California dei giorni nostri. È una giornata malinconica dal mare non troppo agitato, l’ultima di Mitt Gardiner (Josh Brolin). Il vecchio marinaio, da troppo tempo “guida turistica” per chi vuole vedere da vicino le balene, ha deciso, con un male incurabile in corpo, di fare i suoi ultimi passi sul fondale vicino a Monastery Beach, immergendosi per l’ultima volta senza bombole, carico di zavorre, con il chiaro intento di non riemergere. In passato aveva espresso il desiderio goliardico di “offrire una birra” alle balene, per le mille volte che con il suo lavoro aveva rotto loro le scatole. L’idea “pratica” era sbronzarsi carico di birra e farsi “bere” come una specie di “lattina umana” e ora, trangugiato qualche litro d’alcol, Matt aveva deciso che era pronto a realizzarla.
L’uomo controlla di aver scritto tutte le lettere per i suoi cari, tossisce per l’ultima volta, si cala, va a fondo.
Il suo corpo non sarebbe stato più ritrovato.
A un anno di distanza suo figlio Jay (Austin Abrams), che aveva mollato per sempre la barca e i tour delle balene dopo troppe liti e una ultima lite violenta con Matt, torna a casa. La madre Zora (Elisabeth Shue) e dalle sorelle Eva (Jane Levy) e Nan (Emily Rudd), con le rispettive famiglie e amici, lo accompagnano in un viaggio dei ricordi che lui non vuole fare, ma alla fine il ragazzo, nel cuore della notte, prende una decisione chiara: andare a ritrovare ciò che resta di Matt sul fondale, per avere qualcosa da seppellire in una bara rimasta vuota. L’intento è folle, anche perché il maltempo imperversa, piove a dirotto e le onde sono alte al punto che la guardia costiera pattuglia le spiagge metro per metro, per evitare che qualche bagnante pazzo ci lasci le penne. Jay con bombole, zavorre e uno zaino arriva prima dell’alba alla spiaggia, nascondendosi tra l’erba alta. Affronta le onde che lo tirano a riva più volte aggrappandosi alle alghe sul fondale, fino a che si trova stanco dove tutto è calmo, da solo. Su una roccia a riflettere, ricordare, cercare un oggetto, un brandello, qualsiasi cosa. E’ in questi abissi che come ad aspettarlo giunge un calamaro gigante: rapido lo avvinghia con i suoi tentacoli fino quasi a tritarlo, mentre cerca lentamente di farsi largo verso la sua testa, per stordirlo, morderlo, tritarlo con il suo “becco uncinato”. La battaglia impari trascina Jay in abissi ancora più profondi, dove lui e il calamaro incrociano il destino con una balena imponente e carica di cicatrici quanto un palazzo in rovina. La creatura apre le fauci, deve nutrirsi, trascina dentro di sé ogni cosa in un gorgo che non lascia scampo. Jay perde i sensi, sogna, ripensa al padre. Si sveglia di colpo in un mondo organico pulsante, illuminato solo dal neon di qualche medusa fluorescente, circondato da esseri mutilati o mezzi morti come lui, pronto a essere tritato o sciolto dai succhi gastrici. La bombola di ossigeno tiene ancora ma è messa male, come del resto tutto l’equipaggiamento. Il tempo stringe ed è sempre più scarsa anche la lucidità. Deve fuggire in qualche modo, magari approfittando di una risalita in superficie del cetaceo, risalendo verso la gola, i denti. Ma tutto intorno a lui lo spinge verso lo stomaco in modi brutali e misteriosi, di nuovo la mente si annebbia. Sviene e sogna: rivede il padre, le regole militari e intransigenti con cui lo aveva forgiato per sopravvivere in mare fin da quando era piccolo, rivive i troppi momenti di rabbia e i pochi momenti di gioia insieme. Nel ventre della balena è come se il tempo si fermasse: sogni e ricordi possono di colpo offrire idee per sopravvivere, mostri in agguato potrebbero apparire da ogni dove spingendolo in lotte mortali. Il sistema digerente “sta agendo”, la tuta da sub inizia a sciogliersi, presto si scioglierà la pelle. Ma la forza e la pelle spessa del cetaceo può anche essere una corazza con cui difendersi dal mare esterno. Perché, secondo il bollentino dei marinai, anche un branco di orche è in agguato a Monastery Beach.
Secondo la Bibbia, Jonah è riuscito a vivere dentro a una balena. Secondo la Disney, anche Geppetto e Pinocchio erano riusciti a sopravvivere dentro a un cetaceo, perché l’originale “pescecane” della storia di Collodi era stato ritenuto non abbastanza confortevole. Esiste una ampia filmografia che parla di personaggi “finiti all’interno” di animali “più piccoli”: capita più volte nei film della serie Lo squalo, spesso con esiti drammatici, capita in Ace Ventura 2 del 1995 o in Grimsby del 2016, spesso con esiti comici anche se piuttosto grotteschi. Senza contare i casi in cui, da Viaggio allucinante a Salto nel buio, sono esseri umani, pur miniaturizzati, a finire all’interno di altri esseri umani, in thriller “quasi didattici” che in parte insegnano pure come funziona il nostro metabolismo. Daniel Kraus, autore vincitore del premio Pulitzer con Angel Down nel 2026, che ha collaborato con Guillermo del Toro nella scrittura di molte opere come La forma dell’acqua, con il libro Whalefall, del 2023, andava a creare un’opera geniale quanto estrema, che va a sintetizzare alcune di queste suggestioni, risultando grottesca, divertente, originale quanto sorprendentemente drammatica e profonda. Un po’ Moby Dick, un po’ Viaggio Allucinante e un po’ di quel matto e mai troppo celebrato film sul rapporto tra padre e figlio “in salsa weird” che è Hulk di Ang Lee. Un “progetto-Frankenstein” difficile da tradurre dalla carta al grande schermo, curioso quanto “sfidante”, imperdibile per un produttore, sceneggiatore e regista come Brian Duffield, autore della serie Divergent, del thriller ironico The babysitter, ma anche di due Monster Movie validi e purtroppo non troppo celebrati come Love and Monsters e Underwater, entrambi sfortunatamente usciti nel corso del malaugurato 2020. Duffier scrive insieme a Kraus una sceneggiatura che riesce a non non allontanarsi troppo dal libro, dando vita a un “body horror” appagante per tutti gli appassionati del genere, pieno di mostri e tentacoli lovecraftiani realizzati grazie all’ausilio di ottimi effetti speciali, che al contempo grazie a un Josh Brolin in ottima forma e a un Austin Abrams straordinario riesce ad essere anche un molto riuscito e quasi toccante dramma famigliare. Un film con l’animo del b-Movie di lusso, carico di azione e poesia, che agli appassionati potrebbe felicemente ricordare per come sa coniugare complessità e densità espressiva alcune opere Stuart Gordon. Un film per sua stessa natura “non per tutti”, ma una grande sorpresa per chi saprà approcciarsi a lui nel modo giusto, sapendosi stupire dalle scene senza cercare troppo nella logica, assecondando l’ardita metafora che per un figlio, inseguire e comprendere l’animo di un padre, può essere simile allo sforzo di Akab di comprendere Moby Dick. Da amante di un cinema ardito, che sa mostrarsi originale quanto vertiginoso, a tratti amabilmente scombinato ma pieno di cuore, non posso che consigliarvelo.
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