Roma, durante il lockdown agli inizi del 2020.
In un palazzo signorile del centro, vivono il professore di filosofia Luca (Riccardo Scamarcio) e il medico di pronto soccorso Sara (Maria Chiara Giannetta).
I giorni di auto-confinamento si susseguono dolorosamente tutti uguali, “intrappolati nella routine”. Qualcuno dai balconi con una chitarra prova ad alleggerire i toni, si creano cori spontanei, ma sono per lo più fuochi fatui e per pochi minuti.
Luca, con la didattica a distanza, insegna filosofia da casa a una classe liceale un po’ disorientata e distratta, che sta prendendo “con poca filosofia” la situazione generale.
Ha tanto tempo e può provvedere alle code per il supermercato, anche se spesso si trova a fianco di amici (il simpatico comico Francesco Brandi) e passanti sempre più incazzati: con il mondo, lo stato, le divinità, soprattutto con chi, per sua sfortuna, deve condividere con loro lo stesso tetto.
Sara a casa non c’è mai: lavora in reparto tutto il giorno e più di una notte. Blindata, sotto una tuta anti-contagio a più strati, dentro cui non si respira. Quando torna, torna tardissimo o depressa, con un sorriso tirato e il segno della mascherina che ormai è una cicatrice sul suo viso. Vuole solo dormire.
Nell’aria c’era l’intenzione seria di allargare la famiglia: avere un figlio. Ma questo era “prima”, quando tutti i tentativi provati erano già risultati fallimentari. Inoltre a “dirigere i lavori” della fecondazione assistita è da sempre il padre di Sara (Paolo Pierobon), un uomo viscido e onnipresente con il suo sarcasmo. Parlare di figli è inevitabilmente diventato parlare di lui e non è stato mai piacevole: ormai l’intimità risulta violata da questo “terzo incomodo”.
Luca e Sara vivono da estranei, “soli”.
Poi all’improvviso, dalla finestra di fronte di un appartamento dello stesso stabile, compare qualcuno: Amanda (Mariella Garriga). Si è trasferita da poco, è di origine “caliente”, allegra, giovane e bellissima. Vive sola, anche se qualcuno che frequenta il suo appartamento c’è (Giulio Beranek): un uomo scostante e violento.
Amanda insegna yoga e chiede a Luca se è possibile utilizzare il terrazzo del tetto comune, per i suoi esercizi in streaming. Luca ha le chiavi, non trova particolari problemi ad assecondala perché nell’edificio ci sono per lo più uffici chiusi e a lui, come unico vicino, la cosa non disturba. Qualche volta può pure farle compagnia sul terrazzo, giusto per ammazzare il tempo.
I giorni trascorrono sereni.
Nasce una bella amicizia.
Poi si trasforma in altro.
Amanda ama ascoltare spesso la musica ad alto volume, mentre balla nuda, davanti alla finestra della casa di Luca e della “sempre assente” Sara. Amanda ama farsi guardare e il suo unico spettatore è quell’insegnante di filosofia solo, che ormai osserva solo quella finestra, più dei suoi alunni nell’aula virtuale della didattica a distanza.
I due iniziano a frequentarsi. Prima cercando di farlo di nascosto, poi in modo sempre più disinibito. Luca inizia a temere per il suo matrimonio e la allontana, specie quando Amanda insiste per diventare amica di Sara e cerca quasi di farsi scoprire palesando il tradimento.
Tuttavia Luca tiene ancora gli occhi incollati a quella finestra, pur se per “motivi diversi”. Il compagno di Amanda è diventato davvero violento e più volte Luca teme per la sua salute.
La lotta si sposta spesso sul terrazzo. Le mani si avvicinano sempre di più al collo della ragazza. Propone di chiamare la polizia ma Amanda è contrariata: sembra che quell’uomo abbia un enorme potere su di lei, che quasi che la ricatti, ma in fondo non sono “affari” che riguardano il suo vicini di casa.
Fino a che la situazione precipita, con conseguenze che cambieranno per sempre la vita di tutti gli attori sulla scena.
Lo sceneggiatore, regista e musicista Stefano Sardo, dirige questo thriller psicologico, dai risvolti piccanti, scritto insieme a Giacomo Bendotti.
Sardo da sceneggiatore ha adattato per il grande schermo Tatanka di Saviano, ha scritto l’opera crossmediale Monolith, il fantascientifico (e quindi per il mercato italiano rarissimo) Ipersonnia. Per la tv ha curato la versione italiana di In Treatment, la serie “psicanalitica” con Castellitto. ha curato la serie storico-glam di Stefano Accorsi 1992,1993,1994, poi I leoni di Sicilia.
Bendotti ha scritto per il regista Piero Messina L’attesa e Another End, per Roberto Andò ha realizzato invece Una storia senza nome.
Riccardo Scamarcio fin dagli esordi, nel 2003 con la serie La meglio gioventù, si è rivelato un interprete poliedrico delle italiche virtù. Sguardo profondo ma all’occorrenza anche spaesato, presenza scenica ma anche autoironia. Con una predilezione per il genere sentimentale (Tre metri sopra il cielo, Manuale d’amore) ma cedibile anche in ambiti più “thriller” e “action” (Romanzo Criminale, La freccia nera, ma pure John Wick 2, Assassinio a Venezia, Race of Glory).
Maria Chiara Giannetta ha sempre avuto una predilezione se non per il thriller, per le storie poliziesche, da Don Matteo a Blanca. Ma è anche un'attrice bravissima nella commedia, come dimostra anche il recente Follemente di Paolo Genovese. Nonché autoironica, come dimostra la sua partecipazione allo (s)cult horror-trash Tafaons.
Mariella Garriga la abbiamo vista in thriller ad alto tasso adrenalinico, al fianco di Tom Cruise nei più recenti Mission Impossible, ma anche nella serie “gialla” I delitti de bar Lume. Ciliegina sulla torta, è stata diretta dal maestro del thriller Giapponese Ryuhey Kitamura (Versus, The Midnight Meat Train), nel segmento Mashit dell’antologico Nightmare Cinema, del 2018.
Muori di lei è un film che con la fotografia plumbea e fredda del bravo Francesco Di Giacomo ci riporta dritti all’epoca del lockdown.
Va in scena un'interessante variazione sul tema del classico La finestra sul cortile di Hitchcock, ma anche con un tocco di Simenon, principalmente incentrata sui personaggi interpretati da Scamarcio e Garriga. Tra il timido insegnante di filosofia e l’insegnante di pilates si instaura una chimica che in poche battute divenga travolgente, sempre più malsana, ambigua e disperata. L’inizio ha il sapore quasi del film romantico “mucciniano” ma si arriva in un attimo al thriller erotico, al noir, al revenge movie. Una escalation che il regista dimostra di saper guidare con mano ferma e decisa, anche grazie alla suggestiva location scelta per le vicende.
Il terzo attore in scena è a tutti gli effetti un lussuoso e vuoto palazzo romano. Si “anima”, catarroso e rancoroso, tra i suoi interni vuoti e in penombra, con le finestre con le serrande abbassate. Ricerca libertà su quel balcone del tetto, curato e verdeggiante, che è l’unica sua via di fuga dalla realtà, anche se al contempo lo rende simile a un’isola. Lo scenografo Mauro Vanzati ha fatto un lavoro davvero impeccabile, donando alla scena anche una forte malinconia da “gabbia dorata”.
Una gabbia a cui presto come “quarto incomodo” si aggiungono il personaggio della Giannetta e poi Pierobon, dando luogo a dinamiche interessanti, in certi casi anche originali, ma che forse portano la narrazione su binari se vogliamo troppo convenzionali e meno “sognanti”. Il finale può risultare un po’ stiracchiato, sebbene coerente.
Muori di lei è un film che funziona molto bene nel costruire una trama imprevedibile e avvincente. Il finale diventa forse un po’ forzato ma è a tutti gli effetti un peccato veniale, che non inficia la messa in scena generale.
Buoni gli interpreti, ottima la scenografia e fotografia. Una piccola gemma per gli amanti del giallo e per le fan di Scamarcio.
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