sabato 25 marzo 2017

Death Note - Ryuk spiega le sue ali su Netfix...


Dopo anni di conferme e smentite, con Dynit che a maggio fa uscire la serie animata classica in blu ray e si appresta a portare in Italia quasi tutti i film dal vivo giapponesi (Mi pare manchi "L chance the world", ma forse arriverà dopo...), finalmente il progetto statunitense legato a Death Note, che prima diceva essere un film e ora è una serie TV prodotta da Netfix, comincia a palesarsi. Alla regia c'è Adam Wingard, un talento vero (guardatevi i suoi film, You are Next, The Guest e il nuovo Blair Witch). Il cast è di giovani belle promesse, ma tra loro svetta Willem Dafoe, che smessi i panni di un goblin passa a quelli del demone alato Ryuk. Nat Wolff impersonerà il giovane Light, che essendo qui americano non avrà come cognome Aiagami ma Turner. Lakeith Stanfield sarà "L". Margaret Qualley ha un personaggio che si chiama Mia e probabilmente sarà la versione yankee di Misa Misa. Non si sa ancora bene chi farà, ma Masi Oka, il mitico Hiro Nakamura del telefilm Heroes è nel cast. 


A un primo sguardo del cast mi risulta un po' difficile accostare Light ed "L" del fumetto con queste nuove versioni americane, anche perché gli originali erano come look e connotati fisici iconici quasi quanto il demone Ryuk, ma sospendo il giudizio fino ad averli visti in azione. Allora, chi vuole passare a Netfix per seguire Death Note? 
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mercoledì 22 marzo 2017

Autobahn


Casey (Nicholas Hoult) lavora come driver per pericoloso criminale, Geran (Ben Kingsley), ma da quando ha messo gli occhi sulla barista di un locale notturno, Juliette (Felicity Jones) ha deciso di mollare tutto e cambiare vita. Incredibilmente il boss accetta senza rappresaglie, ma il destino gioca un brutto tiro al nostro eroe. Juliette è malata e deve operarsi, servono soldi e l'unico modo che conosce per procurali è mettersi al volante di un'auto. Si prospetta un nuovo ultimo incarico, un colpo grosso che potrebbe danneggiare il pericolosissimo boss Hagen (Anthony Hopkins). 


Non togliete mai il pedale dall'acceleratore, perché chi si ferma è perduto e non ci sono seconde occasioni. Ci urla nelle orecchie questo mantra lo storico produttore Joel Silver, lasciandoci nelle mani di stuntdriver con una discreta capacità di guida tra le autostrade tedesche più folli del mondo.  E noi, cresciuti a pane e Cobra 11, sappiamo quanto possono essere pericolose le autostrade tedesche. Una  piccola distrazione e "SBOOOONG" finisci in testa coda, ti ribalti, prendi fuoco ed è la fine. E vi ho descritto solo i pericoli che potete incorrere cercando di parcheggiare all'autogrill, l'automobilista tedesco è serio e implacabile, dimenticate di trovarvi davanti l'emigrato italiota di Carlo Verdone in Bianco, Rosso e Verdone, un po' gentile e un po' frescone, le autostrade tedesche sono frequentate dai piloti più spietati nemici del Gattiger e di Speed Racer. O almeno è così che le immagina il produttore Joel Silver, uno che di action, da Arma Letale a Matrix, se ne intende. Ha scovato un nuovo leone della macchina da presa, Eran Creevy e vuole farne un nuovo campioncino dell'action. Glielo ha segnalato l'amico Ridley Scott dopo avergli prodotti il piccolo gangsta- movie Welcome to the punch con James McAvoy e Mark Strong. Anche lì c'erano inseguimenti e ironia, la formula era semplice e funzionava e in fondo questo genio in erba una cosa sola fa, e fa al meglio, per tutta la durata di questo Collide, arrivato a noi come Autobahn (il nome dell'autostrada tedesca): gli inseguimenti. Il film ha davvero poco altro da dire a livello di trama, anche se "quel poco" grazie a Felicity Jones e giganti come Ben Kingsley e Anthony Hopkins è assai gustoso, ma mai il fattore "chissenefrega" è stato più dirompente. 


Perché questi inseguimenti sono tutto quello che vi calamiterà l'attenzione, sono maledetta arte. Veicoli sparati come palle di cannone fuori controllo, con noi spettatori che attraverso un boato sonoro e una tecnica di ripresa estrema (telecamere legate ad auto rasoterra?) temiamo quasi che le macchine ci vengano addosso o che lo schermo del cinema si schianti contro qualcosa. Sembra di essere tornati al 1895, al primo film, L'arrivo di un treno alla stazione di Ciotat dei Loumiere, torniamo (come i nostri nonni) a temere di schiantarci con la quarta parete allo stesso modo di come ci era capitato con Hardcore Henry di IIya Naishuller. Ma in questo caso non ci serve il travelgum per un eccesso di realismo che arriva a simulare il mal d'auto, l'apparato scenico è solido, la fotografia e montaggio priva di sbavature, solo che il tutto è veloce. Auto che si scontrano o schiantano e partono in aria come i birilli del bowling, auto che ruotano su se stesse  componendo al rallentatore in aria aggraziati passi di danza, auto che si spezzano e frammentano in proiettili una volta tornate a terra in balia della gravità. Complicati equilibrismi di stunt, coreografie e "caso" creano sinfonie multisensoriali di ebbrezza nuove ed esaltanti. Manovre al limite, zero distrazioni concesse ai driver, la sensazione di poter decollare da un momento all'altro . E' tutto molto diretto, ma ha un fascino estetico interessante. Prendete un qualsiasi film di inseguimenti e paragonatelo a questo, visto al cinema in una sala con uno schermo enorme/gigantesco e con un impianto sonoro adeguato/potentissimo. Non riuscirà a darvi un uguale senso di velocità e frenesia. Autobahn è semplice e nella sua semplicità sorprendente. Frank Zappa diceva che parlare di musica ha senso quanto ballare di architettura e mi sto accorgendo che questo concetto funziona un po' anche per i film di inseguimenti quindi la chiudo qui: vedetele gli inseguimenti e divertitevi. E quindi pensiamo al "resto del film", che è più una traccia che una sceneggiatura vera e propria. Nicholas Hoult e Felicity Jones sono davvero carini e affiatati come coppietta sfortunata trascinata in un action movie, ricordano Ewan McGregor e Cameron Diaz in Una vita esagerata di Danny Boyle. L'amore è il motore che muove tutta questa sarabanda di inseguimenti, motivando un'azione "stupida ma romantica" non stop, come viene più volte detto nel film. Un'azione che coinvolge i due irresistibili mattatori Hopkins e Kingsley, in una gara a chi è più fuori di testa nel creare il supercriminale più assurdo. Kingsley per ispirarsi va un po' dalle parti di Sexy Beast, ma giocherella per assurdità anche con il suo Mandarino di Iron Man 3. Si inventa un assurdo, lampadato e irresistibile criminale orientale perennemente in tuta, più coperto d'oro di Mister T e ossessionato dai film americani. Hopkins in pieno delirio di onnipotenza post Hannibal arriva a citare Oppenheimer: "Io sono diventato Morte, il frantumatore di mondi". E' gelido, giacca e cravatta, ultra professionale ed esageratissimo in ogni scelta tattica, un amabile megalomane.  È' una gara a chi è più cattivo "perché nel mondo ci devono essere i cattivi", ma la loro è anche una relazione sentimentale tormentata. Kingsley ci rimane male che Hopkins non lo tratti con l'amicizia e rispetto che lui nutre nei suoi confronti, ma non è arrabbiato da questo fatto quanto sinceramente deluso. E Hopkins questa cosa non la capisce perché è sostanzialmente un cattivo dei cartoni animati, un egomaniaco. E' molto tenero questo rapporto, si creano risvolti divertenti. 

Insomma, 93 minuti, sparato a centocinquanta all'ora, veloci e divertenti. E quindi divertitevi, perché il film non ha altre pretese che farvi divertire di gusto, tra uno schianto e l'altro, per 93 minuti. Se uscire da una giornata particolarmente stressante, questo film è la scelta migliore che potreste fare. Talk0

venerdì 17 marzo 2017

Kong Skull Island - la nostra recensione!


Direi che tutto è incominciato così...


Andy Serkis, che interpreta digitalmente Cesare nel nuovo corso de Il pianeta delle Scimmie, si prepara alla battaglia insieme a Terry Notary, che interpreta Rocket. Scimmia con scimmia, si coprono le spalle  uno con l'altro in uno dei momenti più importanti nella storia degli "attori digitali", quelli che vanno al lavoro con la faccia piena di puntini colorati e un costume ridicolo da spermatozoo...

Quelli che stanno sotto il pelo digitale per capirci. Una casta di eroi silenziosi che ha plasmato la cinematografia moderna. Serkis è stato per Peter Jackson Gollum e poi, coronando il sogno del più grande regista neozelandese al mondo, divenne Kong.


Il re. Lo scimmione più grosso che un adattamento strano de La Bella e la Bestia poteva immaginare. Il Kong di Jackson era alto 8 metri e rispetto al modello degli anni '30 non sembrava un tizio vestito male da scimmia, quanto un orango vero e proprio, di cui agevolo un disegno tecnico


Il Kong di Jackson era protagonista di un filmone pazzesco ambientato negli anni '30, che si svolgeva per molta parte a Skull Island, un isola misteriosa che nascondeva il segreto del l'eterna giovinezza oltre a qualche centinaio di dinosauri. Ricordate Splatters - gli schizza cervelli di Jackson? Il contagio parte proprio da qualcosa che viene scoperto a Skull Island. La storia ruotava intorno a Naomi Watts che veniva convinta da un oscuro regista interpretato da Jack Black a partecipare a un film che in realtà era una spedizione su questa isola maledetta. Ma non tergiversiamo: su Skull Island viveva Kong, e spaccava mascelle ai dinosauri...


Il film aveva mille difetti, oltre al fatto di durare 4 ore, ma le botte con i dinosauri sono ancora oggi da paura, così come l'Isola misteriosa era il clou della pellicola. Andò bene ma non benissimo. Lo scimmione tornò nel cassetto senza generare un franchise. Poi venne la notte e di nuovo il giorno... arrivò il momento per la Legendary pictures di creare un nuovo franchise che unisse Pacific Rim di Guillermo del Toro, il nuovo Godzilla di Gareth Edwards e King Kong. Un unico monster - verso in cui esseri giganteschi si affrontavano sulla terra utilizzando come armi delle barche mercantili o delle zanne affilate da T-Rex mutante. Rim sarebbe stato ambientato nel futuro, Kong nel passato e Godzilla ai giorni nostri e i tre progetti erano destinati a fondersi. Poi Rim non andò così bene come si sperava e venne momentaneamente messo da parte, ma Godzilla fece incassi da paura e si mise in produzione un Kong che avrebbe comunque incrociare i pugni pelosi con il lucertolone jappo. Serviva un Kong più alto, più epico, magari più simile ad un tizio in costume rispetto a un gorilla vero, ma che sprigionasse una figosità da paura. Agevoliamo l'immagine.

Nel film, affidato alla regia del talentuoso Jordan Vogt-Roberts, la storia parla di una fotografa di guerra, Brie Larson, che durante la fine della guerra del Vietnam viene avvicinata da un oscuro esponente governativo (John Goodman) che, con la scusa di un servizio fotografico su un'isola inesplorata, la coinvolge in una guerra contro mostri misterioso. Ma veniamo al sodo.
Serviva un nuovo scimmione per il nuovo millennio ed è allora che venne chiamato Terry Notary. Era incazzato il giusto per la parte, perché conosceva da anni il ruolo dello scimmione incazzato, da quando coordinava Eli Roth come villain del bartoniano pianeta delle scimmie. Anche per lui, grazie immaginiamo alla fratellanza con Serkis che abbiamo mostrato simbolicamente a inizio articolo, era giunto il tempo di combattere nemici clamorosi su Skull Island, primi fra tutti gli "striscia-teschi".
Dei cosi... bruttini ma carismatici, un po' sfigati ma anche fighi, insomma. Che vengono benissimo nei combattimenti tra palme che diventano katane, bombe e pugni pelosi. 

Ma soprattutto Kong dovrà fare i conti con lui. Samuel l. Jackson.


Vi ho detto che il vecchio Kong era sugli otto metri? Questo arriva a 30, è un maledetto grattacielo vivente. Ma Samuel sa il fatto suo, e per questo lo trovate nei migliori negozi nella stessa confezione degli striscia-teschi...
E con questi terribili nemici in campo allora sì che arrivano le botte vere. Sassate sui denti con salto diabolico a palate.

Kong Skull Island è un film che dura meno di due ore ma che passa in cinque minuti, divertente, carico di situazione alla Apocalypse Now (c'è pure un personaggio che si chiama Conrad, come lo scrittore di Cuore di tenebra), con una fotografia spaziale, splendide scenografie ed effetti e un cast di attori molto affiatato. Ma soprattutto con scene d'azione belle esagerate, esaltanti, lunghe e piene di trovare visive. Si cita un po' anche Predator e non manca un tocco da Hamburger Hill, c'è pure qualcosa di orientale, che richiama agli spiriti della natura visti in Princess Mononoke. Anche se il tasso di violenza è sempre tenuto sotto il livello di guardia e le scene più cruente sono "stilizzate", alla maniera di Jurassic Park. Ci si diverte e si vorrebbe rifare subito un altro giro di giostra, e per questo è tassativo che rimaniate seduti anche dopo i titoli di coda. Ci sono molti riferimenti visivi al Godzilla di Edwards, ma qui non si lesina a mostrare Kong che combatte in pieno giorno, incazzato e maestoso, contro una marea di mostri. Tutto alla grande quindi? Direi di sì, anche se il film dichiara apertamente, con un'onestà sempre più rara, di giocare la partita come pellicola di serie - B extra deluxe. La fisica dei mostri, alcuni passaggi narrativi, l'azione esagitata: tutte le regole di realismo vengono sconvolte con il sano principio di farvi divertire ed esaltare. Sull'altare dell'intrattenimento si sacrificano quindi un po' di epica e i classici temi crepuscolari, ma è un prezzo su cui possiamo gioiosamente soprassedere. Kong diverte parecchio e questo ci basta. Avremmo magari voluto un terzo atto, memori dell'infinito titolo di Peter Jackson, ma va bene anche così. 
Cosa ci riserva il futuro di questo franchise? Sembra che Pacific Rim Uprising stia procedendo bene e potrebbe essere nuovamente incluso del monster - verso. Nel 2018/2019 dovrebbe arrivare il secondo Godzilla e nel 2020 sarà il turno di Godzilla contro King Kong. E noi ovviamente non vediamo l'ora perché, tra troppi film impegnati e saghe complicate da seguire, è un piacere andare in sala a vedere un amabile scimmione che butta giù elicotteri come fossero mosche. È liberatorio e ci fa tornare un po' bambini, quando con i nostri pupazzetti di plastica in mano facevamo dei versi strani e abbattevamo dei castelli di lego mentre gli omini al loro interno gridavano "aiuto, aiuto!". E sognare di essere uno scimmione di 30 metri è più appagante di immaginarmi come uno da otto. Ma del resto le donne lo sanno, noi maschietti abbiamo un po' la fissa dei numeri. 
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N.B. Delle fan di Tom Hiddleston mi chiedono di specificare qualcosa sulla sua performance, magari tracciando un parallelo con la prova di Adrien Brody nel King Kong di Jackson. Beh, il buon Tom fa una parte molto action e di poche parole, più che l'Adrien Brody di King Kong pare l'Adrien Brody di Predators. Pertanto non vincerà nulla come attore drammatico per questo ruolo, ma c'è una scena in cui con la maschera antigas taglia a fette dei mostri volanti che è molto cool. Una menzione d'onore va invece per John C. Reilly, che riesce a costruire un ottimo personaggio, pazzoide quanto eroico, sopra le righe quanto molto umano. Il suo Hank Marlow è il cuore del gruppo nonché l'elemento che regala i siparietti più gustosi.
N.B.2: oltre a Notary c'è nel cast anche un antro degli attori digitali del Pianeta delle Scimmie, Toby Kebbel, che interpretava Koba.

N.B. 3: come Andy Serkis compariva in King Kong anche come attore, nella parte di chef, Notary compare senza costume in Skull Island? No, ma interpreta anche insieme a Vin Diesel Groot ne I guardiani della galassia. Che notizie spaziali che vi scrivo ... 
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mercoledì 15 marzo 2017

Autopsy


Siamo in una calda notte nel cuore della Virginia. Tommy e Austin Tilden, interpretato da Brian Cox e Emile Hirsch, sono padre e figlio nonché gli ultimi discendenti di una famiglia che per tradizione si è occupata dell'obitorio - crematorio. Fanno i medici legali e hanno risolto, lavorando sui cadaveri a colpi di motosega e bisturi, ben più di un caso ingarbugliato assegnatogli dallo sceriffo Burke. Austin però non ce la fa più, la fidanzata Emma, Ophelia Lovibond, lo ha convinto ad abbandonare l'impresa famigliare e quella è di fatto, anche se il padre non lo sa ancora, la sua ultima notte sotto casa. Sotto casa in tutti i sensi, perché la morguery risiede al di sotto della abitazione, con un rugginoso ascensore vintage come unico mezzo di ingresso e uscita, espandendosi sotto terra per metri e metri grazie alla sconfinata voglia dei Tilden di espandere in loro business. Emma ci tiene almeno una volta a vedere il posto di lavoro di Austin, e allora si addentra con lui in questo sotterraneo sinistro e dall'aria vintage, pieno di topi nelle tubature tenacemente combattuti dal gatto domestico e pieno, anche quella notte, di cadaveri, riposti al sicuro nei loro forni. Cadaveri senza faccia per colpa di arma da fuoco, cadaveri bluastri dimenticati per troppo tempo nelle loro case, cadaveri con un campanello al piede perché, come tradizione, non si è mai certi che un corpo sia o meno morto e in caso di scampanellio il corpo può essere tirato fuori dal forno. Emma vuole vedere i corpi, Austin non è convinto ma Tommy è contento che la nuora conosca il business di famiglia ed è pronto a farla terrorizzare con tutte le storie macabre e aneddoti di cui è fornito. Ma non c'è tempo, lo sceriffo richiede di urgenza il lavoro dei Tilden. Una donna senza nome, una "Jane Doe", interpretata dalla bellissima Kelly Olwen. Il suo corpo è bianchissimo, non presenta segni di colluttazione ed è stato trovato parzialmente sotterrato sotto una abitazione ai cui piani superiori si è consumato un vero e proprio eccidio. Un bel rebus da risolvere, da risolvere entro la mattina, cui Tommy si dedica subito anima e corpo. Austin dovrebbe andare via con Emma, ma non vuole rifiutare un ultimo lavoro con il suo vecchio e infine lo segue bella sala con il tavolo operatorio. Sarà una lunga notte e le stranezze inizieranno a farsi sentire da subito.



Andre Ovredal, regista dell'ottimo Troll Hunter, firma la sua prima regia americana con The Autopsy of Jane Doe, da noi solo Autopsy, un thriller dai contorni soprannaturali avvincente, teso come una corda di violino e molto divertente da seguire. Hirsch e Cox sono affiatatissimi e con molto stile ci conducono nei cunicoli di questa meravigliosa e quasi steam-punk morguery famigliare, piena di fascino e di dettagli. Non mancano le scene più splatter, al punto che l'autopsia la vedremo tutta sul serio, dall'analisi esterna del corpo fino alla materia cerebrale intracranica, senza parlare dello stato in cui versano gli altri cadaveri "ospiti" dei forni. Si può dire che tutto si svolge all'inizio come un'investigazione di C.S.I. ma ecco che arriva, feroce come un carro merci fuori controllo, l'elemento soprannaturale, affrontato da una prospettiva diversa dal solito e molto accattivante. E allora la pellicola si trasforma in una giostra dell'orrore vera e propria, dove rimaniamo senza respiro fino all'ultimo minuto. È un peccato mortale rivelare il mistero di Jane Doe, non voglio per questo in nessun caso rovinarvi la sorpresa di scoprire da soli l'enigma, ma posso dirvi che è una trovata niente male, che fa venire voglia di una seconda visione. Autopsy è un film semplice e molto ben confezionato, ben scritto e recitato,  affascinante per le scenografie e gli effetti visivi. Vi servirà giusto un po' di stomaco forte, per reggere le scene più cruente, ma lo spettacolo è interessante. Uno dei migliori horror di quest'anno per stile e interpretazione. 
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martedì 14 marzo 2017

Mister Universo - la nostra recensione e l'inedita intervista a Tizza Covi



- Breve sinossi: Pochi minuti.  Il pubblico attende, è seduto sugli spalti. Al di là di una finestra che scruta sul palco, Tairo (Tairo Caroli) osserva la platea con un occhio, mentre con l'altro guarda in dvd una scena de Il Padrino - parte seconda. Una sigaretta per rilassarsi, il gel nei capelli come ultimo ritocco al look. Il domatore è pronto per entrare in scena insieme ai suoi leoni. Ha una corporatura massiccia ma anche un aspetto bonario, uno sguardo simpatico e magnetico che lo fa assomigliare a un giovane John Belushi. L'abito di scena gli cade a pennello, gli animali stanno compiendo il percorso verso il centro della scena, gli altoparlanti intonano il celebre tema di Henry Mancini di Rocky, ma prima di cominciare manca qualcosa di importante, fondamentale, un gesto. Tairo con una mano, deve sfiorare il suo personale amuleto. Un oggetto donatogli da Arthur Robin. Una lastra di ferro pesante che il più noto dei mister Universo, Il Golia nero, uno degli uomini più forti del mondo, ha regalato proprio a lui, quando era ancora bambino, quindici anni prima. Una lastra piegata direttamente con la sola forza dei suoi muscoli durante una esibizione. Da quando Tairo ha questo autentico tesoro sa che le cose andranno bene. Il domatore ama i misteri ma non crede alla superstizione, ai riti scaramantici, ai gingilli scaccia-malocchio. Il ferro di Arthur Robin è vero, è "Magico". Una volta ha salvato la vita a lui e alla sua famiglia, e questa è una cosa reale. Solo dopo questo rituale, ogni giorno, si sente pronto e tranquillo per affrontare i leoni e il pubblico. Un tocco e tutto va bene, la serata è andata bene. Spente le luci, il circo è un luogo diverso la mattina seguente, meno colorato magari. Tutti devono lavorare insieme per tenerlo un luogo pulito e ordinato. Dismessi gli abiti da donatore, Tairo desidera solo un caffè fatto bene per iniziare al meglio la giornata e l'allenamento con i leoni. Wendy (Wendy Weber), una giovane contorsionista, si avvicina al domatore accompagnata da un cagnolino. E' in tuta, un po' assonnata, ma dallo sguardo gentile. Colleziona pupazzetti tratti dai film di Tim Burton, li dispone con cura sulla mensola sopra il suo letto. Anche Il domatore ha sulla mensola una collezione di cui va fiero, le miniature di alcuni leoni dorati, che sono forse dei premi,  e, ovviamente, il suo amuleto. Wendy gli dice che ci sono problemi di salute in vista. Forse non riuscirà ancora per molto a fare la contorsionista, forse dovrebbe iniziare ad addestrare leoni con lui. Tairo si lamenta che i leoni sono sempre più stanchi, non riesce a gestirli come vorrebbe. I due si confortano a vicenda, ma il più grande spettacolo del mondo è un posto dove si fatica tutti i giorni. E le cose di certo non migliorano se qualcuno inizia a staccare la corrente elettrica dalle roulotte. Così per una serie di eventi legati a beghe di vicinato, un giorno Tairo non trova più nella sua stanza il cimelio di Arthur Robin. Rubato. Sparito. Il domatore non se la sente più di tornare sul palco e anche Wendy è molto preoccupata. La soluzione possibile è solo una, secondo il consiglio di una cartomante: ritrovare il vecchio mister Universo e chiedergli di creare un nuovo amuleto. Tairo inizierà così un lungo viaggio alla ricerca di Arthur Robin, rincorrendo le voci contrastanti su dove possa trovarsi e nel mentre andando a ritrovare i suoi parenti dislocati in tutta Italia. La mamma, il fratello che non vede da quattro anni, lo zio, che un tempo era un famoso cantate. Sarà un viaggio non solo in cerca della fortuna perduta, ma anche una occasione per risaldare i legami con i suoi cari e raccontarci il mondo antico e prezioso degli artisti circensi. Un tragitto rigorosamente on the road, che Tairo compirà in solitaria, con lo stemmino della Juventus attaccato sotto lo specchietto pronto a ballare ad ogni curva e con nelle casse dello stereo, a tutto volume la canzone hit dello zio:"Batticuore".

- "Stanno tutti bene!". Tizza Covi, fotografa e regista, ha nel cuore il circo e la sua piccola popolazione itinerante. Un popolo che ci descrive molto affiatato, come una generosa famiglia allargata accogliente, rispettosa degli animali e genuinamente ottimista sul futuro. Una famiglia che si vuole raccontare senza gli orpelli di scena, nella vita di tutti i giorni, portando a nudo i volti e i vissuti nel modo più naturale e diretto. Per questo si sceglie un meccanismo cinematografico strano, la messa in scena un documentario che si trasforma in fiction o, meglio, in favola. La maggior parte degli attori è infatti formata da artisti circensi che, guidati dalla troupe, raccontano di loro stessi e della loro vita quando recitano il copione che dà corpo alla storia. E sono incredibilmente bravi e spontanei tanto a raccontarsi quanto a improvvisare, come dimostra una scena ambientata ad Ariccia, dove l'amante del mistero Tairo coinvolge dei passanti sul famoso fenomeno della "salita in discesa" (vi mando un link a Wikipedia per approfondire). Il film ha un andamento spedito e per una volta la patina di malinconia che spesso caratterizza le produzioni cinematografiche sul circo si stempera in molte situazioni buffe e divertenti. Ci sentiamo abbracciare calorosamente dalla affiatata famiglia di Tairo e la voglia di conoscerli, incontrarli ai loro spettacoli, diventa forte. Nel cinema moderno di cerca sempre di più il fantasy e il supereroistico e questo film dimostra che uomini che convivono con i leoni o sono così forti da piegare il ferro vivono tra noi. Magari oggi si trovano in uno zoo safari, in case dove vivono insieme agli animali che li hanno accompagnati in scena per molti anni, magari sono ancora sulla strada con i loro spettacoli, a combattere la vita di tutti i giorni, facendosi magari guidare da una cartomante o da una canzone composta da un vecchio zio. Un mondo diverso a pochi metri dal nostro. Ed è molto peculiare anche il modo in cui Tizza Covi sceglie di girare, in modo analogico con rulli della durata di solo pochi minuti. Un amore per la pellicola tradizionale che dona colori e ritmi unici al film. Presente a Locarno e a molti festival, con un palmares di tutti riguardo, Mister Universo è una autentica sorpresa che arriva a noi grazie alla Tycoon Distribution, dal 9 marzo. Ed è una occasione unica per incontrare Tairo, Wendy e il grande Arthur Robin. I volti di un'arte antica e generosa che oggi possiamo scoprire in sala e magari andare a cercare sotto i tendoni del circo in giro per l'Italia. Facciamoci contagiare dalla magia di un mondo che ha un tempo fatto sognare Fellini e ha ancora molte storie da raccontarci. Un mondo che oggi sarà cambiato rispetto al passato, quando era corteggiato da Cinecittà, ma che è ancora vivo e pulsante. E chi lo sa, un ferro piegato dall'uomo più forte del mondo è forse ciò che ci serve di più per essere felici.
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Intervista alla regista  Tizza Covi 
- Sono qui con Tizza Covi. Abbiamo appena visto insieme il suo film Mister Universo, avevo qualche domanda da farti in merito a questa pellicola. L'abbiamo trovata interessante anche perché tu stai esplorando nei tuoi film molto l'ambiente circense. Hai iniziato con La pivellina e anche con un film inedito ancora non arrivato in Italia, Lo splendore del giorno, del 2012...
- che temo rimarrà inedito ( ridendo)...
- E perché no? Forse potrebbe arrivare! 
- Il problema è la reperibilità. La Pivellina e Mister Universo sono girati in Italiano, ed è più facile trovare una distribuzione rispetto a film dove parlano in tedesco e devi leggere i sottotitoli. 
- Hai un grande amore per il circo
- Assolutamente!
- Questo traspare molto...
- E' il circo, ma sono specialmente i personaggi del circo. Abbiamo tantissimi amici al circo e sono sempre stati accolti molto bene, abbiamo passato intere estati con loro. È anche un po' combattere i pregiudizi che soffrono i circensi come tutte le persone che vivono nelle roulotte.
- Vero! La pellicola ci mostra gli artisti del circo in maniera molto sfaccettata. Ci ha colpito molto Tairo Caroli. C'era anche ne La pivellina, dove aveva ancora tredici anni. Oggi è cresciuto e sembra quasi un piccolo John Belushi.  Ha questa viso particolarissimo, volto espressivo e se la cava molto bene anche come attore. 
- Sì! Devi immaginare che lui ha delle scena nella quali si doveva commuovere ed è stato lasciato molto libero di improvvisare i dialoghi. È stato molto bravo! Noi avevamo molto bisogno di gente come Tairo, persone con questo spirito e questa voglia anche di "provocare" il dialogo e così facendo rendere le scene molto speciali.
-È molto convincente anche Wendy Webber...
- Sì, anche lei è stata molto brava! Lei è stata ieri a vedere il film per la prima volta ed è stato molto emozionante per lei. Le è piaciuto molto e si è anche commossa. 
- Complimenti ancora per gli ottimi attori! Devo dire che mi è piaciuto molto anche il fatto che attraverso i tuoi film si trasmette una sempre maggiore fiducia nella realtà futura del circo. Le generazioni passano, ci sono momenti difficili ma comunque c'è un legame forte tra le persone. Un legame che si rafforza di generazione in generazione..
- Sì, non ha senso la logica di vedere la vita in modo negativo. Specialmente nei film che giriamo cerchiamo sempre di far vedere questo tramite gli occhi dei nostri personaggi, che sono anche persone con una grande umanità. 
- E' curioso anche il fatto che mentre in genere il cinema fa "documentari puri", qui (in Mister Universo) si parte come in un documentario e poi il tutto diventa fiction.
- Esattamente! Facciamo fiction ma al contempo cerchiamo di non distruggere tutti gli aspetti del documentario che ci stanno attorno. Questo fa in modo che tutte le scene diventino più autentiche. Almeno questo è quello che speriamo e cerchiamo di fare. 
- E quindi la canzone "Batticuore" esiste?
- (ridendo) Esiste e non è mai stata usata fino ad ora! Noi ce ne siamo innamorati e ormai ci riconosciamo nel testo.
- Grazie mille per il tuo tempo! 

- E' stato un piacere!

venerdì 10 marzo 2017

Bleed - più forte della vita - la nostra recensione

Partiamo con un trailer tosto? E trailer tosto sia!



Vinny Pazienza (Miles Teller) è un pugile italo-americano affascinante, fisicato (anche sotto la cintura, mi fanno notare le osservatrici del gentil sesso), sbruffone e con continui problemi di testa (troppe donne e troppo gioco d'azzardo) e di peso (e qui è colpa della gloriosa tradizione italo americano stile "in cucina con Buddy" su Real Time). Un pugile che appare prematuramente sul viale del tramonto anche per sopraggiunti limiti tecnici. Non finalizza, non ascolta, non tira giù l'avversario e fa così incazzare il suo manager, Lou Dava (Ted Levine) che questo arriva a dire in televisione che il pupillo non ha più futuro. Un vero colpo al cuore per tutta la famiglia del nostro campioncino, che lo aveva motivato e costruito fin da piccolo, nella propria palestra, per renderlo il loro trofeo vivente. Soprattutto il babbo (Ciaran Hinds) ci credeva tantissimo, al punto da essere irremovibile su alimentazione, categoria, hobby e vita in genere del ragazzo. Ora che il manager ha dato forfait non si riesce più ad organizzare un incontro che sia uno e nella depressione più nera Vinny cerca aiuto altrove. 

E aiuto trova, grazie all'eccentrico Kevin Rooney (Aaron Eckhart), ex allenatore di Mike Tyson. Un coach dal passato multiproblematico e dall'ubriacatura facile, uno che pare dormire in macchina, uno che come il pugile sembra sul viale del tramonto, ma con ancora un po' di "fiuto". Guarda il ragazzo, che è un peso gallo, e ha una visione: vede un carro armato inarrestabile al posto della agile gazzella veloce di cui gli avevano parlato. Subito si convince che può migliorare, ma solo se vuole cambiare del tutto approccio. Fare più massa, mangiare di più e salire di categoria. La cosa sconcerta il padre, che da sempre lo preparava "come diceva lui", ma alla fine la nuova strategia si prova e per un gioco del destino Vinny "c'è", come direbbe Guido Meda. C'è al punto che subito si trova davanti alla grande occasione della vita, quella in stile Rocky I. Tutto sembra perfetto, il match porta nuovi stimoli alla vita del ragazzo, ma quando si arriva a fare i grossi discorsi sul futuro, quelli da Rocky II, un incidente automobilistico rischia di uccidere del tutto il nostro eroe. Sopravvive. Ma solo per avere la debole speranza di poter ancora muoversi senza carrozzina, il pugile si deve sottoporre al rivoluzionario e grandguignolesco trattamento "Halo". Roba reale ma che pare pensata da Saw l'enigmista. Una cosa che ti attaccano una gabbia per uccelli di metallo tra collo e testa, tenuta insieme con delle viti che ti vengono trapanate nel cervello per tenere il tutto in asse. Fa paura a vederlo, fa paura a impiantarlo, fa paura perché ogni qual volta la gabbietta viene sfiorata le viti si muovono e parte un dolore allucinante. Nonostante il martirio, grazie ad una "cazzimma" tutta italiana, il nostro eroe non vuole mollare. Riuscirà a uscire dall'incubo di questo trattamento - tortura? E vi ricordo che è vita vera! Tutto è veramente accaduto!




Miles Teller, qui lo ribadiamo dopo Whiplash e, a maggior ragione, dopo quella tragedia di Fantasic 4, è un attore pazzesco, un giovane talento che non smetteremo mai di supportare troppo su queste pagine, che vogliamo seguire e che incoraggiare fino a che non avrà una carriera lunga e degna quanto Clint Eastwood. È bravo, in una parola. È davvero molto bravo, usandone tre. Riesce a entrare e uscire da ruoli diversissimi risultando sempre spontaneo e credibile. Il suo Paz, che gli ha richiesto una preparazione fisica non indifferente, è un personaggio divertente e dolente, determinato quanto onestamente folle e incuriosisce, anche solo a livello "antropologico", al punto che fa realmente venire voglia di saperne di più sulla storia vera di questo straordinario atleta. Grazie a Teller sentiamo un dolore quasi ancestrale quando l'"Halo" colpisce accidentalmente delle sporgenze, veniamo coinvolti da ogni pugno che Paz incassa o tira come se fossimo noi a scagliarlo. Sentiamo quasi il sudore di Paz che fuoriesce dai vestiti logorati che è costretto a tenere durante la riabilitazione. 


Aspiriamo la follia è la gioia del folle allenamento cui si sottopone per tornare in forma. Ted Levine e Caran Hinds sono dei caratteristi bravi e credibili, simpatici e sanguigni come si conviene. Eckhart è umile e straordinario nello spogliarsi dal suo noto sex appeal e creare un personaggio in cerca di rivalsa, acciaccato, determinato ed emotivamente molto partecipe. Riusciamo quasi a sentire l'alcol che lo circonda come una nube tossica e ci viene voglia di accompagnarlo a casa dopo l'ennesima bevuta di troppo. Nonostante sia una storia dolorosa, Bleed è una storia di speranza che grazie all'epoca della boxe diventa universale e può davvero ispirare qualcuno che si trova in un momento di fragilità nella sua vita. Più Rocky che One Million dollar baby, più sorrisi e battute che dolore e tragedia, in una tabella di marcia che punta verso la positività. Il film diverte e scorre veloce grazie ai suoi interpreti, ad un montaggio serrato e a una storia che non annoia mai. Molto belle anche le location e la fotografia. Bleed è un film che comprare in sala all'improvviso, dopo non essere stato adeguatamente capito in patria. Mi ha fatto piacere vedere il trailer prima di La La Land, che è proprio il nuovo film del regista di quel Whiplash dove abbiamo visto la completa maturità artistica di Teller. Il ragazzo si sta facendo le ossa e diventerà fenomenale, e questa pellicola ne è la riprova. Talk0

lunedì 6 marzo 2017

Logan - The Wolverine - la nostra recensione !




Sinossi: Futuro, anno 2029. Forse era meglio un paio di decadi dopo, per permettere qualche altro film intermedio, ma, vabbeh, 2029. Seguendo in pieno l'adagio che ormai non dobbiamo mai aspettarci troppo dal futuro in termini di fantascienza, la terra non ha un aspetto molto diverso da quella che conosciamo. Tuttavia i mutanti sembrano essere del tutto scomparsi, spazzati via dal mondo. Di loro rimangono solo montagne di fumetti disperse su tutto il globo, la testimonianza pop (ed è una riflessione interessante, fumetti al posto di libri di storia) di quanto fossero stati impressi e protagonisti nell'immaginario collettivo. Solo che i fumetti raccontano solo un quarto di quelli che è accaduto in realtà, e in genere i mutanti non sono mai andati in giro nel mondo reale vestiti con tutine gialle. Forse. Logan (Hugh Jackman), il mutante un tempo conosciuto come Wolverine, fa oggi, nel 2029, l'autista di limousine dalle parti di Las Vegas. Addii al nubilato, balli del liceo, tutto a prezzi modici, sedili in pelle e cerchioni in lega. Con questo lavoretto cerca di trovare i soldi per comprare le medicine per  l'amico Charles Xavier (Patrick Stewart). Il telepata più potente del mondo è a un passo dalla pazzia e se non tenuto sotto controllo potrebbe accadere qualcosa di davvero brutto. I due eroi sembrano una coppia ai ferri corti, sul punto del divorzio. Il mutante Calibano (Stephen Merchant) con tutta l'ironia e gli occhi da pesce di cui dispone, cerca di mediare tra i due, tiene pulito il loro rifugio, cucina, stira e provvede alla sicurezza,  ma gli animi dell'ex professore e dell'artigliato sembrano destinati a fare continue scintille. Logan arriva sempre più tardi la sera, Xavier gli tira parolacce tutto il giorno. Probabilmente i due arriveranno ad ammazzarsi a vicenda, anche perché non hanno nulla da fare salvo che "sopravvivere". Tutto è perduto, finito. Basta X-men, basta Magneto, Cerebro, Fenici Nere, Sentinelle e uomini multipli. Basta divinità egizie blu, angeli con ali d'acciaio, demoni e fate teleporti, uomini di ghiaccio contro uomini di fuoco. Il mondo è in mano a una oscura corporation che possiede tutto, controlla tutti e si serve di cyborg come braccio armato. Non è più tempo di colossi e fenomeni, ciclopi e mutaforma. In un'America rurale non troppo diversa da come era nel 1700, se non per l'autostrada. Oggi i campi di mais sono mietuti da enormi macchine-mostro che provvedono automaticamente alla raccolta e distillazione di una strana bevanda energetica. Oggi i camion corrono sulle strade senza controllo umano cercando magari (comandati a distanza) di uccidere le persone più scomode, il cielo è pieno di quadricotteri spia. Ma rimangono i razzisti, i delinquenti, i fanatici militari. Fortuna che almeno la campagna rigogliosa ci fa respirare per un istante un po' di far west. Fortuna che in TV dai maxi schermi ultra piatti trasmettono ancora i western. Se i pochi mutanti rimasti aspettano solo il momento migliore per estinguersi, sperano di poterlo fare alla grande, su una barca di lusso in mezzo al mare. Ma a volte anche questi piccoli sogni sembrano irrealizzabili. Perché nonostante tutto e contro ogni logica, hanno ancora quella fissa di voler fare gli eroi, anche se non è nessuno a chiederglielo. Così decidono di prestare ascolto a un'ultima, dolorosa chiamata di aiuto. Un'occasione in più per fare la loro parte. La causa è buona, salvare la vita di una giovane mutante, Laura (Dafne Keen). Lo stormo "dei nemici cattivi", capitanati dal crudele Pierce (Boyd Holbrook) e dal dr Rice (Richard E. Grant) è praticamente infinito e inesorabilmente forte. Logan è malridotto, ferito nel corpo e nell'anima da una mutazione misteriosa che compromette il suo fattore di rigenerazione. Gira con in tasca un proiettile di adamantio per porre fine quanto prima alla sua vita e non perde occasione per sfogare in piena libertà la sua proverbiale rabbia con chiunque gli capiti a tiro. Ma Laura in qualche modo riesce a fargli riassaporare un po' dell'umanità che il vecchio artigliato pensava di aver perso.


Più duro di un pugno allo stomaco: Si esce storditi e depressi dai 140 minuti di Logan:The Wolverine, terzo episodio della serie spin-off nata da una costola degli X-Men, secondo film di Logan diretto da James Mangold e ultima performance, la decima, di Hugh Jackman nei panni di Wolverine. Come spettatori, dicevo, a fine visione si ha quasi l'impressione di aver subito almeno la metà dei pugni, calci, pallottole, arpionate e schegge di granata che i protagonisti e gran parte del cast si sono dati vicendevolmente. Non si ride mai, ci si spaventa di frequente, si piange parecchio, si arriva a mettere le mani davanti agli occhi per l'efferata brutalità sfoggiata da Logan e soprattutto da quel piccolo demone di Laura. E questo accade anche se si ha lo stomaco forte, motivo per il quale quel V.m.14 risulta più che giustificato. Se si riesce a trovare un varco tra tanta emoglobina e frattaglie esposte con compiacimento, il film sa rivelare il suo cuore più struggente e malinconico, dimostrando di aver capito (forse anche di più che i fumetto stessi) le potenzialità drammatiche dei personaggi di Logan, di Xavier e di X-23, spingendoli oltre il limite di quasi tutte le loro rappresentazioni cartacee presenti e passati. Non si tratta quindi solo di "budella e pazzia", poiché in questo campo la saga cartacea "Wolverine the best there is" di Charlie Huson e Ryp, o l'arco narrativo "cervello fuso" di Wolverine: Weapon X  per me rimangono, giusto per citare "solo" le produzioni recenti, ancora picchi belli alti di "perversione", quasi impossibili da raggiungere. Parliamo invece di drammaturgia, e il dramma è da sempre il "pane" della serie cinematografia degli X-Men. Una serie che ha saputo radicarsi nel tessuto della Storia umana. Che da anni veicola messaggi importanti come l'integrazione dei "diversi" nella società, la fiducia nel prossimo, nell'istruzione e nel ruolo della famiglia allargata. La saga ha per questo creato grandiosi personaggi tragici, facendo uso di attori teatrali per dargli una voce e un corpo potente ed evocativo. Ma la tragedia per sua natura vuole "il sangue", la sofferenza. E se negli anni abbiamo assistito a capitoli molto drammatici (ho ancora negli occhi il brutale sterminio di molti eroi ad opera delle sentinelle in "Giorni di un futuro passato") per me questo è a tutti gli effetti il capitolo finale della serie X-Men cinematografica, il punto di non ritorno più adulto e definitivo. La "vera" apocalisse, in raffronto a quella "mancata" da Singer nell'ultimo film. Il capitolo nichilista che racconta come i mutanti siano alla fine stati tutti sterminati. Ed è un capitolo grandioso, forte, potente e disperato, che Mangold trasforma in un western crepuscolare stile Gli spietati (e nei fumetti sparsi nel film riecheggiano in questo i racconti sui pistoleri, il riferimento pop per raccontare la storia che Eastwood usò proprio ne Gli Spietati), prosciugando di ogni "battutina di alleggerimento" e scavando nella sostanza più magnetica e magmatica di questi characters. Viene alla luce la ragion d'essere ammaccata di un uomo che conosce solo la violenza e il rimpianto come Logan. Diventano incubi i sogni infranti di un insegnante che voleva trasformare dei giovani mostri in eroi amati dal mondo. Si chiude nel silenzio più autistico una bambina che vorrebbe saper amare ma che è sempre stata usata solo come un esperimento militare. Per concentrarsi su questi rapporti, mettendo in primo piano i personaggi, Mangold svuota ogni paesaggio e  preferisce alla grande città sterpaglie e deserto, carica l'ambiente della giusta tensione emotiva. 


Scelto il "non luogo" per eccellenza, la highway con le sue miglia infinite intervallate dai distributori di benzina, fa muovere i suoi personaggi, fisicamente ed emotivamente feriti e malfermi. Ci fa osservare il mondo dai loro occhi, in modo confuso e fuori fuoco. Privi di tutine attillate e jet ipertecnologici, anche i mutanti più forti sono nudi, esposti al mondo. E Wolverine l'immortale, Wolverine la macchina di morte con gli artigli d'adamantio nonché il leader carismatico dei mutanti tutti, è qui come non lo avete mai visto. Spesso per terra, sommerso da calci e pugni, mentre cerca con le mani di proteggersi la testa. Spesso intento  a contemplare allo specchio e subire i dolori di un fisico che sembra marcire, che necessita di continui bendaggi e liquore per scacciare i pensieri. Un Wolverine che spesso ritroviamo inerme e addormentato in luoghi di cui non ha memoria. L'eroe è nudo, è debole e indifeso e negli attimi in cui sfoggia i suoi artigli non c'è traccia in lui del supereroe, ma solo l'ombra di una bestia ferita e scoordinata che colpisce brutalmente e a casaccio. Anche il professor X non se la passa bene, chiuso com'è in una prigione che protegge il mondo dei suoi poteri ormai fuori controllo. Xavier parla con i fantasmi, il suo lessico da mentore illuminato ha ceduto il posto ai rabbiosi e aspri rigurgiti volgari di un malato vecchio e abbandonato, il suo potere mentale di fermare il tempo potrebbe arrivare al punto di soffocare le persone nell'arco di un chilometro. Ogni tanto il vecchio uomo riaffiora, torna a concentrarsi sull'aiuto agli altri, ai più deboli, a ogni costo. Ma sono solo attimi lucidi di un lungo e travagliato sonno senza sogni, scaturito da un senso di colpa inestinguibile e incontrollabile. Tra questi due uomini distrutti e autodistruttivi si pone il "futuro". La piccola Laura, chiusa in un mutismo agghiacciante, che fissa il mondo con tutta l'ingenuità di un predatore a cui non è mai stata insegnata la pietà o la paura. Ogni volta che la si confonde con una semplice bambina, lei tira fuori il suo lato più mostruoso. Deve essere guidata e amata, ma sembra non esserci più tempo e il suo sguardo e i suoi modi provocano solo inquietudine. Se gli "eroi" sono quindi più inquieti e inquietanti del solito, risulta comunque difficile empatizzare pure con Pierce e i suoi techno-soldati, anche se sono indiscutibilmente dei personaggi "cool". Risulta evidente che le parti del corpo che mancano a questi cyborg sono state sostituite da arti di metallo a seguito di lotte estreme contro mutanti incontrollati e pericolosi. Sono a tutti gli effetti "cacciatori di mostri", non troppo dissimili dai cacciatori di vampiri di Vampires di Carpenter. Benedetti dalle convinzione di essere "i buoni", trafficano con arpioni da baleniera (che spesso sparano nei corpi delle vittime) giocano con lame affilate, amano le armi automatiche e i pugni d'acciaio. Si muovono su autentici carri armati, la distruzione che lasciano alle loro spalle è spesso immane e nel tempo libero si occupano della manutenzione dei loro bulloni. Ma risultano a ogni modo pura carne da macello, perché tutto in questo film, esseri umani compresi, è biodegradabile e tendente a trasformarsi in humus, a maggior ragione i personaggi che hanno poco da dire. Questi castiga-matti definitivi non durano che pochi secondi in un conflitto diretto e forse averli avuti un po' più "grintosi" sarebbe stato meglio. Ma vederli cadere come pezzi indistinti di carne in scatola è comunque una visione sadicamente liberatoria. Sono solo il riflesso più patetico di un nemico così crudele è distruttivo che non può che rimanere invisibile e inaffrontabile. In tanta cupezza è molto carino un momento della pellicola che cita direttamente Mad Max oltre la sfera del tuono. I momenti più lisergici sono centellinati ma un osservatore attento può comunque scovarli. Ma credetemi sulla parola: il film è davvero troppo denso di negatività. 


Ma i supereroi non vestono più in pigiamoni gialli?: Il cinecomic si è così bene affermato negli anni che finalmente riusciamo a cogliere in sala, con film come questo, uno dei profili più intriganti del mercato del fumetto supereroistico: la versatilità con cui riesce a catalizzare pubblici differenti. Del Wolverine cartaceo esistono serie "for kids", serie per adolescenti e serie per adulti. A seconda dei target, il personaggio può venire declinato diversamente, risultare spiritoso nelle storie per i piccini, tormentato per gli adulti e infine acquisire una tridimensionalità spesso inaspettata. Ma se con i fumetti "non ci si confonde" tra un prodotto destinato agli adulti o ai bambini in quanto c'è lo scrupolo di indicare in copertina i limiti di età diversi delle storie, questo come può "funzionare" anche al cinema? Potrebbe funzionare se si presentassero storie del tutto slegate dal resto della continuity. Logan in parte lo è, però è innegabile che tutti vorranno vederlo, anche in barba di quel V.m.14, perché questo è l'ultimo capitolo con protagonisti Jackman e Stewart. Potremmo dire comunque che la saga originale ha ormai 17 anni e chi la segue dall'inizio sia ormai grandicello, magari i più giovani sono legati maggiormente a Fassbender e alla Lawrence, ma la questione rimane. Questo è un film fortemente per adulti, cupo e con una quantità di splatter che è impensabile anche per gli horror moderni. Non so se me la sentirei di portare in sala un ragazzino. Sono troppo vecchio però per capire cosa oggi scandalizzi di più i ragazzini e quindi voglio sospendere ogni giudizio di questo tipo, anche perché...


Questo è un film bellissimo: triste, disperato, malinconico ma bellissimo. Gli attori sono semplicemente straordinari, la regia è perfetta nel suo ritmo da western crepuscolare post-futuristico neo-medioevale "soft", le musiche, soprattutto quelle di Johnny Cash, la scelta migliore possibile. Logan fa da spartiacque tra il vecchio e il nuovo modo di interpretare i supereroi al cinema. Basta richiedere infinite origin story, basta trattare il pubblico come un eterno bambinone che non vuole crescere. Questi straordinari personaggi di carta sono ormai parte dell'immaginario collettivo e possono superare le barriere di carta e celluloide per entrare sempre più nella realtà. Logan più che mai qui diventa un uomo vero, autentico. E' una strana strada, interessante da percorrere. Certo è giusto che i film dei supereroi rimangano ancora meravigliosi baracconi colorati per distrarsi e divertirsi in sala insieme, soprattutto  in compagnia dei più piccoli. Ma i cinecomics possono ora diventare anche oggetti misteriosi e tridimensionali come questa ultima pellicola di Mangold. 

Ci sarebbe da parlare per ore su cosa ci riserverà il futuro degli X-Men senza Hugh Jackman e, sembra, Stewart, ma fuori dalla sala si avverte in pieno la malinconica consapevolezza della fine di un'era. Chi aveva vent'anni all'uscita del primo X-Men va ora verso i quaranta. Ci saranno nuovi mutanti e nuove storie nel futuro, ma queste sono state "le nostre", siamo cresciuti insieme a loro. È tempo che nuovi eroi incantino le nuove generazioni. 
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giovedì 2 marzo 2017

The Quest di Lorenzo Maglianesi

Medioevo fantasy o giù di lì.
Lo smilzo, ricchissimo e famosissimo,  truffatore John "due di picche", seduto al tavolo più luculliano e prestigioso della taverna-postribolo The Nirvana Inn, ha una storia da raccontare. Una storia che non può negarvi, soprattutto se siete delle poppute valchirie bionde semi-nude dagli occhi azzurri disposte a offrirgli una pinta di birra. Una storia di cui va fiero, quella che tutti gli chiedono, il racconto dei racconti del suo repertorio, l'incontro che gli ha cambiato la vita, quello con "il guerriero della leggenda", il mito vivente, il salvatore del mondo. Chi era la leggenda prima di essere la leggenda? Quali erano le sue aspirazioni, i pensieri più profondi, lo stile di vita? Jack lo sa. Come sa che è stato un incontro voluto dal caso, guidato dai suoi dadi-truccati fortunati e dalla sua ferrea volontà "professionale" di truffare con il gioco d'azzardo il più ricco pollastro disponibile. Un incontro dagli esiti piuttosto sanguinolenti.


Parte così questo primo libro di The Quest, scritto, disegnato e colorato dal bravo Lorenzo Maglianesi per la collana "Voice" della Noise Press. Un primo "shot" di un mondo narrativo fantasy goliardico, sanguigno e sexy dalle potenzialità illimitate e già in espansione con il capitolo The side Quest. Maglianesi attraverso il suo John "due di picche" ci bombarda di discorsi assurdi ed esilaranti degni della migliore osteria medievale, mentre con un tratto intrigante e amabilmente cartoonesco (che parte dal sognante stile di Adventure Time per arrivare all'action-slapstick-fantasy più estremo e "sbudelloso" di opere come Luther Strode o Rumble della Image Comics) costruisce un mondo ruspante e colorato in cui è facile perdersi tra i mille dettagli. Dalle strade di uno sfigato villaggio di provincia fin giù nella più zozza delle taverne, Maglianesi ama dissacrare (amandoli) i topoi del fantasy classico, smascherandone l'epoca di facciata tanto sul piano visivo che del racconto. La tavola è in genere ordinata, chiara, intellegibile, resa ancora più aggraziata da una colorazione calda e avvolgente. Con l'azione l'autore ingrana una marcia del tutto diversa, che culmina nell'esplosiva rumble dell'ultima parte dell'albo, caratterizzata per contrasto da uno stile cromatico nero più "rosso sangue". La scena rimane fluida ma accelera, così carica di linee dinamiche da farne percepire un snodata e dirompente potenza. Con onomatopee che letteralmente esplodono (come nella doppia splash page centrale) e le gabbie delle tavole che messa da parte la dimensione rettangolare si impennano e scompongono in parallelepipedi aguzzi come coltelli. Dettagli anatomici che volano in aria dopo violenti colpi di smembramento, sangue di colore nero che a fiotti oscura la colorazione della scena. Lo sconto è appagante, convulso, eccessivo. Cadono i freni inibitori e il buon senso dei personaggi in un unico bagno di sangue che poi di colpo, così come era iniziato, finisce. Fissiamo il pennacchio dell'armatura di un soldato spostarsi sulla visiera in un modo un po' idiota, quasi a conferirgli una ciocca di capelli blu, torniamo a vedere i colori pastello e la mattanza di un paio di tavole prima è dimenticata. Geniale. Puro humor nero. Dal punto di vista estetico ci hanno conquistato i tratti morbidi e semplici dei personaggi. Jack ha dei tratti lupeschi, che ci ricordano un po' la volpe di Zootropolis. L'eroe della leggenda è un amabile bambinone, un tizio grosso dall'aria paciosa e poco sveglia, ma nasconde dentro un Hulk incazzato. Maglianesi ama disegnare le forme femminili e ci regala, oltre a una discreta quantità di donnine stile Jessica Rabbit in pose intriganti, il personaggio ultra sexy Mira. Ironica, disinibita è in pratica nuda per metà fumetto per la gioia di tutti i lettori. 

La storia è semplice, narrativamente non ha troppe pretese se non il farvi divertire e ci riesce. La narrazione è veloce, i personaggi simpatici, molto carini e curati i disegni (sul modello delle BD), la vicenda autoconclusiva (ma già in espansione) e  intrisa di tanto humor nero quanto "poppe", la lettura globale risulta godibilissima. Non lasciatevi ingannare dall'aria paciosa che trasmette la copertina, questi personaggi "c'hanno la cazzimma" e si prestano a situazioni inaspettate. Sarà interessante vedere come il gruppo dei protagonisti, per ora una massa di allegri psicopatici, arriverà effettivamente a salvare il mondo. Ma questa è un'altra storia.

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