lunedì 18 settembre 2017

Full metal panic!: invisibile victory

La "quarta" stagione dell'anima della light Novel cult degli anni zero ha il primo trailer ufficiale e una data!


Da quando nel 1998 la commedia action Full metal panic! ha fatto il suo dirompente ingresso nel panorama delle light novel ci siamo subito innamorati dei personaggi del suo strano mondo in bilico tra vita scolastica contemporanea e scontri con robottoni  in un clima da guerra fredda. Abbiamo così conosciuto il giovane timido ma risolutissimo, stralunatissimo e ottusissimo, e  a volte tragicissimo, sergente ragazzo - prodigio Sagara, super spia e super pilota di robot al soldo della quasi "bondiana" Mithril. Abbiamo parallelamente incontrato la dolce e irruenta, vendicativa e gelosissima, liceale ragazza - comunissima Kaname. Lui doveva difenderla, per motivi che non spoilero, da un'organizzazione criminale e per questo, essendo ancora giovinetto, come in 21 jump street, "tornava a scuola". O meglio "ci andava per la prima volta", in quanto la scuola normale lui non la aveva mai fatta, essendo stato addestrato fin da bambino come un techno-Rambo letale al punto da sembrare quasi un alieno socialmente un po' rimbambito. Sagara sorveglia Kaname con lo sguardo da pazzo, si esprime calorosamente come un androide, porta mitragliatori a scuola per l'auto - difesa (e l'insegnante, stupenda, penserà sempre che è un cretino fissato con le repliche giocattolo), scova in ogni situazione, per eccesso di tensione da campo di battaglia, dei presunti pericoli mortali e agisce platealmente e senza senso per salvare la sua protetta. Lei, classica fascinosa prima della classe, attiva sportivamente e psicopatica, teneramente, ingenua stile Akane di Ranma 1/2, un po' lo giudica un pazzo, un po' un maniaco, un po' un terrorista, ma forse, essendo donna, ci trova pure del tenero. E incredibilmente del tenero, tra questi due messi agli antipodi, ce lo troviamo anche noi, perché l'autore riesce a farceli conoscere davvero bene. Ridiamo, molto, ma ci facciamo anche conquistare dall'inevitabile lato sentimentale della vicenda che piano a piano cresce, ci commuoviamo per le parti tragiche che inevitabilmente piano piano vengono a galla. La storia emotivamente si evolve al punto che la definizione di "commedia" diventa sempre più stretta. Anche perché poi la componente action, in cui si muovono robottoni vicini parenti di Patlabor,  in un mondo ultra - spionistico e hi-tech carico di eserciti segreti e mimetizzazioni ottiche alla Metal Gear, dona un gusto tutto unico allo spettacolo. E quando i comprimari del "mondo militare" si fondono con quelli del "mondo scolastico" può capitare davvero di tutto. Come robot mimetizzati da enormi orsi di peluche intenti a rubare mutandine da donna nei dormitori scolastici. 


Un'opera ricca quindi, che anno dopo anno ha ispirato vari fumetti collegati prima, dopo, durante (di cui vi consiglio Full metal Panic! Zero, ad opera dell'eccezionale Tetsuru Kasahara) e cartoni animati relativi. Il primo anime, prodotto da Gonzo con ampio ausilio della computer grafica ma con un graziosissimo chara design, ha goduto di uno straordinario successo. La seconda incarnazione della Kyoto Animation, che riprendeva la narrazione da dove si era interrotta, ha in qualche modo "splittato" le due anime dell'opera. Sono state infatti prodotte una serie, Full Metal Panic!: Fumoffu, di impostazione prettamente comica e successivamente una serie, Full Metal Panic!: Second Raid, più action e "tragica". Tra le due, che si segnalano per una realizzazione molto buona e una cga meno invasiva, Fumoffu è certamente la più riuscita, anche perché Second Raid rimaneva un po' "tronca" in attesa che uscissero nuovi capitoli della light novel originale da adattare. È stata lunga l'attesa? Aspettate che guardo sull'orologio... sì, ora più ora meno, direi, considerando quando effettivamente uscirà... siamo sui nove anni. Nove anni di attesa, con voci di corridoio che si inseguivano di continuo circa una quarta stagione. Ma solo all'inizio di quest'anno finalmente si è intravista la "ciccia" con la presa in carico dei lavori ufficialmente assegnata a Xebec (studio nato da una costola di Production I.G.) e al regista Katsuichi Nakayama (con in curriculum Gurren Lagann oltre che storico collaboratore di Anno). Se tutto va bene, incontreremo di nuovo Sagara e compagni nella prossima primavera. E per chi non ha mai letto / visto niente di quest'opera? In rete si trova più o meno tutto e in italiano. Sarebbe bello pure rivedere in giro i dvd, realizzati la prima volta da Shin Vision, della prima serie e di Fumoffu (di quest'ultima mi pare non fosse uscito alcunché in home video, anche se la serie era stata trasmessa su MTV ). Di contro Second Raid, con marchio Dynit, si trova ancora negli store, a un prezzo abbastanza contenuto. Ma mi pare che tutto si possa trovare sulle TV on demand tipo VVVVID si trovi qualcosa. Manga e light novel sono tutti stati pubblicati da Panini Comics e in fumetteria dovrebbero essere procurabili. 

E alla fine di tutto questo trito discorso, ci è piaciuto il trailer? Lo stile sembra quello di Second Raid, la musica di sottofondo è un po' "bootleg" e quindi per ora non mi esprimo. I robottoni sembrano niente male per quel che si vedono. Insomma, al di là di essere il seguito attesissimo di Full Metal Panic!, che non è poco, questo primo trailer non è che scoppi per effetti speciali stroboscopici. Anche la vena umoristica sembra latitare, ma potrebbe essere una scelta precisa, come dall'esempio di cui sopra. Un po' "meh", per dirla come gli internauti più "giovani". Le premesse però sono buone, studio e regista sono blasonati e speriamo presto di vedere qualcosa di più sostanzioso in merito. Resteremo sintonizzati. 
Talk0

domenica 3 settembre 2017

Star Wars news


Tre mesi e mezzo. Un centinaio di giorni e saremo tutti seduti al cinema a gustarci episodio VIII. Io e Talk0, perlomeno, saremo in tribuna Vip, posti centrali, sala 1. Popcorn e cocacola... no, distraggono! Tutti pronti insomma, per il nuovo, entusiasmante ottavo episodio della saga del buon George. Ottavo episodio di cui però scarseggiano le notizie e il cui unico trailer ormai risale al periodo pasquale. Dateci ci più! Nell'attesa cosa fare? Cercare notizie in rete e immaginarci i millemila progetti che Lucas e Disney hanno in serbo per noi. Ormai tutti sappiamo che lo spinoff su Han Solo è passato nella sapienti mani di Ron Howard, una certezza per la buona realizzazione del lungometraggio (anche se sarei stato davvero curioso di vedere il nostro mercenario preferito diretto dalla strana coppia Miller/Lord, geniacci assoluti della comicità). Ormai quasi tutti sanno che il successivo spinoff sarà su Obi-Wan-Kenobi, altro personaggio iconico della saga. E qui si sprecano i rumors... quanto sarebbe figo rivedere Ewan Mcgregor? Avrebbe anche l'età perfetta per poter esplorare gli anni tra episodio III e IV. E Samuel L. Jackson tornerà alla carica sostenendo che Mace Windu non è morto? Chissà... e lo spinoff su Boba Fett? Accantonato? Probabilmente dipenderà dagli incassi di tutti gli altri progetti (come se possano mai essere bassi...). Intanto Imdb fissa una data: 15 dicembre 2018, pilot di Star Wars: Underworld, serie tv con protagonista proprio Boba. Che sia la volta buona anche per questo progetto, chiuso in un cassetto da ormai troppo tempo?
Ma a noi malati di Star Wars cosa rimane in mano di concreto? Noi vogliamo di più dei rumors... vogliamo vedere, ascoltare, toccare! Beh la Lego ci mette del suo...


Un nuovo Millenium Falcon, non grande, enorme! Il più dettagliato mai realizzato, oltre 2000 pezzi in più rispetto a quello del 2007. Oltre ai dettagli c'è di più? Ovvio! Le minifigures di episodio V, VI e VII, il doppio radar per passare da una configurazione all'altra e la scala perfetta con le minifigures. Prezzo? La "modica" cifra di 800 euro. Ok, respirate e cominciate a risparmiare venti euro al mese per i prossimi anni, e tenete conto che avrete bisogno anche di una stanza in cui metterlo!

giovedì 24 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 369 al n. 371: mini recensioni!


Graphic Horror Novel si apre con un uomo rinchiuso in un bagno, spaventato e sotto shock. Nelle tasche ha degli oggetti che potrebbero fargli ricordare qualcosa e le pareti del bagno, a piastrelle bianche tutte uguali, sembrano i layout di un fumetto ancora da disegnare. L'uomo ha un pennarello e inizia a disegnare su una delle piastrelle bianche. Si accorge di essere bravo, di essere probabilmente un fumettista, e da lì vede che riesce meccanicamente a ricostruire, vignetta dopo vignetta, tutti gli eventi passati, che si trasferiscono dalla mente alle piastrelle con un ordine che non pensava di poter esprimere. In questa storia tracciata sui muri scopre di essere un artista di graphic Novel horror di grido. Inizia a ricordare che qualcuno aveva iniziato a realizzare davvero i delitti che lui inventava sulle pagine a fumetti e che per questo si era rivolto al nostro Dylan Dog. La parte di storia che riguarda il disegnatore nel bagno è disegnata da Bacilieri, con il suo tratto essenziale ed espressionista, semplice ma tormentato. La storia "disegnata sul muro" è invece realizzata dalle matite del duo storico Montanari e Grassani, con il loro stile ultra-codificato e apprezzato. La storia è di Rathiger, è più lineare della sua In fondo al male ma ugualmente singolare e potente. Non vi dico la fonte letteraria, alta, a cui viene strizzato l'occhio per non rovinarvi il piacere della sorpresa, ma il rimando mi è piaciuto molto. L'inizio che vi ho sopra raccontato è davvero folgorante e dalla interessante caratura satirica (una storia a fumetti può nascere anche tra le mattonelle di un bagno pubblico) ed è la base ideale per parlare della forza che scaturisce a volte per "magia" dalle pagine di un fumetto come di tutte quelle persone che partecipano alla realizzazione di un opera ma il cui nome non compare mai al pubblico. È un divertente gioco di specchi in cui è facile finire stregati e Rathiger è un bravo ammaliatore. Il personalissimo stile di Bacilieri si conferma interessante nella sua capacità di trasmettere tensione attraverso disegni semplici e quasi caricaturali. I suoi personaggi hanno paura e riescono a trasmetterlo come pochi altri. A Montanari e Grassani non si può dire nulla per puro timor reverentialis, ma la staticità ricercata delle loro tavole funziona ancora a dovere. Un numero interessante.


Il terrore. C'è un bambino di origine islamica che va in giro per Londra con una valigetta misteriosa. Ed è subito panico. Poco importa se nella valigetta c'è il suo progetto di scienze per un concorso locale, poco importa se a sollevare l'allarme terroristico è uno degli insegnanti della sua scuola, che dovrebbe almeno conoscerlo. Parte la paranoia e Londra si blocca e riempie di autopattuglie, carri armati, aerei e posti di blocco. Sembra di stare in un film di John Landis, in cui i tanti personaggi - macchietta che si avvicendano sono ottimi per una critica satirica. Dylan entra nel marasma forse spinto dal quinto senso e mezzo e affronta così uno degli incubi più attuali di questo momento. Un incubo contro il quale l'arma più potente non può che essere l'ironia, a meno di non voler mettere a ferro e fuoco il mondo. Ed è giusto che questa arma funzioni almeno nei fumetti, per non perdersi troppo d'animo e riuscire a mantenere uno spirito positivo per i tempi futuri. Esorcizzare paure di questa portata non è mai facile, ma è altrettanto importante che i fumetti ogni tanto abbiano il coraggio di trattare temi scomodi come questi. Gabriella Contu scrive con mano leggera, mette al primo posto i sentimenti e ha a cuore far respirare nonostante tutto un clima di integrazione razziale. La sua storia ha il sapore di una commedia anni '80 ma la paura aleggia nell'aria. C'è satira ma non è ridanciana, i terroristi ci sono e rimangono sinistramente impuniti. Non è una favola, ma invita ad un modo più proficuo di valutare il problema. Con la buona ambizione di dirci che se ci fosse maggiore comunicazione e comprensione tra le persone si farebbero forse meno sbagli e si avrebbe meno paura. Molto buoni i disegni di Casertano, che si deve essere studiato alla perfezione tutte le principali strade di Londra. Chi la conosce può ritrovarsi nell'intero percorso che compie il ragazzino durante il racconto. Molte le scene di massa, dettagliatissimi i fondali. I personaggi hanno  una forte mimica facciale di stampo umoristico e questo si sposa al meglio con l'impostazione del racconto. Certo l'ironia su certi temi potrebbe essere per qualcuno ancora troppo prematura. È di sicuro più confortevole per molti lettori parlare di mostri classici che di problemi reali... e di fatto già nel numero successivo.



Arriva il Dampyr. In piena estate 2017 arriva il crossover tra le serie Dampyr e Dylan Dog. La prima parte viene pubblicata sulla collana regolare di Dylan Dog, la seconda sulla collana di Dampyr. Per ogni uscita è stata creata una doppia copertina ad hoc da collezione. Il risultato è che in poche ore il numero di Dampyr, che da sempre arriva in edicola con meno copie, si è drammaticamente esaurito a causa di collezionisti compulsivi. Per di più, essendo agosto e metà delle edicole chiuse,  per molti si è aperta una sconfortante caccia a vuoto, tamponata come possibile dal canale Facebook di Bonelli che si rendeva disposto su segnalazione a rinfoltire le copie.  A Settembre magari andrà meglio con la ricerca, ma sta di fatto che l'operazione ha effettivamente avuto la sua eco. Ma di cosa parliamo nello specifico? Di una storia in due parti in cui un leggendario re vichingo (lo stesso su cui l'History channel ha improntato la fortunata serie TV Vikings) diventato vampiro minaccia di occupare la Londra odierna. E questo in barba ad un accordo con la plenipotenziaria figura grigia conosciuta dal pubblico dylaniato come John Ghost. Sembra che sia una cosa privata, una questione personale riguardate una donna (dal nome pare proprio la moglie del re), e non c'è verso di fargli cambiare idea. Una torma di vampiri vichinghi è già pronta a fare i danni a Londra ma non solo i nuovi arrivi in città. Direttamente dalla truzzolandia (è assolutamente truzzo nel look questo tipo) è arrivato anche il Dampyr, un tizio vestito male con aria truce che con suo il sangue versato sulle pallottole e un paio di compagni d'armi parimenti truci è in grado di tenere testa anche ai vampiri più coriacei. Il Dampyr passa mesi interi a combattere vampiri in giro per il mondo, vive praticamente nel secondo tempo di Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez. La donna che cerca il re vichingo a sua volta cerca Dylan Dog per motivi oscuri e questa circostanza fa sì che l'indagatore dell'incubo incontri il Dampyr e che tra i due, dopo una tazza di tè, nasca un sodalizio per fermare l'occupazione della capitale inglese. Sarà guerra, ma saprà il nostro eroe londinese tenere testa a schiere infinite di vampiri vichinghi? La prima parte di questa storia, quella ospitata da Dylan Dog, è molto "dampyresca". L'universo narrativo creato da Boselli viene innestato nel mondo sclaviano con logiche sensate grazie ad una felice intuizione di Recchioni. Ne viene fuori un action bello tirato, pieno di mostri e proiettili che volano ovunque. Dylan sembra all'inizio un po' fuori posto ma i due eroi imparano presto a coordinarsi. Se le cose dovessero andare bene nel secondo numero, Dylan potrebbe poi avere dalla sua parte un alleato credibile in caso di eventuale conflitto contro la sua neo-nemesi John Ghost. Un bel deus ex machina pesantemente armato (un po' come avere Capitan Harlock nella risoluzione dell'anime di Galaxy 999). Certo il mondo di Dampyr declina l'horror in un modo diverso, più action e dalle parti di Blade Underworld. I vampiri conosciuti da Dylan sonno diversi, più malinconici e meno armati. Ma non è una formula incompatibile a priori e il tasso di splatter non è per nulla disprezzabile. Io colpevolmente non mi sono mai troppi avvicinato all'ammazzavampiri di Boselli, di cui per altro ho letto dei bei numeri di Tex (credo che il meglio lo dia con le storie molto lunghe, quelle che si dipanano su più numeri), e questa potrebbe essere l'occasione giusta per dare un'occhiata. Ho amici che lo seguono regolarmente e ne sono entusiasti. Il cattivo di turno è una bella intuizione che mescola sapientemente storia (o leggenda) e fantasia. Essendo un fan della serie Vikings trovo che la trasformazione in vampiro del celebre condottiero calzi a pennello. Bigliardo disegna molto bene questo numero quantomai sovraffollato da scene di massa e scenografie action complesse. Il tutto è molto divertente ma per esprimere un giudizio più completo aspetto di visionare in qualche forma la seconda parte dell'avventura. Di sicuro questi esperimento di crossover a monte di numeri speciali concepiti ad hoc è qualcosa di interessante e molto utile alle edicole e alle tirature dei fumetti.

Talk0

mercoledì 23 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 366 al n. 368: mini recensioni!



Dopo il numero scritto e disegnato da Ambrosini, eccoci davanti a uno scritto da Secchi (figlio d'arte, di Bunker,  molto promettente) e disegnato da Puccioni: Il giorno della famiglia. E non è un numero meno strano! L'assunto è una banda di ragazzacci cattivi intenzionata a collezionare cadaveri per truccarli (il come sta a voi scoprirlo), vestirli e assemblarli al fine di ricostruire la copertina di Sgt. Pepper's dei Beatles. Potete pure rileggere più volte la frase che ho appena scritto ma vi giuro che non sembrerà meno folle. Lo trova folle anche il fantasma di una giovane ragazza, che contatta la medium più nota di Londra e mette così il nostro indagatore dell'incubo sulle tracce di questi svitati, scovandoli nella provincia. Finito il momento di esaltazione per la stralunata idea di partenza, ci troviamo a mio parere dinnanzi a un numero molto ben disegnato ma piuttosto verboso, depotenziato e inespresso. Troppe belle premesse e promesse non mantenute. I ragazzacci sono simpatici e abbastanza "fuori", ma noi passeremo più tempo sommersi dai baloons giganteschi partoriti da un vecchietto dolente e logorroico. La tentazione di saltarli è fortissima, anche perché gli sprazi di azione che poi sopraggiungono non sono male. Inutile per me citare Charles Manson e i fab four, inutile partire da un assunto originale e accattivante come il significato di "famiglia" se poi il tutto si riduce a una esecuzione lenta e poco attraente che culmina in un finale privo di mordente. Non mi ha preso, lo dico anche come mio limite personale. Ho fatto fatica a leggerlo. Avrei gradito cattiveria in più, avrei trovato interessante uno scontro / confronto generazionale rimasto solo accennato, avrei apprezzato più splatter e soprattutto meno, meno di quel vecchietto petulante... ma quell'idea iniziale, cavolo, era pura dinamite. Saper partorire trovate di questo tipo, roba da "necro-pop-art", non è da tutti e aspetto con entusiasmo il nuovo lavoro di Secchi. Va "calibrato" ma gli auguro il meglio per il prossimo lavoro, il potenziale c'è. Mi inchino a Puccioni, artista già noto ai fan di Julia, per la sua capacità di tratteggiare personaggi espressivi e ambienti ricchi di dettaglio. Io penso che l'approccio qui da lui usato verta più al giallo che all'horror, ma rimane un ottimo lavoro. 


La ninna nanna dell'ultima notte, il numero successivo, è una vera sorpresa, probabilmente la migliore storia della Baraldi finora, disegnata da un Corrado Roi gigantesco. Siamo dalle parti di Sinister e viene affrontato in modo molto coraggioso un tema scottante e impopolare (scomodissimo), il valore e la forza delle fiabe. La cito spesso, ma è una cosa in cui credo, è una scena di Nightmare - Il nuovo incubo. La protagonista sta leggendo Hansel e Gretel al figlio, arriva al momento in cui i fratellini devono mettere la strega nel forno e si ferma. Dice: "Adesso basta, questa scena è troppo violenta!". Il bambino allora la incalza: "Continua, è importante!". I mostri esistono, i pericoli esistono. La madre cerca di non infettare e spaventare il figlio con la rappresentazione di una violenza. Il figlio cerca risposte a un mondo che intuisce violento, ma che è impreparato ad affrontare. La violenza fa parte della vita e deve essere fatta conoscere per insegnare quanto sia sbagliata. Ma come farlo al meglio? Perché di suo, senza filtri morali, la violenza è adrenalina, è potere, è sinistramente affascinante. Ai giorni nostri la violenza delle fiabe così come nei cartoni animati viene epurata e nullificata con l'illusione di preservare per sempre i bambini sotto una campana di vetro. La fiaba perde il valore educativo e rimane solo intrattenimento. Non c'è più il bene o il male, solo stronzi pupazzetti felici del cazzo. Questo è tremendo, perché così le favole sono solo sterile fuga in mondi immaginari, peraltro tutti uguali e senza mordente, noiosi per lo scopo "altro" di far magari appisolare il pupo. Le fiabe, che sono in fondo la versione moderna dei racconti davanti al fuoco, erano concepite per preparare i più giovani alla violenza che c'è nel mondo. Il loro scopo era far scegliere la strada giusta, evitare i pericoli e saper riconoscere il bene dal male. Ma come fare in modo che le fiabe insegnino il coraggio e non trasmettano solo la paura? È uno dei più grandi misteri dell' "educare", ma è una battaglia che ogni buon genitore non dovrebbe eludere. Il racconto della Baraldi parla esattamente di questo. Di bambini che, come in Sinister, si avvicinano al culto della violenza senza sapere esattamente cosa sia, a causa della noia e della indifferenza che vedono da parte dei genitori nei loro confronti. Scoprono che è adrenalina, che li rende indipendenti, forti e uniti. Come fermarli? La soluzione a questa situazione, con derive orrorifiche ben gestite, è semplice quanto brillante, dolorosa ma necessaria, assolutamente "impopolare". Ma è questo l'horror come deve essere. È questa la materia magmatica e scomoda che si deve aver il coraggio di maneggiare. Interessante come il nostro eroe per questo caso si metta a dialogare con un operatore sociale, come la pedagogia esplori l'horror. La Baraldi fa un grande lavoro nella descrizione psicologica dei personaggi e crea una figura, il marionettista, davvero immensa, tragica e romantica, necessaria quanto terrorizzante. Il nostro Dylan appare combattuto come non mai nella scelta della decisione più giusta. E così in fondo mi sono sentito pure io come lettore, anche grazie al mondo di incubo costruito da un Roi quantomai tetro e ispirato ( la parte finale nel Lunapark è eccezionale). 


Il passo dell'angelo. C'è una storia horror che mi ha da sempre buttato addosso una paura maledetta, il cartone animato: Il grande sogno di Maya. Protagonista è questa giovane attrice masochista che incontra un'insegnante quantomai sadica ossessionata dalla perfezione totale assoluta. Entrambe sono pazze terminali ovviamente e vivono di drammi esistenziali assurdi e continui al ricerca di quel "non si sa cosa (che sia un colpo speciale, una danza, una interpretazione, un bonsai) eseguito da Dio". Tana delle tigri? Troppo piena di ottimismo a confronto. Avete presente Il Cigno nero di Darren Aronofsky? Non è niente al confronto, troppo autocompiaciuto nel simbolismo. Pensate a Whiplash di Damien Chazelle? Siete forse più vicini, ma lì la pazzia è più sana... forse. In questo Dylan Dog, scritto da un Gigi Simeoni autore completo, ho trovato quella follia tipica di "Il sogno di Maya", arricchita da un'ambientazione folgorante stile Dario Argento prima maniera. L'ossessione per la rappresentazione artistica definitiva, qui incarnata nella capacità di eseguire in danza il fantomatico passo dell'angelo, si sposa alla perfezione con le atmosfere horror architettate da Simeoni. Quindi c'è una scuola di danza classica esclusiva, c'è una maestra intransigente depositaria della perfezione artistica definitiva, ci sono delle allieve che scompaiono nel nulla. Allieve forse distratte e poche coinvolte nell'impegno necessario, ma pure allieve allieve provette. Dylan indaga sotto copertura, ma senza tutù. Peccato, sarebbe stato spettacolare. Il passo dell'angelo fa molto horror anni '70, dalle parti di Phenomena Suspiria (ma con una punta moderna alla Del Toro), e Simeoni ci fa respirare a piene mani dentro quegli ambienti austeri e asettici popolati da da giovani donne e consunti mostri. Il ritmo narrativo funziona, il versante grafico fa il resto. È una storia semplice ma che funziona bene, diverte e lascia l'occhio appagato. È meno potente di Nel fumo della battaglia, forse uno dei suoi numeri recenti migliori, ma mi ritengo soddisfatto. 

Continua...

martedì 22 agosto 2017

Dylan Dog dal n. 363 al n. 365 - mini recensioni!

Ciao a tutti, come va?! È un po' di tempo che mancano sul blog recensioni di fumetti Bonelli e i miei mega-piani per un recupero integrale dei numeri passati si sono per ora spiaccicati contro mille problemi di coordinamento lavorativo. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare, incrociamo le dita! Nella speranza di tappare quindi i buchi, (prima o poi) provo a fare una sintesi di come ho trovato Dylan negli ultimi tempi, per l'esattezza dalla nostra ultima  recensione dello sclaviano (e magnifico) Dopo un lungo silenzio


Abbiamo scoperto in Cose Perdute (che mi fa automatico eco in Cose preziose di King) qualcosa in più sull'infanzia di Dylan, sulle sue vacanze dagli "zii" (di cui sappiamo poco e nulla) e sui suoi amabilissimi amici immaginari. Si può dire in sintesi della storia che nella giovinezza il nostro eroe non badasse davvero molto alle donne... e nemmeno alla PlayStation! Simpatiche ombre tenebrose, bambine immaginarie e probabilmente affogate, cloni specchiati e immancabili orsetti infernali. Altro che il simpatico mr Bing Bong di Inside Out, Dylan da fanciullo nella scelta degli amici inventati era più creepy di Tim Burton, così che era gracilino, solo e vulnerabile, con difficoltà a cogliere le differenza tra la realtà e la fantasia. Già un sognatore. Il Dylan adulto di contro, da cui parte il racconto, guarda a quel bambino con lo stesso stupore dei lettori di vecchia data. Si era dimenticato di quegli sfavillanti e malinconici tempi andati fino a che qualcuno, dal passato, torna a visitarlo in quel di Craven Road. Il numero scritto da Paola Barbato funziona bene, soprattutto quando esplora i toni della favola dark. Si legge veloce, incuriosisce, ha un buon ritmo e dà vita a personaggi davvero suggestivi, con tutte le potenzialità e il fascino per tornare in futuro a fare capolino nella serie. C'è pure una bella citazione a Nightmare Nuovo Incubo, mia ossessione/amore personale. Molto belli i disegni di Freghieri, vividi e dettagliati. La campagna assolata che costituisce l'ambientazione principale  ha tutti gli stilemi i colori e luoghi del gotico americano e il "monster design" degli amici immaginari di Dylan è molto riuscito, subito riconoscibile. E poi c'è un Dylan bambino che è un vero amore.


Passiamo quindi a Gli anni selvaggi, il numero che racconta di quando un giovane Dylan, prima di inseguire mostri, prima di entrare in polizia, gestiva una incasinata rock band, i Bloody Hell. Da adesso sappiamo che quando Dylan impreca con il suo "Bloody Hell" si perde negli incubi personali scaturiti da quel periodo, fatto di troppo spray per capelli e coca cola. Barbara Baraldi è probabilmente una rockettara vissuta nel mito delle hair/glam/metal band della West Coast (chissà se ci ho preso...) e costruisce intorno al nostro giovane eroe un piccolo universo rock che grida Motley Crue (ci sono, mi pare, passaggi simili nel libro "The Heroine Diary" di Nikki Sixx) da tutti i pori. È una storia Glam e anche un po' teen, parecchio hair: la musica bella e maledetta si incastra nella vita spericolata di chi la scrive e suona perennemente sudato e laccato nei capelli. Nella ascesa e discesa dei Bloody Hell tutto ha il sapore della soap opera piuttosto "sporca" classica nella storia dei gruppi West coast. Il pacchetto classico che comprende relazioni disfunzionali tra Manager preoccupato e cantante egocentrico, tra batterista introverso e chitarrista eclettico, tutti contro il bassista carismatico, tutti contro i fan e la società che non capisce (vedere Almost Famous di Cameron Crowe oppure il divertentissimo Frank di Lenny Abrahamson). Ci sono i musicisti che dormono uno sopra l'altro in posti luridi dominati dalle blatte (Nikki Sixx le combatteva con un lanciafiamme ricavato dallo spray per capelli con l'innesto di un accendino e così ha dato fuoco a diverse abitazioni), c'è l'ostentazione per il look, le fan infoiate strappamutande, l'alcol, le pasticche, altro alcol e altre pasticche (Ozzy dopo aver bevuto troppo usava uscire da macchine in corsa rotolando nel deserto circostante), gli applausi, i "sono un Dio dorato!!". Tutti  "ci credono un casino" e sono nel mood noiosamente fighi e disperati, desiderosi di crocerossine che gli salvino l'anima. Tutti i gruppi finiscono poi ovviamente nello stesso modo: crisi, gelosie, rimpianti a cui si aggiunge qui un piccolo ingrediente soprannaturale, come la formula dylaniata vuole. La Baraldi in tutto questo marasma "metal finto maledetto" sfoggia una scrittura comunque attenta, innaffia di citazioni musicali gustose (che lascio agli intenditori), ma soprattutto punta a ricreare al meglio quel turbine di emozioni, sentimenti e confusione che è l'adolescenza. E non è un merito da poco. È una storia di rapporti personali e speranze infrante per egoismo, è più di tutto una storia di amicizia tra adolescenti scritta con un registro che è attuale per gli adolescenti d'oggi. Non c'è solo cornice ma anche spontaneità dei dialoghi, e la Baraldi si conferma scrittrice promettente e in crescita, attenta ai registri lessicali dei più giovani. C'è l'horror, ma non aspettatevi Morte a 33 giri, anche se magari ne ha le intenzioni. Nicola Mari si conferma un disegnatore ideale per le sceneggiature della Baraldi. Accanto a un intreccio che segue le regole dei young adult abbiamo disegni ultra-dettagliati e sognanti con protagoniste figure dai lineamenti allungati che per movenze e look strizzano un occhio e anche due alle produzioni shoyo. Lo young Dylan sfoggia pure un sexy collarino nero e ha un appeal tutto suo con il co- protagonista dell'opera. È chiaro che sia un numero maggiormente pensato per un pubblico femminile, ma potrebbe essere una bella sorpresa anche per gli altri. Chiaro che potrebbe non essere per tutti. A ogni modo chi non ama disegni sognanti e contesti attraenti principalmente per un pubblico femminile, nonché una scrittura che non nasconde una forte sensibilità femminile, è avvisato. Ma se Dylan ha tante lettrici non ci trovo nulla di male in un lavoro di questo tipo, anzi. 


Dopo quattro storie (comprese quella di Recchioni e Sclavi) che hanno indagato a modo loro sul passato di Dylan Dog, facendo un'opera di ret-con che ha incuriosito, sorpreso e forse pure spaventato (anche alcuni fan di vecchia data che conosco e saluto), torniamo, con Cronodramma, scritto e diretto da un grande Ambrosini con "guest Star" alle matite Walter Dell'edera, un po' agli albori della gestione di Recchioni, quando con quel 337, Spazio Profondo, indagavamo la possibilità di conoscere dei Dylan diversi creati da visioni diverse del personaggio. Ci sono due Dylan in questa storia, che vivono in realtà diverse. La trovata interessate è poi che i due mondi sono anche disegnati con stile diverso da dell'edera e Ambrosini. Quello di Dell'edera è più "fumettoso", quasi caricaturale. Quello di Ambrosini è più squadrato e tagliato con l'accetta, più cupo. Il mondo "canonico" ci racconta una storia che ha a che fare con una scrittrice famosa perseguitata dal fantasma di una bambina che le impedisce di uscire dalla sua abitazione. Nell'altro, con un Groucho molto più alternativo del solito, la missione del nostro eroe è quella di riportare una bambina sperduta a casa. Sulla vicenda che si intreccia mano a mano, aleggia un terribile killer, un complotto e un destino mai così indeterminabile. Ambrosini che qui parla di rimpianti e della difficoltà di comunicare tra le persone (con gli altri e con se stessi), è forse meno cupo che nel recente Lacrime di pietra e scarica sul racconto tutta la sua vena più surreale, quella che ha espresso al massimo con la sua serie Napoleone. Rimane una prosa lunare, criptica e dolente. Il risultato è interessante, strano, ambiguo, lineare all'inizio quanto complicato ad una rilettura. Una storia - rebus da leggere e rileggere che mi ha invischiato per diverso tempo rigettandomi più volte all'inizio, anche con "crudeltà", alla scoperta di una interpretazione diversa che non arriva. Una storia malinconica, amara  e sofferta, nascosta e mascherata da una patina surreale che la rende quasi euforica, fatta della stessa stoffa dei sogni. Ambrosini non lascia mai indifferenti, ci fa scavare nei personaggi che racconta e disegna, ci fa ispezionare le rughe dei volti dei suoi personaggi e ci fa giocare con le sue tavole come sulla settimana enigmistica, alla ricerca di elementi curiosi e spesso nascosti come i suoi curiosi e muti pupazzi animati. Dell'edera riesce con il suo tratto ad alleggerire il tono generale, senza dimenticare che nel suo "mondo" abbiamo inoltre un Groucho che mangia canarini vivi e porta occhiali da sole. Decisamente strano quanto intrigante. Un numero davvero bello. 

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Addio Jerry


Da tempo malato, ci lascia a 91 anni dopo averci regalato milioni di risate con la sua comicità dirompente, indiavolata quanto innocua. Se fosse stato un cartone animato, sarebbe stato il perfetto Paperino. Pensare a lui mi fa partire in automatico tutta una serie di ricordi su quando, da bambino, guardavo di pomeriggio i suoi film in TV insieme al nonno. Ciao Jerry!

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venerdì 18 agosto 2017

WE3 di Grant Morrison e Frank Quitely


 Si chiamano NOI (in inglese WE), un acronimo che sta per "Nuovo Organismo Ibrido". Sono cavie da laboratorio trafugate un po' per strada, rubate ai loro proprietari. Un cane, un gatto, un coniglietto. Li hanno addestrati e poi corazzati, riempiti di componenti cyborg, stipati di missili. Li hanno teleguidati a distanza come fossero macchinine radiocomandate ed usati per combattere il crimine in campo aperto. Perfetti robocop animali. Poi il progetto è finito e i cucciolotti con in corpo più cavi di Darth Vader devono andare in pensione. Solo che non possono essere smontati, perché partirebbe un meccanismo di autodistruzione. Non possono essere lasciati liberi, non tanto perché sarebbero letali macchine di morte ma soprattutto l'opinione pubblica li scoprirebbe e si farebbe delle domande serie su una sperimentazione bellica così invasiva e contraria all'etica. Vanno soppressi. Iniezione letale. Nessuno soffrirà. Ma la ragazza che li ha cresciti ed educati non ci sta, decide di liberarli. Inizierà per i tre robo-animali una piccola, sanguinolenta e tragica odissea tra i boschi. Braccati da uomini senza scrupoli e da creature come loro, ma ancora "radio-comandate". 



Grazie alla Lion torna in edicola WE3 di Morrison e Quitely. Una storia in tre parti, raccolta in elegante cartonato, che è tra le letture imprescindibili per chi ama il fumetto. A livello grafico è semplicemente sensazionale, a livello di racconto è un autentico pugno allo stomaco per crudezza e drammaticità. Se amate gli animali è davvero difficile da approcciare, anche se gli autori lo hanno creato come arma di denuncia e critica alla sperimentazione scientifica. Il sangue scorre a fiumi, il versante splatter del disegno è fuori scala. Ma al contempo gli animali protagonisti sono autentici, hanno un cuore e una malinconia che li rende tragici, "potenti". Ci si esalta, molte cose sono anche divertenti, ma soprattutto si avverte l'amarezza dell'opera. È facile ritrovarsi a piangere sfogliando le pagine e in questo ci avviciniamo davvero tantissimo alla tragicità di ferro e sangue del primo Robocop di Paul Verhoeven. 


Le tavole di Quitely sono immense, cariche di dettagli, da analizzare centimetro per centimetro. Ogni scelta grafica è chiara, di impatto, sadicamente orchestrata. I suoi disegni al contempo hanno una naturalezza unica, soprattutto quando descrivono i tre animali protagonisti. È da leggere. È tremendo, assolutamente non adatto ai più sensibili e ai più piccoli ma è da leggere. Ci trovate dentro tutta la potenza, la forza e la gentilezza che un media come il fumetto può esprimere. Qualcuno (la New Line, nel 2006) una volta pensava di farci una trasposizione cinematografica. Non credo che un film avrà mai il coraggio di rappresentare esattamente la crudezza (ma anche la poetica distorta) di questo fumetto. 

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