sabato 15 giugno 2019

Il grande salto - la nostra recensione del nuovo film di Giorgio Tirabassi





La fortuna è cieca, ma la sfiga vede benissimo e chirurgicamente attacca, colpisce e distrugge ogni speranza di due amici romani (Ricky Memphis e Giorgio Tirabassi) con il sogno di fare il "grande salto di qualità", la svolta della vita. Certo il loro campo lavorativo, gli esperti della rapina, ultimamente non offre le soddisfazioni di un tempo. Se punti una banca o un ufficio postale, oggi può essere che qualcuno li svaligi prima di te o che quella sede sia in ristrutturazione o che la banca sia proprio fallita e non ci sia contante. E questa è la norma, forse. Solo che sui nostri eroi c'è nell'aria una sorta di accanimento crudele da parte del fato, qualcosa dalle parti del Pessimismo Cosmico leopardiano o del Titanismo Tragico fantozziano. E anche se i nostri sono dei determinatissimi e irriducibili Expendables del crimine, quando certe forze cosmiche sono in azione c'è poco da fare se non imparare a incassare, incassare e basta. A meno di decidere davvero di cambiare vita, leggendo tutta la negatività lavorativa che li circonda come un messaggio preciso del Karma. In quanto, in fondo, il crimine non è poi un mestiere da brave persone. Cosa faranno i nostri eroi?


C'è una colpa precisa alla base dei dolori umani. Se per Fantozzi era l'essere rinchiusi in un lavoro mediocre che si insiste a perseguire, per i criminali di Memphis e Tirabassi la colpa è la stessa. Non ci sono ribellioni o moti di orgoglio che tengano, non ci sono afflati eroici o tragici che commuovano. La sconfitta di questi eroi è ineluttabile, tanto quanto le risate, amarissime, degli spettatori. Perché quasi tutti siamo un po' come loro, ostinati nello sbagliare strada o compagnie. La risata diviene qui una forma di esorcismo dove in realtà, noi spettatori, ridiamo di noi stessi e della società che ci ingabbia. Cosa non facile da fare al cinema. Cosa che appunto riusciva a Paolo Villaggio, a Risi e i suoi "Mostri", a Stanlio e Olio, Mel Brooks, ai Monty Python e a tutti quanti hanno storicamente legato la risata al dolore umano. E Tirabassi, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, ce la fa. Ce la fa, al fianco del sodale amico Memphis con cui dimostra di avere una chimica strepitosa e con cui veicola il più bel messaggio del film: il potere della "amicizia titanica" nell'affrontare, pur senza mai vincere, il dolore umano. Ce la fa grazie a una schiera di attori romani noti in brevi e folgoranti scenette per lo più satiriche e avvolte da uno humour spesso nero sulfureo (il richiamo ai "Mostri" si sente). Ce la fa con uno stile di regia senza tempo, elegante quanto vintage, che ricorda il primo Verdone quanto i film più cattivi di Sordi, Gassman, Tognazzi e, ovviamente, Villaggio. Ce la fa con la giusta colonna sonora, ce la fa con una folgorante sceneggiatura con al centro una scena, che separa il primo e il secondo atto, di una potenza devastante quanto il "piede di Dio" del Monty Python che compare dal cielo, abbattendosi sulla terra, schiacciando noi misere formiche umane. Altro che Thanos. 
Il grande salto è un film crudele quanto malinconico, profondamente tragico quanto satirico. Per questa somma di elementi, uno dei migliori film comici del periodo, quello che più di "meritiamo" per leggere il tragico periodo storico che stiamo vivendo ed "esorcizzarci insieme".  Con l'unica pecca di spegnersi un po' negli ultimi minuti, a dispetto di un ritmo generale sostenuto e molto  ben gestito, il Tirabassi regista è una bellissima sorpresa che rischia di passare sotto traccia in una stagione cinematografica scandita da un numero sostenuto di grosse produzioni. Andate a scovarlo e preparate a ridere amaramente di gusto. 
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giovedì 13 giugno 2019

Polaroid - la nostra recensione!



È interessante come di nuovo sia un corto cinematografico a dare il là a un film che ne estenda la trama e personaggi. Di recente lo abbiamo visto con Mama, lo abbiamo visto con Lights Out, lo abbiamo visto con Turbo Kid e ce ne sono un sacco! Io tipo punto che prima o poi mi diventi un film lungo questo corto qui sotto


Vai Jester che ce la fai!! Già ti vedo i pupazzetti e le comparsate in Mortal Kombat, ma torniamo in tema, torniamo a Polaroid. Nel nostro caso il corto era questo:


Non è che sia tutto questo manifesto dell'innovazione. Tra i miei lettori chi da detto "il foto-cane" di Quattro dopo mezzanotte di King, o Project Zero o Shutter? O Ring? O altre sessanta pellicole, game e libri diversi con macchine fotografiche possedute? Ma il punto non è questo, quanto la natura più sorprendente e sexy dei corti cinematografici horror. Sai che in tre minuti o poco più ti vogliono spaventare, tu stai al gioco ma un po' stai "vigile", alla fine salti sulla sedia e se funziona bene hai il tuo brividino. E Polaroid, di un regista dal lontano nord Europa, Lars Klevberg, funziona. Ha i tempi giusti, spaventa. Spaventa così bene che Klevberg ne ha diretto una versione lunga e tipo "dopodomani" lo troverete ancora al cinema perché ha già avuto luce verde per un progetto più ambizioso, il remake di Bambola Assassina. Un'altra bella storia?
Insomma.
Partiamo dalla trama "espansa". Una ragazzina, con un brutto trascorso passato alle spalle, vive serena nel suo contesto scolastico nel freddo paesino nord Americano in cui abita. È appassionata di fotografia e si imbatte in un modello storico di Polaroid mentre lavora all'antiquario locale. La macchina è ovviamente maledetta e chi viene fotografato è destinato a morire male. Prima appare sulla stampa alle sue spalle un'ombra minacciosa, poi nelle ore successive 'sto sfigato incontra un brutto mostro in bermuda, fisico bruciacchiato e mani con coltello retrattile. Ovviamente finirà male. La nostra protagonista porta a una festa questa macchina vintage, con cui tutti si fanno dei selfie vintage, per poi finire tutti in una spirale di morte per le mani-coltello di un mostro vintage pure lui. Perché è un mostro molto anni ottanta, calato perfettamente in uno slasher movie pure lui fortemente anni '80. È tutto un vintage quindi. Un plauso al momento della "creazione del mostro", una roba che Andy Kauffman della Troma avrebbe applaudito, tra fulmini, fuochi, pallottole e tanto lattice prostetico. Forse pure a Tsukamoto con le sue fusioni/ossessioni uomo-macchina potrebbe apprezzare questa variante in mutandoni e meno verve di Krueger/Sadako. 'Sto mostro risponde a sue regole ultraterrene poco chiare, ha naturalmente un passato "umano" che il gruppo dei protagonisti-vittime deve indagare, ha il compito di mettere un po' di verve a una pellicola che è davvero troppo, troppo derivativa. Le giovani vittime sono il classico cast da teen- horror e rispondono al 100% alla ritualità che questo genere comporta, in un modo che direi piuttosto "onesto". Gli scenari sono quelli rituali, tra la scuola, la stazione di polizia e la biblioteca di ogni paesino standard degli slasher anni '80. Allo stesso modo i colpi di scena arrivano con una certa prevedibilità, ma non è nemmeno questo il punto, questo genere non ha mai brillato per inventiva. Ciò che non va è lo "Slash", ed è piuttosto grave. Lo Slash è "l'omicidio" e in qualche modo diventa la firma del mostro. La vittima viene fotografata, la Polaroid fa il suo particolare rumore di ingranaggi prima di lasciare la stampa, che subito viene sventolata, con il suo rumore di plastica caratteristico, per asciugare l'immagine. Chi conosce le Polaroid può pure immaginare / ricordare l'odore della foto. E poi appare il mostro la prima volta, alle spalle di chi è fotografato. È un rituale semplice e veloce, inesorabile, quanto un corto cinematografico horror. Solo che il mostro, che in qualche modo è il "proiettile" di questa "inconsapevole pistola" non è altrettanto bravo. Si sente il suo respiro, in genere mentre la vittima si aggira per scenari bui, e poi l'azione finisce in un attimo senza che si abbia il tempo di capire dinamica e senso. Forse perché un ibrido Kruger/Sadako non lo puoi concettualmente fare. È questo il grosso limite della pellicola, che spegne gli entusiasmi per un prodotto tutto sommato discreto, adeguatamente presentato e diretto, benché chiaramente diretto a una platea amante del genere. Il mostro, che pure può essere buffo quanto interessante visivamente, ha poca personalità. Non ha l'incredibile presenza scenica e l'occhio vitreo e giudicante di Sadako, non ha la verve dialettica quanto la teatralità di Kruger. Si presenta in azione per lo più in ragione delle sue mani allungate e bruciate che si avvolgono al collo della vittima e poco altro. Sembra una "cosa", un essere troppo veicolato dalle regole che ne spiegano le azioni al punto che le "morti e il modo di evitarle" sembrano più seguire logiche da Final Destination. È un orco deludente e monocromatico. Non ha nemmeno un'imponenza tale da permettergli di essere un convincente bruto come Jason, Micheal o Faccia di Cuoio. Un vero peccato che poi la trama non cerchi in nessun caso di bypassare questo suo status, magari dandogli qualche battuta o un background più interessante. E quindi tutto lo spettacolo si riduce al solito "banchetto di adolescenti" dello slasher anni ottanta, alimentato come tratto sociologico dalla nuova ondata edonista del popolo dei selfie (e l'edonismo anni '80 è stato di fatto un importante precedente). Troppo poco. Può essere comunque divertente per un'ora e mezza e tanti pop corn. La cornice è quella giusta, per farcelo piacere dovrete magari attingere dalla vostra memoria storica di qualche notte Horror su Italia 1. 


Temibile mostro in bermuda, più bello però dell'Uomo senza sonno di Bale.

Scena standard di agguato del mostro. Buio. Due mani da mostro di gomma. Urla. FIne. Total: 2,37 secondi di agguato in media

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martedì 11 giugno 2019

A mano disarmata: la nostra recensione del film ispirato alla storia di coraggio e impegno sociale di Federica Angeli.



Federica Angeli è una giornalista che ha avuto il coraggio e la pazzia di denunciare la criminalità che stava sempre più prendendo possesso delle vie di Ostia, proprio nel quartiere in cui era nata e cresciuta. Come capita a tutti gli eroi, ha pagato un carissimo prezzo per questo gesto, tanto a livello professionale che umano. Ha sofferto le malelingue di chi l'ha accusata di aver peggiorato la situazione, ha patito la "reclusione forzata" di essere sotto scorta per 1700 giorni. Qualcuno l'ha sostenuta e la giustizia forse ha iniziato a fare il suo corso, ma non se l'è passata bene. Questo film di Claudio Bonivento ha l'indubbio merito sociale di parlarci di Francesca Angeli, ed è caldamente consigliato per un approfondimento anche il bellissimo libro da cui la vicenda è tratta, edito da Baldini e Castoldi e scritto dalla stessa Federica Angeli.
Certo c'è una componente narrativa che "rivisita e sintetizza i fatti", che si impegna a "coprire i nomi", in quanto le inchieste sono ancora in atto. Gli eventi, il coraggio e il dramma umano vogliono comunque essere genuini e la prova della Gerini non è affatto male. La confezione finale del "prodotto film" di questo A mano disarmata però è decisamente curiosa, e non tanto per una chiara indicazione d'uso di stampo televisivo. 
Così mi trovo un po' nell'imbarazzo di quando ero  nell'estate del 1994 al cinema estivo a guardare Il giudice ragazzino di Placido, per cercare di lumare una mia compagna di classe (spoiler: non ci sono mai riuscito). Quella sera ero riuscito a sedermi di fianco a lei con alle spalle (giuro!!!!) sua madre (ri-spoiler: certo, con premesse di questo tipo... nella seconda uscita cinematografica la situazione è pure peggiorata, in sala tra me e lei c'era tutto il gruppo scout di cui faceva parte... non prendete appuntamenti al cinema, mai). Ora, Il Giudice Ragazzino è un film ugualmente importante per il fatto di raccontare la coraggiosa e sfortunata vita del giudice Livatino e la visione di queste pellicole ha un po' la funzione di un rito, una celebrazione di etica che è anche mistica se vogliamo. È proprio il far rivivere gli eventi davanti al fuoco con la tua collettività, ti verrebbe voglia di partecipare a una fiaccolata dopo la visione, prendere una chitarra e cantare La Libertà di Gaber. Insomma, il cinema può essere "anche questo" ed è importate anche "per questo". Solo che questa ritualità, che ci mette se vogliamo direttamente in contatto con la Storia, con la "S maiuscola", si scontra per forma  anche sul modo in cui la storia con la "s minuscola" è rappresentata. O almeno questo vale per me. Così nell'estate del 1994, a fine visione de Il giudice ragazzino di Placido, ancora al buio prima dei titoli di coda, con tutta la sala che subito dopo tra qualche lacrima partiva con un applauso spontaneo a celebrazione della vita del giudice Livatino, io con la mia voce da ragazzino parlo. È un commento breve e lapidario: "Certo, che questo film è una vera cagata". È stato come se fossi entrato in chiesa durante il presepe vivente lamentandomi che il bambino che faceva Gesù stava giocando con il pallone da calcio. Il film di Placido, che ho rivisto di recente in parte rivalutandolo almeno per la "sobrietà", era un compitino svogliato e frettoloso (come quasi tutta la cinematografia di Placido, per me), di cui però se parlavi male ti prendevi da tutti, e a ragione, dello stronzo. Perché il rito collettivo non prevede un giudizio sulla rappresentazione della Storia, la Storia rivive da sola a prescindere se il bambino che fa Gesù nel presepe vivente ha otto anni e con il pallone ha appena colpito le palle del corista pastorello che ha imprecato. Capite quindi qual e' il mio cruccio?


Certo Federica Angeli è per me molto più bella della Gerini. È un po' l'effetto Erin Brockovich, dove Julia Roberts non poteva minimamente competere con la persona reale che interpretava a cinema.


La Gerini ci mette impegno, ma a interpretare i "criminali cattivi" ci mettono questi tizi.


Un Rodolfo Laganà che dire luciferino è poco. Ma soprattutto lui, Mirko Frezza


Io da oggi sono fan a vita di Mirko Frezza. Ha lo sguardo da matto e il fisico enorme di un Gerald Butler, con tutta la "possenza" di un Kane Hodder. Il buon Frezza gira la sua parte a questo livello di convinzione...


E stiamo davvero a un passo da Non aprite quella porta. Urla, occhi di fuoco, violenze sui minori con tutta la convinzione dell'uomo nero. Gli manca la motosega ma il gliela darei sulla fiducia. Perché Dario Argento non sta lavorando con Frezza a un nuovo film slasher?? 
Poi però ti rendi conto che i "cattivi" sono solo quei tre, che si limitano a guardarti male e scappare in due sullo stesso (piccolo) Booster mentre inveiscono contro la protagonista frasi uscite da Squadra anitifurto. Fanno un po' tristezza. Ma si poteva scegliere un registro un minimo più sottile? Certo, non si può pretendere sempre un approfondimento sul fascino del male stile Scorsese, magari. Ma ve lo vedete Frezza che gira per Ostia conciato e motivato come un Urukai con tutti che se la fanno sotto e lui che guarda storto tutti? Ma può essere credibile questo approccio per rappresentare il modo sotterraneo e crepuscolare in cui in genere si radica il crimine negli ambienti sociali più apparentemente tranquilli? 
E poi c'è Pannofino a interpretare il caporedattore del giornale per cui lavora la protagonista.


Che io amo Pannofino, ma dopo Boris non ce la faccio davvero a vedermelo in un ruolo serio. Anche il suo Nero Wolfe è buffo, perché lui hai il "corpaccione" e ogni tanto le faccette buffe te le tira fuori spontanee, come sudore. Così, dopo aver visto i "cattivi" di Non aprite quella porta aggirarsi con il Booster per le vie di Ostia, Pannofino è un'altra (pur amabilissima!!)  macchietta che rende ancora più strana la pellicola. E non aiuta certo all'intreccio il presepio dei coprotagonisti.


C'è il ristoratore, l'edicolante, la signora delle pasterelle, l'addetto alle deposizioni dei carabinieri. La protagonista "visita" questo piccolo presepe, con gli omini montati all'interno dello specifico scenario,  periodicamente.  Ma non interagisce mai davvero con loro al punto che quando per un puro caso uno di loro compare al di fuori dal suo "diorama" ci si sorprende e quasi ci si tranquillizza che scompaia di nuovo dopo aver detto una singola battuta.
Ma la vera sciagura è Francesco Venditti, nel ruolo del marito della protagonista.


C'è una rocambolesca e disordinatamente dolce scena di sesso nei primi minuti del film. Poi si spegne, per sempre. Per il resto del film, ogni volta che la moglie gli rivolge la parola, lui la tratta come se si fosse fatta un amante e stia tradendo il suo nido domestico. La giornalista può parlare delle minacce che subisce come giornalista, può parlare delle nuove grate alle porte o può spiegare ai bambini il perché ora è sotto scorta (lo fa in un modo molto tenero di "occultare la realtà" che mi ha ricordato La vita è bella). Il marito fa la faccia dell'uomo cornuto, sempre, e minaccia di tornare da sua madre. Anche qui è l'assenza di sfumature a lasciare confusi. Si poteva fare di più, forse, per gestire la dinamica della coppia, come per rappresentare i criminali, come per rappresentare il "presepe popolare". Avrei voluto vedere di più Ostia, magari con tutta la calma e poesia di "altre Roma". Come quella in viaggio sulla vespa di Moretti (Caro Diario) o con il passo veloce e mattutino di Giulio Base (Cartoline di Roma), senza per forza scomodare Fellini. La storia della Angeli parla anche di un "mare rubato" e io su quel mare (presente in un'unica bella sequenza, sottolineata bene dalla colonna sonora di Mirkoeilcane, ma come avrebbe potuto indugiare ed esplorare quel "mare a sbarre" un regista come Edoardo De Angelis?) e su quelle sbarre che lo contengono ci avrei indugiato di più, come sulle sbarre della sempre più fortificata casa della giornalista, che le impediscono di vedere "sua figlia che gioca in giardino". La storia che all'epoca la scorta non era stata concessa al marito e ai figli poteva essere esplorata di più, poteva essere un film a sé migliore del marito che si sente "tradito dal lavoro della moglie". Certo i cattivi fanno paura, almeno prima di vederli impennare su quel motorino che fa fatica a tenerli in sella. C'è una scena molto bella e molto potente, nel contesto di una aggressione notturna, che richiama magnificamente lo "stordimento dell'omertà" rappresentato anche in film come La casa dalle finestre che ridono.  
Questo film di Bonivento sceglie troppo spesso le inquadrature strette degli sceneggiati Rai. Sente troppo forte il bisogno di spiegare le situazioni senza dare il giusto peso all'assordante silenzio che emana questa materia. Si dà troppa briga nel dissipare dubbi e sfumature, nel dividere nettamente buoni da cattivi. Forse funziona meglio per il pubblico televisivo classico, magari un po' "vintage", della nostra vecchia TV italiana. A me ha fatto di sicuro uno strano effetto. E secondo molto di quanto ho già letto in giro per la rete, mi sento di nuovo al cinema estivo nel 1994. 
La Storia di Federica Angeli è però straordinaria ed è  importante che sia ricordata. Dopo la visione magari buttatevi sul libro omonimo pubblicato della Baldini-Castoldi. Ne vale la pena. Per salutarvi da questa recensione mi è poi venuto in mente questo pezzo di Silvestri, per me qui cade  davvero a pennello.


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domenica 9 giugno 2019

Brightburn – L’angelo del male; la nostra recensione del film scritto male dal cugino e dal fratello di James Gunn


Introduzione musicale: abbiamo messo il link di un pezzo di Billie Eilish parlando de La Llorona. Oggi ve ne mettiamo qui sotto un altro, perché fa parte della colonna sonora ufficiale del film, ma soprattutto perché è uno di quei pezzo che ormai in radio passa ogni dieci minuti e non è affatto male.




- Micro - Sinossi: un bambino stile Superman atterra stile Superman nel classico granaio della famiglia americana rurale stile Superman. Solo che i genitori adottivi che capitano a 'sto giro sono un po' delle merde. Fine


- Più veloce della luce e della logica: Prendi David Yarovesky, uno che sanno in sei chi è, ma "perché no? Chissà mai? non era carino il suo The hive?". Dagli un cast discreto con al centro Elizabeth Banks, un tizio gonfio anonimo e un bel bambino inquietante. Poi esagera, butta giù per soggetto una idea niente male come una lettura avariata e alternativa della giovinezza di Superman in territorio quasi The Omen (qualcosa che si è visto particolarmente bene nella fantastica mini-serie a fumetti Supreme Power di Straczynski e Frank). Già te lo vedi il box Office che ingrossa, oggi che ogni roba a tema supereroi vende, comprese cacate come Il ragazzo invisibile 2, già pronto a fare un franchise vincendo facilissimo come riesce a Blumhouse con tre lire. In pieno hype di chi ci crede un botto, fai disegnare da uno bravo un costume da supereroe-bambino fico, ingenuo  quanto ultra creepy (si parla dell'artista Autumn Steed, ma per qualcuno c'è anche lo zampino di James Gunn stesso) che poi ad Halloweeen sbanchi. Sei strettino di moneta, premurati che gli effetti visivi si mascherino bene anche se sono da discount. Ora, caro il mio produttore James Gunn, perché fai scrivere la sceneggiatura di questa roba a tuo fratello e tuo cugino, chiaramente esuli da una sbronza colossale alla festa della proloco? Ma sei un pazzo maledetto!!!! Poi finisce che una buona idea come questa viene presa per il fratello scemo di pellicole come Glass, Chronicles e Lo chiamavano Jeeg Robot!! Ed è ovvio che le palle un po' girino, perché messa la trama nelle mani di uno sceneggiatore appena competente si scriveva da sola e senza "fare i fenomeni". Bastava parlare per dieci minuti con i genitori di un qualsiasi bambino sui dieci anni per cogliere degli spunti più interessanti. E invece no! Così assistiamo a un padre, profondamente contrario all'uso delle armi da fuoco, che porta baby-psycho-superman da abbattere cervi con il suo fucile da caccia (???). Allo zio che vede baby-psycho-superman (ricordiamo di 10 anni e suo amatissimo nipote) girare per casa sua con una specie di calza rossa in testa e urlare "checcazzzocifaiincasamiaaaaahh" (????). Vediamo la ragazzina compagna di classe di baby-psycho-superman che lo vede una sera fargli una visita in camera come in Dawson Creek urlargli "maniaco pervertito!!!" (?????). Va bene, non siamo in una pellicola Disney, ma il bimbo non può avere per lo meno un "trattamento da bimbo", per almeno dieci minuti di film? O allora quando inevitabilmente gli gireranno i coglioni tutti a tifare facile per lui! È veramente un film privo di sottigliezze e con veri e proprio svarioni logici. C'è tutto un sottotetto sulla natura delle api rispetto alle vespe (argomento furbescamente accennato durante una lezione a scuola e lasciato cadere nel nulla) che, se non fosse stato sviluppato da un cretino, avrebbe giustificato da solo metà delle riflessioni più interessanti sulla natura umana, l'inconciliabilità del diverso con la socialità, la possibilità di "scegliere la propria vita a dispetto delle proprie radici". A 'sto bimbo non viene manco data la possibilità di comprendere i suoi poteri e i suoi limiti, perché gli stanno tutti subito addosso sperando di sopprimerlo. E allora a bomba, bruciale tutte le madri del tuo paesino americano con il tuo sguardo laser! Falli a pezzi correndo velocissimo contro di loro, lanciali in aria come birilli e vedi l'effetto che fanno quando atterrano. Critica sulfurea e feroce alla società americana rurale media, autoreferenziale e priva di vera accoglienza per la diversità? Ma anche no, qui non siano decisamente in un film di Joe Dante, Zemeckis o Burton. E nemmeno in uno di quei progetti post-Troma del buon Gunn come quella piccola bomba di Slither. Posto che Brightburn è un film dalla trama scema in modo desolante, almeno ci si diverte? Un po' si, ma è davvero troppo poco. Con queste disastrose premesse si doveva per legge "buttarla fuori del tutto" e farcire per la gloria gli ultimi 30 minuti almeno di squartamenti multipli e distruzione. Cosa che di fatto "avviene", ma così sottotraccia e in modo "minimal" (forse per il micro-budget di cui sopra) che anche il fan della trashata horror più trasandata (io) rimane poco appagato.
- Conclusione:  Insomma, parliamo per me di "Robetta", magari pure simpatica alla prima visione ma morta lì. Un bel costume in una bella provincia americana tipo Smallville, con poco altro da dire. Talk0

P.S. Sicuro come l'oro che mentre il cugino e il fratello di Gunn passavano la serata etilica, che ha fatto scaturire questo capolavoro di sceneggiatura, stavano commentando come fosse oro questo video


Padri 1, bambini Rompipalle 0
Che in fondo per  scrivere un film su un nano che vola e lancia pippoli dagli occhi non è che ti chiedono una laurea in pedagogia... forse.

lunedì 3 giugno 2019

Pet Sematary - la nostra recensione del remake 2019



-Micro-sinossi, che tanto il trailer vi ha già detto praticamente tutto. America rurale, tempi odierni, una famigliola si trasferisce in una casetta vicino a una strada infestata da camion che corrono come dei pazzi e a un antico Cimitero indiano che sembra far resuscitare tutti coloro che ci vengono seppelliti (tipo il cimitero di Boffalora di Dellamorte Dell'amore). Il padre (Jason Clarke) fa il medico e un giorno per "ringraziarlo" di aver cercato di salvargli la vita, il fantasma di un ragazzo, morto spiaccicato sotto probabilmente uno di quei tir di cui sopra, decide di perseguitarlo per avvertirlo di non andare a seppellire roba nel cimitero maledetto. Poi succede un fattaccio, un tir gli investe il gatto di casa e per non far piangere i bambini (tra cui la piccola Ellie, interpretata dalla brava Jeté Laurence), il padre decide di seppellirlo nottetempo. A offrirsi di aiutarlo nelle esequie, un vicino di casa un po' impiccione e stronzo (John Lithgow), che gli fa portare il gatto in un cimitero degli animali che guarda caso sta proprio dalle parti del Cimitero indiano maledetto. Il gatto torna in vita, piuttosto incazzato nero e forse indemoniato, ma comunque i bimbi sono contenti. Il medico, prima ateo, inizia a dubitare sui confini della scienza, si interroga sull'uso pratico di forze ultraterrene come fosse andare a ricevere le cure per la prostata alle terme di San Pellegrino e poi fa un'altra cazzata. Anche in quel caso, per colpa di un camion che passa velocissimo davanti a casa sua. 


- Ma i camion velocissimi sono super silenziosi? Sì. Una delle principali critiche che ho sentito alla struttura generale di questo film risiede nella convinzione diffusa che quando un camion gigantesco arriva,  a 150 km orari, su rettilineo, uno dovrebbe accorgersi della sua presenza da 10 minuti almeno e spostarsi dalla strada. La vostra convinzione è da rivedere, ve lo dico io che abito in quasi-campagna, a 10 metri da un passaggio ferroviario, su rettilineo, percorso in media a 110 km orari ogni 20 minuti. Se avete un truzzo sotto casa con lo stereo a palla che cerca il parcheggio, lui fa cinquanta volte più rumore, perché avete tutto il tempo per sentirlo. Un camion che corre anche solo a 50 km orari in una galleria che ne rimbomba l'acustica lo sentite discretamente, ma un camion che passa velocissimo lungo uno stradone tra i campi, lo sentite esattamente tre secondi prima che arrivi e giusto per il tempo in cui transita per intero davanti a voi. A meno che non faccia un particolare casino con trombette varie, allora magari lo sentite 4 o 5 secondi prima che arrivi. Questo per tutti quelli che ridono al cinema dicendo "Ué, ma che coglioni, va non lo sentono un tir che arriva??? Ma lol, ah ah ah ah ah ah, coglioni!! Ah, ah, ah, ah!". Non dico di credermi, andate nei pressi di un passaggio ferroviario o strada poco battuta in mezzo ai campi (perché è questa la situazione de film, non si svolge davanti a un'autostrada con rumore costante) e fate una prova. 


- Posso essere lucido a parlarvi di questo film? No: Ecco l'ennesimo caso in cui mi è difficile essere lucidissimo sul giudizio. Il film Cimitero vivente, nome con cui è arrivato da noi in Italia il primo adattamento cinematografico del libro di Stephen King, per la regia di Mary Lambert,  è una pellicola che ha caratterizzato la mia infanzia, forse uno dei primi horror che ho visto nelle notti horror condotte da Zio Tibia su Italia 1 negli anni '80. Roba che mi ricordo ancora a memoria molte scene e battute perché all'epoca per me l'horror, e intendo "qualsiasi horror" era trasgressivo, proibito, incredibilmente attraente. Avrei scoperto dopo Dylan Dog con il numero 48 Horror Paradise. Avrei scoperto da lì a poco King, con l'antologia A volte ritornano. E proprio grazie ai primi speciali, sempre di Dylan Dog, avrei avuto accesso all'elenco dei film horror da cercare in videoteca. Lo so che pare assurdo, ma internet non c'era e quelle erano le "fonti ufficiali", posto che la rivista Ciak parlava dell'argomento pochissimo e nell'edicola vicino casa a parte quello non c'era davvero altro. Anche sul fatto di andare in videoteca, parliamone. Non è che a 11-12 anni potevi entraci così, accompagnato da mamma, e uscire con in mano Non aprite quella porta. Anche se con papà avevo noleggiato Robocop, che ho visto alla sua presenza come prescriveva la dicitura sul retro di copertina. I film horror che andavano in TV, quando la TV vedeva una decina di canali scarsi, erano rari e per il me stesso di 11-12 anni dell'epoca erano gli unici reperibili e registrabili su VHS. Insomma "quello c'era", fino a che ho incontrato un mio amico più grande che mi ha prestato robe come Space Vampiers, Scanners, Omen, L'ululato, Un lupo mannaro americano a Londra. E tra quello che c'era, ci stava appunto Cimitero Vivente. Con il ragazzo fantasma che diceva "Il cuore di un uomo è più duro di una pietra, Jewis". Con il vicino di casa che subiva quell'agguato dietro la scala di legno della cantina, il camion che giunge silenzioso e investe e tra i protagonisti la bellissima, stratosferica Denise Crosby, la troppo presto compianta Tasha di Star Trek: the next generation. Era un filmone? Probabilmente no, ma la mia testa diceva di sì, perché avevo visto all'epoca poche cose di quel genere. Un po' come chi vede oggi Guerre Stellari e pensa che ha inventato tutto Lucas, senza però prima aver mai visto Kurosawa, Battlestar Galattica, Star Trek, Buck Rogers, La maschera di ferro, Frankenstein, Mezzogiorno di Fuoco, Spazio 1999, Moonbase 3. O senza aver letto Valerian, Dune, Asimov, Storie dello Spazio Profondo, Flash Gordon, Capitan Harlock e Galaxy Express ecc. ecc. Tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 NESSUNO diceva che Star Wars fosse qualcosa di originale, anche se era indubbiamente qualcosa di ben fatto, prima di smerdarsi dopo la prima mezz'ora del terzo film in un tripudio di orsetti tenerosi, le solite gag di travestimenti per confondere i soldati che manco in un film con Bud Spencer e una seconda e più moscia Morte Nera. Ma perché sono arrivato a parlare di questa roba? Per dirvi che per me Cimitero Vivente poteva essere un gran film e quindi avevo aspettative alte e troppa paura su questo remake. 


- Quindi mi è piaciuto? Credo di essere un fan dell'originale Cimitero Vivente, che riguardo oggi con più affetto che obiettività, cosa che manca, come a me in questo specifico caso, a molti di quelli che elogiano solo i film che hanno visto da giovani, per una sorta di "effetto Max Pezzali". In ragione dell'Effetto Max Pezzali si amano canzoni obiettivamente scarse per il  fatto che uscivano nel periodo in cui chi le ascoltava era giovane e queste raccontavano esperienze di vita comuni all'essere giovani a quei tempi, dal gergo ai luoghi più tipici d'incontro, ai desideri. Il film originale era più "cattivo", aveva un finale più bastardo, contava su jumpscare più laidi. Questo remake ha gli indubbi meriti di puntare su attori davvero bravi e versatili, di espandere e "bene" il personaggio di zia Zelda (forse l'aspetto più riuscito e davvero inquietante del film, con richiami a Il nascondiglio di Avati) e di cercare di sviluppare la trama su un percorso alternativo. Avete presente quel passaggio de Lo Hobbit in cui nel libro si va per una strada e nel film si prende la strada opposta e si finisce dai giganti? Stessa cosa. La fregatura è che questo ultimo passaggio porta a degli spunti interessanti che rimangono inespressi o forse, pensando in positivo, posticipati a un sequel che potrebbe comunque esserci. Mi riferisco a quella sorta di "culto dei bambini" con maschere di animali e processioni al seguito. Sognavo animali zombie ovunque nel terzo atto. Anche se questo si discostava forse troppo dalla fonte, sarebbe stata l'idea geniale che elevava il tutto. Purtroppo, al netto di una fotografia interessante, molto meno interessanti del previsto sono luoghi e scenografie, che non offrono una spazialità precisa alle scene e risultano un po' anonimi. Avrei voluto vedere meglio e per più tempo. Molto riuscita la sequenza dell'incidente centrale del film, con la telecamera che ruota e barcolla come se al cameraman girasse la testa. Ci sarebbe da parlare di quanto già si vede dal trailer ma mi fa brutto rivelarvi se non lo sapete.

SPOILER ALERT! 

L'età della bambina permette una maggiore interazione con lei da parte degli altri personaggi, utile per esplorare meglio le logiche soprannaturali del racconto e costruire un piccolo universo parallelo. Ma si perde giocoforza parte della imperscrutabilità di avere a che fare con un bambino più piccolo, dove molti meccanismi cognitivi sono più sfumati e quindi c'è una imprevedibilità delle azioni più marcata. E questo era davvero uno degli aspetti vincenti del primo film, il fatto che ci si accontentava di avere indietro dal cimitero delle creature diverse e difettose, che potessero anche solo ricordare la loro precedente esistenza terrena. Era l'alternativa al "niente" di una concezione della vita di stampo non religioso o comunque molto dubbioso sull'aldilà. Una originale chiave di elaborazione del lutto "a tappe" per allontanare, primariamente dai bambini, la paura e sofferenza della morte dei loro piccoli animali. I bambini si tengono il loro pet-zombie e quando saranno pronti il genitore lo abbatterà. Ed è in questi termini che si accettava di riportare in vita anche un bambino piccolo. In quanto si riteneva che, al di là di alcune limitate capacità cognitive e alla aggressività dovuta al nuovo stato, le cose potessero "andare bene anche così". La bimba più grande, che invece fa discorsi sull'aldilà e si suppone sia una specie di diavolo onnisciente, introduce una tematica religiosa che il film originale aveva rispetto alla massa di film dello stesso tipo "l'originalità di non marcare". 

FINE SPOILER


-Conclusioni: Pet Sematary è un film onesto, recintato in modo dignitoso, con qualche interessante idea a livello di trama e la genuina voglia di reinterpretare il modello originale prendendo però delle strade diverse. È uno di quegli horror più di atmosfera che di "spaventateli", la durata complessiva è sui 100 minuti ed è più che adeguata allo scopo. Il tema della elaborazione del lutto è uno degli argomenti più complessi e importanti da trattare in ambito horror. Il film degli autori di Holidays e Starry Eyes lo affronta con un interessante prospettiva, se vogliamo con una visione "utilitaristica della vita" foriera di riflessioni anche "alte" sulla sofferenza umana e sull'accanimento a non accettare la realtà. Il finale è un po' semplicistico e non ha per me la forza, anche emotiva, di quello del film originale degli anni '80. In conclusione Pet Samatary, ben lontano da essere un capolavoro rivoluzionario, è un film che rivolgerei agli appassionanti del genere horror meno selettivi, ma abbastanza riuscito in alcuni temi e quindi in grado di trovare dei consensi anche tra gli spettatori occasionali. Uno spettacolo gradevole, stimolante, con forse non troppi guizzi ma una idea forte, capace in caso di successo di traghettare la pellicola verso una serialità che potrebbe pure fare meglio in termini di intrattenimento. L'originale mi aveva esaltato di brutto. Solo che a 12 anni ti esalti un po' per ogni cosa.  
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lunedì 27 maggio 2019

Aladdin - la nostra recensione del nuovo film live-action di Disney per la regia di Guy Ritchie





- Sinossi: Nel magico oriente, tra le dune del deserto e i comignoli dei palazzi arabi, è nascosta la caverna delle meraviglie. È un luogo che cela incomparabili ricchezze e una lampada magica recante un misterioso potere. Chi può entravi senza rischio è solo un prescelto, una persona che reca in sé la natura di un diamante allo stato grezzo. Forse a nascondere queste qualità è Aladdin (Mena Massoud), un ladruncolo di Agrabah che per un gioco del destino si incontra e innamora della bella principessa Jasmine (Naomi Scott). La lampada può avere il poter di farlo diventare un principe per chiedere la sua mano, ma dovrà fare i conti con il perfido Jafar (Marwan Kenzari), un potente e manipolatore Gran Visir. Ad aiutare il ragazzo ci sono però una scimmietta, un tappeto volante e la misteriosa e potentissima entità che vive nella lampada, un genio dalla pelle azzurra (Will Smith). 


- E vai di Amarcord: C'è una materia importante alla base di questo live-action, ed è ovviante il film animato del 1992. A tutti gli effetti parliamo di un film fantasy con Tom Cruise, più vicino idealmente ad un I predatori dell'arca perduta, fumi magici, fanatici di potere e scimmietta compresa, che a un Raperonzolo. C'erano gli inseguimenti, gli scontri con le scimitarre, i templi maledetti pieni di "tracobetti" e gli inseriti grafici in computer animation Made in Lucas Film stile Star Wars (e parlo di quello classico, la seconda trilogia sarebbe arrivata quasi un decennio dopo). Ovviamente a un certo punto la storia virava troppo sul sentimentale, ma rimaneva comunque un cartone animato più "per maschietti" che per femminucce, al netto di una colonna sonora grandiosa, anche se in un paio di casi sdolcinata, ma sempre supportata da scenografie da paura con tappeti che volano in tre dimensioni. Ed avere un film Disney con protagonista non una principessa ma anche "un eroe adulto normale" e non un "bimbetto-frignetto" era all'epoca un vero lusso. C'era stato giusto Taron e avremmo avuto Hercules solo nel 1997. E per un ragazzino non farsi trovare per una volta in sala a vedere un Disney con principesse protagoniste era già allora molto importante! E ho parlato delle musiche? Anche quelle erano per la maggior parte di argomento "maschile", sull'amicizia e il potere e non sul principe azzurro e sul lavare i piatti. Aladdin era ed è tutt'oggi un cartone animato bellissimo. Un colossal di stampo e filosofia hollywoodiana con bene in testa i colori e costumi dei "film di sandaloni". Con al centro una creatura folle, libero da ogni schema e realizzabile solo con l'animazione: il genio. Il genio è un film nel film. Rompe la quarta parete, fa riferimenti alla cultura degli anni '90, imita attori, si sdoppia, strizza, scompone, lancia fulmini, coriandoli e crea dal nulla scenari da quiz show o balletti di Broadway. Il genio c'è solo in Aladdin ed è la cifra anarchica che rende unico lo spettacolo, spesso il motivo più ghiotto per una seconda visione. Io il film lo avrò visto dieci milioni di volte e credo abbia definito un preciso look che ha influenzato negli anni cose come la saga di Prince of Persia (che nell'edizione del 1989 non è che avesse poi tutto l'appeal di questo mondo), le Mummie di Sommers e il ritorno dei film "sandaloni" come i vari scontri tra titani. Ma all'epoca, nel 1992, Aladdin era per me molto di più, era l'equivalente di una gita da 90 minuti al parco giochi di Gardaland (i parchi a tema Disney all'epoca erano solo in America). C'era la caverna che sembrava la Valle dei Re, i voli sul tappeto che sembrano montagne russe, le sfilate, i pappagalli, la zona bazar con al centro il celebre self service arabeggiante: il self service Aladino. E questo fatto, per ogni bambino del 1992 era da andare giù di testa dalla gioia. Ho di recente visto a Londra il musical di Aladdin, ritrovando tutti i colori, humor e musiche originali al netto di una trama abbastanza fedele che accennava anche a qualcosa di inedito (i fratelli di Aladdin). Come i migliori musical di Broadway. 



- Guy Ritchie alla regia: Si può fare oggi un film di "sandaloni" con attori mascelloni americani tutti biondi con occhi azzurri che fanno personaggi asiatici, greci o arabi e portano costumi che "sarebbero di duemila anni fa" che sembrano bikini o mantelli da super-eroe? Per qualcuno "fa brutto" e quella che è una ingenuità stilistica passa spesso per furto/fraintendimento/offesa culturale. Quindi i costumi e gli attori per un generale politically correct atto a evitare l'onta del cosiddetto whitewashing devono adeguarsi a un maggiore supposto "realismo". Quindi dell'Aladdin originale e un po' dell'Aladdin musical bisogna sottrarre qualcosa in tema di umorismo yankee, stile di ballo e costumi sgargianti, magari scegliendo abiti e movenze più simili ai musical di Bollywood e giochi di parole più "internazionali". Quindi invece di un Aladdin che cita graficamente Tom Cruise nel protagonista quanto Vincent Price nell'antagonista, bisogna cercare attori più vicini al contesto etnico arabeggiante. Queste scelte infliggono da sole per qualcuno delle ferite mortali alla riuscita del film, modificando sensibilmente l'aspetto visivo quanto il feeling. E qui arriva pure Guy Ritchie, che decide di infondere elementi pur interessanti ma che vanno in parte a discapito della leggerezza originale. Ritchie, similmente a quanto fatto per King Arthur e per ogni altro suo precedente film, decide di infilarci nella realtà più suburbana e criminale dello scenario. Aladdin diviene quindi un film in cui si fronteggiano due ladri venuti dal basso, il protagonista e Jafar, alla ricerca di un loro senso speculare di "realizzazione personale". Il potere è avere un oggetto come un titolo, il modo di ottenerlo è un "furto", in un contesto sociale in cui le regole sono graniticamente legate a chi è nobile ed è formalmente giusto ribellarsi. L'obiettivo indugia nella prima parte spesso su gioielli, bastoni ornamentali, pietre preziose e altri simboli "materiali" di ricchezza per poi trasformarsi in un secondo momento in una variante di My fair lady, con il genio che insegna ad Aladdin il modo migliore con cui "apparire come un principe". È tutto un balletto tra la "forma e sostanza" del concetto di potere, che coinvolge presto anche Jasmine, nella forma una principessa da "vendere in sposa" per ottenere un'alleanza, nella sostanza un capo politico forte che rivendica giustizia per il suo ruolo femminile contratto. Anche il genio è una vulcanica espressione di potere, che a sua volta vive il contrappasso di essere uno schiavo. Anche i "tre desideri" sono un simbolo della temporalità / fugacità del potere. Sono temi nelle corde di Ritchie e la sua personale cifra artistica che eleva la storiella di fondo a qualcosa di più tridimensionale. Peccato che la leggerezza del cartone animato fosse il suo vero potere, la sua capacità di sintetizzare in poche immagini e qualche canzone un ragionamento che Ritchie non riesce proprio a far suo, rimuginando scena su scena in ragione di un maggiore realismo nella rappresentazione. Servono alle volte più tappeti volanti di quanti il regista ne faccia volare.  


- Commento finale: l'ex Signor Madonna innesta il suo personale crime-world fatto di piccoli e grandi ladri, inseguimenti e donne forti nel cuore da 90 minuti dell'originale film animato Disney del 1992 per la regia di Clements e Musker. Ne esce un balenottero da 128 minuti. La favolosa colonna sonora di Alan Menken cerca di sposarsi con i balletti di Bollywood, risultando però spesso schiacciata su se stessa. La pelle bluastra da genio, che fu di Robin Williams, prova a rianimare l'ancora simpatico Will Smith, regalandogli, come ai tempi d'oro, anche dei brani di musica pop - rap adatti alla sua ugola. Gli effetti speciali e i balletti danno brio alla miscela, le scenografie sono molto particolareggiate e sontuose, ma la trama risulta forse troppo pesante alla prima visione (come spesso capita a Ritchie) e il povero Mena Massoud, che si sforza con impegno di imitare il sorriso beffardo di Tom Cruise che ispirò l'Aladdin originale, non scalda troppo i cuori e in alcuni frangenti non è chiaro nelle intenzioni (mentre cercano di ammazzarlo buttandolo da un balcone pare che rida). Ugualmente è impietoso paragonare il Jafar animato, a metà tra Vincent Price e Christopher Lee, con l'interpretazione un po' troppo trattenuta e seriosa di Kenzari. Il resto del cast lavora con diligenza, la Jasmine della Scott plasma e approfondisce bene il carattere indipendente e "politico" del suo personaggio (che sposa alla perfezione il Ritchie-pensiero). I costumi di scena per il sottoscritto vivono troppo nell'indecisione generale di stare tra la finzione più smaccatamente hollywoodiana (scelta stilistica chiave del cartone animato) e la ricerca della tradizione di Bollywood. Come vale per tutti i live-action di Disney usciti negli ultimi tempi, la visione risulta un compendio molto succoso e "affettuoso" per i fan, che troveranno approfondimenti sui personaggi e variazioni musicali dei brani più amati (qui anche con un pezzo del tutto nuovo per Jasmine). Ma forse si sono persi nel troppo "diluito" e "umanizzato" la bellezza di quei 90 minuti perfetti e stilizzati del film animato, il fascino di quei paesaggi dai colori caldi e definiti, il ritmo sempre incalzante di musica sfolgorante e mai ridondante nonché, infine, la pura e meravigliosa anarchia grafica del genio creato dalla penna di Al Hirschfeld, la voce di Williams (in italiano il nuovo doppiaggio poi è conseguentemente del doppiatore storico di Smith Moneta, con la voce di Marco Manca per le musiche, e non c'è quindi più Proietti) insieme al team di animatori capitanato di Eric Goldberg, si è un po' persa. Willie però è simpatico e gli vogliamo bene. 
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lunedì 20 maggio 2019

Il pezzo "post-datato" del Goku Day

A volte capita: il Goku Day si è celebrato il 9/5 in tutto il mondo, con grande partecipazione popolare sui social. Tra le sorprese di questo evento, l'annuncio, inaspettato quanto "maldestro", da parte dei canali informativi di Xbox e quindi probabile al 98%, del nuovo combattente presente nel futuro DLC del fighting game Dragon Ball Fighterz, che è uno dei motivi per cui Goku oggi è più famoso che mai. Si parla del mitico, temibile, "diavolo vestito di rosa con gli scalda-muscoli " Janemba, villain del film Fusion reborn (da noi "il diabolico guerriero degli inferi"). Ne parleremo a tempo debito quando la notizia sarà al 100% affidabile. 

Il pezzo che state per leggere per il Goku Day c'era, era pronto. Ma il pc in cui era racchiuso è stato coinvolto in un rapimento alieno e solo oggi ha fatto ritorno, probabilmente con qualche sonda misteriosa nascosta al suo interno di cui ancora non siamo consapevoli. Visto che questo pezzo rocambolesco è già stato rinviato e rimaneggiato più o meno sei volte, aumentando i chilometri di testo a ogni passaggi, o lo pubblichiamo oggi o diventa lungo come un libro. Buona lettura a tutti i prodi e valorosi lettori che si avventureranno nella lettura!

Per volere della Japan Anniversary Association il 9 maggio è ufficialmente il giorno dedicato a Goku e al successo della serie a fumetti e animata di cui è protagonista, Dragon Ball. Dragon Ball è una delle opere maggiormente seminali degli ultimi trent'anni, per qualcuno è stata l'infanzia, per qualcuno è stata meglio dell'epica omerica, per qualcuno ha acceso la passione per l'Oriente (nonché lo spunto per studiare proprio quel "Viaggio verso Oriente", che aveva ispirato Toriyama quanto Matsumoto e mille altri), per qualcuno è ancora oggi la saga preferita, il videogame più giocato, il pupazzetto del cuore che sta nella stanza. Si può parlare di Dragon Ball a vari livelli e per i vari prodotti in cui si è declinato come il brand milionario che effettivamente e meritatamente è. Quale occasione migliore per uccidervi di parole con la mia famigerata logorrea? 


- E quindi qui vi beccate il solito preambolo inutile sul mio rapporto con Dragon Ball, se volete andare alle parti salienti del pezzo saltate felici tutto questo paragrafo: qualche tempo fa su queste pagine mi sono imbarcato nella notizia più "pacco" da quando abbiamo aperto questo blog, la "cospirazione della cancellazione del videogame Dragon Ball Fighterz". In pratica, due giorni dopo che ho pubblicato tale notizia "calda e sconcertante", tutto il caso si è sgonfiato, il gioco è vivo e vegeto e ha già avuto in dote dagli sviluppatori un season pass 2 con nuovi personaggi disponibili, svelati peraltro a fine gennaio, alle finali di Los Angeles del maxi evento di E-sport ufficiale legato al gioco, sponsorizzato da Red Bull: il Dragon Ball Fighterz World Tour. Anche solo a ripensarci oggi, alle mini-cospirazioni e intrighi vari che hanno messo momentaneamente il gioco nell'oblio (Leggete qui), mi cospargo di ceneri e vi chiedo scusa in ginocchio per la supercazzola propinatavi, pur in buona fede e con tutto l'amore del mondo. Mi ero forse preoccupato troppo e a vuoto. Perché Dragon Ball per me è amore. Un amore che mi porto dietro da piccino, da quando lo guardavo su Junior TV e c'era la sigla giapponese, la prima, leggendaria, "Makafushigi Adventure!", cantata dal grande Hitoki Takahashi... e non quelle varie merde sonore di Giorgio Vanni venute dopo sulle reti Mediaset.


Purtroppo sulla storica e sfortunata Junior TV lo vidi solo di sfuggita e nei folli orari di una folle programmazione da rete locale. Ma fu amore. Un amore sconfinato per Bulma, per lo scimmione gigante, il cattivo Pilaf, e il grande Muten. Un amore che si è riacceso quanto nel 1991 a Nipponia, fumetteria-centro culturale giapponese di Milano, ormai chiuso da anni, vidi la prima figure di Goku Adulto (da assemblare e colorare). Da allora toccai con mano i primi film, alcuni in giapponese, alcuni mi pare in spagnolo (arrivavano direttamente così nelle prime fumetterie che trattavano gli anime... ricordo che vidi pure, un paio di annetti dopo, il primo film su Broly all'epoca, dopo pochi mesi che ne ammirai la silouette in bianco e nero, tratta da un fotogramma dell'anime, tra le pagine del glorioso magazine Mangazine di Granata Press (quelle erano le fonti, ragazzuoli miei, internet non esisteva). E fu un nuovo amore la scoperta di Z, frutto della visione di quei film in lingue improponibile o senza sottotitoli, frutto del carisma che emanavano i Sayan biondi, il "grande mago Piccolo" (che in effetti detto così fa ridere), quel nano bastardo di Vegeta. Un amore che aveva per me un po' giocoforza la forma della sigla in spagnolo di Dragon Ball Z!


"Luce, fuego e destrusione, pel mundo puede esse la ruina!!" se mi fossi perso anche uno solo di questi film!! Il mio amore per la saga ha poi nuovamente arso come fuoco vivo quando è uscita la prima edizione italiana del fumetto, il primo manga "non ribaltato" della storia dell'editoria italiana (anche se penso che un paio di fumetti erotici di contrabbando prima ci avevano già provato), che leggevo nel tragitto dalla stazione alla scuola superiore la mattina presto, intorno alle 7.00, dalle parti di parco Sempione, per poi disegnare schizzi dei personaggi durante l'intervallo, quando ancora sognavo di fare i fumetti "da grande". Un amore che si è fatto quasi pazzia quando ho comprato a Console Generation, altro storico negozio di Milano chiuso da anni, per Super Nes (lo avevo americano, funzionava anche come Super Famicon, attraverso uno strano accrocchio di prese di corrente combinate e con una cartuccia speciale a due uscite con la "cartuccia-madre" di Street fighter 2), a un prezzo semplicemente "delirante", Dragon Ball Z Hyper Dimension, che trovo ancora bellissimo, e Chrono Trigger (preso in versione USA, pagato oro pure lui, gioco scelto perché aveva il chara di Toriyama, ma che considero a tutt'oggi, oltre che visivamente stupendo, anche il mio gioco di ruolo preferito di sempre). Nel frattempo "è successo". Mediaset ha ri-portato l'anime in Italia, con i nomi dei personaggi cambiati accazzo (perché Oscar al posto di Olong?? Yamcho??? Junior??????), con le censure... e con le sigle merdose del Vanni.


Le parole disposte in modo cretino, le frasi in inglese incomprensibile gettate nel testo fin da subito, fa tutto già schifo al primo ascolto e fa male constatare che moltissima gente ha avuto come primo contatto questa sigla e giocoforza voglia "un po' bene" a tale abominio musicale. Un minuto di silenzio. E dire che una volta ci stavano a fare le colonne sonore dei cartoni animati persone come gli Oliver Onions, i Cavalieri del re, i Cartoon Kids, Specrta, Massimo Dorati... E poi arrivi tu Vanni, dopo che siamo ancora provati da "L'uomo pipistrello che si avvolge nel mantello" di Cristina D'avena... Vanni, di cuore, ma vai a cagare!!! Riprendiamoci. Allora, Mediaset prende Dragon Ball e di colpo il "mio" fumetto preferito era il fumetto preferito di tutti. E sapete un po' com'è... c'è quella strana meccanica di quando sei adolescente e il tuo gruppo rock misconosciuto preferito inizia a girare sulla bocca di tutti... io quel cartone animato in italiano l'ho visto poco e male. Il fumetto era fico, era veloce, era divertente. I film erano divertenti, i videogame erano divertenti. L'anime, vuoi perché lo trasmettevano e ritrasmettevano in continuazione, vuoi per il modo diluito in cui narrava i fatti, vuoi per l'animazione così così, vuoi per le sigle sempre e per sempre merdose del Vanni, vuoi anche per la pesantezza della voce narrante (che abbiamo solo in Italia così logorroica!!!), vuoi che da feticista non apprezzavo i cambiamenti ai nomi dei personaggi... Insomma, l'anime italiano era un po' una cagata. O almeno così io la percepivo all'epoca e per uno strano imprinting anche oggi, piuttosto che avvicinarmici, mi ammazzerei. Un giorno tristemente impacchettavo la mia adolescenza insieme alla fine della saga di Buu tradotta in italiano, dopo che avevo letteralmente amato le saghe di Freezer e Cell.  Mediaset continuava le repliche, io ero diventato adulto e in questo Toriyama e Go Nagai (il suo Devil Man a fumetti mi ha cambiato la vita, è stato come partecipare al concerto storico di Woodstock) mi avevano "formato" quanto Omero, Dante, Boccaccio, Manzoni, Verga, Leopardi e Pascoli. Sentii di nuovo parlare di Dragon Ball mentre facevo l'università, si vociferava di nuova serie tra le fanzine di settore, Dynit garantiva l'home video.


Dragon Ball GT mi sembrava però sbagliato in tutto, dalla caratterizzazione dei personaggi alle musiche, a tutt'oggi non ne ho ancora visti abbondanti pezzi (ma ho recuperato in cofanetto, tipo "ieri").  E poi ovviamente arrivò il Vanni...


Se per il Vanni con Dragon Ball GT "siamo tutti qui, non c'è un drago più super di così!", io mi sentivo ancora meno parte del gruppo. Vecchio. Come quell'assurdo e sbagliato "Goku vecchio trasformato in bambino", simile a Fantozzi che si tinge i capelli e cerca di sembrare un ventenne.



Mi sono sentito di colpo, come quel Goku vecchio finto-giovane, inadeguato al fandom. Negli  anni mi sono sentito sempre più "fuori tempo massimo" e da allora il mio unico e timido ritorno al brand, è avvenuto con il gioco abominevole Dragon Ball Final Bout per PS1. Mi aveva fatto sentire quasi "sporco" quell'esperienza videoludica. Come se con quell'acquisto avessi voluto bruciare dei soldi sull'altare del marketing più infame, in cambio di pupù. Anche i videogiochi legati alla serie negli anni erano diventati mainstream, al punto che Dragon Ball Budokai per PlayStation 2 era regalato con i menù da McDonald's!!! La serie Budokai non era male, ma ero in un mood tale che ci avrò giocato al massimo quattro ore. Poi, storia recente, è arrivato Dragon Ball Super di Toyotaro e Toriyama, anime e fumetto, preceduto dal film Dragon Ball Z la battaglia degli Dei e dal film La Resurrezione di F. Toyotaro era il primo fan di Dragon Ball, l'autore di una delle "fan fiction più amate". Toriyama cercava dalla fine della saga di Buu il modo giusto per proseguire il brand e Toyotaro era forse l'alleato giusto. Non che i primi passi di questa operazione fossero comunque rivoluzionari, si partiva come premessa da un timidissimo filmetto il cui vero scopo era essere una specie di volantino della commissione affari culturali del Giappone da esportare a qualche convention sullo slow food o da esporre al salone del mobile di Osaka (storia vera), ma con questo pur timidissimo film si cancellava virtualmente quell'abominevole GT e si ripartiva a narrare la storia dalla saga finale di Dragon Ball Z, quella di Buu, come se nulla fosse. E questo bastava di brutto alla maggior parte dei fan, come bastava a me: il Goku vecchio bambino era stato cancellato dalla faccia dell'universo da uno spot lungo sulla cultura del sushi. Qualcosa in me è risbocciato, la produzione del nuovo corso di Dragon Ball è iniziata ufficialmente, fumetto compreso, e in un attimo sono tornato il ragazzino del liceo che leggeva le saghe di Freezer e il Cell Game. Non che Super e compagnia siano stati degni di allacciare le scarpe alle saghe più storiche e amate di Dragon Ball, tanto a livello di disegno come di animazione, bene inteso. Molti episodi proseguivano in modo un po' stanco, gli avversari dei nostri eroi non erano tutti così memorabili e anche le "trasformazioni" dei Sayan sembravano più che dei veri upgrade fisici degli estemporanei cambi di tinta da uno shampista. Anche dal punto di vista narrativo la salsa "più action e quasi splatter", che saltuariamente nella serie classica faceva capolino per regalare un po' di tensione extra, sembrava essersi esaurita e si dava più spazio all'ironia più ingenua propria della primissima saga, rendendo l'insieme carino ma forse manco troppo accattivante. Ma Super mi ha comunque preso bene. Forse perché quei personaggi straordinari di Toriyama, dopo tanti anni, mi erano mancati e nemmeno me ne ero reso conto. Super non inventava molto, ma arricchiva bene, ti faceva "sentire a casa" (cosa in cui GT per me falliva). La storia andava avanti appunto dopo la saga di Buu e recuperava i personaggi più iconici. Se ancora adesso non riesco a empatizzare con quel tipo assurdo di invincibile gaudente che è Goku (del resto anche Ruffy di One Piece non è che mi faccia impazzire), tornavo a vedere con interesse gente come Vegeta, come Freezer, persino C17. Vegeta da "eterno secondo" stava iniziando a crescere come marito, come genitore, come possibile nuovo leader di nuovi Sayan. Stava iniziando a fare gioco di squadra. Sorprendentemente pure Freezer tornava in scena e aveva qualcosa da dire una volta che sceso dal piedistallo si faceva più sfaccettato, rimanendo sempre pericoloso, dimostrando in qualche sporadico caso onore. C17 da ragazzino arrogante era diventato un uomo responsabile e altruista. Certo si può liquidare queste evoluzioni con un salomonico "sono tutti più buoni", ma andava bene così, non c'era niente di davvero rivoluzionario in Dragon Ball Super ma lo storytelling girava bene, i personaggi si facevano amare e qualche guizzo narrativo ogni tanto sorprendeva in positivo. Vuoi anche l'idea trita e ritrita (ma si dovrebbe dire pure "rituale" e "sempre bene accetta") di organizzare un super torneo o duo, che anche se non originalissima sapeva sempre donare una onesta razione di azione senza inventarsi troppo e intrattenendo al massimo. 
Poi è arrivato Dragon Ball Fighterz, realizzato dai geni della Arc System Works di Guilty Gear, il primo videogame di Dragon Ball dopo una vita intera, dopo Hyper Dimension, che finalmente vedevo realizzato bene per i miei standard. Perché era per una volta picchiaduro in stile cartone animato e non una specie di simulatore di volo in grafica poligonale spoglia. Fighterz riusciva davvero a nobilitare visivamente e ludicamente il materiale vecchio e nuovo di Dragon Ball, fino a mandarmi in estasi. Ed era lì che ci sono rimasto male per il fatto che il gioco poteva chiudere e mi è venuta la voglia di scrivere quel pezzo. Ed ecco che siamo ad oggi, alle novità. 
Fine del preambolo. 


-Dragon Ball Super: Broly. Se ancora ve lo siete perso, non c'è modo migliore di celebrare il Goku Day che gustarsi il nuovo film cinematografico. È il terzo film del nuovo corso, inaugurato con quello spot al sushi che fu La battaglia degli dei (anche se figura come il primo film ufficiale di Super), è collocato direttamente nell'arco narrativo di Dragon Ball Super più recentemente animato, la saga del Torneo del Potere, ed è l'esordio, nella "continuity ufficiale", del personaggio di Broly, conosciuto e amato storico villain apparso per la prima volta sullo schermo nel film Dragon Ball Z: Il Super Sayan della leggenda, del 1993. Broly è sempre stato nella saga filmica del brand il sayan "più grosso", una gigantesca montagna di muscoli e rabbia fuori controllo, un gigante di inesorabile potenza, concepito per riuscire a schiacciare chiunque gli capiti davanti. Una specie di Hulk, con tanta voglia di menare le mani e con un passato succinto ma preciso. In un flashback si spiegava la rabbia di Broly come conseguenza di un disturbo della primissima fase dello sviluppo. Poiché  il suo vicino di culla spaziale, Goku, piangeva sempre e gli rompeva le palle, il piccolo Hulk aveva sviluppato un inconscio odio verso quest'ultimo. Broly visivamente era l'espressione di come sarebbe potuta essere  la trasformazione fisica più "gonfia" in Super Sayan, quella  per capirci che ha visto lo sviluppo del "Trunks gonfio" nell'epoca di Cell. In un epoca vicina a quella di Vialli alla Juve, quando tutti sembravano evolversi in montagne di muscoli e anabolizzanti come Kenshiro. Per chi è nato negli anni '80 di Scharzenegger una specie di must, per tutti gli altri, Toriyama stesso (pentito) e il buon senso comune, una esagerazione grafica interessante ma naïf, ma che andava benissimo limitare e magari relegare come "curiosità" a giusto un personaggio. Appunto Broly. Grande successo, pupazzetti venduti ovunque, altri due film meno belli sul personaggio, ma comunque di successo, e tanto amore per lui nei successivi quasi trent'anni, presenza quasi fissa nei videogame e  si arriva a un Broly aggiornato al presente, anno 2018.  E viene fuori che può non essere neanche poi così villain, può non urlare tanto e incazzarsi tanto, può esserci "un Banner dietro all'Hulk". Il film, uscito con successo nelle sale anche in Italia, ci mostra un Broly molto più protagonista che antagonista, molto più umano che bestiale, quasi amabile al punto di essere inquadrato come una bestia con al suo fianco una interessata e invitante bella (che ci mostra quanto sexy possono essere le tute spaziali dell'esercito di Freezer). Insomma, un taglio molto diverso, anche solo dal punto di vista visivo, del Super Sayan della leggenda. Anche qui, come per Vegeta, Freezer e C17, tutti "ripescati celebri" di Dragon Ball Super, siamo in un'ottica di sfruttamento/approfondimento di più lunga durata e il film assume da subito i contorni di una introduzione del "nuovo personaggio di Broly", la sua origin story, piuttosto che essere come rilegato come nei film di Dragon Ball del passato al ruolo sporadico di cattivo di un evento a sé. C'è molto "World building" nella prima parte della storia, circa un'ora, di quello convincente ed esaltante, che lega e arricchisce il passato della saga, sa sviscerare il carisma delle parti in causa, prepara a prospettive ghiotte di sviluppi futuri. Ci sono guerre, intrighi, mondi che esplodono, grandi rivalse, pure qualcosa di Shakespeariano. Poi le botte arrivano, tutte insieme, dopo un siparietto buffo sulle motivazioni di Freezer e Bulma per evocare nuovamente Shenron. E l'ultima parte è davvero un lungo e unico combattimento, travolgente,  di quasi 40 minuti. E lì si mena, non si parla più, il carattere dei personaggi prende forma nella loro arte marziale, con un tappeto sonoro sullo sfondo incessante, tra la techno e il coro da stadio, idealmente vicino al celebre "inno dance" di Mortal Kombat. Certo i fan storici più integralisti che amano pensare Broly alla stregua della migliore incarnazione del villain dragonballesco definitivo, ci resteranno magari male, ma per tutti gli altri questo nuovo corso, la prospettiva quasi anti-eroica del nuovo Broly, funziona, ha solide fondamenta, urla "dateci su di lui una saga spin-off". E la cosa non può che esaltarci. Visivamente il film non è niente male, la trama è abbastanza lineare ma corretta, si parte un po' lenti come è giusto, si decolla e verso il finale ci arriva pure a un paio di belle sorprese (che sono già state rese mesi fa segreto di pulcinella, ma tant'è). Forse la prima parte e l'epilogo riempiono di più la testa e sollecitano la fantasia. La maxi zuffa del secondo tempo esalta, ma forse in qualche punto fa tirare un paio di sbadigli e gli inserti in animazione 3D sono gustosi quanto svilimenti a momenti alterni. 
Di sicuro vedere questo spettacolo al cinema dà soddisfazione e la ricca platea in sala con me sembrava più che soddisfatta del risultato (poi  tutti i bimbiminkia, che un secondo prima urlavano in sala esaltati, usciti dalla sala commentavano "chemmmerda raga!!!" Per darsi un tono, un po' da veri bimbiminkia, come se fossero stati lì per veder Kubrick e avessero sbagliato sala). 


- Dragon Ball Super, l'arco narrativo del Prigioniero della pattuglia galattica: dopo l'arco del Torneo del Potere (che ancora tiene banco nel numero 7 della versione italiana del manga, edito da Star Comics, mentre è già interamente stato trasposto in animazione), dopo il film Dragon Ball Super: Broly, è partita una nuova saga in cui il principale antagonista dei guerrieri Z sembra essere un alieno dal volto caprino potentissimo di nome Moro. E siamo subito nello spazio, su pianeti lontani ad "ambientazione western" come nel migliore scenario da pianeta sabbioso con taverna di Star Wars (o saloon da Captain Harlock). Tra assalti a treni gravitazionali per Juma, scontri all'arma da fuoco inquadrati come Mezzogiorno di Fuoco e criminali evasi con astronavi da penitenziari ultra-sorvegliati. La pattuglia galattica crede che per fermare Moro l'unica possibilità sia quella di risvegliare il Daikaioh, essere supremo che risiede all'interno del corpo di Majin Buu. E quindi prepariamoci a una nuova evoluzione - approfondimento dell'amabile Fat Buu. Mi sta piacendo questa saga, e pure parecchio. Tutto funziona come dovrebbe, meglio che nei numeri passati sul torneo. C'è molta azione, una bella ambientazione, un po' di thrilling e sembra per ora lontano l'effetto "mischione" che ha un po' caratterizzato il manga di Toyotaro. Assolutamente da recuperare la versione italiana di Star Comics, appena sarà in edicola. Un'ottima occasione per riprendere in mano il fumetto in questo Goku Day.



- Dragon Ball Fighterz - il Season pass 2 trova il suo terzo combattente: dopo la premiazione finale del Dragon Ball Fighterz World Tour è partito il primo trailer della stagione due del season pass dei contenuti a pagamento del picchiaduro Bandai-Namco-Arc System Works, in vendita dal 31 gennaio. Sono in totale 6 i combattenti del pacchetto che  andranno in questi mesi ad aggiungersi ai personaggi giocabili. Due sono già acquistabili nei negozi digitali, Jiren e Videl, due sono già stati rivelati come le ultime due uscite, il nuovo Broly e Gogeta blu, due erano ancora avvolti nel mistero fino all'altro ieri. 
Videl è la terza "ragazza" selezionabile del gioco (le altre due, C18 e C21 sono donne cyborg). Come C18, Videl può usufruire di un aiuto nel combattimento da parte di un secondo personaggio e nel suo caso si parla di Gohan, vestito per l'occasione come il suo alter-ego supereroistico Super Sayaman. I due hanno divertenti attacchi combinati tra cui una super in cui si lanciano in aria per poi realizzare degli attacchi sincronizzati alla maniera di Shinji e Asuka dell'episodio 9 di Evangelion (scena poi copiata ovunque e da chiunque). Videl è la figlia di Mr Satan (Videl è anagramma di Devil), nonché moglie di Gohan e madre di Pan (eroina di Dragon Ball GT), ed è un personaggio molto amato quanto poco rappresentato nei videogame. Spesso perché relegata troppo rapidamente nella storia a "donna di casa", la stessa sorte capitata a Chichi, tanto nell'anime quanto nel manga. È interessante vederla come nuova aggiunta ai combattenti, ha delle animazioni fantastiche, fa delle "monate" molto scenografiche con il Super Sayaman, ma tra tutti i personaggi da aggiungere dell'intero franchise e ancora non rappresentati non era esattamente ciò che cercavo. Fossi stato in Arc System l'avrei scelta dopo altri 90 possibili personaggi. Anzi no, non vorrei apparire troppo femminista, ma diciamo che probabilmente non la avrei mai scelta in tutta la vita. È comunque veloce e divertente da usare? No, non lo è, almeno per me. Però è abbastanza originale e con il tempo magari mi ci divertirò. Ma non credo. C'è la possibilità di selezionarla con i codini (e in quel caso Gohan compare con in testa, al posto della bandana, il casco di Sayaman). È più interessate così? No, per niente, e ti fa ancora più incazzare pensando che "C'è il Great Sayaman", con animazioni e tutto e non puoi usare direttamente lui. 



Jiren (da ren-ji : "caldaia") è il più forte dei Pride Troopers dell'universo 11, una specie di gruppo di difensori della pace con tanto di divisa rosso-nera. Ha fatto la sua prima apparizione nell'arco di Super del Torneo del Potere ed è di fatto lo sfidante definitivo, quello più grosso e potente. Jiren visivamente è un "grigio", ossia uno di quegli alieni con gli occhioni che dicono ogni tanto si facciano un giro sulla Terra, solo che a dispetto della corporatura magrolina e idrocefala del "grigio medio", Jiren è ultra-palestrato e inguainato nella sua tutina da supereroe (ma che fa anche un po' Star Trek per accostamento cromatico). Idealmente è interessante, incarna al contempo un alieno quanto un power ranger quanto un supereroe di tipo americano (tutti i pride troopers richiamano un sacco il corpo delle lanterne verdi dc), ultra muscoloso e pieno di pose plastiche. Anche il fatto che sia "duro come una roccia" e profondamente cupo di carattere come un Kenshiro è interessante. Visivamente e caratterialmente, Jiren (che comunque mi piace un sacco per la sua diversità rispetto al rato del cast)  forse poteva essere "più interessante", almeno "per ora" (nel fumetto si accenna a una strana storia che riguarda il suo maestro e sarebbe interessante approfondire). Non è amatissimo tra molti fan di Dragon Ball, almeno tra quelli occidentali mi pare, forse perché lo vedono (cosa che effettivamente è) come uno stereotipo molto diretto dei tizi dei comics americani supereroistici (non considerando che in fondo non è neppure troppo diverso dalle serie Super Sentai, e quindi "giapponesissimo come concetto", ma vaglielo tu a spiegare...). Però è grosso (un po' più di Goku, non certo "enorme" come C16, Cooler o Broly), ha delle mosse interessanti (non facili da padroneggiare, basate molto su contromosse e attacchi media distanza) e uno stile unico. Arc System ha fatto davvero un gran lavoro con lui, replicandone anche le movenze più strane, come il vezzo di saltare arrotolandosi su se stesso, prediligendo movimenti netti e plastico/scultorei del corpo, creando barriere respingenti che si materializzano dalle fiamme dei suoi occhi. Non è facilissimo da usare, regala gioie solo se si entra nell'ottica di idee di gestire un personaggio con pattern molto diversi dal solito, più difensivo e spinto sui contrattacchi. È un po' "per esperti", ma ben venga, può dare soddisfazioni. 


Di Gogeta e del "nuovo" Broly, che arriveranno pare alla fine del season pass, sono state presentate solo alcune sequenze animate riprese dall'ultimo film ed è quindi difficile prevedere come saranno i personaggi finiti per ora. Certo Gogeta potrebbe assomigliare a Vegetto in qualche misura, ma Broly potrebbe essere davvero "ogni cosa". Nel roster è già presente il Broly tratto dal film Il supersayan della leggenda, nella sua forma più enorme, muscolosa ed esplosiva. Forse un po' lenta. Il nuovo Broly potrebbe essere una versione più piccola e umana, magari in grado di diventare enorme e hulkesca in limitati periodi di tempo come mossa speciale. Certo se fosse unicamente un reskin del Broly già nel gioco sarebbe una delusione. Vedremo. 
Infine è confermato, dopo un paio di mesi in cui si sono seguire informazioni tuttora parziali sul personaggio, l'arrivo come nuovo combattente nel roster di Kid Goku, difettante della serie GT. Sì, il Goku bambino vecchio stile Fantozzi tinto, sarà il prossimo eroe giocabile e sarà rilasciato proprio il 9 maggio, in occasione del Goku Day. È il primo personaggio della serie GT a essere preso in considerazione dal gioco, alla faccia di chi diceva che "non può esistere, perché la serie non è canonica" e questo apre virtualmente la strada per il futuro a un sacco di personaggi, che mi fanno un po' cagare come background ma sono visivamente fighi e perfetti come combattenti (cosa che mi fa benissimo perché parliamo di un gioco di combattimento), come Baby-Vegeta, Omega Shenron, Super C-17, gli altri draghi ecc. ecc.. Secondo quanto trapelato Kid Goku GT avrà come secondo costume la classica tuta arancione della serie originale (per renderlo meno indigesto), pare potrà usare il bastone allungabile classico e possa attingere a tutto il repertorio di mosse appreso nelle saghe della serie Z, con l'aggiunta di un paio di colpi iconici della serie GT, compresa la Genkidama finale e la super kamehameha. Si è fatto mistero, su V-Jump, il mensile che in anteprima ha pubblicato le prime immagini, su una mossa di livello 3 "segreta". Per molti fin da subito sarebbe potuta essere una trasformazione temporale (o "install" in gergo), come quella che muta Freezer in golden Freezer. Si parlava nello specifico del fatto che con questa mossa il piccolo Goku potesse mutare nell'adulto SSJ4, con tutto il suo specifico e spaventoso set di mosse. Il SSJ4 è forse una delle cose più fighe di GT, il fan medio ha subito sperato di poter splittare velocemente il Goku-baby-vecchio in ragione del sayan peloso. C'era gente che letteralmente ha orgasmato su questa possibilità, non nego che pure io sarei in estasi se si concretizzasse, anche perché il goku versione minchietto non mi esaltava poi troppo di per sé. Se ci fosse la possibile trasformazione in SSJ4 in questi termini, e questo renderebbe Kid Goku a tutti gli effetti un personaggio "doppio", credo pure io, a mani basse, che sarebbe facile il personaggio più fico e divertente da usare di sempre, nonché il regalo più bello per il Goku day. Ma già dall'epoca della news non sono l'unico ad  avere enormi e spaventosi dubbi sul fatto che ciò possa realizzarsi, sembrerebbe troppo bello per essere vero e quei maledetti di V-Jump, anche il mese dopo, hanno rimarcato tale ambiguità. La trasformazione effettivamente è stata rivelata, ma ha tutto l'aspetto di una cinematica e non di un set di mosse autonome. Poi è arrivato il trailer.



L'ambiguità rimane e probabilmente solo all'uscita del personaggio sapremo come sarà effettivamente. Rimane nel season pass 2 ancora un personaggio misterioso da svelare. Ne parleremo quando sarà rivelato, ma dubito accada prima di luglio. Nella mia wish list, e ve lo racconto come se fossi tornato per un istante un bambino di undici anni con cui parlate durante l'intervallo, al top c'è Janemba. Questo perché, argomenterei con in mano un tegolino, manca finora nel season pass 2 un vero "villain" e Janemba è visivamente  e per stile tra i più interessanti. Apprezzerei ad ogni modo tra i villain anche Darbula, Omega Shenron, Vegeta-Baby, C19+C20, Zarbon+Dodoria. Se capitassero i "vecchietti", cioè Mr. Satan o Muten, sarei comunque contentissimo, come se arrivasse a sorpresa un Toppo o (e sarebbe un vero colpo di genio) Ribrianne. Ma alla fine mi andrebbe bene davvero tutto, anche i magari più "scontati" Kefla o Radish, anche Jaco. Perché appunto spero, come spero che in futuro il Mulino Bianco torni a produrre il "Soldino", che questo gioco continui ad essere supportato ancora per tanto tempo, con una terza e quarta stagione da dieci personaggi l'una. Magari con l'aggiunta di livelli extra come la stanza dello spirito del tempo e il pianeta di re Kaioh, magari con l'aggiunta di bonus stage da integrare in una possibile modalità arcade, in cui sia possibile scontrarsi con mostri enormi come gli Ozaru (magari che si muovono come Galactus in Marvel vs Capcom 3). Credo che queste ultime cose non servirebbero magari a una fava nelle competizioni mondiali del gioco, ma il mio bambino interiore, con le mani tutte zozze di Tegolino, sarebbe felice un botto di vederle.


-Dragon Ball Project Z: ed eccoci al nuovo gioco legato al franchise di Dragon Ball, in uscita per questo 2019 è che quindi per questo Goku Day possiamo solo immaginare. Dovrebbe essere un action - rpg in grafica Cell-shading, dovrebbe integrare più componenti narrative tratte dalla serie Z (in pratica dalla saga dei Sayan a quella di Majin Buu, ma dai filmati si è visto giusto l'arco di Freezer), dovrebbe essere fico. Dovrebbe essere fico perché a lavorarci copra sono i Cyberconnect2, un gruppo di veterani nel campo degli rpg (la fortunata saga cross-mediale  ". hack" ma anche il simpatico SolatoRobo) quanto nella trasposizione di anime in Game (la quadrilogia di Naruto Ninja Storm, JoJo All Star Battle), quanto sperimentatori  di curiosi ibridi tra anime e videogame (come il bellissimo, imperfetto e sfortunato Asura's Wrath). Ci aspettiamo grandi cose, ma è ancora troppo presto per esprimersi sensatamente, il materiale divulgato è davvero poco.

Ora dovrei parlarvi di Dragon Ball Heroes, di Dragon Ball Xenoverse, di Dragon Ball Legends, magari di Jump Force, che (anche se orribile) ha pure al suo interno dei personaggi di Dragon ball e dei villain disegnati da Toriyama... ma sono territori che non frequento e per i quali vi rimando alla rete e agli appassionati.
Certo fa strano celebrare il Goku Day. 
Certo fa strano che nel 2019 Dragon Ball sia ancora tanto di moda, quanto al centro di mille progetti, così come il fatto che lo stile grafico di Toriyama continui ad impazzare anche su altri prodotti di successo come la saga di Dragon Quest. Ma tutto questo non può che farmi piacere e farmi tornare un po' alla memoria le mattine assolate di ormai troppi anni fa in cui andavo a scuola. Forse alla prima ora ci sarebbe stata l'interrogazione di greco, ma per una buona mezz'ora ero tra le pagine di Dragon Ball con Goku, sul pianeta Namec, a raccogliere le sfere per evocare Polunga cercando di non farmi scoprire dal terribile Zarbon. Buon Goku Day a tutti i bambini attempati e a tutti i bambini autentici che ancora oggi sognano di volare su una nuvola dorata.


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