mercoledì 8 maggio 2024

The Fall Guy: la nostra recensione del nuovo film action di David Leitch, con Ryan Gosling ed Emily Blunt, sul “supereroistico”mondo degli stunt-men

Siamo all’interno del grattacielo panoramico dove si tiene il famoso Comicon di San Diego, nel 2019. 

Si stanno tenendo le riprese più spettacolari di uno dei film più attesi al botteghino. 

Il biondo e atletico stunt-man Colt (Ryan Gosling) è chiamato a rigirare una scena particolarmente complessa in quanto l’attore principale della pellicola, il precisino e vanitoso Tom Ryder (Aaron Taylor Johnson), ritiene che nella sua performance abbia sfoggiato una inopportuna “faccia a patata”. 

Colt, professionalissimo, si avvia verso la sua postazione, il punto più alto del palazzo. Sale ascensori, scale di metallo e carrucole, fino a giungere su una specie di cornicione, a centinaia di metri dal suolo. Nel frattempo si intrattiene al telefono con l’assistente alla regia, la bionda, romantica e talentuosa Jody (Emily Blunt), con la quale di recente ha una bella storia. 

I due parlano in modo intimo e rilassato, ridono e sognano di prendere insieme un weird margarita davanti a una spiaggia assolata e poi tuffarsi nell’oceano, mentre Colt viene imbragato a  funi e micro telecamere per un altro genere di tuffo. 

Una gru a comando remoto è pronta a gestire la caduta dello stunt-man per la scena clou: una caduta nel vuoto drammatica quanto spettacolare (simile a quella di Last Action Hero), sperando che questa volta nell’accelerazione e pericolo di rottura di tutte le ossa, in caso di contraccolpo, il nostro riesca ad apparire in volto “meno a patata”.

Un ultimo sorriso.

Tutto è pronto. 

Il volo. 

Buio.

Diciotto mesi dopo Colt non si è ancora ripreso dalla terribile caduta del Comicon. Ha mollato tutto e tutti, pure il suo lavoro al cinema. 

Vive con la barba lunga e vestiti appiccicaticci in un appartamento incasinato tra birre e cartoni della pizza, fa il parcheggiatore. Non è più riuscito a sentire Jody, il suo mondo era troppo cambiato, sentiva che “la corazza” era rotta. Di fatto la sua caduta è diventata qualcosa di virale e c’è gente che per strada chiede di farsi delle foto con Colt, proprio in ragione a quello stunt finito male. 

Ma ecco la svolta: la sua manager Gail (Hannah Waddingham, vista nella serie Ted Lasso) gli proporne il nuovo film di Tom Ryder.

È un post apocalittico da girare in Australia, davanti alla Opera House, tra auto truccate alla Mad Max, astronavi giganti in computer grafica dietro un Blue screen, costumi in gomma piuma di alieni armati di aggeggi che sembrano chitarre laser e una grande storia d’amore interspecie umano/aliena. 

Colt vestirebbe, da controfigura, il cappello e i panni color oro glitterato di un cowboy spaziale, in scene di combattimento con pistola e fucile laser finto, inseguimenti in auto, salti e sportellate sulle dune. Lo stunt-man ufficiale già attivo sul progetto ha avuto dei problemi, solo Colt può sostituirlo all’ultimo minuto e c’è un altro motivo irrinunciabile per partecipare al progetto, di fatto l’unico motivo che risvegli l’attenzione di Colt per questo lavoro: è il primo film di Jody da regista e se le cose andassero male sarebbe pure l’ultimo. 

Lui l’ha persa di vista per qualche mese e lei ha fatto carriera, richiedendo  espressamente la sua presenza sul set come unica persona che può “salvarla”, il suo moderno principe azzurro. E allora Colt parte, si sottopone ai soliti preliminari motion capture del volto per gli effetti speciali ed è subito sulla scena, al volante di un'auto post apocalittica. È una scena di massa a base di esplosioni multiple rosso magenta su sabbia dorata. È  “vecchia scuola”, con quasi zero post produzione e solo professionisti e cameraman presenti lungo un tracciato con annesse cariche esplosive a timer, tutta gestita dall’amico e coordinatore degli stunt-Man, l’enorme ed enciclopedicamente competente Dan (Winston Duke).

Colt dà il meglio di sé mentre nulla sembrava girare per il verso giusto e viene portato in trionfo da tutta la crew, ma Jody si accorge di lui quasi per sbaglio, perché ha quasi demolito una telecamera di scena. Lei non sembra neanche capire perché lui sia lì. 

Per prima cosa deicide di “vendicarsi” per il fatto che lui non l’ha richiamata in tutti i mesi in cui lo stunt-Man è scomparso: lo sottopone più volte a una scena in cui lui viene ricoperto di benzina, incendiato e lanciato contro a delle rocce appuntite. I due piano piano si riappacificano, si scopre che c’è solo Gail dietro l’ingaggio, ma Gail ha una nuova richiesta urgente e drammatica per Colt, che poi è il vero e unico motivo per cui lo ha voluto in Australia nel giro di poche ore: deve trovare Tom, il grande attore. 

Sparito da ore, nessuna presenza nella sua stanza d’albergo di lusso, telefono staccato. Tom è solito fare la vita esagerata e piena di eccessi da star e frequentemente si caccia nei casini tra locali notturni, vizi e stravizi, soldi e donne. Colt in passato si è già occupato di salvare Tom da strane situazioni ed è l’unico che può ora risolvere la questione senza che la polizia o la produzione intervengano, bloccando tutto e facendo perdere l’ingaggio a cast e troupe. 

La vita del film è appesa a un filo.

Colt “indaga” nel sottobosco di Sidney, tra sedicenti amanti armate di katana, spacciatori tatuati di droghe che ti fanno vedere unicorni, criminali da cabaret e mercenari sorprendentemente bene armati in grado di mascherarsi da netturbini (come in Commando). Di giorno Colt gira con Jody le scene di un film action e ogni tanto ascoltano insieme nel van delle canzoni di Taylor Swift. Di notte e nel tempo libero Colt “vive” in un film action alla ricerca di Tom e ad ogni angolo sembra palesarsi una nuova minaccia e grandi esplosioni. 

Riusciranno Colt, Dan e il “cane stunt-Man” di nome Jean Claude a salvare la pellicola? Riuscirà Colt tra un'autocombustione e l’altra a spiegare a Jody perché non la ha richiamata negli ultimi mesi?


Il guru degli stunt-man David Leitch, dal 2017 anche acclamato regista action dopo opere come Deadpool 2 e Atomica Bionda, torna in sala a pochi mesi dal divertente Bullet Train

Dirige questa volta un film scritto da Drew Pearce, l’autore di pellicole action moderne come Hotel Artemis e Mission Impossible Rogue Nation, che in questo caso va alla ricerca di qualcosa di più “vintage”, quasi in controtendenza. 

Il plot è infatti liberamente ispirato a una serie tv anni '80 scritta della leggenda Glen A. Larson (Magnum P.I., Battlestar Galattica), con protagonista la star Lee Majors, il famoso interprete anche de L’Uomo da sei milioni di dollari, che qui compare anche in un piccolo cameo. 

L’idea che gli “addetti ai lavori del cinema action” possano essere di fatto “autentici action hero”, in grado di contrastare minacce reali una volta usciti dal set, ha permesso a Larson all’epoca di creare situazioni molto divertenti e autoironiche, pervase di quell’umorismo anni ‘80 giocoso e proprio anche dei film come Cannonball  con Burt Reynolds. 

Pearce, gioca anche lui con travestimenti ed esplosivi colorati, effetti speciali e trucchi visivi. Non si distacca dalla cifra ingenua e goliardica del modello, pur aggiornando leggermente la ricetta sulla base di pellicole successive come FX-Effetto Mortale, la serie tv Jean Claude Van Johnson, Tropic Thunder e se vogliamo anche il recente C’era una volta a Hollywood di Tarantino. Proprio la pellicola numero 9 del regista di Pulp Fiction sembra avere, sul lato della caratterizzazione dei personaggi, molti collegamenti interessanti con questo Fall Guy, in modi anche sorprendenti. 

C’è un po’ dello stunt-man di Brad Pitt (che ricordiamo come l’ideale “fratello buono” dello stunt-Man Mike di A prova di morte) nel Colt di Gosling. Entrambi guardano il mondo in ragione di quanti colpi sono pronti a parare e restituire, entrambi non hanno problemi a muoversi a diversi metri di altezza come fossero dei gatti. Possono affrontare a mani nude, alla pari, “qualcuno del loro livello”: quando per “loro livello” può intendersi anche Bruce Lee. Possiedono la innata capacità di rispondere istintivamente alle minacce anche in stato catatonico o da sbronzi, alla Jason Bourne

Quello che invece sta al di sotto di questa corazza, quasi “Nietzschiana”, rimane misterioso, interessante da indagare quanto potenzialmente pericoloso, fragile, irrisolto. Passando dagli stunt-man agli attori, c’è un po’ dell’egocentrismo sgangherato e infantile dell’attore semi-fallito interpretato da Di Caprio, nel Tom di Aaron Taylor Johnson. 


Sono entrambi “creature” in grado di commuoversi visceralmente per una loro performance, anche se atroce, quanto nel mondo reale arrivare a vette di cinismo e vigliaccheria inaspettate. Grandiosi solo di facciata, di fatto bambinoni che non sanno assumersi le proprie responsabilità. Forse solo genuinamente “infantili”, ma con riserve inquietanti. 

Tanto in C’era una volta a Hollywood quanto in Fall Guy compare al centro della scena e della vita una donna bellissima. È una musa e forse un sogno a occhi aperti, in qualche modo rappresenta “la settima arte”, il cinema stesso in tutta la sua magia e ingenuo stupore. 

Per Tarantino c’era l’attrice forse simbolo del sogno e poi disillusione di Hollywood, interpretata con tanta ingenuità quanta solarità dalla bellissima Margot Robbie. Per Leitch c’è una sorprendentemente timida Emily Blunt, che ricordiamo in ruolo decisamente più “risoluti”, nella parte di questa regista “gioiosamente nerd”, adolescenziale quanto romantica. 

Jody ci ricorda che dietro ad ogni action movie, anche quello più sgangherato e sopra le righe, c’è la voglia di rappresentare una favola semplice, il bene contro il male: l’amore che come valore vince su tutto. 

È una semplicità ricercata, spesso come sinonimo di “spettacoli senza troppe pretese narrative”, ma che si può fare comunque “epica”, attraverso la sicurezza dell’eroe/stunt-man nell’affrontare le concitate scene d’azione a cavallo di auto veloci, astronavi e alieni armati di chitarre/mazze/fucili-laser. È una semplicità che altrettanto velocemente che può diventare allo stesso tempo “grottesco”, quando un attore, come Tom, per incapacità o superbia, non riesce a cogliere il profondo bisogni di leggerezza e sospensione dell’incredulità che si cela dietro a ogni battuta del suo personaggio: di fatto lo stesso “eroe” che condivide sul palco con lo stunt-man  . 

È così, per un meccanismo del tutto meta-cinematografico, che gli stunt-man possono assurgere quasi al ruolo di principi azzurri moderni. Elevando a volte anche pellicole che hanno poco di elevato. È questa la “magia”, che nella pellicola si carica spesso di autoironia.

Leitch “ci crede”, forse perché prima di tutto lui è davvero uno dei più grandi esperti di stunt viventi. Ci crede così tanto che tiene l’asticella dell’azione sempre molto in alto, andando a costruire coreografie tanto sontuose e innovative quanto affettuosamente citazioniste. In questo senso diventa un altro personaggio chiave della meta-narrazione il divertente Dan di Winston Duke: che prima di compiere una determinata azione o mossa speciale action, in un combattimento reale, “cita” enciclopedicamente la fonte di riferimento. Il colpo d’ascia de L’ultimo dei mohicani, un calcio alla Matrix, un supplex tipico di Dwayne “The Rock” Johnson. Tutto ha una sua derivazione codificabile secondo il grande libro degli stunt-man e del cinema action, quasi parlassimo di una estensione “credibile” delle arti marziali. 


Ma le citazioni per Leith abbracciano davvero tutto, la scena come la scenografia, la fotografia come le musiche. 
Da un ambiente alla Mad Max passiamo agli acquari che esplodono di Arma Letale, agli inseguimenti con auto che progressivamente si rompono di Beverly Hills Cop

C’è l’epico fantasy “plasticoso e al rallenty” alla Snyder nelle sequenze nel deserto, c’è 48 ore nelle scene tra i Night club. C’è un tocco di Die-Hard e c’è un cane fantastico, che “si mangia” il film meglio di Turner il casinaro e il pastore tedesco di John Wick 4.  

Tutti sembrano essersi divertiti anche a solo a girarlo. 

Un Gosling, in cerca di leggerezza dopo le prime fasi “cupe” della sua carriera, si lancia muscolarmente e ironicamente a capofitto in un ruolo alla Ryan Reynolds, senza però sacrificare troppo la sua vena malinconica, quella di La La Land, che riesce comunque a fare qua e là capolino. Aaron Taylor Johnson continua il suo percorso da “Bad Guy”, di fatto rappresentando tutto ciò che non era in Kick-Ass con tonnellate di ironia e autoironia. Pure Emily Blunt ha voluto per lei delle coreografie di combattimento e le affronta con grande impegno.     

Fall Guy è un enorme parco giochi con all’interno un mare magnum nel quale ogni appassionato di action può dolcemente naufragare. È uno spettacolo carico di azione e sovraccarico di mille dettagli da gustare a volte frame by frame, un film leggerissimo quanto pieno di amore. È un film che oggi, per una volta, non si prende mai, mai sul serio, con il rischio concreto che i fan dei “film seriosi” un po’ non lo capiscano, ma vale la pena tuffarcisi dentro comunque. Nel migliore multisala con schermo panoramico e impianto sonoro ultra: per guardare appieno i botti e le esplosioni, per ammirare i magnifici balletti action e ironia che contiene e elargisce a piene mani. Il top per divertirsi senza pensare a nulla per un paio d’ore, totale libera uscita, tra pop corn e patatine. 

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1 commento:

  1. Io veramente non riesco a capire perché sia stato necessario tirare fuori "Fall Guy" dalla naftalina, quando come al solito il remake non è nemmeno un remake, l'ispirazione non è ispirazione, perché tutto è completamente, assolutamente diverso dalla vecchia serie, che comunque non era proprio niente di che...
    Davvero solo per acchiappare qualche spettatore in più? Ma onestamente, chi se lo ricorda "Fall Guy"?
    Un filmetto qualunque, che anzi avrebbe potuto addirittura funzionare meglio se il protagonista si fosse chiamato John Williams anziché Colt Seavers. Boh!

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