sabato 14 febbraio 2026

Pillion - la nostra recensione del film “romantico e trasgressivo”, scritto e diretto dall’esordiente Harry Lighton, con protagonisti Alexander Skarsgard ed Harry Melling, tratto dal libro Box Hill di Adam Mars-Jones.

 


Ci troviamo nella cittadina di Bromley, in Inghilterra, a ridosso delle festività natalizie. Il timido, magrolino e riccioluto Colin (Harry Melling), insieme al suo quartetto vocale di tenori “fai da te”, porta nei bar e ristoranti di zona uno spettacolo di canzoncine su Santa Claus e intanto “sogna”: sogna in grande di trovare “lui”, la persona perfetta, il Vero grande amore. 

È dopo un paio di pinte in un pub fumoso che si materializza davanti a Colin, sdraiansodi sudato sul tavolo da biliardo, il possente motociclista Ray (Alexander Skarsgard). È biondo, muscoloso, altissimo. Aria malinconica e vestiti in solo cuoio. Gli occhi blu di Colin affogano dentro il mare azzurro degli occhi di Ray e ne vengono accolti, come un fiume che trova il mare. C’è un’intesa, forse tantissima intesa, seppur l’incontro rimane “muto”, inespresso. 

I giorni passano e Colin, a conferma di quel contatto visivo, ritrova Ray per le strade di Bromley, a spasso con il suo cane. Anche lui ha un cane: studia il percorso e gli orari di Ray, vince la timidezza, si avvicina. Poche parole in un pomeriggio assolato e Ray quasi senza mutare sguardo gli indica un vicolo. Colin lo precede, Ray lo segue. I due hanno il primo rapporto dietro un cassonetto: un po’ doloroso, all’apparenza forse impersonale, un po’ meccanico, ma molto “concordato a livello contrattuale”. 

Perché, in quelle sue battute prima di ritrovarsi nel vicolo, Ray ha chiesto a Colin, come unica grande clausola di una possibile frequentazione, un rapporto di adorazione e sottomissione totale nei suoi confronti. Un rapporto padrone/schiavo standard. 

Colin ha accettato sorridendo, come fosse la firma del corriere di Amazon per ricevere subito il suo regalo di natale. 

Mamma Peggy (Lesley Sharp) e papà Pete (Douglas Hodge) hanno subito visto Colin felice come non mai, anche se questo “Ray” appare decisamente misterioso, sfuggente. Dopo un paio di giorni porta via Colin dalla casa di mamma come una “pizza ad asporto”, impacchettandolo con una borsa sulla sua moto, per farlo vivere da lui. Regole sempre chiare: dormirà da bravo “adoratore di Ray” rigorosamente sul suo tappeto, si prenderà meticolosamente cura di tutte le incombenze domestiche, del cane, del prato, della spesa e manutenzione generale, come da promemoria rilasciato su un foglietto di carta ogni mattina sul tavolo da cucina. 

Non il top del comfort, ma Colin è sempre più innamorato, i “contatti occasionali” seppur rudi persistono, la condizione di “schiavo” è vista da lui quasi come una occasione di auto-miglioramento personale. 

Ray sa poi essere a modo suo “romantico”: quando lo lega con le corde o lo coinvolge in giochi sadomaso dove regna la pulizia e il rigore di una sala operatoria.  

Ray sa poi essere a suo modo “generoso”: quando invita/trascina Colin a far parte del suo gruppo di biker ribelli vestiti di sola pelle, sebbene a “livello aziendale” Colin si collochi nella “sotto-sezione” degli “schiavi-biker”: ragazzetti spesso mezzi nudi e con strane maschere di animali da indossare sulla faccia, che vengono usati dal gruppo come “passatempo erotico comune”, qualche volta intercambiabile, nel mezzo di selvaggi rave-vacanza nei boschi. 

Purtroppo, un brutto giorno, anche per Colin l’amore incondizionato inizia a non bastare. 

Colpa delle insistenze di mamma, che dopo essersi ritrovata il figlio ricciolo rasato a zero prova più volte a capire, senza riuscirci, che che intenzioni reali abbia e che lavoro effettivamente svolga il Biker Ray. 

Colpa di un Ray che comunicativamente non riesce ad andare oltre al “ruolo di padrone”, attraverso l’enunciazione di “comandi perentori”. Un Ray che “finite le pratiche fisiche” quotidianamente si spegne e vuole leggere un libro in solitudine, nella penombra. 

Arriva la crisi e la coppia decide per un cambiamento: inserire nella settimana un “giorno di pausa”. Un giorno in cui i due usciranno dal “ruolo” di dominatore e dominato per comportarsi in modo “spontaneo”, in cui un Ray improvvisamente sorridente e carino senza i vestiti in pelle di ordinanza si dedicherà ad ascoltare e fare tutto ciò che Colin vorrà. Perfino cantare al karaoke con lui, se vuole. 

Cadute le maschere e i ruoli, tutto appare decisamente, completamente troppo diverso. 

La coppia sopravvivrà?

Sarà vero amore?


Il regista debuttante Harry Lighton si affida ad un “divertente e scorrettissimo” libro di Adam Mars-Jones, per portare in scena una love story non convenzionale, godibile quanto al contempo molto tenera, piena di sfaccettature interessanti. 

Si “gioca” con ironia e intelligenza con il fetish, il role-play e il gender, ma sempre tenendo il focus del racconto sui due protagonisti: sulle loro fragilità emotive e sul genuino affetto che cercano di celare sotto i più estremi rapporti sado-maso. Sotto il rumore di moto che corrono nella notte, borchie, maschera da cavallo e pantaloni attillati, pulsa sempre un sincero bisogno d’amore, anche se  spesso appare difficile da riconoscere e ricambiare. 

Ci troviamo così più dalle parti del film Secretary del 2002 di Steven Shainber, con James Spader e Maggie Gyllenhaal, che dentro le cinquanta sfumature della di E.L.James. I due attori sono bravissimi nell’immergersi in pieno in personaggi amabilmente complicati: trasgressivi ma al contempo tenero antieroi a cui presto ci si affeziona “bypassando” la bizzarria di un contesto generale “Strong” ma al contempo molto “auto-ironico”. La trama si scioglie veloce con dinamiche da “splice of life” inserite in una struttura narrativa mai banale, sempre ironica, affettuosa e con qualche elemento drammatico che rende il tutto più gustoso. Un piccolo film molto riuscito. Un ottimo biglietto da visita per un autore, Harry Lighton, davvero interessante.

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