giovedì 9 luglio 2020

Iron Kobra: l'anti-supereroe psichedelico di Officina Infernale e Akab per Progetto Stigma e Eris Edizioni



C'è un bondiano agente del "sistema" in missione, all'interno di un misterioso presidio sorvegliato da inquietarmi occhi dotati di gambette meccaniche che li rende simili a ragni. L'uomo misterioso entra in una sala decriptando un codice e si trova davanti a una serie pressoché infinita di fantascientifiche super-tute, la serie Iron Kobra. Ne sceglie una, la tocca e la struttura ad energia esagonale si impossessa di lui, ne modifica la percezione del mondo, lo rende un creatura perennemente in fuga. In fuga dai (dis)valori moderni del gioco d'azzardo e dell'american dream. In fuga dalla paranoia di mostri lovercraftiani, dalla stupidità supereroistica, dalla competività spinta. Alla ricerca di un senso profondo di "verità", dell'amore fusionale e di uno scopo finale forse irraggiungibili, ma verso cui non si può che procedere spediti, in linea retta, combattendo con la forza della "parola", infrangendo e superando i dogmi e le paure che schiavizzano l'umano. Iron Kobra fugge da un futuro predestinato come il THX di Lucas e si perde psichedelicamente tra i colori e passioni, superando uno dopo l'altro i "livelli" di una autocoscienza liberatoria, ma che può essere forse effimeramente solo autoindotta dai poteri della super-tuta e da un enorme ingranaggio di uomini in bianco e nero che sovrintendono quella che chiamano "simulazione". È vera fuga quella che sta vivendo l'uomo che si è fuso con la Iron Kobra o solo la disperata corsa di un criceto all'interno di un labirinto senza uscita. 
Iron Kobra è un'opera graficamente concepita da Officina Infernale "tra le 4 e le 9 di mattina", che cerca costantemente una propria forma in modo schizofrenico, "pulsando" in una serie di tavole realizzate fondendo il collage fotografico con gli stilemi della pop art, del comics supereroistico vintage, della psichedelica ed elaborazione digitale. Questo mondo affascinante e straniante, sintetico quanto astratto, trova voce nei testi di Akab, che spesso ne rincorrono la lettura grafica e mettono in sequenza ballons dal contenuto spezzato quanto concatenato, muovendosi di suggestione in suggestione, tra il soliloquio del flusso di coscienza alle "voci nella testa" più complottistiche. 

Quello che ne esce è un sogno dentro un incubo e viceversa. Un'esperienza visiva e auditiva che avvolge e respinge continuamente il lettore, tempestandolo e senza lasciargli tregua, mai rendendolo indifferente, tenendolo sempre carico, fino all'ultima pagina. In Iron Kobra si rinnova l'esperimento del romanzo grafico "La Soffitta" (Mondadori Ink), dove Akab aveva legato in un racconto delle illustrazioni di Squaz fino a creare insieme a lui un'opera unica, con le tavole progressivamente realizzate insieme in un unico """esplicitamento"" narrativo. Anche qui la fusione tra testo e disegno è solo intuita, il target è rendere lucenti i frammenti più che la somma degli stessi, l'esito è per il lettore un perdersi felice in un mondo ampiamente da interpretare e ri-etichettare. Viene messa in scena la decostruzione del supereroe più "golden age", con lo sfondo dei paesaggi e stilemi visivi degli anni '60-'70 americani, arricchendo con soliloqui da Silver Surfer e servendosi delle tecniche di "smascheramento ideologico" proprie del capolavoro di Carpenter Essi vivono. Se fosse un videogioco, Iron Kobra sarebbe un parto di Suda 51. Se fosse un film sarebbe un esperimento di Andy Warhol. Se gli dovessi cercare un "fratello" contemporaneo guarderei a Pax Romana di Hickman, se guardo al passato la mente va a Jim Steranko e al suo Nick Fury. Se mi soffermo sulla figura, plastica e imponente, dell'Iron Kobra provo suggestioni che mi portano al Crying Freeman di Ikegami. C'è tutto e forse infinite altre suggestioni in questo geniale parto del Progetto Stigma, perfino degli easer egg che richiamano ad altre opere di questo collettivo di autori. Pertanto più che cercare invano di classificarlo (rimando agli esperti che ne sanno più di me questa nobile arte) vi inviterei a vivere quest'opera, subire sulla retina e nella testa le parole e i colori che dalle tavole vengono sparate come proiettili perforanti. L'arte è prima di tutto libertà e opere come Iron Kobra sono la massima espressione di questo impulso. Fatevi avvolgere nella sua psichedelica e magari versate una lacrimuccia o due pensando che autori come Akab, di cui abbiamo oggi un bisogno sempre più inestinguibile per sentirci davvero "liberi di pensare", oggi non sono più tra noi. 
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mercoledì 8 luglio 2020

Gli anni amari - la nostra recensione del film di Andrea Adriatico sulla vita di Mario Mieli, con interprete un grande Nicola Di Benedetto



Era eccentrico, eclettico, ironico, rivoluzionario, vanitoso e forse troppo fragile. La sua vita è durata un soffio come una candela che brucia da due lati, come per molte stelle del rock. 
Mario Mieli ha diretto giornali indipendenti, si è fatto promotore di reti internazionali di contatti, ha cercato pioneristicamente di innovare il dibattito politico in nome della parità di genere, ha creato un nuovo modo di fare comunicazione sociale utilizzando prima la televisione e poi il teatro. Ha provato a scavalcare il Muro di Berlino, ha sviluppato, legando insieme la filosofia e la psicanalisi, una teoria innovativa su come la società impedisca agli uomini di essere liberi. Come molti rivoluzionari fu molto amato e adorato e parimenti odiato, al punto che qualcuno si spinse a demolirlo personalmente e intellettualmente, con critiche di una ferocia assoluta che puntavano il dito sul fatto che fosse troppo “libertino”, sul fatto che fosse “gay”.
Non un omosessuale qualsiasi, ma uno dei fondatori del Movimento Omosessuale Italiano, cui oggi è dedicato il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma. Circolo che seguendo gli ideali di Mieli si occupa da anni di promuovere non solo i diritti delle persone LGBT, ma persegue anche  il rispetto dei diritti civili di ogni essere umano e la realizzazione della parità di genere. Inoltre promuove occasioni di socializzazione, è sede di gruppi di auto-aiuto, telefoni di sostegno per le fragilità. Dal 1989, per primo in Italia, ha creato un servizio di assistenza domiciliare per malati di AIDS formato da psicologi, assistenti sociali e volontari. La festa annuale con cui il Circolo si autofinanzia è il celebre Muccassassina, legata da sempre dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria, prima persona transgender a essere eletta al Parlamento Europeo. 


Era difficile “ridurre in film“ una figura complessa e importate come Mieli. Adriatico sceglie un attore giovane molto bravo come Di Benedetto e con gli sceneggiatori (Verasani e Casi) racconta un Mieli intimo, descrive il suo mondo emotivo. Dagli anni del liceo in poi, fino alla fine, concentrandosi sul suo rapporto con la famiglia, raccontando il suo edonismo, la sua vita fatta di un continuo inseguire amori sfuggenti, la sua lingua arguta e tagliente, la capacità di parlare senza filtri e in nome di altri, l’entusiasmo. Non tutto è una festa, Adriatico rappresenta in modo spietato quanto umano le difficoltà incontrate da Mieli nel fare ascoltare la propria voce in un mondo concettualmente distante, avverso e “allergico“ al tema di una sessualità. Ma al contempo allega la “prova televisiva”, ricostruendo i filmati d’epoca che attestano come Mieli fosse riuscito a portare i temi a lui cari in Rai e poi a teatro. 
Scegliendo un ordine cronologico il film, usando spesso parole tratte dalla autobiografia postuma di Mieli, Il risveglio dei faraoni, parte da un giovane Mario Mieli che vive a Milano negli anni ‘70. La sua è una  ricca famiglia di origine ebraica, di Alessandra d’Egitto, che aveva patito le leggi razziali durate la Seconda Guerra Mondiale, riuscendo infine a uscire da quel periodo e tornando ad essere a capo di una importante azienda di filati, inaugurata negli anni ‘20. Il film illustra come Mario per il suo essere omosessuale vivesse uno “stigma“ per lui non troppo differente da quanto patito dalla sua famiglia durante la guerra. Trovandosi spesso per le strade di Milano alla mercé di persone “perbeniste” pronte ad aggredirlo simili ai persecutori nazisti, a cui lui però rispondeva, confondendoli e riuscendo a volte a scappare indenne, citando Joyce e  Oscar Wilde. La famiglia si era però “conformizzata”, per Mario non era più capace di capire “l’essere diversi” patito nella seconda guerra mondiale, non comprendendo la diversità sessuale del figlio. Per Mario essere gay, diventare “Maria” era una condizione sociale scelta liberamente, in tempi in cui le persone comuni vedevano l’omosessualità come una devianza mentale da curare, magari con gli psicofarmaci. Per questo Mario, passando idealmente nella narrazione all’età adulta, interviene a manifestare contro il Congresso di Sessuologia Internazionale di San Remo del 1972, momento a cui segue il suo attivismo e un periodo di scoperta dell’esistenza dei movimenti gay e femministi che in seguito appoggerà in nome della libertà di genere. Londra diventa la sua base operativa, luogo di sperimentazione e momento di creatività, fino a che incomberà la voglia di tornare in Italia e fondare la sua prima rivista.
Segue la narrazione del suo impegno politico, caratterizzato da un ritmo pop, sintetico ma chiaro. Nella parte finale ci si riallaccia alle primissime battute del film, riproponendo un contesto dal sapore teatrale.
L’omosessualità è raccontata senza filtri. 


La pellicola si sofferma più volte sulle scene di sesso, come ci sono numerosi nudi maschili, ma Adriatico non punta a un'ostentazione di tali immagini. Le usa per lo più per descrivere una quotidianità affettiva, quanto saltuariamente ne fa un uso simbolico. I corpi e i vestiti diventano qui una grammatica visiva del pensiero di Mieli. Ne è un esempio un momento molto teatrale, a inizio pellicola, al chiaro di luna presso un parco di Milano. I personaggi in scena parlano di ribellione, sembra che stiano improvvisando delle invettive nei pressi di alcune colonne che fanno da “teatro greco”. Per uno di questi poeti la poesia, lo scrivere in versi, è ribellione verso una realtà che riesce a parlare di sé solo tramite la prosa. Per un giovane Mieli, che fa eco al primo, la vera ribellione è un corpo che si trasforma in poesia, davanti alla quale non serve scrivere alcunché, basta “essere”. Per Mieli vestirsi da donna, come liberarsi di ogni vestito, diventava un gesto provocatorio, di liberazione dai ruoli di uomo (quello che lavora) e donna (quella che sta a casa). Ruoli imposti dalla società in cui viveva, per lo più specchio della famiglia media americana descritta dal sociologo Talcott Parsons. Per Mieli chi guardava un uomo vestito da donna entrava in una ulteriore crisi quando scopriva di sentirsi attratto da quell’uomo. Del resto i parchi notturni di Milano vengono descritti come brulicanti di uomini comuni in cerca di “trasgressioni”. Più volte il personaggio di Mieli provoca in tal senso la gente di strada che incontra di notte, con Di Benedetto che gioca sulla sensualità del trucco e del suo corpo per irretire e poi deridere i benpensanti. Di Benedetto si adegua al Mieli che evolve negli anni da ragazzino ad attivista a figura pubblica. Riesce bene a descrivere il  mutare del suo ruolo nel mondo che lo circonda, da uomo libero di spingersi in slanci emotivi estremi a “figlio non accettato”, compresso, schiacciato, in una gabbia emotiva familiare senza uscite. Ne esce il quadro di un uomo che ha ribaltato il mondo, creando qualcosa di importante anche per le generazioni future, pur di essere compreso in casa propria. Mieli diviene così eroe tragico, pronto ad automutilarsi simbolicamente, pur di ricevere quell’affetto negato. È centrale in questo ambito il personaggio della madre silenziosa, interpretata da Sandra Ceccarelli, il padre distaccato (Antonio Catania), il fratello (Lorenzo Balducci) che non condivide la condotta di Mario e che sarà l’erede della ricca azienda di famiglia. Ne scaturisce un disordine di sentimenti che spingono Mario a sua volta ad avere difficoltà in relazioni stabili, trasformando nell’ultima parte la pellicola in un dramma che è tragicamente comunque, universale, a molte vicende in cui l’omosessualità non è accettata. 


Gli anni amari è un film che descrivendo la vita di una figura centrale del Movimento Omosessuale ne accenna soltanto i successi, non li enfatizza. Preferisce invece una dimensione personale, intima quanto universale, fatta di slanci, sbagli, compromessi emotivi.  È un film che celebra ma non dimentica le pagine più difficili della vita.
Molto bella la fotografia di Gianmarco Rossetti. La Milano degli anni ‘70 che ci racconta è fredda, crepuscolare, dove gli omosessuali si nascondono tra le ombre di un parco malfamato. Londra appare irradiata di costante luce e pensieri positivi, le persone sono sudate e felici anche se hanno appena ricevuto un pugno sul naso. Ma il film sceglie la via crepuscolare, i “colori più caldi” escono da un televisore in bianco e nero. Una bella idea.
Ottimi gli interpreti, menzione particolare per un protagonista in grado di afferrare le mille sfumature di un personaggio sempre in movimento fisico ed emotivo, potente quanto fragile. Adriatico mette in scena una pellicola di stampo realistico, ma che sovente vi tinge di registri teatrali originali, di un riuscito stampo drammatico. Una pellicola piena di ritmo, che scorre veloce e sa appassionare.
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martedì 7 luglio 2020

Aspettando "Aldobrando", il fumetto legato al gioco di carte "Bruti" scritto da Gipi e disegnato da Luigi Critone



Forse da principio c'è stata questa carta da gioco, raffigurante il personaggio oscuro di un mondo medioevale rugginoso, dominato dalla sorte e dalla morte. Un non-eroe che si sarebbe dato battaglia in un'arena, tra "bruti" di ogni risma, età e follia, con nomi di battaglia come Sercane, Manunta, Boccamara, l'Ucciditore e Clelia la Santa.
Forse ispirata a Santa Clelia, proprio questa carta aveva in sé una storia, poiché nel libro Come lo feci di Gipi, lo spettacolare e sontuoso "making of" del gioco, aveva un aspetto più giovane, lineamenti non ancora corrotti. Ma questo è un piccolo segreto per pochi. Bruti nella volontà dell'autore era un gioco di carte che "generava storie", ogni partita come il classico Dungeons & Dragons doveva servire a dare voce, vita (e morte) a queste carte in cerca d'autore. Racconti magari da condividere con gli amici dopo un combattimento forsennato nella "fossa", dove carte e regole interne e crudeli  rendevano spesso imprevedibile lo scontro, come un incidente stradale, come la vita.


Se le storie dovevano essere quindi raccontate "dal gioco e nel gioco", il mondo rugginoso ideato da Gipi attirava da subito, fin da quella primissima, piccola storia a fumetti che l'autore pisano aveva deciso di allegare al volume sulle regole di gioco. Una storia che parlava proprio di Aldobrando, ma di un Aldobrando "bambino", ancora puro, che sarebbe entrato nella fossa dei combattenti "bruti" solo da adulto, nelle ultime pagine del racconto.


Quella storia, che nella mia testa era già sullo stesso livello delle Torri di Bois-Maury di Hermann Huppen, ma in salsa Gipi, volevo leggerla. Guardandomi in giro nella rete non dovevo essere il solo. Così durante un'intervista, rilasciata per l'uscita de La terra dei figli, qualcuno tra il pubblico ha fatto la domanda su un fumetto intero sui Bruti. A sorpresa l'autore aveva parlato di trattative in tal senso, specificando che si sarebbe affidato però a un altro disegnatore, rimanendo lui ai testi.
Così a inizio 2020 si è concretizzato, per il momento dalla Casterman per il mercato francese, questo Aldobrando, probabilmente prima o poi anche dalle nostre parti.
Non vediamo davvero l'ora di immergerci in questo nuovo mondo di nuvole parlanti, magari nell'attesa che il gioco di carte Bruti, nel frattempo esauritissimo, torni in auge e diventi sempre più famoso, magari con un nuovo set di carte dopo la sua ultima espansione piratesca "Ciurma". 
Al mondo servono ancora gli sgangherati e brancaleoniani bruti di Gipi. Da appassionato, io punterei prima o poi ad espandere questo universo anche in TV, magari al cinema... naturalmente seguiremo gli sviluppi dell'edizione italiana di Aldobrando, già immaginando un periodo di uscita e una casa editrice.
 

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lunedì 6 luglio 2020

Addio a Ennio Morricone



Posso avere anche centomila persone alle spalle: non me ne accorgo, Sono troppo concentrato, sono solo. Solo fino agli applausi conclusivi. Allora tutto si scioglie. Il miracolo s'è ripetuto un'altra volta. E posso passare anch'io dalla parte del pubblico.

giovedì 2 luglio 2020

Vendetta finale (Acts of Vengeance / The Stoic) - la nostra recensione di un film con Banderas un po' sconosciuto

 

"La miglior vendetta deve essere diversa dal tuo nemico". Con questa massima in testa, insieme a tutte le altre massime contenute nelle Meditazioni di Marco Aurelio, un avvocato di successo con il volto di Antonio Banderas, dopo un grosso colpo in testa, decide di cambiare vita e scovare l'ignoto artefice della morte di sua moglie e sua figlia. Forse un criminale di passaggio o forse pure peggio, i russi o chissà che orco. Il colpo in testa è una capocciata clamorosa che il nostro eroe si piglia, mezzo sbronzo, sfondando la vetrata di una libreria (in una scena girata in modo assurdo per ogni legge della fisica), dopo essersi improvvisato giustiziere delle notte, come reazione alla inefficienza della polizia nel condurre le indagini. Sfondato il vetro e con gli uccellini che ancora gli volano per la testa stile cartone animato, Banderas piglia in mano questo volume di Marco Aurelio posto in vetrina, dichiara di sentirsi ora uno stoico, fa voto di silenzio assoluto e va a imparare il kung fu per iniziare a picchiare sconosciuti negli scontri clandestini. Qui incontra Karl Urban, che un anno dopo il terzo Star Trek è più gonfio di un culturista, fa il poliziotto bonaccione e ama farsi due bevute. A un certo punto un cane antidroga decide di aiutare Banderas iniziando a seguirlo come zanna bianca, mentre una infermiera di notte interpretata da Paz Vega, dopo aver intravisto la classica "parete della pazzia" che Banderas tiene in soggiorno incrociando foto e linee rosse, lo indirizza verso un tizio che si chiama Mister Brivido, che vive presso uno snodo abbandonato dei treni che non c'entra assolutamente nulla con il luogo dell'agguato. Riuscirà Banderas a farsi vendetta? Certo, volesse tornare a parlare sarebbe utile, ma questo suo stoico-mutismo-autoimposto sembra avergli sviluppato da paura tutti i sensi e ora si muove e percepisce il mondo come Daredevil.
Il regista Isaac Flomentine è autore di action del sottobosco "arti marziali very low budget" amatissimi quanto scarsissimi. I vari Ninja, Boyka e Undisputed con Scott Adkins. High Voltage con la moglie di Bruce Lee, Shannon, Amy Smart e Antonio Sabato Jr . Ha compiuto il piccolo miracolo di rimettere insieme su pellicola Dolph Lundgren e Cary-Hiroyuki Tagawa, in Bridge of dragons, dopo il mega-classico Big Trouble in Little Tokyo.. e qui mi parte la lacrimuccia. 


Flomentine punta tutto sull'azione, fa lavorare gli stunt-men più che gli sceneggiatori e attori, ha una precisa idea della messa in scena che ricalca inquadrature e temi ultra-easy degli action anni '80/'90, tra Cynthia Rothrock e Don The Dragon Wilson. I suoi prodotti hanno quel gusto nostalgico, ingenuo e chimico delle pizzette congelate da riscaldare al forno elettrico che quando ero piccolo il bar dell'oratorio ti serviva dopo averle tolte dal freezer e da una copertura di plastica e conservanti che ne conferiva al 90% il sapore finale. Sono fumettoni buffi e muffi, ma se vi capitano tra le mani e siete nel mood giusto possono pure essere divertenti.
Questo Act of Vengeance è arrivato da noi con il banalissimo titolo di Vendetta finale e inizialmente era  schedulato con il pericolosissimo, delirante e altisonante titolo The Stoic, il ossequio allo "stoico daredevil", di Banderas, rischiando la lapidazione globale e derisione da parte di ogni studente di filosofia del globo. È però un film così "fuori" che fa il giro, accumula pazzia di minuto in minuto e sa essere un autentico guilty pleasure. Banderas ci prova a "menare", come la totalità della filmografia di Flomentine impone all'attore centrale di una sua pellicola, è pure convincente nelle precise e ben delimitate scene di botte. Ma è e rimane un attore passionale, latino, del tutto ingestibile da parte di un tizio abituato a dirigere Stunt-men poco "loquaci". Banderas va in overacting, si muove con una teatralità assurda e il suo personaggio, pur essendo nell'incapacità di parlare, pensa ad alta voce per tutto il tempo, con la voce off classica tanto della filmografia hard boiled sui "detective"... come del Daredevil scritto da Frank Miller in poi. È una cosa che fila, è una cosa al contempo buffissima. Banderas è ovunque ed è incontenibile, vive in un film tutto suo, cerca a volte pure di rincorrere il Jim Carrey di Bugiardo Bugiardo a partire dalla supercazzola, che ci portiamo dalla prima alla ultima scena, su quanto troppo parli al giorno un avvocato. Ed è goffo, oltre che oggettivamente bolso per sopraggiunti limiti d'età, salvo tirare fuori fisico e orgoglio in alcune scene action. Per contrastare questo One man show, sembra quasi che il regista decida di riempire ogni buco visivo e narrativo non occupato dall'ingombrante attore con fantasmagoriche puttanate. E allora vai con il supercane poliziotto, vai con i cattivi ultra cattivissimi ma buffi, vai con una spaesatissima Paz Vega il cui personaggio cambia caratterizzazione di scena in scena, vai con la divisione del film in capitoli intervallati dalle massime del povero Marco Aurelio, vai con i Mister Brivido che escono dai tombini facendo le capriole come i power rangers. E sapevate che Flomentine ha diretto pure episodi dei Power Rangers? Non trovate tutto ciò fantastico? Insomma, The Stoic è una perla avariata irresistibile per farsi un paio di risate, girata un tanto al chilo (salvo per l'action), interpretata in modo incontenibile, carica a pallettoni di non-sense. Quasi un cult a rovescio. Lo trovate anche su Rai play, se volete farvi due risate vi consiglio un giro di giostra. 
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giovedì 25 giugno 2020

Dragonero - il ribelle numero 8 - I segreti degli Ubiqui: la nostra recensione!


Esistono nel mondo di Dragonero delle dimensioni parallele psichedeliche quanto le copertine degli album dei Supertramp.


Sembra che siano delle autostrade vagamente psicotrope che legano luoghi lontani, seguendo i principi del teletrasporto trekker  quanto di una sceneggiatura standard di Christopher Nolan. Un giorno, durante gli eventi trattati nel numero 12 della serie regolare di Dragonero,  un buffo “mappatore” era finito in una di queste dimensioni. Sulla faida tra I “cartografi“ (categoria cui appartiene il nostro Dragonero), dipinti  tutti come uomini liberi, palestrati, indipendenti, bellissimi, sessualmente attivi, con occhi azzurri e codino, contrapposti a quei brutti, magrolini, depressi, zozzi, nerdosi burocrati imperiali dei “mappatori” erondariani, vi lascio all’indispensabile approfondimento critico ad opera di Barbieri di pagina 4. Ma sappiate già da ora che scoprirete un dramma socio-politico-economico di cui presto Leario dovrà farsi carico, altro che cassa integrazione in deroga! Il nostro mappatore del cuore, Radah’El, magrolino, con i suoi baffoni e occhialoni vagamente Lynyrd Skynyrd era finito dentro a questa dimensione, nessuno si era più curato di lui e poi... "sorpresa", oggi scopriremo finalmente che fine ha fatto, come il teletrasporto nolaniano funzioni e relativi utilizzi bellici o ludici possibili, ma soprattutto scopriremo quanto ancora è vasto e inesplorato, in positivo, il mondo di Dragonero. Al punto che ora sappiamo che chiunque, anche i più sfigati, possono trovare alla fine di queste buche del bianconiglio psichedeliche una bella gnocca, se non più “gnocche” disposte “ad harem personale”, pronte ad amarli alla follia. Magari si parla di femmine con un paio di occhi in più sulla faccia, ma se sono occhi disposti armoniosamente sul viso, tipo D’vorah in Mortal Kombat X (Meno in Mortal Kombat 11) si può davvero stare a guardare al capello? Cioè, all’occhio extra? Se quindi il mondo di Dragonero permette sesso assicurato a chi si teletrasporta, a patto di accettare piccoli dettagli anatomici insettiformi che dopo la seconda birra di Solian scompaiono, era chiaro che questa features non piacesse agli imperiali adepti di Radio Maria/Bendata. Questi bacchettoni imperiali, con la scusa di evitare teletrasporti da zone piene di draghi sputafuoco, in aggiunta alla constatazione pratica di non riuscire a usare bene questi passaggi, preferiscono distruggerli, come i vecchietti che tirano il telecomando al televisore quando non gli riesce di cambiare canale. La corsa contro il tempo di Ian e soci consiste quindi nel nascondere e preservare, perché i ribelli sono più smart, smanettoni, vedono nei portali una opportunità tattica e più o meno li sanno usare. Hanno capito che questi passaggi funzionano attraverso un “telepass fantasy” realizzato dagli antichi Ubiqui, costituito da delle pietre sonore che ne gestiscono i percorsi e ne registrano il transito. Ma qual è la pietra e la strada giusta? Ovviamente se becchi la strada sbagliata finisci come in Lombardia sulla Pedemontana e ti arriva a casa da pagare la multa, e giù bestemmie ai Khame. Mentre c’è chi si pone il problema di non finire di nuovo sulla Pedemontana, la maga vampira Aura giocherella con le pietre, utilizzandole per realizzare scherzi buffissimi ai danni dj Ian e Gmor, teletrasportandoli in mondi alla Rick e Morty. Così i nostri eroi, come chiunque si sia trovato controvoglia sulla Pedemontana,  si trovano presto a imprecare un Gharn e due Ozghur, finendo chissà dove sulla world Map. Prima in una zona dell'Erondar boschivo/pluviale piena di mega-insetti, blatte e uomini-insetto alla Mortal Kombat, poi in un luogo sabbioso carico di mostri tentacolari e dune che sembrano facce enormi realizzare dal tizio di Art Attack (non Muciaccia, l’altro). Pur tra latitudini diverse i nostri eroi si imbattono comunque in donne di razze strane ma sempre sexy e in bikini, in un caso tanto arrapate alla visione dell'orco Gmor, che prontamente il nostro viene spogliato per farne il modello di una statua gigante in posa adamitica. L'Erondar quindi è pieno di località turistiche nuove e carico di donne arrapate, a pochi passi dal primo teletrasporto. Quindi riuscirà la coppia uomo-orco a sopravvivere e a foraggiare la ribellione aprendo magari un'agenzia turistica sfruttando il teletrasporto verso mete di intrattenimento? 


Come in tutti i giochi di ruolo fantasy, anche per Dragonero i teletrasporti a un certo punto della narrazione arrivano. Perché è bello girare a piedi come Tex Willer e Carson per infinite praterie, ma dopo che abbiamo passato dieci milioni di pagine per far arrivare i personaggi dal punto A al punto B della World Map, se non si ama troppo la magia eterna del trekking, tra campeggio, caffè sul fuoco e tramonti, e si deve raggiungere per esigenze di trama luoghi tra loro sideralmente lontani... ci si rompe un po’ le palle. Così arrivano i teletrasporti, anche solo per accedere a nuove aree della World Map, anche giusto per esplorarle a piedi, diranno i lettori di Tex come gli appassionati di AD&D che vogliono giusto vedere scenari nuovi anche dopo 16 anni passati appresso al loro "elfo caotico" che hanno downgradato 76 volte per evitare che abbatta Chathulu con un peto tirando un dado da sei. È un po' che Dragonero ci parla delle possibilità di "viaggio veloce", ma con questo numero potrebbe nascere quasi un permanente e utile servizio taxi interdimensionale, che sarebbe utilissimo per permettere il distanziamento sociale inibito dall'uso dei mezzi pubblici come i grifoni e mongolfiere nell'era Covid19 (forza ragazzi! Teniamo ancora duro!), ma che è una procedura che personalmente mi farebbe, se fattibile, una paura fottuta. Il teletrasporto mi fa paura fin dal primo episodio di Star Trek che ho visto in vita mia. Anche perché chi ci garantisce che la persona teletrasportata sia la stessa prima del passaggio? Se fosse solo una copia e l’originale fosse morto? Se succedessero robe tipo La Mosca di Cronenberg? Non se ne esce! Fortuna che è tutto così psichedelico, per lo meno! Fesserie a parte, il numero 8 di Dragonero Il Ribelle, scritto da un Luca Enoch che punta a intrattenerci in modo leggero quanto spettacolare,  è un divertente overture visivo in cui Ian e Gmor vengono sbalzati da una parte all’altra dell’Erondar tra crepacci, insetti giganti, mostri sabbiosi, fortini pieni di scale di legno e carrucole, mentre Aura si dimostra sempre più un personaggio ambiguo, pericoloso e non pienamente con il controllo della sua natura vampirica. Le tavole, particolarmente dinamiche e ricche di splash-page, sono ripartite tra Alessandro Bignamini, Alex Massacci e Luca Bonessi. Il trio di disegnatori, tutti molto bravi nella descrizione dei luoghi e caratterizzazione dei personaggi, non si occupa di una ambientazione o fase della storia  “esclusiva” e il loro stile tende ad amalgamarsi, con dovute peculiarità descrittive. Di Bignamini apprezzo per esempio la capacità enciclopedica, sfoggiata nelle prime pagine, di descrivere con minuzia di dettagli scene di massa di bacarozzi di ogni forma e dimensione. Su qualche tavola ho spruzzato del DDT per sicurezza, da tanto realismo descrittivo.


I bacarozzi di Massacci sono meno angoscianti e più pucciosi (anche in riferimento alla trama che si evolve) ci si può montare sopra o appendersi a loro come fossero le aquile di Tolkien, fanno molto Nausicaa della Valle del Vento di Miyazaki.


Bonessi non ha da disegnare blatte, scorpioncini e forbicine varie, ma si impegna al massimo, per la gioia di grandi e piccini, nel disegnare la bellissima, gigantesca, tentacolosa, viscidosa e pluri-occhiuta piovra delle sabbie. Un mostro panciuto che si erge sostenendosi avviluppato tra le colonne di qualche tempio abbattuto di una civiltà perduta, con il suo corpaccione, lunghissimi arti poliposi e pure per gradire articolazioni insettoidi con aculei vari. Roba che “Sarlacc spostati” la semi-splash page di pag. 89, dove la piovrona si cimenta in un GROOOUURRR a tutta riga che passerebbe facile le selezioni di X-Factor. 


Insomma, gli amanti dei mostrazzi saranno felicissimi di questa nuova uscita mensile di Dragonero, ambientata in un mondo carico di sabbie e strutture a carrucole che a molti gamers ricorderà dei livelli di God of War. La storia è divertente e leggera, riesce tanto a espandere l’universo narrativo quanto a introdurre sfiziose innovazioni “tecnologiche” come le pietre sonore, che si aggiungono a cose già sfiziose in tal senso come il “vortice della luce che devia” (di fatto la versione di Dragonero della Fog of war degli strategici alla Warcraft). Enoch in questa folle corsa riesce a trovare il tempo di parlarci un po’ di Aura e lo fa come suo solito in modo non banale e carico di sensibilità, confermando che il personaggio ha ancora tantissimo da raccontarci, nella sua continua ricerca di una “forma in cui riconoscersi”, tanto emotiva quanto fisica. Ma quello che ci portiamo a casa con più entusiasmo è il fatto che ogni mappatore nerd da oggi può trovare nell’Erondar il suo personale harem dietro l’angolo. Basta imbroccare il passaggio e le giuste pietre sonore. Si rischia di finire sulla Pedemontana o trovare una compagna che feconda uova, ma il gioco vale la candela. 
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mercoledì 24 giugno 2020

Ci ha lasciato a 80 anni Joel Schumacher



È stato il regista di istant-cult generazionali come Ragazzi perduti, Linea Mortale, Un giorno di ordinaria follia. Ha tradotto in video alcune delle più belle canzoni di Lenny Kraviz, INXS, Seal. Rischiava e scommetteva nello sperimentare linguaggi visivi, coraggiosi come pure amabilmente scombinati, come In linea con l’assassino, Number 23, 8mm. Sapeva tradurre con equilibrio i legal di John Grisham, amava i musical di Andrew Lloyd Webber e se è riuscito infine a portare in sala Il fantasma dell’opera, pur con alterne fortune, la sua esperienza con il franchise di Batman aveva lo stesso impianto visivo eccentrico, i colori, paiettes e le musiche curate (da Seal agli U2, passando per Michael Hutchence, Smashing Pumpkins, Massive Attack, PJ Harvey, Metod Man, Nick Cave, R.E.M., Go go dolls... trovatemi pellicole con pari qualità e vastità di soundtrack, non sono molte) di una rappresentazione di Broadway. Chissà cosa sarebbe successo se Warner Bros e DC Comics gli avessero permesso di fare come voleva, ossia una versione cupa di Batman Year One con lo sceneggiatore di Ragazzi perduti. 
Non piaceva a tutti. Ci sono film pazzi come il nazi-horror Blood Creek dimenticati dai distributori, c’è un Tresspass con Nicholas Cage che come sua ultima pellicola, del 2011, non è il migliore dei canti del cigno (ha diretto poi un paio di puntate di House of cards e poco altro). Ma gli si voleva bene e i suoi film migliori non sono invecchiati di un giorno, quando trovava un attore in stato di grazia come Keifer Sutherland, Colin Farrell o Michael Douglas sapeva girarci il film intorno, irradiare una performance.
Ci mancheranno molto i suoi vampiri teenagers, i suoi uomini sull’orlo di una crisi di nervi, i suoi esploratori dell’aldilà. E sì, ci mancheranno pure i capezzoli sul costume di Batman da lui voluti e pretesi dopo un sogno Acido Gothic kitch a base di simbologia della raffigurazione eroica nella scultura greca. Me lo vedo a ridere di noi, tra le nuvole, ascoltando buona musica. Buon viaggio. 
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martedì 23 giugno 2020

Skiptrace - la nostra recensione della commedia con protagonisti Jackie Chan e Johnny Knoxville



- Sinossi fatta male: Benny Chan (Jackie Chan), un poliziotto anziano e depresso di Hong Kong, che ormai combina solo disastri, risponde alla domanda di aiuto di Samantha (Fan Bingbing), figlia del suo ex partner ucciso alcuni anni prima dall'organizzazione criminale gestita dal fantomatico "Matador". Samantha sta operando sotto copertura in un casinò di Macao che sembra gestito proprio dal Matador, ma per uno scherzo del destino ha incrociato il truffatore americano Connor (Johnny Knoxville), che è riuscito a farla mettere in cattiva luce con i suoi capi facendola passare per sua complice di un qualche furto, per poi essere scappato in Russia. Benny dovrà trovare Connor e riportarlo a Macao per salvarla, ma le cose si dimostrano più complicate del previsto e i due, rimasti senza soldi e documenti, nonché inseguiti da criminali cinesi e russi (tra cui svetta la bellissima e bravissima wrestler Eve Marie Torres, già "Maxima" nella serie TV Supergirl, che ha anche ottimi tempi comici) dovranno per lo più fare il viaggio di ritorno a piedi o con mezzi di fortuna, passando attraverso il deserto dei Gobi e la Mongolia Interna. Un viaggio che presto prenderà la forma di un curioso ibrido tra un action Movie e una puntata di robe tipo Turisti per Caso o Overland e un goccio di Mai dire Banzai, con i nostri eroi immersi tra paesaggi, cultura, cucina e tradizioni locali che diventeranno curiose prove da superare per loro quanto per gli inseguitori. Perché, tipo, chi vuole superare un valico di montagna presidiato da delle ragazzine in abiti tradizionali colorati che lo bloccano con bastoni di giunco, deve prima avere la loro approvazione cantando una canzone. 


- Renny Harlin, chi era costui?: Un film del finlandese Renny Harlin in genere lo guardo sempre, magari per scuotere alla fine la testa  ma lo guardo, giusto per trovarci una scintilla action degna di Die-Hard 2: 58 minuti per morire o Cleaner, quel tamarro mascherato da "stile" alla Blu Profondo o quella epica esagerata ma gasante degli "stalloniani" Cliffhangher o Driven. Anche se poi ha fatto robe tremende come Hercules: l'inizio (inclassificabile) o robe per lo più  moscette come L'esorcista: la genesi (occasione buttata), Corsari e Spy (coppia di filmetti carini e nulla più girati per volere della moglie dell'epoca, Geena Davis), 12 Round (saga con "wrestlattori" discutibile, che non sono ancora riuscito ad affrontare nel modo giusto) o Devil Pass (bravi i personaggi, stupenda la fotografia e i mostri ma dove è il secondo tempo? Perché quando iniziano davvero "le cose" la pellicola finisce?), Renny è anche il tizio dei carucci Nightmare 4 e Nella mente del serial killer insomma, un artigiano abbastanza onesto che un prodotto medio e digeribile te lo incarta sempre e qualche volta fa di più. Ora il nostro Renny sembra essere migrato in oriente a fare fortuna, in tre anni di fila esce con Skiptrace con Jackie Chan, Legend of ancient sword con la idol Victoria Song e Bodies al rest con il nostro amico Nick Cheung e programma nel 2021 un ritorno all'occidente con The Misfits con Pierce Brosnam, ma non usciamo dal seminato: parliamo di Skiptrace.
Prima della visione ci ricordiamo che tra i punti di forza di Renny ci sono buona capacità nel costruire il thriller, belle scene d'azione, lunghe, complesse e spesso "vertiginose", un sense of humor in grado di alleggerire l'impasto generale. Soprattutto, Renny è un grande esperto nel fondere bene un scenario realistico con le dinamiche dell'action movie. Vedere Cliffhanger ti fa venire voglia di fare trekking su quelle montagne da tanto sono inquadrate bene, l'aeroporto di Die Hard 2 è dettagliatissimo, perfino il set alla Indiana Jones de L'Esorcista: la genesi è così curato e fotografato da essere il vero aspetto convincente della pellicola. 


- Un classico "Buddy Chan movie" (marchio registrato): Skiptrace è l'esponente di una nota (forse troppo), ma cospicua "serie" di di film Jackie Chan, che io accomuno sotto il termine"Buddy Chan Movie". Abbiamo trattato sul blog i Police Story, la trilogia dell'Armour of God, abbiamo accennato ai "cappa e spada" con The Last Blade, abbiamo accennato alla sua linea di lavori "doppiaggio e poco più for kids" tra Lego Ninjago, Kung Fu Panda e Karate Kid (mi pare), parleremo presto di Little Big Soldier e The Foreigner che forse sono i "pezzi più pregiati e rari a livello recitativo", parleremo magari anche dei "classici Kung - Fu movie" alla Drunken Master (mentre dovrete pagarmi per farmi avvicinare incautamente alla sua produzione "alla bombolo" espressa in robe tipo La gang degli svitati, Project A et simila perché so di non potercela fare neanche io e quel tipo di commedia anni '70, per di più senza una scena in cui c'è la Fenech o Nadia Cassini che si spogliano per fare la doccia, non la riesco ad avvicinare) ecc. ecc. Jackie Chan ci piace, ha fatto più di 100 film, ma alla fine non abbiamo mai parlato qui dei "Buddy Chan Movie", che potrei descrivere in sintesi come film "Buddy Movie con Jackie Chan". I buddy Movie sono quel genere classico in cui ci sono 2 protagonisti di diversa ernia o estrazione sociale impegnati in trame per lo più poliziesche o nel percorso di un viaggio comune, che hanno per idea di sviluppo narrativo, oltre a varie scene action, proporre una "integrazione- popcorn" tra due diversi modi di vivere la vita e il lavoro. Danko! Ecco, prendete Danko per esempio, o Alien Nation ma pure Un biglietto per due, Una poltrona per due, Arma letale... ma stiamo ancora un po' su Danko. Danko parla di saune russe e pranzi con Hot Dog americani, di "etica del lavoro" russa vs "improvvisazione" americana, di situazioni di fraintendimento, perché oggettivamente non si capisce una lingua e il film è parlato in due lingue, ma anche perché certi gesti, come lo scambiarsi doni per riconoscenza, hanno valori culturali diversi. È questo il bello, trovare armonia nelle differenze e arrivare a fine film sapendone qualcosa di più senza essersi sparati in endovena un documentario su, tipo, "usi e costumi dei russi". Nei "Buddy Chan Movie" c'è a fare questo viaggio/missione-multiculturale un attore occidentale, mentre l'altro è sempre Jackie Chan. Nei film di Jackie Chan standard c'è spesso un co-protagonista orientale, ma carattere ulteriore e fondante dei "Buddy Chan Movie" per come li ho concepiti (devo depositarlo in Siae...) è il fatto di essere film espressamente e spintamente pensati per il mercato occidentale, al punto che il buon Jackie si trova a volte a recitare, come spesso ha ammesso nelle interviste, con un copione così culturalmente "altro" da non avere la minima idea se certe situazioni possano far ridere o appassionare uno spettatore occidentale per i tempi comici. E ha una ragione maledetta, soprattutto quando si trova invischiato nell'umorismo di gente come Chris Tucker, che risulta poco divertente anche per molto pubblico italiano, a fronte del classico umorismo alla Jackie Chan che, quando ripercorre la strada di Buster Keaton e delle gag fisiche esprime invece davvero una comicità universale, limpida e adatta a colpire tutto il pubblico. Sono però  "prodotti di esportazione del marchio Jackie Chan" che hanno il loro fascino anche per la sfida di combinare sense of humour di culture diverse, ibridandola con l'action Movie di Hong Kong di cui Chan è bandiera. C'è da dire che spesso l'attore co-protagonista occidentale scelto è un attore comico, quindi la sfida di renderlo "anche" un attore "action" è doppiamente interessante. 
Quanti ce ne sono di film di questo tipo? A dire il vero non tantissimi come si penserebbe. Tra i più belli per me c'è la serie di Pallottole cinesi (Shangai Noon) in cui il nostro è affiancato da uno strepitoso Owen Wilson con cui è in totale sintonia per azione e tempi comici. Molto carino anche Il giro del mondo in 80 giorni con spalla il "poco action" Steve Coogan, riuscita solo a tratti, con divertimento per mio gusto decrescente, la saga di Rush Hour, anche se è evidente l'impegno di Chris Tucker nelle arti marziali.
E quindi Knoxville che partner è? Il fatto che ci fosse Johnny "Jack Ass" Knoxville, un grande stunt-man prima che un comico, ad affiancare Jackie Chan prometteva sulla carta delle scene action degne di questo nome, magari mattissime. Se Knoxville si era poi trovato benissimo con Schwarzenegger ne L'ultima Sfida, cosa poteva andare storto con Chan, con cui credevo di base potesse "parlare la stessa lingua", di action-commedia e costruire il perfetto "Buddy Chan Movie"? 


- Stare "sulle tracce"(lett: "Skiptrace") della tradizione culturale: nei capitoletti qui sopra ho scritto di come il genere "Buddy Movie" offra una ghiotta opportunità per parlare di multiculturalità, dando voce al diverso punto di vista nell'affrontare vita, lavoro e aspirazioni di personaggi di estrazione geografica, sociale ed etnica diverse. Ho altresì parlato della capacità del buon Renny di inquadrare ottimamente tanto paesaggi naturali (montagne in Cliffhanger) che strutture realistiche (aeroporti in Die Hard 2). Combiniamo alle due cose almeno un paio di "dati oggettivi inquietanti" che vengono dritti dalla produzione e giustificherebbero in questo specifico caso una resa non stratosferica delle scene d'azione. Jackie Chan non ce la fa più a muoversi come un ventenne e si è fatto parecchio male in una scena d'azione, che ne ha compromesso la mobilità di una gamba per molto tempo. Johnny Knoxville è di fatto entrato in corsa nel progetto, a 3 mesi scarsi dalle riprese, sostituendo Sean "Stifler" William Scott con degli stunt che potrebbero essere stati creati per quest'ultimo (che era sul progetto da oltre un anno) e non per lo stunt-man di Jackass, che dovendo quindi per lo più "recitare senza fare il matto", prova a diventare (e gli riconosco comunque impegno) una sorta di cosplayer di Jim Carrey. Non c'era nell'aria "troppa voglia" di scene d'azione, considerata pure la tragica morte sul set di uno storico operatore di Hong Kong, un cameraman/action come Chan Kwok-hung attivo da Tokyo Raiders di Jingle Ma. Il risultato di questa nefasta combinazione è che l'azione in Skiptrace è un po' "tirata via", con Jackie che nella sequenza iniziale sulle palafitte sembra muoversi al rallentatore per via della gamba e non migliora poi tanto lungo il film (credo che al massimo sbatta la porta in faccia a un russo e poco più), con Knoxville/Carrey 2.0 che fa praticamente solo faccette e stunt in cui è ingessato o viene usato come sacco di patate umano (se vogliamo nella scena più carina, che ricorda la sequenza delle valigie di Die Hard 2), con sequenze pericolose classiche del Jackie Chan Team meno presenti del solito e che sembrano palesemente poco rifinite, "buona la prima e ciao". Non potendo contare sull'action in quello che dovrebbe essere un film action, ecco la trovata geniale di girare gran parte della pellicola (la migliore) come una brochure delle tradizioni mongole "culturalmente accurata". È l'uovo di Colombo, perché in genere non ci si sofferma mai sulle peculiarità culturali in un film action, ed è pure originale. Così veniamo a sapere che i testicoli di caprone sono un piatto prelibato, che il personaggio di Chan sogna di diventare allevatore di "alpaca", che per sostenere le zattere che guadano i fiumi si possono usare tradizionalmente pelli di cinghiale gonfiate ad aria con la tecnica del bocca a bocca, che per ringraziare del raccolto i contadini mongoli lottano nel fango per giorni, che gli agricoltori di montagna si muovono su carrucole a picco sul vuoto, che nel deserto dei Gobi esistono i pelle rossa con occhi a mandorla e amano cantare in coro "Rolling in the deep" di Adele e improvvisare tornei a uso e consumo dei turisti. Il bello è che non sono informazioni pre-confezionate. Cosa sia un "alpaca" lo si può capire solo a fine film e guardandolo una seconda volta constatare che dei pupazzetti di quello strano animale si trovano sul comodino di Jackie. Allo stesso modo gonfiare pelli di maiale per farne galleggianti non è una trovata buffa, o introdotta in modo buffo o surreale stile "cosa cacchio stiamo facendo?", ma è una cosa che vedi dalle immagini essere fatta "normalmente" dalla popolazione locale. Le palle di montone sono buone e Knoxville, senza fare facce strane o cercare di vomitare quando gli dicono cosa sta effettivamente mangiando, dice che gli piacciono e ne vuole ancora. E ci sono altre mille amenità di questo tipo, una miniera di informazioni culturalmente strane, ma trattate con rispetto, che trovano in questo film di Jackie Chan la stessa funzione del noto combattimento tra i Lego di New Police Story: idee originali per portare avanti la narrazione. Il film, attraverso riti culinari e conviviali, diventa in questa luce un originalissimo road movie in cui a volte la sola partecipazione dei due protagonisti a una delle varie tradizioni popolari mongole ha un senso. Come la festa delle lanterne, evento che senza costruire dialoghi e limitandosi al "volo delle lanterne",  riesce a scalfire la profonda malinconia del personaggio di Chan come a mitigare le intolleranze del ribelle personaggio di Knoxville. 

- Finale: Skiptrace è un film curioso, zeppo di difetti ma molto carino. La coppia Chan-Knoxville funziona e due sembrano a un certo punto divertirsi come ragazzini a farsi gli scherzi e rincorrersi. Molto simpatica anche la wrestler Eve Marie e i vari "sgherri" russi e cinesi, dei cattivi spesso comici e buffi. I paesaggi della Mongolia sono da infarto e per chi non li ha mai visti è un'occasione per scoprire una possibile meta turistica. Ogni tanto il motore si ingolfa, ma chiudendo un occhio ci si più comunque divertire per le mille stranezze che la pellicola, intelligentemente, mette in campo. 
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giovedì 18 giugno 2020

Train to Busan 2, primo trailer



Uno dei film horror a tema Zombie più sorprendenti degli ultimi tempi è di sicuro Train to Busan del regista coreano Yeon Sang-ho. Dopo una carriera dedicata all'animazione, con pellicole pregiate e molto forti come The king of pigs, Sang-ho con Train to Busan, da noi nel catalogo Midnight Factory dopo il grande successo in patria e al Far East Festival di Udine, passa a dirigere attori in carne ed ossa, non prima di regalarci un film prequel animato di 90 minuti (un mega contenuto extra della versione home video anche da noi). È uno zombie Movie dai toni fortemente sociali, dove i "contagiati" nascono tra le fasce più povere e dimenticate della popolazione coreana, ma possiede anche una forte cifra action oltre a saper infondere la giusta paura. Ci aspettavano un sequel ed eccolo finalmente arrivare con questo trailer




L'atmosfera è ancora più romeriana e la testa vaga ovviamente verso il masterpiece La terra dei morti viventi. Incrociamo le dita e speriamo che le promesse del trailer si realizzino. 
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P.S.Presto arriverà anche la nostra recensione di Train to Busan, un recupero doveroso a cui, in tempi di cinema chiusi, non possiamo più sottrarci. Se c'è un mondo cinematografico che in questa quarantena ci sentiamo di esplorare, è proprio quello orientale, forte dell'alta reperibilità in streaming di molte perle di cui non abbiamo ancora trattato nel blog.

lunedì 15 giugno 2020

La rivincita: la nostra recensione del nuovo film in esclusiva sul canale RaiPlay dal 4 giugno



"Non possiamo permettercelo", "è meglio rinunciarci adesso, quando ancora non siamo affezionati a lui". Con queste parole dure come pietra un agricoltore, Vincenzo (Michele Cipriani), chiede alla moglie di interrompere la gravidanza. Mancano i soldi. Il campo presso cui lavorava è sequestrato dal comune per diventare parte della nuova autostrada, per cui sono stati messi sul lastrico la maggioranza dei contadini della zona. Il fratello dell'agricoltore, il fioraio Sabino (Michele Venitucci), gli ha chiesto di firmare un assegno scoperto per salvare il suo esercizio commerciale, oramai disertato dai clienti, dai creditori non pagati. Le cose non sono finite bene, c'è una spirarle negativa a segnare i sogni di una vita "normale" dei due fratelli. Non ci sono altre vie, i figli "costano". Il figlio di Sabino è una spesa unica e presto diventa la tomba del suo matrimonio. La moglie Angela (Sara Putignano) odia il bambino con rabbia e minaccia di volere andar via di casa pur di non averci più a che fare. La moglie dell'agricoltore, Maia (Deniz Ozdogan), si darà pace, lui pensa, ma quel "tarlo" di diventare padre inizia a pesargli, al punto che l'uomo dopo qualche tempo di lavoretti sottopagato e sacrifici, riducendosi agli incarichi più ingrati e pericolosi, decide che è giusto riprovare ad avere un bambino. A tutti i costi. Magari arrivando pure a fare brutti affari con uno strozzino, pur di permettersi un medicinale che curi un'impotenza dovuta proprio al suo nuovo lavoro nei campi con fertilizzanti illegali. 


La rivincita è una storia amarissima, pervasa di humor nero, che potrebbe benissimo essere stata scritta da De Filippo per il suo teatro, ancora oggi moderno e in grado di "rinascere a cinema" come dimostra un'altra e sorprendente opera, di recente arrivata nel catalogo di RaiPlay, Il sindaco del rione Sanità di Mario Martone, interpretato da uno straordinario Francesco di Leva. Anche nel caso de La Rivincita la base è una storia per il teatro, ad opera dello stesso Muscato, diventata poi un romanzo di successo scritto da Michele Santeremo e ora opera prima cinematografica di Muscato in collaborazione con lo scrittore. Forse in futuro sarà anche una graphic novel, suggeriscono gli autori. Il film ha i colori caldi e l'accento morbido della persone della Puglia, ma racconta benissimo una delle più diffuse, terribili e forse irrazionali "paure" del nostro Paese, quella di avere dei figli senza possedere una casa di proprietà, un lavoro sicuro con stipendio adeguato, una macchina, una moglie fedele e dei soldi, tanti, in banca. Se "dall'interno" del Paese-Italia la paura di avere figli è quasi uno stigma sociale, questo non accade in paesi che "se la passano peggio" di noi, dove si vedono ancora i figli, in un'ottica che i sociologi e psicologi sociali definiscono come "generazionale", sempre e comunque come risorsa, come necessario slancio naturale verso il futuro e stampella per il passato. Questa paura generalizzata discende dai media, che spesso a fini politici dipingono l'Italia come un paese allo sbando popolato da irresponsabili che vivono al di sopra delle loro capacità. Discende dai troppi esperti di psicologia e di questioni legali, che legano a infiniti manuali d'uso, spesso """introvabili sul mercato"""",  l'essere "buoni genitori". Questa paura discende dalla fiducia verso l'amministrazione pubblica, che soprattutto  oggi, in un momento di pandemia da Covid19, non sembra riuscire ad ascoltare i bisogni del Paese. Come risposta a questa paura, se la natura ci dice, come Italiani, che è corretto anche per l'umano "germogliare", produrre frutti e futuro, è emblematico che già alla prima scena della pellicola Vincenzo utilizzi dei veleni agricoli sotto la protezione di una maschera antigas. Quello di Vincenzo è un lavorare di sterilizzanti che, potenzialmente, rende per sua natura gli operatori sterili, anche se la paranoia di avere figli ha già fatto più danni del veleno, ha già "sterilizzato" quel sogno. Anche il fratello fioraio, che vive di fiori recisi, sta a suo modo "morendo", allontanandosi dalla serenità familiare, da quando nel pieno disinteresse dello Stato al suo esercizio commerciale in crisi è costretto per sopravvivere a mettersi in affari con dei malintenzionati, interpretati dai buffi ma letali Domenico Fortunato e Francesco Devito. Traffici loschi dove anche in questo caso fanno capolino veleni agricoli. Se i fratelli vivono un personale conflitto con una natura (per loro e colpa loro) matrigna (per dirla con Rousseau e Leopardi) che lega inesorabilmente il loro destino, tra campi sottratti dallo Stato e fiori che non compra più nessuno (sempre la stessa metafora sociale su un piano diverso, più generalizzato, se vogliamo) al punto da chiedere aiuto agli strozzini, anche le loro mogli affrontano un uguale conflitto, con la loro natura interiore di (poter) essere madri (matrigne). Il personaggio di Angela è madre, di un bimbo cicciotto e buffo che ama i balli latino americani, ma essendo stata allevata da orfana dalle suore vive un conflitto con la madre mai conosciuta. Questo la spinge a non riconoscersi in quel ruolo, la fa agire con crudeltà pensando che quelli sia il modo giusto di fare, si sente lei stessa un "fiore reciso" e per questo improduttivo, si sente incapace di allevare dei figli. Maia dal canto suo è di origine straniera, un "fiore innestato" in terra italica, pervaso da una solare positività ma condannato a non avere frutti, a non avere figli,  per via del "campo" sfortunato dove è capitata. Se i personaggi patiscono tutti una natura immutabile delle cose, il film parla però di rivincita e non di condanna, acquista valenze positive nella ricerca di un cambiamento. Le nostre due coppie affronteranno la loro "natura" cercando dolorosamente e disperatamente di ribaltarla, per ottenere quanto si percepisce come "una vita normale". Le modalità di agire sono pericolose quanto titaniche, spesso divertenti ma mai al di sopra di un piano di concretezza. 


Come Il sindaco del rione Sanità, i personaggi de La Rivincita sono espressione della quotidianità meno enfatica, che si esprime cinematograficamente nel ricercare un "nuovo cinema neo realista". I dialoghi sono costruiti a partire dei piccoli problemi di tutti i giorni, seppur tale realismo venga addolcito da una struttura teatrale che sa trovarne tra le voci sottili ironie. La messa in scena ha poche concessioni ai voli pindarici, i non-luoghi di scena sono recinti-gabbie in cui si può osservare più che partecipare emotivamente a quanto sperimenta chi vi è confinato. Risulterà interessante per chi si appassionerà alla pellicola rivolgersi in seguito al romanzo, in grado di esplorare un tema ulteriore, l'azzardo, in grado di scombinare ulteriormente le meccaniche relazionali tra le parti. Muscato usa una buona lente di osservazione per farci provare empatia per i suoi personaggi. L'universalità delle situazioni che mette in gioco è in grado di colpire molti spettatori, che non faranno fatica a riconoscersi o riconoscere situazioni a loro note, dietro la storia di Vincenzo e Sabino.
Ottimi gli attori, molto suggestiva la fotografia, di impianto parzialmente teatrale i dialoghi e un impianto sonoro di stampo naturalista, con poche ma mirate concessioni alle musiche. Il ritmo ogni tanto subisce delle inflessioni, soprattutto in una prima parte che all'inizio può apparire sfilacciata, ma nel complesso su arriva a fine visione senza problemi. 
Il film di Muscato ci è piaciuto e forse oggi è la pellicola più appropriata, quella di cui "abbiamo bisogno" per riflettere su quello che davvero conta in ragione a ciò che stiamo vivendo nel post lock-down, tra poche certezze sul futuro e bonus monopattini. È bello che un film del genere, che avrebbe meritato la sala, sia oggi disponibile sulla piattaforma RaiPlay come segnale di un cinema "diverso", lontanissimo dagli sceneggiati televisivi della nostra emittente nazionale, anche perché in grado per la sua natura "streaming" di essere fruito non solo dopo le canoniche 21.50, orario oramai "standard" e forse già viziato dai primi sintomi di sonnolenza per lo spettatore-tipo dei classici canali televisivi. 
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sabato 13 giugno 2020

Chinese Zodiac - la nostra recensione dell'Indiana Jones di Jackie Chan





J.C. (Jackie Chan), conosciuto anche come  "Condor" o "Asian Hawk" (un po' come lo Hudson Hawk di Bruce Willis, che infatti diceva ispirarsi a Jackie Chan) è il super ladro mercenario per eccellenza del team di "cacciatori di tesori" al soldo di una losca organizzazione criminale che, sotto una facciata istituzionale onesta, recupera tesori e ruba opere d'arte per poi replicarle e vendere i falsi alle case d'asta per miliardi. L'affare del momento sono le statue del cosiddetto Zodiaco Cinese del Palazzo d'Estate di Pechino, rubate a metà dell'800 dagli occidentali e finora rimaste nascoste nelle collezioni private. Nello specifico, 12 teste in bronzo che facevano parte di una fontana, per i cinesi rubate dagli occidentali franco/inglesi in modo vigliacco e deliberato e per gli occidentali legittimo bottino di una guerra in cui erano stati trascinati dentro, che ora si vuole scovare per il mondo e rivendere alla Cina. Più teste di bronzo si recuperano, più soldi finiscono nelle tasche dei ladri/cacciatori di tesori. Dal palazzo francese di alcuni nobili decaduti al relitto di una nave europea nascosta su un'isola misteriosa, fino alle pendici di un vulcano, l'Asian Hawk e il suo team si cacceranno nelle situazioni più assurde ed estreme. La presenza nel gruppo di una esperta d'arte che vuole davvero che il tesoro torni in Cina, per una questione culturale e non per profitto, metterà però in crisi il modo di pensare dei ladri. 
Chinese Zodiac è conosciuto anche come Armour of God 3, con il personaggio di Asian Hawk che fin dal doppiaggio italiano viene chiamato con un semplice "J.C". I capitoli 1 e 2 sono inediti in Italia ma non ci sono per questo problemi di comprensione di trama, che è un po' sempre la stessa: Jackie Chan è un super ladro alla Lupin, che utilizza un sacco di tute, rampini e trucchi elusivi per impossessarsi di un bottino che spesso lo porta alla James Bond a girare per il mondo e conoscere persone di altri paese. Non mancano tanti giocattoli alla Bond, macchine "speciali" comprese. Sono film dall'animo internazionale quindi, spesso figli di una buffa visione degli occidentali da parte dei cinesi. Ok... ho capito che ve ne parli almeno un po'..



Nel primo Armour of God, del 1986, coproduzione di Hong Kong con la Jugoslavia, Asian Hawk cercava appunto una "Armatura di Dio" nelle mani di una setta di fanatici religiosi tra i boschi e castelli iugoslavi, piena di monaci psicopatici vestiti come nel medioevo, ma che tra le loro fila avevano anche delle Killer di colore da pura blackspoitation. Era molto fumettistico ma anche divertente, nel 1986, ossia 34 anni fa, Jackie aveva appena girato il capolavoro Police Story, quello con lo stunt folle in cui cadeva indenne da un palazzo, al massimo della forma fisica e delle arti marziali. Armour of God 2 - Operation Condor è del 1991, e ricordo che in Italia è stato "sdoganato" per lo più dal 1995, anno di Terremoto nel Bronx.



Il capitolo 2 alza il tiro, con una caccia al tesoro che incontra scenari che passano dalla Spagna, il deserto del Sahara e una surreale "Volcano Island", alla ricerca di un tesoro trafugato della seconda guerra mondiale. J.C. più che Indiana Jones  è a tutti gli effetti un precursore di Lara Croft e Nahan Drake, diremmo un ipotetico compagno di merende del Jack T. Colton di Michael Douglas, ma alla fine combatte pure lui i nazisti, anche se moderni, con pure un epigono di Hitler come boss finale. Il nostro eroe si divide tra inseguimenti in auto a Madrid, strani percorsi di scivoli e tizi buffi finto-aborigeni nella cartoonesca Volcano Island, ruzzolate tra le due e corse sui dromedari in Marocco. Il tutto sfoggiando oltre che un fisico da paura anche degli occhialoni da sole giganteschi, tipici anni '80, che il Tom Cruise di Top Gun ancora gli invidia. 
Ed eccoci al terzo film, del 2012, un anno dopo il remake di Karate Kid con protagonista il deprimente figlio di Will Smith, che grazie a Dio sembra ora aver messo in soffitta la carriera di attore. Jackie ha però girato nello stesso periodo Little big soldier, uno dei suoi film più belli e maturi, è diventato ulteriormente più famoso "interpretando" Scimmia in Kung Fu Panda e soprattutto è arrivato al film numero 100, proprio questo Chinese Zodiac, che sceglie anche di dirigere personalmente. È un ritorno ai film più ingenui del passato, tanti colori, roba buffa e Amarcord. Anche qui c'è una visione degli occidentali che è tutta matta, ci sono pirati asiatici che paiono usciti da One Piece (con tanto di cosplayer di Jack Sparrow), scene assurde su scivoli alla Goonies (c'è pure un effetto grottesco che di un tratto rende i pirati di cui sopra come Sloth dei Goonies), inseguimenti e giri del mondo. Ma è se vogliamo anche qualcosa di diverso per approccio


Qualcuno si ricorderà certamente di The Tuxtedo, del 2002, arrivato da noi come Lo smoking. Jackie Chan impersona un tizio che per qualche motivo si trova tra le mani un tuxtedo da 007 ultra hi-tech, che permette a chi lo indossa di muoversi come un abilissimo campione di arti marziali... come Jackie Chan. In pratica la pellicola è tutta una gag con Jackie Chan che fa facce buffe mentre il suo corpo avvolto dal tuxtedo si esibisce in complicatissime e precise tecniche marziali. 
In Chinese Zodiac ci troviamo 10 anni dopo The Tuxtedo, ma è sempre il vestito o "the suit", se preferite, a fare la differenza. Non potendo più muoversi veloce come 10 anni prima e limitando quindi le arti marziali a poche centellinate scene con sparring partner esperti, Jackie Chan rimane al centro della scena, oscurando il suo solito team di ladri acrobati a comparse e poco più, "indossando" ciclicamente, come un G.I. Joe, delle tute hi-tech che gli permettono di compiere azioni quasi supereroistiche. A inizio film c'è l'armatura a rotelle, che permette a Chan di sfrecciare sull'infinita discesa di una montagna dopo aver compiuto un colpo, in una scena così lunga, articolata e spettacolare che Vin Diesel Levati. Poi Chan usa una tuta che con un certo slancio gli permette di planare usando un paracadute retrattile, che una in una divertente scena in cui deve fuggire da alcuni cani mentre si trova in un labirinto verde, cercando le zone del tracciato che gli permettono più a lungo di planare. Poi c'è la "suit" finale, una specie di tuta che si gonfia per evitare l'impatto di una caduta da altezza folle, usata in una sequenza alla Point-Break. Sono queste scene "con tuta" il piatto forte, anche se faranno un po' storcere il naso a chi pensava che nel 2012 Chan potesse muoversi ancora come ai tempi di Terremoto nel Bronx. È un Jackie Chan che va incontro ai suoi limiti ma che nonostante tutto non riesce ancora bene a dividere la scena con stunt-man più giovani, seppure ci siano dei buoni tentativi, forse anche perché questo è il film numero 100. È un Chan, questo del 2012, che si farà aiutare per le scene action sempre più da effetti visivi che "spostano il Focus" dell'azione lontano dalle arti marziali  (anche solo una sparatoria è più facile di un combattimento corpo a corpo, se ci sono pure mostri colorati come in Bleeding Steel è meglio) o si concentrerà sempre più maniacalmente in poche scene marziali perfette, in film supportati da un cast che non lo mette più al centro dell'azione (come in Dragon Blade e in The Foreigner). In Chinese Zodiac c'è un Jackie Chan che se diventa "meno artista marziale", e che si scoprirà nel futuro (più) bravo anche sul lato drammatico (per quanto a livello drammatico abbia sempre avuto le sue cartucce), sa comunque mantenersi il buffo mattatore di sempre, con tempi comici perfetti e la mimica di Buster Keaton.
Insomma, gli vogliano bene a Jackie anche in questo Chinese Zodiac spensierato e per famiglie, pieno di colori, scene buffe e tanta matta azione, un po' alla Bond e un po' alla Heist Movie. 
Ne avevo sentito parlare come uno sfacelo, è in realtà un film più che discreto e carico di trovate visive, con al centro un artista marziale leggendario che, anche se un po' appannato, non ha ancora smesso di farci divertire e divertire anche le nuove generazioni. 
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