mercoledì 6 novembre 2019

Il Parassita - Parasite: la nostra recensione del nuovo capolavoro di Bong Joon Ho



I parassiti sono creature che si approfittano di un ambiente ricco di risorse, si nascondono nell'ombra ma sono facilmente identificabili dall'odore. Puzzano di strada, di sporco. Anche se fanno di tutto per mimetizzarsi con l'ambiente, magari nella vegetazione, la loro scoperta prima o poi diviene inevitabile e il ribrezzo da parte degli esseri umani, che guardano con disgusto la loro natura, porta inevitabilmente a schiacciarli con odio, a sopprimerli con i gas della disinfestazione. Nei sobborghi di una grande città una famiglia che vive di espedienti è così povera e piena di parassiti che quando la disinfestazione pubblica arriva nella loro zona aprono la loro finestra, situata a ridosso della strada, per far sì che i gas la inondino ripulendoli. Intossicarsi pur di ripulirsi è un po' il motto di questo strano gruppo di disperati, formato da una madre ex campionessa di lancio del martello, un padre ex autista, un figlio pluri-rifiutato all'Università e una figlia dall'incredibilmente prospero futuro da truffatrice. Un amico del ragazzo deve andare a vivere all'estero e lo invita a prendere il suo posto come insegnante di inglese di una ragazza di una ricca famiglia. Arrivato sul nuovo posto di lavoro, il ragazzo si rende conto della volubilità della padrona di casa, riesce in qualche modo a raggirarla e a far entrare nell'entourage di autisti, domestici e altre figure di sostegno della famiglia tutti i suoi parenti. Ovviamente tutti sotto falso nome, la famiglia, tra impegno effettivo e truffa manifesta, inizierà a vivere sulle spalle di questi ricchi. 


Parte come commedia degli equivoci, si trasforma in thriller, diventa quasi horror, si rivela una delle più vivide e lucide metafore sociali sulla disuguaglianza di status. Il mondo che viene dipinto è fatto a scale di reddito non accessibili se non tramite la raccomandazione e l'inganno, i poveri "puzzano", la natura sfoga la sua rabbia sui più deboli. Si potrebbe farci una risata sopra, ma non può che essere amarissima. Il nuovo film del talento coreano Bong Joon Ho, regista di vere perle sci-fi come The Host e Snowpiercer, torna a farci respirare le atmosfere urbane decadenti dei suoi primi lavori, nella specie penso a Memories of Murder, in questa satira carica di un humor nero sulfureo, spesso travolgente e qualche volta malinconico. La pellicola trasmette odori di abiti consunti dalla muffa, ci fa sentire la polvere tra le dita dei piedi scalzi, ci fa affondare nei liquami di un sistema fognario esploso, fa avvertire la fame e la gioia quasi magica di assaporare del bacon in realtà destinato a un cane. La povertà circonda l'animo e rende voraci, la povertà ha il volto di un'ombra che si muove nel buio con occhi accesi come un  gatto. Bong Joon Ho crea con il suo cinema degli spazi abitabili apparentemente solari per poi renderli angusti, sempre più stretti, febbricitanti di una umanità che arriva sempre più a invadere il paesaggio e installarsi come muffa in ogni dove. Così la finestra verso il mondo del povero appartamento della famiglia protagonista è innaffiata dal piscio di un ubriaco che l'ha scelta per latrina abituale. Le stanze della ampia villa nascondono stretti e sporchi cunicoli, delle mutandine prima raccolte come "prova" di un reato al senso comune divengono un trastullo erotico, un feticcio. In questo gioco olfattivo la puzza si fa respingente e a volte familiare, si nasconde (o si accetta di nascondere come segno di "comprensione") o si teme fino a che non non se ne può più, fino a che fa esplodere i sensi. È un cinema "materico" che avrebbe appassionato anche il primo Jean-Pierre Jeneut. Il "nostro" Ferreri, che sui sapori e odori ha impostato gran parte della sua arte, avrebbe amato questa pellicola probabilmente, ne avrebbe fatto una sua versione. Poteva in questa passata epoca immaginaria essere un ottimo film con Ugo Tognazzi e la Melato. Ma il sapore di questi temi è tuttora attuale e l'interpretazione degli attori non è meno affascinate. Grande come una montagna è come sempre Song Kang-Ho, attore prediletto dal regista (presente sia in Memories of Murder che in Host e Snowpiercer) ma conosciuto da noi anche per i lavori con Park Chan-wook (Mister Vendetta, Lady Vendetta) e di Kim Ji-woon (Il buono, il matto e il cattivo, L'impero delle ombre). Il suo padre di famiglia sa essere buffo, sa essere tragico, sa essere spietato e tutto nello stesso film, con una coerenza e umanità che rende unico il suo personaggio. Non è da meno Hyae Jin Chang (già protagonista dello struggente Poetry di Lee Chang-dong e diretta da Lee Dong-eun in Mothers), che da corpo ad una madre buffa quanto pericolosa come un Bud Spencer ed è tenero quanto maldestro il figlio, interpretato da Choi Woo-shik (Train to Busan). La palma di migliore però voglio darla alla meravigliosa Park So-dam, nel ruolo della figlia. Sua è la scena più struggente della pellicola, mentre cerca di contenere un'inondazione di melma che scaturisce dal water della casetta allagata sedendoci sopra, fumandosi una sigaretta con uno stile da Bogart. 
Credo di aver amato ed essermi gustato ognuno dei 131 minuti di questa pellicola, che insieme a Mademoiselle di Chan-wook Park è tra le poche e preziose finestre che la distribuzione italiana ci offre su un cinema coreano di eccellenza, che riesce a essere sempre altissimo, di riferimento. 
È davvero un peccato perderselo e pertanto vi invito a cercarlo nelle sale, scovarlo e godervelo. È un film che riesce a far ridere, piangere, inquietare e riflettere. Un'esperienza visiva e "sensoriale" unica.
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