Lo sto aspettando
da una vita, praticamente da quando ho giocato a Odin's Sphere per
ps2. É il nuovo gioco dei Vanillaware, programmatori di Atlus che si
sono fatti notare nel 1997 con un bel gioco su Saturn dal titolo
Princess Crown, noti per il loro sontuoso dipartimento artistico. Le
loro opere hanno un'aria volutamente retrò, richiamano games che
andavano di moda ai tempi dei 16 bit e delle prime sale giochi, ma il
comparto grafico è assolutamente da fuori di testa, lavoro
certosino-folle di menti ispirate e un po' deviate.
I loro prodotti
sono riconoscibili, unici, in genere difficilissimi, sempre amati da
un numero di fan che con gli anni va a incrementarsi. Purtroppo sono
anche uno dei gruppi più lenti a livello produttivo, anche perché nonostante tutto si parla di un team di dimensioni modeste in mano a
pochi capacissimi artisti. La next gen, come viene definita la ormai
passata storia videoludica consolara di x-box360 e ps3, pensate che
finora non ha ancora goduto di una opera specifica by Vanillaware, al
di là di conversioni hd per il digital delivery. Come un fantasma,
da anni, aleggia però il mito di questo Dragon's Crown, per molti
puro vaporware per via della interminabile serie di conferme e
repentine smentite sul suo stato dei lavori. Un titolo dalla cosmesi
attraente, un gdr a scorrimento che permette fino a quattro di
giocatori di cimentarsi in un'esperienza che è la diretta
evoluzione dei picchiaduro a scorrimento dei tempi che furono. Un
po' Golden Axe, un po'Knight of the Round, un po' The king of Dragons
ma più lungo, più figo, con elementi gdr che ne permettono un
prolungato utilizzo. Pura magia retrò, che meglio si può apprezzare
dal seguente filmato.
Già vedo un
bagliore negli occhi dei fan della sala giochi di vecchia data. Sì
fratelli, siamo a casa! Rieccoci in un mondo del tempo che fu dove
le illustrazioni alla dungeons & dragons ci permettevano di
balzare in mondi fantasy, dove ci si picchiava virtualmente tra di
noi per decidere chi doveva essere a cavalcare il pollo viola
sputafuoco. Bei tempi! Quando si diceva: “non amo i giochi in prima
persona perché non riesco a vedere l'omino... e io senza omino non mi
immedesimo...”.
Come per Odin's
Sphere, siamo dalle parti della mitologia nordica. Si potrà
scegliere tra sei avventurieri facenti parte di tre classi diverse e
mettersi alla ricerca della leggendaria corona del drago, tra
labirinti e fogne, galeoni e montagne nella classica prosecuzione
itinerante alla membro di segugio tipica dei picchiaduro a
scorrimento. Ma che paesaggi (e che poppe) digitali!!! C'è da stare
felici e sereni solo a guardare le immagini, figuriamoci a giocarci.
È l'e3 del 2011
il primo evento in cui si vede qualcosa di questo misterioso Dragon's
Crown. Vanillaware è in patnership con Ignition e la folla è
acclamante. L'art director è Kamitani, già all'opera sul
“seguito” di Dragon's Crown di Capcom, il purtroppo poco celebre
da noi Dungeons & Dragons: Tower of Doom (forse in un paio di
sale giochi a Milano lo avevano). Poi il titolo si perde,
informazioni con il contagocce fino al trailer messo il epigrafe di
questo post. Speriamo sia vero, speriamo che non tardi un adattamento
nella lingua di Albione almeno, magari in quella di Dante. La
versione jappo pare avrà anche un bel artwork. E ci sarebbe mancato
il contrario! Vi daremo fiduciosi informazioni ulteriori non appena le
sapremo di più.
Kiki ha 13 anni e
come tradizione vuole per ogni strega apprendista deve vivere un anno
da sola lontano da casa. La meta è la città portuale di Koriko dove
trova impiego come corriere per un panifico: grazie all'abilità di
volare su una scopa, Kiki può permettersi di prescindere dal
traffico e effettuare consegne con rapidità fulminea! A Koriko però
Kiki non è la sola a volare. Ci prova anche Tombo (un nome che non
promette un lungo destino...), costruttore e pilota fai da te di
veicoli più o meno volanti. L'incontro con Tombo e gli abitanti di
Koriko è occasione di crescita per Kiki, ma i troppi cambiamenti al
contempo la mettono anche in crisi, al punto da non riuscire più a
comprendere le parole del suo gatto-famiglio e ad iniziare
progressivamente a perdere i suoi poteri. Forse a Kiki manca solo un
po' di fiducia in se stessa.
Tratto da un racconto del 1985 di Eiko
Kadono, Kiki è una favola per grandi e piccini che affronta da
vicino uno dei temi più cari a Miyazaki: il volo e la libertà che
ne consegue. Koriko è la classica cittadina-idillio ghibliana, in
bilico tra passato e futuro, steampunk, con dirigibili a solcare i
cieli di strade pavimentate con mattoncini in pietra, tanto verde e
acqua ovunque. La storia scorre tranquilla come una ninna nanna, non
ci sono particolare momenti di tensione e la visione regala il
classico sorriso ebete di compiacimento agli spettatori. Tutto è
misurato, tutto è perfettamente inserito. La pellicola ha i suoi
anni ma non lo dà minimamente a vedere, elargendo una opulenta
ricchezza di dettaglio in combinazione con una colonna sonora
appropriata e con un'“interpretazione” dei personaggi animati
convincente e commovente. Non a torto, una delle più amate pellicole
Ghibli. Non vederla equivale a delitto.
Lucky Red, con la
sua “mission” di portare in Italia tutto, ma proprio tutto il
materiale dello studio Ghibli, sta per portare nelle sale, e poi in
home video, uno dei classici indiscussi dello studio di Miyazaki e
soci in una veste restaurata e rinnovata nel doppiaggio: Kiki's
delivery service, del 1989. Non è però la prima volta che Kiki esce
in Italia, al punto che le “prime edizioni”, quelle Disney, sono
ricercate su ebay a un costo anche piuttosto elevato. La prima uscita
mi rimanda a un periodo passato, nella descrizione del quale vi
tedierò per le prossime interminabili righe. Potete pure non
leggerlo, vi esonero.
Quando Disney
distribuiva Ghibli. Alcuni anni fa Disney iniziò a distribuire i
film Ghibli. Princess Mononoke aprì la strada, godendo in America di
un doppiaggio a dir poco stellare (Gillian Anderson, la dea-nerd!!!) e
in Italia di voci un po' tremende (il lupo doppiato dalla Anderson ha
da noi la voce così contraffatta da sembrare doppiato da un uomo). Il
pubblico gradisce (e ci mancherebbe altro!). L'iniziativa
distributiva, a livello internazionale, pare nata dall'amore
incondizionato di Lasseter, guru della Pixar Animation, per la casa
del maestro Miyazaki, di cui è grande fan. Non sarà sfuggito ai più
attenti che tra i giocattoli di Toy Story 3 fa capolino proprio il
simpatico Totoro. Finalmente in Italia grazie a Disney si possono
vedere prodotti a lungo solo sognati o recuperati con strumenti di
fortuna: Porco Rosso in vhs spagnola, Nausicaa nella valle del vento
doppiata in italiano e registrata da rai 1 all'interno della
trasmissione Solletico con Frizzi all'interno di un progetto di
sensibilizzazione dei giovani al rispetto della natura con il
patrocinio del WWF (che non è la federazione dove è da poco tornato
Brock “the best big thing” Lesner), Laputa come ex-noleggio da un
noto (e scomparso) centro culturale giapponese di Milano. Ma ora c'è
il canale ufficiale, i prodotti sono disponibili su vhs e sul nuovo
formato digitale, quei laser disc più piccoli e meno scomodi dal
nome misterioso: dvd. E c'è pure un forum ufficiale disney dove
chiedere informazione sui prodotti in uscita! Troppo bello! Esce
Mononoke, esce Laputa, esce anche da noi Kiki's delivery service. Ma
non solo! Si inizia a parlare della versione italiana di Battle Royale
by Shin Vision (“e questo cosa cacchio c'entra?”, diranno i miei
piccolo lettori...c'entra, c'entra..).
I film sono peraltro frutto di
un ottimo lavoro di master audio-video e presentano una particolare
cura nell'edizione italiana. Prodotti che vantano a livello di
adattamento una tale fedeltà alla ricchezza lessicale giapponese da
impegnare l'adattatore nella ricerca di una presente (ma sopita in
noi) ricchezza lessicale dell'Italiano, attraverso l'utilizzo di
termini desueti o specialistici. Impostazione così “forte” da
spaccare in tronconi i fan tra chi vorrebbe un adattamento più
classico (anche perché l'uso di termini non comuni di fatto fa
scattare dei campanelli nella testa e può a volte “distrarre” dalla
visione) e chi si bea di tali termini aulici, spesso ampollosi e pure
desueti in quanto più “fedeli all'originale”. Nascono in rete
tra i recensori di anime leggende urbane che narrano di famigliole
che, ignare, si recano al cinema a vedere un'opera di Miyazaki e, colte
di sorpresa dall'utilizzo di un termine desueto, vengono impanicate
dalla voce lacrimevole del più piccolo della famiglia, in genere un
bambino di 6 anni, che nel silenzio della sala prorompe isterico
con: “Papà, ma che cacchio ha detto quel signore del cartone
animato?”. Personalmente al cinema a veder Miyazaki non ho mai
visto bambini di età inferiore ai 20 anni, con barba e parzialmente
pelati, ma può essere anche solo un caso. Certo che a volte qualche
difficoltà di comprensione la riscontro pure io (e la chiudo qua,
essendo io in genere un sostenitore del cosiddetto “adattamento
invisibile”). Dopo un periodo indefinito di conferme e smentite,
dove sul forum Disney si accorano lamentele sulla distribuzione,
estremamente diluita, delle opere Ghibli, qualcuno inizia a parlare
di “complotto”: Disney avrebbe comprato tutta la distribuzione
Ghibli per sottrarla alla concorrenza, ma siccome Disney ha la
mission di far vedere che nel mondo è lei la migliore, non intende
assolutamente pubblicare le opere Ghibli o si farebbe
auto-concorrenza e opere come Tarzan 2 non venderebbero più come
prima. Al di là dei deliri sopra espressi, di fatto gli annunciati
Porco Rosso e Nausicaa non usciranno mai. Chiuderà anche il forum
Disney dopo la nota querelle del “dvd del Re Leone”: in dvd esce
la versione imax, sembra a causa del famigerato insert “il rapporto
del mattino”, il doppiaggio, le voci e interpretazioni non c'entrano
nulla con quelle presenti al cinema e in vhs, paiono una versione
pre-beta. Oggi in blu ray la cosa è stata sistemata e si possono
godere delle voci sentite al cinema, ma all'epoca le polemiche furono
così accese da spingere la dirigenza a chiudere definitivamente il
forum Disney, letteralmente esploso di critiche proprio in ragione di
quell'ultimo polemico argomento trattato.
Poi arriverà
Mikado Film. La città incantata di Miyazaki ha fatto così tanta
incetta di orsi, palme, leoni e Oscar da convincere la cricca
intellettuale che Miyazaki è “da cricca intellettuale”. Nanni
Moretti ne “Il Caimano” guarda insieme al figliame la suddetta
pellicola e quando gli viene detto di spegnere la tv lui dice
“possiamo aspettare ancora un po'?”. Da lì il passo alla
distribuzione Lucky Red è breve e oggi possiamo godere di tante
belle opere dello studio di Totoro anche da noi, con una
programmazione televisiva non parca di repliche. Ma questa è
un'altra storia.
C'è stato un
tempo in cui regnavano i picchiaduro a scorrimento. Una variante più
“umana” dei picchiaduro uno contro uno, che permetteva di giocare
sereni senza l'assillo di una morte immediata e spesso ingiustificata
(mr. Bison-Vega ti odio!!!). II giocatore veniva messo nei panni di un
nerboruto tizio o di una mega gnocca o di un essere ambiguo (nani,
bambini alla guida di mech, robot, paperi), ognuno in grado di
picchiare centinaia di persone su schermo pur di portare a termine
una certa missione per salvare il mondo. Abbattuto un determinato
ammasso di cattivi, l'inquadratura scrollava su una nuova zona,
all'inizio sgombra ma presto più popolosa della fermata Duomo della
metro durante il derby. Per prendere sollievo dai colpi inferti era
possibile raccogliere degli enormi polli arrosto, in grado di ridare
tutta l'energia persa e per picchiare più duro spesso venivano
fornite cavalcature corazzate per lo più dall'aria idiota (Golden
Axe docet), armi bonus fin troppo esagerate (Captain Commando docet),
power up vari dagli esiti anche strani (in Knight of the Round, Perceval con upgrade diventava da biondino a tizio pelato con la
barba). Con l'avvento del 3d, intorno al 1997, il genere dei
picchiaduro a scorrimento veniva messo in cassa integrazione. Le
storie narrate trovavano una più consola collocazione all'interno
dei videogiochi domestici dove i “save game” permettevano
esperienze che garantivano oltre i 30 minuti massimi da sala giochi.
Un piccolo mondo scompariva. Ma il genere dei picchiaduro a
scorrimento rimase nei circuiti casalinghi, pur in nuove vesti come
la saga dei Dynasty Warriors e spin off vari (con ambientazioni
tratte da Hokuto no Ken, Gundam e di recente One
Piece...bellissimo...) e i consensi dei giocatori sono tuttora
solidissimi.
Mystara era uno
dei mondi classici di D&D, alzi la mano chi mi sa dire le
peculiarità (io non me le ricordo più )! Anche D & D è un
gioco da tavola che ha perso molti fans in ragione delle avventure
gdr sui computer. Fa specie oggi guardare al passato e vedere come
affrontare a spadate elfi e draghi significava passare una serata tra
amici a tirare i dadi e immaginarsi le scene raccontate dal
master-cantastorie (aiutato da un volume di illustrazioni), creatura
mitica che letteralmente plasmava la strada a seconda di ogni
giocatore e sapeva in un attimo trasportare in dimensioni parallele e
mondi sommersi. Oggi affrontare a spadate elfi e draghi significa
vagare da soli per le lande di Skyrim e la maggior parte delle
esperienza gdr online sono basate sull'accumulo-vendita di armi. Si è
persa la fantasia, forse. Nel 1993 Mystaria divenne teatro anche di
uno dei più bei picchiaduro a scorrimento da sala: Dungeons &
Dragons: tower of Doom. L'avventura ci faceva scegliere tra un
chierico, un guerriero, un elfo, un nano e ci permetteva di
intraprendere una mitica avventura tra draghi e beholder, deserti e
catacombe, volta a far crollare il regno di terrore di Deimos un re
Lich dei morti.
La difficoltà elevata rendeva necessario imparare
bene i comandi e assimilare le tecniche nemiche, così come dosare
gli incantesimi, ma l'esperienza di gioco era grandiosa e appagante.
Si poteva giocare fino a quattro giocatori contemporaneamente, grafica
fantastica, il cabinato era un vero spettacolo, tra gli amanti di D&D suscitava un così grande scalpore da essere scelto come attività
pre-partita, dove la partita vera è propria era quella a D&D,
subito dopo la sala giochi e intervallata dall'arrivo delle pizze
fino a tardo venerdì sera o facendo l'afterhours giungendo alla
mattina dopo. Ma dalle parti di Saronno, che negli anni d'oro aveva
tante sale giochi quante panchine, lontano dall'opulenta Milano e
dalle sue sale in San Babila, nel ricchissimo catalogo dei
picchiaduro a scorrimento pur presente, Tower of Doom era un
po' misconosciuto. Venivano preferiti per affinità di genere i sempre
ottimi The King of Dragons o Knights of the Round, mentre regge una
forte nicchia di Captain Commando a contrastare Captain America and
the avengers (si moriva ogni 10 secondi, un salasso), si faceva valere
Alien vs Predator, Alien Breed aveva la sua cerchia di fan fedeli, ma
a dominare incontrastati agli incassi e alle file erano sempre e solo
Golden Axe, le tartarughe ninja (l'acchiappa clienti al bar Madonna)
e Final Fight. C'era anche Double Dragons, ma era in un bar con a
fianco Gal's Panic e quindi non se lo cagava nessuno, però lì
venivano offerti certi panini... Il mito di Tower of Doom comunque
c'era e il gioco era tappa fissa nelle trasferte. Successo a cannone,
Capcom replicava con dose extra, Dungeons & Dragons: shadows of
Mystaria nell'anno di grazia 1996. Deimos era sconfitto dai nostri ma
Synn, una entità dragonesca incazzosa e lasciva, sembrava essere il
vero burattinaio del terrore in quel di Mystara, urgeva nuova
campagna. Al guerriero, al chierico, all'elfo e al nano venivano
affiancati anche un mago e un ladro. Stessa elevata difficoltà,
stessa necessità di imparare a utilizzare al meglio comandi e
arsenale, stessa goduria da giocare. Usare il mago e il chierico
apriva un'ampia rosa di possibilità circa incantesimi e pozioni
varie.
Su Saturn usciva
nel 1997 una collector's edition che racchiudeva entrambi i titoli.
Beati loro, gli invidio ancora Power Stone...Oggi esce su psn e
xboxlive questo collection, nei primi giorni di giugno. Sarà
possibile giocare ovviamente on-line, con ingressi a partita già
iniziata. Potremo quindi avere sempre con noi 3 amici con cui
immergerci nel mondo di Mystara. Probabilmente un'uscita più
indirizzata ai babbioni come me, ai nostalgici piagnoni come me per
specifica. Di sicuro un acquisto indispensabile. Come Black Tiger.
Ne avevamo già
parlato da queste parti QUI, ma ora la
data di uscita si avvicina sempre di più e un nuovo trailer viene
finalmente alla luce. E noi possiamo esimerci dal pubblicarlo?
Ecco di nuovo Brad
Pitt e famiglia intenti a preparare una ricca colazione a base di
frittelle mentre i “cosi” urlanti e formicanti gironzolano per
tutto il mondo. Dalle immagini in più qui offerte si può vedere
come Pitt in qualche modo sia un pezzo grosso di qualche unità
d'assalto, come denota il suo ciuffo biondo curato con shampoo baby
johnson. In più la scena finale per me ha a che vedere con il
trailer di Iron Man 3. Arriverà Tony Stark? No, spero di no in tutta
franchezza... però sarebbe fico.
“Fammi
camminare!” Due parole. Quel tanto che basta a far cadere la
maschera, a far inferocire chi lo acclama e reputa che un mago non di
soli trucchi viva. Oz vende illusioni e tutta la sua vita è un
trucco, un gioco di prestigio. Un gioco far crollare ai suoi piedi
splendide donne, grazie alla adulante parlantina e al prezioso dono
del solo e unico carillon della sua defunta nonna (di cui dispone
pertanto in quantità industriali). Un gioco sfuggire dai creditori
e incantare le masse. Ma quando qualcosa di vero si infrange nello
specchio deforme della sua esistenza, Oz non può mentire. Non può
regalare il solo e unico carillon della defunta nonna a una ragazza
per la quale sente davvero qualcosa più di una infatuazione. Non può
quindi rispondere che è tutto finto, che lui è un bluff, a una
bambina sulla sedia a rotelle che, impressionata dal suo spettacolo di
illusioni e con gli occhi lucidi, chiede al grande e potente mago:
“Fammi camminare”. Pur di non infrangere il sogno, di far cadere
le speranze, Oz dice alla piccola che il fluido è andato, che per
oggi ha perso i suoi poteri, e nel mentre trova la fuga, mentre tutto
il castello di carte delle sue illusioni crolla e la folla si accorge
che non è un vero mago, ma una frode. Un pallone aerostatico, mai
vi è stato mezzo più similare alla persona del trasportato, un
ottimo e veloce mezzo di fuga, per un po'. Ma il pallone si imbatte
presto in un tornado e Oz viene proiettato nel Regno di Oz. Perché vi è una profezia. Arriverà un grande mago che porta il nome di
questo mondo, ne sarà il signore, affronterà la strega. Ma chi è
la vera strega tra le tante e affascinanti dame del reame di Oz?
Potrà il grande mago fare fronte alla sua minaccia e alle sue
schiere di scimmie volanti, munito solo dei suoi trucchi e della
collaborazione dei pacifici abitanti di Oz? Il mago si sente
quantomai inadeguato, l'avversario è troppo grande e potente, ma
qualcuno gli dà la soluzione a tutte le sue pene: non serve essere un
mago quando basta “sembrare di esserlo”.
Evviva l'eroe che
viene dal cielo! Scusatemi, ma davanti ad un film di Raimi in cui
accade una cosa tanto simile a un altro film di Raimi (L'armata
delle tenebre) non potevo esimermi da questo commento. Il Grande e
potente Oz nasce come prequel del noto musical anni '30 della Warner
ed è frutto di un rinnovato e forse mai sopito amore per le opere
letterarie legate a Oz, che hanno goduto nel recente di lussuose
trasposizioni a disegni e sono state frutto di ispirazione per nuovi
spettacoli musicali. Prima o poi sarebbe opportuno trasporre
correttamente le opere letterarie, ma per ora va così e, come per
Alice in Wonderland, la premiata compagine produttiva Disney ha deciso
di cavalcare “indirettamente” un altro classico per farne uno
sfavillante spettacolo di animazione 3D senza dimenticare però la
qualità generale dell'operazione. Se il nome di grido di Alice era
la direzione di Tim Burton, dietro la macchina da presa di Oz
troviamo il sempre eccelso Sam Raimi. Il Grande e Potente Oz vuole
essere un omaggio al classico Warner a 360 gradi: non solo un
riferimento alla pellicola matriciale ma anche una lettera d'amore
per il cinema tutto e in particolare per l'epoca pionieristica di cui
Il Mago di Oz ha rappresentato brillante gemma, vuoi per la bellezza
delle musiche e dello spettacolo, vuoi per le importanti innovazioni
tecnologiche nel campo del colore e dell'effettistica speciale. Per
questo Raimi era l'uomo da chiamare, un cineasta di altri tempi con
la passione dei classici, la guida sicura sugli attori e l'amore per
i dettagli, un direttore severo quanto sinceramente motivato nel
ricreare le atmosfere e le tecniche di ripresa del cinema che fu. E
così nel trionfo del 3D e dell'effettistica digitale non viene
dimenticato il cuore dei personaggi, la recitazione non viene
mortificata a un imbuto colorato. James Franco è bravo, perfetto
nel personaggio e non fa rimpiangere (non troppo almeno) il primo
nome chiamato per interpretare il ruolo, Robert Downey Jr. La
Williams è sempre più lanciata verso il ruolo che più le si confà,
da diva di Hollywood, in poche scene ha la capacità di incantare il
pubblico pur conservando un regale distacco. Mila Kunis è
ugualmente straordinaria e dona spontaneità e tenerezza a uno dei
personaggi più controversi e tragici della pellicola. Purtroppo la
Weisz appare opaca, poco partecipe e graffiante, sarebbe stata
perfetta se semplicemente avesse replicato il suo personaggio di "Io
ballo da sola", ma qui è poco incisiva. Nel complesso anche il resto
del cast è di buon livello.
All'uscita dalla
sala devo dire di aver provato più dubbi che emozioni in questa
pellicola. Se la cornice è spettacolare fino a essere sgargiante e
ci sono indubbie ottime prove da parte del cast, qualcosa manca, ed è
la leggerezza, lo stato di “grazia” del Mago di Oz, la qualità
che tutt'oggi la rende una delle pellicole più amate da grandi e
piccini. Non depone a suo favore anche il fatto che personaggi tanto
amati non siano giocoforza presenti. Non aspettatevi di trovare il
leone, lo spaventapasseri e l'uomo di latta, rimarreste delusi. Non
che i nuovi personaggi siano brutti, anzi. Manca una canzone come
“Somewhere over the rainbow” a folgorare la gioia e la malinconia
in un'unica immagine. È lo scotto che i buoni film patiscono nei
confronti dei capolavori. Pur nella sua ottima esecuzione la
pellicola di Raimi rimanda alla scomoda pellicola Warner. Per questo
siamo davanti a un buon film, ma che vive a troppo stretto contatto
con un capolavoro e che inevitabilmente ne rimane schiacciato.
Gli Anjougumi sono
il clan Yakuza che governa il territorio. Presso un mega-palazzone ha
sede la loro associazione, sale da gioco, appartamenti degli affiliati
e dei dirigenti. Un autentico piccolo mondo, al cui interno c'è
anche un apparato di “polizia” a gestire ordine e sicurezza, tra
le cui fila milita il “buono” della situazione, il boss Kakihara.
Masochista e torturatore per vocazione, Kakihara ha allargato con un
coltello l'apertura della sua bocca (indovinate a chi si è ispirato
Nolan per il Joker di Ledger?), è pieno di piercing ma è, a
modo suo, integerrimo ed efficiente.
Qualcuno si è
infiltrato nel mega-palazzone e sta facendo strage di affiliati. È
un killer spietato le cui incursioni nel Anjougumi plaza sono guidate
da un tizio piuttosto losco che viene chiamato semplicemente “il
vecchio”.
Ichi
vorrebbe-potrebbe essere il vigilante definitivo, l'arma finale per
distruggere la Yakuza, la via per riportare l'equilibrio in questo
strano piccolo mondo. Veste come un supereroe ed è così letale con
le arti marziali da riuscire a fare letteralmente a pezzi i suoi
avversari, grazie all'esecuzione veloce dei suoi calci unita alle
affilate lame retrattili poste sui talloni dei suoi anfibi. Quando
parte è semplicemente letale, un frullatore di carne yakuza. Ma in
quest'opera tutto gira al contrario. Ichi non sta del tutto a posto di
testa. È, per essere specifici, un sadomasochista. Ragiona come un
bambino di 6 anni, piange a dirotto e agisce di impulso, si fa
manipolare facilmente, nasconde un cuore nero come la notte. Prova
godimento nell'essere umiliato, assapora nell'atto il pregustare
della sua prossima-imminente vendetta, l'annichilimento del nemico,
di cui per lo più rimangono arti recisi, teste decapitate, cui
consegue per lui anche una soddisfazione di tipo sessuale... Trova
eccitazione nella violenza, non conosce pietà, non conosce
giustizia. Lui è il killer n.1 (“ichi” per l'appunto in
giapponese è “1”). Tra Kakihara e Ichi sarà battaglia e
moriranno montagne di persone nei modi più perversi e subdoli che
potreste mai immaginare. Sebbene non ci sia nessun vero buono,
spererete fino all'ultimo che Kakihara ce la faccia perché, pur
volendolo, con l'andare avanti nella narrazione diviene impossibile
parteggiare per Ichi.
L'epopea dura 3
anni, dal 1998 al 2001. Tutto liscio in quattro maxi volumi senza
troppi strascichi.
Il pubbico non
rimane indifferente, anche se qua e là prova a destare lo sguardo.
Ichi è “forte”. Un gigantesco pugno allo stomaco con cui l'autore
vi squarcia letteralmente il petto, vi estrae il cuore e lo fa
bruciare (Indiana Jones cit). La narrazione è chiara, il tratto
convincente e la scansione degli eventi frenetica. Il lettore è
letteralmente torturato: da un lato vi è la spinta, l'eccitazione di
vedere il proseguo di una storia così bene raccontata, di contro vi
è la consapevolezza di addentrarsi in qualcosa di moralmente,
ricercatamente disturbante, qualcosa che se si vedesse in mano a un
bambino partirebbe in automatico lo schiaffone e il monito “non lo
leggere mai più!”.
Chiariamolo
subito. Yamamoto scrive opere forti, estreme, dove la “carnalità” è
un esatto mezzo espressivo. Non è un autore di opere “da
adulti” solo perché ci sono sangue e tette a iosa; è autore per
adulti per il modo in cui affronta temi scomodi, per il suo indagare
nella zona d'ombra tra lecito e illecito, per lo scrutare tra marcio
e pornografico in cerca di una qualche forma di bellezza e
redenzione. Se entrate nel mood giusto lo amerete, come amerete anche
le opere di Takayuki Yamaguchi, come amerete il comics Crossed (di cui abbiamo già parlato QUI). Se non ci riuscite potreste provare per queste
opere il sano disgusto tipico dello stare a osservare un piccione
schiacciato sotto un autobus in mezzo a una strada: un piccione con
le budella di fuori e con residui escrementi spruzzati dalle viscere
a servire da impiattamento, splendidamente e realisticamente
disegnato, ma pur sempre un soggetto non preferenziale di
osservazione, a patto che non si voglia rischiare di vomitare (che è
sempre atto più nobile dell'indifferenza, ma tant'è).
Il manga in
Giappone piace. Segue, lo stesso anno, un adattamento cinematografico
che “spacca”, un film che diviene una delle pellicole orientali
più note e citate. Spesso accostata (a torto) a Old Boy e Battle
Royale, più propriamente vicine alle decostruzioni-disumanizzazioni
di Tsukamoto e al suo teatro dei mostri marini, all'imprescindibile
cult fuori-orario ghezziano Tetsuo – the iron man. Miike dirige e
di colpo il suo nome ha un peso a livello internazionale e diviene
amico di Tarantino, con cui collabora per Sukiyaki western Django e
per cui (Tarantino produce) si presta a un gustoso cameo in The
Hostel. Miike si inspira fin da subito a Tetsuo, dimostrando un amore
viscerale per la pellicola, al punto da volere nel cast del “suo” Ichi
cinematografico anche lo stezzo Tsukamoto, cui affiderà la parte del
Vecchio. Per interpretare Kakihara viene scelto Tadanobu Asano,
straordinario attore che ha recitato insieme a Kitano in Taboo,
Takeshis' e Zatoichi (sì, un altro ichi... un personsaggio cieco del
videogame Guilty Gear si chiama appunto Zato-one...). Un attore
versatile, che ora lavora molto a Hollywood, dove di recente ha
vestito i panni di Hogun, uno dei tre fedeli cavalieri di Thor nel
colossal marvel omonimo e tornerà a rivestirli nel suo prossimo
imminente seguito. Ma è stato anche nel cast dello sfortunato (ma
immeritatamente) al botteghino Battleship e sarà della partita in
47ronin, film del rilancio action (?) di Keanu Reeves. Ma per chi
maneggia di pellicole orientali più o meno misconosciute e
maldistribuite in Italia è stato anche Susanho in Gojoe e il giovane
Khan nel colossal Mongol e ha partecipato in film di Tsukamoto come
Gemini e Vital. Il Kakihara-rivisitato-Miike di Asano è più
sbarazzino del serio uomo in cravatta del manga di Yamamoto, potrebbe
benissimo essere una delle più storte incarnazioni di Johnny Depp:
capello biondo, abiti dai colori improbabili e improponibili. Ma il
chara è lo stesso, amabile-odiabile di sempre. Per Ichi viene scelto
Nao Omori, attore che di lì a poco reciterà per Kitano in Dolls,
attore noto anche come doppiatore, che di recente ha prestato la voce
a Akio Kazama in From up on Poppy Hill, cioè “la collina dei
papaveri” di Goro Miyazaki (di cui abbiamo già parlatoQUI). È
fenomenale la disinvoltura con cui in Giappone un attore passi
dall'interpretare un pazzo sadico maniaco a dare la voce per un film
di animazione dedicato al pubblico femminile senza che i benpensanti
si inalberino... Il “suo” Ichi è proprio brutto e disturbato,
perde perciò il fascino del personaggio a fumetti dove, tutto
sommato, è molto più facile scambiarlo con un character positivo.
Tale scelta deve essere sicuramente stata presa in virtù di tempi
brevi della mesa in scena. Ritmo sincopato accompagnato da tamburi
pressanti, macchina da presa che non concede scampo, che getta gli
occhi dello spettatore nelle fauci delle immagini più crude. Tutto
ai massimi livelli, il titolo di “capolavoro” è decisamente
meritato, anche se il “vero” capolavoro di Miike sarà 13
assassins...ma questa è un'altra storia. Il film viene portato in
Italia da Dynit, in una sontuosa versione doppio disco che vi
consiglio caldamente di acquistare se amate il gore, l'estremo e
l'action più scatenato.
E che dire della
versione dvd pubblicizzata nel trailer qui sopra? Una specie di sacca
di sangue !!!
Nel 2002 segue un
adattamento animato più vicino al manga, invero piuttosto bruttino.
Nel 2003 è il
momento di un secondo live-movie, 1 – Ichi, che adatta le parti del
manga inerenti al passato di Ichi, alla sua formazione di assassino.
Ma il vento è calato, il fatto che non sia più Miike alla regia ma
un certo Tanno lo getta nel dimenticato.
Per Ichi negli
anni a venire parla sempre e solo la gloria della pellicola di Miike
e il bodycount dei suoi morti virtuali su schermo: una delle
pellicole più splatter di sempre.
Finalmente Panini,
divisione Planet Manga, ha annunciato, attraverso l'annuale
conferenza stampa del Mantova Comics'n'games, qualcosa che era un bel
pezzo che aspettavo. Così tanto da aver ormai perso ogni speranza.
Il fumetto Ichi the Killer, l'opera che ha reso grande Hideo Yamamoto
come autore e immenso Miike come regista. Speravo nell'arrivo di Ichi
per l'esattezza dai tempi dell'annuncio dell'acquisizione da parte di
Planet Manga dell'altra, celebre, opera di Yamamoto, il
cerebrale-mattoide-filosofico-pervertito Homunculus, fumetto che
tanto ha colpito alcuni lettori per la carica visionaria e tecnica
pregiata di sceneggiatura, quanto ha sconvolto anime candide che
pensavano di approcciarsi a Yamamoto con la disinvoltura di sfogliare
un numero di One Piece.
Leggere oggi Ichi
the Killer è il modo migliore anche per approcciarsi all'omonimo
film di Takashi Miike, se ancora non lo avete fatto. Senza questa
“premessa” il film appare fin troppo geniale e imprevedibile, ma
anche di difficoltosa fruizione per l'utente occasionale. Mi viene
spontaneo fare il parallelo con Watchmen di Moore e relativa pellicola
di Snyder: se parti dal fumetto godi come un riccio, se parti dal
film vieni travolto da tremila informazioni ed esci con il mal di
mare e la sensazione di esserti perso qualcosa. Se aggiungiamo il
dettaglio che la pellicola di Miike è una autentica riproposizione
della top ten delle scene più cruente di Ichi the Killer, che a sua
volta è uno dei fumetti più cruenti di sempre, viene facile
immaginare come molti spettatori non abbiamo retto fino ai titoli di
coda. Ecco quindi la fondamentale utilità della pubblicazione
italiana a fumetti, ottimo viatico per entrare a sbirciare nella
disadorna e squallida tana del bianconiglio dell'opera di Miike.
Grazie Panini, ora ci aspettiamo una versione cartacea da paura, magari
lontanissima da quell'abominio che hai fatto con L'Attacco dei
Giganti o il primo adattamento di Bastard! Speriamo di poter presto
elogiare in questa sede un bell'adattamento di questa interessante
opera.
L'avevamo lasciato
alla fine di Riddick Chronicles come re Conan nel finale di Conan il
Barbaro, seduto sul trono, a capo di un esercito di distruttori di
mondi. Potente ma solo. L'ultimo scampolo di umanità perduto. Cosa
farà Riddick di tanto potere e tanta tristezza? Non pare molto, dato
che con un calcione l'hanno in qualche modo defenestrato. Come
trailer presenta, Riddick è di nuovo solo, abbandonato su un pianeta
inospitale popolato di brutti alienacci fotosensibili. Un ritorno
alle origini.
Il film prima
conosciuto con Chronicles of Riddich, Dead man stalking, oggi solo
Riddick, segna il ritorno di Vin Diesel a uno dei suoi personaggi più
carismatici (sì, lo so che di personaggi carismatici ne ha solo due,
questo e Toretto...), il mercenario, l'assassino dagli occhi che
vedono al buio. Un character che si è fatto largo quasi in sordina,
comprimario in quell'interessante e sottovalutato progetto chiamato
Pitch Black, un fanta thriller low cost su alieni invisibili e
colonie penali spaziali disperse. Da lì una pletora di videogames e
fumetti, cartoni animati e la celebrazione massima, il muscolare ed
estremo Chronicles of Riddick, molto più fantasy e meno horror. Da
lì Diesel ha nicchiato, si è preso una pausa, ha provato a produrre
con esiti alterni, ha recitato in film bruttini, si parlava di una sua
performance come novello Annibale senza che la cosa si concretizzasse
mai, fino a che l'attorone pelato ha deciso di tonare in sella a
rivestire l'eroe in canotta e innaffiato di corona, dopo la pausa
momentanea di fast'n'furious 2 e il cameo di fast 3. Tornato Toretto,
doveva tornare Riddick, il fandom lo esigeva. Da quel poco che
possiamo vedere pare che questo terzo atto sia un buon mix delle prime
due parti. Ma manca lo sfarzo e l'eccesso della seconda pellicola, o
almeno così pare e noi tamarrofili, noi che volevamo un flash gordon
di oro borchiato, in qualche modo siamo stizziti da tanto richiamato
mimimalismo.
Dirige e scrive
David Twohy, il papà di tutta la trilogia nonché scrittore di
critters 2 e Warlock (cito i film più fichi, perché i critters
spaccano!...ignoro il fatto che abbia scritto alien 3 per pietà).
Diesel produce come sempre. Torneremo presto a parlarne.