mercoledì 9 ottobre 2013

G.I.Joe la vendetta in blu ray



Tempo fa sono andato al cinema con la ferrea intenzione di vedere questo film, ma a causa dell'orario pomeridiano e della mattinata di lavoro oltremodo ricca alcune parti le ho vissute tra le braccia di Morfeo. Volevo scrivere qualcosa di entusiastico, perché le scene d'azione mi avevano particolarmente colpito nel dormiveglia, ma ho deciso di posticipare il tutto a una visione più accurata. E poi non dite che non vi voglio bene!
America. Il Cobra ha messo radici nella White House da quando il camaleontico Zartan (Jonathan Pryce – Arnold Vosloo) si è sostituito con il presidente. L'ordine del giorno è quindi chiaro e perentorio. Recuperare il Comandante Cobra dal suo stato di crio-sonno da bastoncino Findus e tagliare i fondi del programma G.I.Joe. Ma come può il Cobra, pur a capo degli Stati Uniti, smantellare una organizzazione internazionale come i Joe? Esattamente come l'America se ne sbatte per il protocollo di Kyoto, il Cobra “chiude i Joe” e basta. E già che c'è prova a sterminarne un bel po'. Ma ancora non hanno fatto i conti con il Generale Hawk, con Scarlet, Heavy Duty, Ripcord e... dove cacchio sono finiti tutti?!! 
Immaginiamo che stiano vivendo per conto loro emozionanti avventure sottomarine per tutto il tempo in cui si svolge questa pellicola, insieme a molti altri mini-gruppi di Joe ancora a noi non noti. Ripartiamo dunque. Ma ancora non hanno fatto i conti con Duke (Channing Tatum), Roadblock (The Rock), Snake Eyes (Ray Park), Flint (D.J.Cotrona), Jaye ( Adrianne Palicki, bellissima), Jinx (Elodie Yung) e altri che adesso mi sfuggono. Ma come stanno i nostri prima del mega-scontro? Fronte Joe. Scopriamo così, senza preavviso né traccia nella precedente pellicola, che Duke è l'amico del cuore di Roadblock. Duke pare vivere a casa di Roadblock dopo che il suo flirt con la Baronessa Cobra (anch'essa assente ingiustificata dalla pellicola) non è andato a buon fine e probabilmente sta cercando di vivere la vita sotto una prospettiva diversa. La moglie di Roadblock è decisamente donna dalle ampie vedute e ai figli di Roadblock pare di avere due papà. I due giocano alla play, cucinano insieme, vanno ai corsi di ricamo, stanno tutto il tempo ad abbracciarsi, incitarsi, darsi pacche sulle spalle in modo assolutamente virile e non equivoco. Duke però e stanco, i discorsetti di incitamento alla Patton prima dei combattimenti li lascia fare a Roadblock, quando i due sono insieme al poligono di tiro è chiaro chi utilizzi l'arma più grande e con più soddisfazione (parlo della minigun, ovviamente). Snake Eyes, il cui look è cambiato da quello della action figures a quello del cartone animato, ora va in giro con Jinx, altra fanatica delle arti marziali e del lattice. Il ninja dei Joe ha ora come puntiglio far passare ai buoni il rivale di sempre Storm Shadow (Byung -hun Lee) perché è roso dal senso di colpa, ha visto troppe volte Dragonball e in fondo vedere un ninja bianco e uno nero che combattono insieme contro diecimila nemici è una figata stratosferica. 
Fronte Cobra. C'è aria di maretta. Il comandante Cobra da poco liberato ha deciso di non risvegliare dal crio-sonno Destro e neanche voglio immaginare il motivo del bisticcio tra faccia di serpente e testa di metallo. Anche lui si è rinnovato nel look ed ora porta una figherrima maschera a specchio ispirata alla serie animata in luogo del respiratore helgast che ora risiede in soffitta insieme alla sua copia limited di Killzone 2. Mentre Zartan è impegnato a conquistare il mondo e a trombare la ultra sessantenne first lady in luogo di più procaci stagiste (Zartan ha da sempre gusti molto personali) e Storm Shadow è in montagna a ricercare se stesso e il miglior posto dove gustare i pizzoccheri, la baracca è retta dal bidello, Firefly (Ray Stevenson, non nego uno dei miei attori preferiti). Uomo di poche parole ma dal buon cuore, è il volto operaio di tutti gli sgherri senza nome sotto il Cobra, il cattivo per cui tifare ma che già sai finirà malissimo. Ma ecco che i giochi iniziano! I Joe partono in svantaggio, accusano una dura sconfitta e per recuperare pescano dalla panchina un personaggio nuovo, nuovissimo, mai visto. Il “primo Joe” (Bruce Willis). Con la nuova entrata tutto è possibile e botti ed esplosioni da urlo non mancheranno.

Seconda pellicola cinematografica dedicata ai pupazzi Hasbro più amati da grandi e piccini (sì, va bene, chiamiamole “action figures”). In un articolo di millenni fa già affrontavamo la tormentosamente tormentata genesi di questo prodotto e pertanto lì vi rimando (CLICCA QUI). In succo il primo film aveva guadagnato bene ma era costato uno sproposito, la produzione voleva di contro investire di meno e usare la prima pellicola come traino. Inoltre c'era chi non aveva del tutto apprezzato l'approccio leggero di Sommers, peraltro fedele al cartone animato dei G.I.Joe, ma a volte troppo eccessiva e “pacchiana” (emblematica la sequenza nella base desertica dei Joe, praticamente la versione gigante di una base giocattolo di plastica), e voleva qualcosa di più canonico. Non avevamo molte speranze in merito ed è bello poter constatare quanto ci sbagliavamo. Jon M. Chu, regista con alle spalle una oscenità innominabile, sembrava essere il classico fantoccio della produzione, pupazzo scelto da Bonaventura per contenere i costi di Sommers tanto come cachè che come budget minimo della pellicola. L'obiettivo non era più fare un film sui G.I.Joe, ma giusto un film che potesse essere venduto. Del resto se vuoi i G.I.Joe devi preventivare scontri aerei e sottomarini, inseguimenti forsennati, armi laser satellitari da fine-del-mondo, basi segrete che si autodistruggono mentre tutti scappano da tutte le parti. Se tagli il budget puoi contare solo su qualche veicolo-simbolo, sulle arti marziali e sugli sconti all'arma bianca oltre a qualche sporadica sparatoria. Ciò che è action-fantascientifico deve ridursi a semplice film action. Un bel ridimensionamento. Ma non è stato un male. Chu, sorpresa, è un fan dei G.I.Joe, uno che ne capisce e che davvero si è dedicato anime e corpo per creare il prodotto migliore possibile per i fan e fare di necessità virtù. Un'impresa che ha davvero il sapore della corsa a ostacoli. La produzione voleva un “nuovo inizio con nuovi personaggi”. 
Non deve essere stato facile riuscire a glissare su tutte le trame aperte e non chiuse, sul carisma di personaggi qui assenti e nel contempo dover gestire la volontà di proporre (sempre per questioni di budget) un numero minimale di effetti speciali. Con coraggio si è risposto a questi dubbi fornendo un ritmo indiavolato, stunt spettacolari, l'uso di veicoli e chara ben noti e amati, la messa in scena di un paio di situazioni che i fan davvero volevano vedere. Qualche incertezza si sente, ma tuttavia la missione appare decisamente riuscita e vincente sul piano del botteghino. Al punto che un terzo capitolo è già in pre-produzione e non si escludono recuperi dalla prima pellicola. Il giovane Chu ha talento e auspico per lui e per i G.I. Joe il successo di Lin su Fast'n'Furious. Se la regia è buona, meritevoli sono gli interpreti, tra cui spiccano The Rock, Willis e Stevenson per doti recitative e Park e Lee per talento funambolico. La scrittura, pur nei limiti di cui sopra, è interessante, sa essere ironica quanto avvincente e perfettamente in linea con il prodotto di riferimento. L'azione è abbondante e concitata, ma se aspettavate scene come l'ultima parte della prima pellicola (che poi è l'esatta immagine che molti hanno dei G.I.Joe) forse rimarrete delusi da questa svolta quasi intimista. Negarlo è inutile, G.I. Joe la vendetta si fa carico di tutti i limiti del classico “prodotto di passaggio”, esattamente come fu per Tokyo drift: pochi soldi ma grandi performance per far risorgere dalle ceneri un brand che, forse perché troppo costoso, nella mente dei produttori era già carne morta. Impresa riuscita. Il blu ray-dvd è eccezionale come dovrebbe, un autentico spettacolo per gli occhi da gustare con coca e pop corn caldi caldi sfornati dal microonde. Rimane un piccolo fatto non trascurabile. È un film dei G.I.Joe, non è Salvate il soldato Ryan. I corpi non esplodono, molte situazioni sono calibrate per essere apprezzate anche da un pubblico giovane. Violenza stilizzata, soltanto accennate implicazioni sessuali, buoni sentimenti imperanti. Immaginate che Duke e Roadblock abbiano 13 anni e tutte le cretinate ambigue con cui millavo ad inizio articolo vanno a cadere. È in sostanza sempre un film per famiglie. Se non amate i G.I. Joe potrebbe non piacervi, potreste trovarlo un po' puerile. E allora mi chiedo cosa cacchio avete comprato a fare il dvd di G.I.Joe 2. Ma a domande come questa non so se troverò mai una risposta. 
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lunedì 7 ottobre 2013

Dylan Dog

 Speciale 27 e n.325 – Un nuovo corso?


Speciale 27. Dylan si trova in una casa di cura come internato. Non si ricorda di preciso come ci sia arrivato e il dr Phibes non pare incline a dargli risposte diverse da arcaici trattamenti per l'igiene mentale a base di stanze imbottite, scariche e elettriche e pillole colorate. Tutto è annebbiato ma una cosa è certa. La soluzione è all'esterno di quel grigio edificio e la fuga l'unica strada. Una fuga che non sarà di certo facile. 
La storia di Gualdoni per i disegni del sempre eccelso Brindisi mixa la Zona Morta, Brazil, un tocco di Qualcuno volò sul nido del cuculo e arricchisce con visioni neo-naziste (peraltro sempre presenti nella Zona Morta), fornendo uno spettacolo gustoso e accattivante che strizza l'occhio anche ai fan di più vecchia data. Le oltre 160 pagine scorrono che è un piacere e fanno sinceramente considerare non malvagia l'idea di allungare stabilmente la durata media delle avventure di Dylan in un'epoca in cui se hai un Dylan Gigante da trecento e passa pagine lo si divide in 4 storie (spesso storielle) e se si ha un color da 100 lo si divide sempre in 4 mini-storie (alcune invero brutterrime, ma molte ottime) da venticinque pagine. Un'ottima lettura, abbellita anche da splendide tavole post-apocalittiche di ampio respiro e che confermano Brindisi come autore eccelso.



Numero 325. Francia 1913, fronte franco-tedesco. Il soldato Doinel viene colpito duramente da una granata, ma miracolosamente viene tratto in salvo e portato nel locale ospedale. Tuttavia al suo risveglio asserisce di essere Jeffrey Walcott, medico dei giorni nostri, fratello di Edmond, ragazzo invalido che si muove grazie ad una sedia a rotelle. Qualcosa di strano è avvenuto e un ruolo centrale sembra averlo avuto una bambinaia che ha sempre al seguito un ragazzino vestito come arlecchino con denti aguzzi come uno squalo. Ambrosini disegna e scrive un albo che si rivela essere molto superiore a quanto traspare dalle premesse iniziali. L'autore gioca con lo zolfo, se mi permettete l'allegoria e dipinge una delle migliori storie degli ultimi tempi. Crepuscolare, irrisolta, sinistra. Sembra davvero di avere in mano un albo di Sclavi dei tempi d'oro.

Se ne è parlato per molto in rete nelle voci di corridoio e nei forum più autorevoli. C'è aria nuova per la serie Dylan Dog. Nuovo curatore e nuovo staff, composto da Sclavi, Recchioni, Barbato, Busatta. Un interregno di un anno, nel quale le storie già scritte e ancora inedite saranno riarrangiate per preparare il tutto ad una rivoluzione che partirà da ottobre 2014, l'ora zero per una nuova impostazione del personaggio. É lo stesso Recchioni a esordire con i piani della fase 2 di Dylan Dog sulle pagine del numero 325, un buon numero scritto e disegnato dal bravissimo Ambrosini la cui copertina di Stano è inequivocabile, un Dylan che si sbenda un volto che appare ancora quasi del tutto coperto. Il cambiamento è in atto. L'esigenza di qualcosa di nuovo sembrerebbe dalle parole dell'editoriale di Recchioni qualcosa che era nell'aria già da tempo. Comprendo la volontà di smorzare i toni e azzerare così le polemiche, ma tutta l'operazione più che un dettagliato piano pensato a tavolino ha il sapore di una forsennata (e perché no, eroica) lotta per riparare le falle di una nave che stava affondando. Perché rimaneggiare storie già ultimate se non fossero stata quantomeno tragiche? Anche perché lo speciele 27 e il n.325, i primi racconti sottoposti a “trattamento”, non presentano alcuna anticipazione su mutamenti di status dei personaggi. Se non economicamente almeno inconsciamente nell'animo di molti lettori, che si sono sentiti tradire da una gestione recente sconsiderata, superficiale e un po' qualunquista del personaggio. Vi rimando all'articolo da noi pubblicato il 17 maggio 2013, che è solo una goccia nel mare delle mille voci della rete. In quella sede si criticava ma si dava anche spunto per migliorare, per riprendere le redini di una serie amatissima e riportarla al top. Errori di valutazione, polemiche, incomprensioni non sono però l'argomento che ci sta a cuore e avvelenarsi per il passato non è in genere di troppo aiuto al presente, se deve essere una picca sterile e chiudere gli occhi ad un presente più che positivo.
Alla fine questo nuovo corso, o pre-corso se vogliamo, come è venuto (anche eroticamente parlando) è decisamente buono!


Non so quanto ci sia di Gualdoni nello speciale n.27 e quando della Barbato (che è stata accreditata da Recchioni quale revisore della storia), ma il numero è buono, interessante, ripesca da un gran numero di storie di Dylan degli agganci importanti (e ripescare è una delle caratteristiche della Babato fin dal suo esordio), fa sfilare con garbo una significativa rappresentanza del nutrito e spesso compresso cast dei comprimari. Se il 99% dei racconti di Dylan si impostano per autoconclusività, qui c'è la volontà di vivificare l'importanza di molti tasselli dell'opera “omnia” originale, strizzando l'occhio alle storie più belle (che peraltro possono essere recuperate, dando senso alla continuity). Una tecnica decisamente “americana” se vogliamo, una fidelizzazione anche commerciale, ma che trovo intrigante, che mi fa davvero venir voglia di sfogliare i vecchi numeri stipati in cantina. Non meno interessante il numero 325 che finalmente, dopo davvero tanto, troppo tempo, introduce dei personaggi metafisici decisamente inquietanti. Parrebbe il minimo sindacale da una collana che tratta di horror, ma negli ultimi tempi un solo “mostro” convincente si è visto a fatica e ora possiamo aggiungere un inquietante arlecchino accompagnato da una strana bambinaia alle schiere dei chara più riusciti della mostrologia dylaniata. Allora la cura (Battiato cit.) può dirsi riuscita? Questi primi esempi ci fanno davvero ben sperare.
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sabato 5 ottobre 2013

Need for speed – il film



Preparatevi a far rombare il motori, una delle più longeve e amate saghe videoludiche ha finalmente trovato la strada della sala cinematografica. Rullo di tamburi.

Velocità e auto da paura. Dal 1994 ad oggi è questa la chiave del successo che ha accompagnato i 22 titoli della serie. In NFS si partecipa a delle gare su tracciati di tipo cittadino-festaiolo alla Out Run. Vincendole si sbloccano veicoli e nuovi tracciati e si può competere con amici su chi sia il più veloce. Una formula semplice. Un gioco di corse automobilistico con spiccato animo arcade (ma non agli albori del brand), caratterizzato fin dal principio dalla presenza delle macchine della polizia che ogni tanto cercano di interrompere le nostre scorribande. In effetti il tema della polizia non è una novità assoluta di Need for Speed, lo si riscontra anche in opere del 1986. Io poi ho un bel ricordo di Chase HQ... ma questa è un'altra storia. Il gioco è bello da vedere, veloce e diverte, una mamma per produttori quanto per giocatori. Il primo titolo fu per la sfortunata console 3DO e presentava un animo piuttosto simulativo


All'epoca una grafica così faceva tremare i polsi.
La serie l'anno seguente si spostò su psx, pc e saturn e da allora a cadenza quasi annuale si ripropone su tutte le maggiori piattaforme. Nel 1997 esce il capitolo 2, il gioco diventa più arcade e i fan della prima ora iniziano a fare gli schizzinosi, una versione pompa esce per i possessori di danarose schede grafiche per pc con ricchi extra e cotillons. Sempre nel 1997 negli Stati Uniti viene poi utilizzato il marchio Need for Speed per vendere un prodotto rally validissimo dei francesi Codemaster, il mitico V.Rally, che comunque non c'entra una fava con la serie originale. Con NFS3: Hot Pursuit avviene una piccola rivoluzione copernicana. Volevate come me fare i poliziotti come in chase HQ e consegnare alla giustizia riccastri guidatori in Porche? Ecco che nasce la modalità che permette di acciuffare i corridori correndogli incontro a sirene spiegate, una delle componenti del gameplay che andrà con gli anni sempre più ad arricchirsi e innovarsi con nuovi esaltanti giocattoli, tipo strisce chiodate, per mettere a freno nella maniera più bastarda possibile i sogni di gloria virtuale dei nostri concorrenti. Con NFS Underground arriva il tuning dell'auto (e scompare la polizia) e la corsa si sposta su tracciati liberi. 
Di anno in anno arrivano miglioramenti e cambiamenti, approcci più simulativi o meno simulativi, a volte si tolgono le auto della polizia, a volte le si rimettono permettendo di giocare una carriera per driver e una per poliziotto come nel remake di NFS Hot Pursuit di Criterion, una delle massime software house in ambito di giochi automobilistici, legata anche al brand Burnout. Come è stato biglietto da visita per V.Rally ecco poi che NFS diventa etichette “spin-off” del bel gioco simulativo Shift nel 2009 e per il suo seguito nel 2011. Ma ultimamente non è che la saga se la passi benissimo. Il capitolo The Run non è piaciuto granché. Nel 2012 Criterion rifà modernizzandolo Most Wanted, con successo discreto e sempre per questo novembre 2013 si aspetta Rivals, ennesima riproposizione di Mont Wanted, con spiccate meccaniche mutiplayer e open world. NFS è stato ed è “tante cose diverse”, con un animo schizofrenico che spesso ha atterrito quanto attirato fans. La costante è che i titoli curati da Criterion sono quasi sempre ottimi titoli, dei must buy per ogni appassionato. Ma dopo il filmato di NFS 1 su 3DO, come è cambiata la grafica negli anni? Prendiamo Rivals, di Criterion, di prossima uscita.


Ma la costante di base non cambia. Velocità e auto da paura, dicevamo.
Queste le condizioni minime anche per adattare sullo schermo l'adrenalinica saga videoludica. Di fatto quando prese forma Fast'n'Furious sembrava già quello essere la perfetta incarnazione dello spirito del game: macchine veloci, corse indiavolate in territori cittadini, sirene della polizia sempre pronte a intervenire. I due brand si attiravano, al punto che i capitoli “Need for Speed underground” sembravano un autentico tributo a Fast'n'Furious, al punto che nel recente Need for Speed: the run si poteva assaporare l'esperienza di una trama filmica a corredo del canonico gameplay di corsa in auto, attingendo da sequenza in quick time event in cui il protagonista poteva di fatto scendere dalla vettura per vivere scene che interlacciassero una gara all'altra. Ma proprio per non stravolgere l'anima del gioco queste sezioni non in auto erano solo sporadiche e pre-animate. Oggi si parla del film vero e proprio ed in un certo senso possiamo dire che il brand dovesse ad un certo punto giungere a questo.

Un asso del volante, Tobey Marshall, (Aaron Paul) coinvolto in loschi traffici da un socio, il mafioserrimo Dino, (Dominic Cooper) finisce dentro. Alla scarcerazione medita vendetta e partecipa così ad una specie di Cannoball Coast to coast. Come si possa vendicare qualcuno partecipando a una corsa non è chiaro, ma può essere che se qualcuno fa una folle-autodistruttiva scommessa sul vincitore programmato e questi non taglia per primo il traguardo, magari dei danni economici potrebbero conseguirne. Ma il socio (che ipotizziamo essere lo scommettitore folle) scopre gli intenti del nostro e cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, mettendogli dietro un manipolo di corridori-mercenari. Mamma questa trama mi ricorda il super Gattiger, qui riproposto nella sigla cantata dal grande Giampi Daldello.


Ma come faceva poi a curvare in Gattiger? Non aveva le ruote centrali che non potevano sterzare? Ma che serviva avere un mega razzo sempre se non puoi fare le curve?? Ok sto divagando, ora torno in tema. Chi sono le maestranza che si muovono alacremente per la messa in pista di cotanto annunciato capolavoro(?) filmico?


Aaron Paul non penso richieda presentazioni se vi siete sollazzati con la splendida serie tv Breaking Bad o avete visto Big Love (serie che io ho detestato con tutta l'anima). Aaron ha un curriculum infinito di parti e particine ed è in cerca della grande affermazione su grande schermo, che noi gli auguriamo. Dominic Cooper ai più sarà noto per aver impersonato nel primo film di Cap. America il futuro padre di Tony Stark, Howard Stark, ma è stato anche il vampiro-ribelle Henry Sturges nel mitico b-movie Abraham Lincoln – Vampire Hunter (di cui parleremo... film che avesse avuto per protagonista Liam Neeson sarebbe stato il film del secolo). Nel film anche Michael Keaton, il mai dimenticato primo Batman di Burton e... e... e... ma chi è tutta questa altra gente?? Ok, cast perlopiù giovane e/o di belle speranze. 

Scrive George Gains, produttore, insieme al fratello John, artefice di ottime pellicole come Hard Ball, Flight e Real Steel (di cui pare stia scrivendo un sequel) con George Lolfi, a cui dobbiamo tra le altre cose Bourne Ultimatum. Alla regia troviamo Scott Waugh, un passato da stuntman per diecimila pellicole e un presente interessante quale autore del documentario Navy SWCC, opera che gli ha aperto la strada verso il suo primo film Act of Valor, film sulle forze speciali americane dal ricercato taglio documetaristico, che mi riprometto di recuperare e recensire quanto prima, che ha letteralmente diviso in due il pubblico ma che ha portato sostanziali incassi a monte di un budget molto ridotto. L'idea di far girare un film pieni di stunt a un esperto degli stessi (come coreografo e lui stesso attore-stunt in ruoli tipo: driver, motocycle man, biker punk...) che per di più con due noccioline tira fuori dei blockbuster non sembra comunque alla fine così male. Producono Dreamdorks ed Electronic Arts. Allo stato attuale il film è in post-produzione, la fase in cui tutto va ben limato, rifinito ed impacchettato. Naturalmente noi vi faremo sapere. Certo che vedere un film di corse semiclandestine il cui protagonista non sia un bullo palestrato (e autoironico) non so quanto possa essere un buon biglietto da visita...
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venerdì 4 ottobre 2013

Le Storie Vol.12: La pazienza del destino


Testi: Barbato; Disegni: Freghieri

                                         

Hollywood, intorno agli anni '50 (ma non è così chiaro). L'attore Barry Melville è perseguitato, qualcuno sta cercando di farlo fuori per colpa dei troppi scheletri che nasconde nell'armadio. Potrebbe aiutarlo Monroe, un detective privato risoluto, mono-espressivo e imbalsamato. Nella lista dei probabili soggetti malevoli figura la starlet Rose Carlyle, una vecchia fiamma dell'attore malamente abbandonata, ma c'è di più, il disegno è più complesso. Pare proprio che Barry sia caduto nella ragnatela di pericoloso nemico, pronto a tormentarlo lentamente, con pazienza e metodo, fino a farlo impazzire. Un avversario che si dimostra quanto più invisibile. Ma di fatto il detective Monroe ha molta pazienza.
Paola Barbato, che inaugurava Le Storie con il numero 1, chiude con il 12 volume la prima annualità della testata insieme a Giovanni Freghieri, matita storica di Dylan Dog nonché amatissima. Il genere prescelto è chiaramente il noir americano classico e non è difficile identificare nella silouette del detective Monroe i tratti somatici del grande Bogey (come lo chiamava Crepax). Anche la copertina ad opera di Di Gennaro è un omaggio, al celeberrimo dipinto Nighthawks di di Edward Hopper, uno dei massimi capolavori d'arte americana. Devo trovarmi un poster...
La Barbato mette in scena una storia ingarbugliata in cui si avvicendano un gran numero di personaggi spesso latori di pensieri criptici. Tutti fanno doppio o triplo gioco e il caos che ne scaturisce disorienta prima e irrita poi il lettore fino alla parte finale del racconto, dove i fili della trama iniziano ad intrecciarsi e possiamo finalmente intuire il quadro complessivo. Con questa chiave finale è quindi possibile rileggere dall'inizio il racconto e dare il corretto ruolo a personaggi ed eventi, godendo appieno di una architettura narrativa complessa e intricata quanto razionale. Tuttavia la prima lettura l'ho personalmente trovata piuttosto ostica e quando ho subodorato che sarebbe arrivato il mega-maxi-spieghine di 30 pagine mi è calata la classica depressione del dylandogofilo medio. Tuttavia alla luce di una lettura completa tutto funziona abbastanza bene e i pregi saltano fuori. Personaggi asciutti e ben congegnati per essere abbastanza sgradevoli e poco empatici, preda di desideri per lo più egoistici. Un'atmosfera claustrofobica e disperata, carica di spazi stretti tra vicoli di mattoni, cantine, angusti camerini, piccoli bar. Un ritmo narrativo che affronta con disillusione, con distacco medico-paziente, le scene più raccapriccianti. Glaciale. Un glaciale ben fatto. I disegni di Freghieri affrontano con coraggio il difficile compito di illustrare senza evidenziare la linea d'ombra tra bene e male. Un'occupazione che di fatto svolge da anni con il massimo impegno e risultato su Dylan Dog. I disegni de “La pazienza del destino” risplendono della glacialità e neutralità della pagina scritta; attenti a non indugiare troppo in dettagli “rivelatori”, i volti dei personaggi si adattano perfettamente al compito di alimentare dubbi nel lettore. Laddove però è possibile rappresentare senza indugi, il disegnatore scatena la sua abilità nell'illustrare efficaci tavole dai forti contenuti drammatici e sanguinolenti.


Anche questo numero presenta quindi una storia affascinante e perfettamente corredata da ottimi disegni. Se proprio devo imputarle un difetto veniale, non posso che citare la lettura, a volte difficile e macchinosa, delle prime pagine. Ma come già esposto è un problema che a monte della lettura integrale facilmente scompare. 
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giovedì 3 ottobre 2013

Hercules: the Thracian wars

Un primo sguardo alla prossima fatica di The Rock


La miniserie, del 2008 a marchio Radical Comics, Hercules: the Thracian wars, scritta da Steve Moore con le copertine del mitico Jim Steranko e il suo seguito del 2009, Hercules: the Knives of Kush, si sono distinti nel pullulante mercato dei comics grazie alla grande cura con cui l'autore è riuscito a reinterpretare in chiave moderna uno dei più noti e amati character dalla antica Grecia al giorno d'oggi. Un rimodellamento cupo, che a molti amanti dei comics ha ricordato il sapore di opere come 300. L' Ercole di Moore è un eroe tormentato, sconfitto, involucro vuoto di ciò che era in passato, reduce dalle sue proverbiali fatiche. Il sangue ha colorato tutta la sua vita, annegato i suoi affetti e il suo animo. Non trova ora alcun senso per sopravvivere alla sua immortalità che non differisca dalla pulsione di gettarsi a capofitto in battaglia, annichilire di terrore il nemico con il possente urlo di guerra, roteare la sua enorme mazza (usa infatti una mazza come arma preferita, non una spada... ma che avevate capito?) e falciare vite. Vite senza volto, solo ostacoli da superare per vincere, per autodeterminarsi come il migliore. 
Secoli di lotta non lo hanno ancora appagato, continua una partita a dadi impari contro la morte, forse segretamente agognandola. Ma lungo il cammino il destino non lo ha lasciato solo. Il semidio è riuscito in qualche modo a farsi un branco, radunando presso di sé uno sparuto gruppo di sei anime perdute anch'esse sospinte dalla sola voglia di combattere. Il vecchio amico Iolao, Meneo, Autolico figlio di Hermes, Tideo di Caledonia, Amphiarao e Atlanta. Siccome combattere è tutto, non importa la causa, non importa il pericolo, Hercules e i suoi diventano mercenari per il miglior offerente, anche se abbietto. Poi giunge un nuovo incarico, direttamente dal re di Tracia. Il monarca non vuole solo i muscoli del branco, vuole delle guide per le sue truppe. Hercules riscopre l'umanità mentre Moore ci fa familiarizzare con i deboli Traci, facendoci partecipi dei loro dubbi e speranze. È allora che l'opera muta e “mutua” dal meglio della storia del cinema. Ci troviamo sezioni di addestramento degne di Full Metal Jacket, scopriamo l'umanità dietro all'invincibile branco di Hercules come nei Sette Samurai. Ma soprattutto ci prepariamo agli sbudellamenti. Come la panna montata sul cono da 2.50 la storia è ricoperta da una montagna di sangue e carica di suggestioni dark fantasy alla Conan, con budella e tette ovunque. Un ottimo comic, di quelli sporchi e cattivi, non c'è che dire. Amato dai fan hard core e benedetto da un numero appagante ma sufficiente di pagine. La critica americana apprezza, Ain't it Cool lo incorona.

Un'opera del genere non poteva scappare a Hollywood e così il produttore Peter Berg (sfortunato regista di Battleship) l'ha opzionato e insieme ad altri pezzi grossi tra cui Barry Levine e Brett Ratner (quest'ultimo alla regia) ha messo in cantiere per Spyglass Entertainment un allestimento faraonico dal cast stellare. Protagonista assoluto il nuovo volto del cinema action da Schwarzenegger a oggi Dwayne – The Rock – Johnson, che immaginiamo vestirà oltre al classico rocciosissimo corredo di muscoli anche l'iconico copricapo che Hercules indossa nel fumetto, la testa del leone di Nemea (souvenir di una delle sue fatiche). Ormai The Rock è un autentico Re Mida, qualsiasi film faccia è un successo, anche se parla della fata dei denti (oddio, quel film non è che fosse poi sto capolavoro...). Nel cast anche John Hunt, Rufuss Sewell, Joseph Finnes, Ian McShane e tanti altri. Da lettore dell'opera originale apprezzo particolarmente la scelta di The Rock e sono generalmente soddisfatto di come sta prendendo forma il progetto. Alla sceneggiatura c'è anche Evan Spiliotopoulos, lo straordinario scrittore dietro… Trilli e il tesoro perduto? Tarzan 2?? Winnie Pooh e gli Efelanti??? Credo che le parti del fumetto relative alla promiscuità bisessuale di Hercules e all'attitudine di Tideo di mangiare cervelli subiranno dei tagli significativi... va bene, aspetto a giudicare. La produzione prosegue a gonfie vele, pensiamo di riuscire a proporvi un trailer quanto prima. Sarà la versione spinta di 300 o lo sceneggitore degli elefanti ne farà qualcosa di abominevole? Vi faremo sapere.Nel frattempo una edizione italiana del fumetto non è che farebbe proprio schifo...
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mercoledì 2 ottobre 2013

Orfani

 Numero zero gratis on-line grazie a multiplayer.it




seguendo questo link potrete accedere al numero zero della nuova collana Bonelli in edicola da ottobre. Una collana per molti versi innovativa, strutturata in “stagioni” da dodici puntate l'una e caratterizzata per essere fin dall'inizio completamente a colori. La fantascienza qui racconta di un gruppo di ragazzi costretti fin da piccoli a imbracciare le armi contro creature oltre l'umano, in un contesto che rimanda direttamente a Fanteria dello Spazio. Il tema fondante sembra essere, per quando qui e là mi pare di intuire (e quindi sbaglierò), la perdita dell'innocenza, ma lo scenario è ricco di suggestioni interessanti e può facilmente aprirsi a più spunti narrativi. Queste prime pagine opera creata da Recchioni, testi, e Mammuccari, disegni, oltre a disegni strepitosi si vestono di preziose citazioni di frasi storiche, usate per far risuonare immagini mute di forte impatto visivo. Un bel biglietto da visita che non fa che accrescere l'attesa per la pubblicazione imminente. Potevamo noi non interessarci a un'opera come questa? Seguiremo per voi Gli Orfani numero dopo numero, come già facciamo per la collana Le Storie e per Dragonero. 
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martedì 1 ottobre 2013

I libri del mese (settembre)

Il mese scorso vi avevo promesso una rubrica. Avevo anche precisato che probabilmente sarebbe morta sul nascere. Ma una rubrica, per essere tale, deve avere una durata minima; o almeno così penso io. Ma quanto minima? Due post? Quattro? Beh, è un problema poco rilevante, dato che sono qui a scrivere il secondo "episodio" e non sto facendo altro che allungare il brodo prima di scusarmi per essere riuscito a leggere solo un libro e mezzo nell'ultimo mese. Ma giuro, la colpa non è mia, bensì di Dan Brown. Spinto da amici, ho acquistato una mega edizione contenente i primi tre libri con protagonista l'odioso Robert Langdon, noncurante del fatto che avrebbe potuto farmi schifissimo. Ho dato fiducia alle milioni di copie vendute dal buon Dan. Ho fatto male. Molto male. Sono impantanato a metà de "Il codice Da Vinci".
Riassunto dei libri di Dan Brown: uno tizio muore. Lascia un messaggio segreto indecifrabile. Viene chiamato Robert Langdon. Incontra una gnocca. La gnocca è parente della vittima. Il messaggio viene decifrato. Si gira la città tra opere d'arte famose. Robert Langdon risolve l'enigma. Si fa la gnocca. Fine.
A contorno della trama di solito ci sono dei poliziotti inetti, un cattivone misterioso che si comporta in modo insensato e un assassino talmente preparato da essere sempre sconfitto da Langdon che, siccome da giovane nuotava, è in grado di mettere k.o. chiunque. 
Il problema di fondo di Dan Brown è la sua pochezza nella conoscenza storico - sociale, pertanto le avventure in città straniere risultano al limite del ridicolo. I personaggi vanno dall'odioso all'ottuso e hanno la profondità di un insetto stecco. Per la trama si è limitato a leggere qualche saggio pubblicato negli ultimi anni (come "Il santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln a cui vi rimando dato che è molto più appassionante). Cercate correttezza storica? Leggete Manfredi o Harris. Lasciate perdere Brown, datemi retta!
Vale barare? Cioè, se ho letto un libro qualche mese fa e lo inserisco qui qualcuno se ne ha a male? Pace, ve ne parlo lo stesso. "La strada" di Cormac McCarthy è divino. McCarthy scrive da dio. La sua è una storia spiazzante, un pugno nello stomaco, una discesa nella disperazione senza una via d'uscita. Si parla del nostro pianeta dopo un qualche cataclisma non meglio specificato, che pare aver causato la morte di gran parte degli esseri viventi. Padre e figlio sono in viaggio verso una meta imprecisata nella vana speranza di trovare un piccolo angolo di civiltà. Sarà un viaggio infernale, che metterà a nudo il lato più marcio dell'animo umano. Non vi dico altro. Leggetelo. Vi ho già detto che scrive da dio?
Gianluca