lunedì 31 agosto 2015

Ci ha lasciato il maestro dell'horror Wes Craven

Ci ha fatto vedere quanto era divertente spaventarsi a morte al cinema con un sacchetto di pop corn che ci schizzava tra le mani. Ha sculacciato i peggiori ragazzini più di legioni di genitori assenti e corsi di pedagogia utilizzando un babau. Ha indagato sull'animo più cattivo degli americani, scoprendo come dietro a una facciata borghese, calma, indifferente si nascondessero inclinazioni bestiali. Ha creato, celebrato e chiuso l'era dei teen-horror, riuscendo a esaltarli quanto a parodiarli e smitizzarli. Ha spinto ai limiti il rape-n-revenge, già con la sua prima pellicola.
A 76 anni si spegne il grande Wes Craven, uno dei più interessanti e incisivi registi americani di sempre.
Era il papà di Freddy Krueger, il signore degli incubi di Elm street. L'ispiratore della cultura cinematografica degli svitati esperti di horror - movie che si trovavano alle prese con il killer  Ghost-face di Scream. Il regista che ci ha indicato di stare attenti mentre percorrevamo la Road 66 nei pressi di isolati paesini, perché nel cuore degli States, per via dell'abbandono delle zone rurali in virtù della grande città e dei conseguenti esperimenti nucleari effettuati nel deserto, anche Le colline hanno gli occhi. E' stato l'unico che  dopo Romero ha saputo dire qualcosa di originale e quasi storicamente credibile sugli zombie, nel bellissimo Il serpente e l'arcobaleno. Ha scommesso, anche se al botteghino è andata male, su Eddie Murphy come interprete horror, credibile, in Vampiro a Brooklyn, muovendosi nello stesso territorio che aveva portato più fortuna a Landis in Un lupo mannaro americano  a Londra.  Ci ha raccontato cosa davvero succedeva tra quelli che sembravano giovani carini e simpatici che si trovavano nei pressi della Ultima casa a sinistra, anticipando tristemente fatti di cronaca sulla "gioventù svogliata-sadica-bruciata", anche italiana, degli anni '80. Ci ha ricordato, dopo Cronemberg e Carpenter,  di stare attenti a stare troppo fissi davanti alla televisione, perché programmi troppo violenti quanto il nostro morboso e attualissimo attaccamento a fatti di cronaca nera,  poteva portarci Sotto Shock. Fingendosi scrittore di favole ci faceva sognare che dei ragazzini poveri e sotto sfratto (ma non prodotti da Spielberg) potessero trovare un tesoro nascosto in una inquietante Casa Nera.
Un regista sarcastico, politico, feroce ma al contempo un animo incredibilmente sensibile, lirico, attento a rappresentare il mondo dei giovani quanto quello degli adulti.  I suoi film sono spesso stati studiati, interpretati, accreditati e in fine sono diventati oggetto non solo di letteratura cinematografica, ma anche di psicologia. Credeva nella potenza delle favole, nel loro potere di arrivare alla radice della paura umana e assestava il suo capolavoro nel sognante e metacinematografico e mai eguagliato Nightmare- il nuovo incubo. Quando nessuno se lo aspettava, dirigeva un film drammatico stupendo, basato su una storia vera, quasi documentaristico e con una grande Meryl Streep, su un'insegnante che insegnava a suonare il violino nel disagiato quartiere di Harlem, La musica del cuore. Come produttore scopriva un Gerald Butler ante - 300, tutto emo e boccoli, e lo faceva interprete del Dracula del nuovo millennio, mosso dalla forte crisi religiosa che imperversava a fine secolo, dandogli l'identità segreta di Giuda, l'apostolo che tradì Gesù. Di recente ci aveva regalato un incredibile, inedito Cillian Murphy sadico nel sottovalutato thriller ad alta quota Red Eye. Con un film sui lupi mannari, Cursed, nel 2005,  anticipava di  poco sulla lunghezza, insieme allo sceneggiatore Kevin Williams, già dietro Scream, la saga cinematografica di Twilight, compiendo la trasformazione dei teen-horror negli young adult (e Williams ha inoltre scritto la serie di Vampire diaries, il cupo telefilm The Following ed è stato dietro al classico generazionale e frignone Dawson's Creek).  Infine riusciva ad avere ancora la forza di raccontarci dei ragazzini d'oggi e delle prove iniziatiche, sciamaniche, che devono affrontare per entrare nel mondo dei grandi, con l'interessante, sfortunato e da noi doppiato e distribuito malissimo My soul to take.


Da piccolo tiravo tardi per vedere i suoi film presentati dallo Zio Tibia. L'unico vero Freddy, quello del mitico Robert Englund, era il mio mostro preferito, quello che mi faceva chiudere gli occhi una scena su due. Mi spaventava a morte mentre giocava con gli incubi di ragazzini odiosi, mi ricordo (forse era il quarto film) una ragazza ossessionata dal peso, trasformando il suo corpo in quello di uno scarafaggio per poi schiacciarla. Ricordo il gayser di sangue in cui scompariva Johnny Depp nella sua prima apparizione, mentre guardava a letto la televisione. Avevo preso una cotta, ed era impossibile non prenderla, per l'eroina del primo, terzo e ultimo film, Heather Langenkamp. Con gli anni l'ho sempre più amato e meno temuto, l'ho scoperto esilarante, ho capito forse dove voleva andare a parare con lui Craven. Ho visto sotto il trucco del babau i genitori americani preoccupati per figli tropo grandi e ancora scemi. Il vero guaio di tutte le generazioni, di oggi come di ieri. L'ironia sadica dei film di Freddy era un modo, magari sbagliato e bigotto,  per dare delle regole a pupetti già cresciutelli per non fare di loro, con l'avanzare degli anni, degli apatici bastardi come quelli de L'ultima casa a sinistra. Freddy giocava con i loro tic, i loro atteggiamenti da bulletti e i loro sogni, sbeffeggiandoli sullo schermo come dei ridicoli bambocci. Oggi ho in camera pure un suo pupazzetto e se non lo vedo di notte mi preoccupo. E naturalmente ho tifato per il suo Freddy nel match contro Jason Voorhees organizzato da Ronny Yu. Al liceo ho scoperto il suo meta-cinema-citazionista,  la saga di Scream mi ha folgorato anche per le mille altre opere cui rimandava e consigliava la visione. Mi aspettava un vasto universo di film horror, nell'era pre-internet, da recuperare in videoteca. Tra le opere di Craven ho scoperto troppo tardi i film di esordio, con protagonisti i sui cattivi ragazzi, e la saga dei pazzi-dimenticati delle Colline. Ma mi sono divertito comunque.
I remake delle sue pellicole, e le hanno saccheggiate quasi tutte, non si sono mai nemmeno avvicinati alla potenza, originalità e violenza delle sue opere originali, risultando al di là di un impatto visivo accattivante dei placebo edulcorati e scarsamente moraleggianti (E Wes amava fare il bacchettone), sostanzialmente miopi e schizzinosi di pescare a mani nude nella melma della storia contemporanea americana. Forse nel mucchio salvo il primo remake de Le colline hanno gli occhi, benedetto da qualche guizzo interessate, di stampo favolistico (e quindi sempre adeguatamente "craveniano") ma privo di una delle scene più politicaly-(s)correct di tutti i tempi,  ad opera dell'ispirato Alexandre Aja. Prima di Aya c'è stato a ripercorrere i temi delle colline pure l'apocrifo ma interessantissimo primo capitolo di Wrong Turn, uno dei miei slasher preferiti di sempre.
Non era uno di quei registi che se la tiravano, sapeva che il cinema era anche evasione e divertimento. Ma questo non gli ha mai negato la possibilità di sferrare, di tanto in tanto, dei colpi da maestro.
Ci mancherà. Ci ha dato tanto e il suo lavoro non sarà dimenticato.

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domenica 30 agosto 2015

Nausicaa della Valle del Vento - finalmente al cinema a ottobre con Lucky Red!!!



Futuro. Il mondo è stato distrutto da una guerra termonucleare combattuta dagli esseri umani con l'ausilio di armi umanoidi spaventose, dai connotati quasi divini, i guerrieri invincibili. Da allora la natura è mutata e si sta lentamente impossessando del pianeta, estendendosi come giungla tossica. Un territorio in cui sono nate e cresciute creature singolari e spaventose come i mostrotarli. Un luogo ostile all'uomo se non affrontato con maschere di ossigeno, armati e con tanto coraggio. Ai margini della giungla radioattiva i superstiti stanno cercando di riconsolidarsi. Nuovi regni vengono creati sfruttando tutte le risorse necessari alla sopravvivenza ancora disponibili, spingendo gli uomini ai margine più estremi dalla giungla. Per spostarsi i popoli e gli eserciti solcano il cielo con enormi aeronavi. Alcuni cercano di vivere in equilibrio con la natura, inserirsi nel suo ecosistema. Altri, travolti dalla fame e dalla brama di potere, cercano di impossessarsi delle tecnologie del passato per combatterla, riprendere il loro posto nel mondo.
Quando vengono trovati i resti di un gigante invincibile, scoppia una guerra cruenta per il suo possesso. Un conflitto il grado di spazzare via tutta l'umanità. Kushana, la principessa di Tolmekia, muove le sue truppe corazzate per tutti i regni, abbattendo popoli e sovrani che non si sottomettono a lei. Il principe Asbel di Pejitei per vendicare il suo popolo distrutto si libra con la sua ala da guerra in un'azione suicida contro la fortezza volante di Tolmekia, riesce quasi ad abbatterla ma alla fine precipita al centro della giungla tossica. In fin di vita incontrerà in questo luogo sinistro e disperato la speranza per un futuro migliore, una ragazza in grado di comunicare con i mostrotarli, una ragazza che viene dalla Valle del Vento.


1984 - 2015. Sono passati trentuno anni dall'uscita di Kaze no Nausicaa o per chi non se la tira Nausicaa nella Valle del Vento. Il primo film di uno studio di animazione che troverà il suo nome da un vento, il Ghibli. Un opera che vedeva alla regia, sceneggiatura e soggetto, nonché manga da cui l'opera era tratta,  uno che già allora, dopo Conan il Ragazzo del Futuro, Heidi e Lupin si sapeva sarebbe diventato uno dei più grandi maestri dell'animazione giapponese. Insieme al maestro, di cui sapete il nome sicuramente, il più grande pittore della animazione moderna, Kazuo Komatsubasa, il più venerato compositore giapponese, quello anche di Kitano, Joe Hisaishi, l'art director di Gundam, Zambot, Kenshiro e del 90% di tutti gli anime più amati, Mitsuki Nakamura.
E torvo, brutto e cattivo, in un angolo dello studio di animazione c'era quel piccolo geniale schizzato di Hideaki Anno, profeta dell'animazione moderna, che già all'epoca proponeva a Miyazaki-San uno spin-off di Nausicaa, incentrato sulla regina di Tolmekia e soprattutto sulla natura e fine  dei giganti invincibili, umanoidi polifunzionali dal corpo nuovo, semi divini che avevano raso al suolo il mondo e che lui vedeva bene al centro di storie di guerra e sopravvivenza. Un'ossessione che sappiamo bene dove è andata a finire. Anche se all'epoca Miyazaki a tale proposta aveva declinato, non voleva scrivere storie tetre e disperate. Con il manga di Nausicaa il maestro voleva comporre una elegia di amore dedicata alla natura, per aprirci i cuori e ricordarci come le guerre e l'inquinamento ci allontanino troppo dal nostro equilibrio con il mondo, nonché dalla nostra felicità. Un'opera universale, complessa, in cui non ci sono buoni o cattivi ma solo "uomini" e per questo fallaci, iracondi, ottusi ma che se spremuti bene nelle corde giuste possono sempre fare le scelte migliori. Un'opera che veniva accompagnata dalla creazione di un mondo intero. Flora e fauna, arti, politica, insediamenti, oggettistica, culture, razze. Solo Cameron in Avatar si era spremuto quasi al suo livello nell'idealizzare un mondo nuovo, diverso, unico. Tanta, troppa materia da trattare, per chiunque, perfino per Miyazaki. Al punto che per rendere al meglio il suo Nausicaa cartaceo non sarebbe bastata una stagione lunga quanto quelle del Trono di Spade. Ma il film si fa e seppur nella trama si avverta qualche contrattura, con personaggi come Lord Yupa e Krotowa meno epici che su carta, visivamente l'opera convince e ancora oggi è stupenda, complessa, frenetica, crudele e commovente. Un tassello irrinunciabile per ogni amante dell'animazione giapponese che si rispetti. Un masterpiece.


La Rai lo portò in Italia poco dopo, il tema naturalistico aveva solleticato l'attenzione del WWF e Solletico era il format pomeridiano condotto da Frizzi che ospitò l'evento. E una videocassetta registrata dal VHS di allora su ebay vale ancora qualcosa. Il film poi sparì nonostante tutti lo avessero a casa, magari in edizioni di fortuna, magari in ricche versioni estere come quella che si poteva trovare a Milano nei primi '90  in un noto centro di cultura giapponese, situato a fianco di un negozio leggendario che si chiamava Nipponia in cui per la prima volta trovai un modellino, ancora oggi ristampatissimo, di Nausicaa con a fianco un mostro-tarlo. In edicola c'erano riviste mensili che proponevano le scan dell'anime, non c'era internet ovviamente, non c'erano i cd, figurarsi i dvd. Da lì a poco sarebbe partita l'onda, con l'edizione VHS di Akira, con l'oav di Baoh e quello del primo Devilman, dove c'era sempre lui, Komatsubasa. E tutto torna. I manga e gli anime iniziano ad invadere il Belpaese. Ghost in the Shell diviene la nuova divinità pagana. Arriva persino nelle sale Princess Mononoke , che in qualche modo è un seguito spirituale, forse un "aggiornamento"dei temi del manga di Miyazaki. Il fumetto di Nausicaa arriva nelle fumetterie in verisione extra-lusso da Granata Press. Lasseter, capo della Disney dopo essere stato capo della Pixar dichiara il suo eterno amore per Miyakazi e l'etichetta di Topolino acquista i diritti di tutto per tutto il mondo. Per un attimo sembra che Nausicaa arrivi davvero, ma stiamo già nel duemila e passa, nei forum si scatenano i commenti di una fantomatica bozza di adattamento a cura Cannarsi. Il nostro vuole chiamare i gusci dei mostrotarli "evulve", perché è più tecnico e sul dizionario c'è e lui le parole desuete le usa da quando su Topolino leggeva che davano a Paperon de Paperoni dello "sporco plutocrate". E tutti a spiegare al Cannarsi che "evulva" sembra parecchio una parola senza la "e" di argomento tematico diverso, ma lui indomito, coraggioso, resiste, esteta più di D'Annunzio. Tuttavia l'etichetta Disney non lo porta proprio Nausicaa, tratta le opere di Miyazaki come prigionieri politici e il suo forum esplode tra mille promesse e pochi risultati. Arriva poi Lucky Red, che realizza il sogno di vedere tutte o quasi le opere dello studio con il nome di un vento.  Infine, finalmente, Nausicaa arriva l'anno scorso al festival di Roma, subbato e oggi, sempre grazie a Lucky Red, a inizio ottobre per tre giorni nelle sale italiane. Destino vuole, dopo che a fine agosto è passato nelle sale forse l'ultima pellicola Ghibli. Ma io spero di no, vedo Lasseter che con un elicottero arriva sopra il Ghibli Museum con borse piene di soldi che svolazzano al vento. Insomma, se siete sulla trentina e amate i manga tutta la love story dell'arrivo in Italia della Principessa del Vento vi sarà nota.


Ma ora Nausicaa sarà nelle sale, per tutti, nuove e vecchie generazioni,  è questo che importa. E non vediamo l'ora di vedere la nostra principessa guerriera solcare i cieli della giungla tossica con la sua ala. Non vediamo l'ora di vedere le battaglie tra fortezze volanti, i segreti della giungla tossica, uno scoiattolo che se avete visto Laputa vi sembrerà famigliare. E poi, dopo aver rivisto in serie tutti i capolavori Ghibli in una maratona mortale,  giocare con i rimandi, vedere come i personaggi di questa opera siano lo specchio di personaggi di opere future o passate dello studio o di Miyazaki stesso, create in momenti e stati d'animo differenti, conseguenza della vita, gioie e sogni infranti. E' interessante constatare quanti e quali tratti della principessa corazzata di Tolmekia si siano riversati in Madama Eboshi, a sua volta mutuati da Miss Monsley. Come l'amore per la natura di Nausicaa possa rispecchiarsi nelle scelte di San. Come l'eroico Asbel riviva in Ashitaka e forse in Howl. Come Lord Yupa sia già il perfetto Ged (quello scritto dalla De Guen verrebbe da dire) prima de I racconti di Terramare di Goro. Come nello scaltro  Krotowa ci siano molti tratti di Lupin quanto il valoroso e un po' ottuso Curtis, avversario di Porco, quanto, sinistramente, i malvagi di Laputa e Conan, Muska e Lepka. Come il buon Mito ci ricordi un po' Porco Rosso. Come i giganti colossali ricordino le sentinelle di Laputa e quell'altra cosa con cui Anno ci campa da una vita. Un gioco continuo, potenzialmente infinito, affascinante e stimolante, fattibile in quanto i personaggi di Miyakazi sono autentici archetipi, sembrano davvero attori che in ogni film si ripropongono in vesti simili quanto diverse.
Non aggiungo altro, vi ho tediato pure troppo. Andate a vederlo e magari poi qui ne riparliamo. Ne vale la pena. 
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sabato 22 agosto 2015

Sopravvissuto - The Martian; trailer italiano



Spazio. Una missione su un pianeta lontano è finita malissimo. Solo un sopravvissuto (Matt Damon). La salvezza è a soli 225 milioni di chilometri di distanza. Scorte alimentari che finiranno in 50 giorni a monte di almeno quattro anni per dare il via a un'operazione di soccorso. Fare mente locale, affrontare una sfida per volta, vedere se il pianeta è coltivabile e vivibile, riciclare tutto, utilizzare tutto l'utilizzabile laddove un solo errore significa morire. Più che lacrime e solitudine, il tempo è scandito da infiniti problemi di sopravvivenza da risolvere veloci e lucidi, con la sferzante ironia  del nostro naufrago spaziale a rendere il tutto stimolante come una partita a poker. Eccoci al Cast Away fantascientifico di Ridley Scott, il film dopo il quale il regista si degnerà di girare, forse, il seguito di Prometheus.
Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean, Michael Pena, Kate Mara, Kristen Wiig. Il cast pare bello in forma. Aspetto le battutacce di Pena dopo l'esploit di Ant-Man, sono curioso di sapere come faranno morire Sean Bean benché non sia lui nello spazio e attendo un Jack Daniels dei bei tempi di Speed che macina consigli tecnici dalla sala comando prima di fare una fine da fesso. 
Ho fiducia per Matt Damon, è in grado di sopravvivere al vuoto spaziale perché già impratichitosi con Interstellar. Nolan lo aveva lasciato nella solitudine di Santa Marinella a ottobre e novembre per prepararlo al meglio. Speriamo che come astronauta questa volta di ricordi come si aprono le porte a tenuta stagna per lo meno... certo che l'impresa, il confronto con Tom Hanks, è tosta. Una bella sfida.




Il libro di Andy Weir da cui la storia è tratta pare piuttosto divertente e scorrevole, semplice di lettura e non troppo lungo, si trova per 3 euro come e-book su amazon , magari mi ci tuffo.
La sceneggiatura è di Drew Goddard, quello che ha scritto La Casa nel Bosco, Cloverfield e le puntate che avevano un senso in Lost. Sta scrivendo al momento pure un popò di film che si chiama Robopocalypse, di cui sentiremo presto parlare. Aveva pure scritto la sceneggiatura bella di World War Z prima che arrivasse Lindelof a farci i bisogni sopra. Insomma, è uno bravo.
Il trailer sembra divertente e poi mi piazzano lì, a sorpresa All along the watchtower versione di Jimi Hendrix... E non posso resistere. Questo film si presenta dannatamente bene. Speriamo mantenga le promesse .
Giusto i caschi degli astronauti modello boccia dei pesci mi paiono eccessivi.

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venerdì 21 agosto 2015

Ant-Man


Scott Lang (Paul Rudd), ladro acrobatico- robin hood moderno, con la faccia da schiaffi e totalmente inaffidabile (quando non lavora) da poco scarcerato, ha un problema. I datori di lavori non lo assumono, neanche in una gelateria, nonostante tutti trovino fighissimo il suo passato da Lupin hi-tech. Appena scoprono la sua fedina penale arriva immediata la liquidazione, nel caso della gelateria una bomba alla panna offerta dalla casa. Scott ci prova a rigare dritto e a non farsi coinvolgere in nuove truffaldine avventure dal suo amico ed ex socio, il latino, simpaticissimo e delirante spara-stronzate Luis (Michael Pena). Luis ha pure messo su una nuova banda con due soggetti stralunati peggio di lui, attende l'amico per nuove avventure. Scott resiste, ma non può pagare gli alimenti alla ex moglie (Judie Greer), ora sposata con lo scorbutico, routinario e un po' bullo ma affidabile poliziotto Paxton (Bobby Cannavale). Di conseguenza questi non gli non gli fanno vedere, manco nel giorno del compleanno, la sua bambina, la dolcissima piccina a cui piacciono i mostri, la piccola Cassie (Abbie Ryder Fortson). Cosa fare? Ci sarebbe una certa villa di un riccone, isolata e accessibile mentre il proprietario è via. Notizia sicura, comunicata a Luis da un tizio che conosce un tizio che lavora per un tizio la cui cugina conferma che un altro tizio glielo ha detto. Luis quando parla, stra-parla sempre in questo modo, aggiungendo dettagli incredibili che lo vedono presente in posti impensabili. Un mito. La possibilità per Scott di essere un bravo padre sembra scontrarsi con la necessità di un ultimo lavoro.
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Scott e Luis si preparano, schierando in campo il loro team, il bulletto gangsta iperattivo Dave (Tip Harris) e il taciturno esperto informatico che parla con un surreale accento dell'est europa,  Kurt (David Dastmalchian). Ed è fantastico, spiscioso e imprevedibile il modo in cui questo team lavora; dei cretini integrali dotati di guizzi semi-professionali. Non saranno e non sono gli Ocean's Eleven ma non puoi che tifare per loro. Primo colpo, la casa del ricco per permettere a Scott di tornare a fare il padre, in qualche modo...
Il dottor Hank Pym (Michael Douglas) proprietario di un villone isolato da poco nel mirino di brutti tizi, ha un problema. Un tempo era un membro dello Shield insieme all'agente Carter (Hayley Atwell, sempre brava e che da Captain America alla miniserie sull'agente Carter è uno dei personaggi  più belli dell'universo Marvel) e Howard Stark (qui interpretato appropriatamente da John Slattery, evitandoci di vedere Dominic Cooper, da bel mascellone, indossare una irrealistica parruccona bianca e righe dipinte a mano stile Harry Potter post Harry Potter).
Lavorava in missioni segrete con una tecnologia super segreta creata da lui. Forse era addirittura un supereroe. Poi qualcosa si è rotto, nel 1989. Hank ha fatto i bagagli ed è diventato un imprenditore privato. Nel ricostruire i cocci della sua vita ha per lo meno cercato essere un buon padre per una figlia tosta, determinata e intraprendente Hope (Evangeline Lilly). Ha cercato di essere un buon mentore per il suo pupillo, l'ambizioso e intelligente  Darren Cross (Corey Stoll).
Darren ha cercato di diventare come Hank seguendolo passo per passo nelle sue ricerche. Lo studio dei raggi "Pym", in grado di alterare le dimensioni degli oggetti e forse delle persone. Ma alla fine si è spinto in un territorio pericoloso, lo stesso che in passato aveva avvicinato Hank allo Shield. Brama di poter scrivere il futuro, portare l'uomo alla miniaturizzazione. Per proteggere il pupillo da una ambizione che fin troppo gli ricordava se stesso, ragionando  più da padre che da mentore, il dottore ha agito nel modo sbagliato, ha cercato di rallentare e ostacolare le ricerche di Darren, lo ha reso insicuro e nevrotico, perennemente timoroso di non essere stato accettato come suo erede. Le particelle con cui fanno ricerca sono inoltre in grado di aumentare l'instabilità emotiva di chi ne viene esposto e Darren si è davvero troppo esposto, di esperimento dopo esperimento, a questa dannosa e fantascientifica fonte di energia. Il suo equilibrio è compromesso e potrebbe fare azioni azzardate e sconsiderate. Non sogna più piccoli uomini ma un esercito di piccoli e letali soldati da vendere al migliore offerente. Anche Hope odia Hank, pur non riuscendo comunque a separarsi da lui, rimanendo strategicamente legata all'azienda. È stato un padre assente e non ha mai creduto nelle sue capacità di guidare l'azienda, preferendogli Darren. Hank più volte le ha detto che ha scelto così per proteggerla, dal mondo e dalla sua cattiva stella, di non volere replicare con lei gli errori fatti con la madre e con Darren, ma a lei non basta. Bisogna fermare l'ambizione di Darren. Hank tiene nella cantina della sua villa una certa tecnologia fantascientifica da lui sviluppata in passato e abbandonata, con quella si potrebbe mandare a rotoli il sogno di conquista del mondo che ora sollecita troppo Darren. Ma, di nuovo,  Hank vuole lasciarla in panchina. Ha scelto qualcun altro per quella missione, cercandolo con cura tra tanti. Un uomo che, inconsapevole, sta per rapinare la sua casa insieme a una piccola banda di fessi.


I Marvel Studios espandono ulteriormente il loro universo narrativo "condiviso" o MCU con l'ultimo film della cosiddetta "fase due". E dimostrano nuovamente che sono in grado di produrre film validi anche se basati su personaggi misconosciuti come I Guardiani della Galassia o questo Ant-Man. La riprova che al di là dei forum di appassionati ultra nerd, nel mondo "reale" non hanno lo stesso peso le classifiche, chi è il personaggio più venduto e amato o quello che ha più testate in edicola. Perché in fondo il grande pubblico parte sempre "da zero" per chi non è Batman o Spiderman, tutti gli altri supereroi colorati stanno nello stesso "barattolo" delle cose per bambini o ultra appassionati di cui non frega nulla a nessuno. Almeno fino a che non esce un bel film, che sappia incanalare il sense of wonder e i mille mambo-jumbo degli eroi di carta sul grande schermo.
E adattare Ant-Man per il grande schermo è un sogno che si realizza dopo anni e anni di tentativi. Addirittura era nell'aria negli anni '90, ma il lavoro dovette essere infinite volte rimandato per non finire nel "mucchio" di film che hanno affrontato la stessa tematica, dalla saga di Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi ai recenti Antbully, Epic, Arthur e i Minimei, senza parlare dei film propriamente sulle formiche e insetti vari come Antz e A Bugs Life, senza dimenticare l'Ape Maya!!
Insomma, vedere unicamente il mondo dal punto di vista di un insetto, una delle chiavi di Ant-Man, non è una cosa che oggi, per quanto ben fatta, sorprende il pubblico moderno. Come non lo sorprendeva pure negli anni sessanta e settanta tra viaggi di Gulliver et similia.
Servivano chiavi di lettura nuove, e un sacco di stile.
E arriviamo quindi ad Edgar Wright, l'autore di un bellissimo cine - comic, underground, come Scott Pilgrim (bellissimo, da recuperare, pieno di trovate visive e in cui c'era pure Chris Evans in vesti cine-supereroistiche) e co-sceneggiatore con Simon Pegg e Nick Frost della famosa trilogia del Cornetto (L'alba dei morto dementi, Hot Fuzz! e La fine del Mondo... I titoli italiani) .
Mi ha fatto specie trovare al cinema prima di Ant-Man il trailer di Absolutely Anything, il nuovo, surreale film di Simon Pegg sullo stile di Una settimana da Dio con Jim Carrey.
Anche perché Yes Man, l'ultimo film di Carrey che ho visto al cinema, un'era geologica fa, era proprio di Peyton Reed, il regista che ha sostituito Edgar Wright alla regia di Ant-Man, tipo due giorni prima delle riprese, dopo una pre produzione di quasi dieci anni. Strano come si intreccino a volte i fili del destino. Ma stiamo sul pezzo.. La produzione di Ant-Man, dicevo qui sopra, è partita ben dieci anni fa. Un'enormità astronomica di tempo, sulla scorta dell'entusiasmo e genio di Edgar Wright stesso che ha convito il mondo sul progetto. E poi, due minuti prima del ciak, con la sceneggiatura di Wright definita da tizi come Whedon la più geniale delle sceneggiature geniali della storia, la Disney, per divergenze creative lascia a casa il regista inglese, preferendogli un proprio "Yes man" (in gergo uno sgobbino esecutore senza personalità, il dipendente più fedele quanto amorfo e privo di idee, auto conservazione e intuito) non solo perché già loro sgobbino per robe tipo "Il maggiolino tutto matto 2 Direct-to-video- che -è-osceno" , ma anche perché è un tizio che ha fatto un film intero sugli Yes Man. Una cosa così meta-cinematografica sulla sudditanza psicologica e sulla morte della creatività allo scopo di compiacere oscuri omini della produzione (che si occupano di vendere non di fare cinema) che è partita in rete la ribellione spontanea e odio verso il progetto. Manco noi (clicca qui
) eravamo entusiasti della cosa, anche perché Paul Rudd ci è sempre stato sulle palle, con la sua faccina sognante e svogliata sua tipica..
Questa faccia da pistola qua, per intenderci...


La sceneggiatura veniva quindi riscritta e de-wrightizzata di conseguenza, probabilmente dalle stesse mani che hanno sforbiciato di mezz'ora l'ultimo Avengers The Age of Ultron, creando la famosa scena "accazzo" della fonte termale di Thor che saddio ci spiegheranno mai.
Un film su un'idea, la miniaturizzazione, stra-abusata in mille film. Su un personaggio che non si caga nessuno da anni (Scott Lang nei fumetti è morto proprio da una buona decina di anni, salvo riesumazioni all'ultimo minuto propedeutiche alla pellicola in uscita) anche perché piuttosto controverso (ma ne parliamo dopo). Ennesimo film sulla "genesi di un eroe", che nella struttura ricalca pure parecchio il primo Iron-Man. Effetti speciali strepitosi e simpatia per un paio di scenette comiche a parte, uniche cose che salvavano il trailer, l'ombra della catastrofe incombeva su questo ultimo film Marvel. E invece.
Scopriamo che Ant-Man, personaggio di nona fila nel fandom, ultimo tra gli ultimi in classifica, il fesso che manco ha le ali come Wasp e preferisce stare come un fesso a cavallo di una formica volante che si chiama Anthony, è stato qui reso in modo davvero interessante, nonostante tutte le brutte premesse. Se avete visto il trailer non si fa mistero sul fatto che Scott Lang erediti da Pym la tuta di Ant-Man, si faccia un bel corso di addestramento e impari piano piano, insieme agli spettatori, i suoi mirabolanti poteri.
Il primo passo è il rimpicciolimento, avviato in modo fortunoso, in una scena spettacolare quanto vertiginosa. Di acqua sotto i ponti ne è passata dai tempi di Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi; in una lunga quanto spettacolare sequenza vediamo il nostro microscopico eroe intraprendere il suo personale viaggio allucinante nel mondo del molto piccolo. Una autentica girandola di trovare visive. Il rimpicciolimento nasconde anche un super super potere, cui però si lega un enorme pericolo, uno degli aspetti più geniali e in qualche misura inquietanti della pellicola, che rimanda direttamente ad un classico della fantascienza americana che ai tempi, anni '60, è stata forse una delle fonti di ispirazione di Stan Lee.

Tre millimetri al giorno di Richard Matheson, autore anche di Io sono leggenda e di una serie di libri irrinunciabili per chi ama questo genere e l'horror.
Apro parentesi. Già che ci sono voglio anche consigliarvi un fumetto in qualche modo "speculare" al libri di Matheson, della linea Panini Comics 9L, 3 piani La storia segreta dell'Uomo Gigante, dell'astro nascente del fumetto Matt Kindt, che per quest'opera ha vinto il prestigioso premio Harvey. Se lo leggete poi fatemi sapere.  Ha scritto anche l'allucinante e geniale  MIND MGMT di cui parleremo presto. Chiusa parentesi .
Al rimpicciolimento di Ant-Man consegue poi un particolare "mambo-jumbo" cioè un artificio narrativo un po' strampalato... Parliamo di fumetti e non testi scientifici ma a volte non si sta troppo a considerare la coerenza scientifica almeno esterna... almeno accennata. Diciamo "va così perché è così..." e perché Ant-Man come supereroe rimane una sostanziale pippa. In ragione di questo mumbo-jumbo (anche la costruzione di Ultron era un po' un mumbo-jumbo, ma non voglio qui divagare), Ant-Man a statura normale ha la forza di un uomo di 90 kg addestrato nel Krav Maga  (da Hope, Evangeline Lilly, che combatte pure bene, con belle prese e controprese e mette una bella dose di erotismo negli scontri) . Forte ma non pazzesco. In statura ridotta Ant-Man, salcazzo e mumbo-jumbo, conserva la forza di un uomo di 90 kg. Super forte e superveloce potremmo pensare, nel film si dice pure veloce come un proiettile. Ma è nei fatti più un modo di dire, la forza c'è ma sempre "fino a un certo punto". Se si lancia in formato micro contro un nemico, non lo buca da parte a parte come un proiettile, ma gli dà giusto un pugno da uomo di 90 kg. Non fosse per quel puntino sullo schermo che lo rappresenta, l'effetto è di vedere un uomo colpito da un pugno invisibile. Non fosse così Ant-Man potrebbe buttare a terra Hulk, senza limitarsi invece, come fa spesso, a rimanere appeso ai suoi peli del naso.


Per l'appunto.
Tuttavia se corre e cambia dimensione un po' di velocità extra la trova, unita al fatto di apparire sostanzialmente invisibile e arduo da colpire per la sua formale "leggerezza". Questo aspetto, legato al Kraw Maga e a un paio di colpi bassi va a costituire il suo unico stile di combattimento, che incarna a pieno la furtività del personaggio. Esempio scontro frontale tipo. Si rimpicciolisce per evitare attacchi diretti, corre in mezzo alle gambe dell'avversario, salta alle sue spalle, torna a dimensione normale tenendo il bacino a livello della faccia del nemico (con gli occhi del nemico che gli guardano il "pacco" per intenderci) e le gambe, a cavalcioni sulle spalle attorcigliate dietro la schiena. Da qui fa leva per schienarlo dall'alto (come fanno duemila wrestler e tremila luchaderos) rimpicciolisce per essere più veloce e lo butta a terra. A vederlo è uno spasso, c'è un combattimento nel film con un certo noto personaggio Marvel che è uno spasso. A corredo di questo stile di combattimento ci sono un paio di simpatiche armi e poi, naturalmente, le formiche.
Il caschetto della tuta ha lo scopo di permettere la respirazione dell'eroe, filtrando l'aria e rendendola compatibile con il suo organismo a seconda della dimensione. Permette inoltre di comunicare con gli esseri umani e, grazie al secondo grande mumbo-jumbo, con gli insetti. Non è chiaro come funzioni, dovrebbe essere un congegno di tipo telepatico legato all'elettromagnetismo (o ricordo male? Boh...). Sta di fatto che se vuole parlare con le sue formichine il buon Scott deve avere "pensieri felici" come accade nel mondo di Peter Pan per poter volare con la polvere di fata. A una certa, Scott riesce a comunicare e noi archiviamo la pratica come superpotere, sta di fatto che con questa abilità viene in luce il potere più divertente da vedere. Il nostro eroe si mette al comando delle formiche.


E qui parte tutto un trip che so farà gasare il mio socio Gianluca, amante degli insetti e cultore come me di quella trashata senza speranza che è Terraformars.
Ci sono varie tipologie di formiche, e ognuna ha particolari poteri.
Cambiano di dimensione, forma e colore, possono essere letali al tocco quanto mettere i piedi sopra a degli spilli o giocherellone che spostano cubetti di zucchero dentro una tazzina di the. Possono formare parole disponendosi come lettere. Sono le coprotagoniste, le co-eroine di questo film. Le formiche. E ognuna è dotata, secondo la razza, di propri superpoteri. Formiche che volano in formazione come elicotteri. Formiche che si incastrano tra di loro in grado di formare corde  o passaggi sul vuoto. Formiche in grado di sprigionare piccole scariche energetiche. Formiche d'assalto. Insetti che con la tecnologia di miniaturizzazione possono essere ulteriormente armati, corazzati, dotati di telecamere. Ottime combattenti, esploratrici attente, alla bisogna soldati del genio costruttori o assaltatori in grado di rivoluzionare un campo di battaglia. E Scott, con una sella griffata a cavallo della formica volante Anthony (Pym dà alle formiche invece solo un numero e non un nome per evitare attaccamenti emotivi) guida centinaia di formiche. Le alleate migliori per penetrare in luoghi inaccessibili. Con queste qualità Ant-Man diventa la spia Marvel per eccellenza (almeno sulla Terra e in luoghi dove le formiche possono sopravvivere), l'eroe ideale per un heist movie o "film sui furti".
E in ossequio agli Heist Movie più famosi, Inception, Ocean's 11, Trappola di cristallo, The Italian Job e i vari Mission Impossible, Marvel crea il suo Heist Movie supereroistico.


C'è la fase del reclutamento, lo studio delle planimetrie, dei percorsi che seguono le guardie, il gancio da piazzare all'interno, il tecnico che segue gli spostamenti di tutti con telecamere di sorveglianza o gps, chi blocca le comunicazioni con la polizia e vigilanza intercettando le chiamate, il driver pronto alla fuga rapida, i gadget per superare casseforti e ostacoli. E ovviamente l'acrobata che deve farsi largo tra griglie laser collegate agli allarmi. Il pacchetto completo reso più fantasy da un ladro invisibile alla guida di plotoni di formiche che gli costruiscono il percorso. Il film ha parecchie scene action, davvero spassose. Si gioca ovviamente sulle dimensioni, con tubature dell'acqua che diventano fiumi in piena, con computer ultra tecnologici che visti dall'interno a dimensioni micro appaiono come città futuristiche alla Tron. Un sacco di modellini in scala, plastici di edifici, che diventano strutture enormi e al contempo ridicole, abitate da pupazzetti in scala di plastica. Tutto riesce a sembrare grande quanti piccolo, in una continua smitizzazione della scena. Così anche i colpi più audaci, per quanto elaborati, devono sopravvivere alla morsa del ridicolo che il lillipuziano eroe un po' impone. E quando le scene di lotta impongono di vedere, almeno da lontano, un paio di pulci che di menano saltellando è qualcosa di straniante. Grande e piccolo, piccolo e grande, micro e macrocosmo che si combattono e si sovrappongono di continuo. In questo caos surreale il film riesce a mantenere una leggerezza sublime grazie a un registro che sa ben dosare dramma e humour, merito di attori ispirati e decisamente in parte.
Come accennato nell'introduzione è sostanzialmente uno il tema principale che declina questo superhero movie, la paternità o in senso lato e fumettistici la "legacy".
Sotto questo ultimo profilo trovo un po' strano che sia la Marvel e non la DC, che a livello cartaceo è decisamente più esperta in materia, a sviluppare in un film la legacy. In sostanza il legame tra eroi vecchi ed eroi nuovi, il fatto che un eroe del passato alleni un successore per poi affidargli il suo mantello e i suoi poteri. Ant-Man è un film che parla di diverse "generazioni" di eroi, peraltro con dei rapporti sviluppati originariamente per questa pellicola. C'è un padre che ha "indossato il mantello", vecchio e pieno di rimpianti.  Una figlia che vorrebbe ereditare il ruolo, ma che lui tiene a distanza, per proteggerla. C'è poi un primo apprendista, volenteroso ma che sembra troppo affascinato dal lato oscuro della forza. C'è quindi un secondo apprendista, apparentemente diverso dal vecchio eroe, ma che ha in comune con lui l'amore una figlia, ha lo stesso cuore. Chi può salvare il mondo deve comunque incominciare dal voler salvare e dall'amare la propria famiglia. Grande e piccolo, micro e macro cosmo che duettano, come Star Lord nei Guardiani della Galassia che affronta in mondo alieno con meno paura con alle cuffie la awesome mix vol.1 registrata per lui dalla madre. Michael Douglas è un perfetto Hank Pym, nella misura in cui riesce bene a incarnare le diverse e contraddittorie anime del personaggio di carta. Grazie anche ad un piccolo aiuto, offertogli dal personaggio di Darren Cross.


Servirebbe un trattato per descrivere l'evoluzione di Hank Pym negli anni di vita editoriale. Tagliando corto si può dire che è sempre stato un personaggio così piccolo e poco amato che pur schierandosi dalla parte dei "buoni" gli sceneggiatori si sono spesso presi la libertà di farne una specie di psicopatico.  Per movimentare un po' le storie, si intende. È un inventore geniale, ma non si controlla e crea Ultron. Saltuariamente picchia la moglie, l'eroina Wasp. Anche se succede molto più raramente di quanto si può immaginare è un aspetto davvero brutto, ripreso e sottolineato da Millar negli Ultimates, dove Pym pare pure schifato dalla mutazione in insetto della ragazza, al punto che dopo le botte la intrappola in un'aspirapolvere. Offre poi il costume a Scott, ma continua a sviluppare, mai contento, altre abilità e costumi. Crea Giant Man, sui ripresenta poi come cattivo indossando il costume di Calabrone e diventando negli anni un così bastardo doppiogiochista che per salvare il character nel crossover Secret Invasion si ipotizza che il vero Pym  fosse stato rapito anni prima dagli alieni mutaforma  Skull e sostituto con uno di essi. Di recente con la scomparsa della moglie ha preso lui l'identità di Wasp e ha trasfuso nel robot Jocasta l'identità di lei. Solo che Ultron, che in fondo è il suo figlio pazzo ribelle ha rapito Jocasta e quella ha deciso di stare con lui. Insomma, gliene capitano di ogni, anche se è un genio. Il film semplifica decisamente le cose, nobilita un po' il personaggio. Rimane ombroso ma i suoi aspetti più tetri sono trasposti su Darren Cross, che diventa lui il calabrone, una specie di Iron-Man in grado di cambiare dimensione, sparare e volare, ma privo del "potere fatato e ingenuo" di guidare gli insetti chiamandoli per nome. Hank non ha superato la morte della moglie, forse ne è in qualche misura colpevole o forse non avrebbe potuto in ogni caso salvarla. È sicuro che i suoi esperimenti siano pericolosi ma non riesce a vedere che Hope è pronta, che Hope in fondo lo guarda come il suo eroe esattamente come Cassie vede un eroe nel suo sfigato ed ex detenuto padre. Il particolare che mi è piaciuto di più di questa sceneggiatura è proprio questo, il fatto che i figli vedano nei padri i propri eroi personali anche quando eroi, o supereroi, non lo sono più o non lo sono ancora. E' molto tenero ed è bello quando succede anche nella realtà .
Evangeline Lilly è carica, sembra volerlo a tutti i costi quel costume e ha tutte le carte in regola per usarlo, riesce a controllare le formiche, sa combattere, pianifica strategie. Sembra di vedere il colonnello Rhodes nel primo Iron Man che guarda l'armatura di War Machine e si rammarica, determinatissimo, che ci salirà la prossima volta. La Lilly non è per niente il sesso debole e non è lì a fare la tappezzeria. E si diverte in sacco, come del resto si è divertito e ha dato il meglio Michael Douglas, che si è pure emozionato quando si è visto ringiovanire grazie alla magia della ILM.


Paul Rudd, non lo avrei mai detto, è davvero perfetto nella parte quanto lo è Tony in Iron Man. Si è cucito addosso la sua controparte cartacea, fa del volare basso la sua filosofia di vita ma è destinato a cose gradi. Letteralmente gigantesche.
Mi è piaciuto molto di più di quanto averi immaginato. Davvero molto bello il suo rapporto con la figlia, naturale e non forzato, così come sono più sfaccettati di quanto inizialmente appaiono i rapporto che lo legano con la sua ex moglie e con il poliziotto che ha sposato, interpretato da un bravissimo, gigantesco e irresistibile Bobby Cannavale. A volte serio a volte comico, Cannavale sembra un cartone animato, esattamente come la crew di Scott. Proprio i soci di scorribande di Scott richiamano le fesserie divertenti dei fumetti con protagonista Eric O'grady, il terzo Ant-Man, in qualche modo pure lui così omaggiato. Il trittico di cretini capitanati da Michael Pena, logorroico e simpatico oltre ogni immaginazione, è il fiore all'occhiello della linea comics dello show. Le loro azioni non sono però scenette asettiche, riescono a essere per me perfettamente funzionali e integrare alla scena, anche inaspettatamente risolutive, se deve tornare Ant-Man in scena spero che li faccia anche il suo gruppo. Butto nella parte comica anche lo scontro con un celebre personaggi Marvel misterioso, una roba così tragicomica che non si capisce fino a che punti sia scarso lui o fortunato Scott. E poi c'è il finale, sempre ossequioso del tema della paternità e il suo influsso nel micro - macro mondo. Una sequenza finale inaspettata che per me assume quasi i toni della favola, dando un sapore a questa pellicola diversissimo da quanto i Marvel Studios ci hanno presentato finora. Una chicca, davvero.
Lascio per ultimo l'aspetto forse meno riuscito del film, il personaggio interpretato dal comunque bravo Corey Stoll, Darren Cross. Ed è un peccato perché le potenzialità di qualcosa di più strutturato ci sono, sono accennate in più punti, alcune scene che lo riguardano sono decisamente forti, incisive. Cross poteva essere sfruttato meglio esplorando maggiormente il suo rapporto con Pym, c'è una scena importante in cui Pym lo guarda e dice che non poteva essere il suo erede perché in lui "vede troppo se stesso". È una scena dura, forte, che ci manda parecchio di traverso anche il personaggio di Douglas. In fondo Cross sta facendo ciò che ci si aspettava da lui, ha il potenziale per arrivare un giorno alle intuizioni di Pym, forse, ma la sua continua esposizione ai raggi lo rende pazzo. È, ripeto, una interessante figura tragica di figlio non amato che per compensare le mancanza del padre decide di "svenderlo", come il suo amore per lui, rendendo un prodotto da offrire al migliore offerente, scevro da qualsiasi implicazione etica. Nutre poi un affetto che pare contorto anche per Hope, che non è formalmente sua sorella ma comunque la persona più vicina a una famiglia che possiede. Un amore non corrisposto ma che è riuscito a calmarlo, tranquillizzarlo negli anni. Chi non è amato dalla propria famiglia o non è ricambiato può salvare il mondo? Magari si', ma Cross di fatto decide di non essere un eroe, gioca per se stesso. Corey Stoll in House of Cards era ugualmente confuso, ugualmente incompreso e tragico, la sua performance è buona anche qui. Forse il suo personaggio si è scontrato con un carico emotivo già molto forte in pellicola. Per scelte narrative e poter preservare quella leggerezza di fondo così riuscita, la parte di Cross andava tagliata. Un po' dispiace, anche perché i villain del MCU avrebbero davvero bisogno di essere più in scena, di essere più incisivi. Questo non è un problema dei solitari numeri primi, dove l'origine dei poteri del personaggio o la costruzione e conoscenza del suo gruppo incanala il 90% del tempo. Ma il problema si affaccia poi con i film successivi, inevitabilmente. Vabbeh , non è il caso di questo Ant-Man.
Verdetto.
Marvel Studios incassa un nuovo successo scommettendo pesante su un cavallo che sembrava partire zoppo. È un film sorprendente, divertente, veloce e piuttosto originale, ben recitato e carico di trovate visive interessanti. È poi un film "fatto in scala", che smitizza un po' il proliferare di esplosioni galattiche cui ci hanno abituato ormai quotidianamente i prodotti Marvel. Una roba così insolita che sembra vedere un film di Michael Bay a telecamera fissa su un duello di scacchi in bianco e nero. E pure divertente. Rimangono i limiti evidenti di un fumetto che anche se aspira alla fantascienza , fumetto destinato ai bambini (pur di tutte le età) rimane. I poteri di Ant-Man, pur originalissimi, rimangono altamente contraddittori da spiegare... Allo stesso modo di un martello volante. A non fare i fiscali su questo c'è da stare felici in sala per un paio d'ore. E dovreste vedere i bambini come sono rapiti dallo spettacolo. I primi dieci / venti minuti parlano di continuo non capendo "chi è antman" e "ma io voglio vedere antman". Tutta la parte con Douglas giovane e Rudd in carcere ve la  rivedrete in dvd senza il chiacchiericcio delle piccole  pesti. Poi arriva il costume e le sue magie... E il silenzio arriva in sala insieme alle boccucce spalancate. In fondo è questo che cerchiamo dal cinema. E a volte capita lo stesso anche per gli adulti. Non sarà a livello dei Guardiani della Galassia, ma rimane un Iron-Man in scala, che riesce svariate volte a divertire. A sorpresa. 
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giovedì 20 agosto 2015

Victor Frankenstein - un'occhiata ai trailer

Fino a ieri questo nuovo film basato sul grande classico di Mary Shelley con protagonista il sempre bravo James McAvoy mi incuriosiva unicamente per un motivo. Il fatto che da questo assistente


Si fosse passati a questo


E passare dall'assistente "Eigor" di Marty Feldman di Frankenstein Junior all'Igor di Harry Potter converrete che è un salto carpiato multiplo. Magari a forte effetto bromance...
Cioè una roba tipo


Non mi pareva troppo diversa da


E vabbeh, c'è a chi piace roba così, fa un po' fan fiction, liberi tutti... magari non è esattamente il film tipo che recensiamo qui, amen.
E questo perché su due articoli e due foto quello che ho capito è poco nulla. E il mio interesse sul personaggio e mondo relativo sono stati già uccisi da questo


Che al solo ripensarci vomito.
La cosa più vicina a Frankenstein che ho intrapreso di recente è l'ascolto di un cd di Ruggeri


Che vi consiglio se amate l'autore (e la musica italiana... A non tutti piace) perché pesca a piene mani dal classico di Shelley, una chicca. Ma il Frankenstein bromance con Harry Potter... Fino a ieri inavvicinabile per me. Che lo so, ha pure un nome, ma per me è sempre e solo Harry Potter e quando lo vedo in altri contesti come The Woman in Black, che pure era caruccio, non ce la faccio e scoppio a ridere, soprattutto perché li era truccato malissimo per sembrare un quarantenne, involontariamente esilarante. E qui ti fa invece il gobbo dello scienziato pazzo... Ma perché, bontà divina? Percheeeeé?!!
Ad ogni modo eccoti calare in mezzo ad agosto non uno ma ben due trailer su questa nuova pellicola, a tipo dieci ore di distanza uno dall'altro.
Un trailer americano, che cita come uscita il Giorno del Ringraziamento e ha una intro dei due attori parecchio bromance...


E un trailer internazionale, meno bromance, con un pezzone rock storico riadattato


E scopro che può essere un film interessante, pieno di splatter, atmosfere cupe che mi piacciono tanto e rimandano ai film della Hammer. Pure diretto da Paul McGuigan, il regista del serial Sherlock (anche quelli parecchio bromance... Ma ormai da anni va così, 21 Jump Street docet).
In breve, il film dovrebbe essere incentrato su Igor, che funge anche da voce narrante della vicenda. Dalla sua non certo felice infanzia all'incontro con il conte Victor Von Frankenstein. Fino alle sue avventure come assistente del mad doctor per eccellenza, tra furti di cadaveri e forse peggio, tra resurrezioni di animali a furor di fulmini e forse peggio. Cercando vie nuove, inedite, per ampliare il mito creato da Mary Shelley.
E la sceneggiatura è pure di un astro nascente come Max Landis, l'autore dietro a Chronicles e al nuovo American Ultra (che si favoleggia essere in grado di ridisegnare la carriera di Kristen Stewart... cosa che sarebbe quasi ai limiti della fantascienza, ma non si sa mai).
Le premesse sono quindi più che buone, il lato gotico e thriller pare esserci. Belli e truculenti i mostriciattoli ricombinanti da carne morta. Quasi epico il mostro, potente e oscuro nei pochi frammenti in cui lo si scorge. Dopo la mega pippa filosofica di Branagh con De Niro, questo Frankenstein appare gioiosamente semplice e sanguigno. Il monster movie "steampunk" per eccellenza, tra i vapori e l'umidità putrescente dei sobborghi e i castelli aristocratici in cui uomini si atteggiano a divinità infondendo la vita bei morti. Non male. Ma stiamo sempre parlando di un trailer, ovviamente, non è giudicabile al momento se non "a sensazione ". L'uscita prevista è il 25 novembre almeno in UK. Da noi prima o poi arriverà .
Del resto per noi amanti di Frankenstein cosa potrebbe andare peggio di I Frankenstein?


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martedì 18 agosto 2015

The boy and the beast



Ci sono molte fonti certe sul fatto che il nuovo film del regista Mamoru Hosoda arriverà anche da noi grazie a Lucky Red. Una è questa:

Il trailer di questo strepitoso film, uscito a metà luglio e già campione di incassi in Giappone è invece qui sotto.

Due note sulla trama. Zero spoiler. Esiste il mondo degli umani e il mondo dei bakemono, una specie di uomini cinghiale. Esistono quindi due Tokyo e due quartieri di Shibuya speculari. Un giorno un ragazzo si perde nella dimensione bei bakemono. Si prenderà cura di lui Kumatetsu, insegnandogli uno stile di vita molto "combattivo". Il giovane prenderà il nome di Kyuta.
Al chara design torna, ad affiancare Hosoda, Takaaki Yamashita, che già ha collaborato con il regista nelle sue precedenti pellicole. Alle musiche Masakatsu Takagi, che ricordiamo per l'evocativo score del magnifico Wolf Children.
Il celebre portale Kotaku lo paragona alla versione anime del Libro della Giungla. A me bastano due immagini per aspettare con impazienza questo nuovo film di Hosona, uno degli artisti più interessanti degli ultimi anni. Mi sono piaciuti parecchio tutti i suoi film, ma Wolf Children, l'ultimo, mi ha letteralmente rapito, ha alzato di parecchio l'asticella. Una trama semplice ma fresca, originale. Bellissimi personaggi che cambiano, crescono e diventano maturi. Disegni bellissimi e musiche favolose. E poi è davvero commovente, ho svuotato la scorta dei fazzoletti. Un capolavoro. C'è chi parla di Hosoda come di un nuovo Miyazaki, per me è piuttosto diverso nello stile, più vicino al compianto Satoshi Kon, ma ugualmente un maestro, in grado di trasformare dei disegni animati in magia. Speravo fortemente di poterne parlare un giorno un merito a  una distribuzione italiana, il nostro sito parla unicamente di opere reperibili presto o tardi in Italiano, ma mancava una conferma al di là del chiacchiericcio di corridoio, conferma che oggi ho trovato, per puro caso, un po' postdatata e quindi sbadatamente in ritardo, mentre oziosamente saltellavo di sito in sito. Notizia che mi rende felice. Ne parleremo sicuramente ancora, magari con una piccola retrospettiva sul regista. 
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P.s. Manca ancora una data per l'uscita italiana, ma terremo le orecchie tese per comunicarvela quanto prima.

venerdì 14 agosto 2015

The Hateful Eight - il primo teaser trailer!


Wyoming, qualche tempo dopo la fine della guerra civile. Una tempesta di neve blocca otto persone in un saloon.
Un maggiore dell'esercito (Samuel L. Jackson), Marquis Warren, diventato un cacciatore di taglie. John Ruth (Kurt Russell) un "candidato alla forca". Daisy Monergue (Jennifer Jason Leight) la "prigioniera". Lo sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins), Bob (Demian Bichir) il "messicano". Owaldo Mobray (Tim Roth), "l'uomo piccolo". Joe Gage (Michael Madsen) il "picchiatore di mucche". Ed in fine il generale Sandy Smithers (Bruce Dern), il "confederato". Persone diversissime, estranei, ma tutte misteriosamente legate da un filo rosso d'odio, pronto a esplodere con la velocità in cui si estrae una bocca da fuoco. E sono armati. Tutti. 8 persone piene d'odio.


Non poteva mancare nel cast l'amatissima Zoe Bell, non poteva mancare un bastimento carico di patate come Dana Gourrier, Belinda Owino. Un caratterista di peso come Gene Jones. Un cowboy come Craig Stark. Pochi attori, pezzi di una scacchiera che pregustiamo, immaginiamo finemente oliata, in ritorno all'origine per Quentin Tarantino, a quell'azione che lentamente sale ed esplode tra tipi loschi e tra quattro mura, la formula brevettata dei suoi Reservoir Dogs, annata 1992. Un cocktail magico a cui il regista e sceneggiatore aggiunge una punta di John Ford. Gli splendidi paesaggi, la metrica del western, perfino il formato video storico, il 70 millimetri, ormai dimenticato e dal costo esoso leggendario della pellicola. Dalle prime notizie piovute in rete ci siamo letteralmente fiondati su questo progetto, come del resto magicamente ci attirano tutte le produzioni di Tarantino. Un uomo che mastica cinema come big bubble e riesce a fare i palloncini più spettacolari di tutti. Cita, rimpasta, rende cool i film di arti marziali, i western, la blackspoitation, i poliziotteschi. Ogni suo nuovo film spinge, ludicamente e affettivamente, a vedere almeno altre 6 pellicole, a riportare lustro a grandi autori e generi.


Quel maledetto treno blindato di Castellari, Django di Bertolucci. Noi sognavamo un po' l'arrivo dell'horror, pur contentissimi della sua parabola produttiva a fianco di Eli Roth, nel dittico Hostel (il terzo per me continua a non esistere), che pescava da Bava, Lenzi e Argento, si agghindava della presenza di una Dea come Edvige Fenech e chiosava sul grande Miike, pure lui presente in un cammeo.
Invece si vede che dopo Django il buon Quentin avesse ancora un sacco sacco di storie sulla frontiera da raccontare. E noi ovviamente tendiamo le orecchie, sempre è comunque. Che fosse una autocelebrazione era chiaro da quell'otto nel titolo. Reversoir Dog, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill, Death Proof, Inglorious Basterds, Django Unchained. H8ful Eight è l'ottavo tassello del suo mondo narrativo, in parte fortemente "distopico".

Il secondo film dopo la scomparsa della amatissima montatrice Sally Menke. La musiche sono della leggenda Ennio Morricone. Il Wyoming innevato sotto i filtri del fedele direttore della fotografia Robert Richardson (che oltre a Tarantino ha seguito Oliver Stone nei suoi "viaggi" più stralunati) sembra un posto magico tra sogno e realtà. Ricordiamo la neve nell'addestramento di Django, la neve che fa da sottofondo al combattimento tra la Sposa e O-Ren Ishii. Il setting è davvero stimolante. Questo trailer ci manda favolose vibrazioni.
E poi tra un cast così favoloso c'è Kurt Russell, un nostro mito di infanzia, c'è la stella western Bruce Dern, Jennifer Jason Leight per cui avevo una cotta marcia al liceo, ai tempi di
 "Inserzione Pericolosa" con Bridget Fonda, 1992. Ancora bella da morire.
Se temiamo qualcosa di questo esaltante progetto è che Quentin voglia chiudere il cerchio con l'auto celebrazione. Il regista negli ultimi tempi ha accusato una certa stanchezza, nelle interviste ha dichiarato più volte di voler realizzare nuove pellicole solo se gli capitassero in mano grandi idee, che ora però non riesce a vedere. Speriamo che questa ottava pellicola gli faccia cambiare idea e ci regali una storia e dei  personaggi unici e indimenticabili. Cosa che gli riesce abbastanza di frequente.
L'uscita mondiale è prevista per natale 2015. Da noi l'8 gennaio 2016. Non ce lo perderemo. 
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