lunedì 6 aprile 2020

Wolf warrior 2 - la Recensione del campione di incassi action cinese.



Wu Jing o se preferite "Jacky Wu" forse era un tempo semplicemente "un tizio che mena Brendan Fraser a inizio film" ne La mummia 3 nonché "il tizio che non so come si chiama di S.P.L" (da noi è arrivato solo SPL 2, con il nome Kill Zone e la presenza extra di Tony Jaa, presto arriverà SPL 3, per Blue Swan). Di sicuro era ed è un artista marziale da paura, con il pedigree, uno che come Jet Li ha fatto parte del Beijing Wushu Team, nonché un terza generazione di una famiglia di atleti marziali, ma mancava la grossa occasione per fare il botto, doveva arrivare il suo "periodo del lupo". Nel 2008, dopo che Jing partecipa come volontario della One Foundation per soccorrere le vittime del terremoto del Sichuan, il nostro, che continuerà una carriera di "solo attore" un po' su e giù, si fa notare con Wolf Fang (conosciuto anche come Legendary Assassin) di cui è protagonista e anche regista e tornerà regista e interprete con il mega successo Wolf Warrior, del 2015, e con questo Wolf Warrior 2, del 2017, uno dei più apocalittici successi della cinematografia cinese action. Uscito poco prima del similare Operation Red Sea di Dante Lam, Wolf Warrior 2 eleva ed esagera così tanto, ma così tanto, il tema del "machismo supereroistico del super soldato cinese standard", incarnato in Wu Jing stesso, che i cinema esplodono. I numeri di botteghino sono così alti e il militarismo "sbarazzino" esibito così anni '80 che per evitare che Wu Jing realizzi Wolf Warrior 3, riconfermandosi eroe nazionale e conseguentemente certo candidato a nuovo leader unico di tutta la Cina per consenso popolare, gli bloccano la produzione. Storia "quasi" vera, anche se suona come una supercazzola. 
Ma cosa ha di speciale e così follemente contagioso questo Wolf Warrior 2?


Wolf Warrior (da noi stranamente inedito) era un film su un manipolo di super-soldati impegnato in estreme azioni anti-terroristiche contro un villain cattivissimo e occidentale, interpretato da Scott Adkins.
Wolf Warrior 2 mette da parte la super squadra per concentrarsi sulle gesta del solo super soldato Leng Feng (Wu Jing stesso), eroe dai contorni apocalittici a metà strada tra Rambo e Piedone l'Africano. Feng, che è simpaticissimo, fortissimo combattente a mani nude, irresistibilissimo giocatore di Beach Volley, raffinato sociologo multiculturale, grande campione di bevute tra amici, sub provetto, eccelso pilota di ogni veicolo nonché sorprendente culturista coperto da shampoo Baby Johnson, si trova a ricercare in lungo e in largo per l'Africa il proprietario di uno strano proiettile levigato a mano. Quel villanzone è l'artefice dell'omicidio della sua bella, super-soldatessa pure lei, uccisa mentre Feng era in carcere per una "questione di onore e rispetto militare" (che scopriremo ad inizio pellicola). Ben presto il nostro eroe finisce per essere coinvolto nel salvataggio di un medico virologo (che ovviamente è una figa da paura, Celine Jade, sventola da Wu Jing scoperta in Wolf Fang), poi di un'intera fabbrica a conduzione mista cinese-africana, intraprendendo una guerra personale contro un villain che è di nuovo cattivissimo e occidentale, questa volta con il volto del bravo e simpatico Frank Grillo (La notte del giudizio, Captain America Winter Soldier e Skyline Beyond). Un mercenario spietato al comando di un manipolo di mercenari spietati, per lo più occidentali e caratterizzati quanto i cattivi dei G.I.Joe, tra cui figurano il gigantesco wrestler Oleg Prudius (di recente visto in Fast 8 e John Wick 2) e la fantastica Heidy Moneymaker (la stunt di Scarlet Johansson quando fa Vedova Nera, ma pure di Ruby Rose in John Wick 2).


La trama, che sorprendentemente ha un mare di similitudini con il Tolo Tolo di Checco Zalone,  è un semplice pretesto per montare in serie una lunga fila di scene d'azioni spettacolari, spesso sanguinolente quanto un Mortal Kombat, in cui il nostro eroe picchia, guida cose, nuota, spara, pugnala e fissa l'infinito con sguardo figo e pettorale lucente e unticcio. Infarcita di patriottismo ma ogni tanto non aliena a registri più leggeri, la trama a volte presenta dei pazzeschi momenti nonsense, come quando per salvarsi da degli infetti-zombie Feng gli distribuisce del ramen liofilizzato e loro vanno via contenti. L'azione è pazzesca, a partire dall'iniziale piano sequenza che segue il nostro eroe immergersi in mare, ribaltare una barchetta di pirati, combattere contro loro sott'acqua fino a legarli con filo di acciaio, riemergere, salire sulla loro barchetta, prendere un bazooka e con quello sparare a un'altra barchetta di pirati con il missile che viene sparato verso là telecamere come un James Bond. Wow!! La lunga scena dell'inseguimento in auto che coinvolge Heidy Moneymaker in una serie di salti con la moto e atterraggi su jeep in corsa è da paura. Tutto il film è zeppo di azione a rotta di collo, il volume di fuoco riesce quasi a superare Commando con Schwarzenegger e le arti marziali si esprimono con classe quanto a volte con una potenza "cartoon" tale da rivaleggiare con i film di Bud Spencer.  Frank Grillo gigioneggia nel ruolo di un cattivo così cattivo da non avere neanche un nome, nei titoli di coda definito "Big Daddy" come "il più cattivo dei mostri" in uno zombie Movie classico. Fa il suo lavoro alla grande e gli vogliamo bene, Frank dovrebbe essere più sfruttato al cinema.
Wolf Warrior 2 arriva come graditissima sorpresa nel catalogo degli Originals di Blue Swan, una serie di opere di grande successo all'estero e nei festival, ma in Italia poco conosciute, che stiamo imparando ad amare. È un action travolgente ed adrenalinico, con una trama un po' assurda e semplicistica ma tanta voglia di farvi divertire, sobbalzare sulla poltrona e elogiare un artista marziale ingiustamente ancora poco noto. Una bella giostra su cui farci un giro, a mente spenta e tutta adrenalina. 
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giovedì 2 aprile 2020

Era mio figlio (The last full measure): la nostra recensione



A breve distanza di tempo abbiamo avuto in sala molti film che hanno trattato il tema della guerra. In 1917 avevamo una prima guerra mondiale epica e terribile come una favola oscura della buona notte, raccontata da un nonno che l'aveva vissuta al nipote, il regista Sam Mendes, per poi essere tradotta sullo schermo tra scenografie e musiche fantasy-dantesche. Nel racconto ci immergevamo quasi in prima persona nell'inferno delle trincee, tra sangue, fango, topi e acuminate recinzioni di filo spinato, per un paio d'ore che riproducevano la piccola ma grande impresa di due soldati inglesi, in Francia, in un giorno di primavera del 1917. Altro scenario, in Jojo Rabbit eravamo nel 1945 e avevamo una seconda guerra mondiale vissuta dagli occhi di un bambino tedesco di dieci anni che aveva come amico immaginario un Adolf Hitler che volava fuori dalle finestre come Peter Pan e mangiava unicorni. A rendere ancora più surreale la vita di Jojo è la paura per gli ebrei. Non li ha mai visti ma glieli hanno raccontati terribili e misteriosi, fino anche nella sua immaginazione sono apparsi come mostruosi alieni che strisciano dietro le "f**ken" pareti, alla Alien (poi l'allucinazione si scontra con la realtà, Jojo arriva ad un nuovo punto di vista e la pellicola diventava seria, toccante, adulta). Ora siamo nel 1999, quando si riapre una causa sull'onorificenza negata a un soldato dell'aeronautica, William Pitsenbarger (Jeremy Irvine) che, ci viene raccontato, salvò le vite di 13 "soldati del fango" della Compagnia Charlie del Primo Fanteria, nel Vietnam, durante l'operazione/massacro di Abilene,  del 1966. Questa volta la guerra prende la forma di un racconto vago e lontano per i più, che i giovani non conoscono e i vecchi vertici militari vogliono insabbiare per nascondere una brutta figura di chi era al comando. Ma al contempo il conflitto è ancora un incubo presente per i reduci, che può trovare un "senso" e parziale compensazione in una Medal of Honor, la più grande onorificenza militare, che viene assegnata (sulla base di racconti che assurgono a prove) come testimonianza di impegno e sacrificio. È una questione di rispetto per il sacrificio voluto dalla patria, null'altro. Anche nei videogame che simulano situazioni di guerra, oggi spesso ci sono momenti di gioco in cui tutto si ferma e i giocatori "rispettano i caduti", premendo un comando davanti a un feretro, che diventa un gesto di empatia. Per alcuni è un momento videoludico solo pretestuoso, ma credo sia importante che ci sia, in un possibile dialogo intergenerazionale dove i giochi simulano conflitti reali, è qualcosa che mi colpisce positivamente e il motivo del titolo e filmato, apparentemente per qualcuno assurdi, in apertura di questo paragrafo: il riconoscimento della memoria. 


I reduci dipinti da Era mio figlio sono uomini infranti, qualche vota distrutti dal disturbo post traumatico. Vivono di notte per paura degli incubi, trovano nella società civile solo lavori ai margini, preferiscono estraniarsi dal mondo e dal presente, vivere da pescatori, da eremiti, in eterno lutto. Qualcuno di loro cerca di superare emotivamente quella guerra, torna in Vietnam per aiutare i reduci che non hanno ancora metabolizzato quegli avvenimenti e continuano ad aggirarsi come fantasmi tra quei luoghi. Proprio su questo ultimo aspetto il film compie una riflessione per me molto interessante. C'è un mantra, bello ma difficile, che segna come un filo rosso tutto il senso della pellicola, recitando più o meno così: "Non è stata la guerra a creare queste persone (i reduci), la guerra è stata solo un brutto avvenimento che è accaduto loro". C'è una scena molto bella ambientata in Vietnam, nella seconda parte della pellicola (anche se è stata girata in Thailandia ma non formalizziamo), in cui il protagonista del film (Sebastian "Winter Soldier" Stan), un giovane civile che lavora al ministero della Difesa a cui è assegnato il compito di indagare per la medaglia, ritorna proprio nel luogo dove Pitsenbarger si è sacrificato. Un reduce che ora vive in Vietnam ha trasformato quel luogo in una paradisiaca riserva di farfalle, l'ha rinominato "Avalon", di fatto sovrascrivendo la memoria di quel luogo, dandogli una luce e un significato nuovo.  Quest'uomo parla di Pits (lo scrivo abbreviato come viene usato anche nella pellicola, parlo sempre di Pitsenbarger) come di un angelo che era sceso dal cielo per salvare persone come lui e quando ci arriva questa chiave di lettura il flashback con Pits che scende dall'elicottero con la fune viene ripetuto con una luce diversa, più spirituale. Allo stesso modo (direbbero persone più esperte di me) si deve cercare di voltare pagina, di smettere di considerare se stessi solo in ragione di un fatto traumatico che ci ha segnato, partendo da una nuova lettura dello stesso. L'immagine dello scenario di guerra viene dalla pellicola annientata da farfalle e angeli che si sovrappongono a essa, idealmente e storicamente. È un tassello di una (infinita e difficile) ricerca di purificazione dell'anima, la strada che percorrono i personaggi della pellicola, un percorso che parte dal riconoscimento all'interno di quel contatto traumatico, di un gesto buono, altruista, umano. Un rischio eroico davanti a cui solo Pits ha risposto. L'unica luce da salvare in una battaglia orribile e insensata, che era già persa in partenza per dei motivi strategici, che poi andranno a comporre il "mistery" dietro alla tardiva assegnazione della Medal of Honor. I reduci vogliono che Pits sia riconosciuto almeno lui, tra tutti loro, come "eroe", nel quadro di un lungo periodo di "imbarazzo e fastidio" sociale che storicamente investiva chi tornava dal Vietnam (Rambo docet). Non vanno in cerca di medaglie per loro gloria personale e questo è molto umano, rimanda anche a uno specifico (bel) momento in cui si discute del "valore di una medaglia" nel 1917 di Mendes. Allo stesso modo non si parla dei motivi del conflitto nel Vietnam in sé, quanto di devozione militare: il titolo originale The Last full measure è un celebre passaggio di un discorso di Lincoln dopo la battaglia di Gettysburg, in cui si elogiava come i soldati avessero nello scontro dimostrato "la misura più piena ed estrema" di devozione per il loro paese. Il titolo italiano Era mio figlio sembra mettere al centro delle vicende i genitori di Pits più del risicatissimo tempo che hanno sulla scena, ma può leggersi anche come un omaggio a We are soldier once... and young (celebre libro del Generale Moore, adattato anche sullo schermo da Mel Gibson) nel senso di celebrare il valore dei "figli d'America" che morirono giovani che una guerra voluta dalla loro patria. 


Come in Full Metal Jacket il nemico in scena più riconoscibile è una donna, una signora sui quarant'anni agguerrita che dà una pedata ai soldati americani che si fingono morti sul prato con la stessa convinzione di una mamma che da una pedata al figlio ancora a letto alle 11 di mattina dopo una notte brava. Gli altri vietcong che si ricordano per caratterizzazione sono un paio di sentinelle sedute con le gambette a ciondoloni e infradito a un albero di bambù e c'è davvero poco altro al di là di figurini asiatici tutti uguali con il cappellino a triangolo in testa e pantaloncini che sparano con vecchi fucilini.
Il film non punta a una rappresentazione credibilmente strategica o scenografica della battaglia, predilige le forza delle parole e dell'immaginario a un'azione ripresa sempre rapida, confusa e per pochi fotogrammi. Si poteva forse fare di più in questo senso, perché l'atto di eroismo era centrale nella messa in scena e forse risulta fuori fuoco. Se i protagonisti delle vicende descrivevano la situazione come un inferno, forse si poteva farci vedere più fiamme, anche se sono stati scelti degli ottimi attori per rappresentare i reduci della Charlie e la sceneggiatura risulta accorta, in grado di caratterizzarli bene con pochi tratti. Ci si commuove per l'ultima interpretazione di Peter Fonda, nel ruolo di un reduce con disturbo post traumatico misterioso e nottambulo, personaggio che viene abilmente "costruito" anche quando non è in scena (l'attore era già molto debilitato), attraverso la moglie interpretata dalla bravissima Amy Madigan. I genitori di Pitsenbarger sono interpretati con misura da Christopher Plummer e Diane Ladd, una coppia silenziosa e dolente che è morta il giorno che è scomparso il figlio, che vive solo di ricordi. Samuel Jackson è sorprendente nel suo ruolo meno da Samuel Jackson di sempre, un uomo stanco e scarico, con una camminata malferma e con una espressività contenuta. Ed Harris è fisicamente e a livello recitativo uguale a Terence Hill, pure nella voce, giuro, non che sia un peccato. Il cast è ricchissimo e pure se un po' stretti troviamo anche William Hurt e molti altri bravi attori. 
Peccato che sul finale la costruzione narrativa perda di mordente. Manca un vero conflitto emotivo, manca un'immagine forte come quella delle farfalle, le scene di guerra sono risicate, pure il personaggio di Fonda si ridimensiona e ci troviamo un po' nel classico film del pomeriggio di rete quattro (dove peraltro sta pure il nuovo ultra-enfatico Il diritto di opporsi con Michael B.Jordan). E allora ci si ricorda che il regista Todd Robinson come top è stato lo sceneggiatore di Albatros di Ridley Scott e poco altro, che questo film è interessante, ha i suoi momenti, ma ha una natura più televisiva che cinematografica. La regia non riesce a far esplodere il ricco potenziale di attori, tematiche e paesaggi, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto Clint Eastwood, che con Richard Jewel aveva molto meno materiale narrativo ma è riuscito a creare un film più dinamico e intrigante (merito anche di un divertente Sam Rockwell, una dolce Katie Bates, una intrigante Olivia Wilde e uno strepitoso, tenerissimo Paul Walter Hauser). Anche Todd Robinson qui ha un sacco di bravi attori, ma li fa giostrare un po' troppo poco e si perde dietro al faccione di quel pupazzone poco coinvolgente ed espressivo di Sebastian Stan o alle faccette di un Bradley Whitford funzionale ma un po' macchietta. Gli scenari del Vietnam girati in Thailandia sono molto belli e rigogliosi (pure troppo per essere "un inferno"), belle le scene notturne collegate al personaggio di Peter Fonda.
Era mio figlio è un film sul riconoscimento del valore di un soldato, che si eleva a riconoscimento morale del valore di chi va a combattere una guerra senza mai davvero "tornare a casa", anche dopo anni che il conflitto si è chiuso. Ci sono alcuni ottimi interpreti, interessanti soluzioni narrative e ricche scenografie. Poco sviluppato il lato action, un po' depotenziato il finale, il ritmo generale è un po' lento.
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lunedì 30 marzo 2020

Attraction - la nostra recensione del blockbuster sentimental-fantascientifico russo



Un giorno compare nei cieli russi una specie di palla rotante hi-tech. È un'astronave aliena e va a schiantarsi a terra travolgendo una serie di palazzi del centro di Mosca. Saranno buoni? Saranno cattivi? I nuovi arrivati possiedono armi in grado di alterare l'elettromagnetismo e manipolare i liquidi. Usano come tute spaziali degli esoscheletri che potenziano ogni loro movimento e in remoto fungono da esercito robot. Siamo già belli che spacciati? Forse no, perché un alieno, Hakon (Rinal  Mukhametov) fuori dalla tuta è del tutto simile a un essere umano belloccio e molto sensibile, pronto a innamorarsi con un colpo di fulmine della classica Kristen Stewart locale, Julia (Irina Starshenbaum, vista in T-34), figlia di un generale insensibile (Oleg Menshikov) e "proprietà sessuale" del bullo locale Tyoma (Alexander Petrov, anche lui visto in T-34). Tra inseguimenti, fotografia ed effetti speciali davvero ben riusciti, ci troveremo quindi presto in una trama alla Twilight, con un impianto sentimentale-narrativo esasperante e farraginoso di pari livello, almeno per chi non vive i sentimenti come un adolescente emo e russo. Ma alla fine non è neanche così male.
Abbiamo iniziato a parlare della linea Originals di Blue Swan con quel piccolo gioiello di The Head Hunter, continuiamo qui con questo Attraction, mega filmone russo dal super budget e con già un sequel uscito a inizio gennaio in madre patria, Invasion, prossimamente già confermato nel catalogo del distributore italiano. Il regista Fedor Bondarchuk, autore dell'interesse Stalingrad (in Italia uscito per Universal), insieme a buona parte del cast di T-34 (già in catalogo Blue Swan Original, ne parleremo qui in futuro), confezionano tra mille contaminazioni visive da Indipendence Day e Twilight (ma pure con gustoso inserti "sociologici" da District 9), quella che di fatto è una variante di Ultimatum alla Terra più tenerona e "terra terra". Visivamente è sontuoso, ultra-patinato. Tutte le scene con astronavi, esoscheletri, scenari apocalittici e battaglie urbane sono ben fatte e se vi piacciono i mostri e modellini sono una gioia per gli occhi. Promossa sostanzialmente la "parte action", scenografica ed effettistica (anche se le sequenze alla base militare sono decisamente "affrettate")  arriva da valutare la forte scorza "sentimentale" dell'opera e devo dire che ho avuto dei problemi a capire se si parla di "cattiva scrittura/recitazione" o di "stile cultural-cinematografico russo" (che conosco poco quanto conoscevo poco 20 anni fa quello giapponese, che ora apprezzo ma prima trovavo assolutamente folle). Perché questi personaggi gridino tanto, perché si incazzino a morte per poi fare la pace in due minuti, perché buttino sul tavolo "l'avere le palle" prima di "avere la testa", sono tutti dubbi per me irrisolvibili, ma che avevo in stessa misura mentre guardavo I guardiani della notte di Timur Bekmambetov o Il Sole Ingannatore di Nikita Mikhalkov. Certo se uno spettatore russo guardasse i film del nostro Muccino avrebbe i miei stessi dubbi sul "modo di vivere i sentimenti" degli italiani. Chiuso questo aspetto, soppesandolo con pregi della pellicola, Attraction non è così male, anzi. Fa passare due gradevolissime ore piene di effetti speciali, buona azione e un paio di scenette "buffe" che risultano alla fine simpatiche. Popcorn, una bella coca cola e la serata è assicurata. 
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martedì 24 marzo 2020

Super Relax - lo strepitoso fumetto del Dottor Pira, tra i titoli gratis per la quarantena di fumetti di Coconino Press



Il Dottor Pira è in questi tempi cupi di paura e sconforto un autentico faro nella notte, l'uomo delle good vibration, del totale relax. Tra la sua rinomata Vera storia dell'Hip Hop, l'imprescidibile L'almanacco dei fumetti della gleba, la trilogia di Gatto Mondadory, non c'è opera del Dottor Pira che non trasudi follia, vero divertimento, spiscio. Spiscio e divertimento nel quadro di una anarchia grafica primitiva quanto possente, pullulante di ometti sghembi tra il graffito urbano (di cui è maestro) e i disegnini infantili dei bambini delle elementari sui banchi di scuola. Una irresistibile, atavica, combinazione che se spiazza l'uomo della strada al primo assaggio, poi lo conquista e "ci conquista", tutti, perché Pira disegna male ma "da paura", ti butta dentro il suo mondo sghembo, ti fa morire di risate, ti ritrovi a disegnare sul banco personaggini scemi allo stesso modo, in seconda elementare, durante l'interrogazione di matematica. Poi però l'illusione passa perché, specialmente come accade in Super Relax, Pira dal disegnino buffino (finto) infantilino passa a delle colorazioni atomiche in cui esplodono scie fluo, botti da computer grafica, scale cromatiche ardite che assalgono lo sguardo dello stesso uomo della strada di prima, lo travolgono, lo buttano in viaggi psichedelici fino a che non si finisce felici a vomitare arcobaleni. E tutto questo avviene senza alcuna sostanza psicotropa, pura magia visiva positiva ecosostenibile, endorfine naturali da gustare con la giusta soundtrack. Super Relax è un albo con una missione chiara, ardita, potente, impossibile: rilassarvi. Il buffo Gatto Silvestre affronta la massima quest di un eroe post-moderno, la scoperta del relax. Con abnegazione, impegno, stile, ci conduce tutti nel suo mondo parallelo, carico di umorismo giocoso, imparando l'estrema arte finale del rilassamento e condividendo con noi la scoperta. 
Super Relax è tra i fumetti che si possono leggere gratuitamente di Coconino Press grazie all'iniziativa che vi ricordiamo di andare a scovare sui loro social. 
Oggi trovare il Relax, anche solo per una mezzoretta è quasi come trovare il Graal. È lodevolissima l'iniziativa di regalarlo a tutti oggi come panacea, una bella pillola del buon umore dissacrante, giocosa e gioiosa. Grazie ancora una volta Pira per i tuoi bruttissimi ma bellissimi e tenerissimi disegnini.
E quale è la colonna sonora giusta per gustarli? Beh, Pira è anche un Dj da paura e troverete su YouTube il suo canale e una intera soundtrack rilassante legata a Super Relax



Cosa volete di più ? 
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venerdì 20 marzo 2020

Dragonero il ribelle n.5: Gli dei dell'arena - la nostra recensione!



- Sinossi fatta male: Dopo che nello scorso numero il nostro eroe ci ha  raccontato di come ha subito la più classica "truffa agli anziani", inventando probabilmente una palla enorme su come ne sia "uscito bene", Dragonero parte con Gmor per una missione potenzialmente suicida, quella di questo numero, ma che permetterà a entrambi i nostri eroi di mostrarsi mezzi nudi per la gioia delle lettrici. E tutti gli estimatori ed estimatrici di Gmor già esultano nel sognare i suoi pettorali pelosi, possenti e morbidosi. L'idea generale della "missione fondamentale che aiuterà come solito la ribellione" è salvare un principe decaduto, un morettone depresso per lo più mezzo nudo ma con fisico scolpito e oliato col Baby Johnson, che è costretto per debiti, in una specie di Sharm el-Sheikh, a lottare in un'arena di gladiatori di giorno e fare il gigolò a tempo perso la sera, per lo stesso esercizio commerciale. Il padre del depresso è il sovrano di un territorio strategicamente importante, ci si aspetterebbe un'opera di intelligence seria per il salvataggio, ma lo "svolgimento della missione" consiste nel diventare gladiatori dello stesso "proprietario" del principe depresso, avvicinare il principe, convincerlo che in qualche modo può fuggire, provare a farlo sorridere un po'. 
Tra mazzate, uomini nudi e nani con dispositivi allungabili e sparanti stile i Masters della Mattel, Ian e Gmor finiranno alla fine in tutt'altra storia. Una specie di dramma della gelosia con protagonista un Vincenzo Salemme arabo marito geloso col problema che "tiene eeh'corna, uaaaa!!!". 
Riusciranno i nostri eroi a compiere il salvataggio, gestire la sottotrama con Salemme ed affrontare le scene delle terme per soli uomini senza sfigurare davanti agli altri gladiatori palestrati e unti di Baby Johnson? 


- Oggi siamo tutti gladiatori come Totti:bSiamo a tutti gli effetti in questo numero in una interpretazione dragoneresca dello Spartacus televisivo australiano, per stessa ammissione della testata che cita lo show nella pagina delle "Cronache della ribellione" nonché nel titolo dell'episodio, Gli dei dell'arena, che richiama la seconda stagione del suddetto show. L'aspettativa dei più assidui fan della serie Starz era quindi una trama soft porno basata su temi quali: a) "uomini nudi palestrati che fanno sesso con ricche donne annoiate ma fighissime"; b) "uomini nudi palestrati che amano donne povere e schiave purché comunque sempre fighissime"; c) "uomini nudi palestrati che si amano tra di loro ma solo se entrambi fighissimi (perché nelle storie di gladiatori c'è sempre qualche brutto ceffo con la faccia che pare abbia avuto un incidente con un tram, ma non lo vogliamo veder pomiciare con uno altrettanto brutto per motivi di audience); d) "mazzate trucide nell'arena coreografica stile il 300 cinematografico" ; e) "qualcosa di nuovo, un gioco, del cioccolato", ossia un elemento a sorpresa per dare un po' di gusto alla trama. Se non eravamo in un fumetto Bonelli ma in qualcosa di più hot ci si poteva spingere con l'immaginazione pure in piena ortofrutta, con più banane e patate di quante ne trovereste ai mercati generali in giugno, ma non è questo il caso. Ma questo numero ha un cifra diversa ed è proprio grazie all'elemento e), la buona "salsa" che condisce gli eventi. L'autore è infatti Enoch e con il suo stile e classe "draga via" i molti eccessi di un magma narrativo, e conseguentemente visivo, "carnalmente iperattivo". Se l'arena possiede comunque una overkilling action da Mortal Kombat, se la sensualità rimane un elemento forte, Enoch riesce a veicolare la storia sulle latitudini diverse ma convergenti del tema del confine tra "amore" e "possesso". Tornano in scena  dopo lo speciale del 2017, La principessa delle sabbie, i personaggi di Abayomi e la sua "sposa di scudo e di spada" Gaelig e il loro ruolo subito diviene centrale. Abayomi è ora una delle molte spose di un sultano che la ama e riempie di doni ma è gelosissimo, mal tollera la relazione che lei ha con la sua ancella, la vorrebbe in esclusiva, un oggetto di sua proprietà. Incontriamo al contempo un lanista che ugualmente ama i suoi gladiatori, li riempie di privilegi e doni ma non sopporta che non possano essere più suoi, che vengano pur con un contratto ceduti o possano essere liberati. Anche il nostro principe rapito viene cercato da un padre di colpo interessato a lui, ma che prima, quando la situazione del suo stato era diversa, lo aveva "gettato via". I vari piani narrativi parlano la stessa lingua e i gladiatori che si vedono trionfare e morire nell'arena, così come diventare trofeo sessuale,  raccontano visivamente questo concetto, sono carne già in parte nelle fauci di diversi padroni. I disegni di Riccardo Latina tratteggiano uomini e donne dai corpi scultorei e dagli sguardi rigidi, perfettamente a loro agio in armature dalle geometrie aguzze e rugginose ma sessualmente sterili, ruvidi. Le barbe, i peli e le capigliature sembrano delle zone di erba avvizzita che si fa faticosamente strada tra la roccia. Sono corpi scultoriamente classici, plastici, in qualche modo "oggettificazioni", "giocattoli nelle mani di un proprietario".  I volti sono espressivi ma severi. Le scenografie sono per lo più aride, desertiche, il contesto dell'arena è essenziale, ma il piccolo mondo orientale in cui è ambientata la vicenda è carico di mille dettagli architettonici affascinanti. Riccardo Latina riesce quindi a tradurre al meglio il materiale narrativo di Enoch e la magnifica copertina di Pagliarani fa lo stesso, trasmette bellezza e crudeltà del racconto, armature lucenti che una folla esultante vuole vedere distruggersi e sporcarsi di fiotti di sangue. Quando il sultano cornuto entra in scena, pur con mille ombre, si riesce a trovare anche momenti di leggerezza narrativa, ma la storia è tosta e vediamo il nostro Ian muoversi in un modo se vogliamo anche più duro del solito. Un buon numero, in attesa del numero 6, che vedrà tornare in scena attivamente anche la nostra amata Sera. 


E anche qui mi immagino ci sia fin dalla copertina una citazione diretta da qualcosa che ho visto di recente al cinema. 


Finale: ho tra le mani questo numero di Dragonero dal giorno della sua uscita, ho fatto un po' fatica a trovare la forza di scrivere questo pezzo in un momento storico come questo, ma spero di avervi regalato con la nostra recensione "stupidina" almeno una piccola risata, una piccola finestra di normalità in un mondo in cui, per ora, nulla è più normale. Cercare di essere "leggeri" oggi è difficile, ma è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Con affetto. 
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mercoledì 18 marzo 2020

Una quarantena di fumetti


Segnaliamo  anche noi la bella iniziativa di Coconino Press. molti suoi fumetti per questo difficile momento di quarantena sono disponibili gratuitamente online. Andate a scovarli sui loro social!

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venerdì 13 marzo 2020

Captain Tsubasa: Rise of New Champions - in uscita a giugno il videogioco di Holly e Benji




Attendevamo la conferma della data con trepidazione. Finalmente è arrivata e IL gioco di calcio più atteso di sempre dalla nostra micro-redazione si paleserà davanti a noi. In genere i giochi di calcio li gioco a distanza di ere geologiche. Vado a mente: Konami Soccer del 1985 per Msx 1, Sensible Soccer del 1992 per Amiga 500, Libero Grande del 1997 per Psx, Fifa 2012 con in copertina Del Piero (strano regalo di Gamestop, gioco usato di cui avevano un magazzino pieno e regalavano anche senza alcun acquisto) e Fifa 2014 per Ps4 (perché era in omaggio con una console, con il bundle di Call of Duty Advanced Warfare esaurito nella tornata natalizia). Non è che non abbia poi mai provato PES, Kick Off e figli o Super Sidekicks per Neo Geo, il fatto è che sono negato per questa tipologia di genere in sé. Non capisco come si passi la palla e il giocatore si trasferisce a controllare il player che la riceve, non mi è chiaro come gli altri mi tolgano la palla con classe e se io faccio lo stesso faccio fallo, non becco un tiro in porta. Nel calcio digitale sono una pippa e nelle partitelle con gli amici mi mettevano in difesa, dove in genere mettevano le pippe. È Gianluca l'esperto calcistico, di giochi come di calcio giocato, con un fiero passato e presente nei campi di calcetto. L'altro ieri mi hanno detto che Toto Schillaci non gioca più nella Juve e ci sono rimasto malissimo. Ma Captain Tsubasa è altra roba, è "cultura", uno dei 3 o 4 principali cartoni animati con un po' di seguito plurigenerazionale in Italia. Oggi c'è il remake che piglia i nomi originali giapponesi, ma questo è e rimane nei cuori l'immarcescibile Holly e Benji, anche se i nostri eroi si chiamano come il ministro dei trasporti cinesi Furgoncin. E allora eccoci pronti a plaudire per il tiro della tigre dell'ora diversamente chiamato Mark Lenders, a godere dei preziosismi tattici dell'ora diversamente chiamato Julian Ross, ad esultare per la catapulta infernale dei calciatori un tempo noti come i fratelli Derrick. Non è che mancassero in passato giochi sul cartone animato un tempo chiamato Holly e Benji, ma erano roba strana giapponese, più simile a dei giochi di ruolo tattici che a un Fifa e che in Europa, dove tutti vogliono solo Fifa, non ha mai importato nessuno per paura non se li cagasse nessuno. A dire il vero oltre a pareti di comandi tattici in giapponese stretto, questi giochi erano anche un po' "minimal", stile i gdr del 1991 alla Champions of Krynn. Oggi invece Bandai e Namco investono duro e vogliono portarci un gioco di calcio bellino da vedere e abbastanza "giapponese" per super-colpi vari, sulla riga immagino (mai giocati) degli Inazuna Eleven di Level 5. Tattico ma spettacolare, un po' come Dragon Ball Fighterz, ma con in mente alla base PES al posto di Street Fighter
Nota: questo è quello che speriamo, un altro discorso è arrivare a giugno e avere la conferma che sarà un gran gioco. Ma le good vibration, frutto di una  grossa e mirata campagna promozionale, ci sono tutte e i nostalgiconi che erano bimbi ai tempi della prima messa in onda un pensiero o due ce lo stanno facendo. I gameplay finora rilasciati consigliano prudenza ma l'entusiasmo è palpabile, la grafica quella giusta e la colonna sonora incalzante, che accompagnava lo scollinare della metà campo (in Holly e Benji c'era sempre una specie di montagna sulla metà campo), è proprio lei. E giù lacrime. 
Talk0

lunedì 9 marzo 2020

Candyman - Il trailer



È grosso, porta un lungo mantello nero, ha un uncino al posto di una mano, il fisico enorme e sexy,  la voce suadente, nel film del 2012 e sequel, di Tony Todd. È Candyman, una delle più riuscite figure horror nate dallo scrittore inglese Clive Barker, il babau che se dici per tre volte il suo nome allo specchio ti compare alle spalle, viene a prenderti e ti fa fuori. Lo spirito inquieto di uno schiavo di colore dell'ottocento che per aver sedotto una donna bianca (ed essendo da lei ricambiato) è stato coperto di miele, come un "uomo dolce", e fatto mangiare vivo da delle api inferocite. Ed è forse per questo che uccide se evocato, perché chiamarlo "candyman" è offensivo come la "parola con la n" che discrimina le persone di colore. Il film originale di Bernard Rose era bellissimo, fresco, uno dei migliori horror degli anni '90. In una Chicago da sogno, spesso fotografata al tramonto, piena di graffiti e paesaggi urbani  dai colori caldi, il film raccontava l'amore impossibile e struggente, con gli echi migliori del Dracula di Stoker, tra un mostro e una donna, sottolineato dalla sontuosa colonna sonora di Philip Glass. C'era una forte e ben costruita componente thriller, qualche "nota magica" alla X-files, la paura esplodeva nelle scene in cui le luci si spegnevano e arrivava il buio e presto irrompeva con lampi elettrici lo splatter, sangue e sbudellamenti anche "da stomaci forti", non per un pubblico occasionale. Ma di questo miscela horror era la malinconica love story, nata per finire nel più tragico dei modi, la sua nota più bella, quella che ci accompagnava a casa dopo la visione. Quindi se il Candyman di Todd era favoloso, uno dei boogieman più riusciti di sempre per possanza e stile, la studentessa di folklore Helen, interpretata dalla bellissima e incantevole Virginia Madsen, era in realtà il vero colpo di genio, quello che conferiva alla vicenda una insospettabile credibilità emotiva e narrativa, elevandola per me anche sopra a coevi adattamenti di Barker, come Hellraiser, che puntavano troppo sul piano visivo. Il finale è tuttora qualcosa di inaspettato, amarissimo. Anche il seguito, di Bill Condon, cercava di bissare la stessa formula, inscenando un Candyman ritornato in vita e alla ricerca della moglie reincarnata nel presente. Ebbe successo anche se era meno bello e generò un secondo seguito, diretto da Tury Meyer, in cui il Candyman tornava per cercare la nipote... stava diventando una variante del Giustiziere della notte e forse è bene che la serie lì si sia fermata un attimo a riflettere su cosa fare da grande. Il film diretto da Nia DaCosta, scritto e prodotto da Jordan Peele, riparte dal finale del primo Candyman, un po' come fatto dal recente Halloween. Si vuole rimettere al centro una componente visiva ricca e carica di influenze artistiche, si sceglie per regista una donna, perché Candyman torni a essere più di ogni altra cosa una love story dal punto di vista femminile, come lo era nell'originale. Ma l'attesa più alta è ovviamente per Jordan Peele, ormai a tutti gli effetti lo Spike Lee del cinema horror contemporaneo. Dopo i suoi geniali Get Out - Scappa e Noi, film che hanno saputo mischiare al meglio l'horror con la commedia per dare corpo a thriller sociali originali quanto inquietanti, Candyman è una sfida diversa, lo pone direttamente a confrontarsi con quello che per fama è a tutti gli effetti il "Dracula nero", scritto dal migliore Clive Barker di sempre. Sarà interessante e vi confesso che dal primo momento che ho sentito parlare del nuovo Candyman ho sperato che dietro ci fosse Peele, non vedo letteralmente l'ora. 
Todd sarà di nuovo Candyman, nel cast anche il simpatico Yahya Abdul-Mateen II visto in Noi, e molti volti televisivi in attesa della grande occasione, da Empire a Chicago Fire. Ho buone vibrazioni, a risentirci prima di giugno, data d'uscita della pellicola.
Talk0

mercoledì 4 marzo 2020

I am Spank - la nostra recensione del nuovo fumetto di Chemello, Furini e Massaggia per Noise Press



Ai bambini piacciono i pupazzi e  qualche adulto eccentrico non dispiacciono i pazzi. Così, per scherzo e per gioco, qualcuno prende un pupazzo e lo si trasforma in pazzo. È la triste storia di Spank, coniglio di pezza beniamino dei bpiù piccoli, unita a quella del giovane attore che lo interpreta negli spettacoli per bambini. Un rapimento, una sostanziosa quantità di droghe psicotrope sparate in corpo e la maschera di Spank il coniglio attaccata per sempre al viso del suo interprete, con una colla chimica. E il pupazzo diventa pazzo, un giochino sadico, ad uso personale di sollazzo. Prima richiuso, ingabbiato e sfatto, Spank troverà forse la via di fuga per tornare nel suo mondo. Ma tornerà anche la mente?
Veloce, sporco e cattivo, in bianco e nero e blu malato alla Traffic di Soderbergh, arriva sul mercato per gli amici di Noise Press questo strano Spank. Un piccolo noir, forse un'origin story per dirla come nei fumetti di supereroi, di sicuro un attestato di bravura nell'arte del thriller a fumetti, che colpisce per l'idea originale e tiene il lettore attaccato fino alla fine, desideroso di leggerne ancora e al contempo scosso, ferito, con gli incubi. Lo stile grafico non cerca il conforto visivo, la coolness dei mille "conigli mannari" dei videogame e manga giapponese. Spank è sporco, è spaesato, ha occhi vuoti e tanta violenza in corpo. È un freak che si abbandona al lato più animalesco, che strappa le facce con le unghie, è un uomo morto e rinato come qualcosa di totalmente diverso. È angosciante e decisamente non adatto a un pubblico di impressionabili. È profondamente calato dal punto di vista visivo nell'underground e non si concede dettagli non legati ad angoscia, terrore, senso di impotenza. I am Spank è una storia"sgradevole", nell'accezione corretta che dovrebbe trasmettere la narrativa horror,  colpisce per immagini e testi e "te la porti a casa", ci ripensi, ti dispiace per la strana creatura che ti ha fatto incontrare. 


Davvero bravi  gli autori coinvolti, tutti  provenienti da quella promettente realtà editoriale online che è Dayjob Studio. Hanno confezionato un horror senza fronzoli e paiettes, dritto, sincero, anti-spettacolare, crudo, ruvido. Duro come un pugno in faccia, I am Spank ci trascina in un viaggio senza ritorno verso la follia. Un viaggio in cui non esistono eroi e in cui i cattivi non vengono sempre puniti. 
Arrivato su Facebook nel 2013, nel 2015 I am Spank ha fatto incetta di premi prestigiosi come la migliore autoproduzione, agli Audaci Awards, e la migliore opera di scuola americana, agli Indie Comics Awards. È quindi fantastico che ora, grazie a Noise Press, tutti possiamo gustarci questa piccola perla dell'horror indie. 
Di Federico Chemello e Massaggia consiglio anche il romantico e tragico  Restiamo Sdraiati qui per sempre, edito da Shockdom. Di Chemello e Furini, sempre per Shockdom, trovate anche il dramma a sfondo scolastico Dieter è morto. Sono opere successive a I am Spank, sempre pervase dal thriller, legate tra loro per rimandi tematici. Se vi piacciono le storie oscure ed entrate nel mood giusto leggendo una di queste opere, vi verrà voglia di leggerle tutte e già vi anticipo che ne vale la pena, che è stata una bella scoperta. 
Noise Press riporta in vita I am Spank e se vi piacciono le storie indie inquietanti ed horror dovreste provarlo. 
Talk0

martedì 3 marzo 2020

Il virus che ci fa sentire più soli


È iniziata la seconda settimana di questa strana quarantena che colpisce in modo diretto o indiretto tutto il nostro Paese e nello specifico la Lombardia, dove viviamo. I bambini sono a casa da scuola, università chiuse, una sorta di coprifuoco dopo le 18.00 che fa calare le serrande dei bar, cinema e musei chiusi, eventi rimandati di mesi, fine settimana ai centri commerciali bloccati, ristorazione in crisi, un po' tutti gli esercenti in crisi, turismo annientato, zone rosse, mascherine finite... Mille dubbi, mille paure più o meno fondate, anche per via di una informazione mai cosi schizofrenica, imprecisa, bipolare al punto che nel giro di un paio d'ore passa dal "va tutto quasi bene", al "non finirà mai". Nel caos c'è chi riesce a fare Smart-working senza andare in ufficio, chi coglie l'occasione per stare con i propri bambini e con i genitori, chi prova a vivere più o meno sereno con le raccomandazioni sulla profilassi divulgate dagli esperti. Ci si prova, anche se la tentazione di stare inchiodati alla TV H24 sul canale delle notizie in tempo reale è sempre presente, spesso nociva.
È per questo che è importante in questo momento, oltre a stare vicino alle persone che abbiamo più care anche solo con una telefonata. Adempiuti gli impegni di lavoro, "impegnarsi nel tempo libero".  Leggere un libro o un fumetto messo da parte, riscoprire qualche film in dvd, spolverare un videogame comprato e mai scartato, ascoltare musica. Voletevi bene e tenetevi strette le persone più care. Ascoltate le news ma non lasciate che vi ossessionino in negativo, vivete un giorno per volta, cercate di essere felici e sereni almeno per un paio d'ore, magari tre. È normale sentirsi arrabbiati, impotenti, soli contro il mondo. Usate gli hobby come valvola di sfogo e non dimenticate che avete amici (spero più reali che virtuali). Prendere a calci Bison in Street Fighters, sparatevi di fila Raid e Raid 2 con Iko Uwais, mettete in cuffia al massimo Dark Side of The Moon dei Pink Floyd. Forse sarà la prima volta che giocherete a un Dragon Quest o un Dark Souls (si trovano anche online sul PlayStation Store, Steam e X-Box a poco prezzo), forse scoprirete Dario Argento (Raiplay, che è un servizio gratuito, ha a catalogo la sua intera filmografia o quasi), forse è tempo di rileggere Dragon Ball
Non so quando questa situazione finirà. Magari con la fine della quarantena ce ne dimenticheremo tutti, prenderemo il virus come una normale influenza stagionale, forse più strong della media. Magari ci sentiremo davvero fuori solo a maggio, tipo il 9 in celebrazione del Goku Day. Più in là non riesco a guardare ma spero bene per tutti. Un abbraccio ai nostri lettori che vivono nelle zone più a rischio e un sentito grazie a tutte le persone che ogni giorno si alzano dal letto per far funzionare il nostro paese, specie dove è facile essere esposti maggiormente, lavorando a testa bassa e spesso senza riconoscimenti. 
Qui faremo il possibile per allietarvi anche qui sul blog, con le nostre fesserie solite. 
Vi vogliamo bene.
Talk0

domenica 1 marzo 2020

Annunciazione, annunciazione!


Ok, fermi tutti! Siamo su Youtube, o almeno ci proviamo! Questo è un video di prova, certamente ancora no ancora a livello dei montaggi di Stone (anche se manca davvero poco, ammettetelo), contiene alcune novità su Godzilla vs Kong. Se è complesso da seguire, abbiamo colto nel segno, infatti la nostra volontà era quella di farvelo rivedere almeno due volte, una per ascoltare e una per leggere, e di farvi bestemmiare tutte le divinità da voi conosciute. Per il futuro promettiamo il solito rigore scientifico e magari meno caos disorganizzato. A presto su tutte le piattaforme (una serie Netflix è in via di sviluppo).

Talk0 e Gianluca

Sonic - il film: la nostra recensione!




In un mondo fatato e verdeggiante dominato da echidna barbarici vive un porcospino blu superveloce di nome Sonic. Per fuggire da una situazione particolarmente "spinosa", il nostro eroe, ancora piccolo e paffutello è costretto a utilizzare un portale magico a forma di anello dorato che di colpo lo trasporta nella piccola cittadina di Green Hill, nella provincia americana. Trovato riparo in una tana da lui arredata in modo figo, Sonic passa i primi anni a leggere i fumetti del supereroe Flash e a spiare la piccola realtà cittadina, trovando come modello di vita "l'uomo delle ciambelle" (James Marsden), lo sceriffo locale. Ma un giorno la solitudine lo "manda in palla" in tutti i sensi e dopo essersi messo a correre in tondo a velocità sempre più elevata Sonic irradia una scarica di energia che manda in black-out tutta la contea, attirando l'attenzione del governo. Per questo un giorno arriva a Green Hill un "man in black" molto particolare, Robotnik (Jim Carrey) che inizia una caccia all'alieno su tutta la zona facendo uso di un esercito di buffi robottini a forma di uova di sua invenzione. "L'uomo delle uova" (Eggman) è vicino alla sua preda, ma Sonic riesce a nascondersi nel capanno dello sceriffo e diventare presto suo amico. Insieme partiranno alla ricerca di un anello dotato in grado di mandare il porcospino blu in un nuovo più sicuro e... con colline piene di funghi (Mushroom Hill). 


Dopo una post-produzione burrascosa esce nelle sale il film ispirato alle gesta di uno dei più amati personaggi dei videogame. L'aspettativa di vedere Jim Carrey impersonare un ruolo interessante come il cattivissimo villain ultra-tecnologico Ivo Robotnik era alta, la trama intuibile dai trailer faceva presagire un film orientato al pubblico dei più piccoli, gli effetti speciali in genere sembravano carini. Tutto più o meno viene confermato alla fine della visione, con il lato positivo che nel secondo tempo mi sono addormentato meno volte che per il soporifero Detective Pikachu. Jim Carrey è immenso, il suo Robotnik è una specie di Ace Ventura passato al lato oscuro con tutti i tocchi più stronzi di Hank di Io, me e Irene. Marsden è così biondo, buono e con gli occhi azzurri che sembra la versione umanizzata di Sonic, cosa che annoia dopo tre minuti. Tika Sumpter è una gnocca che non finisce più a cui hanno dato un ruolo da veterinaria giusto coreografico e poco partecipe, ma che piacerebbe a Tarantino e ci fa dimenticare la sua pallossissima e sulfurea Michelle Obama di Ti amo presidente (film che ogni tanto torna nei miei incubi). Il resto del cast è un po' mortificato in particine, per lo più buffe, ma risultano comunque molto divertenti i personaggi di Neal McDonough, Adam Pally e Natasha Rothwell. Se la storiella dell'amicizia tra poliziotto e porcospino rivaleggia per profondità con gli intrighi della Melevisione ed è onestamente da martellate sui coglioni, gli effetti speciali legati alla super velocità (che strizzano un occhio o due alle incarnazioni cinematografiche di Quick Silver più che a Flash) come gli scontri colorati contro i robottini di Robotnik (dal sapore Yattaman), sono decisamente il piatto forte, allontanano la negatività relativa al prezzo del biglietto. Al di là di eccessi di melassa, considerato il target "da bambini" e se siete pure costretti ad accompagnare un pargolo in sala, il film scorre, ci si diverte con moderazione e appaiono già intriganti finestre aperte sui prossimi capitoli, che speriamo più adrenalinici e meno "bambinosi".
Il film di Sonic non è esattamente un inno alla velocità psicotropa propria di certi livelli del videogame, tra slot-machine, flipper e colori fluo. C'erano probabilmente più sostanze psicotrope sul set di Super Mario a dirla tutta. Ma può essere un buon cavallo di Troia per avvicinare un bambino ai vecchi giochi per Megadrive, che un papà un po' nerd non deve sottovalutare. 
Talk0

sabato 29 febbraio 2020

Picciridda - con i piedi nella sabbia: la nostra recensione del film tratto dal libro di Catena Fiorello



La nonna non ride mai, comanda sempre, vede sempre di scuro e odia tutti, pure sua sorella. Fa un lavoro strano e inquietante come vestire i morti prima del funerale e dicono che lo faccia davvero bene, ma questo non lo rende una cosa normale. La sera guarda le stelle sulla seggiola in cortile e in silenzio fuma sigari insieme alla sua unica amica. La nonna nasconde misteri e fa un po' paura, ma si getterebbe nel fuoco per proteggere la sua "picciridda". La mamma, il papà e il fratello sono andati al nord, in Francia, a cercare fortuna e lavoro. In un piccolo e arido paesello del sud Italia, tra anziani e galline, con la burbera nonna è rimasta la picciridda, con la promessa che per Natale verranno a prendere e portare via pure lei. Come Martina Abramovic sta con le pecore nere, la picciridda sceglie di stare con la gallina nera del suo pollaio, la gallina meno aggraziata, quella che fa più casino. Si chiude nel pollaio insieme a lei e si nasconde dalla nonna che non le permette di andare dallo zio pescatore, che tanto le vorrebbe bene e la riempirebbe di regali ma la nonna non vuole, forse perché è cattiva, forse perché è invidiosa. Fuori dal pollaio la picciridda mette alle spalle tutto il suo paesello e corre al mare, stringe la sabbia a piedi nudi e guarda oltre il tramonto, alla sua famiglia lontana. Intanto arriva Natale e nessuno è tornato a portarla via da lì. Una nonna che pare un orso non sembra di buona compagnia e la picciridda inizia a sentirsi grande, con il corpo che cambia e si fa più lungo. Ci sono in paese cattivi occhi che hanno notato pure loro quel cambiamento e la nonna è sempre più inquieta.


Tratto da un racconto di Catena Fiorello, Picciridda è una piccola sorpresa, un film quasi "neo-realista" che con garbo, colori caldi e a tinte forte, si muove inseguendo il quotidiano di una ragazzina del sud Italia di quelli che potrebbero essere gli anni '60 o '70. È un mondo infantile che va ad appassirsi in fretta, quasi bruciato dal sole, guidato da una figura magica ed autoritaria, la nonna, i cui contorni rimangono sempre misteriosi e i cui valori, primo tra tutti "l'onore", riecheggiano nella piccola protagonista come le tavole dei dieci comandamenti. Tra la sabbia ogni tanto spunta il sangue e la storia della picciridda si colora di Eros e Thanatos mentre il paesino rimane in un silenzio angosciante, con gli adulti che tengono così stretti terribili segreti da preferire essere considerati crudeli piuttosto che rivelarli. È un viaggio emotivo, quello della picciridda, che la fa sbattere su infinite porte chiuse a chiave. L'incomunicabilità ostinata dei sentimenti, anche a chi è più caro, diviene l'immagine di una terra a cui si è intimamente legati, ma di cui non si comprende mai a pieno le regole. Una terra dalla quale, ci suggerisce il film, è più giusto scappare che ritornare. 
Straordinaria la nonna, interpretata da Lucia Sardo. Vitale, solare, colma di un fascino ingenuo quanto di un ricco mondo interiore, la picciridda interpretata da Marta Castiglia.
Luciferino e ambiguo il pescatore, circondato dalle sue teste di pesce essiccate e sanguinanti. 
Paolo Licata, con il supporto alla sceneggiatura di un regista esperto e mai troppo elogiato come Ugo Chiti, porta in scena la prima trasposizione cinematografica di un libro di Catena Fiorello in un modo garbato quanto ermetico, solare quanto sanguigno, non perdendo mai lo sguardo ingenuo e critico della giovane protagonista. Ne risulta una pellicola riuscita sotto ogni punto di vista, di cui consiglio a tutti la visione. Un piccolo classico. 
Talk0

giovedì 27 febbraio 2020

Cattive Acque: la nostra recensione del legal-drama con Mark Ruffalo



Studio nuovo e prestigioso alla corte del grande Tom Trep (Tim Robbins), multinazionali come clienti danarosi e potenti, una nuova casa e una bella moglie (Anne Hathaway), il giovane avvocato Robert Bilott (Mark Ruffalo ) sembra aver svoltato e raggiunto i piani alti, scrostando le scarpe dal fango della provincia. Solo che un giorno l'agricoltore Wilbur Tennant (Bill Camp) prende l'ascensore e arriva pure lui nel ricco studio legale di Robert, gli porta una montagna di carte e una accusa molto precisa nei confronti di una importante multinazionale cliente affezionata dello studio, la DuPont. Stanno da anni riempiendo la città di Wilbur di rifiuti inquinanti, la gente si ammala e muore e la DuPont dice che è tutto normale, tutto in regola, che "lui è pazzo". L'avvocato Bilott si prende a cuore la causa e inizia così una delle più grandi e importanti class action della storia del diritto internazionale. Una causa che riguarda la salute di migliaia di persone e il limite fino a cui può legalmente spingersi una multinazionale per sacrificarlo in ragione di un profitto. 


È un film complesso, duro, molto accurato sul profilo legale ma che non rinuncia per questo a valorizzare i personaggi in causa. È una storia terribilmente vera, oggi ancora attualissima e che vi farà venire un brivido sulla schiena se anche per voi la parola "Teflon" ha un significato e si lega a vostri acquisti passati. Ci facevano il rivestimento dei carri armati, è diventato il materiale più prestigioso per le pentole da cucina, si è trasformato in un incubo biologico in grado di mutare gli esseri umani a livello molecolare, aumentando incisivamente specifiche e gravi patologie tumorali. Il film, che parte come un mistery locale, come una piccola guerra tra ricchi e poveri, da subito sale vertiginosamente, parla di un dramma già in atto, con la conta dei morti già iniziata e con risarcimenti milionari che si chiedono per lo più per ammortizzare le costosissime terapie mediche di chi è ancora sopravvissuto. C'è alla base di tutto questo dolore un infinito ingranaggio di scatole cinesi burocratiche che sviano responsabilità , sminuiscono il valore di dati scientifici, dividono le colpe con totale indifferenza e per ammenda seguono logiche economiche folli, in virtù delle quali non potrà mai subire una pena economica seria una multinazionale che guadagna miliardi ogni giorno. È un film che fa male, ci fa sentire piccoli davanti a delle corporation che sanno di essere responsabili di qualcosa, ma tacciono per indifferenza. Ma è anche un film di rivalsa, dove gli ingranaggi della giustizia si vedono girare, dove si capisce come funzionano e possono essere utilizzate le leggi. Davanti a un'infinita offerta di legal drama dove il tribunale diventa scenario di semplicistici pipponi, banalissimi e carichi di melassa, Cattive Acque svela le strategie più raffinate, i corretti tempi processuali, il lavoro delle commissioni e delle perizie. Un sano approfondimento che appassiona gli amanti de genere, unito ad attori molto bene in parte, come Camp e Ruffalo, in grado di toccare il cuore anche al resto della platea. Cattive Acque di Todd Hayness ha la stessa pasta di A Civil Action di Steven Zaillian e di Eric Brockovich di Steven Soderbergh, è un legal drama di razza che, pur potendo contare su una vicenda dalla componente emotiva dirompente, sa calibrare bene ogni elemento narrativo senza perdersi nella retorica. Un ottimo esempio di cinema e una vicenda che è importante sia arrivata al cinema oggi, in un momento storico in cui la sensibilità alle tematiche ambientali è rilevante. Due ore che filano veloci, appassionano e qualche volta commuovono. 
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martedì 25 febbraio 2020

Il richiamo della foresta - la nostra recensione!




Buck è un cagnone irresistibile, enorme e buffissimo, che vive da principino viziatissimo in un piccolo paesino nella provincia americana. Essendo il cane del giudice (Bradley Whitford), tutti lo viziano e tutti lo temono, tutto gli è permesso e tutto rompe, mangia tutto, sbava su tutto, fino a che un bel giorno arriva una bella sgridata, una notte al freddo e al gelo per punizione e un bruttissimo tiro della sorte fa finire la pacchia del tutto. Rapito da uomini senza scrupoli, Buck arriverà nel Klondike, dove i cercatori d'oro usano le slitte trainate dai cani per percorrere le lande ghiacciate, spesso rimettendoci la pellaccia. Buck imparerà con il tempo a vivere a contatto con altri cani in quella natura selvaggia, incontrerà più padroni, tra cui il simpatico Perrault (Omar Sy) e presto sentirà il richiamo dello spirito di un enorme lupo nero (forse il leggendario Fenrir dei miti vichinghi?), con grandi progetti per il suo futuro. Se Buck compie un viaggio che lo spinge sempre più verso la natura selvaggia, in quel mondo di confine ci è già invischiato il solitario John Thornton (Harrison Ford), forse in fuga da se stesso più che dal mondo. L'incontro tra John e Buck cambierà la vita di entrambi.
Chris Sanders, regista e sceneggiatore di Lilo e Stich, Dragon Trainer e i Croods, ma anche sceneggiatore di cartoon Disney indimenticabili come La bella e la bestia, Aladdin, Il Re Leone e Mulan, riadatta per il grande schermo del 2020 The call of the Wild, classico dei classici di Jack London (papà anche di Zanna Bianca), una delle opere letterarie più seminali di tutti i tempi, scritto nel 1903 e ancora oggi famosissimo, adattato al cinema già 14 volte. 


La tecnologia recente permette una effettiva "recitazione" degli animali, tanto che il cagnone Buck è "interpretato" da uno straordinario attore di performance capture di nome Terry Notary, che si è fatto le ossa creando le movenze per la scimmietta Rocket (nella recente saga del Pianeta delle Scimmie), per lo scimmione King Kong (Kong: Skull Island), per l'amabile uomo-pianta Groot (Avengers: Infinity War). Buck è  un amabile pasticcione che durante la pellicola cresce, scopre le sue qualità, interagisce attivamente con i personaggi umani e al contempo salta e corre in paesaggi innevati resi iper-realistici e vorticosi come montagne russe dal meglio della tecnologia digitale odierna. Il film è un autentico prodigio visivo vicino per complessità e messa in scena a Revenant di Inarritu e 1917 di Mendes. Insieme a Buck siamo anche noi ad immergerci sempre più in una foresta che ci chiama, sospinti dalle musiche del veterano John Powell, nella cui sconfinata carriera figurano perle come Happy Feet, Dragon Trainer e L'era glaciale. Se il comparto visivo e sonoro è stellare, la sceneggiatura di Michael Green (Logan, Blade Runner 2049) funziona molto bene nella prima e seconda parte, per poi perdersi un po' in un finale troppo repentino. Facendo un parallelo con l'interessante ma un po' diabetico War Worse di Steven Spielberg, Il richiamo della foresta si può idealmente dividere in capitoli caratterizzati dal rapporto tra il cane Buck e i differenti padroni che si sono susseguiti nella sua avventura. Ogni capitolo in qualche modo ci porta delle "suggestioni narrative" che sono proprie dell'opera di London ma che il Cinema ha scisso e declinato in diverse pellicole. È un overture interessante. La vita con il giudice impersonato da Whitford ha echi della commedia leggera Beethoven di Brian Levant, il periodo con Omar Sy è un ottovolante infinito con curve a gomito che richiama il cartoon action Balto di Simon Wells, la storiaccia brutta con Dan Stevens dura poco ma ha i toni horror de La cosa di Carpenter e la follia di un Urlo dell'odio di Lee Tamahori. Poi arriva Harrison Ford è Buck è subito Chewbecca, la pellicola si distende tra magnifichi quadri naturalistici alla Revenant e delle felici contaminazioni in area Alba pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt. Questo "c'era già tutto in London e torna a London", per mezzo di Disney, insieme alla mitologica figura del lupo nero che aleggia su tutta la narrazione e che per i più piccini assomiglierà tantissimo al Mufasa del Re Leone (1998) o al Grande Cervo di Bambi (che comunque è del 1942). Omar Sy è travolgente per simpatia e umanità, Whitford indossa bene la maschera comico silente e lunare, Harrison Ford quando arriva in scena si divora tutto, diventa il "suo film", una delle sue interpretazioni più belle, sofferte e malinconiche, diventa il "suo" Revenant, orso compreso. È molto commovente e non pensiamo per un attimo che stia parlando con un cane digitale. Dan Stevens purtroppo non ha un personaggio ugualmente ben scritto e il suo tempo su schermo è poco convincente, con delle ricadute sul finale, se vogliamo il momento in cui la pellicola non è proprio al top, che arriva come una mannaia mentre saremmo stati ancora una buona mezz'ora in compagnia di Buck. Pur con questo piccolo difetto, Il richiamo della foresta è una pellicola meravigliosa, elegante, divertente e malinconica. Personalmente lo ritengo il più riuscito film Disney live action dai tempi de Il libro della giungla di Farvreu. Come Revenant, è un viaggio visivo nella natura da gustare a pieno su grande schermo, con il miglior impianto sonoro disponibile. 
Davvero un paio d'ore niente male. 
Talk0

lunedì 24 febbraio 2020

La mia banda suona il pop - la nostra recensione del nuovo film di Fausto Brizzi



C'erano una volta i Popcorn e a cavallo degli anni '80, superando giganti come i Ricchi e Poveri, Albano e Romina e Pupo, bruciavano ogni classifica ed esaltavano le platee con brani come questo.



In questo brano, Semplicemente complicata, c'è letteralmente "tutto un mondo", una nostalgia e ingenuità disarmanti e che non fanno prigionieri, soprattutto tra chi gli anni '80 li ha vissuti tra una compilation di Bimbomix, Zig Zag con Vianello e l'immarcescibile quiz TV Cantando Cantando con ospiti fissi i Ro.Bo.T. Cade la lacrimuccia a me e probabilmente ne cadrebbero altre in Russia, oggi nel 2020, dove un milionario eccentrico fanatico degli anni '80, Vladimir Ivanov, vuole per il suo compleanno la band riunita, in un concerto tutto per lui e per i fan russi dei Popcorn. Un affare da 250 mila euro per il vecchio manager del gruppo Franco Masiero (interpretato da Diego Abatantuono), un grande affare di miliardi per l'addetta alla security del magnate Olga (Natasha Stefanenko), che durante il concerto vorrebbe svaligiare il cavou del riccone ( Rinat Khismatouline). Solo che per un gioco del destino i due affari arrivano a scontrarsi e sovrapporsi e saranno proprio i Popcorn a dover compiere il furto. Ma sapranno essere oggi dei provetti Arsenio Lupin quanto erano negli anni ottanta delle divinità della musica trash-pop? Di sicuro dovranno prima ricordarsi come cantare insieme, perché il gruppo si è sciolto da anni e i suoi quattro membri sono oggi un po' bolliti oltre che un po' in bolletta. Il cantate Tony (Christian De Sica) canta ai matrimoni e sogna di partecipare all'Isola delle Meteore. Lucky, il bello del gruppo dal capello lungo biondo (Massimo Ghini), non è più bello, è piuttosto sfigato e lavora in un posto stile "Il paradiso della brugola". La ninfetta dalla voce sexy Micky (Angela Finocchiaro) è persa da anni nell'alcol e si è riciclata come conduttrice di uno scalcinato programma di cucina. Il carismatico e maledetto Jerry (Paolo Rossi) piuttosto che tornare nei Popcorn canterebbe per strada con la chitarra come un barbone, e infatti canta per strada con la chitarra come un barbone da anni. I quattro ovviamente si odiano a morte e non vogliono più avere a che fare con i Popcorn, ma forse troveranno un obiettivo comune proprio grazie a questo "affare russo". Lo faranno per i fans o per i soldi?


La canzone Semplicemente complicata mi ha rapito il cuore come un treno in corsa, è l'esatta costruzione sdolcinato-trash-pop fatta con amore in laboratorio per rievocare un periodo più che per avere un senso. Profuma della plastica e conservante delle pizzette congelate del 1985 da scaldare al forno elettrico, hai i colori del cabinato di Ghost and Goblins e delle gelatine dei Masters of the Universe. È utile quanto gli scaldapolpacci di Jane Fonda e le giacche con le spalline chiodate di Sabrina Salerno. Sa di lacca e sa di giovinezza perduta, un po' come la simpatica combriccola dei Popcorn. Vedo il chitarrista fallito di  Paolo Rossi, Jerry, e mi irradia l'ombra epica e tragica del suo Walter Zappa di Kamikazen-Ultima notte a Milano. La Finocchiaro con la cantante in crisi etilica Micky è dolce e goffa come un cartone animato, come lo era la sua Martina in Volere Volare. Vorrei vedere molto di più al cinema Rossi e la Finocchiaro. Non me ne rendevo conto, anche perché sono attori che preferiscono il teatro ed è giusto così, ma quanto vedrei bene un altro film con loro due insieme, magari scritto e diretto da Maurizio Nichetti. Fine del sogno, torniamo a noi. Ghini e De Sica sono qui più o meno Ghini e De Sica di sempre: una coppia rodata e affiatata di zuzzurelloni romani che vivono di espedienti e indossano assurde parrucche. Ghini però ho fatto davvero fatica a riconoscerlo all'inizio, ha fatto un incredibile lavoro di sottrazione per tratteggiare il vecchio e "sfortunato" Lucky. I quattro insieme funzionano, hanno una buona sinergia e la loro esperienza teatrale gli permette di essere credibili come cantanti anni '80. Hanno un passato (che mi immagino "non solo" musicale) comune accennato ma che in futuro potrà essere esplorato in lungo e in largo anche grazie ai quattro giovani attori che impersonano, forse per troppo poco tempo su schermo, la compagine negli anni '80. Potrebbero avere altre perle come Semplicemente complicata al loro arco, dispiace che nel film si senta solo questa. Sono intriganti e un po' luciferini i personaggi di Abatantuono e Stefanenko. Il primo, quasi con il fascino di un Enrico Maria Salerno (saranno le lenti a contatto azzurro-Diabolik?), ci conquista con una serie di finti aneddoti sul mondo musicale e un cinismo da Mara Maionchi. La seconda è una quasi Charlize Theron fastfuriousiana che avrei gradito più buffa, più caricaturale, anche perché la Stefanenko come attrice leggera è irresistibile. A interpretare il magnate russo fanatico di anni '80 (al punto da allestire un trabocchetto che capiranno solo gli ultra-nerd alla Ready Player One) c'è il bravo Rinat Khismatouline, già visto nello stralunato Brutti e Cattivi che nel recente 6 Underground


I personaggi ci sono, l'ambientazione è kitsch quanto basta, la storia è purtroppo un po' a strappi. Buono il primo tempo, quando si parla di nostalgia e di riunire il gruppo, un po' affrettato il secondo, in cui vorrebbero convincerci che i nostri cantanti possono essere anche dei ladri provetti in un classico "film di rapine" alla Ocean's 11 con tanto di inseguimenti e sparatorie. L'effetto finale paga una messa in scena che non investe molto nella costruzione delle fasi action ed è un peccato. Si gioca per il furto la carta dell'ingenuità e dei colpi di fortuna in un contesto che vuole (erroneamente) essere serioso ed è un approccio che in effetti può lasciare in platea qualcuno insoddisfatto. Avrei voluto vedere di più i Popcorn da giovani anche perché potenziale narrativo ce ne sarebbe, magari in un seguito potrebbero accontentarmi e alcuni degli aspetti "stonati" di questa pellicola potrebbero essere aggiustati in corsa.
La mia banda suona il pop è una commedia sull'ora e trenta, piuttosto divertente e che beneficia di un affiatato gruppo di attori. La storia non scorre sempre bene, nella seconda parte potrebbe arrivare uno sbadiglio, ma l'amarcord, le canzoni e una fotografia molto colorata riescono a portare a casa un film adatto per una serata divertente, specie se siete fan delle commedie di De Sica. 
Molto validi e da sfruttare di più in futuro al cinema (a loro piacendo) Paolo Rossi e Angela Finocchiaro. Buone le prospettive per un seguito in grado di migliorare retroattivamente la pellicola. 
Si può dare di più, come cantavano Tozzi, Morandi e Ruggeri, ma ci si può comunque divertire anche così.  
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