mercoledì 30 settembre 2015

Le Storie - vol. 35 - L'abisso



Storia: Marco Boselli; Disegni: Luca Rossi

Prefazione dotta, da leggere con tasso alcolemico di 0.4 minimo: Maaaare profumo di maaare. Con l'amore io voglio giocare, è colpa del maaare, del cielo e del maaaaree, senza te sto lasciandomi andare. Questo sole, che cosa può fare, io non ci credevo, ma posso sognaaaareeee... Chi vive in un ananas in fondo al mar? Spongebob Squarepants!! Assorbente e giallo e poroso lui è? Spongebob Squarepants!! Oooora siamo su quest'isola. Guaaaardaaa le opportunità! Coooomeee in un una grande favola, noooi viiiviamo in libertà! Faaaammmi volaaare capitan, senza una meta, tra pianeti sconosciuti a rubare a chi ha di piuuuu'.
Che palle il mare e i marinai. Tutte le storie che li riguardano allo scarto del 97% riescono a farmi due coglioni così... e lo dico da lettore di One Piece!! Che ovviamente non significa nulla... Sta di fatto che l'ambientazione piratesca quando declinata al dramma esistenziale e quando condita con un po' di mitologia non è affatto male. Mi sta piacendo ben più di quanto credessi la serie tv piratesca Black Sails di Starz (vuoi anche perché ha un numero spropositato di donne nude). Mi sono divertito con almeno il primo dei Pirati del Caraibi, ma continuo a seguire le avventure dell'alticcio Jack Sparrow aspettando il momento che vomiterà tutto quel rum che gli naviga nel sangue nel più classico epilogo di una sbronza triste. Mi è piaciuto un sacco Nobody, sempre della collana Le Storie. Quest'ultimo aspetto si somma piacevolmente al nome di Boselli, autore poliedrico, dalla scrittura elaborata e un ottimo senso dell'azione, timoniere della testata del ranger Bonelli con prad Kit Carson. Boselli ha già fatto una tappa sulla collana Le Storie, nel numero speciale di luglio, sorprendendoci con un racconto sugli "scorridori", guerriglieri impegnati in una fin troppo dimenticata guerra americana tra coloni inglesi e francesi. Ed eccoci arrivare a questo numero 35, "L'abisso", una mini - enciclopedia dei topos marinareschi che segue le disavventure della Southern Star del capitano Moody, dal momento in cui il vascello trae in salvo il giovane naufrago e voce narrante Michel Davy. Ma il viaggio appare immediatamente arduo. Subito Boselli sembra colto da uno sfrenato impeto di bulimia narrativa. Tra pagina 11 e 12 (e nemmeno "tutte le pagine") ci viene presentato il capitano Moody, Macready lo svedese, Watford il chirurgo, Harpole, Hickson il falegname, Laval il cuoco, Crapoulle il bucaniere di Hispaniola, Matos il portoghese, Bernez il bretone, Pinto l'andaluso, Hinchcliffe, Bonito, Cresswell, Pruit, Wallander...



Sembra che per ogni goccia del mare ci sia un pirata con la sua storia e ogni pirata canti una canzone piratesca. Ogni tappa della Southern Star è poi un viaggio nel mito. Mostri marini, piante senzienti, corsari cannibali, pestilenze assassine, il Giona Portasfiga, la donna a bordo Portasfiga, il capitano molle in odore di ammutinamento perché porta sfiga, vascelli fantasma, gente che esce pazza e si fa a pezzi, isole piene di donne nude, abbordaggi, pallettoni, isole del tesoro, maledizioni varie. Non succede "di tutto", nel racconto di Boselli succede proprio "tutto", in sole 114 pagine. La bravura dell'autore risiede della capacità di far fluire eventi e personaggi con una incredibile naturalezza, regalandoci la versione a fumetti della giostra dei corsari di Gardaland. L'atmosfera regna sul valore dei singoli eventi a una prima lettura, ma il viaggio assume un fascino tutto suo quando di è entrati nell'ultimo porto e si è scovato qualcosa di dannatamente interessante, un autentico tesoro nascosto che ci spingerà alla rilettura immediata e integrale del volume da una nuova prospettiva. La storia di Boselli è quindi esaltante, ma così densa che può scoraggiare molti lettori che non abbiamo il tempo di dedicarle il tempo che merita. E pure io inizialmente sono caduto vittima di questa "maledizione piratesca". Il poco tempo mi permetteva di fruire la lettura a spizzichi e bocconi ed era tutto un ricominciare da capo, manco stessi studiando i cartaginesi in terza elementare con Ken il Guerriero in televisione. Sarà anche per la mia età che avanza. E questo è anche il motivo per il quale a lungo ho rimandato questo pezzo. Alla fine, decidendo di dedicargli una domenica pomeriggio, l'ho affrontato per bene e ne ho colto le mille sfumature e fascino. Quindi se la lettura è consigliata per i suoi molti meriti, devo rilevare che possa risultare per qualcuno magari difficoltosa. Dal punto di vista grafico il lavori di Luca Rossi è davvero valido. Le tavole trasudano dettagli, ognuno dei millemila pirati descritti è riconoscibile, unico e le scene di massa si sprecano così come le scene d'azione, per lo più ambientate nella maniacalmente ricostruita nave pirata. Il "formato classico bonelli" non rende giustizia a tanta beltà. Il volume meriterebbe un cartonato gigante.
La collana intasca ancora una volta un racconto prezioso e ottimamente illustrato. Tosto da leggere ma che vale dannatamente la pena di aggredire dalla prima all'ultima pagina. 
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domenica 27 settembre 2015

I Minions - la nostra recensione




Fin dall'alba dei tempi (ci racconta come voce narrante tra documentario e favola il figlio di Piero Angela, che come sapete odio), esistevano nel mondo delle creaturine gialle piccole piccole e tanto tanto spaventate dal futuro: i Minions. Per sopravvivere erano geneticamente spinte a mettersi al servizio del più cattivo soggetto che incontravano, un po' per protezione, un po' per una perversa forma di adorazione nei confronti di chi ritenevano più forte di loro. Servitori fedeli e instancabili, per quanto volenterosi i Minions non riuscivano mai a stare troppo tempo sotto lo stesso padrone per una ricorrente drammatica circostanza. Ne causavano sempre, e per vie del tutto involontarie, la sconfitta se non la dipartita.
Freddavano più cattivi loro che degli eroi convenzionali, ma questo li rendeva sempre più tristi e depressi, perennemente in cerca di una casa e di un nuovo capo da adorare. Andava sempre peggio, fino a che i piccoli cosetti nei favolosi anni sessanta caddero in completa depressione. Vuoi il fallimento continuo dei loro boss che li spingeva a vivere sempre più isolati, vuoi che era difficile trovare un cattivo nel loro ultimo rifugio perché nel bel mezzo del continente artico, i Minions rischiavano di estinguersi. Fu così che l'intelligente, smilzo e carismatico Kevin decise di partire per una missione di vitale importanza per il suo popolo ormai in piena crisi di identità. Avrebbe girato il mondo fino a trovare un nuovo cattivo, appagante e magari più longevo della media. Aveva bisogno solo di due volontari per accompagnarlo e così scelse il dinoccolato monocolo "cool" Stuart e il piccolo Bob. Prima tappa del loro viaggio, l'America. Con un colpo di autostop di fortuna si trovarono subito in macchina con una famiglia di cattivissimi e adorabili  soggetti (capitanata da un padre doppiato in modo spiscioso da Riccardo Rossi) che stavano già andando forse nel posto migliore al mondo per poter realizzare la loro missione: la "convention dei cattivi". Una specie di Comicon ad accesso riservato dove i peggiori soggetti del mondo tenevano conferenze, si facevano pubblicità e cercavano nuove leve per infoltire i loro personali eserciti del male. E tra i tanti cattivi c'era lei, la divina e diabolica femme fatale dal corpo sinuoso e dall'armamento pesante. Occhi penetranti, capelli corvini e nasone adorabile all'insù:  Scarlet Overkill (in italiano Sterminator, doppiata in originale da Sandra Bullock e da noi da una bravissima Luciana Littizzetto). Fu subito amore. Scarlet avrebbe concesso il grande onore di diventare suo sgherro a chiunque sarebbe riuscito a rubarle un oggetto senza finire steso dalle sue sorprendenti tecniche di combattimento. Incredibilmente in una royale rumble colossale per il posto non potevano che avere la meglio su giganti corazzati e artisti del coltello i piccoli Minions. Non per nulla dall'alba dei tempi stendevano schiere di cattivi, anche se non lo facevano apposta. Fu così che Scarlet prese i tre sotto la sua ala protettrice e li portò a Londra nel castello che condivideva con il suo geniale marito (doppiato da noi da Fabio Fazio... e funziona anche bene). Il primo obiettivo che la regina del crimine voleva realizzare era il furto della corona di Inghilterra. Ce la avrebbero fatta i Minions, per una volta, a tenersi un capo per un po' di tempo?


Minion è un termine inglese  dall'aria un po' sadomaso, che si può tradurre tanto con "adulatore" che con "schiavetto" e da sempre si associa agli sgherri o animaletti, in genere pasticcioni, dei cattivi dei cartoni animati. Ma dopo i due divertentissimi "Cattivissimo Me" di Pierre Coffin questa parola ormai si è indissolubilmente associata all'esercito personale del terribile Gru. Dei cosetti gialli strampalati simili ai contenitori delle sorprese kinder, con la faccina buffa e l'aria poco astuta, pochi capelli come Homer Simpson (anche lui amorevolmente stupidotto e giallo), vestiti con pantaloni da meccanico e con sulla faccia enormi occhialoni da aviatore. Piccoli operai intenti a far muovere per lo più assurdi marchingegni, dall'aria tanto fanatica che poco professionale, perennemente sul punto di distruggere tutto quello che si trova nei loro immediati paraggi.
Ma anche dolcissimi omini che parlano una lingua strana tutta loro composta da parole di ogni lingua e amano il gelato e le banane. Del tutto asessuati ma classificabili come "maschietti", amano spesso vestirsi con calze a rete e parrucca, seducono pompe dell'acqua che ritengono simili a loro per forma, organizzano musical stile holiday on ice per allietare il loro capo, ridono come dei cretini per pernacchie e puzzette. Fin dal primo momento che li vediamo ci appaiono innocenti come bambini e magicamente quando sono in scena siamo tutti calamitati dal loro fascino. Ci ricordano l'infanzia (forse per la firma ad ovetto), sono teneri, sono motori di una comicità semplice e immediata e soprattutto sono stupidissimi, dei veri imbecilli totali che funzionano allo stesso modo dello scoiattolo cretino Scratt de L'era glaciale. Non sappiamo perché preferiamo distrarci con le loro fesserie piuttosto che pensare alla trama principale, ma non gli stacchiamo gli occhi di dosso. Questa alchimia non è sfuggita alla macchina del marketing, fin dai tempi di Cattivissimo Me è stato un proliferare continuo e costante di oggettistica o pubblicità legata ai cosetti gialli. Dai pupazzetti alle magliette, scarpe, cerotti, dentifrici, shampoo, astucci, cartelle e perfino cose più assurde. Oggi con il loro film nelle sale il supermercato è letteralmente invaso di ometti gialli a sponsorizzare le loro amate banane, escono i tic tac gialli, la colla gialla, la carta igienica gialla, i formaggini, i prodotti per lo spurgo e non voglio addentrarmi nel reparto igiene intima. Sono dannatamente ovunque è sono tutto contenti di portarsi a casa un prodotto relativo a questi aggeggi. Un amico mi ha detto che pure il sistema on-line della sua banca quando ha problemi di manutenzione vede una schermata in cui appaiono i buffi ometti che cercano di risolvere il problema. Questo film era quindi il grande test, la dimostrazione che le spalle possono battere cassa senza i personaggi principali. Un'impresa mica da ridere e forse di base masochistica. Soprattutto perché questi ometti funzionavano benissimo su piccole gag. Potevano durare un'intera pellicola come protagonisti? Il gatto con gli stivali di Shrek aveva toppato, i pinguini di Madagascar avevano forse fatto meglio ma per qualcuno era troppo poco. Cosa potevano fare i Minions senza quell'adorabile brontolone cool e hi-tech di Gru?


Come potevano reggere una trama di novanta minuti senza nemmeno saper parlare una lingua comprensibile? Una bella sfida. Ma una sfida magnificamente vinta. Dall'esercito delle "sorpresine gialle" vengono scelti tre personaggi che bene o male avevamo già visto lavorare insieme, inquadratura dopo inquadratura, nei film precedenti. Li avevamo visti più adulti, incicciti, fantozzianamente sfigati, qui li vediamo più giovani, quasi più "belli". Kevin è la voce della ragione, quello che mantiene l'ordine e ispira il gruppo. Stewart è lo scapestrato, quello che ama suonare una chitarra che si ostina a chiamare" ukulele" e sogna di infiammare gli stadi. Poche parole e tanta azione. Infine c'è Bob, tenerissimo, il più piccino, con gli occhi dal colore differente, inseparabile dal suo orsetto. Entusiasta e spericolato, ma forse ancora troppo indifeso. Tre caratteri precisi, diversi e a cui è facile affezionarsi, così come è facile non volete troppo male alla cattiva ma nevrotica e perennemente insoddisfatta Scarlet. Pierre Coffin ce la mostra come una fanatica della moda che riesce a stringersi in bustini strettissimi e sotto una gonna lunga degna di Iron Man nasconde pazzeschi oggetti tecnologici quanto razzi a reazione. Viaggia anche lei come Gru sua specie di astronave che non risponde a nessuna logica fisica, è virtualmente indistruttibile ed è ben conscia del suo fascino. Ma a casa toglie i tacchi alti, ama ballare con il marito e cerca di volere bene anche ai minions. Solo che rimane una cattiva e come tutti quelli che sono realmente cattivi avrà vita difficile con i minions, diventerà nevrotica e scostante, non apprezzerà poi, da vera precisina, il modo caotico in cui gli ovetti gialli compiono le missioni. È un personaggio complesso che riesce benissimo a reggere "l'impatto" dei cosetti tenetelli e a tenere alto l'interesse per la storia; dietro a una marea di scene d'azione e gag esileranti riusciamo a scorgere quasi una storia di amore non corrisposto per evidente incompatibilità di carattere, una storia che offre una inaspettata e graditissima vena malinconica. Oltre ai nostri tre eroi e al loro nuovo capo, si muovono al polo sud gli altri Minions, anche loro alla ricerca, nel mente, di un capo alternativo. Minions spassosamente demotivati e depressi, in coda dallo psicologo, incapaci di esultare per un gol della propria squadra, spenti come non mai ma pronti a organizzare cretinissimi balletti acrobatici quando si palesa, forse, una alternativa futura. Spassosissimi. Come spassosissima è tutta la sequenza della convention dei cattivi e la visione ultra fashion e stereotipatissima di Londra, che diventa un personaggio a sé con il suo amore per il gossip e per i Reali, con i Beatles che potrebbero bazzicare tra le strade e naturalmente con la Regina, messa pure lei amabilmente alla berlina. E non vi ho parlato della colonna sonora da urlo, con pezzi storici stra famosi. E poi c'è Gru, forse. Perché nel film sui minions non poteva mancare e tutti se lo aspettano da un momento all'altro. Ma dove sarà?


Insomma, questo film si presentava come la più smaccata commercialata di tutti i tempi e avrebbe incassato l'ira di Dio che sta incassando anche se fosse stato un film brutto. Ci saremmo comunque tutti messi in fila alla cassa a pagare i biglietti, ipnotizzati dagli omini gialli. La sorpresa, graditissima, è che è un film semplice semplice ma divertentissimo, pieno di scene action fuori di testa e perfino di inaspettati momenti introspettivi, che scorre in un secondo e fa venire la voglia di rivederlo di nuovo. A meno che non vi stiano proprio sulle balle i così gialli e vi abbiamo portato in sala con la forza, credo che possiate divertirvi alla grande. A fare i fiscali, al netto magari di qualche gag in meno, gli altri film della serie hanno maggiori sfumature ed esplorano situazioni sentimentali più interessanti e complesse. Ma per quello c'è già in cantiere un terzo Cattivissimo Me. I Minions rimane un film divertentissimo e adatto a ogni età. E so che avrete, volenti o nolenti, già la casa impestata da quelle diavolerie gialle... e magari non ve ne siete ancora accorti...
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venerdì 25 settembre 2015

Orfani: Ringo nn. 11 e 12 - il gran finale della seconda stagione




Sembra che il futuro del genere umano stia in Svizzera. Ma per arrivarci bisogna percorrere un lungo tunnel sotto una montagna. Un budello buio pieno di morti ammassati che ci ricorda uno dei capitoli più belli dell'Ombra dello Scorpione di Stephen King.
E' qui che avrà luogo il più cruento scontro di tutta la serie tra Ringo e i Corvi, un autentico massacro, scritto con vena sanguigna da Recchioni e Uezzo, splendidamente sintetizzato dal titolo del volume 11, "Death Metal". I disegni di Olivares sanno essere dolci e crudeli. Personaggi sorridenti e pieni di speranze ci vengono un minuto prima presentati e subito dopo falciati via, non una impressionante resa splatter, come se fossero fili d'erba. L'azione è travolgente e concitata, non c'è un solo attimo di respiro in una autentica maratona del dolore. I paesaggi sono "organici", traboccanti di masse in movimento, il tratto dei personaggi trasmette appieno la disperazione che caratterizza questo frangente narrativo. I colori della Pastorello si adeguano alla strage visiva, saltano con violenza dal blu al rosso acceso trovando una loro dimensione in una tavola per lo più nera, accesa solo dalle luci scaturite dalle armi al laser e dallo scoppio dei proiettili. Un numero davvero intenso che si chiude con un grosso colpo di scena.


Dopo la violenza visiva del numero 11, il numero 12, "C'era una volta...", sempre scritto da Recchioni, trova una strada tutta sua per chiudere il secondo ciclo della testata. Ne nasce un autentico inno alla vita che chiude in modo circolare questi primi 24 numeri. Si torna a parlare di speranza, di futuro, di padri e di figli che si danno la staffetta per continuare la storia della razza umana. Sul finale si ha  un forte senso di deja vu, malinconico. Recchioni trova un inaspettato lirismo, anche se da pagina 73 non dimentica di ricordarci che rimane un simpatico tamarro. Siamo già puntati verso ottobre, verso il nuovo ciclo di Orfani, il terzo. Siamo davvero curiosi e impazienti.
I disegni di Zaghi ci riportano molto alle atmosfere dei primi numeri della prima stagione. Tornano i soldati un po' superuomini e l'atmosfera ordinata e precisa di un comics americano mainstream. La violenza, dopo l'overbooking del numero precedente, è drasticamente ridotta, accennata di sfuggita nel fuoricampo. Bellissime le tavole finali che affrontano con estrema eleganza situazioni diversissime, annullando un apparente contrasto emotivo grazie a un utilizzo non banale della luce orchestrata anche grazie al colorista Niro. E sempre in merito ai colori Niro, pur nel recupero delle atmosfere visive degli esordi (patinate e dai contrasti cromatici tenui), ci regala tocchi di classe come le indovinate tavole acquerellate per le scene oniriche. La serie si conferma visivamente ottima anche sul finale.

Esistono molte ricette per cucinare corvi?

Questo secondo anno della testata ci è piaciuto, ci ha conquistati da subito con la sua Italia post apocalittica, con i suoi bambini perduti e corvi cibernetici, con la sua violenza visiva ed il suo lirismo. Nel finale tutti i tasselli sono stati messi al loro posto, lasciando giusti spiragli per una prosecuzione delle vicende. Ringo è stato un mattatore assoluto, un eroe anti convenzionale, duro e inflessibile, ma capace sempre di abbassare le sue barriere emotive e di scegliere la via dell'amore famigliare e la speranza nel futuro, contro tutto e contro tutti, in un mondo dilagante di paura e di guerra. Ci siamo affezionati a lui e ai suoi figli. Le storie che abbiamo preferito sono quelle in cui compariva l'elemento onirico, ma ci siamo divertiti molto anche nei numeri di "caccia all'uomo". Davvero rimarchevoli invece quei racconti che hanno saputo giocare con la satira e la storia italiana odierna, storie che vorremmo vedere più spesso nella editoria italiana. Possiamo dire dalle nostre previsioni (che abbiamo ritenuto di non condividere fino ad ora per non spoilerare) di averci beccato suo finale di serie, ma che la storia ci ha sorpreso per un elemento in più, che non avevamo calcolato, a cui in questo finale si aggiungerà di sicuro un elemento extra. Abbiamo già un'idea, ma credo che saranno già in molti ad avercela, su chi sarà magari il protagonista o i protagonisti della quarta stagione. O forse ci sbagliamo e saremo nuovamente sorpresi da qualche svolta narrativa. Non vediamo l'ora di leggere i nuovi numeri. 
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lunedì 21 settembre 2015

Dragonero n. 28: Cacciatori di Kraken


Doveva succedere, ormai era diventato inevitabile. Nonostante la gita in montagna con il CAI di Ian del numero 27 avesse raffreddato i suoi bollenti spiriti, permettendo alla coppia dei nostri eroi di trovare il giusto tempo per stare da soli, rilassarsi e riflettere sul loro futuro, la quiete nella casetta in riva al mare di Solian non sembra essere in fine ancora arrivata. Il tradimento con la ragazza punk dal grande uccello da esplorazione, consumato tra i flutti della cascata dello sciampo Badedas nel numero 26, rimane una ferita ancora troppo aperta. E così Ian, dopo altre interminabili notti di incomprensioni, scenate,  grida e piatti rotti, con i Khame Adwerte che si sprecano, decide di prendere la bambina e portarla con lui da sua madre, lontano da quell'orco rancoroso e insensibile. Ha voglia di staccare di nuovo e dedicarsi alla versione fantasy del paracadute ascensionale, la caccia al Kraken.


L'occasione arriva dritta dalla costa est dell'isola degli orchi, dalla città portuale di Awanart. Un kraken d'aria di proporzioni gigantesche sta facendo brutto ed è già pronto per affrontarlo un equipaggio di cacciatori armati di nave volante, scialuppe a deltaplano, arpioni e un carico spropositato di Red Bull. E naturalmente gli scout imperiali sono invitati alla festa. Ma prima del divertimento c'è sempre tempo per andare a trovare il saggio Alben, che consiglia, consola e questa volta, in via eccezionale, si offre come  dispensatore di retroscena sulla vita del nostro Dragonero più che un numero di Diva e Donna. Riusciranno i nostri eroi ad abbattere il mega - kraken, che di fatto fa più danni di un tornado e sembra pure avvolto da uno strano mistero? Ma soprattutto, cosa che ci interessa di più, come  finirà questo tragico complesso di Peter Pan in cui è caduto Ian? Tornerà da questo viaggio come un adulto responsabile che vuole mettere su famiglia o diventerà negli anni il classico cinquantenne imbruttito, che rimorchia semi-minorenni davanti a una discoteca riminese grazie al capello lungo da Sandy Marton e il Ferrarino?


Wow, fesserie a parte questo numero sembra un mix Fantasy di più programmi che danno su DMAX, da Cacciatori di Tornado e Sword-Fish: pesca in alto mare. Il tutto condito con splendidi bestioni giganti - volanti direttamente usciti dalle pagine di H.P. Lovecraft. Un po' disaster movie, un po' Moby Dick per quel gusto nel descrivere strumenti da caccia, vele e gergo marinaresco. La trama del numero, che continuerà nel numero 29, è davvero divertente, veloce e carica di scene d'azione. In più il buon Vietti decide di raccontarci qualcosa di più sul passato di Ian e ci incuriosisce accennando a sottotrame future che non vediamo davvero l'ora di leggere. E se la trama scorre a meraviglia, i disegni di Francesco Rizzato sono davvero spettacolari. Un tratto realistico e pulito, buon senso dell'azione, scenografie in cui cadere dentro in una sorta di Sindrome di Stendhal, cura maniacale dei dettagli tanto per i soggetti quanto per i veicoli. Il Kraken è una creatura enorme e minacciosa ed enormi e minacciose per estensioni visive sono le tavole in cui viene ritratta. Intere città riprese dall'alto mattone per mattone che sfuocano in lontananza, dalla prospettiva del mostro, regalando un senso di vertigine. Il cielo che pare diventare sempre più nero, fino quasi a far temere che stia cadendo sulla terra mentre piccoli uomini lo guardano intimoriti, mentre l'infinita sagoma multiforme della creatura copre le città. Anche quando il mostro non è in scena viene spesso mantenuto il senso del volo e il senso di caduta imminente, a schianto. Libertà e morte. Ian si sposta a cavallo di una viverna mentre sotto di lui il paesaggio è piccolo piccolo, tra boschi e brughiere. Rivediamo nella sua traversata l'imponente Tectuendart e un nuovo spettacolare luogo in cui secondo me torneremo, presto, sempre dall'alto, in esplorazione a volo d'uccello (pag 20-27). Un capitolo a parte lo merita lo studio e rappresentazione dell'aeronave, con le sue vele e ingranaggi, i boccaporti, le scialuppe e gli ailanti a volo planare. Un mix esaltante. Difficile scegliere i disegni migliori. Straordinarie le prime pagine, cupe e disperate (5-19), suggestive le ultime (74-88). Un numero davvero buono che ci fa fremere per la lettura della seconda parte di questa storia. 
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venerdì 18 settembre 2015

The last witch hunter - il nuovo trailer del film in uscita a fine ottobre!


Nel medioevo Kaulder (Vin Diesel) faceva parte di un esercito silenzioso che per secoli aveva combattuto nell'ombra della storia contro le streghe, contrastando l'avvento dell'apocalisse del male nota come  Black Death (che non so come tradurranno in Italiano, visto che qualcuno a fine anni '70 ha tradotto in un celeberrimo film Dark Star in Morte Nera...forse faranno a cambio e chiameranno qui l'evento sabbatico massimo Stella Nera?). Kaulder era riuscito a colpi di lama a farsi strada tra le schiere della potente regina delle streghe (Julie Engelbrecht)a confrontarsi con lei e infine sconfiggerla. Ma in fin di vita la donna maledisse Kaulder, condannandolo alla immortalità. Passarono gli anni, il cacciatore vide la sua famiglia morire e il dolore di non potere ricongiungersi con lei inaridì il suo cuore al punto di tramutarlo in un assassino spietato. Per secoli continuò a sterminare legioni di streghe, mentre le fila dei suo compagni si attottigliavano sempre di più, fino a che non rimase l'ultimo del suo ordine. Con il tempo però anche la regina  trovò l'energia per risorgere e ai giorni nostri si prepara a confrontarsi di nuovo con il suo nemico. È più potente di allora, Kaulder è solo a contrastarla e la Black Death è quantomai vicina a realizzarsi.
The last witch hunter guarda dritto nelle palle degli occhi il cult movie di Russell Mulcahy Highlander, con protagonista Christopher Lambert e con la straordinaria colonna sonora dei Queen. Forse per distanziarsi da quest'ultimo'ingombrante paragone musicale, il trailer ci regala una comunque apprezzabilissima cover di Paint it Black.


L'atmosfera, i colori, una storia che sbalza tra passato e presente tra onore, amore e maledizione. Il cocktail è quello, con l'aggiunta di una ricca innaffiata di effetti speciali e splatter, il budget è ambizioso, sui 90 milioni, la voglia è farci un brand, aggiungere Kaulder a Riddick e Toretto nella stanza degli eroi tormentati di Vin Diesel, magari in attesa che si abbiano nuove notizie del suo Xander Cage. Se Christopher Lambert divideva lo schermo con Sean Connery, qui Vin Diesel potrà contare su un equivalente mostro sacro come Michael Caine. Il cast è poi ricco di attori interessanti come Elijah Wood, che dismessi i panni di Frodo abbiamo amato nel cazzutissimo e nerissimo Maniac e qui vediamo in un inedito ruolo di sacerdote (che speriamo non toni a somigliare troppo a Frodo). Attori come Rose Leslie, che ha incantato gli spettatori del Trono di Spade con la sua selvaggia e tenera Ygritte. Certo c'è da valutare se tutte le streghe del mondo capitanate da Julie Engelbrecht saranno in grado di farci spaventare a morte quanto il Kruger,  il cacciatore di immortali interpretato da Clancy Brown. C'è da valutare se la toria avrà il medesimo fascino e malinconia. Ma sentiamo di volere bene al progetto. Il regista Breck Eisner era partito malissimo nel 2005 con un brutto adattamento di Clive Cusser, Sahara, con protagonista, nel ruolo dell'avventuriero Dirk Pitt, uno sperduto Matthew McConaughey. Ma poi nel 2010 ci aveva sorpreso con il suo remake di The Crazies, La città verrà distrutta all'alba, confezionando un prodotto sanguigno come si conviene ma anche ben ritmato, scorrettamente ironico e ben confezionato. La sceneggiatura di questo The Last Witch Hunter raccoglie delle penne interessanti come Matt Sazama e Burk Sharpless, già dietro all'interessante Dracula Untold (e ovviamente noi non vi abbiamo ancora fatto la recensione ma provvederemo) già  accreditati per il blockbusterone Gods of the Egypt con Gerard Butler, ossia il "nuovo" Scontro di Titani Warner in salsa egizia. Ad affiancare i due c'è poi Cory Goddman, sceneggiatore del prossimo Underworld nonché dello sfortunato Priest (tagliuzzato, incasinato, bruttarello ma con qualche guizzo mica male... il classcio film di Paul Bettany pre Avengers: age of Ultron). Gente che ci mastica con le atmosfere gotiche e con i mostri, il che non dovrebbe essere un male, anche se legati a un tipo di scrittura leggera e frizzantina, ideale per portare in sala anche il pubblico più giovane. Lo score  musicale è affidato a un esperto come Steve Jablonsky, che tra sue le mille opere (tutte quelle prodotte o dirette da Bay nel recente) è riuscito a scrivere anche per i nuovi adattamenti di horror come Non aprite quella porta, Venerdì 13 e Nightmare. Alla fotografia c'è Dean Semler con una carriera che parte da Mad Max 2, prosegue per Apocalypto e arriva ai qui similari colori sgargianti di Maleficent.Tanti buoni spunti che andranno ovviamente confermati con la prova in sala. Il rischio è un nuovo brutto Constantine o un nuovo Legion o un nuovo Priest. Ma se l'opera avesse le ali per volare verso un Highlander o anche solo per adagiarsi sui toni di Hansel e Gretel Witch hunter noi saremmo più che contenti. Vin Diesel è il nostro secondo pelatone preferito (il primo è Jason Statham), ci ha sempre divertito, ci mette sempre un sacco di impegno nei suoi film e qui ha pure una spada di fuoco. Che fosse il suo Kauldel il maestro di vita di cui parlava Verdone in Un sacco bello?


In effetti le similitudini ci sono... E ora raccogliamoci tutti in preghiera e speriamo di andare a vedere a fine ottobre in sala un film bello. Incrociamo le dita. 
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giovedì 17 settembre 2015

Fantastic 4 - la nostra recensione


Premessa
Quando un film è brutto, ci sono molti modi per definirlo.
Per qualcuno è simile a quella produzione naturale che creiamo in genere seduti sopra una tazza di ceramica. Un mio amico aveva applicato alla sua tazza dei braccioli (era artigiano e forse pazzo) perché diceva che nell'elaborazione ci metteva parecchio impeto. Tuttavia quello speciale tipo di produzione saltuariamente si presenta con forme soffici e buffe similari a un cono gelato.

E in fondo, con il giusto sarcasmo di un maestro dell'umorismo come Toriyama, quello stesso prodotto può sembrarci anche buffo...


Il paragone quindi non può valere per Fantastic 4 di Josh Trank. Ma ci viene incontro un altro modo di intendere il cinema come non esattamente piacevole alla vista. Il paragone è riferito a quegli oggetti, magari non freschi, che decidiamo di contenere in raccoglitori atti allo smaltimento.


Solo che questi oggetti possono essere disposti in modo ordinato e di fatto limitare inutili sprechi di sostanze grazie al riciclaggio.
Senza contare che al giorno d'oggi i contenitori sono anche sgargianti, ordinati e danno un senso di "pulito".


Pertanto Fantastic 4 non è simile nemmeno a questa categoria merceologica. Ma non ci sconfortiamo, gli esempi sono tanti! Spesso i film brutti si paragonano a quanto può capitarci quando ci sentiamo male, magari dopo venti chilometri di tornanti in una macchina stretta.
Puro esistenzialismo...


Tuttavia quel gesto assume saltuariamente valenze profonde, ci mostra deboli al mondo e vulnerabili.
E non è esattamente quello che comunica Fantasic 4. Si potrebbe dire che è una mostruosità, una accozzaglia di roba messa male.



Ma ci sono anche mostruosità belle in giro...
Non è quindi facile catalogare Fantastic 4. Ma ci vogliamo provare comunque.
Le prime sensazioni quando il film era ancora allo stato embrionale.
Ho applaudito Josh Trank quando nelle sale è uscito il suo superhero-movie "disfunzionale" Chrinocle. Da grandi poteri derivavano grandi responsabilità, insegnava Spiderman. Ma cosa poteva succedere se un ragazzo, diventato superuomo per un fortuito gioco del destino, decideva di fregarsene delle responsabilità e voleva solo far esplodere il suo rancore? Era quello che succedeva in Chronicle al bravissimo Dane De Haan, che per questa interpretazione pazza e sopra le righe si guadagnava in seguito il ruolo di Green Goblin nel secondo Amazing Spiderman di Webb. E sempre per Chronicle, per la sceneggiatura, Max Landis sarebbe approdato all'ottimo American Ultra e al prossimo Victor Frankenstein. Sempre per Chronicle Josh Trank fu scelto, come un altro giovane regista, Gareth Edwards, per dirigere le nuove storie di Star Wars al cinema. Un parallelo che risulta a oggi emblematico, perché da un piccolo film entrambi sono stati chiamati, prima di intraprendere la avventura spaziale della loro vita, a tradurre la loro personale visione del cinema in pellicole a budget più alto. Edwards traduceva il suo Monster in Godzilla, con il successo che ne conseguì. Trank fu chiamato a fare altrettanto, trasporre le atmosfere del suo Chronicle a vantaggi di un gruppo di supereroi storici, a livello di comics ancora grandi grazie ai cicli di Millar, Ellis e Hickman, ma cinematograficamente bruciati da due film parecchio sotto le aspettative a firma di Tim Story. L'idea era ringiovanirli secondo il modello delle serie Ultimate (come fatto per tutti o quasi i film Marvel del resto). La storia ripercorreva esattamente i primi albi Ultimate, infanzia e zona negativa compresa. Trank avrebbe tolto il sense of wonder per distillarci dentro più incoscienza giovanile e una spiccata vena horror. I nostri protagonisti sarebbero diventati eroi dopo aver subito un supplizio degno di un film stile Hellraiser e nel film qualche traccia di questa idea è rimasta. 


Il momento successivo all'acquisizione dei poteri  è deliziosamente macabro. Mr Fantastic, l'uomo di gomma, appare rigirato su un letto di ospedale con gli arti allungati tesi, un'immagine che ricorda la tortura medioevali della "ruota" usata contro le streghe. La torcia umana, interpretata da un attore di colore, sembra un cadavere, immobile su un tavolo che pare un forno crematorio, brucia di continuo e non può non far venire in mente un macabro capitolo della storia americana. La cosa, l'eroe composto di roccia,  non riesce a staccarsi dal pavimento, diventata un unico blocco di pietra, piange e  invoca aiuto. La donna invisibile cerca di ricomporsi rigenerando i suoi organi interni ma continua a dissolversi. Immagini terribili. Pure i costumini blu colorati classici qui sono stati reimmaginati come abiti da sartoria gotica degna di Edward Mani di Forbice. Il look, lo stile di ripresa, i colori spenti. Da Trank tutto di questa scena da una precisa idea di quelli che Trank voleva. Un horror. E incredibilmente mentre assistiamo al primo tempo della pellicola ci sembra che non aveva tutti i torti nel scegliere questa impostazione.
Breve sinossi
Il film si apre con Reed Richards e Ben Grimm bambini in un quartiere difficile, vittima di bulli e famiglie violente. Reed sogna di andare via e ancora ragazzino delle medie lavora alla sua macchina volante. Ma non gli basta, vuole andare via ancora più veloce, accantona l'auto e si dedica a un teletrasporto da presentare alla classe. Reed è un genio e può realizzare quello che vuole, ma per tutti è solo un bambino che le spara grosse. Per tutti ma non per Ben, che scova Reed a trafficare tra i rottami d'auto dello sfasciacarrozze che gestisce suo padre. Cerca un trasformatore e se Ben può procurarglielo gli farà assistere all'esperimento di teletrasporto. Che non riesce poi benissimo ma cementa una bella amicizia che si consolida al liceo. Solo che lo scenario è lo stesso. Reed spara idee troppo grandi e geniali e viene squalificato alle gare di scienze perché sembra che il suo teletrasporto sia solo un trucco da prestigiatore. Ma qualcuno si accorge di lui, il dottor Storm, che lo invita alla fondazione Baxter, dove da anni stanno cercando di realizzarlo davvero, il teletrasporto. Ben non può seguirlo, non è un genio nonostante l'impegno, Reed è solo in un nuovo mondo, lontano dai bassifondi, lontano dalle botte. Qui incontrerà Sue, la geniale figlia adottiva di Storm, il complicato, anarchico ed egocentrico Victor e l'esperto d'auto e scavezzacollo Johnny Storm. I lavori funzionano, creano un portale verso una nuova dimensione e sono pronti a esplorarla. Peccato che arrivano gli uomini della NASA, gli chiedono di farsi da parte, il gioco è finito. Ma per una botta d'orgoglio i nostri scazzano, decidono di esplorare loro il nuovo mondo. Si ricordano i primi astronauti del resto, non gli uomini che li hanno mandati nello spazio. Arroganza e irresponsabilità fanno il resto. Si compie il loro peccato e come regola di tutti gli horror pagheranno, diventeranno dei mostri deformi. Più cenobiti di Hellraiser che supereroi. Il film doveva continuare teoricamente così, descrivendo quello che accadeva pochi istanti dopo. E invece di colpo ci troviamo nel secondo tempo, con vertiginosi stacchi temporali e una pellicola che diventa di colpo confusa, grottesca, superficiale e soprattutto brutta.


Ma che diavolo è successo?
Qualcuno in corso di marcia deve aver cambiato idea sul progetto. Forse la Fox, forse il regista, forse tutti e due. Nessuno lo sa o lo saprà mai. Trank dà la colpa ai produttori che hanno girato scene a sua insaputa, la Fox dà la colpa al regista perché non ha "comunicato" con le maestranze. Sta di fatto che qualcuno quell'horror supereroistico non lo voleva proprio vedere. Vuoi perché i personaggi in questa versione sono orrendi e non venderebbero un solo pupazzetto, vuoi perché con tizi così cupi impostare il ventilato crossover con gli X-Men diviene impossibile. Troppo tardi per rigirare tutto, con in testa un nuovo film dei Fantastici che ri-resetti tutto (schedulato 2017) decidono di distruggere il film di base e riscriverci sopra (e male) una più canonica trama supereroistica sulle origini. E per sputtanare del tutto Trank, che probabilmente hanno in odio, consigliano alla Disney di recidere il suo contratto per Star Wars. Ma non potevano intervenire prima? Possibile si siano buttati tanti soldi? Ma alla fine come sono state aggiustare le pezze che hanno riscritto il film?
Il secondo indegno tempo
Come dicevamo, forse il primo si salvava, aveva alla base un'idea chiara e la sviluppava.
I giovani scienziati cercavano di trascendere i limiti umani e venivano puniti: il loro teletrasporto aveva aperto una porta per l'inferno e loro ci erano finiti dentro. Logica avrebbe voluto quaranta minuti di slasher duro, con decine di persone finite squartate a causa di un certo dottor Destino e mostri mutati vari fuoriusciti dal portale (che nel fumetto ci sono) con i nostri eroi resi orribili che cercavano di fermare la sua corsa. Magari con Reed che si allungava fino a sembrare una corda umana, con Sue che mostrava i suoi organi interni come un pupazzo anatomico perché non gestisce i poteri, Johnny con gli occhi da diavolo che per errore dava fuoco a qualcuno e con la Cosa che come in un numero di Ultimate finiva per schiacciare la testa di Doom comprimendola. Solo che, cacchio, questo sarebbe di base un fumetto con una lunga tradizione di storie per bambini un po' secchioni, non si poteva proprio vendere come una variante cosmica di Wrong Turn. E allora non sarebbe stato abbastanza chiaro ai produttori, bozza alla mano, che l'operazione non aveva un minimo di senso fin dal nascere? Se quelli non erano formalmente i Fantastici 4 ma ragazzetti "x" come in Chronicles tutto poteva funzionare meglio e farli rientrare della spesa. Perché era chiaro come il sole che Trank voleva l'horror e non gliene fregava nulla del fumetto di Stan Lee e Jack Kirby. Non so se sia stato un caso di eccessivo lassismo degli Studios o imprudenza pura di un regista disinteressato alla materia. Forse una combinazione dei due. Ma senza lo slasher il film non poteva andare avanti, la prima parte si era presa tutto il tempo del mondo per arrivare a quello. Un'ora di salita per poi far partire le montagne russe. E invece no. Decisero che il resto della pellicola dovesse essere inqualificabile. Ci sono così tanti buchi narrativi tra una scena e l'altra che sembra di essersi appisolati più volte tra una scena e l'altra, solo sbattendo le palpebrfe per due secondi, inconsapevoli di come dal punto "a" si sia passati al punto "b". Tutto accelera troppo. Viene subdolamente e progressivamente imbastita una infernale scaletta di eventi che per essere raccontati richiederebbero iol doppio del tempo, eventi volti ad arrivare alla fine  nel modo più veloce possibile, una marcia così forzata che ignora di colpo di raccontarci chi sono i nostri protagonisti per far parlare i "fatti".
Sembra che qualcuno (produzione o regista o mister x) sia stato di colpo preso da un raptus suicida da correzione della trama "in corsa". Come quando alle medie si scopre di essere fuori tema a quattro minuti dalla consegna dell'elaborato e già si sta scrivendo su bella. Presente quella corsa delirante contro la morte in cui si buttano alla rinfusa pensierini a caso per rendere plausibile il suggerimento di un compagno che ha già consegnato e sta andando a casa con la cartella fatta sorridendo? Forse uno dei momento più brutti della vita di chiunque.
E il suggerimento mortale del compagno secchione è "butta via tutto, rifai da zero il film titoli di testa compresi o quasi!! Ma che hai combinato finora? Ma come si fa a fare un horror con i supereroi? wah ah ah ah ah ah ah" . Impanicamento a palla, fogli che si strappano, la biro che non scrive, imprecazioni, sangue che pompa nelle vene a mille, delirium tremens. Finirà "abbrutto". In quaranta minuti di secondo tempo succederà: addestramento militare, paura di usare i poteri, ritorno di vecchi problemi, pseudo questioni di carattere familiare, tradimenti, nuove caratterizzazioni per i personaggi ( alcuni stronzi di colpo) , conflitto , sconfitta , nuovo scontro , soluzione, nuovo status, nuovo giro, nuovo conflitto titoli. Tutto buttato così, ogni tre minuti si gira la ruota, si cambia l'ambientazione, si ribalta l'effetto di scene viste pochi secondi prima. Non è nemmeno descrivibile a parole questo delirio creativo...
 Nel primo tempo qualcosa di interessante c'era. Avevano un poco conosciuto Reed e Ben bambini, per un secondo o due avevamo sperato di trovarci in un film per famiglie anni '80 come Explorers con qualche tocco di Stand by me. Poi eravamo arrivati al laboratorio della fondazione Baxter, alla gara a chi ha il cervello più grosso combattuta a colpi di formule matematiche e disegni, ma di Victor, Sue e Johnny non abbiamo saputo quasi nulla. Victor dovrebbe essere un anarchico con un sacco di follower sulla rete che sbava per Sue. Sue dovrebbe essere una tipa che "capisce gli schemi matematici", qualsiasi cosa questo possa significare e per questo sarebbe stata adottata dal Dr Storm, un genio in famiglia a compensare un figlio poco cervellone che ama correre in auto. E giuro non c'è molto altro. 



Anche nel primo tempo però c'è un salto temporale immotivato, giustificato con la scritta infame su schermo "mesi dopo", che in un attimo fa passare il concetto che i ragazzi si conoscano da qualche mese. E la caratterizzazione muore li', è l'inizio della "fine" della pellicola. 
Ma sono peccati venali rispetto a quanto accade nel secondo tempo.
 
Ho letto di scene girate e tagliate che "dovrebbero sistemare" un po' le cose ma lo spettatore non può essere un indovino e dovrebbe essere accompagnato in un percorso emotivo. Siamo per tutta la durata del secondo tempo in compagnia di estranei. Neanche ci viene mostrata la classica fase di training in cui l'eroe impara a gestire i poteri, che sarà pure fanservice becero ma che qui un senso lo avrebbe avuto eccome, giusto per empatizzare con i personaggi. Continui salti in avanti nel tempo di tot mesi e ciao, ma questo è davero criminale. Si passa da un momento in cui i fantastici sembrano in stato comatoso o quasi,  succubi dei loro cambiamenti fisici,  a uno in cui, comunicatoci con una scritta che è passato un anno, stanno tutti ok, hanno imparato a padroneggiare i loro poteri e son pronti alla battaglia finale. Che risulta un autentico caos visivo (non in senso buono), deprimente, di difficile comprensione  e per nulla epico.L'effetto è così assurdo che sembra di immaginare un bambino di tre anni che muove per aria dei giocattoli. Infine, ciliegina, un finale così decompresso e inutile che urla vendetta. Poi si accendono le luci in sala e il pubblico è libero di scappare. Per me a Guantanamo la programmazione di Fantastic 4 avrebbe il suo perché.
Mamma lo spreco. Avevamo già parlato del cast e delle good vibrations che ci trasmetteva (qui il link). Sono tutti attori bravissimi e qui letteralmente sprecati. La caratterizzazione "digitale" dei personaggi è davvero spaventosa, funziona benissimo per un horror ma non per un film per ragazzi. Il Doom che incede nel laboratorio andato a scatafascio deviando proiettili,  con la Cosa massiccia che lo segue per i corridoi e la Torcia che si "infiamma" per esaminare il perimetro costituiscono una magnifica scena di uno-due cavolo di minuti massimo di puro, sano horror. Se fosse stato così tutto il secondo tempo, mannaggia. Belli gli effetti speciali anche se usati male (soprattutto nel finale), bene i costumi, buone le musiche.
Ci sono film brutti che hanno più dignità e spunti narrativi. Film da tre lire che ce la mettono tutta per farsi amare e ce la fanno pure. Film senza pretese ma fatti con più affetto di questo colossale pasticcio targato 20th century Fox, che si becca tutte le pernacchie del mondo nonostante rechi sul cartellone "dagli stessi autori della saga di X -Men"
I film brutti per lo meno riescono a volte, se brutti forte, a essere ricordati. Questa pellicola di Trank è invece già destinata a peggio, all'oblio. Non diverte, non spaventa, non commuove e in sostanza non ci frega nulla di 'sta cosa già un paio di minuti dopo. Si parla in rete di molto materiale girato, ultimato e all'ultimo cut tolto. Chissà se in home video cercheranno di aggiustare le cose con una extended, unrated o roba così. Sta di fatto che il franchise è appeso a un filo e non è di certo colpa del fumetto, ma di produttori che lo hanno sempre trattato come fosse sterco. Perché il film annunciato con Clooney e la Zelwegger si è tramutato nel brutto dittico di Story? Perché hanno permesso a Trank di farne un horror per poi distruggere all'ultimo momento tutto? Possibile che questi personaggi siamo così poco amati da non essere mai tradotti per quello che sono e rappresentano per i lettori? Uomini di scienza, esploratori, una famiglia. Reed Richards è l'uomo che nei fumetti ha battuto Galactus, l'eroe che ha indossato il Guanto dell'Infinito. Nonostante venga chiamato "gommolo" e abbia un potere ridicolo è uno dei più gradi personaggi di sempre della casa delle Idee. Sue Storm oltre a essere madre di Valeria e Franklin è ambasciatrice terrestre presso razze aliene. Johnny Storm è stato araldo di Galactus come Silver Surfer. Ben Grimm ha buttato più volte giù Hulk, impresa che non riesce a nessun altro. Victor Von Doom è scienziato, alchimista, sovrano di un regno stile Dracula e comanda eserciti di robot-cloni di se stesso. Capisco che sono tutte fesserie da nerd patiti di fumetti, ma questi personaggi hanno un mare di suggestioni da offrire e al cinema sono ridotti a macchiette e poco più. Spero vivamente che ci sia un recasting per la nuova pellicola prevista nel 2017.
La mia wish list attuale comprende Hugh Laurie (mr fantastic), Sharon Stone (Sue Storm), Bryan Cranston (Ben Grimm), Aaron Paul (Johnny Storm) e Ralph Fiennes (Doom). Li voglio adulti. Li voglio contro gli Skrull. Li voglio divertenti. Ma so che non li avrò e punto.
Spero solo di non assistere di nuovo a uno scempio come questo. Che i produttori tornino a fare i produttori e lascino dirigere i registi. O che almeno leggano una sceneggiatura prima di buttarci dentro 120 milioni. Perché se questo è il nuovo andazzo, registi promettenti non passeranno più a produrre pellicole commerciali. Però. Non è detto che questo aspetto sia un male... 
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P.s. Dalla regia mi chiedono come sono le scene d'azione. Non ce ne sono. Giusto micro - spunti da 4-5 minuti di durata massima per tutta la pellicola. Una tristezza sconfortante. Come avere un fuoco d'artificio e prima di lanciarlo buttarlo in un secchio d'acqua .
P.p.s. Quindi che tipo di film è questo Fantastic 4? È un film da guardare con il televisore spento. Vedrete, sarà una esperienza più eccitante... 

martedì 15 settembre 2015

Dragonero n.27: gli artigli del cervo


Algendart meridionale. Territori dell'Enclave. Freddo boia. Dragonero è solo tra le lande innevate, in missione per conto del CAI, sezione di Erondar. Gmor non deve aver gradito l'ultima avventura sentimentale di Ian. Quella con la ragazza punk dal grande uccello. La maledetta cavallerizza volante deve essere stata occasione di litigi continui, di "torno da mia madre", piatti infranti con i Kame Adwrerte che si sprecavano e infinite telefonate con rare pietre tecnocrati al vecchio Alben. Serviva una pausa di riflessione per far calmare i bollenti spiriti, mandare Ian lontano, ma dove non potesse fare ulteriori danni, una meta artica, isolata. Una missione da zero entusiasmo che non prevedesse alcuna presenza femminile manco per il cavolo. E scopriamo così che gli Scout Imperiali oltre a essere disegnatori di mappe ossessivo-compulsivi (vedi numero precedente) sono chiamati anche alla cura e approvvigionamento dei rifugi di montagna. Ci immaginiamo Dragonero che va così al discount di Solian a prendere scatolette di fagioli della Valle degli Elfi, carne in scatola di muflone del Superlurendar, sgombri di Hignesuhre, fiammiferi tecnocrati, paletta e scopino, sacchi grandi della monnezza. Lo vediamo così armato giungere con l'immancabile mappetta scout aggiornata a un rifugio di montagna, ramazzare, rifornire di provviste e tutto contento esaltare il fatto che grazie agli scout in quei rifugi non mancherà mai della pappa in dispensa. In fondo la gita non è così male, anche se prevede in seconda battuta di andare a cercare i classici alpinisti pirla che si perdono in montagna. Ma è strano. Nonostante i messaggi d'aiuto a mezzo piccione siano precisi e affidabili più degli sms, per Ian su quel punto della mappa non si possono essere persi, perché le nuove mappe segnano per bene la zona da più edizioni. Possibile che si avventurino nei monti turisti così barboni da non voler spendere due lire per quei magnifici pezzi di carta su cui gli scout irradiano il loro amore per il mondo? Ian vuole andare a fondo della questione e dopo la corvè al rifugio parte alla ricerca, intenzionato a non aiutarli se quelli non sottoscrivono almeno un abbonamento annuale al giornalino degli Scout. Sulla strada il nostro eroe incontra un tizio enorme a cavallo di un animale da cui si ricaverebbero ottimi hamburger. È un cacciatore, un figlio di Olhim, con in testa un copricapo ricavato dalla testa di un cervo, fantastico per appenderci lattine di birra. Ian come il codice dei cacciatori comporta scambia del cibo con lui. I due si salutano e ognuno sulla sua strada. Ne riceve in cambio squisita uva passa, con la quale Gmor potrebbe guarnire il Das Rotolonen di Ernst Knam, come avevano visto insieme nell'ultima puntata di Bakeoff Italia. Tempi che ricorda con nostalgia. Finalmente il nostro eroe giunge dai dispersi e... sì, aveva ragione, quei tizi usavano una mappa non aggiornata, una cinesata. Ma perché si trovano qui, cosa hanno fatto e perché temono che qualcuno di molto arrabbiato e con una testa di cervo in testa possa seguirli? Forse potrà avere alla fine una razione extra di quell'uva passa.

Fesserie a parte, ci troviamo davanti a un racconto di vendetta dai toni decisamente macabri, un indiavolato ritmo narrativo e una ambientazione insolita. Nella neve qualcosa di sinistro si muove e subito Enoch ci porta dalle parti di pellicole come The Thing e The Grey, storie di uomini, tutti sudati, trasandati e spaventati, in totale assenza di donne. Uomini che vivono ai confini della terra, soli e male equipaggiati, davanti a una natura ostile e implacabile che decide di giudicarli come un deus ex machina per i loro peccati. Pellicole horror quanto action che finiscono spesso malissimo, con il sangue  che colora di rosso la neve. Al centro della vicenda, motore emotivo del numero, c'è un uomo così disumanizzato dalla disperazione da trasfigurarsi in un demone. Non riusciamo a scorgerne il volto, il copricapo ricavato da una testa di cervo lo fa assomigliare a uno spirito silvano. La sua cavalcatura è minacciosa con le sue corna ricurve, è pesantemente armato e sopra i vestiti porta una specie di cintura di teschi. Si muove come un fantasma, come John Rambo, impala i suoi nemici nel modo più brutale e strappa arti con la sua accetta, come Jason di Venerdì 13. E non incede di un passo. Incarna alla perfezione il "dead man", l'eroe che agisce da suicida perché non ha nulla da perdere, perché in fondo è già morto come il Punisher della Marvel, come Il Corvo, come Mad Max. Ha le sue ragioni per quello che fa, ma la sua umanità è ormai persa, il destino segnato. Sulla sua strada incontrerà Dragonero, dalla parte sbagliata della sua "giustizia" e qui le cose si faranno interessanti. Ne scaturirà  una divertente e insolita caccia all'uomo dove i ruoli di cacciatori e prede si confondono. Enoch confeziona un bel thriller dalle atmosfere forti e dal gusto amaro, che incolla dalla prima all'ultima pagina. I disegni di Luca Malisan puntano tantissimo sul realismo per trascinarci ancora di più nell'incubo. I suoi paesaggi sono vividi, molto carichi di ombreggiature e sfumature.
Ricordano per dettaglio e cura il Gon di Masashi Tanaka. I suoi personaggi sono invece dotati di un fascino plastico che fa tornare alla mente alcuni lavori di J.G.Jones. L'aspetto grafico di questo volume è di forte impatto. Un altro bellissimo numero per questa collana. Un One-shot travolgente, ben scritto e disegnato. Peccato non ci sia una, dico una, donna... per me il fantasy senza donne in bikini armate di spadoni è un po' come Rimini in ottobre. Ok, per la prossima volta però razione doppia di gentil sesso e tutto viene dimenticato. 
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lunedì 14 settembre 2015

Across the river - Oltre il guado - la recensione del dvd


Boschi sul confine tra Italia e Slovenia, Friuli orientale. Pochi giorni al Natale. Un etologo che a stenti riesce a ripararsi dal freddo con una giacca pesante (Marco Marchese) è intento nello studio del comportamento della fauna locale. Il luogo è tranquillo ma quantomai vivo, ricco di cinghiali, cervi e forse lupi. Creature che alla telecamera a infrarossi appaiono strane come fantasmi, figure in bianco e nero con occhi di un bianco così lucente che sembrano alimentati dai tizzoni dell'inferno. L'uomo si sposta in un camper attrezzato con un portatile. Compie un lavoro solitario, non ha alcun contatto con altre persone. Fa escursioni e sistema l'attrezzatura sul territorio. Utilizza telecamere a infrarossi, radio-trappola per imprimere i suoni, fotocamere perimetrali e gabbie con esche. Non si separa dalla mappa, dal registratore portatile e dalla sua torcia. Per caccia e difesa dispone di un fucile e di una cerbottana con dardi tranquillanti. E' un po' trasandato, capelli lunghi e barba non curata da giorni. Seguendo la profondità e morfologia delle impronte, analizza la stazza degli animali e i loro spostamenti, scoprendo i tratti di bosco più battuti, i luoghi di riposo. Dall'esame dei resti di animali morti risale alle  zone di caccia, dal tipo di morsi teorizza l'esistenza di branchi. Cataloga predatori e prede, registrando ogni attività con il suo microfono, l'unico strumento con cui si permette di "dialogare", rompere il curioso e multiforme suono del bosco, un'armonia carica di grugniti, dello scricchiolio dei rami mossi dai freddi venti e di silenzi assordanti, cupi. In breve riesce a catturare una volpe, a narcotizzarla con un dardo e ad applicare su di lei una telecamera satellitare a infrarossi. Segue l'animale aggirarsi nella zona di notte, fino a che questi si imbatte in un villaggio isolato dove diventa più debole la recezione del segnale. Le immagini sono disturbate, l'etologo per non perdere il suo oggetto di studio decide di avvicinarsi al paese e per questo attraversa con il suo camper un guado. Il veicolo si impantana nell'acqua, una pioggia improvvisa e costante in poco tempo trasforma il passaggio in un torrente. Ma l'uomo riesce comunque a giungere dall'altra parte, le indagini possono proseguire. 


La telecamera della volpe funziona ancora, le immagini  rivelano che è stata attaccata da qualcosa, forse è in pericolo,  ma i riscontri sul luogo fanno pensare che se la sia cavata e si trovi ancora lì, da qualche parte. Tutto sembra misterioso in quel villaggio dimenticato e di notte si sentono grida sinistre. Forse di donna, forse di un mostro. Non ci sono solo animali ad aggirarsi nella notte. Tornato di corsa,  inquieto, da un giro di ispezione in una scuola abbandonata dove crede di sentire quasi una litania di bambini, l'etologo scopre che il suo camper è sparito, che il guado non è praticabile e che privo di strumenti con cui comunicare è costretto ad aspettare lì l'arrivo dei soccorsi. Dovrà quindi abitare in quello strano villaggio abbandonato, esplorandone i luoghi più segreti e inquietanti alla ricerca di possibili vie di fuga e di vestiti asciutti da indossare, fino a che l'acqua non smetterà di cadere. E sarà un'attesa lunga e snervante, perché qualcosa di inumano è sulle sue tracce.
Torna Lorenzo Bianchini dopo la sua storia d'esordio sulle sette friulane in Radice Quadrata di Tre, dopo i suoi corti pluripremiati, dopo il diabolico Custodes Bestiae, il suo Film Sporco ed Occhi. Ogni volta migliore, più maturo e consapevole del suo talento, qui per chi scrive al suo massimo tanto come sceneggiatore che regista. Il tratto amatoriale che pur caratterizzava le sue prime opere anche in virtù di un budget davvero minimale (e parlo di cifre davvero misere, non oltre i mille euro a volte) viene qui del tutto spazzato via grazie a un interprete credibile e sfaccettato come Marco Marchese, la stupenda fotografia di Daniele Trani, la lirica colonna sonora di Stefano Sciascia per gli inquietanti suoni di Davide Piotto. Lo sforzo produttivo della Collective si sente e Oltre il Guado è riuscito finora a incantare le platee di molti festival del cinema, guadagnando un medagliere pregevole. Mancava solo la distribuzione e Cecchi Gori confeziona un dvd ricco di contenuti speciali in cui è presente anche un corto di Trani. Ma cos'è Oltre il Guado? E' un film sinistro, cupo e disperato in cui un uomo viene  risucchiato in un "incubo che cammina" che ha radici nella Storia italiana e slovena. 


Un autentico Ju-oh, una maledizione che imperversa in un luogo abbandonato. Metafora dei mille scheletri nell'armadio del secondo conflitto mondiale, specchio del decadimento progressivo di molti paesi delle zone di montagna del nord Italia, non solo friulano, che l'inurbamento ha trasformato con gli anni in luoghi spettrali, disabitati dopo che anche gli anziani, gli ultimi che li lasciano, sono passati a miglior vita. Luoghi di cui si riappropria la natura, giorno dopo giorno, eliminando ogni traccia umana. E ce ne sono così tanti e così spettrali di loro che Bianchini ha trovato tutto quello che gli occorreva per il suo horror da uno di loro, Topolo', come spiegato nell'interessante documentario inserito nei contenuti speciali. C'erano già le case, i vestiti, le foto, una location naturale perfetta. Per le telecamere ha chiesto in prestito l'arsenale classico degli etologi. Le loro registrazioni degli animali in notturna, i loro visori e rilevatori sonori, le telecamere da far portare agli animali. Tutto materiale da lavoro che sembra straordinariamente adatto a un horror, al punto che dopo l'intuizione di Bianchini di utilizzarlo in questa pellicola mi immagino che saranno in mille a rubargli l'idea. Ed è singolare e pazzesco allo stesso tempo constatare come un animale-cameraman riesca a fare riprese da found foutage molto più logiche, chiare e meno mosse di un qualunque film epigono di Blair Witch Project - Cannibal Holocaust. Quindi a luoghi reali esistenti e strumentazione esistente Bianchini aggiunge una sceneggiatura assolutamente realistica, pur nella declinazione fantasy. Il nostro protagonista non parla quasi mai, si fa i fatti suoi, cerca di razionalizzare il più possibile parlando a se stesso al microfono. Ne esce una atmosfera di insieme veramente di impatto quanto originale, costruita da talento e pochissimi strumenti di scena. Visto al cinema durante i festival metteva veramente paura, rivisto in home video si difende ancora benissimo. Peccato ci siano alla messa in scena dei limiti, ancora una volta legati al budget. Gli effetti visivi sono molto artigianali e un po' improvvisati. Il finale paga dazio di una spettacolarità davvero contenuta e lascia magari l'amaro in bocca. Quindi ci troviamo davanti a un bellissimo viaggio che si ammoscia un po' sul finale, non avendo gli strumenti per osare di più. Se si pensa invece in termini di produzione, la lavorazione di questo film sembra essere stata così eroica da dover essere premiata con una visione a prescindere. Rimane il fatto che registi come Bianchini dovrebbero davvero poter accedere a un budget proporzionato alle loro capacità. Ma in Italia il cinema di genere è considerato morto e sepolto, non si trovano investitori disposti a rischiare e qualche volta pure la censura, nel caso di film come Morituris (di cui presto parleremo), sembra fare di tutto per ostacolare la distribuzione di questi prodotti. Mi piace sognare Bianchini che conclude un contratto con la Blumhouse. Farebbe un film favoloso e magari mi conquisterebbe gli americani.
Tirando le somme, il film merita e se amate l'horror italiano è altamente consigliato. La regia è solida e le scene girate con gli animali o con gli infrarossi sono davvero tetre e perderete diottrie a scorgere  i dettagli inquietanti, orrorifici, nelle immagini. Un po' come ci di trastullava con le telecamere di Paranormal Activity. La fotografia è affascinante nei suoi colori tenui del bosco invernale e nel bianco e nero delle riprese in notturna, la scenografia è evocativa e l'interprete davvero bravo. Le musiche svolgono al meglio il loro lavoro e gli effetti sonori fanno tenere sempre le orecchie tese. È tuttavia un film che perde gran parte del suo mistero a una seconda visione o ad una visione non troppo "suggestiva", tipo la mattina con una tazza di cereali davanti. È quindi un one-shot (come tantissimi altri horror) da gustare al buio, da soli, con le finestre che sbattono, alle tre di mattina, con magari dei vicini di casa che camminano avanti e indietro nell'appartamento sopra di voi facendo rumori inquietanti. Un noleggio pertanto ve lo consiglio, ma il prezzo invitante del dvd, sui dieci euro, potrebbe pure spingervi verso un acquisto. Se amate gli effetti speciali negli horror, qui ne troverete pochi o nessuno. Se amate saltare sulla sedia per lo spavento avrete invece diverse scene da affrontare a occhi chiusi, ma sappiate che la pellicola preferisce portare lo spettatore in un mondo tetro e minaccioso piuttosto che offrirgli spaventarelli continui. Il finale, come già detto e ridetto è rivedibile ma questa ultima opera di Bianchini ha così tanti altri meriti che sarebbe davvero un peccato perdersela. 
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