mercoledì 18 luglio 2018

Giochi di potere (Backstabbing for Beginners): la nostra recensione del nuovo film di Per Fly con Ben Kingsley, Theo James ed una ancora affascinate Jacqueline Bisset



Iraq, dopoguerra. L'America e l'Occidente sono intenzionati ad aiutare la popolazione nella ricostruzione del paese pur di avere in cambio qualche goccia di petrolio e così nasce l'organizzazione internazionale "Oil for food". Un giovane burocrate americano inviato sul campo grazie a una forte raccomandazione e con le prospettive della più rosea delle carriere internazionali dovrà scontrarsi con il volto più oscuro e pericoloso delle associazioni umanitarie. 
"Lezione sul tradimento per principianti", "L'arte di pugnalare alle spalle, capitolo 1", "Imparare a mentire". A pensarci vengono in mente nomi più affascinanti per tradurre nel nostro idioma Backstabbing for Beginners di quel banale ed equivoco Giochi di potere scelto dal titolista "sig. Mario Rossi", che sembra magari un remake / revival del Jack Ryan di Ford. Ma gli intrighi di potere di fatto ci sono, e tanti, anche in questa pellicola di Per Fly sulla storiaccia (storiaccia vera, con relativi libri e processi veri riportati negli annali) vissuta da Michael Soussan (interpretato da quel simpatico "bietolone" di Theo James, da un paio di film pure attivo nella saga Underworld) ai tempi in cui lavorava per la Oil for Food sotto la direzione del misterioso Pasha (Ben Kingsley, immenso). Come Kingsley è perfetto nel ruolo del misterioso burattinaio, luciferino quanto inaspettatamente e provvidenzialmente umano, complicato e affascinante, Theo James ricopre al meglio il ruolo del funzionale, un po' assente, "volenteroso ma che non si impegna", ragazzotto pescato dal cilindro per essere di fatto il capro espiatorio degli intrighi di Pasha. Ricorda un po' il Tom Cruise de Il socio, per intenderci, è il "puro inconsapevole" con cui riusciamo bene ad empatizzare come spettatori e che proprio nel suo essere raccontato come "pesce fuor d'acqua" sa introdurci al meglio nella vicenda, invero nelle premesse complicate. Per questo Giochi di Potere funziona, diverte ed espone bene la Storia, che ogni tanto incede con sicurezza pure nell'action e nel drammatico, riuscendo al contempo a gestire i problemi politici e i sentimenti che muovono i personaggi. Per Fly, regista che si sta specializzando nella narrazione di storie legate al mondo della finanza (come la serie TV Follow the money) è una vera manna per chi cerca, soprattutto in questo momento storico, dei film che sanno essere leggeri quanto intelligenti, lo seguiremo con molta attenzione. Jacqueline Bisset ha un ruolo interessante, potente e carismatico, si muove con regalità sulla scena e dà all'intreccio un sapore quasi Shakespeariano, soprattutto nei duetti con Kingsley. Molto affascinante anche il personaggio di Belcim Bilgin, misterioso e sinistro il Rasnetsov di David Dencik. 
Pur lontano come impatto da film come Frantic e Un anno vissuto pericolosamente, Giochi di Potere a momenti ci porta in quelle atmosfere, risultando nell'insieme un compito ben fatto in grado di intrattenerci per una serata e di metterci in testa la voglia di informarci di più sulla vicenda storica sottesa.
In un periodo vacanziero in cui il massimo che il cinema può offrire nell'immediato è lo pseudo - remake di Trappola di Cristallo, con un palazzo tre volte più alto e con un eroico protagonista, The Rock, che deve scalarlo con una gamba di meno, fa piacere che si ritaglino una sala o due anche per questo Giochi di Potere. Cercatelo e dateci un occhio. 
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lunedì 16 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro - la nostra recensione



Un cardiologo dalle mani bellissime e con il barbone da Babbo Natale (Colin Farrell) fa un casino per colpa di due goccetti di troppo e sul suo tavolo operatorio muore il padre di un ragazzino strano (Barry Keoghan, già bambino strano in Dunkirk). Il bambino è strano forte e inizia a stalkerare duro il medico, che per senso di colpa se lo prende pure in simpatia all'inizio. Il bimbo strano gli propone continui incontri, la visione forzata di Ricomincio da capo integrale, la limonata della madre... fino a che lo invita proprio a fare sesso con la sua mamma depressa Alicia Silverstone... ma è davvero lei??? Ma dove era finita e soprattutto perché la sua tuta da Bat-Girl era l'unica senza capezzoli in Batman e Robin di Schumacher?? Torniamo in tema. Insomma, non è una frequentazione sana, che si sta allargando pure ai figli del medico e allarma presto anche la di lui moglie (Nicole Kidman), casalinga algida che ama pratiche sessuali eccentriche stile bambola di plastica... scusate sto di nuovo divagando... dicevo, moglie Nicole Kidman, con un paio di nudi integrali per rinverdire i bei tempi, che fa qui la casalinga algida che si vede spuntare dovunque come un fungo il brutto bimbo strano. Un fungo con la faccia inquietante. Il gioco è bello, ma il medico si rompe un po' i coglioni all'ennesima strana richiesta del ragazzo... che mi pare che fosse confutare, in una delle molte scene di tensione omoerotica della pellicola, se il dottore avesse sotto le ascelle tre volte il numero dei peli delle ascelle del ragazzo strano... Quindi Colin Farrell inizia a diradare gli incontri, "c'ho da fare", "ti chiamo io nel giorno del mai", "stasera niente Ricomincio da capo" ed ecco che il piccolo mostro gli spara addosso una maledizione Horror da paura, roba biblica stile Charlton Heston in cinemascope. Se il dottore non ucciderà uno dei membri della sua famiglia a scelta, moriranno tutti e tre tra atroci sofferenze. Prima non riusciranno più a camminare, poi smetteranno di mangiare, poi arriverà il sangue dagli occhi e infine inizieranno a cadere come mosche. Questa piaga egizia su scala ridotta attacca prima il figlio e poi la figlia, ovviamente non c'è cura scientifica che tenga, ovviamente il ragazzino sa qualcosa ma è così figlio di puttana da non aiutare. Il medico dovrà decidere e in fondo tutto succede perché non ha voluto fare sesso con Alicia Silverstone. 


Il regista Yorgos Lanthimos è greco come le olive nere e la tragedia greca, motivo per cui appena usciva questo film nelle sale tutti a dire: "Ma dai??!! Una tragedia greca con maledizioni e crisi familiari annesse, ambientata ai giorni nostri con Colin Farrell cardiologo??!!". Ed è più o meno così, pur riconoscendo al nostro regista il patentino di "matto" già dall'opera precedente, quel Lobster fanta-strano dove se non ti sposavi entro 45 anni diventavi un animale a tua scelta. Lobster era straniante, ma pure questo Cervo Sacro non scherza per niente. È tutto strano e tutto rarefatto, pare a tratti di trovarsi  in un incubo di David Linch post peperonata, il greco ha tutte le accortezze tecniche del Kubick di Shining, infonde il misticismo malato di Rosmary's Baby di Polanski, ha la classe di farvi venire un mal di mare emotivo lungo e spietato. Gli attori funzionano nel loro muoversi in contesti sottilmente sinistri, il meccanismo narrativo regala un paio di scene scioccanti e la colonna sonora farà di tutto, tutto ciò che è inumanamente possibile e inammissibile per inquietarvi, agitarvi, tritarvi i timpani e devastarvi le sinapsi. Tutto funziona e funziona bene. Se fosse stato un Horror Blum House il piccolo Keoghan ora avrebbe dei piani di sfruttamento degni de La notte del giudizio e la Neca sarebbe già al lavoro per una action figures da mettere accanto a Freddy Kruger. Ma non è così, purtroppo e per fortuna. E il film funziona, anche se sa rendersi in qualche frangente antipaticamente troppo più  bravo nello spaventarci di quello che ci aspetteremmo. Perché il greco vuole risucchiarci in un incubo in cui i personaggi si trascinano impotenti verso un epilogo già segnato, c'è solo punizione all'orizzonte e nessuna redenzione, con vittime sacrificali che non possono fare altro che sperare per se stesse, anche nei modi più subdoli. È uno di quegli "Horror senza uscita", che tanto piacciono nel panorama europeo ma che non tutti siamo forse disposti ad accettare, decidendo di cadere indifesi tra le braccia della paura. Io un giro in sala ve lo consiglio, ma può essere che ne uscirete incazzati neri e pronti a ribollire di rabbia per quanto il greco è riuscito a colpirvi senza pietà dove fa più male, nel subconscio. È un film che per me può potenzialmente dividere il pubblico. Ma io ho gradito. 
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sabato 14 luglio 2018

12 soldiers (12 strong): la nostra recensione del film in cui Thor interpretò il "suo" Rambo 3



Undici settembre 2001. Il mondo si ferma con le Torri Gemelle crollano su se stesse, colpite al ventre da due aerei di linea dirottati dai terroristi. Il capitano Mitch Nelson (Chris Hemsworth), stanco della licenza forzata che lo vuole attivo tra supermercati e pulitura delle grondaie domestiche, vorrebbe essere al fronte per dare una risposta immediata a ogni nemico dell'America, ma non per più di 21 giorni, che ha promesso ai suoi cari che quest'anno al pranzo di Natale ci sarebbe stato. Così smobilita mari e monti, si fa supportare dal suo commilitone Spencer (Michael Shannon) e insieme al simpatico latino Michael Pena, il "bro" Trevante Rhodes e altri companeros si fa trasportare in Afganistan a supporto di un generale dell'alleanza del nord (David Negahban) impegnato contro alcuni dei più spietati terroristi del mondo.  Il generale è male armato ma pieno di coraggio, il Plotone di 12 uomini con a capo Thor... cioè il capitano Mitch... potrà con i suoi strumenti di distruzione del terzo millennio puntare ogni bersaglio nemico e far partire dal cielo dei missili lanciati da enormi bombardieri che colpiscono chirurgicamente al millimetro. Un po' come il martello di Thor in fondo. Riuscirà il nostro eroe a compiere la sua missione e a trovare a Natale per la parata annuale? 
Tratto da una storia vera, prodotto da Jerry Bruckheimer e diretto da un regista con all'attivo solo un film, 12 soldiers è il war movie solido, un po' patinato ed esagerato e altamente spettacolare che ci si aspetterebbe fin dal trailer. I 12 super - soldati irrompono in Afganistan con più furia e potenza degli Avengers, con animo bonario e senso del dovere difendono i coraggiosi e male armati soldati locali, dissertano sul significato filosofico delle parole "soldato" e "guerriero", disintegrano ogni nemico è infine SPOILER tornano a casa senza un graffio o quasi FINE SPOILER


È un film d'azione, 12 soldiers, molto spettacolare nella messa in scena della famosa, folle e adrenalinica "corsa dei cavalli contro i carri armati" a cui è stato dedicato anche un monumento al World Trade Center. Le azioni di guerra sono ben descritte e ritmate, forse un po' esagerate, ma funzionano e divertono. Il resto è "retorico" o "patriottico" (a seconda di come la pensiate) quanto basta, con attori convincenti nel ruolo ma con una incredibile, straniante somiglianza con Rambo 3. Ed è pazzesco a pensarci, perché il film di Stallone precede tutti gli eventi descritti di almeno 13-14 anni. Le riflessioni sul guerriero in riposo forzato, l'amicizia virile tra combattenti d'onore, la forza delle armi più antiche, come cavalli e frecce, che sono in grado, se in mano a un vero eroe, di piegare ogni update tecnologico. Cambiano i nemici (quelli di Rambo 3 erano fittizi), manca la scena della "luce azzurra" (delle barrette luminose molto in voga negli anni '80) e il mitico "Buzkashi" (che ancora non mi capacito come non sia sport olimpico), ma c'è tutto il resto. Se gli eventi sono andati effettivamente come qui raccontato (alla sceneggiatura Peter Craig di Hunger Games, ma la storia è tratta dal libro "Horse soldiers" di Doug Stanton) la Storia con la "S" maiuscola ha ricreato Rambo 3 per almeno 70 minuti. Forse anche gli stessi soldati che sono partiti per questa missione, definita suicida e tenuta nascosta per molti anni, hanno visto Rambo 3. Sta di fatto che è riconosciuta come una delle missioni più importati per il conflitto in Afganistan, una missione atipica di cui è interessate vedere oggi una ricostruzione, che pur mutua molto alle regole dell'intrattenimento action. Da vedere come un action, consci del fatto che quando i soldati chiedono di "far venire la pioggia" dai bombardieri a qualcuno tornerà alla mente il primo Transformers di Bay. Io comunque l'ho trovato divertente, ma forse un regista più esperto nel descrivere gli "uomini in armi", con i loro pregi e difetti, (ho in mente l'Eastwood di American Sniper e la Bigelow di The Hurt Locker, per come inizialmente sembrava prendere le mosse questo film) poteva riuscire a trovare delle corde diverse per caratterizzare al meglio questi dodici eroi a cavallo ormai entrati nella storia.
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sabato 16 giugno 2018

John Wick 3: Parabellum - buone nuove sulla produzione di uno dei film del 2019 che già aspetto di più



 La serie sul Killer conosciuto come "l'uomo nero" e sul suo mondo killer-centrico, creata dai registi stunt-man Chad Stahelski e David Leitch, scritta da quel mattacchione "brianazzanellano" di  Derek Kolstad e impersonata da un granitico Keanu Reeves,  si è guadagnata a ragione negli anni lo status di cult. Se come intreccio le storie di John Wick sembrano poco più di un videogame (e pertanto funzionano come firma massima di cinema escapista da gustare senza troppi pensieri), il fascino di cui sono impastate non lascia indifferenti. Merito delle tante scene d'azione concitate e infinite, caratterizzate dallo sfoggio di curiose, complesse e innovative (ma quasi "credibili", per lo sforzo di esecuzione) arti-marziali "fusion", che dai pugni e calci si allargano all'uso di armi da fuoco e persino di armi-automobili. Merito di un encomiabile, potente e quasi invisibile (e per questo "più potente") World-building, fondato sulla descrizione di un affascinante, articolato e quasi "fantasy" mondo-nascosto,  in cui i killer, come i samurai giapponesi, vivono rispettando un codici d'onore e hanno accesso a luoghi, donne, armi e ricchezze inimmaginabili per l'uomo comune (al punto da essere considerati quasi una casta sociale superiore). Merito di un Keanu Reeves sofferente e convincente nel ruolo, tanto ginnico che drammatico, del killer stanco ma ancora letale, con gli occhi infiammati come un diavolo e il passo inesorabile di un terminator, costretto in ogni film a riprendere controvoglia una eterna vendetta contro il mondo. Merito degli avversari spietati e "facili da odiare" che gli si parano davanti, come Alfie Allen e Riccardo Scamarcio, perfetti per giustificare nello spettatore la quasi orgiastica attesa del loro inevitabile spappolamento. Merito delle femme fatale pericolose e irraggiungibili che abitano il sottobosco criminale, come la sinuosa e senza onore Adrianne Palicki, la cazzuta e algida killer non udente di Ruby Rose, una Claudia Gerini regina del crimine decaduta (mai tanto sexy). Merito di un cast stellare di supporto (usato con intelligenza come nella saga di Underworld) che ha nel tempo annoverato attori di prima grandezza come John Leguizamo, Willem Dafoe, Michael Nyqvist, Ian McShane, Laurence Fishburne. Merito di una ambientazione suggestiva e "verticale", quasi di stampo dantesco, che dai piani alti di alberghi lussuosi, scende tra le strade cittadine, arriva tra i fumi e la musica di losche discoteche, prosegue tra i cunicoli delle fognature, giù fino nelle catacombe, nelle viscere della storia, dove i potenti nascondono i loro tesori o si beano delle loro terme personali. Stahelski, Leitch e Kolsdat hanno poi preso questa formula e l'hanno brevettata. L'hanno "supereroizzata" nel corto Deadpool: No good dead, che ha spinto la Fox a produrre il film su Deadpool (sul cui sequel sarà alla regia proprio Leitch) e lo hanno declinato, invero con pochissime differenze, nello "storicamente fantasy" Atomica Bionda, che è forse il film più riuscito dell'anno scorso. Inutile girarci intorno, questa gente la amiamo e siamo contenti quando fanno capolino con qualche nuovo progetto in cui hanno tutta l'intenzione di trasmettere il loro stile fumettoso quanto energetico, unico, sexy e sempre amabilmente disimpegnato. Nel futuro prossimo venturo Leitch dovrebbe dirigere lo spin-off di Fast'n'Furious con Statham e The Rock. Stahelski dovrebbe essere impegnato nel reboot di Highlander e nell'adattamento su schermo del fumetto Kill or be killed di Ed Brubaker (in Italia in volumoni per Oscar Ink, prendetelo che è figo). Kolstad dovrebbe gestire il "mondo nascosto", invero già molto affascinante di suo, della serie TV basata sul videogame Hitman
Ma il loro impegno più recente è il terzo capitolo della saga che ha reso tutti e tre celebri, John Wick 3, in uscita a maggio 2019 e di cui in questi giorni sta iniziando la produzione. E la carne al fuoco è tanta. 


John Wick 2 terminava con il più incredibile dei cliffhanger, scaraventando il killer di Reeves in una situazione limite dalla quale pareva impensabile una qualsiasi via d'uscita. John Wick 3 dovrebbe idealmente partire subito dopo quegli avvenimenti, raccontando la fuga impossibile del nostro eroe da un intero mondo che gli dà la caccia. Il cast dei precedenti capitoli è tutto interamente confermato ed è stato pure ampliato. Torna il killer-ronin interpretato da Common, torna Ruby Rose, torna il potente direttore del fantomatico e leggendario Hotel Continental (Ian McShare), torna il signore dei killer-homeless (Lawrence Fishburne). Arrivano attori interessanti ad arricchire il pantheon narrativo, come Halle Berry, Anjelica Huston, Asia Kate Dillon e Jason Mantzoukas, ma soprattutto arrivano dei combattenti interessanti. Attendo Marc Decascos, che era un grande ai tempi di Crying Freeman, passando per il Corvo 2 e Il patto dei lupi, ma poi si è un po' perso di recente. Attendo Tiger Chen, storica controfigura di Reeves, da Reeves stesso diretto in un Man of tai chi in cui a livello di skill atletiche di dimostra un autentico mostro di tecnica (a livello recitativo è invece mostruoso per motivi del tutto diversi e non troppo lusinghieri). Attendo Yayan "Mad Dog" Ruhian e Cecep Arif Rahman, due dei più temibili (e spettacolari) avversari di Iko Uwais nella saga The Raid, una serie che per coolness e filosofia action ha molto il comune con John Wick. Con queste premesse, non vedo l'ora di tornare a vedere Reeves in sala. Il nostro eroe si applica sempre con molta dedizione nella preparazione nelle scene di  arti marziali, è ancora allenato dai migliori e ha a questo giro come sparring - partner nei combattimenti degli autentici  mostri di bravura. L'età di Keanu già nel primo John Wick si faceva sentire e il respiro affannato che accompagnava molti dei combattimenti era autentico, questo terzo film sarà una bella prova per il suo fisico. Ma proprio per questo la saga di John Wick, al di là della splendida cornice fumettosa in cui è calata,  ha un valore in più. In quel fiato corto, sudore e nella ricerca costante di uno stunt che possa risultare credibile più che spettacolare risiede l'impegno e la dedizione che l'attore riversava da sempre nell'interpretare il gladiatore moderno e decadente che di fatto è il suo John Wick. Appena avremo un trailer tra le mani, ve lo faremo sapere. Intanto vi invitiamo al recupero della saga, di Atomica Bionda e dell'ultimo Deadpool. Se cercate qualcosa di disimpegnato, divertente ma "sincero", sono le scelte giuste.Non scordate mai i pop corn. 
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mercoledì 13 giugno 2018

Predator: il trailer


E diamo un occhio al trailer di The Predator, il nuovo film della saga dell'alieno - cacciatore per la regia di Shane Black


Bah... non è che mi sia salito poi l'hype a mille. Mi fa specie, perché qualsiasi cosa riguardi l'alieno con i rasta della 20th Century Fox in genere mi conquista senza problemi. Persino i prodotti legati al brand più smaccatamente "slasher"come Alien vs Predator 2: Requiem (invero, più simili a un b-movie di Venerdì 13 che ad Alien) o come il videogame Mortal Kombat X sono in qualche modo riusciti a solleticarmi di più di questo primo assaggio del nuovo film di Black. Spero davvero che ora di settembre escano dei trailer migliori e più convincenti, perché pur partendo io da standard bassissimi per apprezzare un nuovo prodotto qualsiasi su Predator, fosse anche un dentifricio al sapore di senape,  (vi devo davvero ripete dopo due righe che mi è piaciuto "abbastanza" anche Alien vs predator 2: Requiem?) davvero ci ho trovato poco di entusiasmante in questo primo assaggio dell'attesissimo reboot/sequel/remake (non si è ancora capito) cinematografico. A essere generosi sembra un Jeepers Creepers o una versione di Alien vs predator 2: Requiem (e ridaje...) senza l'alien; in pratica la nuova ennesima iterazione del film sul mostro che semina caos nella provincia americana, con la conta dei cadaveri che sale fino ai titoli di coda e con un protagonista, Boyd Holbrooke, che si segnalava fin dai tempi di Logan per l'innata antipatia che irradiava da ogni poro. Davvero voglio aspettare settembre per vedere un film su quattro tizi "cattivi cattivi" che un alieno con i rasta un giorno decide di fare a pezzi mentre si trovano su un autobus giallo?
Preciso, quattro tizi cattivi cattivi cui si aggiunge un bambino con mantella gialla che riceve per halloween una specie di armatura da guerra predator per uno strano errore di Amazon?


Shane Black, con tutta la stima che posso avere per te in quanto membro del cast originale del primo Predator, mi spieghi checcavolo di film hai girato? Internet, ormai il posto dove trovi più pettegoli che amanti del porno, dice che il terzo atto del film è andato così male ai test che oggi stanno rigirando e post-producendo tutto, con la data di uscita che è saltata da gennaio o marzo fino ad agosto e (forse, non confermato del tutto) settembre. Queste prime immagini non ispirano molto, mi irritano per lo più per Holbrooke e il taglio di capelli che gli ha consigliato il suo parrucchiere e e mi lasciano un senso di nausea autentica davanti a quel terribile nano con la mantellina gialla... che temo passerà indenne tutto il film (come i da me odiatissimi superbambini di Jurassic Park) e ce lo troveremo fino ai titoli di coda. Vabbè che in fondo pure in Alien vs Predator 2: Requiem una bimba con visore notturno ci stava... ok, sto superando la soglia di "citazione gratuita" per quell'amabile filmaccio... se lo cito di nuovo o distruggo l'articolo o mi faccio pagare da Fox per pubblicarlo.
L'alieno rasta brutto e cattivo comunque c'è e sembra ben realizzato. Il fatto che, come dica la scienziata nel trailer, l'alieno "assimila da altre razze, progredendo" mi sembra una cosa più da Borg di Star Trek e in genere un concetto lontano dallo spirito predator di "passare il week end a sparare a qualche culturista", ma tant'è. 
È solo un trailer, per ora è "solo" un brutto trailer e ora di settembre può capitare e cambiare di tutto. Possiamo quindi ancora fantasticare che si tratti della vera ripartenza della serie dopo quel Predators girato ormai nel lontano 2009 (ammazza quanto passa il tempo). I predator sono personaggi misteriosi e affascinanti, un po' assassini e un po' samurai, un po' primitivi e un po' ipertecnologici, un po' eroi e un po' stronzi, un po' bambini in cerca della prova iniziatica e un po' sagge divinità extraterrestri. Insomma, sono così strani e contraddittori per look e "cultura" che ci puoi farci quello che vuoi e non sbagli mai. Li ho apprezzati un po' in tutte le salse e devo dire che quando voglio un film disimpegnato da vedere, pieno di azione e cattiverie gratuite, è facile che pesci dal mucchio un Predator. Certo sono tutti film che fanno intravedere ogni volta qualcosa di interessante (come l'interno di un'astronave, un intero pianeta alieno dedicato alla caccia e scampoli di una società basata su caste, riti di passaggio e onore) per poi ridursi per due ore al solito gioco del nascondino con poche variazioni sul tema. Sarebbe bello per una volta che venissero utilizzati in modi diversi, magari in film che li mettessero al centro di epopee techno-fantasy alla Conan il Barbaro, ma sembra che alla Fox basti il solito slasher movie e il massimo che sono disposti a sganciare per la produzione è l'equivalente di una ventina di monetine per il carrello di Esselunga. Per questo The Predator sono state fatte però delle promesse "in grande", prontamente smentite da ogni immagine presente in questo trailer. Speriamo di essere smentiti e che se slasher b-movie deve essere anche questo, sia almeno divertente. Che tanto poi in home video io lo vedo uguale, ma questo non fa testo. E voi cosa ne pensate? Riusciremo mai ad avere un film di Predator che ricordi almeno alla lontana il videogioco capcom che vi linko qua sotto? 


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sabato 2 giugno 2018

Solo - a star wars story: la nostra recensione a caldo e possibilmente spoilerfee




C'è un intero universo da esplorare là fuori. Un'infinità di mondi e razze tra cui scovare personaggi non legati per forza a livello affettivo o parentale a precedenti protagonisti di Star Wars, personaggi con nuove storie da raccontare. Salvo il fatto di avere come protagonista una versione giovane del personaggio reso celebre da Harrison Ford, Solo riesce a portarci in mondi nuovi e accattivanti. Pianeti futuristici fatiscenti pieni di povertà e soprusi e pianeti in salsa western con diligenze da assaltare che fanno tornare alla memoria il pirata spaziale di Matsumoto. Se risulta evidente che a capo della malavita spaziale non possano esserci che vermi spaziali, la maggioranza dei personaggi si muove sul confine tra bene e male  in un cosmico triste e variegatamente privo di eroi e di fede (nella forza, ovviamente), dominato unicamente dalla sorte e di conseguenza dal gioco d'azzardo. Tra le stelle c'è solo miseria e un impero spaziale pronto a polverizzare pianeti dal giorno alla notte.  L'unico sogno possibile per chi nasce poveri nei bassifondi di un pianeta sovrappopolato e sovra-criminalizzato sembra racimolare i soldi per prendere un'astronave e volare via, verso i confini non ancora esplorati dell'impero, a cercare un posto dove poter vivere felici e imparare a suonare una chitarra spaziale. Solo che i soldi possono darteli i gangster spaziali, persone con dalle quali, una volta che sei in affari, non riesci a liberarti più. 
Pur seguendo alcune delle più classiche e spesso buffe regole dei film di Star Wars (gli alieni buffi che cantano nei bar malfamati e le immancabili scenette dei travestimenti fisici o vocali su tutti), Solo presenta un contesto concettualmente più disperato, carico tanto di pathos da crime hard - boiled che degli scenari più tipici del western crepuscolare. Tra sparatorie, doppi giochi e regolamenti di conti dietro oggi angolo, in Solo non mancano indiani d'America spaziali armati di cavalli volanti e maschere rituali (capitanati dal misterioso Enfys Nest), cattivi e complicati pistoleri/maestri in luogo dei nobili Jedi (un grande Woody Harrelson), avvenenti femme fatale da saloon (la bella Emila Clarke che nel look strizza un occhio a Leia), minatori e galeotti relegati ai lavori forzati, gli immancabili fuorilegge e i gambler sbruffoni da tavolo da gioco (tra cui si annidano per "vizietto" anche Lando e Han). Ci si diverte sul "fronte western" e almeno una bella scena di "assalto al treno" rimane impressa, ma in fondo per me a livello visivo "non si vola mai troppo" e molti degli aspetti più riusciti della pellicola rimangono più a livello della scrittura dei personaggi, particolarmente valida nella prima parte della pellicola. Molto belli e potenti i ruoli femminili (umani e non), che surclassano per eroismo e valori una triste carrellata di maschietti per lo più infidi, codardi e piagnoni se non proprio muti e da tappezzeria (genere "tappeti" anni '60). Molto arzigogolata è originale la rete criminale che opera a livello intergalattico progettando piani alla Breaking Bad intergalattici. Ci si diverte ma si ride pochissimo. Si vede che l'epurazione di Lord e Miller, rei di aver reso la sceneggiatura troppo divertente per gli standard, ha dato i suoi frutti e di fatto ha reso eccessivamente serioso un film che avrebbe avuto le carte per declinarsi come un nuovo Guardiani della Galassia. Ron Howard dirige con mestiere, ma era decisamente più Lucasiano e spensierato in Willow. E se a pensare a Howard e Lucas insieme viene alla mente American Graffiti e le sue corse nella notte tra fiammanti auto sportive fa un po' specie quanto poco feticismo per i veicoli trasmetta questo film. Il Millennium Falcon ha le sue scene ma la carrozzeria dell'astronave si vede poco e le inquadrature sono per lo più spese nel riprendere i protagonisti in cabina di comando e nel riprodurre un paio di alloggiamenti topico/iconici senza una particolare passione/ossessione nell'esplorare di più la strumentazione di bordo e senza la volontà di portarci nelle stanze segrete del Falcon che ancora non abbiamo visitato. Avrei voluto vedere di più l'astronave più veloce della galassia in un film come questo, goderne degli ingranaggi più nascosti in scene di pistoni ed energia quanto un Fast'n'furious. Avrei voluto stare più tempo con l'Han delle prime scene senza subire un salto temporale repentino che va rapidamente a cancellare una fase della sua vita che poteva essere gustosa e caratterizzata da spot sul reclutamento eccessivo/sarcastici che parevano usciti da Starship Troopers di Paul Verhoeven. Non mi è affatto dispiaciuto questo film, l'ho trovato originale nell'ambientazione e per certi versi coraggioso nel scegliere di rappresentare un contesto narrativo meno epico e più contorto. Mi sono piaciuti anche gli attori, che hanno ribaltato con una recitazione appassionata molti dei preconcetti che mi ero fatto sul film. Lo spettacolo visivo mi ha ovviamente convinto e su questo aspetto  non avevo mai avuto dubbi, ma Solo mi rimane in testa come un film irrisolto, che necessita (anche per precise scelte di regia) di avere una continuazione per riuscire davvero a definire il personaggio e questo suo strano mondo in una galassia più lontana lontana del solito. Sembra che Alden Ehrenreich abbia firmato per tre film e se così fosse credo di poter rivedere Solo in una prospettiva diversa, ma credo che soprattutto in questo caso sarà il botteghino a decidere il seguito delle sue avventure. O per lo meno sogno un terzo Star Wars Story, magari come vociferato su Obi Wan, in grado di fare luce e completare parti della trama qui rimaste ancora aperte e che il quel film si amalgamerebbero bene come il cacio sui maccheroni (magari implementando pure un certo personaggio impersonato da Forest Whitaker in Rogue One). A questo punto auspicherei volentieri un terzo Star Wars Story che completi i primi due film come una vera e propria trilogia (magari collocandosi temporalmente tra Solo e Rogue One). 


Mi aspettavo un'avventura tra i mostri spaziali e mi ritrovo un film quasi drammatico e dai contorni sfuggenti. La Lucas/Disney mi ha spiazzato come sempre ma il cambio di volto di Han Solo è stato meno traumatico del previsto. Il ragazzo ha preso in pieno lo spirito del pirata spaziale e ne imita cuore e movenze con una naturalezza che sulla carta non credevo possibile. Un plauso al vanesio e scorretto Lando di Donald Glover, in grado di rubare la scena a tutti con le sue mossette e inaspettate fragilità. Immenso Woody Harrelson nel ruolo dello "Yoda che si meritava Han Solo", un pistolero leggendario che sa ruotare le pistole come gli eroi dei fumetti ma che nasconde molti lati d'ombra, bravo come sempre Paul Bettany e incisiva, anche se in una piccola parte, Thandie Newton. Sempre carina Emilia Clarke, premio comparsata da applauso a Warwick "Willow" Davis, che è sempre un immenso piacere vedere in uno Star Wars. Magnifica l'androide L3 -37 doppiata in origine da Phoebe Waller-Bridge, che da oggi ha un posticino nel mio cuore (e spero presto sulla mensola del modellini) vicino a K2-SO di Alan Tudyk. 
Se amate Star Wars o meno io un giro in sala lo farei, ma con la voglia di essere stupiti da qualcosa di diverso più che con la speranza di trovare i vecchi ambienti e i vecchi amici. 
Che la forza sia sempre con il mio amico Gianluca, che attraverso la sua passione per Star Wars riesce sempre a contagiarmi e farmi tornare bambino per due ore una volta all'anno. 
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giovedì 31 maggio 2018

Hotel Gagarin: la nostra recensione




Il professor Speranza (Giuseppe Battiston) insegue la "speranza" di andare lontano dal liceo romano in cui insegna storia e dirigere un film importante sulle sue origini (da parte di nonno) armene. Il "paradiso" per il dott. Paradiso della truffaldinamente inventata Tindaro Productions, è riuscire a intascare, con l'aiuto di un politico compiacente, delle sovvenzioni europee che si attiverebbero iniziando le riprese di un film italiano in Armenia. Non serve per intascare che il film arrivi a conclusione, basta che "parta". Così l'intrallazzatore, con l'aiuto di un suo "generale sul campo" (Barbara  Bubulova), manda in Armenia una piccola armata brancaleone cinematografica, per lo più composta da gente disperata incontrata per strada, allo scopo di fare i primi sopralluoghi della fantomatica pellicola. C'è un elettricista (Claudio Amendola) che è pronto a riciclarsi come tecnico luci, c'è un fotografo un po' troppo fumato è pieno di debiti  (Luca Argentero) che potrebbe essere un ottimo direttore della fotografia "perché ha la faccia giusta", c'è una ragazza un po' coatta e un po' evaporata che si prostituisce in periferia che avrebbe la faccia giusta per la protagonista di Speranza, una giovane donna armena con una forte empatia per i cavalli. È tutta una truffa ma Speranza ci crede così tanto che parte anche lui, trovando in Armenia anche un paio di membri extra per il team, una ragazzina punk incinta e uno specie di "sherpa" che parla una lingua incomprensibile e veste pesantemente con delle pelli di animali pelosi vari. Destinazione come "base riprese", l'hotel Gagarin, avvolto nel niente artico a due passi da una centrale nucleare. Dopo un mese scoppia la guerra e la troupe è costretta a stare in albergo, poco dopo si scopre la truffa e il produttore Paradiso scappa in un paradiso fiscale, segnando tutti i contatti con quei disperati che un po' si dispereranno, un po' si innamoreranno, un po' si perderanno tra la neve  e un po' scopriranno su se stessi cose che non sapevano. Incredibilmente, inizieranno tutto a lavorare insieme alla ricostruzione del teatro abbandonato collegato all'hotel. Poi arriverà qualcosa che finalmente accenderà la speranza che tanto stava "attaccata" al nome del professore. Da un villaggio vicino arriva un omino che dice di aver sempre voluto essere Yuri Gagarin. L'omino chiede alla troupe cinematografica se può realizzare il suo sogno e loro fanno "qualcosa": tra assi e trucchi di scena e un po' di green screen, l'omino si sente in un sogno in cui lui impersona Gagarin. Felice, l'omino diffonde la voce che all'hotel Gagarin realizzano sogni. Il giorno dopo tutto il villaggio fa la coda per farsi realizzare dalla troupe italiana il proprio sogno personalizzato. 
C'è un'idea di cinema escapista controvoglia che ci rimanda al Mediterraneo di Salvatores, con analoghi eroi dimenticati" che ritrovano un senso alla propria esistenza in un paese lontano dall'Italia. C'è un'idea di cinema che intesse i sogni con tanta buona volontà e cartapesta che rimanda ai geniali e "analogici" film fatti casa del Be Kind Rewind di Michel Gondry. Nel mezzo c'è un po' di confusione generale sulla giusta direzione da dare alla pellicola, che la fa perdere lo spettatore  in sotto-trame poco sviluppate  e non gioca bene, se non letteralmente nei "titoli di coda", la carta surreale alla Gondry. A sovrastare il tutto, una colonna sonora invadente che cosparge di melassa e uccide ogni ritmo narrativo. Sono un po' arrabbiato. Per molta della visione, fino a quei titoli di coda "salvifici", mi è sembrato di assistere ad un film-truffa che parla della realizzazione di un film-truffa senza avere con me la giusta ironia (che dovrebbe sempre esserci!!) per apprezzare il contro-pacco, come avrebbe detto Nanni Loy. Non è colpa degli attori, tra cui un ottimo Battiston, un Amendola un po' compassato e un Argentero forse spaesato ma simpatico. Non è colpa della location, perché è bella ed evocativa, anche se un occhio attento (che non deve per forza essere di Wes Anderson) avrebbe aiutato a valorizzarla di più. È la scrittura il punto debole, laddove ci priva senza un motivo chiaro di un possibile (e da me sperato) cuore emotivo del film. In sintesi, i personaggi passano dall'essere dei dilettanti assoluti a "creatori di sogni" senza che ce ne accorgiamo e senza che, fino alla fine, ci sia concesso di avvertire un anche minimo mutamento in loro. Vediamo questo fiume in piena di gente che arriva all'hotel per "realizzare il loro sogno", immaginiamo delle meccaniche alla Be Kind Rewind, ma non vediamo mai la troupe che lo realizza concretamente. È come se il film avesse la parte più interessante che all'ultimo è finita tra le forbici del montaggio. In Mediterraneo, per fare un parallelo, vedevamo il tenente Montini (Claudio Bigagli) che restaurava la chiesetta locale alla bene e meglio, inserendo sui murali "a fare i pastorelli"i volti dei suoi amici. Qui non vediamo in una singola scena Battiston che dirige un film o Argentero  o Amendola con le luci. Abbiamo una scena con l'attrice in scena di mezzo minuto al massimo e in genere non c'è mai un guizzo (quello che c'era a frotte in Gordy) che ci faccia sapere che la nostra armata Brancaleone cinematografica è davvero in grado di fare qualcosa di buono. Mancando questo aspetto io non riesco proprio ad appassionarmi a questi personaggi, che per altro non sono nemmeno messi nella condizione di esprimere appieno i loro sentimenti perché sovrastati di continuo da una colonna sonora invadente e mellifua che ne copre i dialoghi (l'ho già detto, qui lo ribadisco). Rimane una grande idea di fondo, quella che l'arte sia in grado di permettere di sopravvivere anche alle guerre, concetto alto urlatoci anche da Boccaccio e Shakespeare e qui ripreso con garbo, sul finale, con un'ottima intuizione (e non copia) alla Gondry. Però il lavoro poteva essere più solido con un piccolo sforzo in più e il rammarico finale è forte. Argentero e Amendola, dopo Noi e la Giulia del 2015, sono di nuovo insieme in un film dal grande potenziale inespresso che parla di fughe, parla di seconde occasioni, parla di amicizia ma alla fine si perde nel parlare di tutto, ma troppo poco. Peccato. 
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P.S. O forse il film ci ha preso tutti in giro, facendoci pensare fino alla fine che i suoi personaggi fossero in realtà diversi da quanto ci saremmo aspettati, mostrandoci che anche dalle premesse più ostili può nascere l'arte. Mi piace che si possa leggerlo anche in questo modo in fine ed è interessante poterci ragionare sopra.

venerdì 25 maggio 2018

Deadpool 2 - la nostra recensione




Il mercenario invulnerabile e ultra-letale Wade Wilson (Ryan Reynolds), il mutante  più scemo, incompreso ed eroicamente romantico degli X-Men, alla fine del primo film era riuscito a trovare in qualche modo il suo posto nel mondo. Ma oggi, per festeggiare il capitolo 2 degnamente, viene precipitato dalla sceneggiatura nella fase più bassa della sua vita, quella in cui tutto si è tramutato in schifo e lui è l'unico responsabile delle sue recenti sventure. Tutto è perduto, Vanessa (Morena Baccarin) non c'è più, perfino l'impegno nel dimostrarsi una persona migliore non viene ripagato.  Per di più c'è un altro attore con cui dividere il minutaggio su schermo, un attore che per altro ha interpretato di recente Thanos, rubando la scena a tutti gli eroi Marvel/Disney in un film solo: Josh Brolin. Brolin è Cable, un soldato mutante e cybernetico che arriva dal futuro come Terminator in cerca di una sua Sarah Connor, nello specifico un mutante di nome Fire-Fist (Julian Dennison) che negli anni diventerà una minaccia per l'umanità stile fanatico religioso alla Manson. Se Fire-Fist è il male, Cable è la sua cura e la affronterà da eroe serio come gli X-Men più seri, da eroe mutante di razza tragico, irrisolto, distrutto, incazzato, con famiglia distrutta alle spalle, voglia di vendetta, sguardi truci e corpo devastato. In più  è pesantemente armato e il suo potere mutante lo rende letale e inesorabile come un carro armato umano. Solo che Fire- Fiat è di fatto ai giorni nostri solo un ragazzino mutante sovrappeso di nome Russell, una vittima perenne di bulli e molestatori seviziata per anni tra le mura di una casa di rieducazioni per mutanti prima e all'interno di un complesso di sicurezza poi. Russell sarebbe il classico ragazzino che gli X-Men dovrebbero aiutare: incompreso, in cerca di affetto, spaventato, dal grande potenziale ma generoso. Solo che i mutanti hanno guardato altrove fino ad ora e lui sta crescendo davvero male. Così male che Deadpool, che si imbatte per caso in lui, ci si riconosce tanto da trovare se stesso e volerlo aiutare. Così Deadpool e Cable finiranno per trovarsi uno contro l'altro. Il primo convinto del fatto che Russell potrebbe non diventare il più pericoloso criminale mutante del futuro, il secondo convinto che uccidendo Russell adesso potrebbe fare qualcosa di buono quanto uccidere un piccolo Adolf Hitler quando era ancora in fasce. Ma visto che il mutante corazzato è un osso davvero duro e ha più presenza scenica di un cattivo con il nome di un detersivo, Deadpool a questo giro avrà bisogno di creare una sua squadra, magari dal nome meno "sessista" di X-Men e di tutta la "fortuna mutante" che può offrirgli una supereroina come Domino (Zazie Beetz) Chi avrà la meglio? Ma, soprattutto, vedremo di nuovo a supporto di Wade qualcuno degli X-Men? In gioco non c'è solo il futuro dell'umanità, ma anche il riconoscimento della musica dubstep. 


Deadpool 2 arriva al cinema negli stessi giorni di quella che è forse l'espressione massima (per alcuni,  la minima) del fumetto supereriostico americano di massa, ossia quella colorata e fracassona Royale Rumble di Avengers Infinity Wars, pellicola spacca - record al botteghino nonché il massimo-crossover-supereroistico-immaginabile-in-assoluto-wow-paura dai nerd fin dal 2008. Infinity Wars è la celebrazione finale del fumetto supereroistico nel senso più classico e disimpegnato e poteva contrastarlo in sala solo qualcosa che apparisse altrettanto disimpegnato. Chiaro che la Fox non aveva davvero voglia di combattere Thanos e la politica Marvel/Disney del "volemose bene" con i pipponi classici del film X-Men "politicamente impegnato" sulla emarginazione, i vaccini, razzismo, diversità di genere, antisemitismo, valore della scuola e annessa critica sociale ponderata sulla storia, i valori americani, la religione ecc. ecc.ecc. Ovviamente era meglio che arrivasse Deadpool con il suo carico di cretinate, battutine e battutacce e la sua filosofia da cartone animato vietato ai minori pieno della azione e delle teste mozzate che fanno impazzire ogni teenagers. Ma ancora una volta, e sempre inaspettatamente, Deadpool arriva in sala ed è pronto a sorprendermi oltre le aspettative, dimostrando di essere più della somma di singoli sketch cretini e delle scene con gli stunt-man con cui appare assemblato. Gli autori di John Wick, Atomica Bionda e del capitolo uno di questo curioso anti - eroe hanno classe e anche questa volta riescono per me ad alzare il tiro. Sotto una azione a rotta di collo, esaltante, incessante e spassosa da vedere (e per me da rivedere in home video all'infinito), sotto una montagna incantata edificata da migliaia di battute grevi e più o meno spiritose e/o scorrette (che però non so se funzioneranno un domani, quando i riferimenti culturali per capirle magari saranno più gravosi), sotto gli effetti splatter esagerati e le infinite allusioni sessuali e sessiste Deadpool non si dimentica affatto di essere un film sugli X-Men. E io da estimatore degli X-Men godo. Godo perché, sbucciando il film dalle sue fesserie più immediate, ritrovo la splendida costruzione della relazione sentimentale tra Wade e Vanessa (aspetto che dava già al capitolo un un realismo invidiabile per un cinecomic), leggo una critica sensata e seria alle istituzioni (reali) che dovrebbero "rieducare" e trovo una tragicità di fondo nei personaggi che riesce a commuovermi in modo genuino. Brolin con la stessa naturalezza con cui indossava i panni digitali di Thanos riesce a infondere umanità e potenza a un ugualmente monolitico e assurdo personaggio come Cable, trasformando la sua incursione ai giorni nostri in una "bella" copia (ovviamente ultra - citazionista) di Terminator. Reynolds ormai quando indossa la tuta rossa di Deadpool riesce ad assomigliare quasi il migliore Jim Carrey, quello che dopo una faccetta stupida ti ammazza con uno sguardo drammatico che ti prende il cuore. E se il lato action funziona come nel primo film grazie a stunt-man ed effetti speciali molto ben integrati, se il lato citazionista/battutaro c'è sempre e funziona  (anche se sulla "tenuta nel tempo" dello stesso ho i miei dubbi), se il lato più "drammatico" funziona pure lui (e per me pure meglio), l'aspetto più prettamente grottesco è quello che davvero mi fa amare il film, da brutto quarantenne appassionato dei filmacci action - splatter anni '80 quale sono. Senza fare spoiler (perché è pure una bella sorpresa) in questo film c'è un personaggio che se ti dice "ti apro in due", poi lo fa veramente. È incredibile come l'esito pratico di questa battuta faccia rimanere sconvolti e renda di colpo credibili tutte le minacce dell'area "ti stacco le braccia e ti ci meno", ma  la sequenza che segue "all'esito dell'apertura" è, se vogliamo pure, più sconvolgente per il modo grottesco con cui è gestita (e pure a lungo), in un vero tripudio di amabilissimo cattivo gusto. In alcuni punti del film sembra davvero di guardare quasi Il Vendicatore Tossico della Troma, tanto le scene trasudano di divertimento e di una scorrettezza visiva carica di arti maciullati, vomiti acidi, gente con lo sguardo da matto e splatteramenti più o meno ricercati a imbrattare le superfici piane. L'aggiunta di un personaggio come Domino, in grado di manipolare la fortuna, trasforma poi tutte le sue scene in sequenze sullo stile dei Final Destination più elaborati e, ovviamente, splatter. Oggi c'è questa mania di fare film sugli anni '80, Deadpool 2 "è" un film action sullo stile degli anni '80, tra Commando e Terminator senza dimenticare una punta di Troma. Sul lato più smaccatamente nerd, c'è una battuta sul fatto che Cable si porti sempre dietro un marsupio che è la madre di tutte le prese in giro al personaggio creato da Liefeld. Da lì in poi per un periodo infinito tutto gli eroi di Liefeld avevano diecimila borse, borsine, cinturoni, zainetti, cartucciere e oggettistica varia "porta qualcosa" disseminata perennemente sui loro costumini colorati. Tutti porta-accessori senza senso che di fatto non venivano mai utilizzati e su cui tutti ci domandavamo un po' il contenuto, erano per lo più una sboronata del tipo "se Batman ha la bat-cintura, io sono più figo perché ho bat-cinture su tutto il corpo". Ecco Cable ha un marsupio... e lo apre!! I cultori poi dei fumetti più recenti non di saranno fatti sfuggire l'orsacchiotto che il mutante corazzato porta con se, compreso il nome di chi dovrebbe esserne la legittima proprietaria. Anche  se sui "dettagli di sotto-trama" qui non si va mai in fondo, ci sono nella pellicola disperse  mille chicche che rimandano dirette a personaggi X-Men nella loro incarnazione più fumettistica che cinematografica, roba che dimostra una certa competenza e amore della materia. Il primo film di Deadpool funzionava bene ma tradiva un budget limitato e un villain un po' al di sotto delle aspettative. Deadpool 2 migliora tutto, acquisisce un character di peso e bravura come Brolin e getta le basi del già annunciato film sulla X-Force. Nel processo non viene perso lo spirito anarchico, la sgangheratezza e il divertimento senza i quali di fatto Deadpool non sarebbe quello che è. A quanto pare i film di supereroi hanno ancora tanto da dire e tanto di cui farci divertire. 
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p.s.: e vi invito a non commuovervi almeno un po' mentre sentite questo pezzo degli A-ha


Mentre vi ricordo la vera filosofia che dovrebbe accompagnare la visione di ogni film di  supereroi, esposta da Deadpool stesso in questo contenuto promozionale per il film Logan.


Spesso i costumi distraggono troppo da quello che un eroe dovrebbe fare veramente!

martedì 22 maggio 2018

Famiglia allargata - la nostra recensione della commedia di Emmanuel Gillibert




Antione (Arnaud Ducret) e Jeanne (Louise Bourgoin) sembrano la coppia perfetta, al punto che non sembra vero fin dal primo incontro. Lui è uno scapolone gaudente e spensierato con un lavoro affermato e una bella casa in affitto in centro. Lei è una ragazza timida e affascinante che grazie a un gioco del destino si trova ad essere la sua nuova coinquilina e parrebbe destinata ad esserlo per molto tempo. La casetta diverrà trombodromo e noi spettatori ci aspettiamo a vedere una versione divertente di Ultimo tango a Parigi (di recente restaurato e di nuovo al cinema, andate a vederlo se lo avete perso)? No amici miei. Il film non è questo ma una "commedia coi nani". Sì fratelli, avete letto bene. I nani.

Specifichiamo, perché non parlo di roba fantasy o del popolo piccolo, parlo dei "bambini" e del cinema che guarda ai bambini con stupore e indulgenza per farci "tornare a essere bambini", allestendo scene impossibili di distruzione e bullismo domestici in cui i suddetti non sono di fatto rappresentati come creature umane e simpatiche (se non nell'ultima parte della pellicola in genere), ma come "nani bastardi e petulanti". Omini odiosi (se non nell'ultima parte della pellicola in genere) a cui auguri di vedere la gente morta. A proposito, se volete vedere una commedia con bambini in cui compare un fantasma per davvero, non perdetevi il sequel del remake americano di una commedia francese con bambini come questa (ma con bimba simpatica) al secolo Tre uomini e una culla. Il film è Tre scapoli e un bebè.


Guardare al secondo 43 dietro alla tenda. Ecco in genere i film di questo tipo mi interessano solo se si trovano in rete su di loro delle urban legends su presunti fantasmi reali comparsi a schermo. Perché i film con i bambini che fanno i piccoli anticristo (fino all'ultima parte della pellicola in genere), saga di Jurassic Park in testa, io li detesto. Chiarito questo doveroso e personale problema del mio carattere, Famiglia Allargata è esattamente un film di questo tipo. Antoine scopre in una scena (ma voi dal trailer e dalla locandina dovreste averlo capito prima) che la sua nuova coinquilina ha due figli piccoli che si porterà nel nuovo appartamento condiviso con il nostro scapolone protagonista. È una ragazza separata in fondo dal cuore d'oro, lo scapolone non ha le armi giuste per difendersi dalla "home invasion" dei nani ed ecco che inizia l'inevitabile convivenza, che si svilupperà nell'inevitabile conversione dello scapolone nell'uomo perfetto con cui costruire una solida famiglia francese. Nel "mentre" c'è il film, e devo dire che pur nella sua struttura prevedibile sa essere gustoso e riesce a farsi vedere senza troppi patemi. Lo scapolone è simpatico nel modo con cui resiste indomito al suo voler continuare a essere il bambinone numero uno della magione. I bambini, soprattutto nell'ultimo atto ma in fondo anche prima, sono davvero amabili nella classica "lotta al telecomando del televisore di casa" e la mammina divenuta single è il classico carattere rigido che si stempera appena si scrolla di dosso tutte le responsabilità del mondo e inizia a volersi più bene. La scena più dolce è la classica vomitata etilica in cui sputa fuori, come in un esorcismo, la mammina per bene che si è impossessata di lei. Il film quindi riesce e il percorso a ostacoli di questa genitorialità anomala ma funzionale riesce a dare anche un bel messaggio. Consigliato. A patto che le home invasion con bambini le sopportiate. 
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lunedì 21 maggio 2018

Solo - piccola riflessione tragica che spero sarà smentita dalla visione in sala



Attenzione, quello che sto per raccontarvi è frutto di voci contraddittorie girate in rete, che non provano in genere niente, che qualcuno presto provvederà a insabbiare. Prendetelo come un gioco e nulla più, ma sappiate che tutto questo, forse, è capitato. C'era una volta, nelle Guerre Stellari di Lucas "vagamente" ispirate a Buck Rogers (causa legale vinta da Buck Rogers per plagio, vi ricordiamo) e Valerian (causa non iniziata per "sportività" per vedere "fino a dove Lucas andava a finire", che è finita con Lucas che ha ri -copiato pure tutta la storia dei cloni nel 2000 e con J.J. Abrams che copia ancora il materiale di Valerian), un pirata spaziale cazzuto il cui numero di telefono figurava nella rubrica di un cavaliere Jedi ancora più cazzuto. Guidava il Millennium Falcon, l'astronave spaziale più figa e veloce del creato, aveva un compagno altissimo e pelosissimo come solo negli anni '70 si poteva averne uno sulla Terra (e infatti era un hippy alieno) e forse (o forse no) aveva sparato per primo a un tizio di nome Greedo (e per questo secondi gli addetti del marketing il pupazzetto non andava bene quanto Boba Fett). Il volto era quello dell'allora già attempato ma ancora sconosciuto Stunt-man Harrison Ford, un tizio dal ghigno simpatico che da lì a poco è rapidamente diventato uno degli attori più amati di sempre. Alla Marvel / Disney/ Lucas hanno pensato di dedicare un film a questo pirata spaziale nella serie di spin - off Star Wars Stories. Con l'intento di stuzzicare i fan di vecchia data e coinvolgerne di giovani, i capoccia hanno scelto di creare una commedia action- space-western affidandola ai registi di commedie action più in voga nell'ultimo periodo, Phil Lord e Chris Miller. I due si mettono ai testi e alla poltrona da director e trasformano la produzione del film in una stand-up comedy surreale e trascinante, così trascinante che se ne lamenta un po' lo sceneggiatore Jonathan Kashdan, figlio del potente e co-sceneggiature "lucasiano" Lawrence Kashdan. Mi piace ricordare di come padre e figlio insieme abbiamo realizzato, al di fuori della Lucas Film, il primo ai testi e il secondo come attore, quell'abominio di L'acchiappasogni, film liberamente tratto da un libro di King in cui gli alieni, di notte, escono dal culo degli umani inseminati. Il piccolo Jonathan, che come sceneggiatore "solitario" ha all'attivo tre (brutte) puntate di Dawson Creek e sogna oggi di realizzare un film di Star Wars con Lando pansessuale e protagonista, vede quindi che sul set di Lord e Miller ci si diverte un casino mentre danno fuoco con le improvvisazioni alla sua sceneggiatura. Vede che Alden Ehrenreich assomiglia più a Vince Vaughn o Seth MacFarlane rispetto a Harrison Ford e si spaventa. Un giorno va giù di testa e se ne lamenta con il papà, che fa prontamente insorgere la fanbase di Star Wars con dichiarazioni tipo "il film è fuori controllo" e di conseguenza queste chiacchiere svegliano il sacro drago protettore della saga, Kathleen Kennedy, che decide di bloccare tutto, rimpiazzare i registi, approvare una nuova linea di script più decorosa e meno ridanciana per modificare una trama già praticamente girata e decide di ingaggiare nell'operazione un regista-amico come Ron Howard, un simpatico ragazzo dai capelli rossi che come regista negli ultimi vent'anni imbrocca un film su quattro. Non sempre happy days quindi, ma una sicurezza in più. Howard ri- gira e ri-monta, gli danno poco tempo per aggiustare le cose e, nel timore che tutto vada a rotoli, fissano la data di uscita a pochi giorni dall'ultimo Avengers, così che in caso di flop gli investitori Disney possano comunque contare sugli introiti di uno dei mesi più fruttuosi di sempre per l'azienda, dimenticando velocemente eventuali ammanchi. Il nuovo film, riportano le cronache internettiane, sarà meno comico e più action, più cupo e più "rispettoso dello spirito della saga", qualsiasi cosa questo voglia dire.  Il nome del personaggio protagonista del film e che dà il titolo allo stesso ve lo faccio cantare da un noto personaggio immaginario di Team America.



Ecco, io da "non" fan di Star Wars, mi trovo ad affrontare l'uscita in sala un po' con lo stato d'animo del "personaggio immaginario" che canta nel pezzo di Team America qui sopra. Se le premesse di questo film non mi attiravano troppo (ma anche Rogue One non mi attirava molto, per poi piacermi parecchio di fatto), se il mio interesse a tutta la produzione è per lo più legato ai pupazzi del merchandising (e misteriosamente con il film in uscita non c'è ancora traccia di una singola figure della Disney Elite Series , che ha fino ad ora proposto i modellini dei personaggi di tutti i film e che per maggio ha in programma solo "Darth Vader senza casco") oggi mi sento perplesso ancora di più dopo aver letto le reazioni della stampa specializzata che ha già visto l'opera in anteprima: toni tiepidi. E credo che non ci sia niente di peggio che l'indifferenza nel giudizio su un'opera. Se un film "è una merda" significa che qualcosa di lui ti ha nel bene e nel male scosso o disturbato o per lo meno ti ha condotto a un ragionamento esistenzialista su come butti via il tuo tempo libero. Ma se un film è "così così" significa che di quella sera ti ricorderai al massimo il frullato alla fragola che hai preso a McDonalds mezz'ora dopo la visione e, fidatevi, è peggio. Poi è giusto andare sempre al cinema, prendendo le opinioni di altri per lo più per quello che sono, "di altri", ma andare a vedere un film "tiepido" non è mai un bel biglietto da visita. Non so se Disney stia aspettando il giorno d'uscita per promuovere questo Solo, magari organizzando una tre giorni di spettacoli pirotecnici in cui il mondo intero sarà invaso da figuranti di Chewbecca... ma sta aspettando decisamente troppo. Può essere comunque una strategia di marketing richiesta dalla azienda forse... metti che per "ricapitalizzare" il brand in Disney hanno deciso di fare una prova estrema e pubblicare Solo: 
1) fuori dalla finestra tipica degli ultimi Star Wars (il Natale) 
2) in diretta concorrenza con un loro prodotto forte (Avengers) 
3) lanciato direttamente in sala privo di merchandising (nessun pupazzo, scatola di cereali, astronavina, maglietta o altro all'orizzonte, a parte i Funko, che hanno realizzato anche su di me però...)
4) con costi pubblicitari pari a zero 
5) divulgando in rete notizie che rendano evidente che la sua produzione è stata un martirio
6) usando il trailer più triste e meno di impatto che si poteva immaginare. 
Se Solo sopravvivesse a queste sei  "prove mortali" e incassasse un botto, Disney potrebbe pensare di fare undici film di Star Wars al mese. Magari è questo il piano.
Ma tutto questo non ha niente a che fare con la qualità finale del film, di cui vi parleremo appena sarà nelle sale. Buttiamoci un po' alle spalle il karma cattivo generato dalla rete e prepariamoci a volare sul Falcon un'altra volta, alla scoperta del significato nascosto di quei dadi dorati che abbiamo intravisto in Gli Ultimi Jedi. Non vedo l'ora di salire di nuovo su quella astronave rugginosa e dal probabile odore della stanza di un adolescente, piena di cianfrusaglia, scacchi spaziali e con una stiva che forse può tenere nascosto un mostro tentacolare. L'attore scelto per Solo è giovane, se il film va bene potremmo trovarlo ancora, prima che faccia salire sulla sua nave Luke Skywalker. Potremmo conoscere se aveva davvero motivi per sparare per primo a Greedo, comprendere la sua ostentazione nei confronti delle principesse spaziali e ragionare sul suo infinito bisogno di ricchezze spaziali. Una delle cose più riuscite di questa saga di astronavi e monaci spaziali arturiani in fondo era proprio lui, il cowboy che si contendeva con il cavaliere (almeno fino al secondo film) il cuore della principessa. Di sicuro amo Han Solo anche per quello che Ford è stato "dopo Solo", ma il pilota del Falcon rimane uno dei miei pupazzi lego preferiti.


In bocca a lupo film di Solo. Ci vediamo in sala. 
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lunedì 14 maggio 2018

Avengers - Infinity War: la nostra recensione spoiler-free o quasi





E infine, frantumando ogni record di incassi nei cinema, a Maggio 2018 è arrivato Thanos. Il nuovo villain del nuovo film degli Avengers lo avevamo già intravisto in piccoli spezzoni dispersi in alcuni precedenti film Marvel. Per lo più in brevi scenette in cui stava seduto ozioso sul suo trono volante, andava dal suo personale gioielliere a comprarsi un guanto dorato, ascoltava annoiato i capricci delle figlie Nebula e Gamora, si fidava come un anziano degli sgangherati piani di investimento immobiliare cosmico orditi da televenditori scarsi come Loki e Ronan. Nell'ombra, pensoso, inquadrato per lo più dal punto di vista del suo enorme gomito viola e con il broncio, Thanos per lo più si annoiava a morte. Ma qualche volta ci ha sorpreso sfoderando un sorriso ammiccante e immenso, rivolto diretto in camera, ultraravvicinato, che prevedeva da solo per estensione di denti l'intero schermo di una sala imax. Thanos sorrideva guascone in camera e ogni spettatore era subito sedotto da lui, la risposta Marvel al classico "sorriso George Clooney" depositato in SIAE per i tipi della Nespresso. Ci faceva arrapare (anche i più maschi tra noi cadevano davanti al suo stile) e, sicuri del potenziale, in Marvel quel sorriso ce lo hanno fatto sospirare e agognare per anni. Fino a che Thanos finalmente è arrivato al cinema in un giorno di maggio, in quello che in fondo è un film tutto suo e tutto per i suoi fan e per chi lo sarà in futuro. Un film per chi ama i tizi in calzamaglia Marvel e vuole vederli eroicamente pestati, ma anche un film per chi non li sopporta e aspira a vederli presi a calci nei denti fino a vederli sdentati. Thanos può farlo, in un film divertente e cazzone, ma che sa essere inaspettatamente "enorme ed epico", senza per una volta tirare fuori dal nulla noiose canzoni sui nani. Il film più grande di tutti i film Marvel finora pensati, quello che i nerd del futuro, quarantenni e senza donna, racconteranno nell'equivalente futuro (e per ora impensabile) delle polverose fumetterie del domani, ai futuri quarantenni e senza donna del dopo-domani. "Io c'ero e ho visto un film Marvel in cui il cattivo faceva il cattivo per davvero! Un cattivo serio quel Thanos, non un dio gracile o un pinocchio di mezza età. Un tizio di livello simile a Darth-spaccaculi-Vader che trasforma la solita colorata parata Marvel in L'impero colpisce ancora. Dopo di questo nulla è stato più lo stesso, recuperalo in olo - neural - blu ray e fammi sapere!!!". Questo potranno raccontare i nerd del futuro, appoggiati all'equivalente futuristico di una pila di ingialliti numeri di Zagor. Perché Thanos è più che un villain colorato da voler collezionare in versione funko, è più che un personaggio potente al punto che sarà oggetto di battaglie meme contro Goku e Saitama, è più che l'ennesimo tira-pugni di Iron Man. Thanos è un personaggio "adulto", almeno per la concezione nerd di diventare adulto, che significa realizzarsi nella vita quanto l'imperatore Raoh di Ken il guerriero. È un personaggio "enorme e potente", riflessivo, complesso più che complicato, come vorremmo essere la versione supereriostica e non noiosa dell'Innominato dei Promessi Sposi. È soprattutto è per la prima volta davvero un avversario serio, la prima vera minaccia per gli eroi in calzamaglia. Thanos sembra uscire da qualcosa che ci immaginiamo scritto da Shakespeare, anche se di fatto non abbiamo mai letto niente di Shakespeare, parlare di lui dà a un nerd un patentino culturale quanto il Batman di Nolan. 


E che dire poi del suo il mento scrotale (citazione)? Thanos "tira". Thanos, opinione personale, ha fascino però anche perché è in fondo "vecchio stampo". Semplice da capire, con un suo onore e una modernità degna di un generale spartano. Un cattivo anacronistico ma romanticamente epico, che in fondo per questo fa meno paura (sempre secondo me) di un "Mandarino", che seppure irriso sui social (da chi guarda il dito e non la mano che indica il cielo) è un cattivo che spaventa davvero perché "non è quello che sembra", è impalpabile, invisibile e si burla di noi, presentandosi al mondo con una maschera quando in fondo rappresenta tanti piccoli uomini nascosti e cattivi, che potrebbero essere il nostro vicino di casa e rovinarci la vita senza neanche conoscerci, spostando dei titoli di investimento. Fa meno paura anche di uno "Zemo", che mostra quanto gli eroi in calzamaglia siano piccoli e insicuri e gli sbatte sulla faccia la realtà e i danni collaterali delle loro imprese eroiche. Fa meno paura di un "Ego", che è un essere disposto a divorare i suoi figli per continuare a vivere, con un gattopardismo inquietante e attuale che ha anche un nome: "gerontocrazia". Il Mandarino, Zemo ed Ego (opinione personale) spesso non sono accettati da chi, almeno al cinema, in un cinefumettone e per due ore, vorrebbe che si capisca chi è buono e chi cattivo, lasciando che la realtà con la sua complessità rimanga fuori dal multisala, in coda per i popcorn. Thanos è indubbiamente cattivo ma degno dell'onore delle armi, elegante, paterno, a suo modo leale. Anche la sua follia, il motore che spinge tutti gli eventi del film, è quasi inquietante ma quasi rassicurante, accettabile e in grado di garantire che  Thanos sia sì folle e  cattivo, ma in fondo "non così folle e cattivo" (pur rimanendo lui di fatto il più grande genocida dell'universo). Lo vediamo come un tipo più strano che inquietante, qualcuno che da noi potrebbe avere potere solo nel suo gruppo facebook, ma che nel mondo reale terrestre non si cagherebbe nessuno. Questo ce lo rende più simpatico al contrario di tutti i Mandarino, Zemo e Ego che prendono con noi la metropolitana tutte le mattine. 
Analizziamolo per un secondo questo Thanos, per gli amici il "titano pazzo". È un "Titano" (secondo il film e non secondo Jim Stralin) perché è di fatto un tizio che viene da un pianeta chiamato "Titano", e gli abitanti di Titano non vogliono farsi chiamare Titanesi. È "Pazzo", per via di idee politiche così radicali che non lo vorrebbero in nessun partito europeo, ma in Italia in una coalizione forse entrerebbe. Thanos deriva da Thanatos cioè "morte" in greco, il perfetto nick name per un adolescente emo -goth in fissa con Anne Rice e con tatuato la faccia di Jack Skeletron sul gomito ma forse fuori tempo massimo per un adulto. Di carnagione viola, 3,20 metri di altezza, sicuramente del segno della bilancia (o almeno non me lo immagino di un segno zodiacale diverso...), bella presenza, sguardo fiero, pelata virile e profilo mussoliniano, Thanos ama arruffare i capelli ai nemici sconfitti ed è ghiotto di budino cosmico, che offre a chiunque con grande trasporto e premura nel caso abbia fame. Sogni nel cassetto: una casa sui monti come il nonno di Heidi. Interessi: una passione per le tematiche ambientali e sociali un po' distorta ma di immediata comprensione per un cattivo che si trova a dover avere un background in un film con sessanta personaggi principali. Da questa sua passione più che un cattivo a tutto tondo Thanos risulta essere un altruista estremo. Per capirci, l'altruista estremo in fondo non sembra così una cattiva persona e probabilmente è il tipo che fa sedere le persone anziane sull'autobus. Solo che per trovare un posto all'anziano, l'altruista estremo probabilmente ucciderebbe una persona qualsiasi che occupa un sedile. Thanos è così... e a pensarci una volta sul tram ho forse incontrato una tizia come lui, che sicuramente avrà un gruppo Facebook e progetta di rivoluzionare il mondo... ma torniamo in tema. 


Da vera rockstar, alla  prima scena della pellicola Thanos fa vedere all'universo Marvel "chi ha i valori", chi ha il mento scrotale (cit.) e "chi comanda". Così preannuncia in una singola scena che davanti a lui non c'è e non ci sarà storia o tattica. Che siano verdi, corazzati o con lo scudo a strisce, gli eroi saranno tutti "fottuti", colti in fallo come bambini inesperti davanti alla verifica di matematica, senza parole, basiti e atterriti dal suo stile inimmaginabile. Dopo una inevitabile strage, Thanos abbandona idealmente il palcoscenico e si prende tutto il tempo per tornare in camerino, cambiarsi d'abito e soddisfare un paio di groupie, per poi rispuntare a sorpresa nelle scene più esaltanti del film. Per il resto del tempo lascia sul palco la sua band a fare gli assoli, per lo più assoli di percussioni ai danni degli omini colorati Marvel. Così piccini, così emotivi, così carini nello scambiarsi tenerezze reciproche e così impegnati nello sfoggiare un nuovo look con cui sbalordire gli amici, che quasi non ce la fanno a concretizzare altro, che quasi non si ricordano di fare altro. Sono ancora divisi dopo la "Civil War di quartiere", alcuni stanno pensando di mettere su famiglia, chi si sente ancora poco ascoltato dal gruppo, chi ha superato i quaranta e inizia a fare i conti con i capelli grigi, chi pensa di vivere per sempre come un adolescente nello spazio. Stanno tutti pensando ad altro e così ne prendono, tante, dal primo esercito spaziale che arriva. Ne prendono da alieni stregoni, ne prendono da esseri pieni di mani e denti, ne prendono da elfi oscuri e da amazzoni mono-ciglio, ne prendono da astronavi fatte come ruote per criceti, ne prendono per troppo entusiasmo e troppo zelo. Ne prendono tante e amabilmente, perché il gruppo intergalattico di Thanos è "Rock", è cool, è abbigliato/ truccato/parruccato in outfit simil-fantasy di lusso, è sexy, ci crede un mondo in quello che fa e riesce a essere, tra tutto il piattume digitale moderno, quasi iconico. Sfoggiano stile, personalità e possanza bellica, si danno da fare per riempire la scena nel modo più colorato, fracassone ed esagerato che possono. Frullano per bene i tizi in calzamaglia, che comunque cercano di fare il loro e a rimanere impressi di pellicola, ma insieme a Thanos, che è l'unico vero collante narrativo ed emotivo, sono  i suoi generali i grandi mattatori. Pur con queste peculiarità, lo spettacolo riesce comunque a dare una voce a tutti gli attori, a offrire una messa in scena che dire spettacolare è poco, condita con una musica evocativa di Alan Silvestri che nei momenti più tosti pare la colonna sonora del primo Predator (e io godo). È uno dei film più costosi della storia e si vede. Anche se il nome non ce lo ricorderemo mai (Anche Spider-Man ci farà notare a un certo punto della pellicola quanto sia difficile ricordarsi i nomi) i villain qui sbriluccicano e si fanno ricordare più di "come si chiamava e cosa voleva fare il tizio con le fruste di Iron Man 2 che veniva distrutto con un colpo solo?". Ma le regole dello show business sono dure e la "Thanos Band ", purtroppo, non starà sullo schermo per oltre  sei minuti circa, su un massimo di due ore e quaranta... peccato e, cacchio! Dovevo dire di già "spoiler"? Ok, spoiler, però inevitabile. 


Il grande mistero di questa pellicola è la presunta invisibilità della sua trama. Non tanto per la sua assenza, perché c'è un "collante di nome Thanos" che riesce a coordinare e orientare gli eventi in un modo chiaro, ma per il modo in cui si articola e per il fatto che una azione del tipo "adesso tizio picchia caio" seguita da "adesso tizio e caio si incontrano per la prima volta" prende un po' il posto della narrazione, con buona pace di una sub-quest interessante che riguarda Thor. Non vi nascondo che in questo film tutti i personaggi, buoni e cattivi  in genere, si vedranno in media pochissimo e che non va meglio ai più blasonati supereroi del mucchio. In scena arrivano tutti pur per poco tempo, non preoccupatevi, tutti gli attori sono formidabili e simpaticissimi come lo "stile Marvel" vuole, ma il tempo, di nuovo, è tiranno. Più tiranno di Thanos il titano. Più che una pellicola in senso stretto questo film è un'unica, classica, Royale Rumble. Cos'è una Royale Rumble? È il classico evento wrestling dove su uno stesso ring entrano a combattere a pochi secondi di distanza un numero impressionante di combattenti con lo scopo di spazzare gli altri al di fuori dell'arena. I wrestler entrano in scena con una colonna sonora personalizzata che sottolinea il loro arrivo sotto i riflettori dettandone il carattere gioioso o tetro o ultra-patriottico. I wrestler con pochi sguardi trovano sul ring la loro nemesi e i loro alleati naturali, spesso si scontrano tra amici per malintesi (in genere una gomitata partita per errore con l'amico di spalle), spesso formano alleanze strane e improvvisate divertenti. Poi arriva il momento clou in cui si esibiscono nelle loro mosse di lotta più famose, scaraventandosi per un'ora gli uni contro gli altri. La Rumble si svolge sempre intorno alla fine di gennaio, dal 1988 ad oggi e nel futuro, ed è da sempre uno spettacolo maschio/confuso/adrenalinico che "gasa a non finire" e che in Italia è concesso da anni per lo più a chi paga l'evento sulla pay per view di Sky (di recente con un nuovo orario di trasmissione che fa cagare), accompagnato con un litro di birra per goderne le sfumature più intime. Tutti sanno che tutto è finto e che queste guerre devono accadere ciclicamente una volta all'anno. Le "storyline" danno giusto più sapore alla portata principale: le botte colorate. L'anno dopo saranno improvvisate nuove relazioni e nuove trame mentre tutti i lottatori-attori come sempre staranno sotto la doccia attigua agli spogliatoi a scambiarsi la ricetta del pollo del Minnesota. E qui in Infinity War è uguale, anche se in dimensioni più maestose, anche se con un apparato epico/drammatico e uno stile visivo diverso da una ammucchiata di culturisti oliati in mutande. C'è anche qui, se non una trama, un certo "senso di epica" che ci fa credere che i personaggi facciano qualcosa di più che dire quattro battute (pur significative e che li portano a una interessante evoluzione dei personaggi) spalmate in tre ore. Uno "stile narrativo condensato" che ci illude di aver afferrato molto di più di quello che c'è, di aver percepito una trama, che di fatto c'è/non c'è, ma che noi costruiamo dalla nostra (seppur paludata e distratta) conoscenza pregressa dei personaggi. È davvero uguale alla Rumble questo ultimo Avengers, e riconoscere su schermo tutti i personaggi coinvolti è parte del divertimento e la dimostrazione concreta della capacità dei Marvel Studios di aver fidelizzato per anni il pubblico più ampio della terra, fino a coinvolgerlo in un gioco di prestigio incredibile come di fatto è questa pellicola. Pellicola che, a descriverla, si fa pure un po' fatica, come si farebbe fatica a ricordare a memoria la sequenza delle mosse di Jackie Chan nel suo ultimo film, ordinando narrativamente un calcio e un pugno dietro l'altro. Avengers Infinity War è tanta pura azione coreografata con un pizzico (per altro ottimo!!) di tragedia greca fornita da pochi personaggi adeguatamente sviluppati, Thanos e Stark su tutti (ma anche Gamora, Thor e Star Lord). È un film che fissa un momento storico unico per il cinema. Il momento in cui il pubblico in sala sa ormai di più del personaggio di quanto i personaggi realmente facciano su schermo. Anche se in fondo di questi personaggi sa quanto quanto i fan del wrestling sanno dei loro beniamini, questo non esclude che il film abbia un ottimo ritmo, veri e propri tocchi di classe, scene che rimarranno impresse nella retina per un po'. Lo spettacolo è bello. Chissà se in futuro il pubblico seguirà con facilità un cast di supereroi doppio o triplo rispetto a questo, sapendoli riconoscere tutti, e avendo ancora la voglia di conoscerne di nuovi, con l'entusiasmo di una caramella che tira l'altra. Saprà questo pubblico accontentarsi di vedere i suoi beniamini per 3 minuti al massimo in quattro ore? 


Non nego il fatto che visto per tre ore cose colorate che si picchiavano con altre cose in modo figo e nel mentre sono stato felice e sono tornato bambino. A quanto pare la mia previsione, fatta nel precedente articolo su Infinity War (che se volete potete rileggere), si è rivelata errata. Ma devo dirvi, con l'ego infranto di cui poco me ne cale a parte, che sono contento di essermi sbagliato in quel senso. In genere trovo mortificante chi in un film di supereroi i fan aspettino solo che questi "nascano" o "muoiano", come se l'evoluzione del personaggio non abbia davvero un interesse per la platea al di là di un "acceso-spento" che li assimila agli interruttori della luce. Ma questa è di fatto una produzione Marvel in cui, incredibilmente, al di là di ogni mia previsione di cui sopra, muore senza senso un mucchio di gente e a me "va bene". È a tutti gli effetti e come tutti in rete "speravano" un'opera indirizzata a un pubblico di ragazzini con un'enorme quantità di personaggi morti / ammazzati la cui dipartita interessa relativamente, nascosta da un arcobaleno di colori su schermo. Forse sto morendo dentro. Certo, siamo nel "film parte uno" con in arrivo una "parte due" che potrebbe confermare o ribaltare la situazione (come direbbe Alessandro Borghese, il primo grande filosofo del nuovo secolo). Certo la "brutalità" delle dipartite avviene in un contesto eroico da poema omerico, tra musica sinfonica, lacrime, arringhe di battaglia alla Braveheart, atti di altruismo e coolness supereroistica ma, cacchio, preparatevi a un sacco di morti!! 
Avengers Infinity War è comunque sotto una schematicità manifesta un mosaico composito che fa risaltare le singole componenti della cinematografia Marvel, giocando sulle diversità di approccio e ritmo delle singole e peculiari pellicole, operando di arricchimento e non di sottrazione. Siamo seri, non è Shakespeare. Ma è di certo un buon lavoro ed esattamente come per gli altri film degli Avengers il biglietto vale lo spettacolo di una lunga e liberatoria scazzottata di quasi tre ore tra supereroi, alieni, robot, astronavi, maghi e Stan Lee. Uno show visivo geniale nella sua natura camaleontico/tematica (per intenderci: quando vediamo i Guardiani ci sembra a tutti gli effetti un film sui Guardiani e quando vediamo Strange siamo in un film di Strange, e i mix dei personaggi giocano bene sui "mezzi - toni" delle rispettive serie) ma coerente, che sa cambiare tono quasi di scena in scena pur rimanendo fedele a se stesso e "a Thanos", il cuore narrativo. Volendo essere romantici e recuperando un po' il discorso di inizio - sproloquio, questo film può essere visto idealmente come il "secondo tempo di tutti i film Marvel". 


Ci sono pellicole Marvel che hanno saputo esplorare bene, in più capitoli, i personaggi in calzamaglia. Ma molte sono rimaste in superficie, raccontandoci più la scoperta, la gioia e le possibilità d'uso di "un grande potere" e tralasciando un po' "le grandi responsabilità" che ne dovrebbero derivare secondo il celebre adagio spidermaniano. Molti dei villain Marvel sono serviti come "percorso nella comprensione del super potere" più che una sfida attiva che ha messo in discussione l'eroe nel confronto di un avversario del suo stesso livello. Detto in modo brutale, se un eroe si misura in ragione del valore dei nemici che affronta, molti degli eroi Marvel fino ad ora avevano per la maggior parte delle volte avuto vita troppo facile. Qualche trickster insidioso (Loki, Zemo, "il Mandarino"), qualche nemesi/opposto interessante (Winter Soldier, l'Avvoltoio, Killmonger), ma per lo più avversari con poca personalità e degni di un minutaggio su schermo insufficiente per farne risaltare le ragioni anche solo a livello emotivo. Carne da cannone per avere un finale pirotecnico e poco più . Qui invece c'è Thanos ed è una minaccia seria, una prova impegnativa nel "percorso di crescita dell'eroe", di ogni eroe, davvero sfidante fisicamente ed emotivamente, un muro che arriva dal primo atto della pellicola e non ti molla fino alla fine. Di Thanos comprendiamo un po' le distorte ragioni e la distorta morale, proviamo a empatizzare con la sua distorta affettività e tremiamo davanti al suo sconfinato e distorto potere. Ne conosciamo il distorto passato attraverso dei distorti flashback, ci vengono accennati dettagli della sua recente distorta corsa al potere che saranno spiegati distortamente anche in un libro di prossima pubblicazione, che già mi aspetto essere interessante quanto scritto in modo distorto. Il passo geniale dei Russo è che grazie al lavoro di fino che hanno fatto per caratterizzare  Thanos, unitamente alla magistrale interpretazione che ne dà Josh Brolin, questo tizio possiamo pure "capirlo". Al di là dell'evidente anacronisticità e "alienità" (sostantivo che dubito esista) vediamo come abbia a cuore (a modo suo) pure  uno dei problemi di attualità che più ci riguardano come esseri umani del 21mo secolo. Thanos, con tutte le sue sfaccettature e con quelle che gli cuciamo sopra noi e gli hanno cucito negli anni i fumetti (Jim Starlin lo ha scritto sempre in modo divino) sa essere "grande" come i grandi villain drammatici. Viene in mente come citato sopra L'innominato del Manzoni, ma anche il Giulio Cesare di Shakespeare, il Foster Kane di Orson Welles, il Kurtz di Brando. Con pochi gesti, con il suo corpo enorme ma gentile, con il suo sguardo triste rivolto verso il basso, con le sue lacrime sincere e con quel guanto dorato in grado di compiere cose incredibili, Thanos è già icona e ce lo ricorderemo per un sacco di tempo. Anche perché il finale del film ci farà pensare a lui intensamente almeno fino alla prossima pellicola.


Per una volta avrei voluto non avere nessuna scena post-crediti... sono un illuso...  Ma mi pare già brutto che quella scena, che ormai è accettata per "tradizione" vada a  sminuire di fatto la sontuosità di un colpo di teatro finale, spiazzante come pochi e per certi versi coraggioso, che lancia emotivamente lo spettatore in uno scenario strano e regalmente plumbeo/pece/disperato. Uno scenario che scaglia l'hype a mille verso il capitolo due, stile Season finale del Trono di Spade. Se al termine dei titoli di coda ci fosse stato solo il nero, sarebbe stata una nuova piccola rivoluzione nei film Marvel.
In conclusione, c'è amore nella composizione di insieme, nei combattimenti infiniti e in tutto ciò che scaturisce dal lavoro dei Russo. Questo diviene possibile perché al centro c'è il pupazzone digitale gigante più bello di sempre, credibile nel ruolo e un mattatore nato nel catalizzate l'interesse del pubblico. Un omone steroidato che trasuda carisma e tragedia da ogni poro viola della sua testona mussoliniana, reso reale da una interpretazione "gigantesca" in tutti i sensi, quella di Josh Brolin.  Anche senza una voce off (come nell'unica versione bella di Blade Runner), noi ci sentiremo per la maggior parte del tempo nei panni di questo tizio. Thanos ci sta ad essere visto come il nemico finale di un lungo viaggio iniziatico cominciato in sala dieci anni orsono. Un viaggio necessariamente incominciato con l'Iron Man di Downey Jr.: un ricco viziato che negli anni è diventato simbolicamente l'ultimo grande generale della razza umana. 
Questo Avengers: Infinity War è idealmente l'episodio finale della "stagione uno" di una storia fatta di ricchi redenti, soldati congelati, divinità celtiche sbruffone, stregoni secchioni, geni repressi, mutanti per sbaglio, streghe e pinocchi volanti. Una serie che abbiamo amato al punto che il maxi-cliffhanger finale ci anticipa la stagione "due". Film come episodi TV di lusso, uniformati per per stile, ironia, tematiche (e per questo qualche volta pure noiosini) e una trama sottile ma presente che ci ha portato in un modo inaspettatamente organico e coeso fino a questo punto con l'illusione che nulla era di fatto preconfezionato e che dietro a un incontro di wrestling di due ore e mezzo potevamo vederci una trama articolata. Godetevelo e fatemi sapere. Buone botte colorate finte a tutti e non preoccupatevi se ci sarà rappresentata un po' di violenza visiva stilizzata: sono solo fumetti e la prima regola del fumetto supereroistico americano di massa è che non muore mai veramente nessuno, almeno fino a che il prodotto tira. Shakespeare e vita reale possono solo propoargli la fava a Thanos. E per due ore e mezza saremo tutti d'accordo con lui. 
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