domenica 7 aprile 2013

Dragon's Crown




Lo sto aspettando da una vita, praticamente da quando ho giocato a Odin's Sphere per ps2. É il nuovo gioco dei Vanillaware, programmatori di Atlus che si sono fatti notare nel 1997 con un bel gioco su Saturn dal titolo Princess Crown, noti per il loro sontuoso dipartimento artistico. Le loro opere hanno un'aria volutamente retrò, richiamano games che andavano di moda ai tempi dei 16 bit e delle prime sale giochi, ma il comparto grafico è assolutamente da fuori di testa, lavoro certosino-folle di menti ispirate e un po' deviate. 

I loro prodotti sono riconoscibili, unici, in genere difficilissimi, sempre amati da un numero di fan che con gli anni va a incrementarsi. Purtroppo sono anche uno dei gruppi più lenti a livello produttivo, anche perché nonostante tutto si parla di un team di dimensioni modeste in mano a pochi capacissimi artisti. La next gen, come viene definita la ormai passata storia videoludica consolara di x-box360 e ps3, pensate che finora non ha ancora goduto di una opera specifica by Vanillaware, al di là di conversioni hd per il digital delivery. Come un fantasma, da anni, aleggia però il mito di questo Dragon's Crown, per molti puro vaporware per via della interminabile serie di conferme e repentine smentite sul suo stato dei lavori. Un titolo dalla cosmesi attraente, un gdr a scorrimento che permette fino a quattro di giocatori di cimentarsi in un'esperienza che è la diretta evoluzione dei picchiaduro a scorrimento dei tempi che furono. Un po' Golden Axe, un po'Knight of the Round, un po' The king of Dragons ma più lungo, più figo, con elementi gdr che ne permettono un prolungato utilizzo. Pura magia retrò, che meglio si può apprezzare dal seguente filmato.

Già vedo un bagliore negli occhi dei fan della sala giochi di vecchia data. Sì fratelli, siamo a casa! Rieccoci in un mondo del tempo che fu dove le illustrazioni alla dungeons & dragons ci permettevano di balzare in mondi fantasy, dove ci si picchiava virtualmente tra di noi per decidere chi doveva essere a cavalcare il pollo viola sputafuoco. Bei tempi! Quando si diceva: “non amo i giochi in prima persona perché non riesco a vedere l'omino... e io senza omino non mi immedesimo...”.
Come per Odin's Sphere, siamo dalle parti della mitologia nordica. Si potrà scegliere tra sei avventurieri facenti parte di tre classi diverse e mettersi alla ricerca della leggendaria corona del drago, tra labirinti e fogne, galeoni e montagne nella classica prosecuzione itinerante alla membro di segugio tipica dei picchiaduro a scorrimento. Ma che paesaggi (e che poppe) digitali!!! C'è da stare felici e sereni solo a guardare le immagini, figuriamoci a giocarci.

È l'e3 del 2011 il primo evento in cui si vede qualcosa di questo misterioso Dragon's Crown. Vanillaware è in patnership con Ignition e la folla è acclamante. L'art director è Kamitani, già all'opera sul “seguito” di Dragon's Crown di Capcom, il purtroppo poco celebre da noi Dungeons & Dragons: Tower of Doom (forse in un paio di sale giochi a Milano lo avevano). Poi il titolo si perde, informazioni con il contagocce fino al trailer messo il epigrafe di questo post. Speriamo sia vero, speriamo che non tardi un adattamento nella lingua di Albione almeno, magari in quella di Dante. La versione jappo pare avrà anche un bel artwork. E ci sarebbe mancato il contrario! Vi daremo fiduciosi informazioni ulteriori non appena le sapremo di più. 
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sabato 6 aprile 2013

Kiki Consegne a domicilio



Kiki ha 13 anni e come tradizione vuole per ogni strega apprendista deve vivere un anno da sola lontano da casa. La meta è la città portuale di Koriko dove trova impiego come corriere per un panifico: grazie all'abilità di volare su una scopa, Kiki può permettersi di prescindere dal traffico e effettuare consegne con rapidità fulminea! A Koriko però Kiki non è la sola a volare. Ci prova anche Tombo (un nome che non promette un lungo destino...), costruttore e pilota fai da te di veicoli più o meno volanti. L'incontro con Tombo e gli abitanti di Koriko è occasione di crescita per Kiki, ma i troppi cambiamenti al contempo la mettono anche in crisi, al punto da non riuscire più a comprendere le parole del suo gatto-famiglio e ad iniziare progressivamente a perdere i suoi poteri. Forse a Kiki manca solo un po' di fiducia in se stessa. 
Tratto da un racconto del 1985 di Eiko Kadono, Kiki è una favola per grandi e piccini che affronta da vicino uno dei temi più cari a Miyazaki: il volo e la libertà che ne consegue. Koriko è la classica cittadina-idillio ghibliana, in bilico tra passato e futuro, steampunk, con dirigibili a solcare i cieli di strade pavimentate con mattoncini in pietra, tanto verde e acqua ovunque. La storia scorre tranquilla come una ninna nanna, non ci sono particolare momenti di tensione e la visione regala il classico sorriso ebete di compiacimento agli spettatori. Tutto è misurato, tutto è perfettamente inserito. La pellicola ha i suoi anni ma non lo dà minimamente a vedere, elargendo una opulenta ricchezza di dettaglio in combinazione con una colonna sonora appropriata e con un'“interpretazione” dei personaggi animati convincente e commovente. Non a torto, una delle più amate pellicole Ghibli. Non vederla equivale a delitto.
Lucky Red, con la sua “mission” di portare in Italia tutto, ma proprio tutto il materiale dello studio Ghibli, sta per portare nelle sale, e poi in home video, uno dei classici indiscussi dello studio di Miyazaki e soci in una veste restaurata e rinnovata nel doppiaggio: Kiki's delivery service, del 1989. Non è però la prima volta che Kiki esce in Italia, al punto che le “prime edizioni”, quelle Disney, sono ricercate su ebay a un costo anche piuttosto elevato. La prima uscita mi rimanda a un periodo passato, nella descrizione del quale vi tedierò per le prossime interminabili righe. Potete pure non leggerlo, vi esonero.
Quando Disney distribuiva Ghibli. Alcuni anni fa Disney iniziò a distribuire i film Ghibli. Princess Mononoke aprì la strada, godendo in America di un doppiaggio a dir poco stellare (Gillian Anderson, la dea-nerd!!!) e in Italia di voci un po' tremende (il lupo doppiato dalla Anderson ha da noi la voce così contraffatta da sembrare doppiato da un uomo). Il pubblico gradisce (e ci mancherebbe altro!). L'iniziativa distributiva, a livello internazionale, pare nata dall'amore incondizionato di Lasseter, guru della Pixar Animation, per la casa del maestro Miyazaki, di cui è grande fan. Non sarà sfuggito ai più attenti che tra i giocattoli di Toy Story 3 fa capolino proprio il simpatico Totoro. Finalmente in Italia grazie a Disney si possono vedere prodotti a lungo solo sognati o recuperati con strumenti di fortuna: Porco Rosso in vhs spagnola, Nausicaa nella valle del vento doppiata in italiano e registrata da rai 1 all'interno della trasmissione Solletico con Frizzi all'interno di un progetto di sensibilizzazione dei giovani al rispetto della natura con il patrocinio del WWF (che non è la federazione dove è da poco tornato Brock “the best big thing” Lesner), Laputa come ex-noleggio da un noto (e scomparso) centro culturale giapponese di Milano. Ma ora c'è il canale ufficiale, i prodotti sono disponibili su vhs e sul nuovo formato digitale, quei laser disc più piccoli e meno scomodi dal nome misterioso: dvd. E c'è pure un forum ufficiale disney dove chiedere informazione sui prodotti in uscita! Troppo bello! Esce Mononoke, esce Laputa, esce anche da noi Kiki's delivery service.  Ma non solo! Si inizia a parlare della versione italiana di Battle Royale by Shin Vision (“e questo cosa cacchio c'entra?”, diranno i miei piccolo lettori...c'entra, c'entra..). 

I film sono peraltro frutto di un ottimo lavoro di master audio-video e presentano una particolare cura nell'edizione italiana. Prodotti che vantano a livello di adattamento una tale fedeltà alla ricchezza lessicale giapponese da impegnare l'adattatore nella ricerca di una presente (ma sopita in noi) ricchezza lessicale dell'Italiano, attraverso l'utilizzo di termini desueti o specialistici. Impostazione così “forte” da spaccare in tronconi i fan tra chi vorrebbe un adattamento più classico (anche perché l'uso di termini non comuni di fatto fa scattare dei campanelli nella testa e può a volte “distrarre” dalla visione) e chi si bea di tali termini aulici, spesso ampollosi e pure desueti in quanto più “fedeli all'originale”. Nascono in rete tra i recensori di anime leggende urbane che narrano di famigliole che, ignare, si recano al cinema a vedere un'opera di Miyazaki e, colte di sorpresa dall'utilizzo di un termine desueto, vengono impanicate dalla voce lacrimevole del più piccolo della famiglia, in genere un bambino di 6 anni, che nel silenzio della sala prorompe isterico con: “Papà, ma che cacchio ha detto quel signore del cartone animato?”. Personalmente al cinema a veder Miyazaki non ho mai visto bambini di età inferiore ai 20 anni, con barba e parzialmente pelati, ma può essere anche solo un caso. Certo che a volte qualche difficoltà di comprensione la riscontro pure io (e la chiudo qua, essendo io in genere un sostenitore del cosiddetto “adattamento invisibile”). Dopo un periodo indefinito di conferme e smentite, dove sul forum Disney si accorano lamentele sulla distribuzione, estremamente diluita, delle opere Ghibli, qualcuno inizia a parlare di “complotto”: Disney avrebbe comprato tutta la distribuzione Ghibli per sottrarla alla concorrenza, ma siccome Disney ha la mission di far vedere che nel mondo è lei la migliore, non intende assolutamente pubblicare le opere Ghibli o si farebbe auto-concorrenza e opere come Tarzan 2 non venderebbero più come prima. Al di là dei deliri sopra espressi, di fatto gli annunciati Porco Rosso e Nausicaa non usciranno mai. Chiuderà anche il forum Disney dopo la nota querelle del “dvd del Re Leone”: in dvd esce la versione imax, sembra a causa del famigerato insert “il rapporto del mattino”, il doppiaggio, le voci e interpretazioni non c'entrano nulla con quelle presenti al cinema e in vhs, paiono una versione pre-beta. Oggi in blu ray la cosa è stata sistemata e si possono godere delle voci sentite al cinema, ma all'epoca le polemiche furono così accese da spingere la dirigenza a chiudere definitivamente il forum Disney, letteralmente esploso di critiche proprio in ragione di quell'ultimo polemico argomento trattato.
Poi arriverà Mikado Film. La città incantata di Miyazaki ha fatto così tanta incetta di orsi, palme, leoni e Oscar da convincere la cricca intellettuale che Miyazaki è “da cricca intellettuale”. Nanni Moretti ne “Il Caimano” guarda insieme al figliame la suddetta pellicola e quando gli viene detto di spegnere la tv lui dice “possiamo aspettare ancora un po'?”. Da lì il passo alla distribuzione Lucky Red è breve e oggi possiamo godere di tante belle opere dello studio di Totoro anche da noi, con una programmazione televisiva non parca di repliche. Ma questa è un'altra storia. 
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venerdì 5 aprile 2013

Dungeons & Dragons: Chronicles of Mystara



C'è stato un tempo in cui regnavano i picchiaduro a scorrimento. Una variante più “umana” dei picchiaduro uno contro uno, che permetteva di giocare sereni senza l'assillo di una morte immediata e spesso ingiustificata (mr. Bison-Vega ti odio!!!). II giocatore veniva messo nei panni di un nerboruto tizio o di una mega gnocca o di un essere ambiguo (nani, bambini alla guida di mech, robot, paperi), ognuno in grado di picchiare centinaia di persone su schermo pur di portare a termine una certa missione per salvare il mondo. Abbattuto un determinato ammasso di cattivi, l'inquadratura scrollava su una nuova zona, all'inizio sgombra ma presto più popolosa della fermata Duomo della metro durante il derby. Per prendere sollievo dai colpi inferti era possibile raccogliere degli enormi polli arrosto, in grado di ridare tutta l'energia persa e per picchiare più duro spesso venivano fornite cavalcature corazzate per lo più dall'aria idiota (Golden Axe docet), armi bonus fin troppo esagerate (Captain Commando docet), power up vari dagli esiti anche strani (in Knight of the Round, Perceval con upgrade diventava da biondino a tizio pelato con la barba). Con l'avvento del 3d, intorno al 1997, il genere dei picchiaduro a scorrimento veniva messo in cassa integrazione. Le storie narrate trovavano una più consola collocazione all'interno dei videogiochi domestici dove i “save game” permettevano esperienze che garantivano oltre i 30 minuti massimi da sala giochi. Un piccolo mondo scompariva. Ma il genere dei picchiaduro a scorrimento rimase nei circuiti casalinghi, pur in nuove vesti come la saga dei Dynasty Warriors e spin off vari (con ambientazioni tratte da Hokuto no Ken, Gundam e di recente One Piece...bellissimo...) e i consensi dei giocatori sono tuttora solidissimi.
Mystara era uno dei mondi classici di D&D, alzi la mano chi mi sa dire le peculiarità (io non me le ricordo più )! Anche D & D è un gioco da tavola che ha perso molti fans in ragione delle avventure gdr sui computer. Fa specie oggi guardare al passato e vedere come affrontare a spadate elfi e draghi significava passare una serata tra amici a tirare i dadi e immaginarsi le scene raccontate dal master-cantastorie (aiutato da un volume di illustrazioni), creatura mitica che letteralmente plasmava la strada a seconda di ogni giocatore e sapeva in un attimo trasportare in dimensioni parallele e mondi sommersi. Oggi affrontare a spadate elfi e draghi significa vagare da soli per le lande di Skyrim e la maggior parte delle esperienza gdr online sono basate sull'accumulo-vendita di armi. Si è persa la fantasia, forse. Nel 1993 Mystaria divenne teatro anche di uno dei più bei picchiaduro a scorrimento da sala: Dungeons & Dragons: tower of Doom. L'avventura ci faceva scegliere tra un chierico, un guerriero, un elfo, un nano e ci permetteva di intraprendere una mitica avventura tra draghi e beholder, deserti e catacombe, volta a far crollare il regno di terrore di Deimos un re Lich dei morti. 

La difficoltà elevata rendeva necessario imparare bene i comandi e assimilare le tecniche nemiche, così come dosare gli incantesimi, ma l'esperienza di gioco era grandiosa e appagante. Si poteva giocare fino a quattro giocatori contemporaneamente, grafica fantastica, il cabinato era un vero spettacolo, tra gli amanti di D&D suscitava un così grande scalpore da essere scelto come attività pre-partita, dove la partita vera è propria era quella a D&D, subito dopo la sala giochi e intervallata dall'arrivo delle pizze fino a tardo venerdì sera o facendo l'afterhours giungendo alla mattina dopo. Ma dalle parti di Saronno, che negli anni d'oro aveva tante sale giochi quante panchine, lontano dall'opulenta Milano e dalle sue sale in San Babila, nel ricchissimo catalogo dei picchiaduro a scorrimento pur presente, Tower of Doom era un po' misconosciuto. Venivano preferiti per affinità di genere i sempre ottimi The King of Dragons o Knights of the Round, mentre regge una forte nicchia di Captain Commando a contrastare Captain America and the avengers (si moriva ogni 10 secondi, un salasso), si faceva valere Alien vs Predator, Alien Breed aveva la sua cerchia di fan fedeli, ma a dominare incontrastati agli incassi e alle file erano sempre e solo Golden Axe, le tartarughe ninja (l'acchiappa clienti al bar Madonna) e Final Fight. C'era anche Double Dragons, ma era in un bar con a fianco Gal's Panic e quindi non se lo cagava nessuno, però lì venivano offerti certi panini... Il mito di Tower of Doom comunque c'era e il gioco era tappa fissa nelle trasferte. Successo a cannone, Capcom replicava con dose extra, Dungeons & Dragons: shadows of Mystaria nell'anno di grazia 1996. Deimos era sconfitto dai nostri ma Synn, una entità dragonesca incazzosa e lasciva, sembrava essere il vero burattinaio del terrore in quel di Mystara, urgeva nuova campagna. Al guerriero, al chierico, all'elfo e al nano venivano affiancati anche un mago e un ladro. Stessa elevata difficoltà, stessa necessità di imparare a utilizzare al meglio comandi e arsenale, stessa goduria da giocare. Usare il mago e il chierico apriva un'ampia rosa di possibilità circa incantesimi e pozioni varie.

Su Saturn usciva nel 1997 una collector's edition che racchiudeva entrambi i titoli. Beati loro, gli invidio ancora Power Stone...Oggi esce su psn e xboxlive questo collection, nei primi giorni di giugno. Sarà possibile giocare ovviamente on-line, con ingressi a partita già iniziata. Potremo quindi avere sempre con noi 3 amici con cui immergerci nel mondo di Mystara. Probabilmente un'uscita più indirizzata ai babbioni come me, ai nostalgici piagnoni come me per specifica. Di sicuro un acquisto indispensabile. Come Black Tiger. 
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giovedì 4 aprile 2013

World War z


Nuovo trailer

Ne avevamo già parlato da queste parti QUI, ma ora la data di uscita si avvicina sempre di più e un nuovo trailer viene finalmente alla luce. E noi possiamo esimerci dal pubblicarlo?

Ecco di nuovo Brad Pitt e famiglia intenti a preparare una ricca colazione a base di frittelle mentre i “cosi” urlanti e formicanti gironzolano per tutto il mondo. Dalle immagini in più qui offerte si può vedere come Pitt in qualche modo sia un pezzo grosso di qualche unità d'assalto, come denota il suo ciuffo biondo curato con shampoo baby johnson. In più la scena finale per me ha a che vedere con il trailer di Iron Man 3. Arriverà Tony Stark? No, spero di no in tutta franchezza... però sarebbe fico.
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mercoledì 3 aprile 2013

Il grande e potente Oz

Recensione

“Fammi camminare!” Due parole. Quel tanto che basta a far cadere la maschera, a far inferocire chi lo acclama e reputa che un mago non di soli trucchi viva. Oz vende illusioni e tutta la sua vita è un trucco, un gioco di prestigio. Un gioco far crollare ai suoi piedi splendide donne, grazie alla adulante parlantina e al prezioso dono del solo e unico carillon della sua defunta nonna (di cui dispone pertanto in quantità industriali). Un gioco sfuggire dai creditori e incantare le masse. Ma quando qualcosa di vero si infrange nello specchio deforme della sua esistenza, Oz non può mentire. Non può regalare il solo e unico carillon della defunta nonna a una ragazza per la quale sente davvero qualcosa più di una infatuazione. Non può quindi rispondere che è tutto finto, che lui è un bluff, a una bambina sulla sedia a rotelle che, impressionata dal suo spettacolo di illusioni e con gli occhi lucidi, chiede al grande e potente mago: “Fammi camminare”. Pur di non infrangere il sogno, di far cadere le speranze, Oz dice alla piccola che il fluido è andato, che per oggi ha perso i suoi poteri, e nel mentre trova la fuga, mentre tutto il castello di carte delle sue illusioni crolla e la folla si accorge che non è un vero mago, ma una frode. Un pallone aerostatico, mai vi è stato mezzo più similare alla persona del trasportato, un ottimo e veloce mezzo di fuga, per un po'. Ma il pallone si imbatte presto in un tornado e Oz viene proiettato nel Regno di Oz. Perché vi è una profezia. Arriverà un grande mago che porta il nome di questo mondo, ne sarà il signore, affronterà la strega. Ma chi è la vera strega tra le tante e affascinanti dame del reame di Oz? Potrà il grande mago fare fronte alla sua minaccia e alle sue schiere di scimmie volanti, munito solo dei suoi trucchi e della collaborazione dei pacifici abitanti di Oz? Il mago si sente quantomai inadeguato, l'avversario è troppo grande e potente, ma qualcuno gli dà la soluzione a tutte le sue pene: non serve essere un mago quando basta “sembrare di esserlo”.


Evviva l'eroe che viene dal cielo! Scusatemi, ma davanti ad un film di Raimi in cui accade una cosa tanto simile a un altro film di Raimi (L'armata delle tenebre) non potevo esimermi da questo commento. Il Grande e potente Oz nasce come prequel del noto musical anni '30 della Warner ed è frutto di un rinnovato e forse mai sopito amore per le opere letterarie legate a Oz, che hanno goduto nel recente di lussuose trasposizioni a disegni e sono state frutto di ispirazione per nuovi spettacoli musicali. Prima o poi sarebbe opportuno trasporre correttamente le opere letterarie, ma per ora va così e, come per Alice in Wonderland, la premiata compagine produttiva Disney ha deciso di cavalcare “indirettamente” un altro classico per farne uno sfavillante spettacolo di animazione 3D senza dimenticare però la qualità generale dell'operazione. Se il nome di grido di Alice era la direzione di Tim Burton, dietro la macchina da presa di Oz troviamo il sempre eccelso Sam Raimi. Il Grande e Potente Oz vuole essere un omaggio al classico Warner a 360 gradi: non solo un riferimento alla pellicola matriciale ma anche una lettera d'amore per il cinema tutto e in particolare per l'epoca pionieristica di cui Il Mago di Oz ha rappresentato brillante gemma, vuoi per la bellezza delle musiche e dello spettacolo, vuoi per le importanti innovazioni tecnologiche nel campo del colore e dell'effettistica speciale. Per questo Raimi era l'uomo da chiamare, un cineasta di altri tempi con la passione dei classici, la guida sicura sugli attori e l'amore per i dettagli, un direttore severo quanto sinceramente motivato nel ricreare le atmosfere e le tecniche di ripresa del cinema che fu. E così nel trionfo del 3D e dell'effettistica digitale non viene dimenticato il cuore dei personaggi, la recitazione non viene mortificata a un imbuto colorato. James Franco è bravo, perfetto nel personaggio e non fa rimpiangere (non troppo almeno) il primo nome chiamato per interpretare il ruolo, Robert Downey Jr. La Williams è sempre più lanciata verso il ruolo che più le si confà, da diva di Hollywood, in poche scene ha la capacità di incantare il pubblico pur conservando un regale distacco. Mila Kunis è ugualmente straordinaria e dona spontaneità e tenerezza a uno dei personaggi più controversi e tragici della pellicola. Purtroppo la Weisz appare opaca, poco partecipe e graffiante, sarebbe stata perfetta se semplicemente avesse replicato il suo personaggio di "Io ballo da sola", ma qui è poco incisiva. Nel complesso anche il resto del cast è di buon livello.
All'uscita dalla sala devo dire di aver provato più dubbi che emozioni in questa pellicola. Se la cornice è spettacolare fino a essere sgargiante e ci sono indubbie ottime prove da parte del cast, qualcosa manca, ed è la leggerezza, lo stato di “grazia” del Mago di Oz, la qualità che tutt'oggi la rende una delle pellicole più amate da grandi e piccini. Non depone a suo favore anche il fatto che personaggi tanto amati non siano giocoforza presenti. Non aspettatevi di trovare il leone, lo spaventapasseri e l'uomo di latta, rimarreste delusi. Non che i nuovi personaggi siano brutti, anzi. Manca una canzone come “Somewhere over the rainbow” a folgorare la gioia e la malinconia in un'unica immagine. È lo scotto che i buoni film patiscono nei confronti dei capolavori. Pur nella sua ottima esecuzione la pellicola di Raimi rimanda alla scomoda pellicola Warner. Per questo siamo davanti a un buon film, ma che vive a troppo stretto contatto con un capolavoro e che inevitabilmente ne rimane schiacciato. 
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martedì 2 aprile 2013

Ichi the killer



Gli Anjougumi sono il clan Yakuza che governa il territorio. Presso un mega-palazzone ha sede la loro associazione, sale da gioco, appartamenti degli affiliati e dei dirigenti. Un autentico piccolo mondo, al cui interno c'è anche un apparato di “polizia” a gestire ordine e sicurezza, tra le cui fila milita il “buono” della situazione, il boss Kakihara. Masochista e torturatore per vocazione, Kakihara ha allargato con un coltello l'apertura della sua bocca (indovinate a chi si è ispirato Nolan per il Joker di Ledger?), è pieno di piercing ma è, a modo suo, integerrimo ed efficiente.
Qualcuno si è infiltrato nel mega-palazzone e sta facendo strage di affiliati. È un killer spietato le cui incursioni nel Anjougumi plaza sono guidate da un tizio piuttosto losco che viene chiamato semplicemente “il vecchio”.

Ichi vorrebbe-potrebbe essere il vigilante definitivo, l'arma finale per distruggere la Yakuza, la via per riportare l'equilibrio in questo strano piccolo mondo. Veste come un supereroe ed è così letale con le arti marziali da riuscire a fare letteralmente a pezzi i suoi avversari, grazie all'esecuzione veloce dei suoi calci unita alle affilate lame retrattili poste sui talloni dei suoi anfibi. Quando parte è semplicemente letale, un frullatore di carne yakuza.  Ma in quest'opera tutto gira al contrario. Ichi non sta del tutto a posto di testa. È, per essere specifici, un sadomasochista. Ragiona come un bambino di 6 anni, piange a dirotto e agisce di impulso, si fa manipolare facilmente, nasconde un cuore nero come la notte. Prova godimento nell'essere umiliato, assapora nell'atto il pregustare della sua prossima-imminente vendetta, l'annichilimento del nemico, di cui per lo più rimangono arti recisi, teste decapitate, cui consegue per lui anche una soddisfazione di tipo sessuale... Trova eccitazione nella violenza, non conosce pietà, non conosce giustizia. Lui è il killer n.1 (“ichi” per l'appunto in giapponese è “1”). Tra Kakihara e Ichi sarà battaglia e moriranno montagne di persone nei modi più perversi e subdoli che potreste mai immaginare. Sebbene non ci sia nessun vero buono, spererete fino all'ultimo che Kakihara ce la faccia perché, pur volendolo, con l'andare avanti nella narrazione diviene impossibile parteggiare per Ichi.
L'epopea dura 3 anni, dal 1998 al 2001. Tutto liscio in quattro maxi volumi senza troppi strascichi.

Il pubbico non rimane indifferente, anche se qua e là prova a destare lo sguardo. Ichi è “forte”. Un gigantesco pugno allo stomaco con cui l'autore vi squarcia letteralmente il petto, vi estrae il cuore e lo fa bruciare (Indiana Jones cit). La narrazione è chiara, il tratto convincente e la scansione degli eventi frenetica. Il lettore è letteralmente torturato: da un lato vi è la spinta, l'eccitazione di vedere il proseguo di una storia così bene raccontata, di contro vi è la consapevolezza di addentrarsi in qualcosa di moralmente, ricercatamente disturbante, qualcosa che se si vedesse in mano a un bambino partirebbe in automatico lo schiaffone e il monito “non lo leggere mai più!”.
Chiariamolo subito. Yamamoto scrive opere forti, estreme, dove la “carnalità” è un esatto mezzo espressivo. Non è un autore di opere “da adulti” solo perché ci sono sangue e tette a iosa; è autore per adulti per il modo in cui affronta temi scomodi, per il suo indagare nella zona d'ombra tra lecito e illecito, per lo scrutare tra marcio e pornografico in cerca di una qualche forma di bellezza e redenzione. Se entrate nel mood giusto lo amerete, come amerete anche le opere di Takayuki Yamaguchi, come amerete il comics Crossed (di cui abbiamo già parlato QUI). Se non ci riuscite potreste provare per queste opere il sano disgusto tipico dello stare a osservare un piccione schiacciato sotto un autobus in mezzo a una strada: un piccione con le budella di fuori e con residui escrementi spruzzati dalle viscere a servire da impiattamento, splendidamente e realisticamente disegnato, ma pur sempre un soggetto non preferenziale di osservazione, a patto che non si voglia rischiare di vomitare (che è sempre atto più nobile dell'indifferenza, ma tant'è).

Il manga in Giappone piace. Segue, lo stesso anno, un adattamento cinematografico che “spacca”, un film che diviene una delle pellicole orientali più note e citate. Spesso accostata (a torto) a Old Boy e Battle Royale, più propriamente vicine alle decostruzioni-disumanizzazioni di Tsukamoto e al suo teatro dei mostri marini, all'imprescindibile cult fuori-orario ghezziano Tetsuo – the iron man. Miike dirige e di colpo il suo nome ha un peso a livello internazionale e diviene amico di Tarantino, con cui collabora per Sukiyaki western Django e per cui (Tarantino produce) si presta a un gustoso cameo in The Hostel. Miike si inspira fin da subito a Tetsuo, dimostrando un amore viscerale per la pellicola, al punto da volere nel cast del “suo” Ichi cinematografico anche lo stezzo Tsukamoto, cui affiderà la parte del Vecchio. Per interpretare Kakihara viene scelto Tadanobu Asano, straordinario attore che ha recitato insieme a Kitano in Taboo, Takeshis' e Zatoichi (sì, un altro ichi... un personsaggio cieco del videogame Guilty Gear si chiama appunto Zato-one...). Un attore versatile, che ora lavora molto a Hollywood, dove di recente ha vestito i panni di Hogun, uno dei tre fedeli cavalieri di Thor nel colossal marvel omonimo e tornerà a rivestirli nel suo prossimo imminente seguito. Ma è stato anche nel cast dello sfortunato (ma immeritatamente) al botteghino Battleship e sarà della partita in 47ronin, film del rilancio action (?) di Keanu Reeves. Ma per chi maneggia di pellicole orientali più o meno misconosciute e maldistribuite in Italia è stato anche Susanho in Gojoe e il giovane Khan nel colossal Mongol e ha partecipato in film di Tsukamoto come Gemini e Vital. Il Kakihara-rivisitato-Miike di Asano è più sbarazzino del serio uomo in cravatta del manga di Yamamoto, potrebbe benissimo essere una delle più storte incarnazioni di Johnny Depp: capello biondo, abiti dai colori improbabili e improponibili. Ma il chara è lo stesso, amabile-odiabile di sempre. Per Ichi viene scelto Nao Omori, attore che di lì a poco reciterà per Kitano in Dolls, attore noto anche come doppiatore, che di recente ha prestato la voce a Akio Kazama in From up on Poppy Hill, cioè “la collina dei papaveri” di Goro Miyazaki (di cui abbiamo già parlato QUI). È fenomenale la disinvoltura con cui in Giappone un attore passi dall'interpretare un pazzo sadico maniaco a dare la voce per un film di animazione dedicato al pubblico femminile senza che i benpensanti si inalberino... Il “suo” Ichi è proprio brutto e disturbato, perde perciò il fascino del personaggio a fumetti dove, tutto sommato, è molto più facile scambiarlo con un character positivo. Tale scelta deve essere sicuramente stata presa in virtù di tempi brevi della mesa in scena. Ritmo sincopato accompagnato da tamburi pressanti, macchina da presa che non concede scampo, che getta gli occhi dello spettatore nelle fauci delle immagini più crude. Tutto ai massimi livelli, il titolo di “capolavoro” è decisamente meritato, anche se il “vero” capolavoro di Miike sarà 13 assassins...ma questa è un'altra storia. Il film viene portato in Italia da Dynit, in una sontuosa versione doppio disco che vi consiglio caldamente di acquistare se amate il gore, l'estremo e l'action più scatenato.



E che dire della versione dvd pubblicizzata nel trailer qui sopra? Una specie di sacca di sangue !!!

Nel 2002 segue un adattamento animato più vicino al manga, invero piuttosto bruttino.

Nel 2003 è il momento di un secondo live-movie, 1 – Ichi, che adatta le parti del manga inerenti al passato di Ichi, alla sua formazione di assassino. Ma il vento è calato, il fatto che non sia più Miike alla regia ma un certo Tanno lo getta nel dimenticato.

Per Ichi negli anni a venire parla sempre e solo la gloria della pellicola di Miike e il bodycount dei suoi morti virtuali su schermo: una delle pellicole più splatter di sempre.
Finalmente Panini, divisione Planet Manga, ha annunciato, attraverso l'annuale conferenza stampa del Mantova Comics'n'games, qualcosa che era un bel pezzo che aspettavo. Così tanto da aver ormai perso ogni speranza. Il fumetto Ichi the Killer, l'opera che ha reso grande Hideo Yamamoto come autore e immenso Miike come regista. Speravo nell'arrivo di Ichi per l'esattezza dai tempi dell'annuncio dell'acquisizione da parte di Planet Manga dell'altra, celebre, opera di Yamamoto, il cerebrale-mattoide-filosofico-pervertito Homunculus, fumetto che tanto ha colpito alcuni lettori per la carica visionaria e tecnica pregiata di sceneggiatura, quanto ha sconvolto anime candide che pensavano di approcciarsi a Yamamoto con la disinvoltura di sfogliare un numero di One Piece.

Leggere oggi Ichi the Killer è il modo migliore anche per approcciarsi all'omonimo film di Takashi Miike, se ancora non lo avete fatto. Senza questa “premessa” il film appare fin troppo geniale e imprevedibile, ma anche di difficoltosa fruizione per l'utente occasionale. Mi viene spontaneo fare il parallelo con Watchmen di Moore e relativa pellicola di Snyder: se parti dal fumetto godi come un riccio, se parti dal film vieni travolto da tremila informazioni ed esci con il mal di mare e la sensazione di esserti perso qualcosa. Se aggiungiamo il dettaglio che la pellicola di Miike è una autentica riproposizione della top ten delle scene più cruente di Ichi the Killer, che a sua volta è uno dei fumetti più cruenti di sempre, viene facile immaginare come molti spettatori non abbiamo retto fino ai titoli di coda. Ecco quindi la fondamentale utilità della pubblicazione italiana a fumetti, ottimo viatico per entrare a sbirciare nella disadorna e squallida tana del bianconiglio dell'opera di Miike. Grazie Panini, ora ci aspettiamo una versione cartacea da paura, magari lontanissima da quell'abominio che hai fatto con L'Attacco dei Giganti o il primo adattamento di Bastard! Speriamo di poter presto elogiare in questa sede un bell'adattamento di questa interessante opera. 
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lunedì 1 aprile 2013

Riddick

Primo trailer!


L'avevamo lasciato alla fine di Riddick Chronicles come re Conan nel finale di Conan il Barbaro, seduto sul trono, a capo di un esercito di distruttori di mondi. Potente ma solo. L'ultimo scampolo di umanità perduto. Cosa farà Riddick di tanto potere e tanta tristezza? Non pare molto, dato che con un calcione l'hanno in qualche modo defenestrato. Come trailer presenta, Riddick è di nuovo solo, abbandonato su un pianeta inospitale popolato di brutti alienacci fotosensibili. Un ritorno alle origini.
Il film prima conosciuto con Chronicles of Riddich, Dead man stalking, oggi solo Riddick, segna il ritorno di Vin Diesel a uno dei suoi personaggi più carismatici (sì, lo so che di personaggi carismatici ne ha solo due, questo e Toretto...), il mercenario, l'assassino dagli occhi che vedono al buio. Un character che si è fatto largo quasi in sordina, comprimario in quell'interessante e sottovalutato progetto chiamato Pitch Black, un fanta thriller low cost su alieni invisibili e colonie penali spaziali disperse. Da lì una pletora di videogames e fumetti, cartoni animati e la celebrazione massima, il muscolare ed estremo Chronicles of Riddick, molto più fantasy e meno horror. Da lì Diesel ha nicchiato, si è preso una pausa, ha provato a produrre con esiti alterni, ha recitato in film bruttini, si parlava di una sua performance come novello Annibale senza che la cosa si concretizzasse mai, fino a che l'attorone pelato ha deciso di tonare in sella a rivestire l'eroe in canotta e innaffiato di corona, dopo la pausa momentanea di fast'n'furious 2 e il cameo di fast 3. Tornato Toretto, doveva tornare Riddick, il fandom lo esigeva. Da quel poco che possiamo vedere pare che questo terzo atto sia un buon mix delle prime due parti. Ma manca lo sfarzo e l'eccesso della seconda pellicola, o almeno così pare e noi tamarrofili, noi che volevamo un flash gordon di oro borchiato, in qualche modo siamo stizziti da tanto richiamato mimimalismo.
Dirige e scrive David Twohy, il papà di tutta la trilogia nonché scrittore di critters 2 e Warlock (cito i film più fichi, perché i critters spaccano!...ignoro il fatto che abbia scritto alien 3 per pietà). Diesel produce come sempre. Torneremo presto a parlarne. 
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