venerdì 13 settembre 2024

L’ultima settimana di settembre: la nostra recensione del malinconico road movie diretto da Gianni de Blasi, con protagonisti Diego Abatantuono e Biagio Venditti, presentato al Giffoni Film Festival

 


Siamo in una torrida giornata di settembre del 2017. Lo scrittore ottantenne Pietro (Diego Abatantuono) ha deciso di farla finita, proprio nel giorno del suo compleanno. 

Per lui è come se ci dovesse essere almeno una “punta di gioia”, per farla finita. 

Sono ormai passati due anni da quando sua moglie pittrice Sara non c’è più. Da allora la vita gli appare inevitabilmente “storta”: storta come i tanti quadri di Sara nello studio, che sembrano essere appesi effettivamente storti, nonostante lui cerchi sempre di raddrizzarli. Come scrittore ha già da dieci anni suggellato il suo cinico testamento artistico con il libro “Andate tutti affanculo” e ora non resta che aggiungere a quanto già scritto una piccola appendice: la sua lettera da suicida. Dopo ”averci mandato tutti”, meticolosamente, catalogando su una agendine nera tutte le tipologie umane “meritevoli”, affanculo decide di andarci lui, spontaneamente, seguendo una pista di pastiglie accompagnate da whisky, seduto alla sua scrivania, ascoltando musica a tutto volume. Un po’ da rockstar.

Dalla segreteria telefonica arrivano gli auguri da parte della figlia e del genero, si parla di una torta e della possibile presenza del nipote Mattia (Biagio Venditti). Tutto in sospeso, forse c’è dietro una sorpresa. Dipende “chi fa a chi”, la sorpresa.

Non si può morire in pace che bussano alla porta, quasi la sradicano. È la polizia e ha brutte sorprese. La figlia di Pietro e il genero, disposti su due lettini di ferro. Corpi da riconoscere. Forse una buca, magari un piccolo incidente. La macchina ha girato su se stessa. Pure i quadri appesi all’obitorio, sono storti. Mattia ora è solo e già abbastanza triste, reduce da un pomeriggio brutto di suo, dove è stato scartato come batterista di una band di coetanei. 

Il ragazzo ha gettato per terra le bacchette poco prima di incontrare questo nonno strano, assente e distante, che lui chiama solo ed esclusivamente “Pietro”. Lo aspetta sulla porta, anche se poteva benissimo entrare, aveva le chiavi di casa. Ha una brutta faccia. In breve ha una brutta faccia pure Mattia. 

C’è il doppio funerale, rigorosamente in una giornata di pioggia. C’è il giorno dopo la pasta al sugo di Pietro che viene lasciata fredda nel piatto del nipote, che sembra aver smesso del tutto di mangiare e parlare. Ci sono gli assistenti sociali, che obbligano il minorenne Mattia a stare a vivere con un congiunto o finire in affidamento da qualche parte. 

C’è una telefonata inaspettata, da un tizio di nome Marcello, che dice di essere lo zio di Mattia, è ricco e disposto a prendersi cura del ragazzo. Solo che Marcello sta a Roma e gli altri a Milano. Tra tante cose storte, forse è l’unica dritta.

Pietro tira fuori dalla polvere del garage la sua Citroen Vs 23 metallizzata semi-oro, poi coinvolge il cane Syd e Mattia in un viaggio on the road che condurrà fino a un porticciolo di Roma, dove lo zio Marcello con yacht, famiglia e filippino sta per partire per una crociera. 

Voltare pagina con brezza marina extra. 

Il viaggio non può essere che eterno, nell’ordine delle decine di ore: perché nella agendine nera del nonno ci sono sia autostrade che camionisti. La gloriosa Vs 23 va a rilento sotto le note dei Ribelli e la loro “Pugni Chiusi”, combattendo la calura interna dell’abitacolo con un ventilatore da tre euro. 

Una piccola odissea di fine settembre, tra ricordi e forse nuovi amori  (con co-protagoniste le “ninfe/post-hippy” interpretate da Marit Nissen e Guendalina Losito) che cambierà giocoforza la vita di Pietro e Mattia: imponendogli di fare i conti con se stessi e mettendoli davanti, volenti o nolenti, alla necessità di “tornare a vivere”. Se non per se stessi, almeno per chi dobbiamo proteggere. In fondo, si può vivere storti per sempre. 


Gianni De Blasi arriva al lungometraggio adattando insieme a Antonella Gaeta e Pippo Mezzapesa (sceneggiatori di Ti mangio il cuore, il film con Elodie) un malinconico e affettuoso libro generazionale di Lorenzo Licalzi. Ne nasce un film il cui Diego Abatantuono e  Biagio Venditti con estrema naturalezza ci conducono in un racconto strano, carico di parole non dette e conflitti interiori irrisolti, vestendo i panni di due personaggi per lungo tempo pensosi e contratti, cordialmente “bofonchianti”, ostinatamente poco comunicanti. Il loro “autunnale” viaggio lungo l’Italia, assume subito e con rimorso i connotati di un malinconico lungo addio alla rispettiva “vita precedente”: un doloroso e non voluto percorso in linea retta, molto parco di risate e traboccante di dolore, dove anche i paesaggi più da cartolina sembrano qualcosa di intangibile, spesso crudele. “C’è della gioia”, nel mondo, ma è come se la coppia protagonista indossi un impermeabile abbastanza forte da non farsi intaccare dalla sua influenza positiva. Si procede inciampando più o meno negli stessi errori e malinconie, sordi alle emozioni fino a quando le emozioni diventano così travolgenti e oniriche da auto-imporsi, in una specifica “tappa del viaggio”. Un “non-luogo” di sosta forzata dal dolore, troppo bello e “felliniano” per essere realisticamente vero, iconico quanto purtroppo non condiviso dai due personaggi. Protagonisti pure qui pervicacemente vicini fisicamente, ma al contempo separati emotivamente. Soli lungo una strada predefinita giusto un po’ più colorata, viaggiatori autonomi, fino a un epilogo quasi contratto, dove arriva però salvifico un alleggerimento generale dei toni.

C’è tanto, tantissimo “thanatos”, malinconia e affini. C’è troppo poco “eros” e purtroppo in fondo poca condivisione, scarsa voglia di riuscire a ridere, stemperare in un sorriso il tragico. 

Abbiamo un Abatantuono lunare, quasi troppo crepuscolare, che ricorda in più punti il De Sica de I limoni di Inverno nel suo attendere inerme il decorso degli eventi. Anche in questo caso ci aspettiamo la zampata del grande comico, quella in grado di abbattere la malinconia, lo “sberleffo”: ma rimaniamo per lo più a bocca asciutta. Anche perché abbiamo un Venditti troppo “realisticamente adolescente”, e quindi pessimista quasi in modo cosmico. Non motivato nel cercare di risollevare il tono generale plumbeo del fluire degli eventi. 

Non aiuta all’economia del film un regista che si fissa, pervicacemente, nel voler sottolineare il “tono triste e introverso dell’opera”, con il pennarellone più grosso e monocolore di cui dispone, quasi temendo di maneggiare le altre sfumature. Consapevole della bellezza della fotografia e scenografia, dell’interessante contributo della colonna sonora e del buon feeling che Abatantuono e Venditti riescono a costruire sul set, De Blasi costruisce e consolida un continuo muro divisorio tra il piano visivo ed emotivo dei personaggi. Un muro formalmente perfetto, dove l’incomunicabilità è una cifra di stile precisa, quasi accostabile ai lavori più introspettivi di Makoto Shinkai. 

Ne esce un film decisamente e “riuscitamente” drammatico, in grado di evocare nello spettatore i peggiori spettri emotivi che si annidano anche sotto la più radiosa cornice da cartolina. La perfetta rappresentazione di un mondo dove la gioia è relegata a fugaci sogni da cui distogliersi con fretta all’alba (come nell’epilogo del capitolo del “casolare”), per tornare meticolosamente a redigere, nel quotidiano, un elenco preciso delle persone che detestiamo al mondo. 

Un mood tragico, disincantato quanto condivisibile, che come dimostra la visione dei Giffoni è stato in grado di incontrare la curiosità e il gusto di un pubblico anche giovane. Stiamo per assistere a una nuova corrente di film super-tragici? 

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sabato 7 settembre 2024

L’innocenza (Monster): la nostra recensione del bellissimo film di Kore’eda Hirokazu, con le struggenti musiche del maestro Ryuichi Sakamoto. Pellicola vincitrice a Cannes come migliore sceneggiatura

 


Siamo nel Giappone dei giorni nostri, tra i quartieri periferici e verdeggianti di una grande città. 

Minato (Soya Kurokawa) è un ragazzino intelligente e taciturno, ma che giorno dopo giorno sta diventando sempre più strano, assente. Questa spirale sembra cominciata la notte in cui ha preso misteriosamente fuoco un locale di intrattenimento per adulti, attirando tutti i pompieri e le ambulanze della zona, con la città che splendeva a giorno per via delle fiamme. Poco dopo Minato ha deciso di tagliarsi i capelli da solo con le forbici, senza dire nulla a nessuno e quasi facendosi male. 

Un giorno Minato è tornato a casa senza una scarpa. Una notte è uscito di casa all’improvviso per essere poi ritrovato nei pressi di uno spettrale tunnel, abbandonato tra i campi. Giungono voci da scuola sul fatto che Minato abbia compiuto violenze su piccoli animali. 

Infine accade una strana colluttazione in classe, durante le ore di lezione, nella quale sembra che il gentile e simpatico professor Hori (Eita Nagayama) sia stato costretto ad alzare le mani con la forza contro il ragazzino.

Saori (Sakura Ando), la madre di Minato, l’unica che si occupa di lui dalla scomparsa del marito, lavorando con i doppi turni, è incredula. Davanti a questi eventi cerca subito di parlare con la scuola, ma da Hori, dalla lunare preside Fushimi (Yuko Tanaka) e dall’intero corpo insegnanti, la madre non riesce a ottenere che plastici inchini di cordoglio, mezze-parole, scuse poco sentite o argomentate, un surreale clima di omertoso e imbarazzato silenzio. 

Forse Minato è davvero, come dice sottovoce qualcuno, “un mostro”. Forse il Mostro è però il professor Hori, che si sospetta condurre una seconda vita dissoluta insieme a delle accompagnatrici. 

Oppure c’è dietro un alto tipo di mostro: qualcosa che ha a che fare con un compagno di scuola di nome Yori (Hinata Hiiragi). 

Yori è minuto, aggraziato e non ha paura a rispondere a tono: motivi sufficienti per essere vittima dei bulli. Vive con un padre davvero mostruoso, alcolizzato e di fatto “bullo pure lui: percuote ogni giorno il figlio, lo maledice e si rivolge a lui in modi cinici e sprezzanti. Ai suoi occhi, la causa di tutte le sue sventure, compresa la morte della moglie, è unicamente del figlio: è Yori, apparentemente gentile ma malevolo, probabilmente  “manipolatore”, l’unico, vero, autentico “mostro”. 

Cosa sia successo davvero in quei giorni, come “chi” sia il vero mostro della vicenda, lo scopriremo dissolvendo un “mosaico alla Rashomon”: rivivremo, divisi in capitoli, gli eventi dal punto di vista di più personaggi. Punti di vista che daranno vita a storie dal sapore sempre diverso, unico quanto a tratti contraddittorio, irrisolto. 

Vedremo gli adulti intenti in una personale “caccia al mostro” e tormentati da un personale senso di colpa. Immersi in atmosfere plumbee, thriller, quasi horror. Vedremo i giovani invece protagonisti di una storia così diametralmente diversa e intima, da assumere quasi i tratti della favola. Un racconto solare di crescita e scoperta dei sentimenti, genuino quanto forse così “puro” da essere inconfessabile. 

Da che parte sta la realtà?

Chi ha “gli occhi giusti” per vederla?

Vincerà in questa vicenda l’anima sognante o quella tragica?


L’innocenza è l’ultima opera a cui ha regalato una colonna sonora il compianto, gigantesco e inarrivabile Ryuichi Sakamoto. Il tema musicale è struggente, carico di colori, complicato, austero quanto gentile. Assomiglia al discorso impacciato di un bambino, che cerca con poche speranze di confrontarsi con adulti troppo distanti, quasi alieni, incapaci o senza voglia di capire il suo punto di vista. Ricorda per certi aspetti il sussurro sbilenco di The Crisis di Morricone e allo stesso modo riesce, con le sue “corde emotive scoperte”, a commuovere per davvero. Ancora una volta Sakamoto, che ha lavorato con generosità a questo progetto come faceva con i film di Miyazaki, finché la forza glielo ha consentito, sa prendere le lacrime dalla ghiandola e non ti molla finché non le spremi tutte. 

Su questo tappeto sonoro unico e prezioso, Kore’eda Hirokazu confeziona una storia che in qualche modo amplifica il senso di difficoltà con cui oggi, troppo spesso, un po’ tutte le persone cercano con difficoltà di comunicare tra loro. 

Kore’eda Hirokazu ci racconta con i personaggi il “suo” Giappone, dipingendolo come una società così contratta emotivamente da sembrare ormai arida: così chiusa in se stessa e nei suoi “riti relazionali protocollati” da creare dal nulla equivoci e caos. Gli adulti di conseguenza si muovono in base a schemi che li pretendono  “neutri”, corporativamente compatti, con la conseguenza che qualcuno “implode”, come il professor Hori. 

Tutto può apparire per l’istituzione scolastica “disonorevole” e pertanto deve essere taciuto. Al punto che i singoli, impossibilitati nell’esprimere vicinanza e calore umano a parole, spesso cercano il dialogo attraverso “nuovi linguaggi”, come quello della musica (bellissima la sequenza di dialogo musicale tra Minato e la preside). 


In alternativa esistono solo gli scontri, fisici quanto distruttivi, come di contro si creano come muri di distanza sociale le “etichette”: strumenti veloci con cui bollare una persona come strana, matta o “mostro” (Monster è il titolo originale giapponese del film, pertanto) e cercare così per lo meno di “stare alla larga”. 

Se gli adulti sono ormai quasi condannati a un’esistenza di depressione, incomprensione, solitudine, etichette e infamie, forse il mondo innocente dei bambini, per Kore’eda Hirokazu si può salvare. 

I piccoli possono e devono vedere le cose da una prospettiva diversa, credere nel poter cambiare il loro destino, saper sognare a occhi aperti in una natura, a pochi passi dalla grande metropoli, che con la sua calma e i suoi ritmi può regalare scorci non dissimili ai mondi paralleli di Miyazaki. 

Ma la scuola, unita alla impellenza sociale di trasformare presto i bambini in adulti, sembra essere lì già per soffocare tutto, provvedendo prestissimo a omologare ed etichettare, complicare e istituzionalizzare ogni relazione umana. 

Forse per il regista la salvezza unica e amara da questo “gioco sporco” è non essere costretti più a crescere. È un messaggio che fa male, ma che porta anche il film a diventare per davvero un potente strumento di riflessione sociale.

L’innocenza è un film meraviglioso sotto ogni punto di vista. Molto bravi gli attori, con un plauso agli interpreti più piccoli. Geniale il mondo in cui la sceneggiatura riesce a cavalcare più generi cinematografici pur conservando una sua precisa, fortissima identità simbolica. Avvolgenti la fotografia e le scenografie di luoghi a metà tra la cruda realtà e il sogno. Incredibile e potente l’ultima colonna sonora di uno dei massimi compositori degli ultimi anni. 

L’innocenza è un film da non perdere. È un film che fa riflettere, commuovere, sognare e arrabbiare. Un caleidoscopio unico. 

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mercoledì 4 settembre 2024

Paradise is Burning: la nostra recensione dello struggente ma bellissimo film drammatico diretto dall’esordiente Mika Gustafson

 


Svezia dei giorni nostri, nel mezzo di un torrido periodo estivo. 

Ai margini di un quartiere operaio di Stoccolma, legate con tenacia e amore disperato l’una all’altra, vivono con spensierata imprudenza e mezzi di fortuna tre sorelle rimaste sole. 

La più grande è l’adolescente Laura (Bianca Delbravo), che di fatto si è sobbarcata lo status di madre provvisoria e cerca come può di far quadrare il bilancio con piccoli lavori e una, pur “complessa”, aura di severità e rigore verso le più piccole.  Mira (Dilvin Asaad) è la sorella intermedia e sta scoprendo i primi amori e le prime “voglie” di stare senza le altre due. Steffi è la più piccola e forse necessita di tante coccole (Safira Mossberg), ma non fa pesare troppo la questione. 

Dalla morte dei genitori vivono di espedienti, nascondendosi dove possono per evitare di essere divise, “barando” con la burocrazia e potendo contare su poche, fidate persone che possono supportarle. Si spostano di continuo, ma comunque riescono a frequentare le scuole, lavorare e nei ritagli di tempo pure far parte di un piccolo “branco” di giovani post-hippy: novelli millennials figli dei fiori che amano vivere tra i campi e i fiumi a contatto con la natura, ma saltuariamente cercano di occupare le ville con piscina di ricchi momentaneamente in vacanza, scavalcando recinzioni e serrature. 

Anche loro in fondo hanno bisogno di vacanze, recinzioni permettendo. 

Le tre sorelle “fanno la spesa” al supermercato in un modo abbastanza rodato: la più piccola attira l’attenzione simulando finte tragedie “al sangue di carne bovina” per spaventare i commessi, le altre due si muovono veloci tra i frigoriferi senza essere scoperte. Poi vanno a ricongiungersi all’uscita e all’auto per la fuga,  rocambolescamente. Il gioco tiene ormai “da anni” e la più grande delle tre, pur tra alti e bassi, riesce per un po’, grazie alla sua vitalità ribelle, a crescere la sua disastrata famiglia. 

Ma i sevizi incombono per colpa di uno sfortunato scherzo del destino e Laura è costretta a fare i conti con la necessità di dover sfoggiare, seppure per finta, una “madre provvisoria”. È così che la ragazza si avvicina alla affascinante e solitaria vicina di casa Hanna (Ida Engvoll), che sembra essere stata proiettata in quel luogo quasi da un altro pianeta. 

Il marito non è mai in casa, Hanna muore di noia e pare davvero affascinata dallo strano mondo “visto dagli occhi di Laura”. Un mondo dove si può entrare in università per scroccare un caffè caldo alla mattina. Un luogo dove giocare con la memoria di anziane signore, fingendosi parenti o corrieri, per entrare provvisoriamente in un appartamento sfitto dove stare indisturbate. Una “dimensione” che permette di vivere alla giornata, tra mille trucchi e assecondando una contagiosa, trascinante richiesta continua di libertà. 

Zero regole, solo affetto per i propri cari. Forse è questo, il vero paradiso. I mondi di Hanna e Laura si avvicinano, ma la situazione prenderà pieghe inaspettate e le tre ragazze saranno costrette a “crescere” ancora più in fretta.


Presentato a Venezia lo scorso anno, risultando vincitore nella categoria Orizzonti, la prima pellicola di Mika Gustafson ci travolge dal primo all’ultimo minuto, immergendoci in una realtà di confine complessa quanto vivida: così realistica/cruda che se vogliamo possiamo considerarla figlia di quello stesso cinema sociale dei fratelli Dardenne. Un cinema che comunque viene stemperato a tratti da una riuscita “piccola punta di sarcasmo”, vicina alle opere di Xavier Doland, che permette alla storia di prendersi ogni tanto una boccata d’aria, “per sognare e ridere” delle disgrazie.  

Il “paradiso” delle tre protagoniste appare come un posto precario e crudele anche in una Stoccolma ultra moderna, composta e pulita, ordinata e quasi da cartolina. All’ombra del lusso, una umanità giovane, dispersa e disparata, si accapiglia per scampoli di gioia provvisoria con la temerarietà e romanticismo dei pirati. 

Se le persone comuni, pur con le eccezioni, risultano ben disposte, accoglienti e generose verso questi “giovani di strada”, sono lo Stato e i suoi servizi a vivere in uno status quasi schizofrenico: tirando fuori, specie sui più deboli, rancori e comportamenti autoritari quasi inaccettabili. Assistenti sociali in pieno burn-out, coperti sarcasticamente di cerotti e lividi, sembrano essere in grado di fare più danni della “legge della strada”, sfoggiando codardie e una mancanza di empatia che sfocia quasi nel crudele. Non fosse per il fatto di essere “destinati alla sconfitta” e a sfoggiare nuovi cerotti, grazie alla magia del cinema, quasi come il Coyote dei cartoni Warner. 

Anche il sistema-famiglia tradizionale, visto attraverso gli occhi sognanti ma contradditori del personaggio di Hanna, sembra essere una istituzione/casa al bivio, “atomizzata”, votata all’auto distruzione o all’autoreferenziale, in grado di frantumarsi quanto ri-consolidarsi male in un attimo, quasi irrazionalmente, di fatto non riuscendo più a comunicare con il sociale e “con il resto del mondo” a nessun livello.    

Impossibile in questo scenario non provare affetto e complicità per le tre piccole, adorabili e disperare protagoniste, a cui danno corpo tre straordinarie giovani interpreti, delle quali probabilmente sentiremo ancora molto parlare. La loro libertà quanto l’ingegno per mantenerla sono contagiosi, a tratti folli, ma il loro legame, pur fatto di continui scontri, va sempre a disegnare una piccola o grande crescita interiore in ogni personaggio. 

Se Laura all’inizio della storia è a tutti gli  effetti la “madre vicaria”, in attesa della “madre di facciata” Hanna, il ruolo di “adulto del gruppo” riesce nel corso della storia  a passare sorprendentemente a Mira e qualche volta pure alla piccola Steffi!  In qualche modo, senza ricorrere a troppi voli pindarici o in adulti/ectoplasmatici, proprio la genuinità del loro legame consente a tutte e tre delle piccole pause: momenti per “tornare provvisoriamente bambine”, nutrire i propri sogni e speranze, “riappropriarsi” di spazi, amori e di una normalità da ragazzine. Tutto quello che il caso le ha negato, se lo sono ripreso. 

Gustafson è molto attento e accorto, quasi elegante, nel fare in modo che questo “balletto di ruoli” risulti sempre credibile, “onesto” quanto inclusivo dello specifico punto di vista di ognuno dei personaggi. È così che un film duro, con tutti i crismi e patimenti della storia reale, riesce nel miracolo di salvarsi dal cinismo proprio del mondo reale. Una favola vera, che crede nel potere delle nuove generazioni di salvare il mondo, a dispetto di un mondo che non ci crede più.

Se amate il cinema d’autore, quello che da masticare con gusto temi sociali e sentimenti, fatevi un regalo e andare a riscoprire, se non lo avete visto alla biennale, questo piccolo grande film svedese di un regista esordiente. 

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domenica 1 settembre 2024

Dario Voltolini - Invernale: la nostra recensione del romanzo edito da La nave di Teseo

Fine anni ‘70. 

Il “padre” lavora come macellaio in un banco specializzato in conigli, pollame e agnelli, presso il mercato di Torino. Il suo “ceppo” è sempre pulito, le vasche con le frattaglie ordinate. I clienti accalcati lo osservano, ipnotizzati, mentre disossa le bestie con la maestria e l’eleganza di un chirurgo o un prestigiatore. 

Con toni musicali concitati simili a tamburi, un’armonia unica di gesti e coltelli, il padre apre un animale spellato dal suo interno, come un sipario. Lo fissa ai ganci, lo divarica. Lo divide in parti geometriche, lo frammenta per lungo come un tappezziere curerebbe la sera. Scompone,  fino a che si trasforma il tutto in gemme compatte rubino o bistecche con l’osso: da animale a pietanza, riposta in pacchetti di carta candida, che si può già figurare a casa, in padella. Il sangue, le poltiglie delle lame e le parti rimaste fuori dal processo scompaiono all’occhio, nessuno le vede, tutto il bancone riflette una luce pulita come il cristallo. 

Il padre, per molte ore di lavoro infaticabile, vive al di là del vetro del suo banco da lavoro, insieme alle bestie. Quasi sul limbo tra la vita e la morte, anche se lui è solo un passaggio intermedio, tra il boia/cacciatore e l’acquirente. Alle spalle, grossi ganci a trenta centimetri dalla testa, più in basso coltelli enormi e pesanti in grado di spaccare per lungo con un solo colpo teste e colonne vertebrali. Davanti, la fretta dei clienti, la necessità di compiere un continuo “balletto” insieme ai suoi assistenti per non ostacolarsi al ceppo, alle vasche, alla cassa per prendere i soldi e dare il resto. 

Tutto deve svolgersi e si svolge in modo preciso, geometricamente previsto al millimetro, dall’esperienza meccanica del braccio e da un “occhio” in grado di soppesare ormai ogni pezzo, ancor prima della conferma di una bilancia elettronica.

Poi qualcosa si inceppa.

La danza di corpi vivi e sezionati si deforma per un istante dietro il bancone.

Arriva il taglio, l’urlo, l’inizio di un cambiamento.

Sotto la pelle vive qualcosa di nuovo, che prima cerca di fuoriuscire tra rigonfiamenti e striature lucide e poi sembra gradualmente scomparire.  

Sangue di agnello mischiato in sangue d’uomo, per gioco del destino, si sono fusi nel padre, attuando una metamorfosi lenta quanto profonda, che tocca il suo piano fisico ma anche psicologico.  

L’uomo si fa sempre più “misterioso”. 

Nel lavoro è ancora puntuale e infaticabile, ma inizia a vedere il suo mestiere in un modo diverso, quasi “sacrale”. Viaggia la sera con la mente e le sigarette in territori lontani e inesplorati, che crede di aver visto in altre vite. Vede la realtà stessa in modo diverso, con tempistiche diverse: anticipa le traiettorie degli eventi quasi acquisendo una specie di “preveggenza”, che si tratti di un cross in una partita di calcio o la struttura esterna di un palazzo mai visitato. 

Si rifugia, di giorno, nelle pause dal bancone, in luoghi della città che non ha mai battuto. Il corpo del padre nel tempo viene esaminato da più esperti, quasi mai sicuri del cambiamento che di sicuro è (forse) in atto, fino a che la sua cartella clinica si fa un libro, un “libro del mistero”. 

Cosa è cambiato o sta ancora cambiando, nella vita di quest’uomo?  


Qualche volta torniamo felicemente a parlare di libri. Lo facciamo oggi con questo libricino di 140 pagine, edito da La nave di Teseo, arrivato secondo al prestigioso premio Strega. 

Una copertina semplice ma impattante, un titolo ricercatamente “criptico”, un ritmo narrativo concitato unito a una flagranza delle parole che ci prendono al bavero dalle prime righe, non ci mollano almeno per una cinquantina di pagine. Capitoli brevi e intensi. 

Una rigogliosa terminologia tecnica, ricercata quanto affascinante, vivida quanto “cruda”, “elegantemente splatter” quanto un’opera di Cronenberg. 

In poche pagine si corre visceralmente, kafkianamente, dall’anatomia di un agnello a quella di un uomo, tra viscere e inconscio, brandelli e scampoli di memoria. 

Violtolini ci apre a tratti anche alla “mistica dell’anima”, raccontandoci di legami ancestrali tra uomo e terra, lo spazio e il tempo. Poi senza pietà ci scaglia nel più crudo e disperato “nichilismo dei lumi”, nel “meccanicismo medico” più spietato, legato a ferree dinamiche di causa/effetto. 

A tratti, da fan del cinema, ci pare di percorrere i territori horror del Black Sheep di Jonathan King o del Lamb di Valdimar Johannsson. Nell’infinito e elegante balletto di macellazione dei primi capitoli sembra di stare a guardare Il gusto delle cose di Tran Anh Hung. 

Più passiamo il tempo su queste pagine, più acquisiamo una visione diversa del testo. Qualcosa che lo avvicina al pirandelliano L’uomo dal fiore in bocca

Il “padre” è quasi sempre un personaggio silenzioso, a tratti indecifrabile. Un uomo osservato e raccontato, con molto affetto ma anche quasi con timore, da un figlio che lo vede perennemente “grande”, “forte e invincibile”, “eroico anche nel dolore”. Quasi  fosse per il nostro narratore un modello tristemente irraggiungibile. 

Il padre forse potrebbe “salvarsi da solo”, e forse questa sua metamorfosi lo ha già reso qualcosa di ancora più grande e affascinante. Ma il figlio in caso contrario non sarebbe certo in grado di salvarlo, sembra dirci con dolore fra le righe. 

Allora, dopo un incipit fatto di sangue, interiora, fuoco e carne pulsante, in cui è il padre è solo lui il protagonista epico sulla scena, iniziamo a sentire tra le pagine il freddo, l’inadeguatezza del figlio. Il nuovo protagonista, anti-eroe controvoglia, della vicenda. Una piccola vicenda banale rispetto alla lotta/fusione del padre con l’agnello. Un eroe inadeguato davanti alla magia di un Minotauro. Un “narratore in disparte” che quasi non sa raccontarsi, dopo aver dimostrato benissimo di saper raccontare con gioia e tantissima attenzione suo padre . Sentiamo davvero nel figlio “l’inverno che avanza”. Lo svanire del mito dell’invincibilità paterna pesa più a lui che al genitore, che ormai viaggia in un altro livello di conoscenza del senso della vita. 

Il figlio si aggrappa alla debolissima speranza di sbagliarsi, non cadere nella depressione, provando a essere simile al padre. Ma non è facile. Nella disperata ricerca di un senso più profondo delle cose, solo immagini sfuggenti. 

Invernale si legge veloce. Le pagine sono scritte anche in grande, basta un pomeriggio. Poche pagine e che sanno però scavare dentro il lettore, anche a tratti facendolo incazzare, costringendolo a maneggiare uno dei sentimenti più difficili da apprezzare nella immedesimazione in un racconto: il senso di impotenza. 

La forma è colorata di epica, a tratti persino di horror, ma l’intreccio rimane fortemente innaffiato dalla tragica e brutale realtà. Una realtà, titanica quanto avvilente, che viene condivisa ogni giorno dalle persone e i parenti che sono costrette dalla sorte a entrare e uscire da un ospedale, sentire medici, sperando come respirando. Ogni tanto “l’inverno” arriva prima per qualche persone e anche solo la possibilità di avvicinarsi a questa umana tragedia può a molti risultare insopportabile. 

Anche per questo il libro di Voltolini è duro, qualcuno di abbastanza superficiale direbbe “banalmente duro”. Se non fosse per la straordinaria forma con cui il nostro autore sa avvolgere ogni parola, donandole la possibilità di volare in aria, leggera come i sogni e l’epica. Un’illusione di forma, come un ricchissimo affresco gotico nascosto in un monolocale in periferia. Un’illusione  amara, qualche volte dolce, ma che per me è comunque interessante leggere. 

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venerdì 30 agosto 2024

La bicicletta di Bartali: la nostra recensione del film di animazione di Enrico Paolantonio, nato da un’idea di Israel Cesare Moscati, su come lo sport sia “l’arma migliore” per superare le differenze culturali, porre fine alle guerre e cambiare la storia

Secondo il libro del Talmud: Chi salva una vita, salva il mondo intero. 

Se è possibile cambiare la vita di qualcuno anche con piccolo gesti, a volte può essere facile diventare eroi. 

Certo, serve la volontà di impegnarsi in imprese che possono essere pericolose. Serve essere consapevoli che non si avranno medaglie, se non dopo molti anni. Occorre avere come unico fine l’aiutare gli altri a cambiare in positivo il mondo e nel rispetto di tutti. È complicato. 

Ma con la loro volontà e le loro azioni, grandi o piccole, anche gli eroi più osteggiati e isolati possono dare inizio a piccole e grandi rivoluzioni, diventare “esempio”.  Se è vero che “le persone non sono cattive per indole”, ma semplicemente quando hanno paura tendono a chiudersi in se stesse, un esempio di coraggio può “risvegliare le coscienze”.

Gino Bartali (con la voce di Tullio Solenghi), uno dei più grandi e riconosciuti “eroi dello sport, non è stato “solo” uno dei più straordinari ciclisti di sempre, ma anche, in assoluto segreto, un “eroe della Storia”: un uomo che con il suo coraggio ha salvato la vita a centinaia di ebrei. Lo ha fatto con lo stesso impegno con cui si sfidava con Coppi. Lo ha fatto con la sua bici a tre rapporti, facendo più volte la staffetta da Firenze ad Assisi, superando i posti di blocco con la più semplice delle motivazioni: “mi sto allenando per le mie gare, sono Gino Bartali, mi conoscete tutti”. 

Lo fermavano comunque, lo perquisivano, non gli trovavano nulla e non riuscivano a capire cosa stesse facendo di sospetto; anche se in effetti “era sospetto”. Ci doveva essere un trucco, che ben nascosto di fatto c’era. 

Era all’interno della bici che Gino trasportava dei documenti da falsificare, per permettere alle famiglie ebree di uscire dall’Italia e salvarsi presentando carte di identità con nomi diversi. I documenti erano arrotolati nella canna del veicolo, simili a piccoli salami, legati insieme a un sistema di ganci a uncino ideato da Alberto (Richard Benitez), un piccolo meccanico delle bici. Un trucco piccolo, semplice quanto efficace. Quasi invisibile, ma che senza il coraggio di Bartali di fare avanti e indietro, rischiando che lo scoprissero, non avrebbe funzionato.

La guerra era finita, la bici fu regalata dal campione al piccolo meccanico, che anni dopo è diventato “nonno Alberto” (Augusto di Bono) e oggi vive in Medio Oriente, a Gerusalemme, non troppo distante dalla striscia di Gaza. 

La tre rapporti di Bartali rispetto alle biciclette moderne è con il tempo diventata uno strumento estremamente “pesante”, non adatto a competere. Ma rimane ancora fieramente appesa sulla rastrelliera più bella di Alberto, come un cimelio inestimabile, lucidata e riverita ogni giorno, al centro del suo negozio di bici a gestione familiare. Un negozio che ora sta per “sfornare” un nuovo piccolo campione delle due ruote: il suo giovane nipote biondo David (voce di Sebastiano Tamburrini). 

David, membro di spicco della squadra israeliano palestinese, è impegnato anima e corpo nel torneo Juniores. È quasi ossessionato dal riuscire a migliorarsi in un tortuoso quanto complesso percorso di montagna, al punto da svegliarsi sempre all’alba per inforcare la bici e affrontarlo. 

Il ragazzo è teso per la necessità di stare concentrato sul percorso per tutto il giorno, mangia poco e rincasa tardi. Si addormenta in pochi secondi, senza nemmeno avere la forza di ascoltare le bellissime storie della piccola sorellina Sarah (Bianca Donati). Per Sarah, David è già a tutti gli effetti un eroe: con carta e pastelli ama ritrarlo mentre in bici combatte contro la strada di montagna, che si trasforma progressivamente in un terribile serpente. Come un supereroe, David riesce sempre a sconfiggerlo. 

Un giorno, nella sua lotta mattutina contro il grande serpente, David incontra Ibrahim (Jacopo Cioni): un ciclista come lui, dai capelli scuri, che corre per la squadra araba. Ibrahim è veloce e forte quanto David, al punto che i loro scontri quotidiani, tesi quanto carichi di sforzo agonistico, aiutano entrambi a diventare ciclisti più competitivi e resistenti.

Sono “rivali”, ma le rispettive squadre e famiglie li vorrebbero “nemici”. Figli di culture che non dovrebbero nemmeno comunicare tra loro. Non viene accettato di buon grado soprattutto il fatto che i due inizino ad avere un forte rispetto e stima reciproca, quasi un'amicizia. Piuttosto che fargli fare “comunella”, la squadra di Ibrahim gli toglie la bici. La squadra di David, parallelamente, lo butta fuori dalla rosa impedendogli di concorrere. 

Allora David e Ibrahim, il cui impegno ha contagiato entrambe le famiglie, decidono di correre insieme. Come terzo necessario componente della squadra Ibrahim riesce a ottenere che suo cugino, che vive nella striscia di Gaza, possa avere un permesso speciale per correre con loro, solo quel giorno. 

La situazione si fa ancora più difficile. 

La montagna-serpente sulla quale ogni giorno i due si allenano viene coperta di cocci e ostacoli per farli cadere dai rispettivi ex compagni. Arriva la gara e con lei i sassi, scagliati su di loro dal pubblico. Una bici della squadra si rompe, tutto appare finito.

Ma nonno Alberto ha con sè una bici tre rapporti che anni prima aveva cambiato la sua vita è quella di molte famiglie. La bicicletta di Bartali torna così a fare la Storia.


La bicicletta di Bartali è un film di animazione che nasce da un’idea del regista Israel Cesare Moscati, purtroppo scomparso nel 2019. Moscati era un esperto documentarista, che aveva dedicato gran parte della sua vita alle storie dall’Estremo Oriente e sopratutto del periodo della Shoah: alla ricerca di racconti di vita vissuta “di frontiera”, ma anche di possibili vie d’uscita da una realtà, quella del conflitto israeliano-palestinese, che negli anni è diventata sempre più complessa quanto tragica. 

Come ne I Bambini di Gaza, il romanzo di Nicoletta Bortolotti da cui è stato tratto di recente l’ottimo film di Loris Lai, anche per La Bicicletta di Bartali il futuro della martoriata terra di confine passa attraverso lo sguardo di nuove generazioni, a cui viene permesso di guardare il mondo come bambini, anziché come piccoli soldati. Ne I bambini di Gaza un ragazzino arabo e uno israeliano si incontrano, scoprono l’amore comune per il mare e il surf, diventavano sulla stessa spiaggia, entrambi, allievi di un surfista americano. Ne La bicicletta di Bartali è ancora lo sport a unire le due culture: attraverso un linguaggio più semplice e più umano, impastato di “fatica”, sudore e rispetto reciproco. 

Un linguaggio che porta i due a guardare il mondo circostante con uno sguardo diverso: un unico circuito di gara sul quale correre insieme con la bici, in cui i confini geopolitici non hanno più lo stesso peso e dove anche i muri, compreso il terribile e sovrastante muro che divide Gerusalemme dalla Striscia di Gaza, non sono altro che un provvisorio brutto paesaggio costruito dall’uomo. Confini che possono dissolversi e essere “sconfitti” come la montagna-serpente, (seppur qui ancora e solo con la fantasia, una “dirompente fantasia”) se ad affrontarla sono due piccoli eroi che si tendono la mano e non credono più nella necessità di quei muri. 

Due eroi armati di una bici-Excalibur, la cui storia/leggenda diventa sempre più grande e coinvolgente: laddove questo “oggetto magico”, con la sua livrea ben conservata, ci racconta che le guerre, anche le più terribili, possono finire.   


Sulla base del bellissimo soggetto (e prima bozza di sceneggiatura) di Moscati, Rai Kids raduna alcuni dei suoi attuali nomi di spicco nell’animazione. Il regista Enrico Paolantonio, il chara design Corrado Mastantuono, lo sceneggiatore Marco Beretta, il background design Andrea Pucci li abbiamo infatti già conosciti e apprezzati come  autori della serie tv dedicata al fumetto Bonelli Dragonero

La realizzazione delle animazioni, che mescolano lo stile classico a quello tridimensionale, adatte a rappresentare bene le gare di bici quanto momenti onirici decisamente riusciti, sono opera in partnership dell’italiana Lynx Multimedia Factory, del gruppo indiano Toonz e dello studio irlandese Telegael.

Le musiche, evocative nella loro scelta di mixare elettrico e sinfonico, sono opera di Marcello De Toffolo. La bella canzone dei titoli di coda è firmata da Noa e Gil Dor. 

Davvero molto convincente tutto il cast vocale. 

Semplice ma incisiva la storia, nel suo raccontarsi in modo chiaro e non stereotipato, pur considerando che il pubblico di riferimento sono i bambini più piccoli. Gradevoli e chiare le animazioni, molto brillanti e carichi di colore i disegni. 

La Bicicletta di Bartali è un film per ragazzi interessante e realizzato con molto cuore, che ha esordito da poco al Giffoni Film Festival e a cui auguriamo ancora un lungo periodo nelle sale, soprattutto in ottica didattica. 

È una pellicola intelligente, semplice ma incisiva, carica di spunti sulla attualità ma in grado di far leva anche sulla fantasia e su una non banale rappresentazione dello sport agonistico. Un film particolarmente adatto a essere visto dai bambini delle elementari come dai ragazzi delle medie, che a settembre ripartiranno con il loro ciclo di studi, mentre i ragazzi che vivono in Medio Oriente purtroppo si trovano ancora in una realtà da incubo, che nemmeno anni fa Moscati avrebbe mai voluto vedere. Una realtà dura quanto tragica che la scuola ha però il dovere di raccontare e studiare, anche con strumenti narrativi ideali come questa pellicola. 

La bicicletta di Bartali è un film che guarda con rispetto al passato e racconta con ottimismo e speranza. 

È uno di quei film di cui in questi tempi abbiamo maggiormente bisogno per immaginare il futuro. 

Talk0

lunedì 26 agosto 2024

Pericolosamente Vicini: la nostra recensione del documentario di Andreas Pichler sulla storia dell’ Orsa JJ4 e quanto è successo in Trentino al tempi della Pasqua del 2023. Evento speciale al cinema il 26, 27 e 28 agosto per I Wanted

 


La sfida massima dell’uomo: riportare in vita la natura, riparando ai “danni” da lui commessi con l’inquinamento e l’urbanizzazione. 

È con questo intento, con il supporto delle migliori tecnologie e specialisti, che si è cercato, in buonissima fede, di offrire una seconda occasione a una specie biologicamente estinta: l’orso selvatico.

25 anni fa tra i boschi del Trentino furono reintrodotti 10 esemplari. 

Orsetti piccoli e bellissimi portati da molto lontano che sono usciti dalle auto-blindate utilizzando piccoli scivoli rossi, come i bambini di un parco giochi. Teneri e tutti da coccolare. Telecamere termiche, strumenti di geolocalizzazione, tracciamento tramite archivio dna, un corpo forestale ad hoc, veterinari e studiosi preposti. Con all’occorrenza calmanti, unità di soccorso, gabbie/trappola contenitive per i più “vispi”. Venti persone per seguire dieci orsi. 

Tutto il necessario, anche se forse fin dall’origine non si è pensato o è mancato un modo idoneo, a livello “didattico”, per “insegnare a uomini e orsi” degli strumenti idonei a una pacifica convivenza. 

Certo l’uomo può essere un cattivo “studente”, ma l’orso selvatico è raccontato dagli stessi tecnici (quei venti di cui sopra, che parlano attivamente nel documentario) come una creatura senza limiti, né geografici né politici. Una creatura “ancestrale”, “troppo libera” forse, per confrontarsi quotidianamente con uomini abituati “per natura opposta” a erigere da sempre barriere, muri, recinti. 

Gli orsi in Trentino si sono trovati così bene da diventare in poco tempo un centinaio, con le risorse umane e tecniche per il loro controllo che hanno iniziato a scarseggiare. In Trentino poi si vive a stretto contatto con la montagna, per l’economia come per il turismo: con la conseguenza che orsi e uomini si sono trovati davvero troppo vicini tra loro. 

Vicini nei pic-pic tra i boschi e nelle camminate all’aria aperta. Vicini sulle strade asfaltate, con il pericolo di incidenti gravi. Qualche volta l’orso arrivava vicino alle case più isolate, per una visita come Winnie The Pooh in cerca di miele. Qualche volta trovavi un orsetto che come Spiderman cercava di stare appeso ai cornicioni di una ringhiera. 

Tutte cose documentate da centinaia di video buffi, qui presenti, che hanno riempito la rete e che fino a che gli orsi erano in 10 esemplari e poco più venivano tollerate. Scenette accolte anche con ilarità, ma che moltiplicate con 100 e più esemplari “con cui non si sapeva dialogare”, diventavano un guaio. 

I locali non ne potevano più degli orsi, che fossero maschi o femmine. Gli orsi maschi erano esploratori, andavano ovunque e qualche volta prendevano animali da allevamento come snack, facendosi largo tra i pollai e le stalle in alta quota. Diventava troppo spesso con loro un affare di “sopravvivenza economica del fatturato”. Una storiaccia da recinti elettrificati o fucili spianati, magari senza cercare la “conciliazione amichevole” con i forestali”. Anzi, quando si chiedeva l’intervento dei forestali si cercava in loro per lo più una specie di “periti dell’assicurazione”, in grado di risarcire presto del maltolto. 

Con le orse femmina  forse era peggio.

Le orse femmina dovevano badare alla salute della prole, essere territoriali e nel caso attaccare qualsiasi minaccia si presentasse a loro in modo troppo silenzioso e veloce. Potevano essere una minaccia, per una mamma orsa particolarmente apprensiva, anche inconsapevoli Runner con la cuffia nelle orecchie e scarpe da ginnastica ultrasilenziose, che senza saperlo varcavano il loro “recinto immaginario”. 

C’erano stati in passato degli incontri ravvicinati pericolosi, nella Pasqua del 2023 Andrea Papi di 26 anni, runner, fu trovato senza vita in zona Val di Sole, dilaniato da un’orsa che all’esame dna rispondeva al nome di JJ4. Un’orsa anziana, una di quei primi dieci orsacchiotti portati in Trentino. Da sempre “timidissima”, ma che in passato si era già avvicinata troppo all’uomo. 

Fu il caos. 

La popolazione non ne poteva più, invocava di riportare gli orsi lontani dal Trentino, reclamava la responsabilità dei “custodi degli orsi”, nuove regole. C’è chi tra i ranger aveva seguito alcune orse dalla nascita alla morte, come capitato per l’orsa Dalida, e non voleva il “linciaggio” anche di JJ4: la condanna standard all’abbattimento in quanto “animale pericoloso”. C’erano i movimenti animalisti, che anche con veemenza e toni forti hanno cercato di trovare una soluzione intermedia. 


Pichler, sulla base di un archivio video davvero straordinario, ricco di immagini spettacolari, cariche di empatia, dolcezza quando rabbia, dà voce a tutte le parti in scena in modo equidistante, pacato, nel rispetto di tutti i punti di vista. 

Colpisce il punto di vista quasi filosofico con cui i forestali vivono a contatto degli orsi. Affascinano i racconti dei “santuari naturalistici” gestiti all’estero da volontari, dove trovano ricovero animali pericolosi ed appartenenti del circo. 

Fa quasi male la constatazione della “impossibilità pratica” della convivenza tra uomini e orsi che qualcuno avanza sulla base di esperienze trentennali.

Ci sono documenti incredibili che danno speranza, come l’incontro ravvicinato di un bambino con un orso, che finisce senza danno alcuno perché il ragazzino segue le regole corrette di comportamento alla presenza di questi animali. Ci sono le strazianti immagini del corteo funebre di Papi, con le persone che si sentono quasi abbandonate al loro destino. Ci sono le “arringhe politiche” dei movimenti pro-orso e no-orso, a tratti purtroppo identiche per urla e mancanza di empatia nei confronti “dell’avversario umano”. 

Tutto cala in un unico caleidoscopio che non perde mai il Focus di descrivere la complessità di ogni elemento. 

Un film estremamente intelligente, crudo quanto bellissimo, imperdibile.

Un’altra Gemma di I Wonder.  

Talk0

martedì 20 agosto 2024

Deadpool & Wolverine: la nostra recensione del nuovo, esageratissimo, “sboccacciato”, nostalgico e divertente cinecomic Marvel Disney, con protagonisti Ryan Reynolds e Hugh Jackman, per la regia di Shawn “Una notte al museo” Levy.


Sinossi fatta male: Essere una persona migliore per la propria fidanzata Vanessa (Morena Baccarin). Fare qualcosa di grande, utile e senza fare casini, almeno per una volta. In sintesi: “diventare un Avenger”. 

È con questo proposito che Wade Wilson (Ryan Reynolds), alias il mercenario chiacchierone Deadpool, super killer con le pistole quanto all’arma bianca, mutante con fattore di guarigione e possessore di uno strumento per fare balzi dimensionali, si presenta nell’universo 616, alla porta di Happy (Jon Favreau), comandante in sostituzione momentanea del super gruppo. 

Nell’universo di origine di Deadpool le cose non sono andate benissimo con gli X-Men, troppe incomprensioni e giochi di potere, ma nel 616 può essere tutta un'altra vita: a partire da tutine da supereroe più “sgargianti” e “di classe”. 

Certo, il curriculum non aiuta. Wade ha un passato nelle forze speciali rimarchevole ma con svariate e brutte note disciplinari. Ha con spirito aziendalista fondato un  gruppo supereroistico tutto suo, X-Force, ma alla fine il team è rimasto sterminato male sul campo, per manifesta inadeguatezza, dopo la prima missione. Non ha mai giocato in serie A ed è sicuramente un casinista, anche se volenteroso. Forse.

Happy lo rincuora come farebbe con un giocatore di baseball: partire anche nel 616 dalle “serie minori”, aspettare qualche osservatore che ogni tanto verrà a dare un’occhiata, avere costanza. Magari la prima divisione dei supereroi non è così lontana e la pacca sulla spalla, con la quale lo accompagna all’uscita, è solo un arrivederci. 

Wade incassa. 

Passa un sacco di tempo.

Il mercenario Deadpool trova presto, insieme alla sua inseparabile spalla Peter (il sempre baffuto e simpaticissimo Rob Delanay), un lavoro nel suo mondo, come venditore di auto giapponesi familiari ultra-compatte. Un giorno come un altro spegne le candeline del suo ultimo compleanno. Insieme ai suoi 9 più cari amici, tra cui Vanessa, Colosso e la amorevolmente sboccata dirimpettaia Al (Leslie Uggames), esprime un desiderio: fare, ancora, quel “salto di carriera”. 

Un secondo dopo bussano alla porta uomini in divisa eccentrica, armati, che negano di essere spogliarellisti ingaggiati per la festa. La lotta è inevitabile quanto breve, Wade finisce contro un portale dimensionale apparso dal nulla, direttamente davanti a Mister Paradox (Matthew Macfadyen) , un dirigente di zona della fantomatica TVA: la “Time Variance Authority”.  Di che cavolo di realtà fanta/aziendale stiamo parlando? 

Ce lo specificherà presto Wade stesso, direttamente a noi spettatori, rompendo la fantomatica “quarta parete” tra film e platea, nel modo più ultra-nerd e super didascalico possibile. Ci dirà: “è come succede nella puntata 5 della prima stagione della serie tv Loki”. 

I TVA non sono lì per le cretinate che Wade ha combinato in passato col suo congegno incasina-tempo, lo vogliono invece ingaggiare per volare proprio nell’universo 616 a fare l’Avenger! Potrebbe diventare “il nuovo Gesù della Marvel”. È il destino a volerlo laggiù e ci sono dei video inequivocabili della TVA che ritraggono Deadpool a fianco di Thor che piange per lui, dopo una qualche azione eroica del futuro prossimo. 

Certo deve fare fagotto e partire subito, perché il suo universo sta collassando in modo lento e irreversibile, dopo che la creatura a cui più intimamente quella realtà era legata, la cosiddetta “ancora universale”, ha smesso di esistere. Recuperato Deadpool, è possibile per la TVA pure accelerare la distruzione di quell’universo morente, usando un congegno fantascientifico come il “Time Ripper”.  Smaltire presto un universo infruttuoso, comporta un significativo risparmio di costi burocratici per chi deve occuparsene e Paradox punta a vincere un bel bonus in busta paga, se l’operazione riesce.

Wade è allettato dal futuro da Avenger quanto dalla nuova tuta e possibili pistole dorate in abbinato, ma il fatto che la realtà da falcidiare sia la sua, compresi i suoi 9 unici amici, lo rende titubante. Come crede Impossible che sia morta per davvero “l’ancora universale” del suo mondo, che dai video della TVA scopre essere una persona che conoscere da sempre. Si parla del mutante noto come Wolverine (Hugh Jackman), il guerriero semi-immortale dalla pettinatura strana,  il potere della guarigione e lo scheletro in adamantio, l’unico, vero, grande mito di Wade, l’amico/fratello/amante da lui sempre bramato, il simbolo: “L’X-Man” per antonomasia.


Wade temporeggia, usa compulsivamente il congegno per i viaggi spazio/temporali e si trova in un attimo davanti alla bara di fango di Wolverine (esattamente dove lo avevamo lasciato dopo il film Logan - The Wolverine, di James Mangold, del 2017). “L’X-Man per antonomasia” è decisamene morto e i tizi della TVA lo tallonano stretto, armati pesantemente, perché smetta di intralciare i loro piani.

Wade prova in qualche modo a utilizzare il corpo marcito di Wolverine, cercando di “collaborare con lui”, sperando che magari “si ripigli” il fattore di guarigione. Lo usa come un pupazzo contro l’esercito della TVA che intanto crivella entrambi di colpi, lo abbraccia, lo coccola, lo sprona, arriva quasi “a smembrarlo” per utilizzare i suoi famosi artigli o le sue rotule come nunchaku. La tomba di Wolverine diventa sempre più un mattatoio carico di agenti TVA sbudellati nei modi più ridicoli e grotteschi, fino a che Wade decide di andare in un’altra realtà a trovare un nuovo Wolverine, magari uno non ancora marcio. Visita diversi mondi con tantissime citazioni dai fumetti originali, fino a che incontra un Wolverine, depressissimo ma ancora “integro”, forse “il peggiore Wolverine di sempre”, ma l’unico con il quale decide di presentarsi davanti a mister Paradox, per una resa dei conti. Ma Paradox è pronto a questa evenienza e spedisce Deadpool e Wolverine in una realtà alternativa dalla quale non è facile scappare. Un  specie di universo-discarica chiamato “Il Vuoto”, comandato dalla misteriosa super telepate Cassandra Nova (Emma Corrin), che in alcuni multiversi è la sorella malvagia del Professor Xavier, il fondatore stesso degli X-Men. A guardia dell’impero di Nova, in una “Cittadella ai confini del tempo” piena di mutanti che pare il mondo di Mad Max, c’è anche una creatura ancestrale simile a una nuvola minacciosa, di nome Alioth. Alioth può divorare ed estinguere per sempre chi finisce nelle sue fauci, esattamente come nella sopra ricordata puntata numero 5 della prima serie del telefilm Loki. 

Cercando di sopportarsi e collaborare, Deadpool e il Wolverine depresso dovranno farsi largo in questo strano mondo di frontiera, fino a trovare un modo di evadere e salvare l’universo di Wade. Ma non saranno soli. Paradox negli anni ha “inviato a forza” nel Vuoto centinaia di supereroi provenienti da altre dimensioni: qualcuno di molto forte può essere ancora sopravvissuto. E da quelle parti c’è pure un intero esercito costituto solo da Deadpool multidimensionali, tutti ficcati nel vuoto a forza perché sostanzialmente “ingestibili” in ogni realtà in cui sono comparsi. 

Riusciranno i nostri eroi a salvare tutti e far crescere tra loro un legame “molto Bromance”, di sincera “amicizia virile”, come nei classici Buddy Movie anni '80 stile Arma LetaleChi sono i supereroi misteriosi sopravvissi fino ad ora al vuoto? Qualcuno sarà per caso un possibile alleato del magico duo?


La trama, “metatestualmente”parlando: in un’opera qualsiasi che “riguarda Deadpool”, il lettore sa benissimo che il nostro protagonista non si limita a vivere le sue rocambolesche  avventure, ma spesso ama intrattenersi a “discuterne attivamente” con il pubblico. Deadpool non solo è sempre consapevole di essere all’interno del film, videogame o fumetto di cui è protagonista, ma è lui stesso “un fan”. Un fan che parla senza peli sulla lingua agli altri fan, dei film e fumetti che “gli piacciono” o “fanno cagare”, di come i produttori “hanno cannato” un casting, di come li gasi aspettare l’arrivo di una certa scena-clou o una certa frase: qualcosa come “vendicatori uniti”. Esattamente come farebbe un ragazzino di 12 anni “in fissa con i fumetti”, Deadpool salta, spara e sfodera pugnali contro eserciti di nemici da abbattere, costellando ogni narrazione di esagerazioni divertenti sul fatto di “essere fighi”, dando un peso specifico a peti e rutti assortiti, giocando con le parole zozze e tutto quell’immaginario dei “film proibititi per adulti”, un po’ come gli horror che lo Zio Tibia dava negli anni '80 in estate dopo i Festivalbar. 

Deadpool è al cento per cento pruriginoso come un dodicenne, al punto che quasi sentiamo che ha indosso i calzini odorosi mai cambiati in due settimane, sappiamo senza riscontri tecnici che adora la pizza come le tartarughe ninja (per il film hanno fatto non a caso una collaborazione con le pizze giganti da scaldare in forno), ci aspettiamo che inizi a ballare e saltare per la gioia. Noi adulti cinici “sappiamo” che non prenderà mai nulla sul serio “a quell’età”, salvo poi farci ricredere: perché ogni dodicenne che si rispetti, ha un mondo interiore molto più sfumato e malinconico di quanto l’apparenza inganni. Affronta sfide indicibili con il suo corpo e la sua testa. Vive le prime terribili “cotte” e “esami impossibili di matematica”. 

I film di Deadpool sanno sempre essere esagitati e folli, citazionisti dei fumetti in modo quasi enciclopedico, come compete esserlo ai “migliori nerd”, ma in fondo anche film di cuore, film in cui si riflette spesso sulla solitudine, sulla difficoltà di trovare un proprio posto nel mondo, sull’aver fatto la cosa giusta. Anche Ryan Reynolds per proprietà transitiva è un fan dei fumetti e del cinema, nello specifico un fan degli action hero, dei fumetti quanto di Jim Carrey, di cui con tanta buona volontà cerca di seguire le orme. Ma per essere “ancora più Deadpool” e “ancora più dodicenne”, si dice che Reynolds per il suo personaggio si sia ispirato al modo di parlare e di esprimersi di un ragazzino tanto malato quanto fan di Deadpool che ha seguito tutte le riprese del primo film dall’ospedale, con entusiasmo quanto il cinico e spiazzante senso critico del mercenario chiacchierone della Marvel. Reynolds, che come moltissimi di noi dentro si sente pure, ancora oggi, un dodicenne, vestito da Deadpool va ancora gratuitamente in ospedale, a trovare bambini malati. Per confortarli, ma anche per ritrovare lì “veri eroi”  a cui ispirarsi per il suo personaggio.  

Un po’ diverso è il percorso di Hugh Jackman, che invece di diventare sullo schermo il supereroe Wolverine ha sempre preferito recitare nei musical. Si può dire che sono stati i fan e i parenti, nella sua più totale incredulità iniziale, ad averlo accolto a braccia aperte, come uno dei più amati supereroi cinematografici di sempre. Una gratitudine che lui ha ripagato, con allenamenti estenuanti, che lo hanno portato ad avere un fisico scultoreo, nonché con una interpretazione sempre impeccabile, totalmente rispettosa delle mille sfumature, anche nobilmente “drammaturgiche”, dell’eroe cartaceo. 

Il satiro e il tragico, Deadpool e Wolverine, insieme, in un mondo post atomico costruito quasi esclusivamente sulla nostalgia delle vecchie storie a fumetti e vecchi film.

Guardarli sullo schermo, insieme è come guardare un fan che incontra il suo supereroe e non vede l’ora di parlare con lui, fargli mille domande, “combattere insieme”. Ed è esaltante. 

Poi “il gioco si estende”, perché tutta l’intera pellicola e di fatto un continuo incontro del Deadpool-fan con tantissimi eroi e “cattivi” dei film di supereroi dei passato, alcuni davvero amatissimi e noti, altri quasi misconosciuti ma presenti, sia pure come piccole mattonelle, nel “pantheon” di ogni fan dei film dei supereroi che si rispetti. Personaggi da idolatrare e sbeffeggiare secondo dopo secondo, in una continua girandola di battute sarcastiche, a volte cattivissime, proprio come amano i dodicenni. 

Il film è una continua giostra di rimandi e ha un cast davvero incredibile in grado di far sobbalzare sulla sedia, ogni tre minuti, ogni amante dei cinecomics. La trama è semplicissima e come ci viene detto più volte è ispirata all’episodio 5 della prima stagione di Loki, ma la fruizione del film è linearissima e non c’è alcun problema anche se non avete mai visto il suddetto episodio. Ma visto che Deadpool & Wolverine è anche un film metà-cinematografico, Deadpool ci tiene a ricordarci ogni minuto anche la curiosa passione dell’attore di Wolverine per i musical.


Così come il film ci tiene a raccontarci anche che la storia dietro a Deadpool & Wolverine è più che altro “una trollata”: qualcosa che sarcasticamente ha più a che fare con gli addetti ai lavori e la gestione delle licenze cinematografiche dei personaggi Marvel, piuttosto che parlarci della rilettura/riadattamento di una saga già nota ai lettori. In sostanza Disney ha negli anni raccolto la maggior parte delle licenze Marvel, sostanzialmente acquisendo 20th Century Fox, anche se permangono delle limitazioni all’utilizzo di alcuni personaggi come Hulk, legato a pellicole Universal, e al “mondo di Spider-Man”, legato a Sony. 

20th Century Fox è la compagnia che ha prodotto tutti i film degli X-Men e affini, come quello di Wolverine e Deadpool, oltre che i film sui Fantastici 4, Daredevil e The Punisher: un bagaglio di personaggi e film che però Marvel/Disney non ha ancora deciso di collocare all’interno del suo “Marvel Cinematic Universe”. 

Nonostante molti film e serie tv (il secondo film di Doctor Strange, VandaWision, Marvels, il terzo nuovo Spiderman) già “strizzino l’occhio” alla prospettiva che tale “innesto” sia già avvenuto, è recente la notizia di un nuovo film sui Fantastici 4 con un inedito Pedro Pascal. 

Il “Vuoto”, episodio 5, prima serie, del telefilm Loki, rappresenta “metaforicamente” benissimo il “luogo”, burocratico/produttivo/creativo, dove i Marvel Disney ora stanno tenendo le proprietà intellettuali acquisite ma non ancora sfruttate: un non-mondo che funziona alla luce di un “multiverso omnicomprensivo”, già ampiamente sdoganato, in ragione del quale ormai “tutto è possibile”, compreso il fatto che attori diversi impersonino lo stesso personaggio in un multiverso diverso. Deadpool tutte queste cose le sa, ha visto tutti i film e conosce i retroscena produttivi, ne parla apertamente per tutto il film con zero peli sulla lingua. 

Tutto questo porta a un gioco narrativo che, proprio per il continuo rimando a storie e film del passato, sa essere sfizioso in molti passaggi, senza dimenticare che la pellicola, come da tradizione di tutti i Deadpool cinematografici, è completamente imbottita di spettacolari scene d’azione. 

Deadpool & Wolverine è decisamente il territorio ideale per un regista capace e versatile come Shawn Levy. Un regista che ha già diretto Reynolds nel divertente e “complicato” Free Guy e nel nostalgico Adam Project, nonché diretto Hugh Jackman nel molto riuscito film per ragazzi Real Steel. Un regista che soprattutto ha dato vita a quella divertentissima serie meta/storica, comica ma anche action, che è Una notte al Museo. Dei film altrettanto densi di personaggi e azione, che riescono comunque ad apparire chiari e intellegibili nel loro svolgimento grazie a un'ottima gestione dell’azione e dei tempi comici. 

Tutto questo ci porta però a una domanda…

Abbiamo un “dodicenne interiore” abbastanza “fan” di tutto questo? 


Deadpool & Wolverine è una festa e una sfilata sgargiante per quanti sono cresciuti nel mito dei cinecomics. Una occasione per “contarsi” e “applaudire malinconicamente” al passato, non dissimile dagli Expendables di Stallone/Statham se vogliamo.

Il tutto imbottito di musica ultra pop, da Madonna a Britney Spears, passando per Miley Cyrus e tanti altri gruppi melodici che forse un “confondono”, considerando l’altissimo tasso di ultraviolenza della pellicola… ma visto che è Deadpool, è tutto ok. 

A tratti un film-contenitore più che un film-contenuto:  un gioiosissimo barattolo pieno di biglie, che risulteranno più colorate, lucenti e affascinanti soprattutto a chi saprà riconoscerle, e “riconoscersi”, pensando magari a quando le aveva viste da bambino.

Tenendo fermo un punto, ossia il fatto che il film può risultare molto divertente anche per “i non addetti ai lavori”, Deadpool & Wolverine è una pellicola profondamente dall’animo antologico, che a tratti può davvero apparire criptica. Non fosse per le mille “guide alla lettura” di cui in un lampo si è riempita tutta la rete, che permetteranno, a tutti coloro che volessero farlo, di orientarsi senza che io qui debba farvi alcuna anticipazione sulla trama. Magari qualche scena particolarmente evocativa porterà lo spettatore all’idea di leggere il bellissimo fumetto da cui “è tratta” e questo non può essere che un bene, per la cultura fumettistica in genere. 

Torniamo però al punto di partenza: Deadpool & Wolverine è un film per chi, parafrasando il Pascoli, ha un “fanciullino (dodicenne)” dentro di sè. È un film pieno di allusioni sessuali in modo compiaciutamente, infantilmente divertito (quindi a conti fatti comunque abbastanza innocuo). È un film ricchissimo di splatter e smembramenti continui degni del primo Peter Jackson. È un film che parla il linguaggio nerd quasi senza ritegno, quasi fosse una lingua in codice klingon. Si può essere affascinati o allontanati da tutto questo, specie se non ci si sente più abbastanza dodicenni in piena esplosione ormonale ed emotiva. Forse, se si è troppo adulti, la visione del film, comunque consigliata, può far riemergere qualche antico brufolo pre-adolescenziale.

A tratti le parolacce sono così creative ed eccessive che sembra di riascoltare i dialoghi italiani di inizio anni '80 di pellicole come Goonies di Donner (non a caso un tizio che ha diretto Superman, il cinecomics per eccellenza), così per un attimo si torna davvero dodicenni. 

Tutti gli attori sulla scena sembrano essersi divertiti un mondo da puri dodicenni, soprattutto  alcune “glorie del passato” che sono riuscite a tornare ancora in ottima forma nel loro costume di scena. Sorridenti e cool, come da “protocollo Deadpool”. 


I combattimenti, fiore all’occhiello a cui ci ha abituato la serie fin dal suo esordio, sono sempre originali quanto ricchi di stile e assurdità. Soprattutto non hanno subito alcun tipo delle temutissime “censure/ammorbidimenti” che si paventavano nel passaggio alla produzione Disney. Si passa da scontri mortali e dai vaghi risvolti etilici all’interno di micro auto giapponesi compatte, a lotte campali contro centinaia di Deadpool che risorgono in continuazione come zombie tra autobus e città devastate. Ci sono mostri giganti che evocativamente cancellano tutto come tornado e scene in cui Wolverine deve necessariamente girare “a torso nudo”, per le fan storiche. Di più, il film vuole ricreare alcuni “confronti storici” dei fumetti, ricreare sulla scena alcune copertine famose dei volumi, giocando anche sulle “variant” delle copertine originali. La villain, interpretata dalla brava Emma Corrin, è abbastanza funzionale alla trama ma nel divertimento generale non sfigura. 

La trama in sè, ispirata sempre e solo al summenzionato episodio di Loki, è più che altro una specie di “pista di biglie”, sulla quale far correre e scontare tra loro i personaggi-biglia, le loro battute e folli acrobazie di ogni genere.

Ci si diverte, scende una lacrimuccia, gran parte del pubblico in sala potrà sentirsi magari unito come un unico felice branco, chi ha dei dubbi può andare in rete e passa la paura e magari viene la voglia di leggere un fumetto che non si conosceva. 

Non c’è niente di meglio, specie in confronto ai film supereroistici dell’ultimo periodo: la pellicola è un puntuale omaggio alla mitologia di Wolverine come di Deadpool. Casinista, sanguigna, ma con un piccolo, significativo e ricercato, tratto malinconico.

In questa calda estate, se cercate un film divertente quanto supercitazionista, sapere quindi cosa fare. Tornare dodicenni non è mai una cosa troppo brutta, se è per un paio d’ore. 

Portate in sala fazzoletti per un paio di tattiche scene che vi anticipo saranno molto commoventi.

Non dimenticate la crema anti-brufoli.

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