giovedì 12 marzo 2026

L’isola dei ricordi (Amrum): la nostra recensione di una tenera e avventurosa “favola amara vera”, diretta da Fatih Akin.

Ci troviamo sulla costa tedesca del mare del nord, sulle isole Frisole Settentrionali. È il 1945 e un piccolo e biondissimo ragazzino di 12 anni, Nanning (Jasper Billerback), da alcuni mesi ha lasciato una pericolosa Amburgo per andare a vivere sull’assolata e isolata Amrum, dove da nove generazioni risiedono i parenti di mamma Hille (Laura Tonke) e vive la zia Ena (Lisa Hagmeister). Ha portato con sé il suo entusiasmo e la sua nutrita collezione di romanzi d’avventura, tra cui capeggia come un piccolo diamante splendente il Moby Dick di Melville: difficile da leggere, emozionante, invidiatissimo e contesissimo da tutti gli altri bambini.  

Nanning ad Amrum non si sente “il signorino”, come sussurra qualcuno. Si è abituato presto al dialetto locale, alla nuova scuola con i suoi “bulletti”, a lavorare ogni giorno nei campi della signora Tessa (Diane Kruger), insieme al suo vicino di casa Hermann (Kian Koppke), per avere in cambio il latte di mucca. Tuttavia, nonostante impegno e spirito di adattamento, la sua famiglia è guardata di sbieco: “perenni estranei”, persone “crudeli”. 

Perché davanti a casa zia Ena è solita issare con orgoglio una bandiera con una croce uncinata. Perché mamma Hille parla solo di politica infervorandosi con chiunque. Perché suo padre è sempre “altrove”: lavora come persona di spicco dell’attuale e sempre più controverso governo del paese. Il conflitto si è trascinato troppo a lungo e sull’isola si spera solo finisca tutto presto: magari “meglio” con una resa immediata. 

Le strade di Amrum si sono ormai riempite di carretti carichi di profughi, alcuni poco più che bambini, che ora si dedicano a furti e rapine per un tozzo di pane. Il cibo per la crisi e le sanzioni è diventato carissimo e ormai scarseggia. La poca farina bianca viene usata solo come unguento, per i feriti nell’ospedale locale. 

Nonostante tutto, il clima è mite, l’isola è piena di boschi, animali, abbracciata da un mare sempre caldo, calmo. Nanning riesce qui come può a essere felice.

Poi arriva la notizia della morte di Hitler. Avviene proprio nel momento in cui a mamma Hille si rompono le acque e sta per nascere una nuova sorellina. Con papà ancora lontano. Sempre lontano. Di colpo tutti gli abitanti della piccola isola di Amrum decidono di “passare ai fatti” e vendicarsi dei nazisti. Non conta se questi sono “rappresentati” per lo più da due donne e quattro bambini. I bravi cittadini di Amrum decidono così di negare il cibo e il minimo sostegno a Nanning, ai suoi fratellini, alla zia e alla sua mamma che dopo un parto doloroso sta molto male, non riesce più a camminare. 

Hille ha la febbre, ha perso peso, non riesce a mangiare nulla senza vomitare. Spera di poter ingerire almeno qualcosa di semplice e dolce: una fetta di pane bianco con burro e miele. 

Per rivedere la mamma in salute, sperando che “funzioni”, Nanning decide di impegnarsi per trovarle quel pane bianco. A costo di non tornare più a scuola prima di riuscirci. A costo di combattete con la “fame” che sta invadendo Amrum con il baratto o procacciarsi da solo il cibo, cacciando gli animali come un uomo delle caverne. Il fornaio non ha la preziosa farina bianca finita agli ospedali, che forse ha il medico, ma per cuocere il pane necessita anche di trovare uova e burro. 

Le uova di gallina sono poche: Nanning proverà a cercare nei boschi uova di un uccello diverso, magari di anatra o quaglia, a costo di prenderle direttamente da un nido arrampicandosi su un albero.

La signora Tessa ha ancora il latte e il burro ma non è più intenzionata a dare qualcosa ai nazisti: al punto da rifiutare che il ragazzino torni a lavorare per lei anche per il doppio delle ore. Dovrà trovarsi una soluzione diversa. Anche le api sembrano volare altrove è l’unico modo per ripopolare le arnie sembra utilizzare del rarissimo zucchero.

Zucchero che potrebbe avere lo zio di Nanning, che vive sull’altro lato dell’isola, in un’altra cittadina: accessibile solo con la bassa marea, dopo un lungo viaggio in bicicletta da intraprendere all’alba per non fare troppo tardi e magari annegare. Inoltre lo zio, per “aprirgli la porta”, pretende che il ragazzino indossi l’uniforme e si ricordi a memoria, recitandolo bene e convinto, il giuramento al partito. 

Nanning dovrà imparare ad “arrabattarsi e barattare” e forse alla fine di questa avventura, guardandosi allo specchio, si ritroverà con l’essere diventato “adulto” più di quanto la sua età richiederebbe. Forse anche più cattivo, senza averne davvero l’intenzione. Perché Nanning sperimenterà da vicino quanto la natura selvaggia di Amrum, ma pure quella umana, possano essere entrambe “matrigne”. Ai limiti del brutale. 


Il regista turco Fatih Akin, autore più volte premiato con l’Orso D’Oro di Berlino, la Palma D’Oro di Cannes e il Golden Globe, dirige e scrive insieme all’attore e regista Hark Bohm una pellicola piccola quarto profonda: basata sui ricordi di infanzia di Bohm stesso, vissuti ad Amrum sul finire della seconda guerra mondiale. Il film è stato girato tra il 2024 e il 2025, con le riprese che si sono svolte proprio su quell’isola delle Frisole della sua infanzia, su cui lo sceneggiatore è tornato per la prima volta solo oggi, dopo 80 anni dal suo “esilio forzato”, preservando uno sguardo che nella “sua scena” un piccolo cammeo, mantiene ancora incredibilmente vispo, fanciullesco e speranzoso. 

Uno stato di grazia perfetto per regalarci un “racconto di formazione” commovente e amarissimo, in alcuni momenti quasi dalle parti della “favola nera”, eroico e a suo modo “romantico”. 

Bohm ci ha lasciati nell’ottobre del 2025, a due settimane dall’uscita in Germania del film, portandoci una pellicola che guarda al passato restando però incredibilmente attuale: cambiano i tempi, ma anche solo andando sui social sembra ancora di trovarsi in un “luogo incattivito” in cui è diventato fin troppo “facile e immediato” giudicare e condannare chi è diverso, chi non la pensa allo stesso modo, chi ha la disgrazia di essere nato in un luogo lontano. Il 90enne Bohm, “tornando bambino” in questa storia, con un racconto lineare ma mai banale ci invita a tornare “innocenti, combattivi e bambini”, come lui ad Amrum, attraverso gli occhi tristi ma determinati del piccolo e già bravissimo Jasper Billerback. Occhi che si affacciano su un luogo da cartolina che diventa con la bella fotografia di Karl Walter Lindenlaub (Underworld, Le cronache di Narnia), giocata sui cromatismi vivaci e netti, quasi un romanzo illustrato per ragazzi. Un romanzo avventuroso, pieno di sfide e piccoli colpi di scena, ma con tanti momenti davvero inclusivi, come una scena “dell’alta marea” che ha il sapore amaro di alcune pagine del Pinocchio di Collodi. 


La colonna sonora di Hainbach contribuisce ad accrescere il senso di “stupore e sospensione”, propri della favola ma anche del “modo di sentire” di un un ragazzino, ma l’intreccio narrativo più volte ci riporta alla realtà, agli adulti, alla Storia: sa immergerci in una pagina del passato complessa. Una pagina in cui il carattere fin troppo “indurito dagli eventi” dei personaggi adulti emerge, “schiaccia i sogni”, svela l’ipocrisia di “sentirsi i buoni” anche quando si cade in una “vendetta morale” in cui si sceglie deliberatamente di fare violenza, su donne malate e bambini. Certo non tutti gli adulti sono crudeli e vendicativi. Fatih Akin ci dà la possibilità di guardare la storia anche dal loro punto di vista. Anche se è un punto di vista che si fa spesso  confuso, “rigido”, arrabbiato, a tratti folle. Fatih  Akin non fa troppo sconti emotivi e si affida a interpreti di calibro, che si dimostrano particolarmente bravi a far emergere sotto la superficie del caratteri davvero complessi, determinati quanto irrisolti. Caratteri tragicamente “credibili”. 

Tutti questi aspetti fanno di Amrum un film bellissimo quanto urgente: una favola moderna preziosa, da cui c’è molto da imparare. Per capire il modo giusto per guardare il mondo e riflettere su quanto anche “i buoni” possano essere spietati.

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