giovedì 14 novembre 2013

Jobs

Interpretato da Ashton Kutcher...


Il mondo non si è ancora ripigliato dalla scomparsa del grande guru della Apple ed è evidente che i prodotti del marchio della mela usciti dopo la sua tragica scomparsa siano abbastanza bruttini. Ma la storia di Jobs è pura epica moderna. Lo sforzo titanico di un uomo che credeva nel sogno americano e lo ha riplasmato ingoiando quintalate di palta da parte di “uomini coi soldi” che in tutti i modi hanno cercato di estrometterlo, dileggiarlo, cacciarlo in prepensionamento. Nonostante le fatiche e le sconfitte Jobs ha resistito, ha innovato, ha fatto una montagna di soldi perseguendo il sogno di una tecnologia alla portata di tutti, semplice e pure figa da sfoggiare. Non solo roba da nerd. Jobs non è sono quindi un brutto gollum con gli occhiali, ma un visionario che ha sempre cercato di sdoganare la tecnologia unendola al bello estetico e al funzionale a prova di fesso. Roba grandiosa per alcuni, roba da niubbi per altri, roba da fighette per altri ancora: la Apple è di fatto roba che vende e vende un botto e nulla sarebbe stato possibile se dalla cantina di una casetta americana il piccolo e bruttino Jobs, fissato con la dieta "verduriana" e coi microchip, non fosse scaturito l'ormai leggendario apple1. Una bella storia. Una storia a lieto fine che ha ispirato e ispira milioni di ragazzi che oggi ce l'hanno anche loro una cantina dove possono fare cose fantastiche per cambiare il mondo. Fosse la cura per il cancro o un pezzo metal da paura. Il grande sogno americano a cui si affianca la malinconia per una vita densa ma troppo breve, il cui ultimo triste atto ho ancora negli occhi. “Siate affamati” diceva. Non smettere di credere nei sogni, non averne mai abbastanza di imparare, migliorarsi, creare. Parole che dette da uno che ce l'ha fatta non sono semplici consigli di vita ma testimonianza che ce la si può fare. Con l'impegno si può cambiare il mondo. Lui ce l'ha fatta.
La biografia di Walter Isaacson, stravenduta, è un libro che vi consiglio di leggere e sarà la base di un futuro, grande film dedicato a Jobs. Un film di cui si parla già con fermento sia per la produzione Sony già avviata, sia per il coinvolgimento nella sceneggiatura di Aaron Sorkin, autore di quel Social Network di Fincher che già ha portato alla ribalta la storia dell'odiosissimo ideatore di Facebook (ma forse è l'attore che lo rende così antipatico... di fatto il film è molto bello). Ma vi dico di più, circola pure una pre-bozza del lavoro di Sorkin, con tanto di annotazioni e temi portanti evolutivi-tecnologici che saranno affrontati nel film su Jobs della Sony, ossia il film su Jobs bello.

Perché esiste anche un film brutto. E da qui parleremo del film brutto.
Perché quello di cui vi sto per parlare non è il film Sony, ma l'impossibile parto interspecie scaturito dal connubio di un regista, Josha Michael Stern, poco in vena (ma forse vittima della produzione e di una sceneggiatura atroce) e Ashton Kutcher, un tizio noto per essere stato il toy boy di Demi Moore e che senza spiegazione alcuna dei produttori hollywoodiani che devono essere almeno ciechi e sordi (o sarebbe davvero ingiustificabile) insistono a ficcare a forza in produzioni cinematografiche. Kutcher come fisionomia e grazie al make up assomiglia a un giovane Steve Jobs, un giovane Steve Jobs totalmente lobotomizzato o il cui cervello è stato scambiato da uno scienziato pazzo con quello di un bovino con gravi problemi cerebrali. Ashtonjobs il ricombinato. L'attore (uso questo termine solo a scopo esplicativo) non ha nessuna idea di dove si trovi, della telecamera che deve inquadrarlo, del personaggio che interpreta. Non sembra avere dimestichezza con gli strumenti elettronici, motivo per cui non lo vedrete quasi mai interagire con uno strumento elettronico (che a contrario fissa con la classica diffidenza della mucca che guarda il treno) e, credetemi, in un film come questo è una cosa che ha del surreale. Qualcuno deve averlo avvertito che è una pellicola di tipo drammatico e qui si vede come il nostro abbia fatto tesoro della più elaborata tecnica del Joey Triviani Actor studios (Friends cit.): “Se devi sembrare pensoso e intenso, fai l'espressione che ti viene quando senti una strana puzza”. 

Ashtonjobs usa questa espressione per la totalità della pellicola. Sempre. Il regista Stern ha qui uno dei guizzi di regia più folli e appropriati per mettere una toppa alla recitazione di Ashontjobs. Citando Elephant di Gus Van Sant, gran parte delle scene vedono Ashtonjobs camminare in corridoi inquadrato di spalle. Van Sant in Elephant utilizzava questa tecnica per farci vedere la banalità della vita adolescenziale, un lungo tragitto senza senso tra un luogo e l'altro in cui in vista di una meta-realizzazione futura un giovane non bada spesso ai suoi compagni di viaggio, che rimangono appunto delle nuche di spalle che si affiancano e nulla più, già dimenticate alla prossima tappa. Stern in Jobs permette con questo espediente di far apprezzare la bontà delle scenografie, si dimostra bravino nel piano sequenza e di farci empatizzare con il taglio di capelli di Ashotnjobs, di fatto molto più espressivo del volto. Tuttavia nonostante l'impegno citazionistico del regista, lo sforzo degli scenografi nel riprodurre fedelmente le atmosfere anni '80, i trucchi ed effetti dolly di cameraman e direttori della fotografia, le doviziose creazioni d'epoca dei costumisti e la lacca anni ottanta (probabilmente merce di contrabbando) impiegata abilmente dai parrucchieri queste scene di camminata di spalle, così apparentemente geniali, falliscono. Perché c'è lui al centro. Ashtonjobs. Che non è nemmeno in grado di camminare come un essere umano. Si dice che Kutcher si sia preparato alla parte seguendo la rigida dieta fruttariana seguita da Jobs. Certo De Niro se deve interpretare un pescatore di anguille si trasferisce nel sud Italia per due anni vivendo a contatto con dei pescatori locali. Se Kutcher deve interpretare un genio informatico senza sapere nulla di informatica deve limitarsi a copiare “il possibile”, giusto la dieta alimentare. La fruttariana stava prima dell'inizio delle riprese per offrire un significativo apporto alla cinematografia moderna, portando quasi alla morte Kutcher. La debilitazione subita dal coso (richiamarlo “attore” mi manderebbe ai pazzi) comportò la nascita del nuovo modo di camminare di Ashtonjobs, una falcata a scatti allungati che potrebbe starci in un film di zombie ma che anche in quella sede apparirebbe strana. E di questo movimento deambulatorio nel film ci sono intere paccate di minuti. Terrificante.
Ma Ashtonjobs a parte (mica facile) il resto del film com'è? Una roba delle 3 del pomeriggio su rete quattro. Dialoghi banali, schieramenti stagni dei personaggi tra “buoni-idealisti” e “cattivi-opportunisti-ottusi-tirchi-traditori”, trama che tuttavia scorre, va ammesso,pur nelle mille insensatezze e in una pallosità manifesta e che se siete un minimo interessati all'argomento vorrete comunque vedere fino alla fine tra voragini più o meno contenute. Se c'è un buco, ecco che in soccorso intervengono massime di Jobs recitate con la stessa solennità, e ascoltate con la stessa passione, delle parole dette da Gesù nell'ultima cena. Trovo questo uso didascalico delle massime di vita, di fatto il top dei memorabilia ad uso e consumo di storici, collocate così a cazzo in una pellicola sinceramente offensivo della memoria del de cuius. Ho detestato Lincoln di Spielberg e il film su Confucio per lo stesso motivo. La scena si iberna e qualcuno, come ad una recita delle elementari valevole come compito di storia, inizia a recitare la frase celebre. Orribile. Anche perché tra il pubblico trovi sempre qualcuno che la ripete, perché l'ha studiata sui banchi, come una preghiera. Ma forse sono io, a qualcuno devono piacere questi memorabilia se li ficcano sempre in qualche biografia. Poi diciamo che nel caso di questo film non è la cosa più fastidiosa e anzi vedere Ashtonjobs proferire frasi-citazione come un messia, con l'espressione di chi ha sentito una puzza e la mente rivolta al cestino da pranzo, mi ha fatto prorompere in sane e convulse risate. Ma sento già i miei piccoli lettori accorarsi: “Ma ci saranno anche altri attori, magari passabili?”. Tremende macchiette che passano e si dimenticano appena scorte di nuca. Il nerd farà il nerd, il tecnico dall'aura figa e biker avrà due battute due, il tipo infido capirete che è il tipo infido dopo 6 secondi che lo avete visto, gli hippy sballati sono hippy sballati. Tutto è bidimensionale, preconfezionato, banale. Una pellicolaccia dunque, il cui numero delle pecche è così strabordante da nullificarne l'unico esigua merito, ossia il fatto che Kutcher assomiglia un po' (ma mica troppo) a Jobs. Mille sono gli aspetti che avremmo voluto vedere trattati e tra questi spiccano la vita privata, di cui si sa poco e dopo la visione se ne sa anche di meno, e una convincente parabola anche feticistica sull'ossessione-progettualità di Jobs nel rendere la tecnologia cool e alla portata di tutti. È interessante il perché ci sia un computer che si chiama Apple come ci sia un Apple Lisa ma se ne vorrebbe di più, magari (in luogo di un paio di camminate di spalle in meno) un approfondimento sulle ragioni del progetto Macintosh, magari qualcosa che riguardi la fondazione della Pixar, la spinta per l'Apple store, Jobs è stato un rivoluzionario al di là dell'hippy triste e rancoroso che pare essere Ashtonjobs. Quest'uomo ha creato indubbiamente poi degli oggetti esteticamente fighi, dai monitor a “casco” con componenti a vista (di cui grazie al cielo almeno si accenna nel film, ma solo per inquadrare l'ennesima supercazzola recitata male da Kutcher) all'ipad e tutte le decinazioni ipad, ibook, itunes e ha continuato così tutta la vita. Soffermarsi sul fatto cronologico “ieri era ricco-poi lo hanno trombato – poi è ritornato”, lo ripeto, offensivo. È come girare un film su Senna in cui il protagonista non sale mai e nemmeno vede da lontano un'auto. Una scelta di stile? No, solo pura idiozia!

Fatevi un piacere, non vedete questo film. Non lo rimpiangerete. Certo se lo volete vedere come una trashata, la dimostrazione che la pellicola può far sorridere quando un attore cane riesce ad essere così cane da rendere sublime la sua non-performance siete i benvenuti. Ma questo non è territorio mio, ma del grande Yotobi. 
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martedì 12 novembre 2013

“Fuori-collana-Le Storie”: L'almanacco dell'avventura 2014



Perché indicare come “fuori-collana-Le-Storie” questo volume? Principalmente per far mettere questo post da Gianluca sotto l'etichetta “le Storie” e perché questo ricco ed imperdibile volume raccoglie dentro di sé per il risibilissimo prezzo di 6 euro dei masterpiece del fumetto italiano, per testi di Canzio e Toppi, pubblicati in origine da maggio 1977 sulla prestigiosa collana “Un uomo un'avventura” di casa Bonelli. Questa serie è di fatto l'antecedente storico più illustre della moderna collana “Le Storie”. Presentava a ogni uscita un'avventura diversa incentrata su personaggi e luoghi diversi ma tutti legati da un filo rosso con la Storia. Così uomini come cronisti, disertori, schiavi e fuorilegge inventati dalla penna di un autore, trovavano posto in grandi eventi, riuscendo per fortune alterne a interagire anche con personalità come Pancio Villa, Custer, Zapata; a volte riuscivano a condizionarli, ad affermare il loro piccolo contributo alla grande Storia, a volte semplicemente si limitavano a osservare, di sfuggita e con rimpianto, eventi più grandi di loro. Non tutto filava sempre liscio. 
Nel n.1, L'uomo del Nilo, un giornalista potrebbe influenzare l'esito dell'assedio di Khartoum del 1884 da parte dei Dervisci del Mahdi. Nel n.7, L'Uomo del Messico, un documentarista potrebbe raccontare il trionfo di Zapata. Nel n.17, L'uomo delle paludi, un ufficiale potrebbe dire la sua nella lotta contro gli indiani nelle Everglades, ma la sua pelle è del colore sbagliato e il razzismo dei suoi stessi commilitoni potrebbe compromettere la sua carriera. Attraverso questi racconti, definiti giustamente “romanzi grafici storici” era quindi possibile per il lettore oltre che sollazzarsi con intrecci e disegni provenienti dai migliori autori dell'epoca (tra gli altri Crepax, Galleppini, Bonvi, Manara, Pratt ma la lista è lunga) imparare qualcosa, in tempi in cui non esisteva internet e molti fatti storici, quasi sempre tralasciati dai libri di scuola, non facevano altro che dormire in tomi da biblioteca polverosi. Tomi che magari qualcuno è andato ad aprire proprio grazie a esperienze editoriali come “Un Uomo un'avventura”, dove il lavoro di documentazione storica non era mai inferiore all'intreccio narrativo, ma dove il tutto coesisteva in perfetto equilibrio. Una formula quindi accattivante che splendeva letteralmente di luce propria grazie a maestri dell'arte delle nuvole parlanti. Questo almanacco 2014 vuole essere il degno tributo a questi maestri, mettendo nelle mani delle nuove generazione gli episodi della collana numero 1, 7 e 17, ossia i capitoli disegnati dal grande Sergio Toppi su testi suoi (n.17) e di Decio Canzio. Artisti che di recente non sono più tra noi, ma le cui opere continuano a essere ristampate e apprezzate. Decio Canzio era il numero 2 in Bonelli, l'uomo che “leggeva ( e approvava) tutto” e sulla cui figura Sclavi modellò l'ispettore Bloch di Dylan Dog. Un nome che alcuni magari vedevano di sfuggita nei credits, ma che rappresentava uno degli ingranaggi più importanti di tutta la produzione. Si ricordano di solito sceneggiatori e disegnatori, ma molti sono gli “eroi silenziosi” che lavorano nell'ombra, assumendosi spesso i rischi maggiori e fornendo il know how indispensabile per creare il prodotto migliore possibile. 
Decio Canzio era uno di questi nonché, come viene sottolineato nell'ottimo approfondimento sulla sua figura ad inizio del volume, l'unica persona cui Bonelli chiedesse l'opinione. Possiamo solo immaginare il vuoto che la sua scomparsa, recente, abbia causato alla casa editrice di via Buonarroti 38. Sergio Toppi rappresenta tuttora uno dei pilastri del fumetto italiano. Il suo stile, perfezionatosi negli anni fino ad esplodere proprio su questi numeri de Un uomo un'avventura, è tutt'oggi ritenuto eccelso e vanta schiere e schiere di imitatori. Nelle sue tavole troviamo personaggi che paiono intagliati nel legno quanto vivi e carichi di una espressività che vivifica tavola dopo tavola. Paesaggi densi e organici in cui perdersi tra orizzonti lontani, ma pronti ad annullarsi nel bianco, quando è solo il personaggio in scena ad affermare il suo spazio, laddove l'azione prende il posto alla contemplazione. Una gestione della tavola che soffre dei limiti della “gabbia bonelliana” (la suddivisione rigida della pagina in sei tavole rettangolari) alla ricerca di trovarne una via di fuga, anche solo nella rappresentazione grafica di un baloon che esce dai bordi per sottolineare spesso un effetto sonoro. Una composizione che muta registro di continuo, giocando con il chiaroscuro come esplodendo in un trionfo di colori. Toppi, la cui straordinaria gavetta e fortuna è raccontata in un bell'articolo nel volume, è questo e quanto non sono riuscito ancora a esprimere. Un gigante. Solo a vedere alcune sue opere desidererete avere una delle sue copertine come quadro da appendere il soggiorno.

Oltre alle tre, magnifiche storie, a colori, il volume come accennato poco sopra è ricchissimo di inserti, tanto dedicati agli autori che a cornice dei contesti storici in cui si dipanano le tre storie. Un apparato redazionale sontuoso che rende eccelsa un'opera già di suo imperdibile. Farselo sfuggire sarebbe un delitto.
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lunedì 11 novembre 2013

Orfani – Vol.1 “Piccoli e spaventati guerrieri”



Futuro prossimo. La Terra è stata attaccata da un raggio di energia tachionica di origine sconosciuta. Dall'impatto è seguita un'esplosione della portata di duemila megatoni che in un attimo ha spazzato un sesto della razza umana. Non è stato un evento cosmico, è stato uno sterminio programmato da una razza aliena. Una razza lontana ma il cui pianeta è per molti versi simile alla Terra e quindi sarebbe colonia ideale. Il nostro mondo quindi aspetta un'invasione, essendo in gran parte già coperto di sangue e macerie. Ma dalle rovine sono emersi gli orfani. Mentre il resto del mondo si attanagliava nel terrore, piangeva le vittime e si attrezzava per il contrattacco, gli orfani, i giovani sopravvissuti alle loro famiglie nell'eccidio, guardavano già oltre il terrore. Perché gli orfani erano dei sopravvissuti. La testimonianza vivente che il nemico poteva schiacciare ma non uccidere tutti gli uomini unita a una ferrea volontà di vendetta. L'esercito così li adottò per farne carne da cannone, sicuro che sarebbero diventati in mani esperte guerrieri letali. Per questo motivo la professoressa Jsana Juric (quasi una Nick Fury al femminile) e il colonnello Takeshi Nakamura (che pare molto il professore impersonato da Takeshi Kitano in Battle Royale) sono stati posti alla guida di un programma con lo scopo di raccogliere gli orfani, scremarli, istruirli e farne infine le più letali armi umane esistenti. Impartiranno loro un'educazione di tipo spartano (ogni riferimento ad Halo non pare casuale) saggiandone potenzialità e limiti in ambito bellico e gettando da parte tutto il resto di una possibile educazione. Il mondo è stato distrutto, le città dove vivevano le loro famiglie sono crateri aridi. Verrà qualcun altro a ricostruire e raccogliere i cocci dell'umanità superstite, ora è tempo di vendetta, tempo di guerra. Non si chiederà quindi agli orfani di dedicarsi alle arti. Non sarà la scuola il loro luogo di apprendimento ma il campo di battaglia. Gli orfani per il resto della loro vita faranno la guerra.

Nel programma d'addestramento giovani futuri guerrieri saranno così divisi in squadre e lanciati in prove di sopravvivenza e resistenza. Partiranno in molti. Arriveranno in pochi. Ma nel futuro, è cosa già certa, quei pochi sapranno fare la differenza nel conflitto. Forgiati nel dolore e sacrificio, armati con il massimo della tecnologia e bardati da pesanti armature integrali che ne celano ogni residua traccia di umanità, di colore gun-metal come le armi da fuoco moderne, gli orfani vendicheranno il sangue dei loro genitori.
Primo numero per la nuova collana di fantascienza della Bonelli. Una collana che per la storia della casa di via Buonarroti riveste un significato del tutto particolare: Gli orfani è il primo fumetto interamente pensato per essere a colori, per essere supportato da un grosso merchandising e per fare sfaceli nelle vendite anche oltre il nostro paese. Un fumetto ambizioso che fa della spettacolarità visiva, della serialità e di un taglio narrativo nuovo i suoi punti di forza. Bonelli qui rischia con una produzione economicamente più ambiziosa e che la spinge ad aumentare verso l'alto anche il prezzo di copertina, ma l'esito finale, già ve lo anticipiamo, premia altamente le aspettative e dimostra la grande capacità dell'editore di innovarsi, se non rivoluzionarsi, alla conquista di nuovi mercati e lettori.
Partiamo dal colore e dal disegno.Gli orfani compie scelte grafiche che, se da un lato mettono da parte la gloriosa scuola del bianco e nero italico, mettono in luce come anche nel nostro paese, Topolino a parte, sia possibile produrre un fumetto a cadenza mensile in grado di rivaleggiare con gli stupefacenti colori ed effettistica correlata delle più blasonate serie di comics americani. È letteratura nota che sono moltissimi gli autori italiani che vanno a lavorare all'estero. Alcuni di loro sono addirittura le penne più pagate di colossi come Marvel e Dc. Tuttavia il colore è sempre stato qualcosa di estremamente caro in termini produttivi. Il colore è quindi stato a lungo corteggiato da Bonelli, per anni, fino a che gli ultimi Dylan Dog color Fest hanno costituito come vendite un ottimo banco di prova. Gli Orfani è quindi la conferma di un chiaro cammino già intrapreso dall'editore, il suo coronamento.

Oltre che dal punto di vista visivo proprio dei comics, il nuovo fumetto Bonelli sembra intenzionato a riprenderne anche le tematiche e ambientazioni di stampo supereroistico, mutuandone oltre che i canoni anche una struttura narrativa moderna, seriale. Gli Orfani è quindi un fumetto concepito in stagioni, con archi di dodici puntate conclusive. Di sicuro un impegno per il lettore medio che richiede storie auto-conclusive di uno o due volumi, ma un procedimento già sperimentato, anche questo, attraverso la felice esperienza delle miniserie Bonelli come Caravan, Cassidy e Volto Nascosto. Oggi sembra normale quasi, soprattutto per chi è abituato a leggere manga, ma per secoli (produzione autorale tipo “un uomo un'avventura” e qualche “miti del west” a parte) la produzione Bonelli si basava su serial di durata ultra ventennale. Mettere “una scadenza” a un prodotto che potrebbe tirare per anni è sempre un rischio.Se colore e serialità sono stati quindi scelte soppesate negli anni la vera incognita è il taglio narrativo. Gli orfani punta ai giovani, nel disperato tentativo di sradicarli per mezzora da manga, comics e videogames. Ovvio che poi il fumetto deve piacere a tutti e sicuramente piacerà ai fan della Bonelli, ma conquistare i giovani moderni è sempre un ponte per la campagna acquisti dei futuri numeri di Tex Willer... forse...
Se Bonelli voleva aggiungere alle sue schiere di appassionati anche le nuove generazioni, gli Orfani bisogna dire che funziona alla grande e funge da autentica killer application. Roberto Recchioni per costruire lo scenario narrativo attinge a piene mani dalla fantascienza classica e moderna, tanto filmata quanto letta e giocata, riversando nell'opera le suggestioni della sua ideale top ten del genere. Qualcuno qui potrebbe puntare il dito e sciorinare inquadratura dopo inquadratura per ogni tavola un preciso riferimento visivo o letterario (come se qualcuno non fosse contento di vedere e rivedere certe “scene” nella sua mente... parlo io che per 10 minuti al giorno mi rivedo mentalmente Aliens -scontro finale), ma invito ad andare oltre, a considerare la fantascienza solo come una cornice in attesa del piatto forte, il tema principale dell'opera. Gli orfani è a tutti gli effetti un distorto romanzo di formazione a puntate. Un Giovane Holden in salsa Signore delle Mosche. Lasciate che i pargoli si sollazzino (anche) con astronavi e mech che (loro) non hanno magari mai visto e godetevi questa seconda prospettiva sull'opera (che tanto lo so che cosette alla Battle Royale un po' scatologiche vi piacciono sempre). Il primo numero, ma immaginiamo anche i prossimi, viene diviso in due momenti temporali distinti. Il primo riguarda gli orfani ancora bambini e in procinto di iniziare il corso di addestramento. Vediamo nascere le prime dinamiche di un gruppo di bambini impauriti dall'infanzia ormai distrutta. Assistiamo al cambiamento-crescita di alcuni personaggi, esploriamo fino a che punto si possa spingere la razza umana pur di creare delle armi viventi. Il Secondo momento è nel futuro e riguarda l'attacco al pianeta alieno e gli orfani adulti. Alle truppe regolari terrestri e male armate si affianca la sconosciuta elite di guerrieri degli Orfani. Individui più feroci, organizzati e letali dei soldati comuni, spinti da un istinto ferale alla lotta. Dettagli di non poco conto: gli orfani bambini sono in numero maggiore rispetto agli orfani adulti e gli orfani adulti sono per lo più mascherati, usano nomi in codice, non rivelando così i propri tratti somatici. Noi quindi non sappiamo chi diverrà adulto e che tipo di adulto diverrà se non al termine della lettura della serie. A dire il vero non possiamo sapere neppure se tutti i bambini visti da piccoli faranno parte dell'esercito degli orfani adulti. É stimolante questo piano temporale sfalsato e se continuerà a essere ben gestito come lo è sul primo numero potrebbe offrire interessanti sorprese. Per tutti.

Parlando nello specifico del numero 1, sono rimasto sconvolto dai colori di Lorenzo De Felice e Annalisa Leoni. Davvero fenomenali gli scenari spaziali e la profondità dei paesaggi. Per caso avevo tra le mani anche il numero uno dei Guardiani della Galassia della Marvel (seguo Starlord e Nova con affetto da Annihilation in poi...) e devo dire che il livello è davvero lo stesso (cioè altissimo). Ai disegni Mammucari non è da meno. Ha un tratto che mi piace molto, è dotato di un'ottima sintesi visiva e riesce bene a caratterizzare un nutrito cast di personaggi. Nelle scene di maggiore impatto scenico, tra combattimenti ed esplosioni da veramente il massimo e l'overtour visivo della seconda parte dell'albo è strepitoso. Recchioni abbandona certe prolissità narrative bonelliane (o presunte tali) e lascia che la narrazione sia per larga parte delegata ai bellissimi disegni e colori. Qualcuno potrebbe lamentare che si legge “troppo poco” ma un fumetto, come un film può avere anche delle parti prettamente grafiche. Ricordo che nella Guerra dei Cloni Lucas scrisse “combattono” per una scena di venti minuti in cui veniva rappresentata una delle più spettacolari battaglie di Star Wars e della fantascienza di sempre. I dialoghi sono sempre chiari e semplici, perfettamente in linea con il target di riferimento. Vengono alimentati molti misteri e la narrazione per essere bene compresa ha necessariamente bisogno di essere collocata nel quadro generale dell'opera. Se è prematuro quindi valutare la bontà complessiva dell'intreccio, posso dire di aver trovato buone le premesse e di aver particolarmente apprezzato la concisa ma non banale caratterizzazione dei personaggi. Qualcuno dei miei amici si è lamentato che sono troppo ordinatini e non si comportano come scimmie urlatrici per poi da grandi diventare una sorta di supereroi dalla battuta pronta. Non sono del tutto d'accordo. Per me sono in fondo ragazzini a cui è appena scoppiata casa e famiglia, altamente introversi e spinti a coesistere per trovare una sorta di calore umano l'uno dall'altro e quindi idonei a essere fedeli agnellini di chiunque si dimostri disposto a curarsi di loro. Esattamente quello che mi ritrovo a pensare riguardo a degli orfani di guerra. La loro controparte adulta (sempre se sono loro beninteso) la trovo invece gioiosamente inquietante ed è per me sicuro interesse scoprire come ci siano arrivati. Saranno i prossimi numeri a dover creare il ponte e per ora giudicare è prematuro.
Sul ritmo narrativo siamo decisamente a cavallo. L'albo si legge tutto d'un fiato e si ha davvero voglia di una seconda porzione quanto prima.

Posso dire che questo primo appuntamento con gli Orfani sia stato niente male. Rinnovo i complimenti ad autore, disegnatore, coloristi e tutto lo staff tecnico e produttivo di Bonelli per l'ottimo prodotto confezionato. Vediamo cosa avrà in serbo per noi l'uscita numero 2. Di sicuro il potenziale si vede e non mi stupirei, allo stato dei fatti, di vedere una bella serie animata made in Italy o delle action figures in futuro 
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venerdì 8 novembre 2013

Dragonero vol. 5 “Il raduno degli scout”


Terminata la missione del “fango pirico” i nostri eroi sono nuovamente a casa, nella amata casetta a Solian in riva al mare. Ian sta meditando sugli ultimi eventi che hanno condizionato la sua vita, soppesa i risvolti della strana maledizione che lo ha colpito e guarda malinconico agli errori del passato. Gmor invece pensa, in modo squisitamente orchesco, a come allargare casa per permettere a Sera di vivere con loro e l'elfa ricambia con gioia le attenzioni dei suoi nuovi compagni. È arrivato intanto un momento peculiare dell'anno, il raduno degli scout. I nostri quindi si dirigono verso l'incontro carichi dei diari su cui hanno raccolto le loro avventure nonché le preziose informazioni sulla mappa del mondo. Gli scout come Gmor e Ian servono infatti l'impero, ma sono prima di tutto esploratori il cui compito è tracciare la mappatura del vasto regno, catalogando strade e accessi segreti. Potente quindi sale un'interrogativo a tutti i lettori di Dragonero. Ma 'sto lavoro non lo possono fare con le varie bestie volanti o le mongolfiere e simil-aeromobili di cui dispongono in questo mondo fantasy? Mistero...
Quinto appuntamento con il mensile di Dragonero e questa volta ci troviamo in quello che si potrebbe dire un interludio. Un capitolo dove sostanzialmente non succede molto, ma ci vengono fornite informazioni sulla storia, i personaggi e possibili antagonisti nonché vengono introdotti comprimari che saranno di qualche utilità nella narrazione futura. Finalmente qui i personaggi hanno tempo di dirci un sacco di cose di loro e il mensile, incredibile a dirsi, riesce ad acquisire lo spessore e l'interesse che nei primi quattro appuntamenti aveva latitato. Conosciamo così Ian di più, avvertendo una complessità del personaggio nuova e interessante e scoprendolo di disinvolte abitudini sessuali (anche se nello specifico dovrebbe essere utilizzata la più appropriata espressione “attività coccolatorie”). Allo stesso modo prendono profondità Sera e Gmor e il cast di comprimari si espande esponenzialmente di nuovi e interessanti personaggi che, per ora, riescono a stare lontani dai più classici stereotipi. Si fa anche eco di misteriosi luoghi come la “città dei morti” e si tracciano nuovi interessanti elementi narrativi volti ad arricchire ed espandere il mondo narrativo. I testi, di Vietti, sono sorprendenti nell'illustrare, senza il più lontano presagio di noia, un capitolo che potremmo definire di pura matrice informativa, in cui a prima impressione “non accade nulla”. La trama risulta scorrevole, leggera e accattivante. I disegni di Pagliarini sono davvero validi e non fanno per nulla rimpiangere il lavoro eccelso di Matteoni. Paesaggi maestosi e dettagliatissimi pieni di mille particolari e un tratto affilato, sottilissimo, quasi chirurgico, nell'impreziosire di linee espressive i personaggi rendendoli oltremodo realistici.

Se avevate dubbi, come noi del resto, su continuare la serie questo capitolo 5 ce li ha del tutto spazzati via. Ancora non capiamo i motivi dietro ai primi moscissimi 4 capitoli del brand, ma siamo abbastanza sicuri che se il nuovo corso, che inizierà dal numero sei, saprà fare tesoro degli spunti narrativi e personaggi di cui è carico questo numero 5 il futuro di Dragonero si presenterà quantomai roseo e pieno di sorprese. 
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giovedì 7 novembre 2013

Dragonero 4 La fortezza oscura

Fine della prima saga..tempo di segare la testata?
Testi Vietti – Enoch; Disegni Matteoni – Malisan


Ultimo numero della prima saga di Dragonero!! Il nostro palloso gruppo di eroi ha finalmente scoperto chi sta dietro al traffico di fango pirico, la Regina Nera, e insieme a un agguerrito clan orchesco si prepara a fare irruzione nella fortezza oscura, magione della suddetta, situata nelle lande interne della cordigliera centrale dell'isola del continente degli orchi. Giusto a tre passi dalla nostrissima fonte Grhaaaakkknnsarggggssghbakkkkkarghzztk, dove nasce l'acqua minerale San Giolindo. L'arrivo di Ian e soci è un toccasana per le truppe orchesche che già da tempo perdono budella contro le difese invisibili del castello della megera. Non è che gli orchi facciano i salti di gioia a vedere i nostri, nei retrogradi costumi orcheschi la convivenza sotto lo stesso tetto di Ian e Gmor deve aver scatenato un putiferio. Tuttavia il nostro uomo-drago (così chiamato in un paio di frangenti per via della spada brunita... e non fate i maliziosi...) ha scoperto già come far fronte a tali artifici, grazie alla sua esperienza sull'isola degli impuri (nel terzo volumetto), così si offre volontario per una missione di infiltrazione e distruzione del meccanismo di occultamento. Se avrà successo gli orchi potranno agilmente irrompere in massa e mettere la parola fine ai traffici della Regina Nera. La trama si arricchisce di interessanti riflessioni sulla inconciliabile convivenza tra uomini e orchi, razze la cui divisione è ancora strenuamente voluta da chi detiene il potere e permette l'alimentarsi dell'odio come di guerre infinite. Quasi di conseguenza si parla anche del pericolo delle armi di distruzione di massa: una via pacifica, anche se lunga e incerta, è sempre da preferirsi all'annichilimento di un'altra specie e in fondo Ian e l'orco Gmor sono la prova tangibile che le differenze possono essere facilmente appianabili quando nel nostro cuore riusciamo a far posto per il rispetto e l'amicizia verso gli altri. 
Se le tematiche sono importanti, l'azione non viene certo lesinata e ancora una volta l'opera di Matteoni si dimostra eccelsa nei mille dettagli che accompagnano tavole cariche di dinamismo e pathos. Ribadendo l'ovvio, la caratterizzazione grafica dei personaggi appare piuttosto interessante. Ma l'aspetto di maggiore pregio di questo volume finale è la narrazione. La storia finalmente qui si fa concreta, ben scandita nel ritmo e appassionante. Si potrebbe forse accusare il finale di essere meno incisivo di quanto effettivamente ci si aspetterebbe, ma sono abbastanza sicuro nell'affermare che questo numero è finora il migliore della serie. Analizzando la saga nell'insieme, rileggendo velocemente il tutto, trovo tuttavia che l'opera non si amalgami come dovrebbe e se devo quindi esprimere un giudizio complessivo non è che ne si stato del tutto entusiasta. Una trama telefonata (e non vendetemi supercazzole del tipo: “è una scelta stilistica tipo Colombo, dove sai subito chi è l'assassino e il bello è come Colombo capisce chi è l'assassino”. Qui siamo piuttosto di fronte al tragico di un personaggio che dice e ribadisce nel tempo: “Parlare di questa vicenda mi fa pensare a X, unicamente a X. Non mi viene da fare congetture su niente altro al di fuori di X. Vorrei pensare alle ipotesi Y, Z e Nutella, sarebbe interessante per il lettore constatare come con il ragionamento arrivi alla soluzione partendo da ipotesi variegate, ma non riesco a concepire che X“. e dopo questa profonda analisi ecco che “Toh, guarda! Alla fine ci ho preso! É X!” e noi tutti lettori giù a smaronarci... Non raccontateci che i colpi di scena sono roba solo da detective story, saper gestire aspettative e colpi di scena sono base della narrativa moderna), sciatta (Gmor a parte i personaggi appaiono triti stereotipi fantasy... alcuni apprezzeranno la cosa, a me irrita), afflitta da inutili lungaggini (le diecimila pagine per andare a trovare un personaggio che logica vorrebbe già facente parte del gruppo) e da situazioni che dovrebbero essere epiche ma ricadono nel superficiale, come quando Ian brandisce la spada brumata e tutti all'istante si cagano sotto. Di contro quando l'azione ha il giusto respiro per esprimersi il fumetto decolla e regala davvero squarci di un mondo tanto alieno quanto palpabile. Le scene di combattimento sono molto buone, le scene di vita comune sono simpatiche e il background narrativo (come nel Romanzo a Fumetti) sembra in grado di offrire autentiche meraviglie. A pensarci su posso comprendere la difficoltà degli autori nel delineare un ampio cast di personaggi e la loro voglia di presentarceli tutti insieme fin da subito. Quasi un impulso affettivo che ha portato a un non dosato bilanciamento narrativo. Un ottimo modo per presentare i personaggi sarebbe stato quello di dedicare storie che li analizzassero uno per volta, magari in solitaria vista la natura di “gruppo” della compagine a dispetto del nome del solo protagonista a designare la testata. 
Ma ci sarà comunque tempo. Storie future, con una giusta turnazione dei personaggi (non ne vorrei più di due o tre per volta, Ian compreso), potrebbero dare maggiore lustro a questi chara. Gmor è potenzialmente interessante, Sera è (scarsamente) interessante, Myrva (di più) pure. Ian, per ora, è decisamente blando ma può “crescere”, ci sono ancora solo suggestioni, ma possiamo cogliere nell'ultimo numero sfumature inedite del suo carattere, qualcosa che lo eleva di fatto dallo status di mascellone bidimensionale. Alben gioverebbe anch'egli di buone occasioni (vedi il romanzo a fumetti). Pertanto continueremo a seguire il fumetto, anche se questi primi quattro numeri non hanno fatto gridare al miracolo e si prestino a molti come occasione per segare di qui in poi la testata, magari da ottobre quando lo “slot” della spesa di Dragonero può essere sostituita con il numero 1 degli Orfani, sempre da Bonelli, serie a colori fantascientifica. Mi ripeto e lo ribadisco: per fare iniziare una nuova serie, soprattutto in un periodo di crisi come questo, soprattutto con l'attuale agguerritissima concorrenza, bisogna colpire il lettore tanto negli occhi quanto nel cuore con qualcosa di clamoroso, unico e “indispensabile”. Dragonero parte con disegni da paura, ma con una saga non all'altezza delle aspettative che invece di puntare a un pubblico giovane-vasto pare rivolgersi ad un pubblico già piccolo-elitario e compassato, come può essere il pubblico di Saguaro, senza però uguagliarne ritmo e fascino. Sì, a conti fatto credo che sia questo il primo peccato capitale di Dragonero. È un'opera che forse puntando troppo sulla coralità non sviluppa appieno il carisma dei singoli personaggi, offrendoci poi uno dei protagonisti più incolore degli ultimi tempi “bonelliani”. Ma siamo solo all'inizio. Il tiro può (e deve) essere aggiustato. E noi saremo pronti ad elogiare Dragonero quando saprà diventare qualcosa di più di un fumetto dalle belle speranze disegnato da dio. 
Talk0

lunedì 4 novembre 2013

Code Geass: Akito the Exiled 2

Nuovo trailer



Finalmente in questo nuovo contributo torniamo a vedere in azione il cupo Akito, i dinoccolati knightmare frame Alexander e i wZero! I nostri “soldiers of madness”, profughi eleven che hanno sposato la causa dell. E.U. contro l'avanzata del potente impero di Britannia, ora sono sotto il comando della bellissima Leila Markal. La truppa grazie a nuove acquisizioni che ci sono note dalla parte finale del capitolo 1, può vantare nuovi membri assolutamente letali e dalla personalità psicopatica (se sono sani non li vogliono) ed è pronta a praticare le migliori tattiche di guerriglia contro le sterminate forze nemiche. A rendere ancora più ostico l'incarico e divertente per noi lo spettacolo, ecco che con questo vol.2 entrano in campo anche nuovi agguerritissimo avversari armati di esotici nuovi strumenti bellici. La mappa del risiko distopico di Code Geass si fa ancora più varia.


É per me un autentico orgasmo parlarvi di questa serie, una delle sorprese più belle della passata stagione. Un chara accattivante, l'implementazione di una tostissima computer grafica e un ritmo narrativo travolgente hanno fatto letteralmente miracoli nel rendere imperdibile quello che nelle premesse era una poco interessante serie parallela a Code Geass, anime che con l'ultima puntata aveva per molti concluso definitivamente quanto aveva da proporre. E invece no! Nuova ambientazione che pare uscita da un romanzo gotico, scontri tra robottoni ancora più estremi, più dettagliati e insettoidi nei movimenti, nuovi personaggi “fuori di testa” (pensate che per la prima prova costumi si pensava di far indossare loro tute che richiamassero le camicie di forza). Diversa prospettiva più disperata e più adulta, trama indiavolata e priva di sbavature, pericolose curve femminili sempre ben esibite. Akito the exiled è una figata totale con l'unica piccola ma significativa pecca di proporsi un episodio all'anno un'oretta scarsa per volta (del resto al pari di Gundam U.C. sempre di Sunrise). Cosa c'è di nuovo in questo trailer (oltre allo spettacolare ingresso di Lelouch intendo)? La presentazione della compagine nemica e dei nuovi alleati, la conferma che la nostra amata Leila ha le palle per indossare una tuta ultra-sexy-aderente e mettersi alla guida di un Alexander a capo della sua truppa, nuovi knightmare frame e tanta massiccia azione sottolineata da musica fusion . Non ci aspettavamo nulla di meno dopo lo strepitoso capitolo 1. Il tempo del cap.2 si avvicina, anche se da Dynit manca ancora una comunicazione specifica in proposito. Se non conoscete ancora questa serie correte a recuperarla, magari in blu ray, e state tranquilli che per apprezzarla basta amare gli anime robotici e non dovete vedervi Code Geass (non che la cosa sia un male però, ora la serie completa da 50 puntate si trova in due agili cofanetti). 
Talk0

venerdì 1 novembre 2013

I libri del mese (ottobre)

Smettila di scrivere!
Nooooooo è il primo del mese! La rubrica, Gianluca, la rubrica! Giusto... i libri che ho letto... dannato Dan Brown! I tuoi orrendi ammassi di pagine mi hanno spento la voglia di leggere per quasi due mesi, ma era una scommessa con me stesso. E ho vinto! Ho vinto dannazione, ho messo alle spalle tre avventure fotocopia del pallosissimo Robert Langdon. Ad diavolo la tua aria di superiorità e i tuoi luoghi comuni! Ho vinto muahahahhahah e non ti leggerò mai più, neppure se fossi su un'isola deserta solo con una copia del tuo ultimo romanzo (oltre al pallone di Tom Hanks)! Piuttosto mi metterei a scriverne uno io sulla sabbia anche a costo di doverlo ricominciare ogni giorno a causa dell'alta marea. A mai più rivederci Dan!
Finire il malloppone di opere riunite di Brown qualcosa è scattato in me; un qualcosa di sopito da settimane... e mi sono rituffato nella lettura. Ho pensato di partire da qualcosa di leggero, così ho terminato la trilogia zombesca firmata da Manel Loureiro. Apocalisse Z è nato su un blog come il nostro, su cui Loureiro, avvocato di professione, quotidianamente postava come se la sua casa fosse circondata da zombie. Il successo è stato tale che è stato pubblicato un primo romanzo, quasi completamente sotto forma di blog appunto, a cui hanno fatto seguito altri due per chiudere la classica trilogia che va tanto di moda negli ultimi tempi. I libri sono scorrevoli e cercano di dare una spiegazione logica agli eventi (qui un poco fantasioso, ma efficace virus); i personaggi sono simpatici, anche se stereotipati, così come la trama affonda nei cliché del genere, cioè occhio ai non morti, si cerca di sopravvivere all'infezione in un mondo alla deriva, ma alla fine i più pericolosi rimangono gli esseri umani. Se siete alla ricerca di una lettura horror leggera leggera, questi romanzi potrebbero fare al caso vostro.
Qualche tempo fa io e Talk0 abbiamo visto un trailer fantascientifico molto interessante. Subito è scattato un post con tanto di mini-ricerca su autore del libro originale. Abbiamo così scoperto che Orson Scott Card è una specie di mostro sacro in patria, che ha fatto incetta dei premi più importanti del genere sci-fi e che le sue opere sono lette in tutte le scuole... ma proprio in tutte, pure a Quantico! A me piace leggere la fantascienza, ma non sono un esperto e questa scoperta mi l'ha fatto capire ancora più chiaramente. Ma la colpa è stata anche delle pubblicazioni italiane dei romanzi di Card, perse nel tempo e non complete (bloccate alla fine degli anni '90). 
Con l'uscita e speriamo il successo del film, il primo volume "Il gioco di Ender" è stato ripubblicato. Comprato! E letto! Se amate la fantascienza leggetelo. Se la fantascienza vi è indifferente, leggetelo! Se proprio odiate la fantascienza leggetelo lo stesso! Ender ha sei anni, concepito per terzo (in senso biblico) in una società che ammette per legge solo due figli a testa per diventare il più grande generale della Terra e difenderla dall'attacco imminente degli Scorpioni, una razza aliena che già in passato ci aveva attaccato. Ender entra in Accademia abbandonando la famiglia e tutti i suoi ricordi. D'ora in avanti solo lezioni di tattica militare e simulazioni di guerra, o attendono... oltre a un destino che non potrà evitare.
Gianluca