A volte basta poco per tornare a provare le stesse emozioni di quando eravamo bambini...
mercoledì 21 ottobre 2015
domenica 18 ottobre 2015
Super Meat Boy - il platform difficile definitivo arriva anche su playstation 4!!
Meat boy è... Beh, Meat boy è... un cubetto. Con le gambette, le baraccine e la faccina sorridente. Ed è fatto di carne, se no sarebbe solamente un "cube boy" qualsiasi. Non sarebbe di un fighissimo colore rosso fuoco. Né sporcherebbe di sangue, dopo una delle sue morti frequenti e orribili, tutti i muri, gli spuntoni e le falci rotanti dei livelli infernali del platform in cui si trova. Perché si trova a farsi squartare "a nastro" in posti tetri che manco Hostel di Eli Roth? Per via del terribile Doctor Fetus. Che ha un nome bruttissimo, è ambiguo, piccolo piccolo ma alla guida tipo di un esoscheletro minaccioso. Un esoscheletro ricavato da una incubatrice. I programmatori si drogano. Meat boy ama Bandage Girl, una dolce cubettina rosa con una margheritina in testa e gli occhioni dolci. Nessuno ama il Doctor Fetus, motivo per il quale l'omino patisce, scrive testi metal sulla Smemo, fa i cattivi pensieri e infine rapisce Bandage Girl diventando un genio del male. Meat Boy non si lascia scoraggiare e affronta così una serie di diabolicissimi livelli per salvare la sua amata. Ma siccome è un po' sfigato o babbo o tutte e due le cose insieme, ogni volta che raggiunge Bandage Girl quel lestofante del Doctor Fetus riesce a rapirla di nuovo e portarla alla fine di un altro intricato e splatterosissimo livello. Ogni tanto è il malvagio omino stesso che si cimenta nello sterminio del povero Meat Boy alla guida di robot dotati di motoseghe giganti e roba così. Ma Meat Boy non molla. A meno che non molli il giocatore dopo una crisi di pianto, una esplosione di ira o la morte della sua console o della tv a furia di testate e calci liberatori.
Edmund McMillen nel 2008 creava un giochino flash. Grafica puccettosa ma che nascondeva foschissime ambientazioni horror, in grado di artigliare con sorprendenti tocchi splatter. Comandi facili e intuitivi, ma ostici da padroneggiare, ritmo e difficoltà "seria", hardcore . In un attimo ebbe gli occhi di tutti i player e le case di produzione puntati addosso. Gli arrivarono i finanziamenti, Edmund mise su il suo bel "Meat Team" e tutti i pc e le console ebbero una propria versione del suo omino di carne. Una droga digitale per notti in bianco e urla di frustrazione a monte di pochi sani momenti di pura gioia. Nasceva uno dei giochi più amati di sempre. Un indie low budget ma cazzuto che era un po' una sorta di Super Mario Bros incontra Lemmings saltando come Megaman. Duro come Ghost'n'Goblins, ipnotico come lo sta-cult Rick Dangerous per Amiga. Tutti felici, tutti esaltati, il gioco piace pure alle ragazze. Tutti bestemmiano alla luna dopo la duecentesima morte di fila. Il buon Edmund McMillen batteva cassa, si faceva il "nome" e da lì a poco arrivò il suo nuovo game, ancora indie, ancora horror - puccettoso ma più stile Zelda per Super Nintendo: The Binding of Isaac. La play rimaneva sfigatamente a bocca asciutta dell'avventura del pupazzino di carne, per via di una esclusiva Microsoft. Oggi la grande ingiustizia è finita! Meat boy arriva su Ps4 in versione riveduta e corretta. E io esulto perché anche noi videogiocatori Sony abbiamo diritto di ululare alla luna e rispondere male ai nostri cari se moriamo male in un giochino.
Però cacchio se è difficile.
Una musichina rockeggiante ci accompagna per i livelli caricandoci a mille, i colori sono vivaci ma in un lampo diventano "noir" e iniziamo ad assistere al massacro sanguinario di puccettosi scoiattoli. Non chiedetemi il perché. Ci sentiamo allegri ma il buio è dietro l'angolo, le trappole e gli scenari sono qualcosa di davvero infido. Si inizia un livello con l'obiettivo di raggiungere la cubettina rosa, in genere nascosta da qualche parte, a volte sotto chiave. Si salta con un tasto, ci si arrampica e si corre per saltare più lontano, ogni tanto di collezionano chiavi o si batte qualche boss utilizzando lo scenario, tutto qui e poco altro. Subito possiamo ammirare quanto il game design sia geniale nella sua essenziale ma continua sfida. I programmatori sono dei bastardi puri. Ogni nuovo schema cambiano le carte in tavola. Livelli in cui è chiesta velocità, livelli in cui è chiesta logica, livelli che sembrano fatti per essere passati solo per una fortuna bestiale. La costante è che si muore e rimuore male. E qui torniamo (noi figli degli anni '70) al primo Lemmings per Amiga dei primi '90. Stesso fascino "schematico -brutale" a livello visivo, non tanto nella grafica pompata ma nel modo in cui sono stati costruiti i livelli piattaforma dopo piattaforma, baratro dopo baratro.
A volte davvero sembra un'impresa eroica affrontare due o tre
piattaforme stronze, nonostante non ci siano legioni di draghi giganteschi da
abbattere. Serve precisione, calma e il giusto ritmo per superare le insidie
di Fetus e gli ostacoli naturali (leggi strapiombi e aculei) che ci si parano
davanti ogni pochi centimetri. Tutto l'impegno profuso può sfumarsi a un passo
dalla meta dopo una sequenza di gioco degna delle olimpiadi, ogni errore si
paga e nonostante i comandi siano buoni si ha talvolta la sensazione che il
nostro pezzettino di carne scivoli troppo, ma scivolare è la sua
"essenza" e domare questo aspetto è una delle sfide più impegnative
e appaganti dell'esperienza. Come accadeva nei giochi degli anni '80 qui se
si muore prima della fine di uno stage si ricomincia tutto da capo, per 300
livelli uno più bastardo dell'altro. Alla fine di un livello si può salvare, vero, ma nel mentre... ore e ore di frustrazione dedicate al subdolo giochino manco
fosse un dio pagano. Perché se cadete nel "tunnel" il gioco vi
elettrizzerà e sedurrà con la sua curva di apprendimento progressiva-ripida e
non ne avrete mai abbastanza. Inizierete a ragionare da professionisti e a
rigiocare mille volte le sfide più dure per arrivare al top finendo un quadro
impossibile in otto secondi e bendati, pronti a bullarvi con voi stessi. Meno
tempo ci si mette e meno Meat Boy si sacrificano, più si alza il punteggio e
si possono sbloccare extra. E poi c'è un aspetto proprio malato da "humor
nero", che spinge al masochismo videoludico più estremo. Ogni volta che
moriamo nel gioco il livello si "sporca", arrivando
letteralmente e perversamente a traboccare di sangue. Siamo morti su una
sega circolare? Nel tentativo successivo la sega sarà sporca di sangue. Certo
potrà essere utile per "segnare" maggiormente l'ostacolo, un po' come
i messaggi dei giochi della saga Souls, ma c'è anche il "lato b" della
perversione. Sempre in tono macabro-buffo, una opzione replay che si attiva a
livello superato e ci mostra tutte le nostre morti di quella fase. In un attimo
il replay ci fa assistere allo spettacolo di tutti i nostri meat boy che
contemporaneamente e inesorabilmente vanno incontro a morte certa fino
che l'ultimo riesce a superare la sfiga e la sfida. E tanti meat boy insieme
sembrano un lago di sangue che manco gli ascensori di Shining. Il sangue di
legioni di cubetti rossi defunti è indelebilmente sulle nostre mani ed è qui,
come sopra citato, che torna di nuovo l'effetto "Lemmings". Anche
lì c'era il replay mortale se vi ricordate, anche lì in pochi secondi si
accelerava il livello vedendo spiaccicare milioni di creaturine indifese che cadevano
contro l'asfalto o il fuoco i peggio. Il puccetto-sadismo è potente in Super
Meat Boy.
Non vi spaventate se occorreranno giorni per passare
uno stage. Non distruggete la vostra casa se non riuscite subito a passare le diaboliche
ventole del livello 2.4. Un bel respiro, un po' di yoga e un the caldo faranno
il caso vostro. Anche se dopo la decima tisana probabilmente tornerete a imprecare duro contro il Meat Team e le loro madri. Forse la frustrazione vi
farà prendere in mano dei libri, incontrare gente, tutto pur di non pensare a
Super Meat Boy. Questo gioco è ottimo per lasciare da parte i game e tornare a
socializzare nel mondo reale, una vera terapia d'urto. Ma comunque una droga a
cui è bello tornare per perderci dentro, imprecando al mondo bastardo mentre
abbiamo i pollici sul pad. Possiamo entrare in contatto con il nostro lato più
animale, riconoscerlo e vincerlo. Una perfetta terapia comportamentale che vi
viene offerta grata questo mese se avete il playstation plus. Perdersi questa
chicca di gioco è un delitto. Super Meat Boy è gameplay puro ed è fatto per
divertirvi (poco) e appagarvi (poco ma "abbastanza"). Non ha una
mega grafica moderna, non ha diecimila opzioni online, non ha una "storia"
cinematografica. È solo saltare, correre, schivare ed arrampicarsi. Nel mente
distruggendo pad, console, finestre, pareti e per ultimo dare fuoco alla
vostra abitazione. Ma lo fa in modo spaziale. Puro rock'n'roll digitale,
grezzo e è cattivo ma che non esce mai dal vostro stereo.
Talk0
lunedì 12 ottobre 2015
Orgoglio e pregiudizio zombie - il primo trailer!
Lo aspettavamo da quando è stato annunciato Abramo Lincoln Cacciatore di Vampiri (bello ma quanto sarebbe stato più bello con Liam Neeson protagonista..) e ora anche il libro "Orgoglio e Pregiudizio Zombie" , sempre di quel geniaccio di Seth Grahame, Smith si appresta ad arrivare nelle sale. Un libro, assolutamente splatter e assolutamente scorretto, che prendeva il classico di Jane Austen (che più o meno tutti siamo stati costretti a leggere a scuola e solo in sei ricordano) e ne coglieva al cento per cento la carica più nascosta (parecchio nascosta ) e sovversiva .
Il regista Burr Steers ha in curriculum il simpatico 17
again e Charlie St.Cloud (che non ricordo), entrambi con protagonista Zack
Efron, e serie tv come Weeds, Big Love (che non ho esattamente amato) e L
World. Il buon Burr è anche sceneggiatore e in passato ha scritto una commedia
con Kate Hudson e Matthew McConaughey, il mieloso e deprimente Come farsi
lasciare in dieci giorni, e torna a scrivere per questa nuova pellicola
zombesca, schedulata per ora per un 2016 generico.
Il cast è ricchissimo e schiera la bellissima Cenerentola "live Disney" Lili James come l'ugualmente corvo "live Disney" di Maleficent, Sam Riley. Inoltre comprende lo stralunato e tenero Doctor Who "Eleven" Matt Smith e ben due "Lannister" dal Trono di Spade, il gigantesco Charles Dance e la stupenda e sempre cattivissima (ma qui non so, magari no) Lena Headey.
Il cast è ricchissimo e schiera la bellissima Cenerentola "live Disney" Lili James come l'ugualmente corvo "live Disney" di Maleficent, Sam Riley. Inoltre comprende lo stralunato e tenero Doctor Who "Eleven" Matt Smith e ben due "Lannister" dal Trono di Spade, il gigantesco Charles Dance e la stupenda e sempre cattivissima (ma qui non so, magari no) Lena Headey.
Da segnalare anche il bello ma attore canissimo in Jupiter Ascending Douglas Booth, che speriamo nella pellicola muoia subito e male, prima di recitare peggio. Ma no dai, speriamo che ci diventi di colpo l'attore del secolo. Ma forse stiamo mentendo .
Cosa c'è di meglio per prepararsi alla visione di uno zombie movie se non tornare a spolverare un libro "di scuola" che abbiamo subito odiato e dimenticato perché impostoci mentre volevamo fare delle vacanze? Potremmo per una volta leggerlo e magari restare piacevolmente sorpresi di quanto una "roba da donne" possa in realtà piacere anche a rudi maschiacci. Del resto se a Grahame Smith è riuscito in miracolo di farci appassionare a Lincoln, cosa che non è riuscita a Spielberg, chissà mai che non ci venga il colpo di fulmine per Jane Austen. Potrebbe essere pure un occasione per capire di più le ragazze che amano queste letture. Del resto in Animal House di Landis il massimo per la confraternita più scassata del college era proprio andare a tampinare le ragazze della scuola privata Jane Austen.
Insomma siamo curiosi di vedere questa pellicola, sperando che sia bella divertente, sgangherata e con la giusta punta romantica. Del resto agli zombie piace mangiare i cuori.
Il buon Gianluca intanto è a caccia del romanzo di Grahame Smith... Presto una recensione con comparazione dell'originale della Austin. Forse.
Seguiremo con interesse i futuri sviluppi di questa pellicola.
Talk0
domenica 11 ottobre 2015
Le storie n. 36 : Lysierum
Disegni: Leila Leiz;
testi: Alberto Ostini.
Da qualche parte nello spazio esiste un pianeta sul quale si erge una città sconfinata di nome Lysierum. Il governo è nelle mani del Consiglio delle Ultramenti, una casta di anziani semi immortali che negli anni ha cercato di plasmare una società quanto più funzionale, duratura e sicura per i cittadini, grazie a programmi che ne inibissero le pulsioni più primordiali e alla manipolazione di flora e fauna. I fiori non hanno profumo, non piove, i fastidiosi insetti non esistono, non c'è violenza, tutti sono vestiti con abiti standardizzati e colori tenui, i cibi sono insapori e calibrati per il fabbisogno alimentare minimo, tutto è insonorizzato, tutto è riciclabile, perfino i cittadini stessi. Attraverso la genetica, sconvenienti sentimenti come la felicità, l'ira e la paura sono repressi allo stesso modo con cui le malattie sono scomparse. Giunti al termine del ciclo vitale, i più anziani cittadini sono chiamati a spogliarsi ed entrare all'interno di capsule, a disciogliersi nell'arca di rigenerazione. Da questa usciranno al loro posto persone già adulte, con un nuovo nome e socialmente attive grazie all'induzione di un ciclo di psico-formazione che riassegna le professioni. Per evitare conflitti pure la sessualità è stata inibita, lo spirito di auto conservazione tuttavia, pur considerato un deprecabile istinto animale, non è scomparso. Per far rispettare la legge, che nella stragrande maggioranza del casi si limita ad azioni finalizzate alla preservazione della procedura di "riciclo umano", con la prevenzione di possibili fughe, esistono i funzionari esecutori. Unici individui con un po' di muscoli che mantengono ancora geneticamente tratti atavici maschili, necessari per conservare istinti predatori e doti di aggressività. Soggetti tenuti per questo sotto costante controllo farmacologico e sottoposti a programmi psico-distensivi. Nihil è un esecutore efficiente e scaltro, però sta sviluppando un'indole malinconica e curiosa, da quando ha assistito a un evento apparentemente insolito quanto inimmaginabile. Un suicidio. Gli incubi lo tormentano, i farmaci non bastano e presto la sua vita potrebbe diventare un problema per l'ordine costituito di Lysierum. Nonostante tutti i controlli sembra che si siano sviluppati in città dei moti di ribellione che infine sono riusciti a sabotare l'arca di rigenerazione. Come conseguenza, da una delle sue capsule è uscito un individuo dalla sessualità femminile non inibita e dal percorso psico-formativo non ultimato. Un individuo che ricorda i profumi e i colori del tempo passato, capace di provare gioia e tristezza. Una creatura affascinante che riesce in breve a stregare Nihil, impegnato in prima linea nella sua caccia, che li porterà alla scoperta di un mondo ancora più complesso di quello mostrato dalle Ultramenti.
Dallo sconfinato numero di paroloni strani da me utilizzati e dalla copertina del sempre eccelso Aldo Di Gennaro, appare chiaro che ci troviamo davanti a una storia di sci-fi. Una fantascienza dai toni esistenzialistici che cita parecchi Urania del passato, attingendo per lo più da Philip Dick e cinematograficamente dai Figli degli Uomini di Cuaron e soprattutto dal cupo THX di George Lucas. Le atmosfere sono intriganti (io ci ho visto pure una punta dell'anime Psycho Pass... Ma il discorso ritorna poi sempre a Dick), i termini e aggeggi fantascientifici snocciolati e utilizzati, stimolanti. La trama, in tre archi ipotetici, risulta ben sviluppata nella prima e seconda parte, quando dal contesto investigativo passiamo a una caccia all'uomo hi-tech squisitamente vintage ricca di trovate. Tuttavia l'epilogo tradisce un numero forse eccessivamente esiguo di pagine, non in grado di farci assaporare importanti capovolgimenti narrativi. Ostini, uno degli autori di Nathan Never, si dimostra espertissimo in materia sci-fi vintage e confeziona una storia comunque divertente per i molti inseguimenti, interessante nella rappresentazione dello stato d'animo dei personaggi e ricca per tematiche ancora oggi attuali. Ugualmente dal sapore retrò si dimostrano i disegni di Leila Leiz, che sviluppa un tratto spiccatamente Kirbiano non negandosi una punta di piacevole revisionismo pop. Uno stile cinetico e sintetico, quasi minimale nell'accentramento della scena ma sempre chiaro nella costruzione delle tavole e potente nella rappresentazione dei corpi e dei volti, leggermente caricaturali nelle espressioni, seppur eleganti. Un lavoro che mi fa pensare al Madman di Allred e che forse sarebbe stato maggiormente valorizzato dalla colorazione, in quanto il tratto molto chiaro e "per stile" non molto ombreggiato rende la tavola spesso eccessivamente bianca. Rimane comunque un disegno molto affascinante. Il numero 36 della collana si dimostra una piacevolissima lettura.
Da qualche parte nello spazio esiste un pianeta sul quale si erge una città sconfinata di nome Lysierum. Il governo è nelle mani del Consiglio delle Ultramenti, una casta di anziani semi immortali che negli anni ha cercato di plasmare una società quanto più funzionale, duratura e sicura per i cittadini, grazie a programmi che ne inibissero le pulsioni più primordiali e alla manipolazione di flora e fauna. I fiori non hanno profumo, non piove, i fastidiosi insetti non esistono, non c'è violenza, tutti sono vestiti con abiti standardizzati e colori tenui, i cibi sono insapori e calibrati per il fabbisogno alimentare minimo, tutto è insonorizzato, tutto è riciclabile, perfino i cittadini stessi. Attraverso la genetica, sconvenienti sentimenti come la felicità, l'ira e la paura sono repressi allo stesso modo con cui le malattie sono scomparse. Giunti al termine del ciclo vitale, i più anziani cittadini sono chiamati a spogliarsi ed entrare all'interno di capsule, a disciogliersi nell'arca di rigenerazione. Da questa usciranno al loro posto persone già adulte, con un nuovo nome e socialmente attive grazie all'induzione di un ciclo di psico-formazione che riassegna le professioni. Per evitare conflitti pure la sessualità è stata inibita, lo spirito di auto conservazione tuttavia, pur considerato un deprecabile istinto animale, non è scomparso. Per far rispettare la legge, che nella stragrande maggioranza del casi si limita ad azioni finalizzate alla preservazione della procedura di "riciclo umano", con la prevenzione di possibili fughe, esistono i funzionari esecutori. Unici individui con un po' di muscoli che mantengono ancora geneticamente tratti atavici maschili, necessari per conservare istinti predatori e doti di aggressività. Soggetti tenuti per questo sotto costante controllo farmacologico e sottoposti a programmi psico-distensivi. Nihil è un esecutore efficiente e scaltro, però sta sviluppando un'indole malinconica e curiosa, da quando ha assistito a un evento apparentemente insolito quanto inimmaginabile. Un suicidio. Gli incubi lo tormentano, i farmaci non bastano e presto la sua vita potrebbe diventare un problema per l'ordine costituito di Lysierum. Nonostante tutti i controlli sembra che si siano sviluppati in città dei moti di ribellione che infine sono riusciti a sabotare l'arca di rigenerazione. Come conseguenza, da una delle sue capsule è uscito un individuo dalla sessualità femminile non inibita e dal percorso psico-formativo non ultimato. Un individuo che ricorda i profumi e i colori del tempo passato, capace di provare gioia e tristezza. Una creatura affascinante che riesce in breve a stregare Nihil, impegnato in prima linea nella sua caccia, che li porterà alla scoperta di un mondo ancora più complesso di quello mostrato dalle Ultramenti.
Dallo sconfinato numero di paroloni strani da me utilizzati e dalla copertina del sempre eccelso Aldo Di Gennaro, appare chiaro che ci troviamo davanti a una storia di sci-fi. Una fantascienza dai toni esistenzialistici che cita parecchi Urania del passato, attingendo per lo più da Philip Dick e cinematograficamente dai Figli degli Uomini di Cuaron e soprattutto dal cupo THX di George Lucas. Le atmosfere sono intriganti (io ci ho visto pure una punta dell'anime Psycho Pass... Ma il discorso ritorna poi sempre a Dick), i termini e aggeggi fantascientifici snocciolati e utilizzati, stimolanti. La trama, in tre archi ipotetici, risulta ben sviluppata nella prima e seconda parte, quando dal contesto investigativo passiamo a una caccia all'uomo hi-tech squisitamente vintage ricca di trovate. Tuttavia l'epilogo tradisce un numero forse eccessivamente esiguo di pagine, non in grado di farci assaporare importanti capovolgimenti narrativi. Ostini, uno degli autori di Nathan Never, si dimostra espertissimo in materia sci-fi vintage e confeziona una storia comunque divertente per i molti inseguimenti, interessante nella rappresentazione dello stato d'animo dei personaggi e ricca per tematiche ancora oggi attuali. Ugualmente dal sapore retrò si dimostrano i disegni di Leila Leiz, che sviluppa un tratto spiccatamente Kirbiano non negandosi una punta di piacevole revisionismo pop. Uno stile cinetico e sintetico, quasi minimale nell'accentramento della scena ma sempre chiaro nella costruzione delle tavole e potente nella rappresentazione dei corpi e dei volti, leggermente caricaturali nelle espressioni, seppur eleganti. Un lavoro che mi fa pensare al Madman di Allred e che forse sarebbe stato maggiormente valorizzato dalla colorazione, in quanto il tratto molto chiaro e "per stile" non molto ombreggiato rende la tavola spesso eccessivamente bianca. Rimane comunque un disegno molto affascinante. Il numero 36 della collana si dimostra una piacevolissima lettura.
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mercoledì 7 ottobre 2015
Inside out
Riley ha undici anni e deve, come Brandon e Brenda Walsh, lasciare la grande e "fredda" provincia americana (per lei il
Montana, per loro il Minnesota) per seguire il lavoro del babbo in una San
Francisco che suona subito come "Sanfranschifo", come il
"motoschifo" di "allaricercadinemiana" memoria. Una casa
nuova e vuota, una nuova scuola, gli amici che si possono vedere solo con
Skype, pizzerie con solo un tipo di scelta e solo pizza coi broccoli, Sanfranschifo
si merita tutto il suo soprannome. I mobili non arrivano e forse i traslocatori
si sono persi o se li sono venduti, i finanziamenti danno problemi, la
famiglia di Riley è nel pieno di una polveriera emotiva e dentro le teste della
bambina, di mamma e di papà è tutto un susseguirsi di dibattiti tra buffi
"omini del cervello (R)" ( marchio registrato da Pasquale Laricchia
del Grande Fratello). Perché in ogni persona, alla consolle di comando della
emotività, a guardare su grande schermo in streaming dai bulbi oculari la nostra
vita, si alternano dei pupazzetti tutti buffi e pelouchosi (e presto
vendutissimi) a prendere la decisione giusta per fare sì che noi possiamo
sopravvivere al mondo nel migliore dei modi, se non addirittura vivere
felici. C'è Gioia, una palletta di sole saltellante con la zazzera blu, che
ci fa vedere il lato positivo della vita. Disgusto, una gnappetta verde
buffamente menosa, che fa in modo che noi frequentiamo "le persone e gli
ambienti giusti". Paura, uno smilzo grigetto è schizzato che pare un
ragioniere, che fa in modo che noi possiamo affrontare al meglio i pericoli.
Rabbia, un tarchiato omino rosso con la testa che va in fiamme, che ci dice
quando tirare fuori le palle. E infine Tristezza, una chiattina viola
occhialuta e con il maglione che la infagotta, che ancora non ha capito il suo
ruolo nel mondo e ha paura di fare disastri per la sua sbadataggine. Nel
gruppo Gioia fin da piccina detiene il comando, ma forse qualcosa sta
cambiando. La vita si sta divertendo a mettere alla prova la piccola Riley e la
sta facendo crescere di botto da bambina ad adulta. Ed una serie di eventi
farà sì che la palletta di sole dovrà davvero ingegnarsi per salvare la baracca.
Di più non vi dico perché sarebbe un peccato, questo
film Pixar è una continua sorpresa e invenzione tanto visiva quanto
contenutistica che dovete godere in pieno. Apparentente complicatissimo, il
film riesce a scorrere che è un piacere senza mai annoiare un momento,
divertendo e, come spesso fanno i Pixar, facendovi commuovere a ripetizione.
Preparate i fazzoletti. Io che sono un caso clinico ho iniziato a piangere già
dopo il primo minuti del corto, che anticipa il film, "Lava", una
canzoncina malinconica cantata da Caccamo e Malika Ayane. Ma io, ripeto, sto
messo male. Però ho visto che non ero l'unico in sala, Inside Out riesce
davvero a muovere le emozioni e propone situazioni in cui è facile ritrovarsi,
autentica "memoria collettiva". Tuttavia i piccini al cinema mi sono
sembrati saltuariamente più interessati a spostarsi tra le poltroncine
per i popcorn o la coca o a correre vicino al palco davanti al mega schermo
durante l'intervallo. Forse perché nonostante i buffissimi protagonisti e il
ritmo indiavolato, il film presenta suggestioni che possono essere apprezzate
maggiormente dagli adulti, derive psicanalitiche non così troppo "for
Dummies". Qualcosa che mi mette la pellicola di Pete Docter dalle parti
del similare e ugualmente spiscioso quanto elaborato Osmosis Jones dei fratelli
Farrelly. Splendidi giocattoli visivo - educativi che giocoforza si apprezzano
maggiormente da grandicelli.
Pete Docter del resto ci aveva già deliziato con il sognante quanto ultra dettagliato mondo di Mosters & Co. Se vi siete divertiti con Mike e Sully tra strani aggeggi e il tortuoso dedalo di porte dimensionali della Monster Inc. qui vi troverete a casa. E grazie al cielo che ci sono di nuovo in produzione, dopo l'eccelso Up e l'ingiustamente poco performante Brave, pellicole nuove non "sequel di qualcosa" e che non sono troppo livellate per bambini. Tra un Cars e un Frozen ogni tanto pure i più grandicelli si divertono. Artisticamente c'è, come sempre, davvero poco o nulla da recriminare. È Pixar, non sarebbe da aggiungere altro. La casa nata da Lasseter e Bill Gates che con il tempo ha fagocitato-reimmaginato Disney, Marvel e Lucas Arts dimostra negli anni che contro di lei non ce n'è. La tecnologia, l'animazione, gli attori e i musicisti coinvolti. Tutto è ai massimi livelli e ogni nuova pellicola sposta più in alto l'asticella. Visivamente in più del solito qui sorprende la "consistenza" degli "omini del cervello(R)". E' qualcosa di curiosissimo, sembrano pelouches un po' usurati con delle palline di stoffa che sporgono, ma al contempo hanno un'aria immateriale, eterea. Le immagini su piccolo schermo non rendono giustizia del folle lavoro che ci sta dietro e mi dispiace di non aver potuto vedere la pellicola in 3D per coglierne di più la profondità. Anche i capelli dei personaggi, da sempre difficilissimi da realizzare, hanno subito un nuovo step dai tempi degli Incredibili (ma già in Brave erano fantastici). E poi c'è tutto il "mondo interiore" di Riley, con centinaia di dettagli e che non disdegna nemmeno ardite interpretazioni dell'arte pittorica. Magnifico.
Pete Docter del resto ci aveva già deliziato con il sognante quanto ultra dettagliato mondo di Mosters & Co. Se vi siete divertiti con Mike e Sully tra strani aggeggi e il tortuoso dedalo di porte dimensionali della Monster Inc. qui vi troverete a casa. E grazie al cielo che ci sono di nuovo in produzione, dopo l'eccelso Up e l'ingiustamente poco performante Brave, pellicole nuove non "sequel di qualcosa" e che non sono troppo livellate per bambini. Tra un Cars e un Frozen ogni tanto pure i più grandicelli si divertono. Artisticamente c'è, come sempre, davvero poco o nulla da recriminare. È Pixar, non sarebbe da aggiungere altro. La casa nata da Lasseter e Bill Gates che con il tempo ha fagocitato-reimmaginato Disney, Marvel e Lucas Arts dimostra negli anni che contro di lei non ce n'è. La tecnologia, l'animazione, gli attori e i musicisti coinvolti. Tutto è ai massimi livelli e ogni nuova pellicola sposta più in alto l'asticella. Visivamente in più del solito qui sorprende la "consistenza" degli "omini del cervello(R)". E' qualcosa di curiosissimo, sembrano pelouches un po' usurati con delle palline di stoffa che sporgono, ma al contempo hanno un'aria immateriale, eterea. Le immagini su piccolo schermo non rendono giustizia del folle lavoro che ci sta dietro e mi dispiace di non aver potuto vedere la pellicola in 3D per coglierne di più la profondità. Anche i capelli dei personaggi, da sempre difficilissimi da realizzare, hanno subito un nuovo step dai tempi degli Incredibili (ma già in Brave erano fantastici). E poi c'è tutto il "mondo interiore" di Riley, con centinaia di dettagli e che non disdegna nemmeno ardite interpretazioni dell'arte pittorica. Magnifico.
I
nostri doppiatori hanno fatto un ottimo lavoro e sono curiosissimo di ascoltare
il doppiaggio originale. Il piano surreale e frizzante del mondo interiore si
scontra e confonde con il tono e la recitazione del mondo reale, alimentando
una gustosa sinergia. Il piano reale è la perfetta base "tragica" ed
in quanto tale è abbastanza grigio e deprimente nei luoghi come nella
recitazione dei personaggi "umani". Si avverte un po' di freddo nella
maggior parte del tempo. Per questo il piano "emotivo" cerca tutti i
modi possibili, tanto visivi che recitativi, per "colorarlo",
sostenendo un linguaggio più da commedia. Come avrete sicuramente visto dai
trailer, i momenti di vita di Riley vengono "gestiti" con tutta la
foga e partecipazione del caso dagli omini interiori, che stanno in una danger room che richiama tanto la plancia dei sottomarini che la
stanza dei bottoni dei "leader" nei film catastrofici. I tempi
comico-drammatici sono scanditi alla maniera del telefilm "Ma che ti passa
per la mente", di cui abbia parlato (qui link) nell'anteprima. Ma che
forse ho visto solo io e forse non mi ricordo mai il titolo giusto, perciò
l'idea non rende. Alcune battute ricordano anche Piacere Dave con Eddie Murphy,
ma che ugualmente abbiamo visto in tre. Quindi diciamo che queste scene sono
decisamente divertenti e originali. Per il resto la pellicola è più sui
binari action del già citato Osmosis Jones e calca tanto il buddy movie quanto
il genere che da sempre più racconta l'interiorità, il road movie. E qui le
mattatrici indiscusse sono Gioia e Tristezza, che duettano amabilmente grazie
anche alle nostre brave doppiatrici. La dinamica in cui si alternano questi
momenti è davvero stimolante ma funziona per me meglio quando c'è maggiore
equilibrio, soprattutto nella prima parte della pellicola. Ma alla fine è più
un discorso di mio gusto personale, perché questa pellicola "senza se e senza ma" è davvero un capolavoro.
Un film imperdibile che trovate in pratica programmato in tutto le sale, fantastico se avete dei bambini, imperdibile se siete adulti. Un altro strike per la Pixar Animation. Preparatevi però a versare qualche lacrimuccia. Magari arrivando a pensare che molti dei ricordi più belli della nostra vita siano andati inevitabilmente persi con l'arrivo dell'età adulta. Ma con la consapevolezza che ce ne saranno sempre di nuovi e incredibili da creare giorno per giorno.
Un film imperdibile che trovate in pratica programmato in tutto le sale, fantastico se avete dei bambini, imperdibile se siete adulti. Un altro strike per la Pixar Animation. Preparatevi però a versare qualche lacrimuccia. Magari arrivando a pensare che molti dei ricordi più belli della nostra vita siano andati inevitabilmente persi con l'arrivo dell'età adulta. Ma con la consapevolezza che ce ne saranno sempre di nuovi e incredibili da creare giorno per giorno.
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lunedì 5 ottobre 2015
The boy and the beast - al festival del cinema di Roma
Poco tempo fa su questo blog (qui - link) vi raccontavamo di
quanto eravamo felici del fatto che il nuovo film di Mamoru Hosoda fosse
entrato nel catalogo Lucky Red. Oggi siamo ancora più felici di comunicativi
che questa pellicola sarà presente in sala durante il festival del cinema di
Roma. L'evento si terrà dal 16 al 24 ottobre e il film sarà collocato
all'interno della rassegna "panorama" della sezione autonoma del
festival chiamata "Alice nella città", dedicata alle giovani
generazioni e alle famiglie. Per accogliere al meglio le pellicole di questa
categoria verrà riaperto nel quartiere Pigneto lo storico Cinema Avorio.
Il biglietto dovrebbe essere sugli otto euro per i grandi e cinque per i piccini. Non so di abbonamenti o voucher vari.
E per tutti quelli come me che non riusciranno ad essere a Roma il 18 e per sfiga saranno magari assenti pure a future programmazioni in sala della pellicola (che se ci saranno cercheremo di comunicativi) la buona notizia rimane che presto The Boy and the beast arriverà in home video e potremo metterlo sulla libreria a fianco de La ragazza che saltava il tempo, Summer Wars e Wolf Children. Certo che in sala è più bello...
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domenica 4 ottobre 2015
The black list
Si chiama Raymond Reddington (James Spader), per gli amici "Red". Ma se siete suoi amici siete delle brutte persone. Da ex ufficiale di marina missing in action, anni dopo è tornato alla ribalta come uno dei criminali più pericolosi al mondo, roba da Most Wanted da bilioni e bilioni di dollari stile Barbanera di One Piece. Dai modi eleganti, dal gessato perfetto e dall'inseparabile cappello tipico della spia anni sessanta per coprire una progressiva pelata ancora amabilmente nascosta in Boston Legal, il cinquantenne arzillo Reddington, oltre a essere una ancora letale macchina di morte con ogni tipo di arma da taglio e da fuoco, ha il più pericoloso dei superpoteri: conosce "gente che fa cose". In pratica tutti i tipacci più brutti e cattivi da usare in pestaggi, tutte le gnocche più inarrivabili per irretire vittime malate di patata, tutti i banchieri corrotti che gli possano far accreditare soldi su conti criptati, tutte le spie e double agent che gli consentano di giocare amabilmente a rovesciare governi, tutti i mercenari migliori per organizzare una strage o un rapimento, tutti i produttori e acquirenti interessati a bombe atomiche illegali, tutti i trafficanti di schiavi, tutti gli esercenti corrotti pronti a diffondere nei cinema del mondo le nuove e orribili pellicole con Adam Sandler. Se vi chiedete perché il figlio raccomandato di Piero Angela stia ancora in tv, probabilmente dietro c'è il vecchio Red. Questo ometto che ama raccontare storielle assurde come "quella volta che mi sono sballato a Calcutta con Jim Morrison, Scialpi e il pupazzo Gnappo" ha alle spalle un intero esercito invisibile di persone pronte a comparire da dietro l'angolo, con uno schiocco di dita, per risolvere situazioni letali da "30 secondi prima della fine del mondo". E non gli mancano legioni di politici inguaiati e gente che gli deve un "favore" a spianargli la strada. In pratica è la versione umana di tutti i boss finali dei videogame. Se comparisse come suo alleato Goldrake non vi stupireste. Ma allora perché dopo un solo minuto della prima puntata Red decide di consegnarsi spontaneamente all'FBI, che in mezzo secondo lo mette prudentemente in una cella hi-tech anti-tutto che manco fosse Magneto? Red fa il vago, sembra sia lì per una visita del dentista. L'FBI rode e gli punta seimila mirini al laser addosso. Red ride davanti all' attonito dirigente capo Harold Cooper (Harry Lennix) e al soldatino tutto idiota Ressler (Diego Klattenhoff), un fesso capitan America dei poveri, pettinato ugualmente male, che è una vita che gli sta dietro senza concretizzare nulla. Red ha da proporre ai due tristi omini il Santo Graal per ogni investigatore pigro o incapace, regalerà loro la sua lista nera. Un elenco di tipacci assurdi e megalomani che vanno da gente che scioglie le persone per lavoro ad Hacker con crisi di onnipotenza, passando per gerarchi militari pazzi a chirurghi della mafia, tutti i tipi di assassini a pagamento, anche minorenni, fino alle creature più letali di tutte, gli agenti della Folletto. In cambio di questa "collaborazione", ossia quello che appare da subito come un immotivato sperpero delle sue stesse risorse, Red vuole parlare solo con una persona, la giovane agente Elizabeth Keen (Megan Boone). Un cricetino di ragazzina sui quaranta chili, impaurita ma combattiva, dagli occhioni profondi e dal testone enorme. Perché per renderla visivamente più vulnerabile e indifesa la produzione le ha messo in testa un enorme e posticcio parruccone nero che le fa la capoccia stile Megamind. La storia di questo parruccone è poi così grottesca che non potete immaginare. I fan hanno amato quella parrucca al punto che l'attrice è stata a lungo obbligata a indossarla per non incorrere in suicidi di massa del fandom. Il fatto è che prima l'attrice aveva i capelli lunghi di suo e sopra sono andati giù di parrucca. Poi la Boone ha tagliato i capelli e per conservare l'effetto sotto alla parrucca ci hanno dovuto aggiungere un cuscino di due metri. Capocchiona a parte, la Keen sta a a chilometri di credibilità e di fisico dalla Jennifer Garner di Alias e il fatto di proporla come action woman è motore di scene veramente implausibili e involontariamente comiche. Comunque l'agente Keen apparentemente non sembra avere alcun legame con Red e il fatto che questo Kingpin del crimine voglia interloquire con lei è strano forte. Ovviamente gli incapaci che stazionano all'FBI brancolano nel buio, ovviamente la Keen sfiderà il curriculum dicendoci che è una profiler all'ultimo grido, facendoci rotolare dal ridere. In compenso allo spettatore viene messa fin dalla prima puntata una pulce gigantesca sul fatto che Red possa essere il suo vero padre. Questione alla base di tutto il canovaccio narrativo, argomento confermato, smentito, riconfermato e rismentito all'infinito per questa e immagino tutte le serie future, manco fosse il maledetto Johnny il Rosso di The Mentalist. Supercazzola che durerà fino a che la questione sarà probabilmente confermata perché se no tutto suonerà come una mega - boiata posticcia. Perché a una certa non si spiega davvero tanta riservatezza senza tirare in ballo la fantascienza o la fede... e siamo in una serie che parla di terrorismo. Ma il succo del telefilm è questo, la Keen interagirà con Red come Clarisse Starling interagiva con Hannibal Lecter. Lui la farà crescere come investigatrice e lei di cambio passerà del tempo con lui, sorbendosi i suoi deliri. Ma perché allora varrebbe la pena vedere questa serie, che sembra avere meno appeal di NCIS stagione 21? Perché ficcarsi nel solito procedurale con personaggi inutilmente seriosi e menosi (cioè l'intero corpo dell'FBI) che fanno però per lo più cose sceme e illogiche unicamente per far risaltare la genialità del classico protagonista "strambo"? Perché è così che accade tipo "sempre"! Compare la minaccia, fa una strage, arrivano i fessi che sparano al nulla e lo perdono, arriva l'eroe e risolve la situazione. L'abbiamo già visto in Dexter, The Mentalist, Numbers, Bones e in sette milioni di altre serie investigativo procedurali! Allora che cosa ha di speciale questa Black List più di tutto il resto della altra "roba"? Fondamentalmente tre cose.
Uno James Spader
gigantesco, una trama dai risvolti narrativi folli, un budget gigantesco che fa
sembrare ogni puntata un film action fatto e finito con decine di comparse,
stunt e un mare di effetti speciali ed esplosioni. The blacklist non inventa
nulla, ma tutto quello che fa gli riesce da dio.
E poi c'è lui.
Diego Klattenhoff, nel ruolo dell'agente Ressler. È il classico personaggio "gasatello", quello sempre pronto alla rissa e dalla sublime ottusità. L'uomo giusto e onesto a tutti i costi, quello che fa le ramanzine se si viola il regolamento e fa la spia ai superiori, quello che: "scansati che arriva il vero eroe". Ha un minimo background di base ridicolo: ha sofferto in passato per la sua eccessiva dedizione al lavoro e ha il cuore indurito, ogni tanto beve, vive in una casetta da sfigato. Insomma una palla insostenibile, prevedibilissimo e ininfluente, ma il tipo utile in genere per sviluppi a tavolino nelle trame di qualsiasi altro telefilm. Ma qui no. E l'agente Ressler diviene il "fesso definitivo". Si tuffa in ogni scena action tutto impettito nel suo completo FBI sfoggiando il suo sguardo più cattivo. L'unico sguardo che il buon Diego sa fare peraltro. E le prende. Sempre. E' il primo a sanguinare in una sparatoria, è il primo a finire a terra menato, anche se l'avversario è un nano ottuagenario. Il suo supposto machismo è così messo costantemente alla berlina che diventa il vero elemento comico della serie. Red lo sfotte, il suo capo non se lo caga, la parruccona prova per lui una specie di complesso della crocerossina ma essendo sposata non va oltre. Tutti si ammazzano di risate alle sue spalle, compresi i personaggi ultra secondari, e senti a un certo punto che questo cretino un po' ti sta simpatico. Al punto che quelle rare volte che la trama gli permette di fare qualcosa di positivo, anche se sempre per vie del tutto casuali, si finisce per tifare per lui, mai troppo però.
E poi c'è quest'altro
Ryan Eggold, che interpreta Tom, il marito dell'agente Keen. E' un personaggio che non gli dai due lire ma che diventa incredibilmente interessante in pochissimo tempo. E sembra solo un insegnante di scuola ossessionato dalle adozioni! Ha tutta una sottotrama che non vi dico.
E poi c'è "Mr" Kaplan, interpretato da Susan
Blommaert
E' al servizio di Red, che chiama "il capo" ed è l'equivalente di Mr Wolf di Pulp Fiction: "risolve problemi". Quando la situazione è nera pesta lei appare, ripulisce, mette in sicurezza la zona e si materializzano più sgherri di quelli che ha il comandante Cobra dei G.I. joe. Puro carisma.
Vorrei dirvi di Berlino, ma vi rovinerei qualcosa. La serie va gustata puntata dopo puntata anche perché nonostante ci siano spesso episodi sul "terrorista del giorno" la trama orizzontale si sviluppa anche qui, arricchendo di dettagli l'affresco complessivo. Le puntate doppie speciali sono invece letteralmente imperdibili, perché in grado di mutare un un attimo tutto l'assetto narrativo. Non affezionatevi ai personaggi comunque. Non tutti arriveranno alla fine e il sangue non manca in nessuna puntata.
Quindi cosa poter dire di "male" di Blacklist? Forse che a
volte è troppo "veloce". Nel senso che forse per una eccessiva
attenzione alla trama di lungo corso vengono sacrificati alcuni personaggi
interessanti o lo stesso "terrorista dell'episodio". Si avverte ogni
tanto che devono "chiudere la trama" e sono stati un po' lunghi, così
la soluzione di un giallo arriva in due battute. Ma è comunque una circostanza
che non si verifica spesso. Tra tutti gli elicotteri in cg, inseguimenti e
mercenari truzzi ci si diverte a cannone. Buttatevi sereni su questa serie se
amate gli action e i noir. The Blacklist gioca ogni tanto a fare Seven di
Fincher, ogni tanto a suonare come I Soliti sospetti di Singer. Prova a interpretare a modo suo il capolavoro di Demme e in genere non disdegna
truzzerie stile Olympus has fallen. C'è pure un po' di casino parentale alla
Alias che non guasta. Ma nonostante tutto riesce sempre a essere un prodotto
originale e fresco. Dategli un occhio e poi fateci sapere.
Talk0
P.s: no non ci sono le donne nude, non essendo ne Starz ne HBO... Ma per una volta non ci lamentiamo troppo
P.s: no non ci sono le donne nude, non essendo ne Starz ne HBO... Ma per una volta non ci lamentiamo troppo
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