Disegni di Andrea Accardi per testi di Roberto
Recchioni
Medioevo
giapponese. Jun, figlia del consigliere del Daimyo fissa l'acqua
scura dal bordo di un ponte con la dannata voglia di buttarsi
già. Il padre per denunciare la corruzione della corte aveva da
poco compiuto seppuku, ma il regnante e i suoi ministri avevano
reagito con scherno a questo estremo gesto, prorompendo persino in
risate. Jun, impotente e inseguita dal Daimyo come sua promessa
sposa, decide quindi di tuffarsi quand'ecco che in suo soccorso
giunge il vecchio Zatoichi, leggendario spadaccino errante. Il fenomenale guerriero le prospetterà due strade da preferire alla
morte. Se la donna vorrà tornare a vivere, lui la porterà in un
luogo sicuro dove poter ricominciare da capo, essere felici,
costruire una famiglia. Se la donna vorrà vendicarsi, Zatoichi le
affiderà la sua spada e la porrà sotto le cure di un'insegnante
particolare, una donna che potrà forgiarla come un'arma
sterminatrice.
Recchioni e
Accardi dopo “La redenzione del samurai” ritornano ai personaggi e
ambientazioni di quella storia, utilizzando Zatoichi come filo
conduttore. Il personaggio cardine o “anfitrione” è sempre lui,
il massaggiatore cieco, una delle più riconoscibili icone della
letteratura giapponese cui ha dato corpo anche Kitano in un film
omonimo. Se il motore centrale del racconto rimane l'onore, non
troviamo però una storia sui samurai. Abbiamo qui una nuova
protagonista, una figura in bilico tra luce e oscurità che bene si
presta a incarnare la figura del ninja. Ma dimenticate Naruto e
tutte le riproposizioni recenti di tali figure, Recchioni e Accardi
scavano dalle parti di Sasuke e del primo Tetzuka alla ricerca dei lorolati più perversi e sgradevoli. Assassini che vivono
nell'ombra votati all'auto-distruzione, persone che fanno della
vendetta, dell'omicidio occulto e senza onore, l'unica ragion
d'essere. Demoni se non creature miserrime. Recchioni esplora con
precisione questa figura, arricchendola di tratti anche forti, pur
non allontanandosi troppo dal mito. Jun è un ottimo personaggio,
sofferente ma determinato, mossa da giustizia ma ebbra di vendetta.
Un personaggio che spero di rivedere in futuro. Se c'è una pellicola
a cui deve molto la caratterizzazione della protagonista (Recchioni
“ama ispirarsi”), al di là delle opere citate nella rubrica
storyteller, quella è proprio Zatoichi di Kitano, dove è presente
un personaggio (anzi due) che è piuttosto similare. Molto belli i
disegni di Accardi, una rilettura grafica convincente e coinvolgente
del tratto manga in cui ogni tavola risulta perfettamente bilanciata
tra personaggi e sfondo, dando così vita a un'opera dalla forte
connotazione pittorica. A questo punto non possiamo che augurarci una
continuazione del filone giapponese delle Storie ad opera di
Recchioni e Accardi.
Aka A-Kite il
nuovo film di Samuel Jackson è tratto da un anime
Sawa è rimasta
orfana in seguito a brutti fatti di sangue. Ora è cresciuta, cazzuta
e cattiva e farà strage a colpi di revolver di tutti quelli che non
le hanno permesso di vivere un'infanzia come si deve. Perché chi
l'ha cresciuta ha fatto di lei un'arma perfetta per uccidere. Sawa
percorrerà quindi la via della vendetta e cercherà di andare fino
in fondo. Sempre che prima non finisca male lei stessa. Perché sembra che non sia la sola ragazzina allenata a diventare killer
della zona.
Un film
d'animazione (nello specifico l'unione di tre oav) del '98 di Yasumoi
Umetsu, tratto da anime misconosciuto, crudo, lascivo e
sanguinolento, decisamente per adulti, abbastanza grezzo, dai disegni
acidi. Un sacco di azione, sbudellamenti come nemmeno al salumificio.
In America fa il botto. Ovviamente Tarantino lo ama. Ne viene
prodotto un seguito da finanziamenti nippo-americani a dieci anni di
distanza.
Sconosciuto per
lo più dalle nostre parti tuttora, ma in grado di imprimersi con
forza nei fan, il brand prosegue alla grande, al punto da convincere
i produttori americani nell'investimento di un live action di lusso.
Sawa sarà
interpretata da India Eisley (Eve in Underworld), il vecchio socio
del padre, suo mentore, sarà il granitico Samuel Jackson. Molta
azione, tanto parkour, pettinature impossibili e contesto
teen-malato.
Alla regia troviamo Ralph Ziman, esordiente, che ha
recentemente preso il posto di David. R. Ellis, in quanto
quest'ultimo recentemente scomparso (e che ricordo con stima come
regista di Final Destination 2 e 3d, Snake on a Plane e Cellular).
Non abbiamo ancora una data d'uscita, ma seguiremo con attenzione per
voi le vicissitudini di questa interessante pellicola. Sarà forse la
volta che tutta l'epopea di kite arriva tra noi. O forse sarà un
tittolo che non vedremo mai. Il bello della diretta...
Il rude Storm
(Jean Claud Van Damme), in puro stile Bear Grylls, ma che parla con
una agghiacciante “S” sifula, porta manager panciuti ad affrontare
esperienze estreme su isolotti sperduti per metterne a nudo doti di
leadership, spirito di squadra e personalità . Questa volta il
ritiro aziendale avrà però esiti imprevisti e il gruppo, finito
naufrago, metterà in scena le classiche meccaniche da Signore delle
Mosche. Dirige il semi-esordiente Rob Meltzer, scrive l'esordiente
totale (il nome inganna) Jeff Kauffmann, nel cast tra comparse di
teen horror e doppiatrici di cartoni animati si segnala il redivivo
Adam Brody aka Seth Cohen di O.C. (nella prima serie simpatico, dalla
seconda irritante per poi diventare via via insopportabile).
Già da
questi due minuti appare evidente come tra location assurde e
personaggi improbabili ce ne sarà abbastanza da morire delle risate.
Capeggia su tutti un oltremodo autoironico Van Damme, eroe di molti
b-movie del passato che inspiegabilmente nonostante buone occasioni (Senza esclusione di colpi, Senza tregua, I nuovi eroi, Street
Fighters, Time Cop, La Prova, Il legionario) e doti non solo
fisiche, non è mai riuscito a sfondare nei film di serie A. Un
attore a cui non si può che voler bene e che vorremmo vedere più
spesso in contesti più nobili del trash. A quando quindi questo
Welcome to the Jungle? Ancora non si sa, ma pare che questa
produzione abbia tutte le carte in regola per arrivare sui nostri
lidi. Non ci resta che aspettare. Magari in home video.
Piccolo paesino
della provincia americana. Feste di Natale. La bella vice-sceriffo (Jamie King) vorrebbe per una volta evitarsi la ronda di Natate.
L'anno passato è stato piuttosto tragico per lei e la prospettiva di
passare la giornata a letto è allettante. Lo sceriffo (Malcom
McDowell) ha però bisogno di lei per gestire quella specie di circo
di miracoli che è il locale distretto di polizia, per altro
momentaneamente sotto organico, e perciò insiste che lei venga al
lavoro per una delle più incasinate giornate di sempre.
Inoltre sembra ci sia in giro un molesto Babbo Natale che ami
spaventare a morte i bambini, un tipo losco che bene si nasconde in
ragione della colossale parata natalizia che ogni anno, quel giorno,
fa della cittadina la meta di molti visitatori.
E' stato un
attimo. Nemmeno dieci secondi che il mio sguardo incrociava la
copertina di Silent Night, recante un tremendo e inquietante Babbo Natale armato di lanciafiamme, che già mi dirigevo in cassa per
l'acquisto. Certo Jamie King (la bellissima Goldie di Sin City e
sempre bellissima in The Spirit) così come Malcom McDowell (da
Arancia Meccanica in poi un mio mito) sono nomi che da sempre mi
attirano, il regista esordiente C.Miller non lo avevo mai sentito. Ma
l'idea di un film slasher alla Venerdì 13 ambientato a Natale, con
tanto di serial killer che fa uso di esecuzioni a tema, tra sedie
elettriche fatte con luci di natale e macchine per tagliare abeti
usate in contesti più “organici”, mi ha attirato come la mosca è
attirata dalla cacca. Certo una vocina nella testa mi urlava che
poteva pertanto trattarsi di cacca, che avrei dovuto quantomeno
documentarmi prima di elargire moneta sonante, ma chissene frega,
pensavo. E avevo ragione; inaspettatamente questo Silent
Night è una pellicola carina che, pur con dei limiti, si lascia
guardare più che discretamente. Attori ben integrati nella parte,
un'atmosfera ben più nobile del classico b-movie, un make-up per il Babbo Natale cattivo davvero accattivante, ottimi effetti splatter,
pure una razione extra di sempre gradite tette. Tanto divertimento e
il giusto approccio retrò che ai fan di annata come me non può che
piacere.
Questo di “Silent night” è il classico psicopatico “anni
uttanta” alla Jason, una specie di pazzo vendicatore-moralizzatore
che punisce bambini troppo pretenziosi e impertinenti, spacciatori
che si fanno chiamare “mr neve”, coppiette fedifraghe, prostitute
o quasi, preti lascivi. Un pazzo con codice morale distorto, peraltro
spinto da sana vendetta, per il quale si può facilmente provare
simpatia, anche in virtù di attoroni come McDowell (qui bravissimo),
specializzati nel fare gli ottusi boriosi e di procaci donzelle
pronte a correre ignude o quasi nella neve. Regia adeguatamente
valida da tenere alta l'attenzione. Fotografia cool ma un
po' rompicoglioni per via di un'illuminazione ultra-foto-sensibile
mutuata direttamente da pellicole tipo Star Trek di J.J., roba che
un fascio di luce diretta va a definire una specie di riga
orizzontale bianca. Perchè una fotografia simile? Boh. Diciamo che
ci si abitua ma che un po' rompe. Peccato veniale comunque. Altro
difetto il finale, fico ma meno fico del resto della pellicola. Il
film infine diverte, questo conta, ed è un vero bene che abbia
trovato la strada della distribuzione italiana. Lo dico perchè ho
scoperto essere un reboot di una serie di 5 film mai giunti da noi.
Niente di indimenticabile, siamo sicuri, ma comunque un modo
divertente e e dissacrante per sdrammatizzare le maxi dosi di
saccarosio proprie delle classiche pellicole natalizie. Finalmente
quando gli zii vi diranno: “Dai metti su un film di Natale” voi
saprete bene quello che vorrete mettere (almeno idealmente) nel
lettore. E non è un film dei Vanzina o Parenti. A questo punto non
vedo l'ora di vederne a che un capitolo 2, 3 e quattro, ogni anno.
Perchè un Babbo Natale con lanciafiamme e maschera alla Mike Myers
non è proprio niente male.
Con il terzo
numero è giunto il tempo di fare luce su Ringo, il componente della
elite militare egli Orfani con il nome in codice di “Pistolero”.
A differenza degli altri ragazzi, prima che tutto iniziasse Ringo era
già un guerriero, giovanissimo, nella giostra della corrida di
Barcellona. Un carattere altezzoso, impertinente controbilanciato da
abbondanti dose di coraggio e determinazione e da un sincero e
incondizionato affetto per la piccola Sam, per la quale si getterebbe
nel fuoco, ne fanno una testa calda alla quale inevitabilmente si
finisce per affezionarsi.
In alternativa lo riterrete un bulletto e
punto. Anche in questo numero la narrazione è sfalsata tra i giorni
dell'addestramento e l'invasione del pianeta alieno, seguendo una
scaletta ormai classica quanto ormai rigida, riconoscibile e
caratteristica. Nel passato gli istruttori del capo Dorsoduro
iniziano ad avere paura di aver dato troppi steroidi ai ragazzini,
che ora potrebbero pure menarli facilmente. Nel futuro assistiamo a una missione in solitaria di Ringo contro i soliti orsetti gommosi. Recchioni si dimostra ancora una volta un
abile narratore, rapido e divertente, i disegni di Cavenago e i
colori di Florean sono spettacolari e in linea con l'altissimo
livello della serie. Ho trovato bellissima l'ambientazione del bosco
alieno, davvero un tocco di classe. Seguendo il solito giochino delle
citazioni, i fan della fantascienza non potranno che cogliere rimandi
più o meno velati all'Impero colpisce ancora. Rimane il solito
problema di fondo della durata effettiva della lettura, sempre molto
veloce in ragione di molte scene, pur bellissime, dedicate all'azione
e ai paesaggi, così come permane il senso di una narrazione
semplificata, qua e là sempliciotta, ottima ad adattarsi alle fasce
d'età più imberbi (Recchioni! Cita di qua, cita di là ma ispirati
pure ogni tanto a Warren Ellis e Garth Ennis se ti capita,
magari... dacci degli orfani cazzuti e non cazzoni...).
Siamo sempre noi, gli alieni gommosi! Uccidiamo
i ragazzi-stereotipi!
Ma, lo
ripetiamo, non sono questi i problemi della vita e lo spettacolo si
gusta con gioia comunque. A differenza del solito, il finale del
volume regala un bel cliffhanger a mettere un po' di pepe sulla
trama (speravo che anche il numero due terminasse in un cliffhanger ma
mi sbagliavo... qui non dovrei sbagliarmi, credo...), sarà nostro vivo
interesse scoprire a gennaio come la matassa si sbroglierà. Un
altro numero buono, migliore del secondo. Menzione d'onore per la
suggestiva copertina di Carnevale, per me fino ad ora la migliore
della serie.
Nonché il dvd-blu ray by Yamato in cui troverete
tutti i robot di Nagai e Ishikawa combattere insieme...
Torniamo tutti
felici nel Getterverso? Scopriremo finalmente qualcosa sul modello
Shneider B1? Ah ah ah ah ah... Come non detto, continuiamo la
narrazione...
Siamo nello specifico in un Getterverso alternativo, come
sempre, giunto all'epilogo della guerra contro l'Impero dei
Dinosauri. Mentre il professor Saotome cerca di attivare la nuova
straordinaria arma della razza umana, lo Shin Getter, Musashi
combatte da solo una disperata e solitaria battaglia nel cuore di New
York contro un'infinità di nemici. Coraggioso e determinato,
Musashi come soluzione estrema decide di estrarre dal petto del
Getter One il dispositivo a raggi Getter e stritolarlo con le mani
del robot ottenendo una deflagrazione che distrugge ogni forma di
vita nei paraggi. Lo Shin pare essere ora funzionante, ma gli altri
piloti della squadra Getter, Ryoma e Hayato, non possono che piangere
il sacrificio del compagno. Forse la guerra contro l'Impero dei
Dinosauri è però conclusa. Passano gli anni. Go combatte in
incontri clandestini con una passione e ferocia che lo fanno
somigliare molto ad un giovane Ryoma. Tra il pubblico dell'arena lo
osserva un taciturno Hayato, giunto sul luogo perché allertato da
strane voci. D'un tratto l'avversario di Go rivela la sua vera natura
di uomo rettile e tutto il luogo dell'incontro viene devastato
dall'arrivo di un robot gigantesco. L'impero dei Dinosauri non è
ancora stato sgominato del tutto. Hayato è però intenzionato a dare
vita a una nuova squadra getter.
Dopo il clamoroso
successo ottenuto da Change! Shin Getter Robot the Last Day, una
reinterpretazione-sequel estrema-hard-core-splatter-incasinata della
mitica serie, nel 2000 viene subito messa in cantiere una nuova serie
sui robot componibili creati da Go nagai e Ken Ishikawa. L'idea è
quella di proporre un revival dei film anni '70 della serie “Vs”,
citando a mani basse gran parte della produzione di quel periodo.
Nello specifico nasce una miniserie di 4 oav qui raccolti in un'unica
soluzione. Se Last Day rappresentava in qualche modo il lato oscuro
e drammatico della serie, fedele lavoro di riadattamento ed
estremizzazione delle pagine più belle del manga di Ishikawa,
SGRVSNGR (è lunghissimo pure come acronimo) è pertanto un
divertente e divertito omaggio al passato, dall'aria un po' retrò, ma
spettacolare e coloratissimo. Anche se non conoscete la saga di
Getter Robot e poco o nulla sapete dei personaggi (peraltro l'asset
si basa sulla serie Getter Robot Go, da noi inedita), se siete nati
negli anni '70-'80 e vi siete nutriti delle produzioni animate che le
tv locali copiosamente elargivano all'epoca qui vi troverete davvero
a casa vostra e letteralmente tornerete bambini. In un mega
frullatore ritroverete oltre che riferimenti ai classici robottoni
nagaiani suggestioni da L'uomo tigre, Daitarn 3, robot componibili
vari e perfino una bella dose maxi di umorismo alla Yattaman e una
gustosissima parodia di Django. Se avete amato il bellissimo The Last
Day sarete felici di sapere che il cast tecnico è praticamente lo
stesso. Jun Kawagoe è peraltro alla regia come negli episodi 4-12 di
Last Day e come lo sarà (sempre in ambito nagaiano) nel divertente
Getter Robot Re: model del 2004, nel nuovo Jeeg del 2007 e in
Mazinkaiser SKL (tutte opere che in Blu Ray e dvd trovate e
troverete by Yamato Video). Kawagoe punta tutto sulla frenesia e sull'epicità, confezionando un prodotto divertito e divertente. SGRVSNGR
è un'accattivante e sostenuta corsa sulle montagne russe bellissima
da guardare e ascoltare. Sui personaggi il tratto di Ishikawa viene
ripreso e alleggerito da molte delle estremizzazioni di Last Days
(che rimane sempre magnifico), conferendo ai personaggi un'aria più
innocua forse, ma che non li inibisce dall'esprimere le solite,
cattivissime, emozioni esagerate di naganiana memoria.
I robot
vengono trattati con molta cura, attestandosi su un livello di
dettaglio pari alle prime e ultime puntate di Last Days. L'animazione
è morbida e fluida. Alla continua ricerca di sbalorditive soluzioni
visive il tratto muta continuamente forma, spesso diventando anche
volutamente schematizzato, ma una tale impostazione dona allo
spettacolo una forza visiva travolgente. La musica, orchestrata, è
semplicemente favolosa. Ci sarebbe il problema della trama, un
po' frammentaria e ampiamente volta al più totale disimpegno. Le
lacune dell'intreccio, che in più frangenti si prende così poco sul
serio da apparire quasi “sciocchino”, potrebbero far storcere il
naso a qualche appassionato d'anime più giovane, ma in genere in
molti potrebbero patire la mancanza di un approccio più
“raffinato”. Anche perché spunti seri ce ne sono qui e là, ma
non vengono raccolti o messi volontariamente da parte. La bilancia
del piatto va ad ogni modo a mio parere sui molti aspetti positivi
dell'opera. Una scanzonata rivisitazione che non vuole davvero essere
qualcosa di più profondo.
Chicca. La
presenza del mini-film per la celebrazione del 25mo anniversario di
Dynamig Planning: “La Grande Battaglia dei Super Robot Dynamici”.
In pratica un maxi scontro di pochi minuti che racchiude su schermo
Mazinga Zeta, Grande Mazinga, Goldrake, Jeeg, Getter Robot, Getter
Robot G, Shin Getter, Mazinkaiser e tanti altri robot e comprimari
delle più note serie televisive nagaiane. C'è gente che comprerebbe
questo dvd- blu ray solo per questo extra.
I quattro oav sono
presentati in un unico dvd o blu ray caratterizzato da un'altissima
definizione. I colori sono brillanti e caldi, la colonna sonora è
potente. Il doppiaggio italiano, realizzato integralmente ai tempi
della prima distribuzione home video by Dynamic Italia (che purtroppo
si fermò al numero 1 della pubblicazione, a causa dello scisma
interno da cui nacquero D-Visual, Dynit e Shin Vision) è appropriato
e convincente e richiama ai ruoli i doppiatori di Last Day.
Yamato Video
confeziona un prodotto niente male. Quasi imperdibile per i
nostalgici, interessante per meriti anche solo squisitamente tecnici
per gli altri. Io come sempre non faccio testo: ho già rivisto 6
volte la pellicola con alcune visioni in loop. Ma dai tempi in cui
uscì il dvd di Dynamic devo aver visto l'episodio 1 almeno 40 volte.
Ma io faccio parte della generazione le cui mamme si legavano davanti
ai cancelli della sede Rai di Roma protestando per la messa in onda
del violento Goldrake...
Bill Cage (Tom
“placenta” Cruise... noi della redazione lo chiamiamo così da
quando ha dichiarato di aver mangiato di gusto, per motivi religiosi,
la placenta della sua figlioletta insieme ai cereali... come tutte le
cose strane credo che sappia di pollo... brodo di pollo... meglio che
andiamo avanti) è un soldato hi-tech del futuro che
combatte una guerra contro una razza aliena. Per uno strano caso del
destino è inoltre condannato a rivivere sempre lo stesso giorno
come Bill Murray nel mitico "Giorno della Marmotta". La soluzione a
questa maledizione sembra essere legata in qualche modo alla sorte di
un'altra combattente, Rita Vrataski (Emily Blunt).
Cruise con "Edge of
Tomorrow" torna alla fantascienza esistenzial-militaresca, dopo
l'interessante "Oblivion2. E si nota da subito, già dal trailer, come
i due film parrebbero avere tantissimo in comune. Come in Oblivion
Cruise assurge a modello dell'uomo comune in bilico tra essere
ingranaggio della società moderna o artefice del suo destino. Come
in "Oblivion" ci sono spettacolari effetti visivi relativi ad armi da
fuoco e astronavi. Come in "Oblivion" la chiave solutoria della ragion
d'essere dell'eroe pare essere il completamento con una figura
femminile inizialmente in antitesi ad una grigia esistenza
belligerante fatta di routine periodiche lavorative. Mettete dei
fiori sui vostri cannoni, cantavano gli hippy. Forse in un futuro
lontano, in cui gli archivi smarriranno gran parte dei database dei
film del passato, "Oblivion" come "Edge of Tomorrow" saranno considerati
autentici capolavori. Ma oggi, dove pellicole come "Moon", "Donnie
Darko", "Il giorno della marmotta", "2001 odissea nello spazio" sono
ancora facilmente reperibili (e meno male) le pellicole
fanta-cruisiane devono giocoforza fare i conti con le fonti dirette.
Pur nell'ottica che “copiare dai migliori” o, esprimendoci nel
politically correct,“variare sul tema” non è poi sempre una
cattiva cosa. Di fatto queste pellicole riescono in qualche modo a
sdoganarsi, spingersi verso nuove linee interpretative e attirare
meritatamente un pubblico che, pur consapevole dei plagi, riesce ad
ogni modo a divertirsi e (perché no) a riflettere sulle “nuove”
tematiche proposte. Tematiche che poi stanno sempre nel “mettete
dei fiori nei vostri cannoni”, ma poco importa.
Oblivion a conti
fatti mi era piaciuto abbastanza, nonostante la paraculata di essere
tratto da un fumetto che non esisteva. Anche se calava un po' nella
seconda parte, ed era interamente copiato da altre pellicole più
belle ("Moon" su tutte), aveva delle belle sequenze d'azione e un Cruise
in vena (ci ho visto una riflessione sul senso della vita dal punto
di vista di un brute di warcraft, ma ammetto che tale mia visione sia
un tantino allucinata). Questo "Edge of Tomorrow" sembra avere effetti
visivi da urlo, caratteristica cardine per la quale un biglietto, pur
masochisticamente, lo spendo sempre e porta in dote uno script pur
derivativo del capolavoro comico con Bill Murray ("Ricomincio da capo",
tra l'altro già ampiamente copiato da molti, anche in campo
fantascientifico), ma opera di uno degli sceneggiatori hollywoodiani
più apprezzati (ed anche qui come con Oblivion una speculazione sui
videogame-vita moderna ce la posso ancora vedere). E poi ci sono gli
esoscheletri da combattimento...
Sapevo che dopo
Elysium la moda degli esoscheletri potenziati, scomode protesi sci-fi
intraviste in "Aliens" e "Matrix" (e misteriosamente assenti nel primo "Starship Troopers"... ma nel quarto le hanno aggiunte pure lì),
sarebbe esplosa. Era ora! Mi aspetto di vederle ovunque adesso, pure
nelle commedie romantiche (di fatto il Biff di "Ritorno al futuro 2" indossava una sorta di esoscheletro potenziato). E poi ci sono
anche alieni cazzuti che non sembrano orsetti gommosi (questa è per
gli affezionati del nostro blog!), schifosi e tentacolosi, da
prendere a spadate e mitragliate in un corpo a corpo velocizzato.
Figata.
Il regista Doug
Liman è un po' un Carneade. Dietro la macchina da presa per The "Bourne Identity", dirige anche l'interessante "Jumpers", del quale si
appresta a preparare un sequel non ancora schedulato (in effetti
buttare via così Jumpers era un peccato). Un po' pochino ma valido.
Lo scrittore è invece, dicevamo, uno con le palle. Uno che ha dato
vita alla migliore pellicola di Bryan Singer, "I Soliti Sospetti", al
secolo Christopher McQuairre, già accreditato come regista di "Mission Impossible 5". inoltre McQuairre ha lavorato già a pellicole
con protagonista Cruise, come "Operazione valchiria", ed ha anche avuto
modo di dirigerlo in "Jack Reacher – La prova decisiva". Peccato che "Jack Reacher – La prova decisiva" sia una mezza minchiatina... non
esattamente un lavoro da sventolare ai posteri. Passando al parco
attori c'è da dire che Cruise ultimamente pare rinato e con almeno
un bel ruolo nel passato recente (Stacee Jax in "Rock of Ages",
l'unica cosa bella di quel musical pertanto), anche se deve fare i
conti con una età anagrafica non più clemente (e allora ben vengano
gli effetti speciali delle armature esoscheletriche potenziate!) e
vederlo scattante nei nuovi Mission Impossible mi fa tanto pensare a
Linus di Radio Dee Jay che si allena per la maratona di New York nel
parco presso San Siro, scattante ma non più affascinante (solo con
questa immagine mi deprimo).
Emily Blunt è simpatica (leggi “poco
avvenente”), e non ha ancora trovato una parte memorabile (leggi:
“non memorabile”), Bill Paxton dopo l'ottimo "Frailty" e l'odioso "Big love" è sempre un comprimario garanzia ottimo a portare sullo
schermo personaggi “alla Bill Paxton” (il che comunque non è
poco). Giudizio finale sul cast: boh!
Insomma, l'aspetto
estetico di questo trailer ci ha convinto, il regista e sceneggiature
hanno il loro bel potenziale, gli attori sono da valutare meglio nel
concreto. Ora il film deve fare il resto, dimostrandosi qualcosa di
bello da guardare e riguardare. Ovviamente non ci perderemo la
pellicola. Vi faremo sapere.