lunedì 22 dicembre 2025

Jujutsu Kaisen: Esecuzione - la nostra recensione del nuovo film compilativo tratto dall’anime realizzato da Studio MAPPA, tratto dal manga scritto e illustrato da Gege Akutami

Premessa: Jujutsu Kaisen è una serie manga di genere action, prima opera lunga di Gege Akutami, pubblicata in Giappone sulla rivista Shonen Jump dal marzo 2018 al Settembre 2024. Raccolta in 30 volumi complessivi, l’opera è arrivata in Italia nel periodo covid19 grazie a Planet Manga. La versione animata, realizzata dal prestigioso Studio MAPPA (Dorohedoro, Chainsaw Man, Attack on Titan stagione 4), è in corso di pubblicazione dal settembre 2020. La trasposizione in animazione per il momento consta di una prima e seconda stagione di 47 episodi complessivi, che coprono circa i primi 16 volumi del manga, a cui nel 2021 si è affiancato un film prequel, Jujutsu Kaisen 0, che integra la trama con gli eventi raccontati nel manga breve di Akutani Tokyo Metropolitan Curse Techincal School, serializzato su un volume unico.

La pellicola Jujutsu Kaisen: Esecuzione nella sua prima parte riassume, attraverso scene di montaggio della serie tv, l’arco narrativo relativo a L’incidente di Shibuya: un’unica lunga notte raccontata nel fumetto dal capitolo 83 al 136, eventi trasposti in animazione dall’episodio 30 al 47 (ultima parte della seconda seria). La seconda parte del film mostra invece in anteprima i primi due episodi della terza stagione dell’anime, che sarà trasmessa in streaming all’inizio del 2026, prendendo il titolo “Esecuzione” dal capitolo 140 del manga. 


Il “mondo” di Jujutsu Kaisen: in un Giappone distopico dei giorni nostri, nascosti alla luce del sole, gli stregoni combattono contro creature terribili generate dalla “negatività dell’anime umano”: le maledizioni. Queste creature, classificate secondo grado di pericolosità, nascono e  si aggirano tra i luoghi dove dolore e disperazione sono più forti: posti come cimiteri, ospedali, carceri minorili, scuole dove regna il bullismo, luoghi in cui c’è stata una strage. Ogni tanto le maledizioni assumono un aspetto comune, come quello di un passante o un animale, ogni tanto appaiono come demoni e spiritelli del folklore o Kaiju. Il loro numero e densità possono essere influenzati dalla storia del territorio quanto dal corso delle stagioni. Esistono “feticci” che permettono di stabilizzare la loro presenza in alcune aree o rilevare nuove minacce. Con alcune maledizioni ci si può “convivere”: sono come folletti che si limitano a posarsi sulla spalla di un malcapitato alimentando uno strano mal di schiena, ma quelle davvero pericolose ed evolute hanno iniziato a parlare, comunicare, pensare in modo articolato. Non si limitano a “nutrirsi”, desiderano comandare gli esseri umani. Alcune di loro sono antichissime, potenti e hanno trovato anche il mondo di “impossessarsi” degli esseri umani: servendosi di loro come burattini o gusci energetici. 

Sebbene qualche umano possa percepire la presenza delle maledizioni, le cosiddette “finestre”, sta agli stregoni combatterle. Gli stregoni come loro “nemico naturale” hanno appreso dei modi per convertire la loro negatività interiore “da esseri umani” trasformandola in energia: al posto di generale maledizioni, usano questa forza per creare armi e artefatti spiritici, evocare shikigami, perfezionare tecniche di lotta, erigere enormi barriere spirituali nelle quali combattere e al contempo proteggere la popolazione dagli effetti dello scontro. Esistono in Giappone tre grandi casati di stregoni, una scuola per stregoni a Tokyo e una Kyoto. Gli stregoni operano sotto copertura, autorizzati dal governo centrale, ma con il tempo si sono fatti largo anche degli “stregoni neri”, che sembrano riconoscere come autorità solo le maledizioni più antiche, al pari di vede e proprie divinità. 


La storia fino a qui: L’antico stregone Ryomen Sukuna, una delle creature più potenti e pericolose del passato, sta per tornare in vita. Quello che rimaneva finora di lui, le sue venti dita, alcune utilizzate come feticci per stabilizzare la presenza delle maledizioni sul territorio, hanno trovato accidentalmente un “recipiente idoneo” nel giovane e misterioso Yuji Itadori. Tra i due è nato forse un “patto”, ma il ragazzo sembra saper contenere l’incredibile potere di Sukuna senza rimanerne schiacciato. Lo scapestrato stregone di alto livello Satoru Gojo ha deciso di vegliare su di lui, inserendolo nella scuola di stregoni di Tokyo per formarlo come esorcista: se Itadori, debitamente preparato, riuscirà a ingerire tutte e venti le dita di Sukuna, sarà possibile con un rito liberarsi per sempre della sua minaccia. Ma stregoni neri e maledizioni antiche stanno tramando perché il piano fallisca, Itadori perda il controllo e il demone si impossessi così del suo corpo per una rinascita completa. Proprio per scongiurarne la rinascita, ai “piani alti” alcuni stregoni preferirebbero che Itadori venisse subito ucciso, alla stregua di una maledizione incontrollata, cercando più occasioni per attentare alla vita del ragazzo. 

Se alcuni vedono il ragazzo come una minaccia e altri come un semplice “recipiente”, Satoru Gojo, come insegnante, vede in Yūji un ragazzo dalle grandi capacità fisiche, spirituali ed emotive: un ragazzo che può diventare la persona giusta per il futuro degli stregoni, in un periodo in cui la corruzione di chi è al vertice sta diventando sempre più evidente. Allo stesso modo anche il silenzioso e “schematico” stregone Kento Nanami, una sorta di “detective dell’occulto”, si occupa di Yuji seguendone il tirocinio sul campo con attenzione ed entusiasmo, ma il destino del ragazzo è destinato a scontarsi fin troppo presto con l’essere “dal volto ricucito” Mahito e con il misterioso Suguru Geto. 

Nella lunga notte di Halloween Yuji si è trovato di colpo privato delle sue due guide, con l’enorme fardello di sentirsi responsabile di una delle più grandi stragi che Tokyo ha subito negli ultimi anni. In uno scontro brutale, contro maledizioni in grado di abbattere interi palazzi, che si è protratto per ore facendo centinaia di vittime tra i civili, il ragazzo e tutto il gruppo di studenti delle scuole di Tokyo e Kyoto hanno subito enormi perdite, rimandando per sempre segnati da quegli eventi. 

Affrontare il peso di quella tragedia è difficile soprattutto ora che è arrivato ufficialmente dalle tre case “l’ordine di esecuzione” di Yuji, in quanto considerato una maledizione fuori controllo. 

Riuscirà il ragazzo a sopravvivere e rialzarsi da questa terribile situazione ?


Avvertenze e Ambizioni di un film di compilazione: I film di compilazione esistono da sempre nel mondo degli anime giapponesi. Sono una specie di “Happening” in cui i fan si possono riunire per ripassare velocemente gli eventi di un cartone animato in vista di una nuova stagione o di un film vero e proprio che è in fase di produzione. 

Esistono però film di compilazione in grado di essere seguiti con facilità anche da spettatori che non conoscono l’opera, come il recente film di Solo Leveling, che faceva da “ponte” tra la prima e seconda stagione dell’opera, come esistono pellicole come questo Jujutsu Kaisen -Evocazione, che per il fatto di raccontare eventi molto più avanzati nella trama di riferimento possono risultare un po’ ostiche.   

L’arco narrativo raccontato in L’incidente di Shibuya, si pone a metà dell’opera generale e rappresenta proprio la “parte finale”, il climax, di una serie di eventi che si sono sviluppati fin dai primissimi episodi, che in questa sede vengono richiamati in modo molto stringato. Nella prima parte di questa pellicola, i 50 minuti di “riassunto” risultano davvero troppo stringati in considerazione della lunghezza e complessità dell’arco narrativo stesso: 53 capitoli del manga, che erano poi stati adattati in animazione in 17 episodi della durata complessiva di circa 340 minuti. In un quinto del tempo dobbiamo seguire sulla scena almeno 15 personaggi distinti, i cui ruoli, relazioni, tecniche di combattimento e storie personali a volte sono solo fugacemente accennati o non lo sono per niente. 

Riguardo invece la seconda parte della pellicola, il problema è diverso ma speculare: i primi due episodi in anteprima della stagione tre, pur non dovendo operare una sintesi, risultano ugualmente “troppo sospesi” ad eventi futuri solo accennati. Da questo connubio, Jujutsu Kaisen - Esecuzione esce come un’opera decisamente carica di mistero, forse troppo. 

Un mistero che assume invece tutt’altro “sapore” se si conoscono bene il manga e l’anime: permettendo ai “veri fan” di apprezzare l’originale “taglio narrativo” con cui MAPPA ha scelto di introdurci qui più che altro al “mood” della nuova stagione tv che partirà nel 2026. Una terza serie che in questa “fase di preview” decide di concentrasti sui toni drammatici, mettendo momentaneamente da parte le (pur riuscite) situazioni “più leggere”: dall’ironia dei dialoghi e delle scene comiche con personaggi disegnati in modo super deformed, ai personaggi “più buffi”, come Panda, che ora appaiono quasi di sfuggita. 

Grazie alle soluzioni di montaggio veniamo così, insieme al protagonista, calati in un “barato emotivo” profondo quanto affascinante: una “linea tragica” che, esplorando in modo non banale temi come il senso di colpa e il fallimento, sa amplificarsi bene proprio attraverso le ottime, spettacolari e concitate scene d’azione che lo Studio MAPPA  (Chainsaw Man, L’Attacco dei giganti stagione 4) è sempre più bravo a confezionare. 

La pellicola, pur non potendo contare di una produzione per il grande schermo come il recente film sempre di MAPPA dedicato a Chainsaw Man, rimane una autentica gioia per gli occhi di tutti coloro che vogliono essere trascinati in un mondo onirico quanto carico di scene d’azione spettacolari ed elaborate. 

Visivamente l’opera è sempre sontuosa, potente quanto carica di dettagli.  

Peccato che lo spettatore occasionale rischia seriamente di perdersi, tra i tanti personaggi, le varie sotto-trame di stampo “politico” e soprattutto tra i meandri di una “lore” fatta di tanti “meccanismi esoterici” affascinanti quanto a tratti ostici pure per gli appassionati. 

FinaleJujutsu Kaisen è un’opera bellissima, carica di stile e tematiche anche molto profonde: un’opera che si mette di prepotenza tra gli “shonen” più belli degli ultimi anni, citando a piene mani Naruto (il tema della maledizione), Hunter x Hunter (il sistema di combattimento degli stregoni che riprende il “Nen”) e Bleach (per umorismo e per l’articolata struttura politico / gerarchica), ma trovando sempre una propria voce originale grazie a ottimi personaggi, soluzioni narrative non banali e una Tokyo spettrale che sa farsi facilmente largo nell’immaginazione. Un’opera scene merita di essere esplorata al meglio “senza troppa fretta”. Questo film è più che altro da considerarsi un ottimo antipasto per chi è già fan. 

Talk0

mercoledì 17 dicembre 2025

Wicked 2: For good - la nostra recensione della seconda parte del film musicale diretto da Jon M.Chu, con protagoniste Cynthia Erivo e Ariana Grande.


Se con Wicked: prima parte non mi aspettavo nulla ed ero rimasta strabiliata dalla bellezza del film, “anche meglio del musical visto a teatro a Londra”, con Wicked: for good, cioè la seconda parte, ero turbata. 

Riusciranno a “rovinarmi” tutto quello che avevano fatto con la prima parte? 

Di solito tutti i musical, nella seconda parte, hanno un calo per poi riprendersi nel finale… ma andiamo a vedere meglio, senza fare spoiler!! 

Sono trascorsi cinque anni dagli eventi raccontarti nella prima pellicola. 

La cattiva strega dell’ovest era volata via con la sua scopa e la buona strega del nord era rimasta ad Oz per portare pace, amore e tranquillità nei suoi abitanti, con il tutto che ci viene presentato da un filmato fatto in stile Istituto Luce in bianco e nero. Poi tutto prende colore, partendo dalla costruzione della strada per arrivare ad Oz, con le sue mattonelle gialle, arrivando al rosa degli outfit della strega buona. 

Una Glinda combattuta, tra il rinnegare la sua amica Elphaba o darle una nuova possibilità per redimersi, che riceve in dono da Madame Morrible (Michelle Yeoh) una enorme bolla gigante. Una bolla per siglare il suo “nuovo status”, un mezzo di trasporto elite “perché lei vola e tu no”, ma forse più che altro un oggetto appariscente che sembra rinchiuderla in una effimera “bolla di sapone”. Il nobile Fiyero (Jonathan Bailey), sempre innamorato di Glinda, intanto si è innamorato sempre di più della sua nuova divisa da alto ufficiale dell’esercito di Oz: un perfetto e un po’ ottuso soldato di latta.  

Elphaba, ormai diventata per tutti controvoglia la “strega verde”, vive invece male tutto quello che prova a fare e le succede intorno. Vorrebbe smascherare quel gran cialtrone del mago di Oz, aiutare a costruire un mondo migliore e più equo, ma ogni azione finisce per ritorcersi contro. 

Arrivata a rifugiarsi nella foresta per sfuggire dalle scimmie volanti, qui ha trovato l’ambiente ideale per dare una casa agli animali magici scappati da Oz, ma quegli stessi animali ora prendono ordini da quel leone che lei aveva salvato quando era alla scuola di magia. Un leone più risentito che coraggioso. Come è risentita dei conformi di Elphaba persino la sua amata tata orso, che ora ha smesso di ascoltarla. Anche i pochi momenti in cui Glinda ed Elphaba si incontrano-scontrano, cercando di ricostruire il loro rapporto sempre sul filo di odio-amore, finiscono inevitabilmente per… ma niente spoiler! 

Nel frattempo Nessarose (Marissa Bode), la sorellina di Elphaba, ha preso il posto del padre, diventando la governatrice del paese dei Mastichini. A giorni alterni appare “mezza buona” o “mezza tiranna”, più che altro spinta dal timore di perdere per sempre il suo unico affetto: un Boq (Ethan Slater), che spesso viene trattato alla stregua di un pupazzo senza volontà, quasi uno… Ma niente spoiler!! 

Vabbè, ma come vado avanti, senza aggiungere qualche spoiler? Dicendo che a un certo punto, dietro consiglio di Glinda, gli avvenimenti che portano alla costruzione della situazione iniziale de Il mago di Oz  “accadono”. Con tutti i personaggi che “mutati nella forma”, ma non nella sostanza trovano “il loro posto” alla perfezione, accanto a Dorothy. Una  Dorothy misteriosa, che non vediamo mai in volto (scelta che condivido perfettamente perché porta rispetto al film del 1939), con al seguito il cagnolino Toto, un leone codardo (che però qui abbiamo già “conosciuto” in tutta la sua rabbia), un tagliaboschi di latta (spettacolare la sua prima apparizione) e infine uno spaventapasseri. L’uomo di latta sarà meno pacato e adorabile del personaggio con voce calma e cordiale che ricordiamo: più simile a un gran rompiscatole che odia profondamente la cattiva strega dell’Ovest. Lo spaventapasseri sarà invece particolarmente affascinante. 

Durante la storia ovviamente, “rivedremo” e scopriremo qualcosa di più anche sul passato ( e sul “futuro”) del mago di Oz.  


Bellissima seconda parte del musical Wicked, a cui sono state aggiunte un paio di canzoni bellissime ma che, a detta di chi scrive, magari si potevano ridurre… perché, da super amante dei musical, in questa seconda parte cantano veramente tanto… si muovono benissimo sulla scena tutti i protagonisti, ma ruba a tutti la scena la straordinaria Cynthia Erivo: splendida Elphaba che vive il tormento di essere buona, fare del bene per salvare animali, persone, cose e infine essere incolpata come causa di ogni loro male, finché non esplode nella canzone “No good deed”. Da vera nuova diva dei musical, ci regala qui una interpretazione da brivido, trasformando “No good deed” in un momento musicale che ci ricorda il brano “Gethsemane” del musical Jesus Christ Superstar: un'opera che ha interpretato la stessa Cynthia Erivo proprio in questa estate, nel ruolo di Giuda, in un’edizione speciale eccezionale del capolavoro di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice. 

Ma non meno sorprendente della Erivo è Ariana Grande, nei panni di un personaggio decisamente più complesso di quel che appare come fata in una bolla di sapone. Un personaggio in grado di tenere sulle proprie spalle l’intero film, diventandone il cuore pulsante, la parte più fragile e umana. Probabile la doppia candidatura e, perché no, la doppia vincita ai prossimi Oscar per entrambe le attrici. 

Film da gustare, magari anche se non si è vista ancora la prima parte, con durata più contenuta. 

Non saprei dire com’è la versione italiana perché ho preferito vedere l’originale, ma scommetto un ottimo lavoro come per la prima parte. Un ottimo regalo cinematografico in questo periodo di feste. 

Voto 4 su 5.

B.Gis

sabato 6 dicembre 2025

The smashing machine: la nostra recensione del film biografico/drammatico sulla star dell’MMA Mark Kerr, scritto e diretto da Benny Safdie, con protagonisti Dwayne Johnson ed Emily Blunt

 


Alla fine degli anni ‘90 il lottatore Mark Kerr (Dwayne Johnson) era per i suoi avversari sul ring una vera e propria “macchina di distruzione” (in inglese: smashing machine). Che si trattasse di wrestling, Vale Tudo o qualsiasi forma di arti marziali miste (MMA), i suoi incontri erano autentici concentrati di adrenalina racchiusi in pochi secondi. Il gong suonava e dopo i primi scambi di calci e pugni il rivale era travolto dai colpi, spinto a cadere.  Kerr che gli era sopra prima che toccasse terra, lo immobilizzava con le gambe. Seguiva una scarica di pugni veloci e letali come piccoli uragani, che si diradavano solo con la perdita dei sensi dell’avversario: KO tecnico. 

A ogni match il copione si ripeteva, fulmineo e drammatico, sempre più inebriante. 

Kerr raccontava ai giornalisti di come in quei momenti convulsi di lotta era investito da qualcosa di trascendente, “mistico ed eroico”, a tratti anche erotico. Una sensazione di onnipotenza, che allontanava ogni forma di compassione in ragione dell’estasi. 

A fine match qualcuno rimaneva “inevitabilmente a terra”, forse per sempre. A pezzi, tra ecchimosi e fratture varie, a volte in uno stato confusionale per i troppi colpi rivolti alla testa. Per un attimo osservare quelle poltiglie umane straziava il cuore, ma Kerr tornava subito imbattuto e felice, “ancora una volta in piedi”, acclamato. Pieno di medaglie, sulle copertine, e nei talk tv, con una nuova villa con piscina nel cuore della metropoli, una macchina di lusso, una donna bellissima e sempre sorridente che lo adorava sempre al suo fianco, Dawn (Emily Blunt). 

Rimanere sulla cima del mondo sembrava facile: doveva solo “tenere il ritmo”. Non abbassarsi mai a una forma fisica meno che perfetta. Curare spasmodicamente l’alimentazione con strani frullati iperproteici, costiere il corpo con ore di palestra e affinare lo stile con allenamenti costanti, in sempre nuovi stili di lotta. Se le forze lo abbandonavano, bisognava rialzarsi sempre, subito, anche dopo aver subito troppi colpi. 

Nei primi tempi gli antidolorifici diventavano per lui amici discreti: sotto prescrizione medica curavano giusto le botte e alleggerivano la testa dai pensieri, aumentando insieme velocità di ripresa e buon umore, fluidificando le relazioni pubbliche.  

Con il tempo, con prescrizioni mediche sempre più numerose e “dubbie” da fornire in farmacia, gli antidolorifici avevano finito per curare anche “tutto il resto”, facendosi percepire sempre più indispensabili e inefficaci. Per sopravvivere e tenere insieme quell’immagine eroica di se stesso, Kerr aveva finito per lasciarsi trascinare dai farmaci da un luogo all’altro come uno zombie, perennemente confuso, nei momenti più felici come nei più brutti, come trascinato dalla marea. 

Ma Dawn viveva forse nella stessa madre: era sempre con lui, ancora felice, forse più di prima. Mark sembrava ascoltarla più di quanto non avesse mai fatto, appariva gentile e soprattutto non le faceva pesare troppo il “suo” di vizio: l’alcol. 

Dawn, per sopravvivere alle sue insicurezze delle vita pubblica e di un uomo forse troppo orgoglioso, che ogni giorno veniva coperto da “lividi per lavoro”, aveva trovato nel bere una “compagnia liquida” ideale. Dawn sentiva quasi di potersi prendere cura del marito, di poterlo capire di più. 

In qualche modo la vita girava bene, almeno fino al grande torneo di arti marziali di Tokyo: il Pride Grand Prix del 1999. 


Un evento unico al mondo, la prima volta che combattenti occidentali si contendevano il titolo con i più grandi maestri di arti marziali miste asiatiche. Mark era chiamato a essere il pioniere di una nuova era della lotta professionista, per arrivare al meglio al suo incontro con la Storia era partito per l’Oriente in volo business class a fianco del suo amico e compagno di lotta di sempre: il silenzioso e premuroso, spesso “inascoltato”, Mark Coleman (Ryan Bader). Solo che a Tokyo con loro c’erano anche gli antidolorifici, con Mark che firmava contratti, alzando i pugni e stringendo mani in costante stato di ebbrezza: lo stato ideale per non comprendere a pieno la realtà e i suoi tranelli. 

Per quella che può essere intesa come una “incomprensione culturale”, nelle regole dello scontro venivano accolti dai giudici di gara anche dei colpi proibiti cui Mark era impreparato. 

Al primo match, lui andava a terra senza potersi rialzare, per la prima volta nella sua vita. Colpito da così tanti pugni alla testa che non si potevano contare: tanti quando quelli che di solito era abitualo a dare lui agli altri. 

Sconfitto, non solo sul ring: la questione degli antidolorifici veniva a galla, con l’obbligo morale/contrattuale di una riabilitazione di mesi, in un centro specializzato, per continuare a combattere e riprendersi parte dell’onore svanito. 

Dawn arrivava a Tokyo con un volo low cost per raccoglierlo da un letto di ospedale, preoccupata, incazzata e come sempre alticcia. Saettando parole di odio per Mark Coleman: che non aveva impedito che quella situazione accedesse, che non aveva evitato che Mark si riempisse di antidolorifici come sempre. 

Coleman, dopo essersi scusato, in punta di piedi sarebbe tornato l’anno successivo in Giappone, per vincere lui quel titolo mancato dall’amico. Mark sarebbe invece andato a disintossicarsi per tornare a tirare pugni come una macchina di distruzione “per bene”. Per tornare ancora a Tokyo appena possibile, dopo aver ripreso in mano la sua vita senza antidolorifici, affrontando dolori che da anni non provava più a sopportare.  

Sentandosi molto più debole e meno tollerante di quanto lo era mai stato.

Affrontando anche il dolore e le responsabilità di non esserne più “allineato” con Dawn, che intanto non aveva fatto i conti con il bere. Mark e Dawn erano in un rapporto di coppia sempre più difficile, che fino ad allora si era sostenuto e tollerato grazie al barcollare fiducioso in una “dipendenza reciproca”. Come sarebbe stato il futuro?


A24 e il regista e sceneggiatore Benny Safdie, regista dell’interessante film drammatico Good Time, del 2017, sulla base di alcune interviste e con la partecipazione del vero lottatore Mark Kerr adattano per il grande schermo uno dei momenti più difficili della sua vita reale da combattente: anche per offrire all’ex lottatore e ora attore  Dwayne “The Rock” Johnson la “parte della vita”. Forse la sua prima reale opportunità di entrare nella rosa dei migliori attori ai prossimi festival internazionali. 

Sembra chiara l’intenzione di seguire con quest’opera in solco di classici del cinema come Toro Scatenato di Scorsese, la saga di Rocky di Stallone, The Wrestler di Aronofsky, The Fighter di O’Russell, Hurricane di Jewison, ma si avverte anche la voglia di raccontare gli sport di lotta in una “chiave nuova”. 

Una chiave narrativa che la casa di produzione A24 ha scelto di raccontare a partire dal fenomenale The Iron Claw del 2023, scritto e diretto da Sean Durkin, con protagonisti degli ottimi Zack Efron, Jeremy Allen White e Dennis Dickinson, che prosegue proprio con The Smashing Machine: trasporre cinematograficamente  storie reali di combattenti di wrestling. Partire dalla radice “eroico/simbolica” di questi uomini, per molti considerati alla stregua di gladiatori moderni, per raccontarne dolori/fatiche che questi atleti hanno sperimentato oltre alle “contusioni” del ring. Portando con la stessa convinzione (e proporzione), sul palcoscenico, spettacolo muscolare e dramma umano.  

Se, oltre a magnifici combattimenti, in The Iron Claw andava in scena una storia familiare e sportiva con il “sapore e dolore” della tragedia greca, in The Smashing Machine ci troviamo davanti a un film di combattimenti ma anche intimo e drammatico. Un film “sul fallimento e sulla dipendenza” che entra spesso in felici assonanze con il pluripremiato Via da Las Vegas del 1995, di Mike Figgis con protagonista Nicolas Cage. 

Le similitudini partono dal piano visivo, dalla scelta di immagini “sgranate e  sfocate” dal direttore della fotografia Maceo Bishop, che seguono idealmente l’approccio “evocativo/simbolico” di Declan Quinn per Via da Las Vegas di Figgis. Sono immagini da “paesaggio impressionista”, ideali per raccontare una “storia sospesa”, più sul lato cromatico/emotivo che realistico. 

Quinn dipingeva una Las Vegas cromaticamente dai toni neri di “un’eterna notte senza uscita”, resa sopportabile da “fioche luci (di speranza) artificiali”: color oro acceso, “rilasciante” da non-luoghi come la stanza di albergo come dal colore del whisky e degli  altri liquori “co-protagonisti” sulla scena.  

Bishop in Smashing Machine dipinge invece cromaticamente una realtà duale tra Giappone e America. La città di Tokyo ha palette di giallo acido e ombre nette: è una Tokyo di fine anni ‘90 ma ancora con il sapore di quella degli anni ‘70, del Catch di Antonio Inoki (o dell’Uomo Tigre animato). È una Tokyo “severa e giudicante”. A contrario, abbiamo un’America patinata e pastellata dai colori accesi rossi e blu: “iconografica”, apparentemente “gentile” ma ugualmente “lontana”. Anche lei forse uscita da un’altra epoca: quella dei telefilm di primi anni ‘80. L’America del primo grande successo in tv del Wrestling e degli Action Movie muscolari, in un clima culturale di apice e crisi definito di “nuovo edonismo”. È una America “accondiscendente e plasticosa”, dal sapore precario quanto malinconico. 

Posto visivamente questo dualismo e questo approccio più emotivo che realistico al contesto, la “dipendenza” da antidolorifici del personaggio di Dwayne Johnson, come quella da alcol del personaggio di Nicolas Cage, si impone “di pari passo” sulla scena: prendendosi i primi piani, attenuando l’intreccio, i personaggi di contorno e tutto il resto. La performance del protagonista, il “soggetto che viene agito” dalla dipendenza che lo possiede, diventa così l’unico punto di riferimento chiaro. Anche se in questo caso il film non parla di una singola dipendenza, ma di due: con il personaggio di Emily Blunt che non si accontenta di certo del ruolo di contorno, volendo imporsi con pari forza sulla scena. Emily Blunt, da grandissima attrice, pur potendo contare di meno scene su schermo, riesce sempre a far emergere, con incredibile forza e trasporto la complessità e il tormento de suo  personaggio, fino a “sottrarre il riflettore” a Dwayne Johnson. 


Ed eccoci quindi a parlare di Dwayne Johnson. È il protagonista di un film che vuole un “One Man Show”, annebbia (quasi) tutto il resto e lo pone al centro dell’immagine, a nudo e per la maggior parte del tempo “non protetto” dalla classica armatura di muscoli, ironia e autoirona che di solito lo aiutano sullo schermo. Vulnerabile e senza filtri, potendo contare prevalentemente sul proprio dolore ed emotività, come lo era stato per Cage, che per Via da Las Vegas portò a casa un Oscar.

Johnson poteva capire i dolori fisici di una vita da lottatore professionista come Kerr, perché anche lui era stato a lungo lottatore di Wrestling, avendo vissuto lo stress degli incontri settimanali in giro per il mondo, gli infortuni, la necessità di un allenamento costante e le difficoltà di una vita sempre sotto i riflettori. Inoltre, seppure in termini e portata diverse da Mark Kerr, anche Dwayne Johnson sta forse vivendo, oggi, un periodo di crisi. Johnson si è rivelato un autentico re Mida di Hollywood fin dall’esordio, con La Mummia 2. È stato con successo protagonista di molte piccole pellicole muscolari, si è messo alla prova in ruoli anche ironici come Be Cool L’acchiappadenti, ha rivitalizzato le saghe di Fast & Furious e Jumanji ed è riuscito a trovare il “ruolo perfetto” in Pain & Gain di Michael Bay, Johnson. Sembrava “invincibile al botteghino” come lo era stato negli anni ‘80 Arnold Schwarzenegger, ma poi sono arrivati i primi insuccessi. Gli screzi con Vin Diesel (per qualcuno il “nuovo Sylvester Stallone”). Il più grosso e doloroso flop, con il colossal Black Adam che ha finito la corsa non raccogliendo che le briciole del suo costo di produzione. 

Johnson con Smashing Machine idealmente “si rialza”, ripartendo da zero e dalla lotta professionistica: un mondo che ben conosce, dal quale è stato “celebrato e inebriato” come era successo al vedo Mark Kerr. Le scene in cui dà il massimo sono ancora quelle di lotta e di “allenamento alla lotta” (ce ne è pure una con in sottofondo My Way di Sinatra), che affronta con tutta la grinta e spettacolarità che da sempre porta sullo schermo, ma è qualcosa di del tutto nuovo vederlo interagire con tanta spontaneità ed espressività al fianco di Emily Blunt, che è già stata al suo fianco sul set dell’ottimo action per famiglie Jungle Cruise di Jaume Collet-Serra (regista con cui The Rock subito dopo ha condiviso in flop di Black Adam). I due recitano insieme con una grande intesa e complicità, dando luogo a momenti davvero molto teneri (la sequenza al luna Park), quanto sorprendentemente è riuscitamene drammatici (il meraviglioso finale). Inoltre Johnson sceglie con grande attenzione di recitare di sottrazione, prediligendo i silenzi, lavorando molto sulla gestualità del corpo e facendosi aiutare dal montaggio e dalla colonna sonora della brava Nalo Sinephro. Sa di essere “ancora indietro” per essere considerato a tutti gli effetti un grande attore drammatico: punta ad apparire quanto meno “genuinamente reale”, raccontando una parabola umana che poteva essere benissimo anche la sua. Per “contenere come riesce” quell’enorme corpo muscoloso che incarna, spesso sceglie di presentarsi sulla scena “a terra senza forza”, “scarico”, emotivamente spento. Ha l’umiltà di indossare un trucco che ne modifica fortemente i connotati, risultando a un primo sguardo quasi irriconoscibile: di fatto è forse la prima volta che The Rock non appare a tutti gli effetti “uguale a se stesso.” Ma soprattutto Johnson ha la forza di guardare in faccia il mostro della “dipendenza”, che per lui forse è diventato con il tempo una “fame di fama” davvero importante e ingombrante. Un mostro che decide di affrontare sulla scena con tutte le difficoltà che questo comporta sul piano recitativo quanto umano. Anche a costo di “abbattere” quell’immagine da supereroe che da sempre pare indossare con la spontaneità di un pigiama. 

L’impegno c’è ed è evidente. La pellicola fa di tutto perché la performance emotiva migliore occupi il centro della scena ed Emily Blunt è una partner perfetta, sempre inappuntabile, la conferma di un enorme talento. 

Tuttavia The Smashing Machine, come ogni “titano” nei miti dell’antichità, non riesce del tutto nella sua impresa, seppur “combattendo come un leone” fino a i titoli di coda. 

Il film presenta alcune increspature estetiche che possono per qualcuno renderlo forse troppo “pomposo” (come il già citato montaggio stile Rocky con in sottofondo My Way di Sinatra, che per alcuni può sembrare “troppo”), la trama a tratti si sfilaccia rinunciando di raccontarci scene che potrebbero essere importanti (come il periodo di riabilitazione di Kerr), la lunghezza complessiva è forse troppo imponente, con momenti che rischiano di diventare ridondanti (tutta la sotto-trama su Mark Coleman). 

Tutte imperfezioni che forse non permettono a The Smashing Machine di entrare nella storia come Via da Las Vegas di Figgis o come Rocky, ma difetti che ci rendono comunque ancora più sincero, umano e “imperfetto” il The Rock cinematografico. The Smashing Machine è un film a cui ci si può affezionare e di sicuro è il felice risultato di un impegno encomiabile. 

Talk0