martedì 15 agosto 2017

La torre nera - la nostra recensione



L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Cominciava così una "saga per caso" che cambiava forma e stile a ogni uscita e con il passaparola diventava grande, autentica. Una epopea horror/futur/western ruvida, sconnessa e dall'autore, Stephen King, mai pianificata veramente, costruita sull'onda del momento, spesso inseguita e ricercata dall'autore tra le righe dei suoi altri romanzi, come un chiodo fisso o un memento. Un'epopea culminata dopo anni, anni e anni in un capitolo geniale, grande, ma che non era poi davvero conclusivo. Lì si pone, con spericolata baldanza e assoluta follia, questa riduzione cinematografica della Torre Nera. Un seguito, un nuovo punto di inizio per i nuovi futuri lettori, un "Elseworld" che ripercorre i passi del primo romanzo, L'ultimo cavaliere e che solo chi ha letto i libri fino alla fine, fino all'ultima pagina dell'ultimo libro, può collocare al meglio (certo serve una certa interpretazione, ma ci può stare). È un mondo simile a quello cartaceo, ma mosso da regole diverse (le porte qui fungono da teletrasporti completi, non solo dell'anima), percorsi temporali diversi e nemici in parte diversi. Meno horror e più fantasy, più rivolto ai giovani. Una favola oscura dalle parti dei fantasy come Legend di Ridley Scott, narrativamente più dalle parti del kinghiano Il talismano e quasi in zona dell'Endiano La Storia infinita, con cui condivide tantissimi punti. C'è un bambino che sogna un mondo lontano, c'è un eroe ultimo della sua razza, c'è un potere che ingoia ogni cosa simile al potente "Nulla". Il gioco rimane lo stesso del libro. C'è una torre nera che protegge alcuni mondo dall'oscurità. C'è un nemico che vuole abbatterla corrompendo quanto di più puro e indifeso ci sia al mondo. Ci sono i pistoleri, l'unico baluardo contro il male a difesa della torre e tra loro c'è Roland, l'ultimo di loro, che impugna contro i demoni pistole ricavate da Excalibur. Roland ha mantra quando si prepara alla lotta. Non mira con la mano, perché colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui mira con l'occhio. Non spara con la mano, perché colui che spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui spara con la mente. Non uccide con la mano, perché colui che uccide con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Lui uccide con il cuore. Codice, onore, sacrificio e molto sconforto, uniti a una pellaccia quasi d'acciaio e da una mira sovrumana, muovono Roland nella infinita e spietata lotta contro il re rosso e uno dei suoi attendenti più temibili, Walther. Walther assomiglia qui tanto al Randal Flagg del kinghiano L'ombra dello scorpione. È un demone quasi onnipotente, terribile e letale. C'è questa lotta, ci sono i mostri e un desolato mondo parallelo post apocalittico e c'è la storia di Jake, un bambino che ha strani sogni, viene bullizzato e quasi internato perché creduto pazzo dalla sua stessa, pessima ma amatissima madre. Ma come King insegna, non bisogna mai sottovalutare le capacità delle persone più tartassate e sconfitte dalla vita, perché è in loro che risiede la vera forza. 


Il film è ben recitato, è carico di scene suggestive, scenari evocativi  e preso per quello che vuole essere, cioè una favola dark, funziona e alla fine ha pure una chiusa interessante. Rimane un fatto netto: non è, ne mira ad essere, una trasposizione fedele dei libri della Torre Nera. Il fatto che ne sia in qualche modo un sequel non è male, ma la scelta di farne un prodotto più per ragazzi può far storcere magari il naso a chi voleva un taglio più horror e adulto. C'è chi poi ha letto che è una saga fantasy, non ha letto i libri e si aspettava una specie di Signore degli anelli. Ovviamente si sono sentiti fregati, anche se magari potevano informarsi prima. In rete lo hanno demolito anche più del necessario, il botteghino è andato deserto, difficilmente il progetto della Sony, che includeva altri capitoli cinematografici e serie TV a tema, sarà prolungato, salvo miracoli. A un occhio critico non è affatto la monnezza tanto sventolata dall'indignato pubblico. È un film piuttosto onesto e nemmeno troppo lungo, con belle scene d'azione e un finale, per una volta, che è autosufficiente a future pellicole. Io lo metto nella schiera delle pellicole fantasy carine anche se non epocali come Blade, The Last Witch Hunter, Shadow Hunters, Underworld. Lo metto quasi una spanna sopra però. Per una sera, specie se molto calda, va benissimo, magari accompagnato a una coca cola. 


Idris Elba è granitico, fico a non finire e fa un sacco di cose ganze con le sue pistole. In alcune scene non fa che sparare e ricaricare contro montagne di mostri che gli si parano davanti. Matthew McConaughay sembra Christopher Walken da giovane e si diverte un pazzo a creare un cattivo cattivo crudele quasi quanto il T-1000 di Terminator (c'è una scena ad hoc in cui vedrete questo aspetto). Un cattivo che per una volta non ha un filo di ironia e che quando arriva fa veramente paura. Il piccolo Tom Taylor non recita affatto male, lega molto bene con Elba ed è molto credibile pur nel contesto incredibile della storia. In molte scene tra Elba e Taylor si recita il classico buddy movie, e questi sono tra i momenti più riusciti della pellicola. L'aria pesante da dark fantasy, stile Legend, funziona e la musica da un accompagnamento niente male. C'è tutta una pletora di mostri tentacolari, demoni che comprano al mercato nero pelli umane da indossare, poteri telecinetici e pure un raggio mortale creato dal terrore. Ci si diverte. Ci si aspettava a ogni modo a livello di "mondo" qualcosa di parecchio diverso, di più grosso, di più profondo, di più aderente ai testi, di piu pauroso, di più adulto. Tutte vie che potevano essere percorribili ma che non si sono intraprese, complice una produzione che è un po' naufragata dopo che Ron Howard si è allontanato troppo dal progetto e dopo che la solita coppia di produttori pasticcioni (si dice) si è chiusa per due settimane in sala montaggio a fare i macelli cosmici. Qualunque sia la verità, il film è carino e abbastanza solido pure dal punto di vista del montaggio, privo delle bestialità di montaggio viste in Suicide Squad o Batman v Superman. Non ci sono buchi di sceneggiatura qui. Manca semmai all'intera produzione un po' di ambizione in più per elevarlo a un prodotto di serie A. Il gigante produttivo ha partorito un topolino. Anche se un topolino simpaticissimo.


Mi viene in mente un aneddoto. Ho visto tempo fa Daredevil al cinema. Era bruttino, diciamo. Poteva venire meglio. Ma da allora mi sono incuriosito e ho iniziato a leggere il fumetto, che è ancora oggi uno dei migliori comics in circolazione e una delle mie letture imprescindibili. Forse qualcuno, come me allora, dopo aver visto questo film potrebbe avvicinarsi alla saga cartacea della Torre Nera. E so già che così facendo avranno una bellissima sorpresa. Ma a prescindere da tutto, se non lo avete ancora fatto correte a leggere la saga di King appena potete. Ho sentito in giro che c'è troppa gente che ancora non la conosce e questo è davvero un peccato. 
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sabato 12 agosto 2017

Pacific Rim Uprising - gli Jeager!!

Abbiamo finalmente avuto i primi contatti ravvicinati con il futuro film robottonico per la regia di Steven DeKnight grazie al Comicon di San Diego. Si sono viste due tutine, due pupazzetti, un teaser vedo non vedo e poco altro. Tra quel poco altro ci sono le schedine dei robottoni e siccome queste fesserie ci mandano in estasi, condividiamo la pazzia con voi. Non chiedeteci però chi pilota cosa, che è troppo presto e quello che in fondo davvero importa di tutta la trama è che esploda degli Jeager solo quello con Scott Eastwood, magari facendogli fare una fine (sempre virtuale ma decisamente orribile). Evvai di pupazzi quindi!


Gipsy Avenger è l'evoluzione del Gipsy Danger classico. Monta sul petto, alla Mazinga, un cannone  Vortez in questo caso "doppio" (uno grande e uno più piccino sotto). Sfoggia di nuovo i mitici pugni "accelerati" a razzo, è dotato di spada a catena (che speriamo stavolta si ricordi di avere prima della fine del film) e mantiene la mano trasformabile in plasmacaster (speriamo dalla ricarica più veloce di prima). Molto interessanti gli upgrade alle gambe, che dovrebbero garantire una velocità superiore a quella da "muflone morto" del Gipsy precedente. L'elmo è più da soldato spartano e meno da motociclista, le spallotte giganti qui sembrano più "sobrie". Un bel pupazzino.


Il Titan Redeemer sembra a tutti gli effetti l'evoluzione di questo oggetto adattato alla lotta contro i Kaiju...





Ha molti componenti ma pochi usi specifici. Deve fare male. Non deve essere bello per un Kaiju avere alle spalle il "Redentore Titanico". Un'arma come le "granate nebbiose" serve probabilmente ad occultare un robottone da mezzo chilometro dalla vista di Kaiju piuttosto tonti.


Ok, il riboninja con doppie katane e aggeggi per incrementare la velocità. Sarà pilotato da donne per via della colorazione? Durerà di più del Crimson Typhoon, per la gioia dei produttori principali della pellicola?


Ecco il robot "razzista"del gruppo. Spara dalle gambe, dalle braccia, dal petto. Sembra il frato-cugino dello Striker Eureka: grosso, potente e pieno di missili. Si raccomanda ai bambini di non puntare i missili a grappolo contro gli occhi.


E questo chi è? Sembra pure lui grosso e cattivo e pieno di acceleratori per i movimenti. Si vede che i robottoni alla Cherno sono ormai fuori moda, qui dovrebbero schizzare tutti come schegge. A occhio pare il pupazzino che se lo trovi nell'happy meal ci rimani male, quello che McDonald ci impiegherà gli anni per eliminare le scorte. 

E adesso non vediamo l'ora di vedere i pupazzini Kaiju! Febbraio si avvicina! 
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martedì 8 agosto 2017

Deadpool 2



Le prime foto di Josh Brolin così come apparirà nel ruolo di Cable nel secondo film di Deadpool. È un look molto vicino alla controparte cartacea pensata da Rob Liefeld, ma giocoforza meno muscolare e più ruvida e rugosa. L'ingresso di Cable nel pantheon mutante significa che presto arriverà nelle sale (o in TV) anche la X-Force, la squadra di mutanti pesantemente armati di cui spesso lui è leader sulla carta stampata. Il personaggio è molto misterioso in effetti, al punto che le sue origini (da non spoilerare) divergono tra la versione classica e quella ultimate. Ma il succo, quello che più lo contraddistingue da sempre come personaggio, è il fatto di essere un soldato e un leader carismatico. Un'aggiunta interessante, che si pone tra il sognatore Charles e il terrorista Victor. Le sue avventure con Deadpool sono comunque tantissime e fuori di testa,  e immaginiamo che presto ce le troveremo tutte di nuovo in edicola. 


Oltre a Cable, in Deadpool 2 troveremo anche Domino, altro membro storico della X-Force. Non c'è che dire, il nuovo film del mercenario chiacchierone, previsto in sala per il 2018, sta iniziando a farsi interessante...

Anche Deadpool è pronto a perdere ogni dignità per una Domino (Zazie Beets) così!
Torneranno ovviamente anche il Colosso "digitale", la minuta Testata Mutante Negasonica, la fidanzata Vanessa (la bellissima Morena Baccarin) e il tassista Dopinder. 

Il primo Deadpool, diretto da Tim Miller, è stata una bella sorpresa. Un film di supereroi pieno di parolacce, sangue e scoregge. Un film sgangheratamente ironico, ultra-action, trucidamente splatter, sentitamente sopra le righe ma anche immensamente auto-parodistico. Ci ha conquistato questo anti-eroe brutto come Freddy Krueger, immortale come Wolverine, grezzo da far paura, ma soprattutto sorprendentemente tenero e innamorato. Un eroe imperfetto e per questo più umano del solito. Il timone della pellicola numero 2 va ora a David Leitch, coinvolto nel progetto già dalla pellicola numero uno (soprattutto nel mitico "corto di prova", quello con il combattimento girato in auto che ha attirato i produttori al progetto), uno della cricca degli ex stunt-man passati dietro la macchina da presa con John Wick (l'altro è ovviamente Chad Stahelski) e in sala adesso oggi, come regista, con Atomica Bionda. Ci piace il modo in cui questo regista sta riscrivendo con i suoi soci le regole dell'action, frullando arti marziali e pistole in un modo nuovo e originale (ma che comunque strizza l'occhio a John Woo, al judo quanto alle scoperte orientali di Gareth Evans). Ci piace l'ironia e i "mondi segreti" che affiorano dalle sceneggiature delle loro opere. Sul lato squisitamente delle "botte", la "rallenty -action" del primo Deadpool era divertente quanto plastica, ma forse un po' già vista. La "gun-fight " più spinta e "meno contemplata" vista in John Wick e Atomica Bionda è invece una scelta più realistica, più sofferta e più tecnica. Sembrano davvero pugni, sembrano davvero provenire da persone sudate, nonostante tutto rimanga assolutamente sopra le righe. Se Leitch la importerà o tradurrà per Deadpool non è ancora dato saperlo, ma sarebbe un'implementazione mica male. Il villain della pellicola è ancora senza nome, anche se potrebbe benissimo essere Cable stesso. Insomma, lo ripetiamo: hype a mille. 
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venerdì 4 agosto 2017

The Assignment - Nemesi - il nuovo film di Walter Hill con la colonna sonora di Giorgio Moroder



Frank Kitchen è muscoloso, peloso, sudato e con una nerchia grande così. La sua vita consiste in sesso compulsivo e continuo intervallato da una carriera professionale da assassino prezzolato. Come spesso capita ai cattivi nei film, avrà la sua punizione. Una scienziata pazza interpretata da Sigourney Weaver, la dottoressa Rachel Jane, decide di punire il killer per aver assassinato suo fratello. Siccome oltre che pazza e geniale è filosofa e cita Shakespeare a memoria decide di dare all'assassino macho sesso-dipendente una punizione esemplare. Lo trasformerà fisicamente in una donna. Così dopo essere stato aggredito, rapito e operato il buon Frank si ritrova a guardarsi allo specchio, nudo come dottoressa Jane lo ha fatto, dopo essersi dolorosamente e feralmente tolto le bende, quale novello Joker. La scena qui è forte. Sembra quasi di trovarsi in una grottesca imitazione di una delle più celebri scene di Orlando di Sally Potter con Tilda Swinton. Nell'adattamento del romanzo di Virginia Woolf, Orlando, reincarnatosi in un corpo femminile dice: "Stessa persona, nulla è cambiato. Solo il sesso è diverso". È un manifesto della superiorità della sostanza sulla forma, che si definisce e contrasta, in una lotta continua, in altre frasi celebri tratte dalla stessa opera letteraria come: "Sono gli abiti a portare noi e non noi a portare gli abiti; possono far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua. Essere e apparire. Frank Kitchen si specchia nel corpo nudo di Michelle Rodriguez. Non ci sono più i suoi muscoli scultorei, i suoi peli e la barba irsuta, la sua nerchia gigante. Frank urla come un cinghiale ferito a morte da una tagliola. La dottoressa, che è fan anche di Poe, gli/le riempie la casa di citazione al Corvo: "Nevermore, mai più" scritto ovunque. Lo/la invita a prendere le pastiglie, gli antidolorifici e gli ormoni, per far scomparire i residui di mascolinità insieme allo sgraziato vocione. Frank  è morto e forse può rimanere tale, la ragazza del caffè che aveva conosciuto per caso prima del rapimento/ intervento gli/ le vuole bene anche nel "dopo". La punizione può essere un dono? Per Frank no. E armato/a di pistola decise di fare una strage e di non fermarsi fino a che non scoprirà chi lo/la ha venduto/a,chi lo/la ha operato/a. Troverà pace o vendetta?



Con la colonna sonora di Giorgio Moroder, un paio di attrici cazzute, un budget da prodotto indipendente e una estetica che rimanda dritto con la carta carbone alle opere a fumetti più muscolari e deviate di Frank Miller, Sin City su tutte, il regista de I guerrieri della notte adatta una sceneggiatura maledetta, da pura black list di Hollywood, a firma Denis Hamill. Un gender-thriller da commedia nera che subito ha indignato la comunità transgender per l'uso punitivo/sadico della pratica del cambio di sesso. In realtà, volando molto più basso, trattasi di fumettone folle e un po' sconclusionato, che puzza di sudore e ormoni e fornisce l'occasione pruriginosa di vedere un fullfrontal della spesso inibita Michelle Rodriguez. Certo fa un po' specie vederla nuda dopo averla vista nuda e "maschile" con un appariscente corpo protesico da maschio alfa anabolizzato latino con tanto di pacco penzolante. Peccato che il lato action sia un po' deficitario, peccato che la trama proceda a balzi insensati tenendo come debole cornice l'interrogatorio della polizia alla Weaver (su certi fattacci che non vi spoilero).  Però è un film strano forte. Ci sono scene assurde e spiazzanti, c'è tutta una stilizzazione delle immagini a fumetto (un pallino di Hill fin dai tempi de I guerrieri della notte) che non si sa come appiccicare bene al resto del contesto. Sorprende anche un po' il fatto che forse Hill se lo avesse fatto trent'anni fa lo avrebbe fatto uguale. Però questo è per gli "hilliani doc" un guilty pleasure, un po' masochista. Alla Jimmy Bobo direi, anche lui con di base il fumetto. Oltre ai già citati Guerrieri di New York il cinema ha visto anche i suoi cavalieri dalle lunghe ombre,  le sue Strade di Fuoco rock , 96 ore di pura action - commedy , il quasimodo Johnny il bello, perfino la sua personale "sfida del samurai western" (Ancora vivo con Bruce Willis). Hill ha fatto tanta roba e tanto buona che non gli si può voler male in fondo nemmeno oggi, che dirige una Michelle Rodriguez barbuta e con un pisellone finto tra le gambe. Se lui si diverte... noi forse un po' meno del solito. Ma se cercate la Rodriguez nuda, sapete che film guardare. In sintesi: un fumettone, ma bello strano. Se vi piacciono le cose assurde e un po' illogiche. 
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martedì 1 agosto 2017

Operazione Chromite - la nostra recensione!


In genere ai miei tempi al liceo si finiva il programma di storia intorno al 1949, quello che accadde dopo all'umanità era descritto per lo più da La dolce vita di Fellini. Oggi non so come vadano le cose, ma forse a questa guerra di "Coree", intorno al 1960, il programma di storia arriva, e sarebbe pure un'occasione per spiegare perché c'è una Corea del Nord e una del Sud. La storia serve a capire i popoli. Gli americani non hanno forse ancora afferrato il problema e film come The interview di Seth Rogen (e conseguente furto di materiali Sony Pictures per rappresaglia) dovrebbero aver fatto capire che la Corea non è un tema da prendere troppo alla leggera. Nel recente Far East Film Festival di Udine mi è capitato di assistere a Confidential Assignment di Lim Sung-hoon, un film poliziesco stile Danko, in cui due poliziotti delle due coree cercano, tra incomprensioni varie e molti colpi di kung fu, di trovare un criminale comune. Si vede che c'era un clima disteso a monte. In due Far East precedenti è arrivata pure una pellicola della Corea del Nord e in genere si stanno vedendo più """aperture"""", almeno a livello culturale. Certo rimangono, e fanno paura, i test missilistici e una sostanziale incomunicabilità con il mondo della Corea del Nord. Certo film come questo Operation Chromite, realizzati in clima decisamente non disteso, dipingono scenari terribili, dove la Corea del Nord viene rappresentata con toni non inferiori al regime nazista. Certo anche questo film è "di parte", ma è un punto di partenza per interessarsi, sui libri di storia, alle vicende di un territorio che seppur centrale nello scacchiere mondiale si conosce pochissimo. Certo l'idea che mentre in Italia c'era la "Dolce vita" si combatteva una guerra come questa, con la storia indietro di un ventennio per crudezza, fa specie. Fa specie vedere anche un Liam Neeson così bolso e poco reattivo, ma questa è davvero l'unica battuta che mi concedo per questo articolo. 



L'operazione Chromite così come descritta qui è una missione suicida che prevede l'infiltrazione di spie sud-coreane tra le fila del nord e il furto, presso un alto-comando, della mappa con l'ubicazione di milioni di mine sottomarine. E se avanza il tempo impossessarsi pure di un faro e guidare con quello lo sbarco di un fantastiliardo di truppe americane capitanate dal generale MacArthur (Liam Neeson). La trama va giù un po' in "sborona " dicendo che tutto sto popò di piano lo hanno fatto solo in otto Rambo sud-coreani, ma già verso la fine del film si parla di sedici uomini. Sta di fatto che quello a cui assistiamo è un film alla John Woo vecchio stampo, con i nostri eroi che prima crivellano di colpi montagnole di cattivissimi e spietatissimi nazi -  troopers - nord - coreani e poi vengono decimati in scene patriottiche e malinconiche. Stiamo a metà tra A Better Tomorrow e Windtalkers e c'è da dire che le scene action sono davvero gigantesche ma nulla è a livello della crudezza con cui viene rappresentata la Corea del Nord e i suoi ufficiali. Alcune scene arrivano dritte allo stomaco come un pugno. Guerra, dramma e anche politica. Infatti è presente anche una poco velata critica all'esercito americano, che non ha dato le truppe a un generale per vincere una guerra perché temeva che, diventato troppo noto, volesse muoversi verso la Casa Bianca a pre-pensionare l'attuale presidente. John H. Lee dirige un plotone di attori ben amalgamati, su cui spiccano il titanico Lee Jung - Jae e il terribile  capo della KLO interpretato da Kim Byeong-Ok. Il finale è tutto un crescendo action ultra - esagerato che gli amanti dei war movie non possono farsi scappare. Un film duro ma davvero ben realizzato che, ripeto, potrebbe essere un punto di partenza per "incuriosirvi" sulla storia (da approfondire poi sui libri) di un paese che in fondo non ci è così distante.  
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venerdì 28 luglio 2017

USS Indianapolis - la nostra recensione




C'è una vicenda poco raccontata sui libri di Storia sulla seconda guerra mondiale, anche se sono fatti legati ad uno dei più spaventosi eccidi che l'umanità abbia mai messo in atto, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Tutti sanno, anche per pura curiosità e per il Focus Channel del "Progetto Manhattan", del " Little boy" e del B-29 Enola Gay, in meno parlano (anche in virtù di una solo recente riabilitazione della vicenda) della USS Indianapolis, la nave che portò la bomba in gran segreto dagli Stati Uniti fino al bombardiere. Una missione delicata, senza scorta e senza pubblicità, senza armi e senza contatto radio, in pieno territorio nemico. Correre con più leghe possibili grazie alla migliore tecnologia navale della flotta verso il mare delle Filippine, consegnare " il pacco", per lo più ignoto all'equipaggio, e tornare a casa, sempre nell'ombra, sempre da soli, pregando di non incontrare i mini-sommergibili kamikaze chiamati "kaizen". Il viaggio d'andata va in porto, come la Storia insegna, nonostante i mille presagi di sfortuna. Il viaggio di ritorno le avrebbe fatto incontrare i siluri incazzati di un sottomarino giapponese, l'affondamento e la quasi totalità dell'equipaggio alla deriva a farsi divorare pezzo dopo pezzo dagli squali. Ed era solo l'inizio del calvario per l'equipaggio superstite. 



Una pagina della storia tremenda all'ombra di una pagina di storia indicibile. Il regista Mario Van Peebes, lontanissimo dai tempi del western all-black Posse racconta l'epopea degli uomini della Indianapolis scegliendo il registro più intimo e sofferto. Non c'è eroismo, non c'è un senso superiore di giustizia a stelle e strisce da preservare. Solo storie di piccole soldatini che dopo una malinconica notte in città pensano di imbarcarsi in una missione di routine per poi ritrovarsi, poche ore dopo, sul mare delle Filippine, silurati, a galleggiare sui relitti e sperare in un soccorso che tarda ad arrivare. Il tutto tenendo a bada le lacrime, la pazzia che sale e, soprattutto, gli squali. Squali che erano a migliaia e anche se non erano i mostri assetati di sangue che gli horror acquatici oggi propongono erano sempre lì, sempre affamati, con i marinai presi dalla disperazione che li prendevano a bastonate o gli cavavano gli occhi pur di non farsi tirare giù in mezzo al mare. La guerra c'è, ma è altrove. Il film parla di sopravvivenza e in qualche modo di "punizione divina". Il piccolo popolo della Indianapolis è come se pagasse simbolicamente per tutti quelli che hanno deciso di chiudere il conflitto mondiale in quel modo. Facile che ai giapponesi la pellicola possa fare l'effetto di un horror torture-porn, per la precisione ed efferatezza delle scene più macabre, quelle in cui denti di ossa e lamiere d'acciaio si riversano sui marinai americani. Molto bravo e molto umano Nicholas Cage nelle vesti del capitano  McVay. McVay è come un padre per il suo gruppo ma è anche il depositario di un segreto indicibile che potrebbe portare la guerra alla fine, con tutta la gloria (che nessuno gli attribuirà in vita) e tutti gli oneri di dolore e sofferenza che questo comporterà. Un ruolo non facile, gigantesco ma dolente, iconico e tragico. L'attore italo-americano in questa assolata estate sta vivendo una vera e propria rinascita artistica (anche se questa pellicola è del 2016 e da noi arriva un po' in ritardo). Tom Sizemore, che dai tempi di Salvate il soldato Ryan incarna ormai alla perfezione il soldato americano generoso ma letale, dà ugualmente qui ottima prova. Molto interessante, profondo e tragico il ruolo del comandante Mochitsura Hashimoto, l'ufficiale del sottomarino che silurò l'Indianapolis, interpretato da Yutaka Takeuchi. Un uomo che si sente il peso di non aver intercettato prima quella nave, ma anche un uomo con una altissima considerazione della sofferenza umana, riluttante sull'uso dei kamikaze. Il film giocoforza trasuda di patriottismo e rivalsa come è classico nelle produzioni di questo tipo ma Van Peebles riesce a infilare dentro (come solo sanno fare gli autori migliori) degli accenni di reale critica politica. Sembra dirci che sono i "poveri" ad andare in guerra e morire, ma comunque sono gli unici ad avere un'anima, a provare compassione e onore. Giocoforza il mondo non sarà mai nelle mani di onorevoli soldatini e anche le più alte dimostrazioni di onore e rispetto (come quella del capitano Hashimoto nel finale) sono atti che non comportano alcuna attenzione e stima per l'opinione pubblica. È una strana produzione quella di USS Indianapolis. I fondi sembrano provenire da un'associazione reduci e gli effetti speciali hanno più l'aria di una ricostruzione low-cost per l'History Channel. Gli attori però sono bravi e in parte e la storia ha forza e drammaticità tali che deve essere conosciuta. Per i più cinici e più disinteressati ai fatti del 1945 rimane un film di squali di portata così gigantesca come non ne hanno mai visti. Anche se forse meno sadico di quanto vorrebbero. 
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mercoledì 26 luglio 2017

The war - il pianeta delle scimmie - La nostra recensione

Scimmie più evolute, spettacolari, tragiche, intriganti ma saltuariamente un po' noiosette


- breve sinossi: Sono passati alcuni anni dalla fine del secondo capitolo di questa saga reboot del classico con Charlton Heston. La miracolosa "cura per l'Altzheimer" che ha reso le scimmie intelligenti e decimato gli esseri umani ha ulteriormente instupidito quelli rimasti ancora in vita, convincendoli che siano state le scimmie a distruggere il mondo. Una convinzione che diventa ancora più forte quando alcuni uomini iniziamo a regredire evolutivamente e perdere la parola. Da qui inizia la guerra personale di un malatissimo generale umano, stile Kurtzman di Brando, interpretato da Woody Harrelson, che un giorno induce la sua personale Ape-Apocalypse: si appropria con il suo esercito "alpha-omega" di una montagna, tortura e uccide tutti e aspetta che il resto del mondo venga a combatterlo nella sua personale visione dell'Armageddon. Il generale ha fatto un salto pure nei domini della scimmia evoluta Cesare (sempre il grande Andy Serkis) facendo un paio di cose che lo hanno fatto così incazzare da spingere pure lui ad andare alla montagna. Lungo la strada Cesare però farà una scoperta: il suo no è l'ultimo gruppo di scimmie superstite in tutto il mondo. 


-dai a Cesare: la saga reboot del Pianeta delle Scimmie è una delle più belle sorprese dell'ultimo decennio. La tecnologia del motion - capture si è ormai evoluta a livelli indicibili e ogni nuovo capitolo della saga le "scimmie senzienti" sono sempre più reali e credibili. La sceneggiatura, se possibile, ha fatto pure meglio, creando un mondo articolato, un linguaggio, una sotto-cultura e un canovaccio moderno quanto epico, quasi shakespeariano. Le scimmie usano il linguaggio dei gesti, vivono nella natura adattandola ai loro bisogni, riconoscono e fanno uso della tecnologia, seguono regole e riti di una società organizzata. Gli uomini sono sempre più larve e sempre più pazzi, autentici "zombie". Delle creature "sfuocate" senza scopo che cercano di allontanare i pochi metri che li separano dall'estinzione costruendo muri di bossoli di pallottole. E Harrelson è il loro "big Daddy", il capo-zombie, l'ultimo imperatore del mondo (a cui piacciono pure le usanze romane viste in Spartacus), la guida verso la fine del mondo più rapida ed eroica. Ed è così titanico, spietato e magnifico che riesce pure a convincere alcune scimmie a schierarsi dalla sua parte. Idee. Questa pellicola, come le precedenti, trasuda di idee forti, profonde, che spianano senza problemi la strada a future storie e non rinunciano al gusto di un allestimento spettacolare, a un'azione concitata e a una drammaturgia chiara, limpida e intellegibile. 
Però cheppalle.



Apprezzo tutto e sono fan accanito di questo ottimo modo di fare cinema, ma mi sono addormentato in sala quattro volte. Non mi era capitato con il primo capitolo, non mi era capitato con il secondo, mi capita qui. E per lo più la sonnolenza riguarda la prima parte della pellicola, fatta da stupendi paesaggi post-apocalittici in cui tutti parlano con il linguaggio dei segni ed esprimono concetti profondissimi sulla società e cosa definisce al meglio l'essere uomo o scimmia al suo interno. Cheppalle. Per un attimo il mio sonno è contrastato dall'irruzione del generale nel territorio di Cesare, ma poi placidamente le palpebre ricadono fino a che avviene l'incontro con Scimmia Cattiva. Qui mi tocca destarmi un po' dalla nanna perché Scimmia Cattiva è un personaggio irritante che parla all'infinito, rumoroso e fastidioso come una zanzara (non è vero, è un personaggio sfaccettato e ben caratterizzato, solo che al momento ero in "rage mode"). Poi il viaggio riparte, tra fantastici scenari innevati, bambine mute e scimmie eroiche e io continuo ad appisolarmi. Non sto dicendo che fino qui il film è stato brutto, perché sarebbe ingeneroso. Ma il ritmo, tra questi spazi sconfinati e stupefacenti silenzi, mi si perde, non si esprime, "è morto". E questo nonostante la materia sia esaltante, colta, epica, lo ripeto. Poi arriviamo al maniero del generale e tutto diventa ultra-ritmato ed esaltante. Non dormo più e mi calo anima e corpo in questa ape-Apocalypse ultra-violenta, tragica e catastrofica. L'ultimo atto è davvero esaltante, denso e il finale è poetico, chiude bene il cerchio iniziato con la prima pellicola. Di sicuro voglio rivedere la pellicola già da ora, magari carico di caffeina per superare la silenziosissima e lisergica prima parte. Complessivamente, mettendo la parte le ironie, è davvero un bel pezzo di Cinema, l'ultimo capitolo di una saga socio-fantascientifica da consigliare caldamente a tutti. Strepitosi gli effetti speciali, la colonna sonora, le scenografie, lo script e le interpretazioni. Tra Harrelson e Serkis è una gara tra giganti di bravura e non c'è un solo aspetto della pellicola che sia banale o scontato. Matt Reeves ha fatto un lavoro encomiabile e ora vola a dirigere The Batman, cercando il confronto diretto con Burton e Nolan. Gli auguriamo ogni bene e prenotiamo già i pop - corn. Come saranno le scimmie del domani? Arriverà un capitolo reboot del classico con Heston o si seguirà la storia dove finisce questo capitolo tre? Di sicuro chi verrà dopo dovrà per forza avere a che fare con il confronto con questa strepitosa trilogia degli anni 2010. 
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