciso punto della
mappa. Il mago dà quindi in dotazione al gruppo di Ian un mini
zeppelin e i nostri partono per la meta finale. Nel frattempo Ian
continua a raccontare di quando era giovane e del suo primo incontro
con il fuoco pirico. Una brutta storia che lo ha segnato
profondamente.
Secondo volumetto di Dragonero, diretto proseguimento
del primo e ponte con il terzo che potrebbe essere la conclusione del
primo arco narrativo, ma anche no. Anche no perché in questo numero
non succede niente! Niente di niente! Il nulla!!!! Alben fa parte dei
personaggi che abbiamo conosciuto nel romanzo a fumetti. È un
mentore ma ha il difetto di essere un eremita. Risultato? Da pagina
trenta del primo volume a pagina trenta del secondo, circa 110
pagine, i nostri eroi si limitano ad... andare a trovare Alben nel suo
eremo!!! Sì, c'è in mezzo anche il flashback sul passato di Ian, ma
anche in quello succede poco o niente! La decompressione di questa
storia è irritante, il lettore si sente fortemente preso per il culo
in un contino aspettare a vuoto. È pazzesco!! Immaginiamo che la
stessa storia sia su un numero di Tex e il fango pirico una trovata
degli indiani. Tutto quello che è successo in due numeri di
Dragonero si ridurrebbe a due battute di questo tipo. Tex indaga a
casa della contrabbandiera. La stessa entra e si fa vedere dal suo
pard Carson che esclama “peste!” e la impiomba all'istante. Tex
esamina il corpo, scopre il monile e dichiara: “Questa beccacciona
appartiene al clan dei cani scorreggianti. (Tex sa tutto, sempre)
Andiamo a trovarli senza avvertire Tiger Jack e Piccolo Falco, che se
gli chiediamo aiuto per una cosa del genere ci ridono dietro". Fine. Volete anche l'approfondimento psicologico? Carson prosegue:
“Satanasso, come conosci i cani scorreggianti?” e Tex “Una
brutta storia” Fine. E ho preso per esempio il fumetto con i tempi
narrativi più lenti in circolazione!!
Dalla regia mi dicono che il
fantasy si nutre di paesaggi, contemplazione, filosofia. I tempi
dilatati ci stanno e preparano a una scoperta lenta e progressiva
dell'elemento misterioso. Ma è possibile che in due numeri di oltre
duecento pagine complessive sia successo così poco? E vi ho taciuto
sulla trama secondaria più telefonata della storia, al punto che se
guardate la copertina del terzo volume e avete letto anche solo metà
del primo volume vi fate uno spoiler grosso così (ma tranquilli è
uno di quegli spoiler segreto-di-pulcinella). Il disegno di Matteoni
è sempre stellare, le intuizioni grafiche si sprecano e le scene di
azione sono una manna. La storia è di nuovo qualcosa di indefinito,
lenta e senza mordente. Se poi c'è all'orizzonte la minacciosa
prospettiva che i nostri per entrare in azione ci mettono sempre
almeno due numeri interi di chiacchiere, la collezione di Dragonero
si fa sempre meno allettante. Continueremo a trastullarci con questa
palla a fumetti? Vi faremo sapere.
Nuovo fiammante,
ecco il primo attesissimo trailer della nuova incarnazione del
poliziotto crociato cyborg! Che dire, non male ma con qualche
limite. Il film appare da subito ben lontano dallo splatter spinto
dell'originale e lo si può notare in più scene, prima tra tutte la
nuova “morte” di Murphy (certo che da una morte così
“radicale” sembra difficile che qualcosa di integro si possa
salvare). In effetti sono stato male dalla primissima scena
d'apertura del video, che designa la pellicola quale film per tutti.
Maledetti. Vedere la nuova armatura in movimento però mi è
piaciuto, tanto nella versione classica metallizzata che nella
versione “black”. L'idea del casco che si apre liberando il volto
come la presenza di una mano ancora umana sono già significative
differenze rispetto al concept originale. Nel Robocop di Verhoeven,
Murphy è di fatto “morto” e nessuno, anche per magagne legali
presumiamo, può conoscere il suo volto indi per cui l'elmo è ben
saldato, trapanato e inchiodato al resto del corpo e quando viene
“svitato” il volto appariva una sorta di omaggio a Dart Vader.
Certo un casco non dissimile a quello di un motociclista rivela una
maggiore umanità di base del cyborg e fa tanto “supereroe” ( o
cavaliere medioevale) quando si abbassa la visiera prima di uno
scontro o quando incazzato. Questo aspetto può avere pesanti
ripercussioni sulla trama, primo tra tutti il fatto che la moglie
sappia bene che fine ha fatto Murphy. La mano conservata anche nel
post-armatura mi ha ricordato una celebre scena del primo Robocop,
quando un medico esultante, prima della conversione in cyborg del
nostro robocoppo, con Murphy ancora bello organico, esclama: “Gli
abbiamo salvato il braccio!” e tutti lo guardano come fosse un
deficiente.
La moto... vabbeh, si vede che è più leggero un computer
“futuribile” dell''86 di uno “futuribile” del 2013. La pistola è
un'altra assurdità. Perché deve allungarsi la pistola??? Ok che si
apra la gamba la cosa me ne faccio di una pistola che si
allunga?? Anche il fatto che affronti altri barattoli di metallo è un
chiaro indice preoccupante del target di età livellato. Ho visto da
poco Elysium e spinto da amarcord rivisto District 9 di Bomkamp, film
che fanno ampio uso di splatter e gingilli hi-tech. È quella la
violenza visiva e la meccanica dei movimenti artificiali del robot
che doveva avere questo nuovo robocop, una diretta evoluzione dell'etica splatter di Verhoeven: soprattutto in District 9 l'esoscheletro
alieno mi ha fatto per un attimo sognare i movimenti dell'Ed-209 e le
armi (tanto di District 9 che di Elysium) mi hanno fatto sognare gli
effetti del mega-fucilone-assassino-splattera-tutto sempre del Primo
Robocop.
Ultimo appunto, e
spero che qualcuno dia seriamente una sistemata, è la cg che
fuoriesce da questo trailer. Guardate la scena in cui Robocop salta
dall'altro verso il basso. Se in un mini monitor mi accorgo di quanto
è artefatta l'immagine, cosa può essere sul grande schermo?
Rinnovo,
come esposto nell'articolo precedente, tutta la mia fiducia in attori
e regista (un grande regista). Ma qui butta male....
No, non è Fight
Club né Drive. Ma ci siamo vicini. Non sembra Gta ma ne condivide
tantissimi aspetti. È un gioco-bomba dalla grafica stranissima che
ha ammaliato e tuttora diverte milioni di giocatori.
C'è un telefono
che risponde a chiamate di aiuto. Dall'altra parte della cornetta
qualcuno agirà.
Fine anni ottanta. Miami. Siamo in un palazzone decrepito di periferia, in
appartamento fatiscente, lurido. È buio, la poca luce filtrante è
di un surreale rosso vermiglio. Il giradischi suona una ballata
deprimente, malata, il parto tra un folk sgraziato eseguito con
qualche tipo di strumento orientale. La puntina salta in
continuazione, la melodia è quasi inascoltabile. Ma la musica non è
il solo dolore alle orecchie. Frulla e si sovrappone a ogni suono
l'incessante ronzio di insetti che volano impazziti ovunque. Con
tante mosche festanti, l'aria deve essere irrespirabile, perché da
qualche parte può facilmente trovarsi un cadavere o due in
putrefazione, forse da mesi. Nessuno da settimane si è preso la
briga di ripulire. Il nostro avatar, un ragazzotto con giubbetto
viene illuminato da un cono di luce. Iniziamo a muoverci in un
ambiente per lo più buio. La visuale è dall'alto, camminiamo con
il cursore sinistro e giriamo lo sguardo con il cursore destro. Dove
ci troviamo? Chi abita qui? Pochi passi e davanti a noi, illuminato
da un faro rosso, appare un uomo seduto su di una poltrona. Indossa
una maschera inquietante. Sembra la testa mutilata di una zebra . Non
ha occhi, solo delle vuote orbite nere dietro le quali qualcuno ci
sta spiando. La zebra ci parla. Dice che che è strano che non la
riconosciamo, perché ci conosciamo molto bene di fatto. Un'altra luce
tetra si accende illuminando un'altra figura anch'essa seduta, su un
divano alle spalle della zebra. Indossa la maschera di un pollo dalle
orbite nere mentre tiene le braccia larghe sul divano e giocherella
con le gambe, muovendole scomposte. Il pollo constata che abbiamo
perso la memoria e subito gli fa eco un terzo ospite, con una
maschera di maiale. Un istante. Tutto gira. Perdiamo i sensi. Ci
risvegliamo in pieno giorno nel letto di un appartamento ben
ordinato. Il telefono squilla. C'è un lavoro da fare e noi senza
battere ciglio siamo pronti. Scese le scale siamo nel vialetto e
subito al volante della nostra auto, un carcassone metallizzato,
diretti verso il nostro obiettivo. Un edificio che dovremo
“ripulire”. Prima di entrare c'è però qualcosa da fare. Si
apre un inventario. Dobbiamo scegliere una maschera da animale da
indossare. La maschera di un pollo senza orbite. Solo così potremo
procedere senza essere riconosciuti nelle pericolose tane della mafia
russa di Miami e svolgere la nostra attività di vendicatore. Ma c'è
qualcosa di sbagliato, di non chiaro. Chi ci contatta al telefono per
le missioni? Possibile che la paga consista in hamburger, pizze e
videocassette? Sono veri i suoi incarichi o sono allucinazioni? Siamo
davvero un giustiziere, lo sterminatore della mafia russa o è solo
una follia e noi stiamo agendo comandati dalle inquietanti maschere
zoomorfe che indossiamo? Benvenuti a Hotline Miami.
Wow. L'impatto di
questo gioco è dirompente!
Può un prodotto
indie, retrò, opera di uno sparutissimo numero di programmatori nel
2012 sconvolgere gli utenti pc? Può lo stesso prodotto nel luglio
2013 raggiungere sulle console 85 su Metacritic andando a insediare i
top seller Last of us e Bioshock infinite? La risposta è sì e si
palesa concretamente nell'istate in cui metterete le mani sul titolo.
Perché a vederlo
e basta, senza giocarci, è tutta un'altra storia. I più schizzinosi
potrebbero tirare in ballo Loaded per ps1 e allontanarvisi schifati.
Si può parlare di vintage, di passione per certe idee videoludiche
datate che puntano molto all'effetto nostalgia su i più anzianotti.
Far Cry 3 ha una bella mod ambientata negli anni '80, furoreggiano il
rete difficilissimi cloni del primo Super Mario, stanno tornando di
moda gli sparatutto verticali (Sine Mora) e i picchia picchia 2d
(Blazblue) e a scorrimento (Dragon's Crown). Hotline Miami appare a
prima vista come un titolo figlio degli anni e delle mode
videoludiche in cui è ambientato: prodotto dei primi anni novanta
con storia dei primi anni novanta. Può pertanto essere scambiato
per un gioco per adulti sviluppato su Amiga, magari un titolo
ultrasplatteroso dei DMA design (costola psygnosis da cui nascerà il
team di Rockstar...) dove c'è molto splatter-shoot Walker ma anche
istant-splatter alla Lemmings... insomma, c'è sangue in bitmap, tanto
sangue in 2d. Ma non solo, anche le altre qualità dei prodotti
DMA: comandi semplici e la stessa, immensa, musica che usciva
dall'Amiga. Lo spirito è quello se non fosse per i dettagli
narrativi da urlo, ma ne parleremo dopo.
Il gameplay è il
classico try'n'error senza che la cosa pesi. Non pesa anche perché i modi per finire uno stage sono molteplici così come le strategie
applicabili e il livello di fortuna che vi bacia di volta in volta.
Era questa la chiave di Lemmings. Si vince e si va avanti. Si vince
perché si è bravi come per intuito come per fortuna. Si vuole
rigiocare per vincere al meglio. Si perde e bastano pochi secondi per
essere felici, carichi, pronti a ripartire. Una miscela non facile
frutto di save-point ben bilanciati, di un tasso di sfida alto ma
abbordabile. Stessa classe che si vede in Hotline Miami. Il
giocatore prende i comandi del tizio schizzato ammazzatutti e la
prospettiva è dall'alto, verticale pieno, come in Crackdown di Sega
(Ok...diciamo come il primo GTA che ci capiamo meglio). Con il
dorsale sinistro ci si muove, con il destro si mira, con un tasto si
raccolgono oggetti, con un dorsale si spara con l'altro si lancia
l'arma che si ha in pugno. Ci sono anche altri aspetti come mira
assistita e visuale a lungo raggio ma i comandi sono tutti qui. Si
entra nella sezione disarmati (o armati se si dispone di certe
maschere), scegliendo quale maschera indossare. Ogni maschera dà dei
bonus come velocità, precisione, occultamenti vari, resistenza. Si
frega l'arma al primo tizio che troviamo sbattendogli magari la porta
in faccia o prendendolo a cazzotti di spalle, ci si fa avanti
spavaldi al prossimo nemico. Dettagli. Facendo troppo rumore si
allerteranno più nemici, pesantemente armati e cattivi. Ci sono dei
cani in giro e colpiscono veloci come proiettili. Esporsi troppo
significa morire e dover ricominciare dall'ultimo save point. Perché con un colpo solo siamo morti. Se entriamo in una stanza con una
persona che con un fucile controlla l'accesso siamo morti. Se usiamo
un coltello per affrontare un tipo con mazza siamo morti. Hotline
Miami è difficile. Ma quando si imbrocca la sequenza giusta diventa
appagamento puro, uno sballo. In breve vi renderete conto di essere
capaci ad inanellare una serie di azioni così spavalde che nei
primi minuti di gioco avreste ritenuto inconcepibili, perché con la
giusta dose di esperienza dal kamikaze passerete a muovervi come il
top killer dell'universo. Ma anche morire non sarà un problema,
perché a ricaricarvi ci penserà l'immensa colonna sonora di questo
titolo.
Non esistevano
ancora le schede sonore su pc e Amiga era in grado di essere usata
nelle radio come campionatore di suoni. Il sonoro che usciva
dall'Amiga era di fatto il top, i toons di sviluppo hanno ispirato
gran parte della musica elettronica e dance moderna. Miami hotline fa
uguale. Una musica quasi ipnotica. Chi si ricorda la ost di Savage? Il
pezzo scratch di Blood Money (sempre by DMA)? Ok, andate su you tube
e capirete meglio quello che intedo dire. Io mi facevo le cassette
con le colonne sonore dell'Amiga, ed erano spaziali come la ost di Hotline Miami, che vi consiglio di recuperare in qualche modo.
Grafica fine anni
ottanta-inizio novanta, musica in stile, dettagli narrativi da urlo.
Una storia è anche espressione del media che la racconta. Leggendo
un libro noi ci immaginiamo le scene, vedendo un film perdiamo
l'elaborata descrizione dei dettagli di un libro ma abbiamo in più
la musica a rendere coinvolgente l'azione. Il videogame agisce come
via di mezzo. Se oggi è possibile ricreare in game la recitazione
degli attori, ieri avevamo a descrivere momenti drammatici solo un
personaggio fatto di un ammasso di poligoni (quando non una carta
“statica” nei primi gdr) che stava per lo più fermo mentre una
nuvoletta stile fumetto ne raccontava i pensieri. Nella nostra testa
riuscivamo a far recitare quell'ammasso di poligoni, a trovare
empatia per lui.
Oggi riusciamo a fare lo stesso con Hotline Miami
perché al di là del gameplay puro adrenalinico, alla musica
martellante e coinvolgente riusciamo a vedere in quei pochi pixel una
storia grazie a una sceneggiatura coinvolgente che nulla ha da
invidiare a una grossa produzione. Una sceneggiatura che si palesa
anche in dettagli grafici di non marginale conto. A un certo punto
libereremo una ragazza da una gang e vedremo che con il tempo lei
continuerà a frequentare la nostra abitazione spostandosi da un
locale all'altro. E non serve una sola linea di dialogo per chiarire
questa situazione, è una cosa che c'è, è meramente “grafica” ed
implementa a suo modo l'esperienza narrativa. Ma non è il solo
dettaglio, la sceneggiatura fa uso della grafica anche per le sezioni
oniriche, implementa effetti horror con distorsioni del quadro visivo simili a videocamere di sorveglianza, fa udire invece della musica un
sordo fischio dopo che una granata ci è andata troppo vicino, fa uso
di voci diaboliche. Gli stessi personaggi, pur con pochi pixel
“recitano” in moltissime pose diverse e il grado di violenza
sebbene appaia dissimulato dal basso dettaglio grafico appare di una
brutalità estrema, creando un piccolo inferno splatter.
Assolutamente non adatto agli impressionabili. Preziosismi, chicche ,
emozioni che si riescono a comunicare grazie a uno sparuto numero di
pixel e qualche effetto. Grandi idee con apparente povertà di mezzi.
Impresa difficile da cogliere. Pura classe nel saperla affrontare.
Hotline Miami è
il Paranormal Activity dei videogame. Ecco l'esempio migliore che si
può dare, l'unica frase che dovete ricordare in tutto questo delirio
di battute.
Grande merito dei
programmatori, i Dennaton Game, studio composto da due abilissimi
professionisti (coaudiuvati da grandissimi musicisti per la ost). E
alla fine il prezzo, 7.99. Se amate i videogiochi action, se amate i
videogiochi vintage, se cercate un briciolo di game-art, se amate i
film surreali e i film di gangstar, ma soprattutto se siete adulti e
dotati di un buon umorismo Hotline Miami potrebbe essere il titolo
che fa per voi. E se vi è piaciuto, sappiate che presto uscirà
anche il numero 2
Se avete letto la
nostra recensione dell'ultimo film di Foster, sapete già quanto la
abbiamo disprezzato, per la puerilità dell'intreccio, per i boccoli
del protagonista e soprattutto per il mer***issimo adattamento
commissionato al “genio”, sì “genio di 'sto ****o” Damon
Lindelof. Nonostante queste brutture il film, da considerarsi uno dei
peggiori crimini contro l'umanità cinefila, ha incassato oltre 500
milioni di dollari mentre Pacific Rim arranca ancora nei box office
americani e Lone Ranger se lo sono fumato in pochi, segno che gli
americani hanno, come sempre, una personalissima visione del “bello” o
che per un angusto gioco del destino i pop corn che si trovano nei
multisala che proiettano i film più orrendi sono più buoni degli
omologhi che si trovano dove proiettano delle pellicole valide. Leggi
di mercato, e mai siamo più consapevoli, alla luce di quanto nel
recente venuto a galla, di quanto sia vera questa affermazione.
Internet è come sempre la nostra fonte e a dimostrazione che la
nostra non è solo la follia di due o tre nerd cialtroni-indignati
ecco che pure siti di peso si interessano della querelle, pertanto
rimandiamo al molto più autorevole di noi Bad Taste, che ha pure
scritto un paio di articoli in merito. L'articolo specifico che segue
contiene ovviamente riferimenti al vituperato finale originale,
pertanto si consiglia la lettura unicamente se avete già visionato
la pellicola o se della stessa non ve ne fregasse una sega
(alternativa non disdicevole)
Come potete
constatare, ecco la novità più importante; il film era già stato
girato (probabilmente “non finito” negli effetti speciali) quando
i capoccia della Paramount, che probabilmente non avranno letto
nemmeno una riga dell'adattamento e volevano vendere un film di
zombie per un pubblico di “minori accompagnati”(si stavano forse
confondendo con Warm Bodies?...mistero), hanno detto: “non mi
piace”. A questo è seguita l'epurazione del sangue, che quindi
effettivamente e logicamente un tempo c'era, e l'assegnazione della
riscrittura a Damon “Satana” Lindelof, che come killer prezzolato
ha provveduto al troncamento di personaggi chiave, uccisione della
logica e riscrittura integrale (e demenziale) della terza parte della
pellicola. Terza parte della quale più emergono i dettagli più
appare evidente quanto risplendesse per logica, tragicità, dramma e
passione. Risultato, uno dei ruoli più belli e completi di Pitt
(pettinatura a parte che comunque distrae troppo...) si è trasformato
nel “producer's cut” in una cosa così brutta, ma così brutta
che manco Steven Seagal l'avrebbe accettata. Pitt purtroppo ci
metteva i soldi e si è fatto plagiare.
Ho i boccoli!!
Ma ora ecco
spuntare (forse) un'occasione di pentimento, sotto forma della
versione Uncut che uscirà in America a metà settembre e ad ottobre
da noi. Sembra, e il nostro è un sembra piccino piccino ma cazzuto,
che sarà disponibile anche il vecchio montaggio e potrebbe essere, e
qui il nostro “forse” è di dimesioni intorno al micron, che le
vecchie scene saranno finite e integrate. La fonte è nientemeno che
Entertainment Weekly
Forse c'è ancora
tempo per salvare il salvabile. La versione uncut promette Pitt che
regalerà molta azione che non si è vista al cinema, ma potrebbe
essere tutto un abbaglio e ridursi ad un paio di fegatelli, scenette
eliminate in quanto inutili in cui, tipo, Pitt beve una coca, Pitt
legge le istruzioni di un dopobarba, Pitt apre una porta. Ma il
materiale buono ci sarebbe, speriamo sia quello il vero regalo.
Speranze. Speranze
di cui ci ha visto del buono in questo film. Speranze di chi ha letto
magari il libro. Speranze di chi aspetta ancora oggi la versione uncut
di Kill Bill, l'adattamento originale de L'esorcista La Genesi mai
arrivato alle sale ma girato, Johnny Mnemonic versione estesa come
uscito in Giappone, con quaranta minuti in più dedicati al
personaggio di Kitano (segati da lungimiranti produttori occhi a
palla). Il cinema è pieno di casi di questo tipo, di “sarebbe
stato bello se”, che non sono andati in porto per lo più per
idiosincrasie idiote del mercato. Assurdamente, il film di Foster è
andato così bene che ora non si esclude un seguito. Magari 2. E io
lo darei di nuovo in mano al genio Lindeloff che dopo essere scappato
senza saper come continuare Prometheus dopo che lui stesso lo ha
stravolto, qui si trova in una situazione assolutamente analoga.
Perché un seguito e un senso l'adattamento originale ce lo potevano
avere, ma il World War Z scritto da Lindeloff no. WWZ si riduce ad
una unica deflagrate scoreggia, è la barzelletta di tutti i disaster
movie e, puerilmente, non è programmato per un seguito. Ci
cappottiamo dal ridere, con un bel groppone di amaro in bocca.
Vorrei inaugurare una rubrica. Non abbiamo mai avuto una rubrica, quindi potrebbe essere una curiosa novità. Una sorta di rubrica fissa del primo del mese. Non sono costante, quindi questo "numero zero" potrebbe essere l'unico. Ora, visto il titolo avrete capito che parlerò di libri; una cosa del tipo "quel che ho letto nell'ultimo mese" o giù di lì. Tenete presente che io non seguo i diritti del lettore di Pennac, quindi se inizio un libro, lo finisco, che mi piaccia o meno. Sorge un dilemma: parlare solo dei libri che mi sono piaciuti o anche di quelli che mi hanno causato conati/narcolessia/paralisi corporea/altri danni cerebrali. La lettura è soggettiva, come tutte le forme d'arte, pertanto un libro che a me ha inorridito, magari ha venduto milioni di copie e parlandone male potrei trovarmi al cancello qualche decina di fan armati di fucile. Ok, sto supponendo che questo blog sia seguito da molte persone, cosa alquanto improbabile. Quindi me ne sbatterò e, nel caso, andrò incontro alla morte con onore.
"Il teorema del pappagallo" di Denis Guedj parla di matematica. Sì avete capito bene, matematica! Ma non è un saggio, è un romanzo che ha per sfondo una spiegazione della matematica dagli albori fino allo studio di funzioni. Somiglia come impostazione a "Il mondo di Sofia" (sa alle superiori avete studiato filosofia, sicuramente ve l'avranno fatto leggere), solo traslato in ambito scientifico. In effetti alcune parti mi sono rimaste oscure sebbene l'autore riesca sempre a semplificare anche i concetti più complessi. La trama non è particolarmente ricca di fronzoli e il mistero alla base della storia non è poi così... misterioso, ma i personaggi sono abbastanza simpatici e se amate alla follia Parigi, potrete ritrovarla descritta dettagliatamente (wow che avverbio!). L'autore è francese, ne consegue che l'unico personaggio italiano sia un mafioso... Il libro è editato in Italia nel 2000, quindi potrete trovare un'edizione economica che non vi lasci senza i soldi per fare colazione.
"Il mio nome è nessuno" di Valerio Massimo Manfredi è la prima parte della vita romanzata (ma come sempre nel caso di Manfredi storicamente attendibile) di Odisseo alias Ulisse alias Ulì per gli amici. Manfredi non tradisce e ci regala un altro romanzo che scorre da paura, emoziona e insegna. Sì, penso di aver imparato più dai suoi libri che a scuola (se c'è qualche studente che sta leggendo... io alle superiori non studiavo molto e in classe non ero mai attento, ma sbagliavo! Voi seguite le lezioni e fate i compiti! Studiate, capre! ... mica che poi mi si additi come un cattivo esempio). L'Ulisse che vive tra le pagine del libro, è umano, con le sue debolezze e i suoi punti di forza, è eroe, ma tutt'altro che invincibile. Il resoconto dei dieci anni di assedio a Troia potrebbe essere quello della guerra del Vietnam: crudo, realistico... leggetelo non ve ne pentirete e come me rimarrete in spasmodica attesa della seconda parte.
Bionda. Bella. Fumava. Uno sparo. Cervella sul muro. Non fumava più. "Sei pezzi da mille" di James Ellroy è un po' tutto così, non perché sia "Sei pezzi da mille", ma perché il noir di Ellroy ha in sostanza questa forma di scrittura, che può piacere o può stancare dopo poche pagine. A me piace, tanto che questo è il terzo libro di Ellroy che mi leggo nell'arco di un anno. La storia parte dall'assassinio di Kennedy e si dipana lungo gli anni immediatamente successivi (morte di Martin Luther King, guerra in Vietnam, rivolte contro il KKK ecc... e poi ci lamentiamo dei giorni nostri...) attraverso gli occhi dei tre personaggi principali, le cui vite si intrecciano sullo sfondo decadente di una società storicamente contraddittoria (e qui era tutta campagna e si stava meglio quando si stava peggio...). Come dicevo Ellroy ha uno stile tutto suo, frenetico, costruito su dialoghi serrati e periodi brevissimi, quasi ossessivi. Dipinge un'America disperata e incapace di uscire dalla ruota di eventi tragici che si è messa in moto quel dannato 22 novembre del '63. Non posso evitare di consigliarvi di leggere almeno un suo libro.
Ursula Le Guin è una delle più famose scrittrici fantasy della storia dell'universo e non solo. Io ovviamente ho scoperto della sua esistenza scartabellando nella sezione dei libri per ragazzi in libreria. Mi scuso con tutti i fan della signora. Non è colpa mia, non ho mai letto libri fantasy. Ho approfittato della super edizione Mondadori che raccoglie tutti i sei libri della saga, così da non dover cercare i libri singolarmente in giro per le librerie di Milano (quello che mi sta succedendo per "Il gioco di Ender"; il primo libro è introvabile, quindi non riesco e non posso iniziare. Sarebbe come guardare "L'impero colpisce ancora" senza aver visto "Guerre Stellari"; sto divagando...). La Le Guen è una donna e si capisce. Niente splatter, arti staccati e cose del genere, ma c'è comunque un alone dark nel suo mondo (Terramare appunto), che difficilmente scontenterà gli appassionati (io non saprei se definirmi così o no, avendo letto poco altro). Chi detesta gli orrendi troll, gli odiosi elfi a cavallo e gli sempre ubriachi gnomi stia tranquillo, qui ci sono solo draghi (pochini) e magia. Una scuola di magia fa da sfondo alle peripezie dei personaggi... non è Hogwarts, ma sicuramente la Rowling ha letto Terramare. Due cose rendono la saga diversa dalle altre. Anzi tre. Primo, i libri di distanziano di molti anni l'uno dall'altro, quindi i personaggi invecchiano ed evolvono molto rapidamente. Secondo: il personaggio principale cambia da libro a libro, non c'è un solo vero eroe. Terzo: be' la Le Guen scrive bene, senza fronzoli, senza dialoghi inutili o descrizioni chilometriche delle piante che crescono su ogni singolo isolotto del suo mondo o del piatto preferito degli abitanti della seconda città per grandezza della quarta isola dell'arcipelago di 'sta Cippa. Si va dritto al sodo. i fan di Tolkien potranno vomitare (visto che l'autrice gli è stata paragonata), ma credo che questa lettura sia qualcosa di profondamente diverso. Provatela!
Fine della rubrica. Come può concludersi una rubrica? Arrivederci al prossimo numero? Ci rileggiamo il mese prossimo? Lo spero, mi sono divertito e spero di aver dato qualche buon consiglio...