lunedì 15 settembre 2014

Si alza il vento di Hayao Miyazaki - la nostra recensione



Gli artisti e il loro legame speciale con la natura: Nel 1920 il poeta Paul Valéry compone Il cimitero marino. Nell'opera l'autore immagina di trovarsi  nel suo paese natale, a Sete, sopra di una collina dalla quale si guarda il mare. Il mare, un tetto quieto sul quale passeggiano i colombi e i triangoli delle barche a vela.  Sulla collina è possibile contemplare e perdersi nella contemplazione di una natura lussureggiante, un tesoro che non si contamina. Ma l'unico luogo da cui è accessibile all'autore lo splendore di questo panorama è il cimitero di  Sete. Il sole di mezzogiorno, palpitando tra pini e tombe, dà al mare sfumature rosso fuoco, crea infinite composizioni cromatiche facendo uso dell'incespicarsi delle onde. E quando il sole si irradia sulle profondità marine, il tempo si trasforma in luce e il sogno in conoscenza. L'autore si perde in queste immagini, riflette su quanto è piccolo e impotente dinnanzi alla grandezza del mondo e potrebbe forse stare lì per sempre, a limitarsi a guardare, come le tombe del cimitero di Sete. Ma ecco che qualcosa lo smuove, la natura stessa lo invita a destarsi. Il vento.

Il vento si alza. Bisogna sforzarsi di aderire alla vita. L'aria immensa dà inizio e compimento al mio testo, mentre l'onda delle rocce coraggiosamente sgorga in mille spruzzi. Prendete il volo, pagine imbiancate! Onda, irrompi con il tuo moto vivace: frangi, sommergi questo tranquillo tetto, dominio di vele triangolari. (trad. ultima strofa de Il cimitero del mare di Paul Valèry).

Ci sono molte interpretazioni di questi versi bellissimi, offerte da persone molto più preparate di me. A me piace molto il modo di leggere questo testo in riferimento al lavoro degli artisti. Ci sono persone che possono solo sognare. Persone che vivono nel flusso della natura, nella consapevolezza della propria caducità. Ogni tanto nascono persone che possono rendere reali i sogni. Persone in grado di lasciare un segno nella storia grazie all'ispirazione. Uno stato di grazia che permette di rivoluzionare le cose, offerto dalla natura stessa, forte e impetuoso come il vento nel suo potere di affascinare e cambiare la vita delle altre persone (permettendo alle pagine del poeta di prendere il volo).  Tuttavia l'ispirazione, come il vento, prima o poi è destinata a esaurirsi. Nella pellicola, crudelmente, in riferimento ai progettisti aeronautici, si dice che possa durare solo una decina d'anni in tutta la vita.  Accettare questa realtà, come accettare la caducità della vita. Per questo è necessario sforzarsi di aderire alla vita, non rinunciare a vivere o costruirsi una famiglia o regalarsi una piccola gioia, inseguendo infiniti sogni. Anche perché una volta scritte le pagine del poeta o realizzata una qualsiasi opera, argomento che George Lucas non sembra comprendere, tali sogni sono infine destinati, nel loro prendere il volo, a diventare parte, strumenti o ispirazione dei sogni di altri. Magari strumenti di morte come nel caso degli aerei, ali meccaniche frutto dei sogni di un giovane giapponese, protagonista dell'ultima pellicola di Miyazaki, tratta da un romanzo di Tatsuo Hori.

Ben visibile, sotto le colorate ali degli aerei di Caproni, una ricca schiera di bombe 
Sinossi: Il piccolo Jiro sogna di librari in volo al comando di un piccolo aereo variopinto. Sorvolare la campagna in cui è nato e, dopo essersi assestato degli occhialoni da pilota, dare battaglia a strani uomini ombra che a bordo di strane aeromobili cercano di portare la guerra nel suo paese. Ma i sogni finiscono male, perché Jiro sa di essere miope e che nella realtà non gli sarà mai consentito pilotare un aereo. Tuttavia un giorno nelle mani del piccolo Jiro compare una rivista che tratta dei suoi tanto amati aerei, con un articolo che illustra le mirabolanti creazioni del conte Caproni, che da subito diviene il suo idolo. Da allora nei sogni di Jiro il progettista aeronautico italiano inizierà a comparire come suo mentore, alimentando in lui la voglia di diventare un grande costruttore di aerei.
Anni dopo Joro è diretto a Tokyo in treno mentre irrompe, anticipato da rumori sinistri, il terrificante terremoto del Kanto del 1923. Sul treno, che interrompe la marcia per via di danni al percorso, Jiro incontra una bellissima ragazza, dando soccorso alla sua accompagnatrice. Con il tempo, grazie al suo talento e curiosità, Jiro inizierà a muovere i primi passi nel mondo della progettazione aeronautica, riuscendo a trovare lavoro presso una grande ditta in un periodo storico in cui soffiano minacciosi venti di guerra. Durante una vacanza il ragazzo per caso incontra di nuovo la ragazza conosciuta durante il terremoto.

e quanti dei tuoi aerei torneranno a casa dopo la guerra? Io ne ho fatto tornare la metà...
Splendidi e terribili ali d'acciaio: Miyazaki in questa pellicola ci parla tantissimo di sé, del suo lavoro e della sua vita, mettendo al centro di tutto il grande amore per gli aerei e la loro storia. L'amore di Miyazaki per gli aerei e anche per noi italiani è già stato oggetto di un nostro post a cui vi rimando. Mi piace constatare come negli anni le cose non siano cambiate, vendendo come co-protagonista onirico di quella pellicola nientepopodimeno che il conte Caproni. è sempre con leggero schifo che constato come debba arrivare un Giapponese a ricordare a noi italiani chi sia uno dei più grandi geni della nostra patria. A parte qualche pilota, qualche ingegnere, sporadici frequentatori dei musei di Scienze  e qualche frequentatore dell'aeroporto Caproni di Trento sembra che ai più il nome del grande costruttore sia ignoto. La wiki mi comunica che gli è stato dedicato anche un centro sportivo a Vizzola Ticino, in provincia di Varese e poco più. Un po' pochino direi, considerando che aveva come fans anche i presidenti americani Roosevelt e Truman. Vi invito a correre di corsa sulla wiki per studiarvi la storia di questo grandissimo uomo, scoprirete che ha fatto praticamene di tutto, da aerei da combattimento a idrovolanti a enormi bombardieri. Tutti modelli realmente riprodotti in questo film. E dire che qualcuno pensava che fosse un personaggio immaginario. Un bel francobollo comunque glielo abbiamo fatto anche noi e pare che Miyazaki abbia scelto quello come modello per il Caproni animato. Un personaggio bello e stralunato, dotato di bei baffoni ricurvi,  le cui apparizioni sullo schermo coincidono con i momenti più riusciti della pellicola, tripudi colorati che rimandano non troppo velatamente a classici Ghibli come Laputa e Porco Rosso. Caproni è un po' il fratello maggiore di Jiro in questi momenti ed è facile scorgervi qualcosa del carattere dello stesso Miyazaki, come la malinconia e l'esuberanza di uno dei suoi personaggi più riusciti di sempre, Porco Rosso, peraltro omaggiato direttamente in alcune bellissime scene.


Incredibilmente somigliante alla sua controparte reale anche Jiro Horikoshi, doppiato in origine nientepopodimeno che dal regista di Neon Genesis Evangelion, Hideaki Anno. Come nel caso di Caproni vi invito a trovare in rete qualche biografia su di lui e soprattutto immagini dei suoi bellissimi lavori. Horikoshi fu un autentico rivoluzionario, riuscendo a far compiere a un Giappone all'epoca povero e per lo più rurale un balzo tecnologico pazzesco. La pellicola è in questo un autentico inno al progresso tecnologico e dedica ampie parti a illustrare le specifiche novità apportate da Horikoshi ai suoi progetti, andando a illustrare anche le sue principali influenze dai modelli dell'epoca e il suo peculiare stile di design, ricavato su ispirazione delle lische di pesce. Come per i fantasiosi (e realissimi!) veicoli di Caproni, anche quelli di Horikoshi sono perfettamente riprodotti nella pellicola, a volte facendo richiami espliciti alla bellezza e leggerezza degli aerei di carta. Ma nonostante la cura maniacale al dettaglio rimangono sempre aerei "Ghibli", diversi per molti punti dai modelli bellissimi, ma più aggressivi e realizzati con modelli 3-d, utilizzati nel capolavoro di Oshii, Sky Crawlers. All'Horikoshi brillante ideatore di veicoli volanti si contrappone un timido ragazzo che ha praticamente sacrificato tutto sull'altare del lavoro e vive con molto trasporto i pochi momenti di gioia familiare che la sua difficile vita gli ha concesso. La cura con cui viene affrontato questo aspetto della vita del progettista dona alla pellicola una componente drammatica così centrale da divenatre il fulcro emotivo di tutto. Tanti bellissimi aerei, splendidamente animati, ma soprattutto una storia d'amore tra Horikoshi e Naoko, musa e sostegno del progettista. Con Jiro, Miyazaki porta in scena uno dei suoi personaggi più complessi, adulti, irrisolti.  


Jiro e Caproni sono entrambi straordinari ingegneri, ma vivono in periodi in cui il loro lavoro è strettamente legato all'impiego bellico. Il loro sogno sarà pure quello di superare i limiti, creare i migliori strumenti tecnologici di sempre, ma creano veicoli che una volta in volo potrebbero non tornare più indietro. La guerra rimane sullo sfondo ma è presente, vivida, in poche, veloci e terribili sequenze che vedono aerei scontrarsi in volo e in alcune glaciali affermazioni come quella che riguarda il famoso Zero, velocissimo ma troppo pesante se caricato con delle mitragliatrici.
Certo la speranza sono colorati aerei passeggeri che permettano a tutti di girare il mondo, ma il futuro è ancora troppo lontano.
Già dal titolo per me vi è anche una diretta implicazione bellica. Pensare agli Zero richiama alla memoria i kamikaze, parola che ricordiamo ha origini giapponesi e significa "vento divino".  Con gli Zero costruiti da Jiro di fatto si alza anche questo tipo di vento. Ma laddove le opere che parlano di kamikaze (ho in mente anche solo The Cockpit di Matsumoto) sono drammi esistenziali avvallati da parole come onore, patria, giustizia, Miyazaki, da sempre pacifista, sceglie di glissare completamente sull'argomento. Allarga invece idealmente lo sguardo su tutti gli aerei prodotti nella seconda guerra. Di fatto rappresenta simbolicamente la seconda guerra come una guerra tra aerei, tutti senza distinzione latori di morte e sogni infranti. Michael Bay ne avrebbe fatto un film diverso. Il punto è che forse non bisogna giudicare l'artista per chi in seguito fa uso distorto delle sue opere, criminalizzandolo per atti non suoi. Concetto che si può allargare anche all'opera di architetti, registi, filosofi e scrittori. Gli Zero hanno fatto la Storia e sono stati la base per progetti futuri che ci hanno portato agli aerei moderni. Non solo quindi un simbolo di morte. Anche se a volte confondere le cose risulta facile.

Quando i disegni si animano e una azienda si chiama come un vento: Il film riporta molte scene di vita quotidiana lavorativa, caratterizzata, come è solito proporci lo studio Ghibli di una brulicante attività di tanti uomini in minuscoli spazi. Forse perché all'epoca degli Zero non esistevano i computer, parrebbe una attività non dissimile da quella legata ad uno studio di animazione degli anni d'oro '70 - '80.  Questo per me è indice del fatto che Si alza il vento vuole anche essere un film sullo Studio Ghibli e il suo modo di tramandare le sue idee e passioni alle nuove generazioni. Come il piccolo Jiro ha scoperto Caproni attraverso le pagine di una rivista, così, allo stesso modo, si può pensare e sperare, che lo stile Ghibli continui ancora negli anni a venire grazie all'ausilio di nuove leve. Si dice che i giovani portino nuove idee ed entusiasmo e che i più anziani (come magistralemente fanno notare un paio di scene su Caproni e gli idrovolanti), con il tempo perdano smalto, vadano solo di maniera e orpello senza avere forse più altro da dire. Arriveranno i giovani.


Una speranza in questo momento difficile da abbracciare dopo le mille voci di corridoio che si sono susseguite all'impazzata questa estate. Voci di licenziamenti e ristrutturazioni, riammodernamenti, novità ai vertici, nuovi possibili padroni. Il dato di fatto è che non c'è più lo studio Ghibli delle origini, lo studio di animazione gestito come la bottega di un artigiano, con dipendenti nati e cresciuti in un unico luogo lavorativo, non dissimile dall'analogo dei disegnatori della Mitsubishi della pellicola. Il futuro dello studio guarda sempre più a collaborazioni esterne, peraltro già da una vita iniziate, dai tempi della colorazione in digitale di Mononoke. Una unità che sta vacillando anche alla luce dell'età del maestro Miyazaki, laddove un nuovo erede non anagrafico non è ancora stato trovato a monte di pur tantissimi bravi collaboratori (e vedo Anno, che ultimamente bazzicha il Ghibli un po' troppo spesso, decisamente troppo schizzato per questo ruolo). Speriamo che il Ghibli possa in ogni modo essere eterno, come il vento caldo da cui lo studio prende il nome. Ma se questa deve essere opera di commiato e augurio per le nuove generazioni non poteva centrare meglio il bersaglio.

Un film adulto e molto lento ma molto bello e romantico: I disegni sono sempre meravigliosi e dettagliati, anche se lo stile realistico non permette troppi guizzi creativi per la caratterizzazione dei personaggi, ambienti e veicoli sono davvero magnifici. L'esperienza della pellicola è viscerale quanto statica. Potente, nei primi minuti fino alla straordinaria, spaventosa scena del terremoto del Kanto. Convenzionale e noiosetta nella seconda parte del racconto, dedicata al lavoro di Jiro. Accattivante nella terza, romantica parte e malinconica nell'ultima parte. Gli effetti sonori sono sorprendenti. Il terremoto ha una sua voce, spaventosa, che accoglierete nei vostri incubi per molto tempo. Allo stesso modo ogni motore ha una voce che sembra quasi registrata da una voce umana e l'effetto è bellissimo quanto stranissimo. Le musiche sono assegnate al veterano Joe Hisaishi, autore degli score dei migliori film Ghibli e delle pellicole di Kitano. Il suo lavoro è qui davvero ottimo. La canzone scelta per i titoli di coda al di là della profondità del testo e del bell'arrangiamento è cantata da una tizia con la voce terribilmente gracchiata, una cosa tremenda.
Il film ha momenti bellissimi e decolla nei suoi molti e riusciti voli pindarici, alcuni autoreferenziali ma sempre accattivanti, graficamente sontuosi e latori di pensieri filosofici non banali. Lo scorrere del tempo, l'eredità, la convinzione di fare al meglio il proprio lavoro senza curarsi di chi in seguito se ne approprierà, magari storpiandone il senso, l'amore. Al di fuori di questo mondo onirico, per lo più caratterizzato dalla presenza-guida di Caproni, la pellicola incespica e si srotola con molta, troppa linearità , trovando vigore nelle scene caratterizzate dal volo e nei bei quadretti familiari. Volo che non coinvolge solo gli aerei ma anche cappelli, ombrelloni, aeroplani di carta e vestiti che vengono sospinti dal vento in bellissime scene simili a balletti. La storia d'amore è bella, profonda ma fugace, probabilmente per precise volontà di regia. Il punto debole dell'operazione, non so se derivato dalla natura cartacea della fonte, dalla necessità di attenersi pedissequamente alla realtà o, di nuovo, da una scelta di regia, è la descrizione della routinaria vita di Jiro nella società. Che stranamente è anche la parte più abbozzata, nonostante un paio di guizzi come l'immaginazione onirica in relazione al miglioramento dei componenti di un aereo. Un mondo narrativo caratterizzato da personaggi abbozzati e monodimensionali, o troppo sopra le righe o troppo irritanti o fatti di carta velina. Su tutti il personaggio di Honjo, lo scroccasigarette, soprannominato in sala "Voncio" (cioè sporco) per assonanza, è una vera pigna, tanto come caratterizzazione che doppiaggio, roba da prenderlo a calci nei denti. Peraltro tali scene "industriali" sono afflitte da un rimo narrativo soporifero.
L'adattamento italiano è quello classico delle opere Ghibli. Ci sono un paio di sfumature effettivamente difficili al primo ascolto. Una è il termine riferito al noto "scaldino" tradizionale giapponese, lasciato in originale in quanto abbastanza intraducibile. Una coperta con stufetta incorporata che non prende fuoco. Poi ci sono alcuni scambi di battute tra Jiro e Naoko, una specie di inside joke riferito al baseball, mi pare. In pratica succede ogni tanto che uno riesca ad afferrare qualcosa lanciato o perso dall'altro per una folata di vento. Allora uno dei due dice in inglese: "Nice Catch!", ossia "bella presa!". Probabilmente anche in  originale il termine era in inglese e così è stato lasciato per conferire questa sfumatura. Per quanto riguarda i dialoghi in genere, questi presentano le usuali anticature e costruzioni lessicali di stampo giapponese che l'adattatore italiano è solito utilizzare. Uno stile che per quanto mi riguarda si apprezza solo a una visione attenta, risultando ostico al primo ascolto. Il doppiaggio è ottimo.

Finale: La sensazione che più mi pervade è che questo, per il tipo di sceneggiatura, poteva essere benissimo un film con attori dal vivo, non fosse stato per le scene oniriche. La narrazione è piuttosto lenta ma i personaggi principali sono belli, maturi e per nulla banali. La storia sentimentale è bella. I mille dettagli sulla progettazione immaginati da Jiro con ipotesi causa-effetto stimolanti. La vita lavorativa è forse troppo abbozzata. La guerra non c'è ma si sente così come la Storia, nell'incredibile scena del terremoto del Kanto. Gli aerei sono fantastici e riprodotti alla perfezione, per tutti gli appassionati del volo il film è imperdibilie. Il messaggio di cui si fa latore la pellicola, racchiuso nel titolo che riporta il bellissimo stralcio della poesia di Valéry, è magnifico nella sua bellezza quanto malinconia. Mi sento di escludere la visione per i più piccini, gli argomenti trattati sono di maggiore interesse per un publico adulto.
Per puro caso mi sono imbattuto di recente in questa frase:

Non esiste vento a ragione per chi non conosce il porto (Seneca)

Credo che possa essere da giusto completamento alla frase di Valéry pensando ad un genio come Miyazaki, un uomo che ha sempre saputo scegliere e pianificare per tempo il complesso lavoro del suo studio, dimostrandosi capitano severo, implacabile ed esigentissimo per la sua ciurma. Ma non dimenticandosi mai di conferire alle sue opere un cuore. Che il vento soffi sempre forte su di lui.

Anno: posso fare Evangelion vs Nausicaa?
Miyakazi: Nooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Talk0

sabato 13 settembre 2014

Ghostbusters 3


Un po' di storia...

Correva l'anno 1984 e Ivan Reitman riuniva attorno a sé i suoi migliori amici con l'obiettivo di girare un bel filmetto, divertente, con qualche effetto speciale. Nasceva così Ghostbusters, voluto forse più come una scommessa tra amici ritrovati insieme dopo aver lavorato qua e là. Leggenda vuole che quasi tutti i ruoli principali fossero stati scritti per altri attori, tra cui John Belushi, amico di Aykroyd (che aveva steso il primo script), che purtroppo scomparve prematuramente. Sta di fatto che quella che all'inizio era solo una delle tante passioni passeggere del buon Aykroyd si trasformò in un fenomeno di massa. Incassi record, un sequel già pronto, varie serie animate, giocattolini di ogni tipo stavano per invadere i centri commerciali americani (eh sì loro già li avevano trent'anni fa...). I quattro Ghostbusters divennero un mito da imitare specialmente per i bambini che cominciarono a pretendere dai genitori il costume da Acchiappafantasmi per Halloween (eh sì loro già l'avevano trent'anni fa...). Oltretutto anche chi non aveva i soldini per prendersi il costumone con tutti i crismi poteva facilmente costruirsene uno con un po' di ingegno: bastava un tubo e uno zainetto dopotutto. Bill Murray, Dan Aykroyd e il compianto Harold Ramis erano diventati famosi come Babbo Natale o Luke Skywalker (Ernie Hudson un po' meno...). A completare il ricco cast un nevrotico e arrapato Rick Moranis e una bellissima Sigourney Weaver.

Cinque anni dopo tocca al secondo lungometraggio tentare di bissare gli stratosferici risultati ottenuti dal primo film. Ray Parker Jr canta ancora una volta "if there's somethin' strange in your neighborhood...", il cast torna al gran completo. I quattro dopo la disinfestazione di New York si erano separati per mancanza di fantasmi da catturare, ma ancora una volta Dana (Sigourney Weaver) dovrà chiedere loro di riunirsi per aiutarla. Il secondo botto, questa volta atteso, non arriva; il film, pur incassando benino, non riesce a spopolare, il fenomeno cinematografico si sgonfia, Bill Murray si scoccia e dichiara guerra eterna a ogni possibile sceneggiatura futura. Nonostante ciò, la canzone, i giocattoli, i cartoni, le figurine continuano a girare permettendo al brand si sopravvivere non solo nella memoria di qualche nerd di mezza età sparso per il globo...


Fino a ieri...
Molti sono stati i tentativi di riportare sul grande schermo i quattro cavalieri, tentativi che si sono sempre scontrati contro il muro imposto da Murray. Ogni sceneggiatura è stata bocciata, se non addirittura accantonata senza neanche essere degnata di lettura (parole di Murray eh...). E sì che qualcuna sembrava anche buona; Ramis riscriveva come un dannato, Aykroyd scalpitava. Ogni paio d'anni il progetto sembrava pronto per partire...ma si sa, senza Bill non si fa nulla. Straccia tutto e riscrivi, sia mai che la prossima vada bene.
A febbraio ci ha lasciato Harold Ramis, l'anima dei Ghostbusters, il collante del gruppo. Tutto si è fatto più difficile in sua mancanza. Se ai fan sarebbe comunque piaciuto un film senza Murray (basta rivedere la Ecto 1 sgommare per le strade di New York), un film senza Ramis no.


E oggi...
La scomparsa di Ramis sembra invece aver dato la scossa definitiva al progetto. Forse si è davvero quasi alla pre-produzione! Vuoi per onorare la memoria di Egon, vuoi perché a trent'anni dal primo sembra essere passato un tempo sufficiente, vuoi per il periodo in cui stiamo vivendo cinematograficamente parlando, pieno di sequel, prequel e reboot. Insomma ci siamo.

MA
Bella è bella, ma saprà acchiappare fantasmi?
C'è un MA gigantesco, elefantiaco, gargantuesco. La volontà sarebbe quella di dare una svolta al brand. Limitare la presenza dei protagonisti degli originali a dei brevi cameo. I nuovi Ghostbusters saranno delle ragazze. Con tutto il rispetto sia chiaro. La cosa che spaventa è il progetto nella sua globalità. La regia sembra sarà affidata a Paul Fleig autore i memorabili lungometraggi come Le amiche della sposa e Corpi da reato. 
La sceneggiatura è stata invece affidata alla coppia Eisenberg - Stupnisky, autori del simpatico Bad teacher, ma onestamente con poca esperienza per un lavoro di questa portata, che sicuramente sarà la base per un possibile nuovo brand. Qualche nome caldo per il cast c'è: Kristen Wiig, Linda Cardellini, Emma Stone... belle attrici, brave può essere, ma carismatiche quanto? 
Nell'attesa di avere notizie più fresche non ci resta che montare la nostra Ecto 1 versione Lego!

Gianluca


venerdì 12 settembre 2014

Oculus - un nuovo livello di autolesionismo per le vittime dei film horror

Essere ed apparire. Siamo franchi, gli specchi sono una delle cose più angoscianti di sempre. I cani ci abbaiano contro, non a caso. Quando si è felici di iniziare la giornata, ecco che ti compare sul naso un punto rosso, roba infinitesimale, magari la puntura di una zanzara nana. Ma più lo guardi allo specchio più sembra espandersi, fino a diventarti nella testa grosso quanto il naso rosso di un pagliaccio. E allora ti avvicini allo specchio, armeggi incautamente con celebri strumenti metallici di tortura cutanea cercando di detronizzare nel più chirurgico dei modi l'orrenda montagna di pus. In un attimo poi scopri che sei riuscito a sfigurarti di più. Bastava la cremina per la pelle con sulla confezione il panda che ride, un cerotto e buon senso. Ma lo specchio ti ha fatto cadere di nuovo in tentazione. Sono subdoli questi oggetti e dire che in genere si limitano a stare appesi a una parete. Ma se fossero più forti? Sigla!


Sinossi: Tim (Brenton Thwaites - già visto come "principe fesso" in Maleficent...ed è veramente bravissimo a fare la faccia da fesso, una dote innata..) è appena uscito di prigione dopo aver passato dietro le sbarre gran parte della sua vita, condannato per aver ucciso il padre (Rory Cochraine, un noto caratterista) in un brutto episodio di violenza famigliare che ha visto la morte anche della madre (Katee Sackhoff - la mitica Kara "Starbuck" di Battlestar Galactica) a seguito di sevizie di quest'ultimo. Kaylie (Karen Gillan - giù vista in Dr Who), sorella di Tim, crede di sapere come siano accaduti realmente i fatti e vuole riuscire così a scagionare il fratello. Il vero responsabile della strage che si è abbattuta sulla sua famiglia sarebbe lo specchio che all'epoca si trovava nello studio del padre. Un oggetto misterioso che, secondo le sue ricerche, da quando è comparso nella storia è stato responsabile della morte di più di quaranta persone. In esso sarebbe racchiusa un'entità maligna che riuscendo ad alterare la percezione della realtà si nutre dell'energia vitale di piante, animali e persone fino a portarle alla morte. Tornata in possesso momentaneamente dello specchio, Kaylie vuole con telecamere e trappole riuscire a fare in modo che il mostro si riveli al mondo, scagionando il fratello. Per questo Kaylie torna alla vecchia casa di famiglia con il fratello e un piano a prova di bomba per mettere nel sacco l'oggetto soprannaturale. Ma Tim, oltremodo confuso da anni di sedute psichiatriche che l'hanno convinto della sua colpa, riuscirà a esserle utile?

I nostri eroi. Lei è abbastanza agguerrita. Lui è chiaramente poco sveglio.
Caccia al mostro: Il regista e sceneggiatore Mike Flanagan espande un suo corto cinematografico (Oculus part 3 - a man with a plain, davvero notevole, ma che vi consiglio di guardare solo dopo il film, che, salvo possibili rimozioni dal tubo, dovreste trovare qui) pompandolo a film, riuscendo a trovare il  budget giusto e buoni attori. Lo scopo è cavalcare l'onda dei nuovi horror di Wan, dove nuove idee vanno a supporto di tematiche che negli anni si sono ampiamente canonicizzate. Qui la grande idea è costituita da personaggi determinati a guardare il mostro negli occhi e a combatterlo. Persone che vogliono riuscire a far piangere un'entità sovrannaturale potentissima, allestendo per l'occasione uno straordinario, cervellotico e maniacale, campo di battaglia. Un luogo dello scontro che tiene conto di tutti i poteri e limiti dell'avversario ed è programmato per distruggere il nemico in automatico qualora le cose si mettessero al peggio. Un luogo di cui si apprezzano le solide barriere anche in ragione del fatto che quando l'attività paranormale arriva, lo fa in scene da far saltare sulla sedia. Il "mostro" è davvero spaventoso, guarda negli occhi e pare ipnotizzare le sue vittime, spingendole a compiere azioni che in una frazione di tempo dimenticano. Certo però nulla può fare contro un oggetto programmato per schiantarsi contro di lui.  Per gli amanti dei manga, il piano di battaglia per distruggere il mostro pare uscito direttamente dalle migliori strategie di Mello in Death Note,  per gli amanti dell'horror può richiamare certe soluzioni di sopravvivenza estrema della saga Final Destination. Il cervello ringrazia per non dover essere spento. Sulla carta siamo davanti a una delle trovate più interessanti degli ultimi tempi.

FRAK!!! dai su! qui si capisce subito che è un Silone!!!
Caccia alle menate: Ma ricordiamoci che siamo pur sempre in un horror e anche i piani più perfetti dei piani devono per esigenze di trama avere delle crepe. Alla determinazione assoluta della "cacciatrice" Kaylie, si contrappone la razionalità assoluta del traumatizzato fratello Tim. Tutto quello che è stato appurato dalla prima come segno inconfutabile del potere soprannaturale dello specchio può essere demolito con semplice logica. Come tra le altre cose logica vorrebbe che, scampati una prima volta allo specchio, i due fratelli dovrebbero fare di tutto per starsene lontanissimi da lui a vivere decentemente il resto della loro vita. Ad ogni modo lo specchio è di una potenza tale che sembra alterare spazio, tempo, ricordi. Ma allo stesso tempo potrebbe essere tutto frutto di Kaylie che sta impazzendo con Tim che  si limita pedissequamente, quando non sta troppo fuori (ci arriveremo), ad assecondare le azioni della sorella. Il film gioca spesso la carta della paranoia, alternando all'inizio la narrazione degli eventi passati con gli eventi presenti ma subdolamente cercando di continuo di sovrapporre i piani, mischiando quanto è accaduto da quanto potrebbe essere accaduto, fino a far cadere ogni certezza, presente o passata. Gli attori sono davvero bravi, perfettamente immersi nella parte, tanto quelli della linea temporale del passato, legata agli eventi che hanno distrutto la famiglia, che quelli legati alla linea del presente. Un plauso agli attori che interpretano Tim e Kaylie da bambini, davvero bravi e spontanei. Accortezze di trama non banali riescono a dare credibilità a tutte le illusorie realtà in gioco e osservare certi dettagli è davvero stimolante. Di nuovo il cervello ringrazia.

come direbbe il professor Ornano: " E ALLORA MUOOORI, PREEEEDA!!!!
La caccia del fesso: il dramma di molti film, l'aspetto che non fa raggiungere per me una meritata e facile eccellenza, sono i personaggi fessi. La filmografia horror è costellata da questo genere di personaggi, presenti nella maggior parte degli slasher-movie e che a seconda del momento possono essere tollerati o meno. Per me sono sempre frutto di pigrizia creativa o di esasperazione quando i calcoli non tornano, quando una persona dotata di raziocinio non farebbe mai nella vita certe scelte. Degli "utili idioti" con azioni sconsiderate riescono sempre a spingere la trama sui binari che più fanno spaventare. Solo che il pubblico al ventesimo: "Noooo, non andare di lì, coglione!!!", inizia a disinnamorarsi dei lemmings protagonisti della vicenda e subentra la frustrazione. Tim, pur nelle sue compresibilissime turbe, è il lemming della pellicola. Fin dal primo momento in cui incrociamo lo sguardo con lui, a due minuti dall'inizio del film, sappiamo che riuscirà a sputtanare tutto lo sputtanabile. Però senza Tim e il suo modo di fare le cose a cacchio e in preda all'isteria, la pellicola, così strutturata, semplicemente non andrebbe avanti. Il piano della sorella sarebbe semplicemente troppo perfetto. La grande forza del corto originale di Flanagan sta nel fatto che in scena ci sia praticamente un personaggio solo. Il grande limite del corto originale di Flanagan era che tale trovata andava bene per 30 minuti al massimo di girato, con dieci minuti iniziali già pesantucci. Quindi mi pare opportuno avvisarvi del fatto che se non amate i film horror con fessi che nei momenti dove bisognerebbe stare tranquilli vagano a caso fino a finire nella bocca del mostro, in alcuni punti questo Oculus potrebbe irritarvi. Il cervello qui un po' si deprime, ma non troppo.

non vi mettete contro di noi, sfigati
Finale: Oculus fa paura, molto. In aggiunta si regge su di un'idea originale molto accattivante, peculiare, non replicabile senza gridare al furto. I film che sappiano trovare nuove strade narrative sono sempre rari e qui abbiamo parecchio materiale originale. La regia è sempre molto attenta e ordinata, il coinvolgimento emotivo che scaturisce dallo schermo è notevole. Pur nel limite del personaggio un po' fesso e nell'idea, un po' assurda ma temeraria, di poter distruggere con la logica una creatura soprannaturale, la pellicola si dimostra assolutamente notevole. Di sicuro qualcuno uscirà dalla sala incazzato nero. Ma se entrate nell'ottica del film nel modo giusto potrete apprezzare una pellicola davvero gustosa.
Il blu ray: il disco si apre con un menù animato semplicemente inquietante. Come extra c'è solo uno striminzito trailer, un peccato, ma quello che conta, il film, c'è tutto. Durante la visione in un paio di punti ho riscontrato una strana distorsione audio, con la musica che sembra letta a scatti, in prossimità di momenti in cui la musica si alza di molto. Chiariamoci, sono 2 momenti della durata di meno di un secondo ciascuno. Non so se il problema sia solo nella mia copia.
Talk0

The Raid 2: Berandal - recensione home video!

autentico esempio di pop art, in ogni rettangolino Iko Uwais mena qualcuno...
Fino a ieri mi sentivo un solo al mondo: perché sono più o meno l'ultimo a vedere The Raid 2, ora che finalmente è disponibile in Blu Ray. Gente che è andata al Sundance in deltaplano. Gente che si è sparata i più criptici festival del cinema scandinavo. I parenti di Iko Uwais. Gente che era al Fareast di Udine del 2014 giusto una mezzora prima che io arrivassi, mannaggia a me. E in seguito un po' il resto del mondo. Ma ora il film è qui, Iko Uwais mi guarda dalla locandina stile pop art del blu ray che ho vicino alla tastiera. Serio, con tutta l'aria di rivolgersi a me (come anche voi avrete sicuramente notato dalla copertina, si rivolge a me) sembra dirmi: "Fallo, mettiti d'impegno e scrivi un cavolo di pezzo sul più grande action movie del secolo XXI". E io allora non posso sottrarmi, nonostante abbia le retine esplose dalla visione della pellicola e le lacrime agli occhi cadano sulla tastiera. Poi parto e vedo che sto scrivendo una pippa infinita sul significato del pugno visivo che fa davvero male, retrospettiva da Bruce Lee a Tony Jaa a Evans passando per Once Were Warriors con critichina allo stile di Yuen Woo Ping per destrutturalizzazione del pugno in supereeroistici voli a cacchio di cavi su visione wuxia ad uso pop corn movie scarsi... Una palla atroce che mi fissa da due giorni senza capo ne coda con il volto della copertina di Iko che mi guarda e scuote la testa. Così riparto da capo e mi riconcentro su quello che veramente dovrebbe essere parlare di questo The Raid 2. O almeno ci provo. Per una volta lascio da parte i preconcetti sulle locandine stronze, quelle che sono occupate per il novanta per cento da flani di recensori esaltati e dal solito Tarantino che urla "ho goduto duro". E quindi eccovi la locandina stronza di The Raid 2.

e finalmente anche un film di arti marziali ha una locandina stronza che elenca un mare di premi
Sorpresi da questi enormi paroloni in maiuscolo giallo? Nientemeno che il Dark Knight degli action movie (confermando implicitamente che Dark Knight come action movie era in effetti una mezza palla, pertanto...). E non vi ho detto che è un film di arti marziali di 150 minuti. Uno sproposito a leggerlo ma un tempo che alla visione pratica passa a tuono. Cioè, roba da Scorsese!! E fatta in Indonesia!! Da un gallese!! Bene. Ora vi ho fatto capire con chi diavolo avete a che fare. Se volete potete andare a rileggervi il vecchio articolo di The Raid per scoprire la storia di un tizio gallese che ha portato un sacco di soldi in Indonesia diventanto al contempo il regista action più cool e l'uomo da abbracciare ai party. Sempre.
Ora andiamo di sinossi. Che fino a qui è stato solo delirio...
Evans abbracciato dagli attori come fosse babbo natale...storia vera...
Sinossi: Dopo aver sgominato il megapalazzone infernale, la tana di Tama, Rama (Iko Uwais... poca fantasia con i nomi in Indonesia) è pronto a combattere la corruzione imperante a Jakarta. Con una nuova identità parte il round 2: viene quindi spedito in un carcere di massima sicurezza per diventare amicone del figlio un po' scemo di un grosso criminale locale, uno che ha il complesso di essere considerato dal babbo un bambinone.  Dopo due anni è fuori, pronto a seguire il rampollo criminale, a cui si è pure un po' affezionato, nell'intento di carpire qualcosa che possa aiutare la polizia non corrotta a gestire una complessa guerra criminale che coinvolge i locali, i Giapponesi e pure un mezzo arabo che si circonda di sgherri very cool che paiono usciti da un videogame.

Saranno mazzate, mazzate e mazzate per tutti. In confezione formato famiglia. Dopo aver dimostrato di saper girare mazzate in un palazzone Evans si sbizzarrisce girando mazzate all'aria aperta, mazzate in un micro bagno, mazzate in macchina, mazzate in metro, mazzate nel fango, mazzate in hotel, mazzate nei vicoli, mazzate dove vi pare. E sa farlo decisamene, dannatamente bene. Ma visto che non di sole mazzate si vive, il gallese fa il grande passo e per una volta o due deve aver detto al cast qualcosa di diverso da: "Oggi vi menate".

Uwais ribadisce che in questo momento lui è senza poche palle il numero1. ed ha ragione
E c'è la trama!!!! Dai, siamo seri, la trama non è in genere una cosa fondamentale in questo genere di film. Chi si lamenta del contrario davanti ad artisti marziali di livello spaziale che si esibiscono per ore volando e tumefacendosi ovunque è solo un sadico. Non si può andare a vedere The Protector e dire che è una stronzata perché Tony Jaa urla per due ore "Ridatemi il mio elefanteeeee!!!". Lo spettacolo deve essere necessariamente equilibrato con la performance. La trama è spesso quindi un pretesto per le parti action, un po' come i musicarelli di Nino D'Angelo hanno un andamento che permette di inserire nel contesto del film i pezzi migliori del caschetto dorato nazionale, a volte a magistrale implementazione della trama.


I film di Ewan c'è da dire che una trama, semplice ma onesta, ce l'hanno sempre avuta. Prendiamo Merantau. Una chicca, in The Raid 2, Iko si fa chiamare sotto copertura Yuda, come il protagonista di Merantau... lacrimuccia da parte di chi Merantau l'ha visto. Dicevamo, il film parlava di un ragazzotto della provincia che andava in città a fare fortuna, dove continuano a costruire case e non lasciano l'erba, non lasciano l'erba ( Celentano cit.). Seguono botte. In The Raid la trama era: "Entrate nel palazzone e giù a menarsi per due ore". Ma dietro a una semplicità schematica, Evans ha sempre piazzato qua e là dei colpi di genio. Il cattivone abbronzato di Merantau, il mitico Mad Dog di The Raid. Personaggi apparentemente usciti dal nulla, pura mimica di attori senza battute. Ma personaggi che ti ricordi. In The Raid 2 Evans utilizza la stessa tecnica, riuscendo in un istante a far cogliere il mondo che sta dietro a un personaggio. Moltiplica la formula, facendoci conoscere un considerevole numero di personaggi ben descritti in pochissimi tratti. Soprattutto scrive parti che non prevedono che l'attore meni. Ed è qui che scopriamo che Evans sa anche dirigere gli attori convenzionali e che questi regalano alla pellicola anche buone interpretazioni.  In più scrive una storia dove riesce a metterceli tutti dentro, senza fare troppi casini.  A essere cattivi si può dire che a un certo punto il film sembra un po' accartocciarsi, ma è questione di pochi minuti e tutto torna a girare alla grandissima, così bene che il 90% degli action moderni se lo sognano.

sedili reclinabili, climatizzatore,  stereo e ampio spazio per fare a botte
Filosofia anacronistica dell'action moderno: La prima grande sorpresa è vedere che Evans sa girare anche spettacolari scene di inseguimento, piene di stunt e acrobazie folli. Poi ci si inchina direttamente a lui quando si scopre che le auto diventano di fatto loro stesse armi da combattimento  se in mano al mitico Iko. Luoghi in cui fare a botte, dentro o sopra, oggetti da tirare contro l'avversario di anteriore o a portierate, carri da usare come in Ben Hur sull'autostrada. Si trova letteralmente di tutto, rigorosamente girato al meglio grazie a specialisti delle quattro ruote direttamente presi da Hong Kong.

classica situazione di attesa nei bagni di Milano
Ricordate le scene di lotta di Matrix 2, quelle uno contro centomila generate al computer? In Raid 2 vedrete davvero un numero assolutamente folle di gente che affronta incazzata contemporaneamente il nostro eroe. Scene elaborate ma dove si vede, sempre, chiarezza e precisione nell'esecuzione di mosse e contromosse. Scene frutto di un lavoro di limatura davvero encomiabile, tutte fatte da attori in carne ed ossa, magari supportati da qualche pacchetto di ketchup o pochi, pochissimi effetti. Il film è 100% artigianale, vecchia scuola e dopo gli ultimi anni per una volta non pare di vedere un cartone animato quando si è in sala per un action movie.

tanto fango, tante botte ma nemmeno una donna in bikini...peccato...
Tutte scene peraltro dotate di un alto tasso di splatter, motivo per cui la pellicola presenta un monitorio V.M.18. In un mondo in cui la violenza vende ma è in genere coperta dalla foglia di fico del Pg13, il film di Evans ha l'onestà intellettuale di riprodurre precisamente gli effetti dei colpi sul corpo umano. Ogni graffio rimane (alcuni ancora dal primo film), il sangue fiotta a fiumi e sempre in scenari prima chirurgicamente puliti, l'effetto di una fucilata a venti centimetri da una testa è un unico grande foro. Non ci sono esagerazioni come i corpi a "palloncino di sangue" dei primi due Expendables, non c'è l'ipocrisia del colpo solo mimato ma per una accelerazione di ripresa pare andato a segno tipico di Capitan America. Non c'è la cga che inganna l'occhio e dova a volte un ricercato, rassicurante, effetto di fasullo. La scelta di fare un film action in cui la violenza sia reale è decisamente coraggiosa e in controtendenza rispetto ai giorni odierni. Probabilmente è questo il motivo per cui The Raid 2 non è da noi nelle sale ma passa dai festival direttamente il home video. Ed è di nuovo la dimostrazione che se Evans avesse trovato anche i finanziatori per girare i suoi film in America, probabilmente girerebbe oggi pellicole differenti. E noi ci perderemmo lo spettacolo di alcune delle coreografie di combattimento più toste di sempre. 

Sì è lui!!!Il fratello gemello barbone di Mad Dog!!!e come sempre il professionista marziale più da paura
Botte e pistolettate: Yayan Ruhian è tornato a dirigere le coreografie di lotta anche per il secondo Raid e pare che questo incredibile artista marziale lavorerà anche al remake americano del primo film. Yayan è da sempre parte integrante delle pellicole di Evans, girando personalmente alcuni dei personaggi più fusi dell'immaginario del regista. Dopo il grande Mad Dog, Yayan Ruhian interpreta qui un nuovo personaggio, un letale homeless armato di megacoltellaccio. Un tipo carismatico con aura da samurai decaduto. Siccome The Raid 2 è più grosso e cattivo del primo capitolo, l'utilizzo di tecniche di lotta a mani nude e arma bianca è letteralmente moltiplicato e il mitico coreografo ha creato ad hoc nuove bizzarre coreografie per nuovi bizzarri personaggi. E per me il top di questa ricerca si traduce nei combattimenti di un paio di personaggi davvero fighi. 

 chiaro monito per tutti i maniaci che palpano il culo nella metro
Julie Estelle. Tra tanti ometti indonesiani bassini, bruttini e cattivini una bella donna, una che potesse anche fare qualcosa di diverso che tappezzeria, mancava. Julie è una ragazza davvero carina, con le sue forme minute e i grandi occhialoni da sole, peserà una trentina di chili. Yayan Ruhian le assegna un'arma abbastanza irregolare ma che riesce a compensare bene il gap del personaggio. Letali coltelli bifronte. Punta piatta per demolire, doppio uncino per affondare. Alla fine sembra una ballerina invasata uscita direttamente da Battle Royale, ma riesce sorprendentemente a essere quasi credibile, soprattutto perché Yayan le fa utilizzare nelle coreografie un numero sorprendente di colpi bassi. Le scene con lei sono spettacolari.

Questo tizio che prima di menare indica alla Babe Ruth dove lancerà la palla è un mito
Very Tri Yulisman è ugualmente tosto. Utilizza una mazza da baseball da allenamento, quelle in metallo per intenderci. Rapide successioni di colpi alternati. Non poteva mancare poi anche la palla da baseball, utilizzata con la mazza dimostrando una precisione da cecchino. Al di là delle particolarissime tecniche marziali si scopre però che anche Estelle e Very Tri hanno effettivamente qualcosa da dire come personaggi. Davvero una sorpresa.

Se conoscete i film di Evans sapete già che i pugnali a mezza luna offrono power-up tipo spade laser
Naturalmente non potevano che ricomparire i pugnali a falce, già adorati in Merentau, in una scena tutta loro. Se quindi il reparto armeria da il meglio di sé con gli strumenti da taglio, non vengono dimenticate le bocche da fuoco, realistiche nella resa, squisitamente personalizzate e dotate di "propria voce" per ogni personaggio in scena. Una accortezza alla John Woo che i cultori non potranno che apprezzare.
Home video: disco ricchissimo di extra e interviste, compreso un audio-commentario di Evans, coreografie test e cotillons. L'extra più bello è Gang War, una specie di cortometraggio con personaggi nuovi e autonomi che originariamente doveva essere collegato prima dell'ultima parte del film. Una sequenza lunga, completa, così bella, ricca e piena di combattimenti che potrebbe essere da sola il cuore di un film action a sé americano, un film action in cui non accade niente tranne la suddetta scena. Pura epica. Io non l'avrei mai tagliata al mondo.

Possibile locandina per The Raid 3.. ah ah ah ah ah ah, volevo usarla da anni ah aha ah...come? non fa ridere?

Il futuro: The Raid 2 continua il fortunato brand nella riscrittura del cinema action moderno, raccogliendo legioni di fan e premi ovunque vada. Dopo aver visto in questo capitolo due letteralmente tutto quello che anche solo nelle nostre fantasie potevamo immaginare, chissà cosa ci riserveranno i nuovi sviluppi di quello che a tutti gli effetti è ormai un marchio. La cannibalizzazione è dietro l'angolo. Il mercato americano vuole il "suo" The Raid e Evans e Yayan sono pronti a darglielo tanto dal lato della scrittura che delle coreografie. Business. Sarà interessante vedere cosa ne verrà effettivamente fuori in un mondo che va al contrario come l'America odierna. Dove i produttori vogliono di fatto dirigere loro i film, dove si girano film di zombie senza zombie, dove mezzo film viene buttato perché due idioti alla proiezione test hanno finito i pop corn prima dei titoli di coda e si annoiano. Sembra davvero paradossale ma per vedere oggi film di genere, quelli nati per fare cassa, per vederli come dovrebbero essere fatti, ci tocca davvero rivolgerci al mercato indipendente o a qualche popolo straniero come i Thailandesi o gli Indonesiani. Per poi vedere le pellicole ai festival, magari due ore dopo una mazzata di 15 ore di Kim Ki Duk sulla depressione delle piante bonsai. Ma il mondo va così.
Quello che è sicuro è che un The Raid 3 si farà. E la presenza nella pellicola accanto ad Iko Uwais di Tony Jaa ci fa pensare ad una bella amichevole Thailandia - Indonesia nello sport in cui oggi sono ai vertici della classifica. Chissà di cosa parlerà la trama...

UWAIS DOVE HAI MESSO IL MIO ELEFANTEEEEEEEEEE????!!!!
Talk0

martedì 9 settembre 2014

Le Storie vol.23 - Il principe di Persia; disegni: Mari; storia: Barbato


Londra vittoriana. In un dedalo di caverne sotterranee vive una misteriosa creatura deforme. Il nido viene però compromesso dagli scavi della metropolitana e il piccolo mondo del mostro, fatto di libri, pochi suppellettili e dipinti, viene scovato dalla polizia. A indagare sull'identità della creatura è così chiamato un commissario in pensione. Il vecchio poliziotto è riluttante, ma tra i documenti che gli vengono assegnati per le indagini compare anche un diario, che diventa subito oggetto di interesse da parte della moglie. Un documento che descrive una vita straziante costellata da sfortuna e miseria, pagine che convincono infine l'ispettore ad iniziare a scoprire a ritroso la vita del misterioso abitante dei sotterranei di Londra. Una vita che sembra peraltro richiamare sanguinosi e insoluti delitti del passato.
La sempre brava Paola Barbato si cimenta con il romanzo gotico. Un po' Dickens, un po' il Moore di Jack lo Squartatore, un po' il Quasimodo di Hugo, un po' Hyde, un po' Fantasma del Opera, un po'. L'autrice mischia bene le carte riscrivendo la sua versione horror della Piccola Principessa della Burnett. Sceglie di farci partecipi dei pensieri dell'oscuro deus ex machina della vicenda senza mediatori, alla Miller, utilizzando le meccaniche del diario. A questo alterna una serrata e non banale storia di indagini, costellata di deformità, orrori e cinismo, nei cui meandri incespica un eroe dolente ma determinato, disilluso ma in qualche modo ancora romantico. La storia è semplice ma il ritmo indiavolato e per nulla scontata nel finale
Le matite di Mari rispecchiano la dicotomia narrativa, facendo uso della mezzatinta per le pagine del diario e un classico bianco e nero bonelliano, per l'occasione affondato nelle molte ombre della Londra di notte a descrivere le storie dell'indagine. Il tratto che Mari sceglie per definire i personaggi è magnifico, dettagliato quanto sintetico. Con un accenno o due allo stile di Mike Mignola, tanto nei chiaroscuri che nelle fisionomie, il lavoro di Mari è perfetto per descrive questa favola nera in tavole dal sapore internazionale nelle quali è bello perdersi.
Per il modo in cui viene sviluppata la storia e per i bellissimi disegni ci troviamo senza dubbio davanti ad uno dei più splendenti gioielli della collana antologica Bonelli.
Certo a mettere mostri e sangue con noi si vince facile, ma la lettura è cosigliata senza remore anche ai meno splatterofili. La Barbato si dimostra infatti anche qui come una attenta osservatrice delle relazioni umane, riuscendo a giocare tanto con gli spettri che con i sentimenti.
Consigliato.
Talk0

domenica 7 settembre 2014

Si alza il vento: al cinema dal 13 al 16 settembre, correte a prenotare il vostro posto!!


Grazie a Lucky Red sta per arrivare finalmente nelle sale italiane l'ultimo film del maestro Miyazaki. Un'opera straordinaria e senza tempo, accolta trionfalmente da critica e fan e di cui presto leggerete anche la nostra recensione (restiamo  fedeli al nostro motto "se non potete trovarlo distribuito in Italia, non ne parliamo", che guarda sempre amichevolmente  anche lo spettatore occasionale).
Un'opera visivamente potente ma anche controversa, sognante ma crudele, che sceglie un'impostazione grafica realistica anche rispetto ai personaggi zoomorfi del fumetto di cui è trasposizione. Un'opera che parla di un uomo che con il grande autore Miyazaki condivide la passione per il volo 
La storia dell'uomo che ha costruito quei prodigi di tecnica e sogno che erano gli aerei Zero. Splendide ali d'argento passate però alla storia, contro le aspettative del loro stesso artefice, anche come temibili strumenti di morte.
Un film da non perdere se amate gli aerei, se amate i miracoli animati dello studio Ghibli e in genere anche se passate per caso un pomeriggio al cinema e cercate qualcosa di bello da vedere.
Per permettervi di sapere se è in programmazione vicino alla vostra città, vi affido a scartabellare i siti dei cinema che frequentate abitualmente o rivolgervi a questo link, che permette anche la prenotazione dei biglietti.

 http://www.studioghibli.it/si-alza-il-vento-prenota-subito-il-tuo-biglietto/

 Vi lascio al trailer, invitandovi a prenotare a raffica e fare il sold out!

E se date un'occhiata nel settore home video, troverete a brevissimo, sempre da Lucky Red, anche il dvd - vhs della Principessa Mononoke, che torna in home video, dopo essersi visto fugacemente al cinema a maggio,  dopo mooooolto tempo. Una delle più spettacolari e adulte pellicole dello studio Ghibli,  per l'occasione ridoppiato e riadattato con dialoghi più fedeli all'originale, crudi e spietati e con una venatura medioevale in più. Se anche solo mi sistemano le voci dei lupi sono felice...


Decisamente un bel momento per tutti i fan dello studio Ghibli. Una fucina di talenti che in questo periodo sta percorrendo una fase molto delicata della sua vita e a cui auguriamo di continuare ancora, per lungo tempo, a farci sognare.
Talk0

Una casa perfetta - Ben.H. Winters


Sinossi: Una casa più grande, magari con giardino e in un posto dove non si spari per strada. Susan e il marito non chiedono altro dalla vita e così adocchiano un annuncio riguardante una bifamiliare nella lussuosa Brooklyn Heights a un prezzo spaventosamente ridicolo. Poteva essere un campanello di allarme? Il villino si trova nella assolata Cranberry Street e quello che viene affittato è il secondo piano, trasformato in abitazione autonoma dalla proprietaria Andrea, che ora che è rimasta vedova abita il piano inferiore. Andrea è affettuosa e subito colpisce la piccola figlia di Susan, Emma. Il marito Alex, preso da una carriera al tracollo di fotografo per gioielli, vuole solo che la moglie non rompa troppo, dandogli un posto più grande dove dedicarsi alla pittura e fare sostanzialmente un cazzo  così può scegliere di ignorarla come ha sempre fatto. Ma c'è una cosa che più di tutte fa preferire la casetta a Susan rispetto a tutta la lista di abitazioni visitate in quel periodo. Una misteriosa e inquietante stanzetta segreta dove potrebbe riprendere a dipingere dopo banali anni in cui faceva la segretaria presso uno studio legale. Certo che appena si apre la stanzetta segreta partono ventate di marcio da far pensare a qualcosa di oscuro e terrificante e la luce viene filtrata da un inquietante buco nel muro. Poteva essere un campanello di allarme? Ma non c'è problema, Andrea provvede subito a chiamare un vecchietto tutto fare  a sistemare le cose, un vecchietto che il giorno dopo blocca la piccola Emma, facendola schizzare in lacrime, mentre la piccola cerca di varcare l'inquietante  portone cui si acceda alla oscura cantina, il cui ingresso è assolutamente vietato per motivi assolutamente inquietanti. Poteva essere un altro cavolo di campanello di allarme??? Seguono rumori inquietanti a non finire, al punto che per tranquillizzarsi Susan decide di autosuggestionarsi con roba inquietante trovata in rete. 
Vedo la gente scema: contributo video (inquietante)


Primo romanzo pubblicato in Italia da Tea, nella collana tre60, per l'autore americano di bestseller Ben H. Winters, definito dal Los Angeles Times "un maestro della suspance" e accolto da flani tipo " vorrei che fosse mio figlio" da parte di Stephen King (non è vero, ma il tono generale è esagerato ugualmente). Winters gioca con il tema della casa inquietante. Argomento sul quale è stato già detto tutto milioni e milioni di volte e al quale aggiuge un'originale intuizione presa in prestito dalle urban legend internettiane. Il problema è che sembra di leggere una sceneggiatura cui mancano le note sulla interpretazione dei personaggi. Tutti agiscono in modo meccanico, innaturale e spesso sconsiderato in funzione di una direzione narrativa abbastanza incoerente. Su tutti in negativo troneggia la protagonista Susan. Un personaggio con cui dovremmo empatizzare, o per lo meno provarci, ma che finiamo per avere in odio dopo solo un paio di pagine. Susan è dispotica, intollerante e schizzinosa, ma al contempo anche tremendamente idiota. Ed è davvero difficile tifare per gli idioti. Certo un idiota fa scelte irrazionali che possono sorprendere sulle prime il lettore, ma sulla brevissima distanza il lettore non ne può più, inizia a tifare per il "cattivo" di turno e a saltare le pagine due a due. Peraltro delle quasi 300 pagine del tomo, almeno tre quarti sono dedicate a battibecchi di Susan, madre nullafacente che sbraita contro la tata o l'uomo tuttofare o la vicina o marito inadempiente a obblighi coniugali e in genere a chiunque entri in casa. Ci sono un paio di intuizioni carine, aspetti della trama che in qualche modo riabilitano il suo personaggio, ma sono tardive e, di nuovo, messi in modo illogico. Non vi faccio spoiler perché accadono 3 dico 3 cose in croce in tutto il romanzo, ma il modo in cui accadono è del tutto implausibile con le reazioni causa-effetto successive dei personaggi. Con spunti simili era logico auspicare soluzioni narrative magari più coerenti, pure facilmente immaginabili, invece ci troviamo in balia di una fessa che, persino davanti alla urlata evidenza della gravità della situazione, cincischia fino quasi all'autolesionismo. Molto più interessante il personaggio della padrona di casa Andrea. Noticina di stima per il vecchietto tuttofare. Gli altri personaggi sono così incolore che non esistono in pratica. Se mai faranno un film (già minacciato) e riuscissero a scritturare una che possa infondere in questi personaggi atoni un po' di vita, magari una come Jessica Lange nel ruolo di Andrea, questa potrebbe salvare da sola la baracca. Ma sulla carta nulla colpisce più di tanto e l'evoluzione della trama, visto l'inifluenza delle azioni esercitate dalla fessa, risulta pure piuttosto telefonata. E ci sono dei drogati in rete che lo paragonano a Rosmary's baby!!!
C'è da dire che a livello di scrittura scorre veloce e nonostate lo schematismo spinto e idiozia e lungaggini, difetti sopra esposti, un paio di piccoli brividi arrivano, anche se sono per lo più copiati da modelli peraltro narrativamente e cinematograficamente notissimi, così conosciuti che chiunque può intuirli.
Scarsino. 
Talk0