giovedì 18 gennaio 2018

Un sacchetto di biglie - la nostra recensione





Quando muore una persona buona, il film ci dice, non bisogna essere tristi, perché si accende una stella nel cielo. Le stella sarebbero le luci che illuminano la notte, stanno al di sopra di noi piccoli e problematici uomini, sono bellissime, ma proprio per la loro riconoscibilità sono state usate per tutt'altro. Usate come bersagli nella prima metà del '900, per marchiare le persone, come si faceva a fuoco nel medioevo, in ragione della loro appartenenza a una stirpe considerata per alcuni inferiore, nemica, sporca. Ma c'è qualcuno che nonostante questo truce e problematico risvolto ama comunque le stelle. Un bambino qualunque francese che è disposto a offrire un intero sacchetto di biglie, il tesoro dei tesori di ogni bambino, pur di avere in cambio proprio quella stella di stoffa a sei punte che il suo compagno di classe Jojo (il più piccolo e bravo Dorian De Clech) è costretto a portare in quanto "ebreo". A scuola essere ebreo era considerata una cosa brutta, qualcosa che ti faceva attirare i pugni. Una cosa anche strana, perché in fondo Jojo è sicuro che era "ebreo pure ieri!!" e per questo non lo avevano mai menato! Ma quelle biglie regalate sono davvero il massimo, gli svoltano la vita!! Jojo potrà farci cose incredibili tra le strade di Parigi. Sono così tante e così performanti che magari potrà anche avere la meglio nelle sfide sempre più impegnative che gli propone suo fratello Maurice (l'altrettanto bravo Batyste Fleurial). C'è un altro oggetto, dopo la stella di stoffa e il sacchetto di biglie, che nel film di Christian Duguay a un certo punto fa capolino e viene descritto nel particolare. È la fibbia argentata della cintura di un soldato tedesco, che riluce dell'inclusione "Gott mit uns", cioè "Dio è con noi". Un biglietto da visita a corredo degli ampi sorrisi dei nazisti che stanno per farsi tagliare "incautamente" i capelli, presso un negozio del barbiere giudaico. Non sarebbero certo entrati se Jojo e il fratello non gli avessero nascosto, per scherzo, mettendosi davanti, il cartello sulla nazionalità degli esercenti. Ma in fondo i tedeschi in quel momento erano solo di passaggio in Francia, che mai poteva accadere per uno scherzo innocente? Ogni oggetto, che sia una stella di stoffa, delle biglie o una fibbia, può avere significati diversi e strani a seconda dell'osservatore. Un sacco di biglie è un film zeppo di oggetti, ce li fa ispezionare, ce li fa ponderare circa il modo giusto di leggerli, quello che in cuor nostro auspichiamo più "umano". Speriamo sempre poi che i "detective crucchi" non imbrocchino la soluzione ai mille enigmi che la loro "pulizia etnica" impone da quel momento in cui cessano di essere in Francia "solo dei turisti eccentrici". E sono molti gli oggetti su cui i nazisti con tutta la loro pignoleria tedesca si interrogano,  per scovare la presenza di ebrei. C'è un violino, che ad orecchio per un militare suonerebbe "le musiche dei giudei", indicandone la presenza nelle case in ispezione, nascosti dietro le pareti. Ma il tedesco che ha questa intuizione in fondo non è sicuro se vengano con quel violino suonate musiche giudaiche o russe. C'è o ci dovrebbe essere, per sapere se un bambino è ebreo o meno, un certificato di nascita cattolica, che sembra finto ma forse non lo è. Forse per essere più sicuri si potrebbe lasciare aperta una via di fuga a quel bambino, facendo uso di un oggetto-trappola. Una porta aperta verso la libertà che se "colpevole di essere ebreo" quel bambino imboccherà, si troverà dietro una guardia armata. C'è un esame medico che in base alla circoncisione svelerebbe la presenza di ebrei, ma che va in palla se si pensa che anche gli algerini, molto presenti in Francia, praticano anch'essi la circoncisione per motivi igienici. Cosa fare se poi il bambino a cui fai l'esame ti dice proprio: "Sono algerino, anche noi abbiamo il deserto e ci tagliano la mazza a tutti! Cristiani, musulmani... e io a dire il vero non l'ho mai visto un ebreo! Come è fatto un ebreo??". Proprio con questa sottile ironia Un sacchetto di biglie non è solo un film di oggetti, è anche un film che racconta il viaggio vitale ed entusiasta di due bambini, Jojo e Maurice.
Da Parigi a Nizza, per andare a stare dagli zii in un posto più sicuro, dove ci sono i più umani e paciosi soldati italiani. Un tragitto on the road, a piedi, da soli, in cui incontreranno tanta gente normale trasfigurata dal fanatismo, dalla fame e dalla paura. Molti davanti a dei bambini torneranno per poco umani,  ma i fratelli dovranno saper contare su loro stessi prima di tutto, però con la certezza che se uno non riuscirà più a camminare ci sarà comunque il fratello a sostenerlo. Un fratello che lo seguirebbe in capo al mondo, anche se quando tira le palle di neve è sempre sleale. 


Sembra una favola horror questo viaggio verso la costa ma non mancano quindi buon umore e satira. C'è il personaggio assurdo di Bernard Campan, libraio simpatizzante dei tedeschi che continua a ripetere che i francesi hanno come nemico naturale gli inglesi e quindi "che c'entrano questi tedeschi!! Non sono nostri nemici" e cita al contempo Robespierre, Napoleone e il maresciallo Philippe Petain. Piccolo spoiler, i tedeschi perderanno nonostante il suo sostegno. C'è poi il Dottor Rosen (Christian Clavier) un ufficiale medico che rivestirà nella storia un ruolo determinante e difficile per non perdere gli ultimi scampoli della propria umanità. 
C'è tutto un flusso di emozioni che mi cade addosso quando ripenso a questa pellicola così fresca e spontanea ma anche lucidamente critica e che non fa sconti a nessuno, tedeschi e francesi, nazisti e partigiani. Un punto di vista originale sul fenomeno dell'olocausto, facilmente per intensità accostabile a La vita è bella. C'è alla base di tutto un libro autobiografico, bellissimo, scritto proprio dal bambino protagonista di quegli eventi. Un bambino diventato uomo e barbiere, come lo erano i suoi genitori e fratelli, che ha sempre sostenuto, per sopravvivere nel momento più buio della sua infanzia, come tenere stretta in pugno la biglia più preziosa, tesoro di tutti i tesori, fosse come avere in mano la propria vita. Un bambino che ha imparato dal padre (lo straordinario Patrick Bruel), in una scena davvero struggente, come sia alle volte utile uno schiaffo dato a fin di bene, se questo può insegnare a sopravvivere. 
Il romanzo è del '73, l'autore è Joseph Joffo. Ha già avuto una versione per lo schermo nel  '75. Il film mi ha commosso molto, scegliendo come ha fatto, con tanto coraggio, di descrivere senza alcun patetismo l'infanzia di un bambino allegro vissuto in uno dei peggiori momenti storici di sempre. Talk0

mercoledì 17 gennaio 2018

Leatherface - il massacro ha inizio: la nostra recensione con l'arrivo del dvd


- Sinossi fatta male: È inutile, va sempre a finire in un modo con i figli: "come fai sbagli". Succede oggi nelle nostre case come succedeva negli anni '60 nell'America rurale abitata da bifolchi cannibali. Siamo tutti sulla stessa barca! Tu cerchi di stimolarlo il pupo. Gli fai vedere il lavoro che fai, gli spieghi come si caccia per avere il cibo e sei contento quando vedi che ha capito come attirare e catturare sprovveduti turisti usando trappole da orsi e buche nascoste. Allora per farlo contento sventri la mucca più bella che hai  e ricavi dalla sua testa un copricapo buffo, solo per farlo felice! Ma non sempre tutto è rosa e fiori, i bambini ti sanno deludere in modi che non ti aspetti. Ci pensi un po' e li capisci anche. Sono piccoli, hanno questo corpo che continua a mutare, i brufoli, gli ormoni in subbuglio, un senso di sfida verso i grandi che forse pure tu avevi a quell'età. Però che tristezza quando il pupo fa i capricci e non vuole sventrare la testa di un turista con una motosega. Ed è una motosega bella, di marca, nuova, che tu hai comprato tutta per lui. Qualcosa non gli gira bene in quella testa e sai già che arriveranno i servizi sociali. Tu non sei un buon genitore e dovrà essere lo Stato a crescere per bene tuo figlio, internandolo in un bellissimo riformatorio criminale per schizzati di mente gestito da violenti secondini. C'è da rallegrarsi perché andando così un po' a scuola si fa i giusti amichetti, impara qualcosa sui soprusi e magari viene fuori uno splendido adulto psicopatico come vorresti tu. Però che tristezza portarlo via dalle braccia della mamma, lontano da casa per tanti anni e senza possibilità di visita. Chissà come si sarà fatto ometto, oggi. Chissà se qualcuno sarà stato così gentile da regalargli a Natale una motosega nuova.



- Avere la faccia come il cuoio. Era sporco, era cattivo, era spaventoso e difficile da guardare. Era Texas chainsaw massacre di Tobe Hooper. Esplorava l'America dimenticata della Route 66, fatta di paesini sperduti nel deserto dove non capitava più nessuno manco per sbaglio e con la crisi, se vuoi mangiare senza avere i soldi per comprare il bestiame, ti devi arrangiare. Hooper esplora un medioevo moderno terribile e angosciante, carico di freak cannibali e mentalmente disturbati che però sono in qualche modo uniti, organizzati, quasi affettuosi e attaccati a dei rituali come una famiglia americana media. Solo che gli estranei per loro non sono esseri umani, ma cibo. Ogni oggetto dall'uso comune nell'agricoltura viene usato da questi mostri in circostanze inedite e aberranti. Da allora una motosega non è più vista solo come un oggetto per potare gli alberi. Il film è terribilmente bellissimo, il suo seguito lo è meno ma ha un'interessante cifra in termini di grottesco: la famiglia cannibale riesce a partecipare a una gara per il chili con carne migliore e a vincere, nella classica provincia americana per bene carica di sorrisi e cappelli da cowboy, con la sua carne umana senza glutine. Sono accettati nel mondo, almeno per un attimo, come i loro film sono stati accolti dal grande pubblico per lo splatter, ma anche per la satira. Da allora il resto è storia. Anche se i seguiti non sono stati poi il massimo Texas Chainsaw Massacre o, come si chiama dalle nostre parti, Non aprite quella porta (come se le vittime dei cannibali avessero davvero la possibilità di aprire o meno una porta...) è diventato un cult. Imitatissimo, seminalissimo, cool negli anni ottanta con il boom delle videoteche e con un erede vero e proprio, nel 2000,  con il dittico La casa dei 1000 corpi/la casa del diavolo. Poi c'è Nispel e la produzione Coppola con il loro remake noto più che altro per la presenza di Jessica Biel, ma lì e nel suo seguito siamo davvero troppo lontani da Hooper. Gli ambienti realistici e lugubri sono decaduti e al loro posto c'è un tranquillo e artefattissimo scenario da casa degli orrori di un parco giochi. Il sangue è ridotto a zero o quasi per permettere al grande pubblico di godersi lo spettacolo senza sentirsi sporchi e a disagio. Il pazzo Testa di latta, che era anche una mezza critica sui reduci del Vietnam  viene comodamente tolto di torno. Al suo posto c'è l'ufficiale cattivo di Full Metal Jacket, ma in un mood meno ispirato del solito. C'è per lo meno sempre Faccia di cuoio, il mostro iconico della saga. Ha come sempre il corpo sformato, urla frasi sconnesse, imbraccia una motosega in modo maldestro, è pericoloso e ha il volto coperto da una maschera ricavata strappando e cucendo la pelle delle sue vittime. Ma  per un attimo si toglie quella maschera e sotto la pioggia guarda la luna. E allora ti sembra di stare vedendo Bambi. Ed è terribile. Taccio sull'ultimo Non aprite quella porta 3D, per me non è mai esistito e  per lui avevo già messo la parola file al mio interesse per questa serie. Mi rimaneva solo Mortal Kombat


 Forse è proprio da Mortal Kombat X che "qualcosa si è mosso". Dopo aver presentato nel capitolo IX Freddy Krueger il picchiaduro di Netherrealm proponeva per i dlc del decimo capitolo contro Jason proprio il vecchio Faccia di Cuoio. I ragazzini non lo conoscevano, si lamentavano e questo deve aver fatto un po' riflettere chi aveva i diritti di Texas Chainsaw Massacre in quel di Hollywood. Serviva un rilancio e si doveva partire proprio da lui, da Leatherface / Faccia di cuoio. Così si assumono Alexandre Bustillo e Julien Maury. Non dei Nispel qualsiasi, ma degli stramaledetti demoni da film horror in grado di non sfigurare con in mano la creatura di Hooper. Sono i registi di A l'interieur, uno dei film che ha segnato la rivoluzione Horror francese di inizio nuovo millennio. 



I registi francesi prendono Faccia di Cuoio e lo smontano pezzo per pezzo, ricomponendolo fin dalla più tenera età e togliendogli per sempre quella cavolo di espressione da Bambi che guarda con gli occhioni la luna. Il loro Faccia di Cuoio è un "mostro sociale" perfettamente in linea con la critica all'emarginazione sociale delle zone rurali che Hooper voleva lanciare con il suo film. Non è la famigliola di cannibali a creare il Leatherface adulto, ma un'educazione, frutto di un "intervento sociale" puritano e perbenista, solo di facciata, irresponsabile e menefreghista su cosa significhi davvero educare dei bambini. Sono temi che in qualche modo riguardano anche noi, perché dietro a Faccia di Cuoio scorgiamo lo stesso spettro sinistro delle case per l'igiene mentale del periodo pre-legge Basaglia. Non c'era cura ma solo contenimento e zero socializzazione, la condanna a una vita simil-vegetale. Il povero Faccia di Cuoio con una intuizione geniale di sceneggiatura viene nascosto tra i volti dei ragazzi internati in una struttura per ragazzi con disturbi mentali. All'arrivo nella struttura, al bambino Leatherface, che abbiamo conosciuto nelle prime scene, viene  cambiato il nome e facciamo subito dopo un lungo salto temporale in avanti. Come conseguenza ci sono almeno tre-quattro ragazzi ospiti dell'ospedale / carcere che potrebbero essere benissimo lui. Il film ci fa scoprire chi è Faccia di Cuoio in ragione a quali dovrebbero essere le sue vere motivazioni e valori, ma è un procedimento per niente scontato e decisamente originale. A seguito di una particolare circostanza si verifica una fuga e il film dirotta sul road movie, il genere narrativo migliore di tutti per raccontare i personaggi. Certo è un road movie efferato come si conviene ad ogni film horror slasher, pieno di sesso e violenza, ma dove il personaggio più cattivo di tutti, esattamente come in La casa del diavolo, pare essere quello che almeno socialmente ed esteticamente non sembrerebbe avere niente del mostro. Parliamo del grande Stephen Dorff, uno dei mascelloni più famosi degli anni novanta, che qui interpreta con convinzione e la cattiveria del vero crociato il Texas Ranger Hal Hartman. Hartman ha le sue sacrosante ragioni per odiare la famiglia di Faccia di Cuoio, ma dedica la sua vita a torturare i figli di queste persone. Per lui sono tutti mostri da uccidere come cani, quando invece la pellicola dimostra che dei momenti di comprensione, confronto e umanità non sono per nulla estranei a questi ragazzini. Il film non sarebbe così forte e incisivo senza la presenza di Dorff e non riuscirebbe a spiegare al meglio le dinamiche della disperata famiglia a cui "non bisogna aprire quella porta". Quei mostri si sono chiusi a riccio al mondo, diventando dei ragni predatori, anche per come il mondo si è comportato con loro. È decisamente una prospettiva interessante, come lo è scoprire alla fine chi è il ragazzo che deciderà di indossare, e perché, una maschera di Cuoio.



-Conclusioni: Il film di Bustillo e Maury è bellissimo, mixa al meglio le suggestioni del classico di Hooper e gli spunti narrativi del suo virtuale "erede", La casa del diavolo di Rob Zombie, ma non si ferma qui, trova un approccio originale e spinge la saga verso orizzonti interessanti e più "alti" che nel recente passato. Molto bravi gli attori, belli gli effetti, stupendi i paesaggi dal sapore inevitabilmente western del Texas, incalzante il ritmo narrativo. Il miglior Texas Chainsaw Massacre dai tempi di Hooper, almeno per il sottoscritto. Dategli un occhio e fatemi sapere. Per me ne vale la pena. 
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martedì 16 gennaio 2018

Addio anche a Dolores


Giusto ieri nella classe in cui insegno stavamo parlando della storia di Gilgamesh, di come, spinto da una volontà di rivalsa personale, si metta in viaggio alla ricerca della vita eterna. E di come giunga alla conclusione che tutti noi siamo mortali e che non si possa vivere per sempre. Ma, anche se il nostro corpo tornerà alla polvere, saranno le nostre gesta a renderci immortali.  Dolores e la sua voce struggente rimarranno per sempre ad accompagnare le generazioni future. Ciao e grazie di tutto.

Nerve - la nostra recensione veloce veloce


Conoscete Henry Joost e Ariel Schullman? Sono esplosi un po' di anni fa con Catfish, un docu - film che parlava in toni molto dolci, ma spietati, di come sui siti di incontri on-line potresti incontrare persone diverse rispetto a quelle che compaiono sulla foto del profilo. Il protagonista va così a conoscere davvero, fisicamente, una persona con cui intratteneva una relazione virtuale magari da mesi, "buttando fuori" durante il viaggio tutte le speranze, paure e accorgimenti pratici che avrebbe messo in campo nel gestire quell'incontro. Un incontro che potrebbe essere fantastico quanto, probabilmente, uno psicodramma. Mentre si avvicina il momento dell'incontro i due "innamorati" continuano a sentirsi a distanza, ma avranno la forza di "aprire quella porta sul reale?". Perché una persona potrebbe sempre essere più grassa, meno alta, più vecchia o addirittura con un'altra faccia e sesso rispetto alla foto che si sceglie come avatar della propria "socialità". Idea semplice ma geniale, raccontata con il cuore ma senza dimenticare mai il cervello, Catfish è diventato poi una serie TV ugualmente gustosa, che vi consiglio di recuperare. Henry Joost e Ariel Schullman sono poi approdati in Blumhouse. Su Paranormal Activity, dirigendo gli episodi 3 e 4, e su Viral hanno portato la stessa passione per la tecnologia e i social. Il loro mondo cinematografico è sempre pieno di telefoni cellulari che riprendono e condividono qualcosa, di forum e meme e tutto questo bagaglio arriva anche in Nerve, adattamento del libro di Jeanne Ryan con protagonisti Emma Roberts, Dave Franco ed Emily Meade. 


Nerve è un "gioco" della rete che si svolge nel mondo reale e mette in premio un sacco di soldi. Chi decide di parteciparvi, diventando "giocatore", deve superare delle prove scelte da chi lo guarda, gli "spettatori" (che poi sono anche quelli che pagano per guardare). Il giocatore deve riprendere con il suo cellulare le sfide a cui partecipa. Se decide di non partecipare o abbandona è fuori dal gioco, se vince le sfide va avanti e alla fine di un certo periodo il giocatore con maggiori followers può partecipare alla prova finale. Mai chiamare la polizia però, perché le conseguenze sono davvero sconsigliabili. Nerve non ha altre regole e soddisfa appieno l'edonismo di Sydney (Emily Meade), che vuole diventare una player ricca e famosa, ma può essere pure un banco di prova per una vita perennemente castrata dalla timidezza, come accade per Vee (Emma Roberts). Nerve e le sue prove continue può essere anche il "mondo reale" per malati di esperienze forti come Ian (Dave Franco) e Ty (il rapper Machine Gun Kelly). Ma cosa chiede Nerve ai suoi player? Si parte da "bacia la prima persona che incontri per caso" a " ruba un vestito" e si può arrivare a "sali su un palazzo e penzola sul cornicione" o "stai sdraitato sui binari mentre arriva un treno". Chi abbandona perde il soldi e la popolarità. Ma potrebbe perdere qualcosa di più. Di sicuro se uno è un player perde per sempre la sua privacy e vivrà circondato in ogni momento da dei cellulari intenti a riprenderlo di continuo. 

Un po' Hunger Games, un po' Jackass, un po' pure Saw l'enigmista. Nerve è una creatura strana che in mani diverse poteva diventare di tutto, ma soprattutto banale. Invece, affidata alle mani di Henry Joost e Ariel Schullman riesce a catturare al meglio il mondo dei social e dei giovani d'oggi. Si potrebbe definire il primo film che mette davvero alla berlina i cosiddetti leoni da tastiera, fotografandoli per quanto sono piccoli, immaturi e perennemente coperti in volto dai loro mascheroni. Una generazione di "odiatori" che sono peraltro stati descritti alla perfezione dal programma TV Rai "Far Web", che vi consiglio di recuperare in streaming sul sito Rai o su Rai Play, se avete la TV digitale. Senza poter vedere una persona negli occhi si infrange la "barriera empatica" e si riesce quasi a percepire il prossimo come un oggetto con cui trastullarsi finché non viene a noia, un punchingball su cui sfogarsi e che tanto "vive nel computer". Sono questi molti degli spettatori di Nerve, e Henry Joost e Ariel Schullman vogliono farceli vedere per bene. Prima quando seguono i player per strada, con il volto coperto per non farsi riconoscere. Poi quando sono nelle loro casette, a viso scoperto e tranquilli, mentre decidono della vita o della morte dei player. Adulti o bambini, annoiati o frustrati, il mondo degli Haters è visto come un mondo di omini tristi e indifferenti al dolore altrui. Ma fare questo era facile, ci sono già altri film horror che si sono dedicati agli hater. Henry Joost e Ariel Schullman ci mostrano anche la gioia e la sana incoscienza dei suoi player. I giovani Dave Franco e Emma Roberts sono carini e vitali nel loro inseguirsi e incontrarsi sfida dopo sfida, la rete diventa anche occasione reale di incontro e la parte più sentimentale del film funziona al meglio. La parte thriller invece è un po' buttata via sulla lunga distanza, la soluzione finale troppo frettolosa ma nell'insieme il film convince, diverte e commuove, sa quando serve pure esaltare e qualche volta riesce anche a fare paura. Si merita di sicuro una seconda visione per soffermarsi su qualche dettaglio o rileggere in chiave diversa un paio di personaggi. Nerve è un bel prodotto e non mi stupirebbe se comparisse prima o poi un seguito. Alla fine il mondo "reale" del web fa comunque  più paura. 
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lunedì 15 gennaio 2018

Battlefield 1 "revolution" - il nuovo modo di divertirsi (?) in multiplayer



Ok, da poco sono pure io "sulla barca". Perché ti sentì un "solo al mondo" (Una promessa è una promessa cit.) se non provi dei giochi multiplayer. Tutti i tuoi amichetti (e parlo di gente tra i 40 e 50 anni) si divertono tutte le sere a rivivere battaglie steampunk ispirate alla prima guerra mondiale e tu no? E allora ci provi, memore di quelle dieci partite a Doom Arena nel '98 e dell'ancora favoloso Unreal tournamnt giocato per ore nel 2000 e in versione PS3 per alcuni mesi. Da lì Call of Duty mi avrà regalato, per una meccanica di gioco che reputo parecchio meno divertente che Unreal e soci, una trentina di partitine online buone in 15 anni. Crysis 2 tre o quattro settimane. Una connessione fino a poco fa non idilliaca non aiutava certo, ma è stato un po' anche l'incontro con le nuove generazioni di player ad essere negli anni piuttosto traumatico. Nessuno con una vaga idea di "fare squadra", gente che ti insulta se non giochi esponendoti ai colpi in mezzo al campo di battaglia, bonus tipo "bombe nucleari" e cani, che spesso sono peggio delle bombe nucleari, in grado di scovarti e uccidere anche se sei il giocatore più attento del mondo. E poi la profonda slealtà del procedimento di crescita, dannazione!!! Una volta nelle arene di gioco tutte le armi serie disponibili respawnavano, dopo un dato periodo di tempo in un certo luogo, e tutti i giocatori entravano in gioco con le stesse armi democraticamente insignificanti. Oggi solo per il fatto che "esisti" online da un mese o due (senza essere bravo) parti con giocattoli tritacarne fuori-scala in grado di falciare come pomodori i giocatori più giovani. E c'è chi paga soldi veri per avere questi "bonus", perfino (almeno fino all'anno scorso) a costo di comprare e bere lattine di energy drink alla taurina per riscattare codici bonus per avere "esperienza doppia" per un week end o due!!! In tutto questo strano teatrino io mi sono ritirato a vita di clausura nei Game e modalità single player, ma in fondo i single player stanno morendo perché oggi il mercato, come dichiarato candidamente da Electronic Arts, spinge sulla "condivisione" dell'esperienza con una forza e concretezza tale che software House come Bethesda lanciano campagne come "Save player one". Chi vuole giocare da solo è ormai destinato a estinguersi come le foche? Forse. E allora proviamo Battlefield e Overwatch, in pratica tiratici dietro durante le feste, in versione full optional, per una ventina di euro in tutto tra black friday e promozioni collegate. 


Dovrebbero essere giochi che rispondono con concretezza ai problemi di individualismo menefreghista alla Call of duty, giochi in cui se non combatti facendo squadra muori subito. Perché io ho il problema dei problemi, che sta a monte di tutto il discorso. Non ho più di tre amici in croce che si dedicano allo stesso gioco, sono tutti "dispersi" tra giochi di guida, calcio, picchiaduro e sparatutto e se "perdo l'attimo", visto che la vita lavorativa non perdona e il tempo è tiranno, capita che prendo il gioco quanto quei tre non ci giocano più da mesi. Poi sfiga vuole che se il gioco non è "realistico, bello di guerra, storico" i miei amici manco se lo cagano, perché devono in qualche modo giustificare alle mogli (che li guardano perplesse mente occupano il loro televisore durante la trasmissione de "Le tre rose di Eva") che stanno tipo partecipando a una ricostruzione bellica supportata da documentari del Focus Channel. Certo, la rete è piena di clan e amici dotati di cuffie e coordinazione con cui interagire se c'è la voglia di cercarli, ma fa brutto perché io finisco per cercare istintivamente i quarantenni e non li trovo. Cercare del ragazzini per giocare mi fa sentire come quei maniaci del pacchetto e psicologicamente non è un'esperienza alla quale ambisco. E poi non vorrei nemmeno finire come un mio amico che per non deludere il suo gruppo online si trova puntualmente con il clan tutti i gironi per sei ore... Ok, sono parecchio complessato, lo ammetto. Tirando le somme: per divertirmi devo per forza avere fiducia in giocatori estranei/sconosciuto/di età e nazionalità ignota. Questa procedura non è facile o divertente in moltissimi casi, allora mi affido a giochi in cui "fisiologicamente" ipotizzo (anzi, prego) che senza un'idea di fare gruppo non ci si giochi proprio. Riposto per il momento con tanta paura per il futuro Overwatch, metto nella play Battlefield 1, che mi hanno sponsorizzato da mesi come il nuovo messia dell'online. È il mio primo Battlefield dai tempi di Bad Company, naturalmente giocato in singolo. Lo installo e gioco nel breve single player per scaldarmi. Mi girano già le balle perché un single player così potevano farmelo più lungo e io ero pure soddisfatto solo con quello. Graficamente è sbalorditivo, la trama è molto interessante e l'esperienza complessiva  mi convince al punto che il giorno dopo sono di nuovo da Mediaworld a cercare in offerta il nuovo titolo spin-off della saga Battlefront Starwars II. Bellissimo "il senso della vita" esposto nel primo capitolo della campagna, magnifico il capitolo ambientato in Italia sulle montagne, trascinante il deserto con i suoi spadaccini a cavallo, epiche le battaglie aeree, gli zeppelin, le città in fiamme a cui si accede dalle foreste. I carri armati pre - seconda guerra invece sono una merda, pare di guidare i carri di cartapesta del carnevale di Viareggio, ma ce ne facciamo una ragione. Va bene, dopo una decina di giorni mi decido a entrare in una partita multiplayer, non prima di aver visionato su YouTube qualche gameplay di gente che sa quello che fa. Disastro. Mi viene da piangere da tanto sono incredulo. Mi sono completamente sbagliato sull'idea che fosse un gioco di squadra. Quello che mi trovo davanti è la versione pulp dell'ora di ricreazione di quando stavo alla scuola materna. Avatar di soldati in armi che celano bambini in cerca di un giocattolo o di una altalena. "È mio!!!!!". Che sia un mortaio, un aereo, una jeep, una moto o un cazzo di carro allegorico di Viareggio. Una corsa frenetica al giocattolo, con il quale perdersi, per i cazzi propri, in uno scenario fin troppo vasto. Ci sono i fissati del cavallo, che girano per chilometri nel nulla come se fossero in "Barbie passione ippodromo". Ci sono i nostalgici dei simulatori di volo del PC del 1993, che salgono su ogni oggetto con le ali per planare sopra boschi e montagne. Ci sono i patiti delle torrette/mitragliatrici inchiodate a terra, che girano su se stessi come in un tiro a segno da parco giochi. Quelli che non sono a bordo di qualcosa se ne stanno in genere sdraiati per terra come dei sassi per tutta la partita e danno l'impressione di volersi abbronzare digitalmente più che fare i cecchini. Non c'è nessuno che cerchi di combattere per le strade imbracciando un fucile o anche solo che cerchi di combattere in genere. Per spingerti un po' a farlo, gli sviluppatori ti danno dei bonus di attacco assurdi, come baionette in grado di fare più danni di una mitragliatrice, ma è tutta fatica sprecata. Salire su un giocattolone è più bello e il gioco lo sa di questa deriva, facilita il respawn su più tipi di giocattoli sempre disponibili. Se poi un bambinone ti frega il comando alla guida di un giocattolo, puoi sempre sederti vicino a lui sullo stesso, imbracciando una mitragliatrice e non è il massimo dell'esperienza. Sui carri di Viareggio si spara con difficoltà e poco appagamento, sugli aerei c'è una gestione dei movimenti in relazione all'abitacolo che più che irrealistica sembra proprio demenziale. Ogni tanto hai la brutta sensazione che ci sia gente che gioca a un gioco diverso, perché ti chiedi come sia possibile che loro siano in testa alla classifica con 50 uccisioni mentre tu, scegliendo pure le zone più calde della mappa, hai incontrato al massimo una decina di player. Non è una bella cosa. 
E questa è la media delle partite "casual" a cui io ho assistito e partecipato. Ho constatato che le partite a cui partecipano squadre organizzate sono ben altra cosa, ma se hai solo un paio di amici a quel livello non puoi ambire e alla fine ti trovi a scorrazzare in questa specie di circo, tanto spettacolare a vedersi quanto inconsistente sul piano delle intenzioni dei giocatoti. Però se qualcuno così si diverte sono felicissimo per lui. Ma voglio provare ad insistere un po' di più prima di tornare tra le braccia di Wolfenstein, perché magari è colpa mia che non sono nel mood giusto. In fondo, chi non ama i carri di Viareggio? 
Talk0


domenica 14 gennaio 2018

Westworld è troppo, troppo figo.

Almeno l'episodio 1, l'unico che ho visto per ora. 


Ho appena visto il primo episodio della serie HBO prodotta da J.J. Abrams e scitta da Jonathan e Lisa Nolan che rilegge Il mondo dei robot di Michael Crichton. La prima stagione in home video risiede in uno dei più belli e lussuosi cofanetti che abbia visto da molto tempo a questa parte. Copertina in cartonato solido in rilievo e scritte argentate, un booklet bellissimo pieno di foto e interviste, la serie riversata su blu ray con resa visiva sbalorditiva. Nel futuro è stato creato un parco a tema sul passato, esattamente come accadeva nel Jurassic Park sempre scritto anni dopo sempre da Crichton. Solo che questa volta non ci sono dinosauri creati geneticamente usando geni preistorici conservati da zanzare ritrovate nell'ambra e mischiate con DNA di rana. Qui ci sono robot, perfettamente simili agli esseri umani e programmati in modo tale da rivivere ogni giorno la stessa vita, come imprigionati in un eterno giorno della marmotta. Gli ospiti del parco possono interagire con questi avveniristici residenti, decidere di seguire delle storie che loro gli raccontano per vivere un vero e proprio gioco di ruolo oppure farsi gli affari propri uccidendo o scopando a casaccio con i droidi in una sorta di versione Hard Coffee di Grand Theft Auto. Tutto bello e tutto sexy, come ogni episodio pilota di una serie HBO prevede per contratto. Il parco è gestito da una sala comando posta su una montagna inarrivabile al cui interno gli addetti, ben più competenti delle scimmie urlatrici che gestiscono il Jurassic Park, stipano montagne di robot continuamente in miglioramento o manutenzione. Il parco ha avuto varie incarnazioni, compresa una versione horror stile Texas Chainsaw Massacre. I robot hanno già vissuto diverse vite interpretando i personaggi più disparati ma Westworld tiene bene e attira pubblico da oltre dieci anni. Ogni giorno la Bella Dolores (Eva Rachel Wood) si innamora di Teddy (Michael Madsen), Maeve (Thandie Newton) e Clementine (Angela Sarafyan) elencano ai clienti il listino prezzi della sua attività da meretrice o un indiano (che non trovo su imdb... questa serie ha un cast infinito...) può spillarvi qualche soldo imbrogliando al tavolo da poker del saloon. Se siete nel giorno dell'evento speciale potreste pure assistere alle rapine del cattivissimo Hector Escaton (Rodrigo Santoro) e della sua banda, compresa la tostissima gunslinger girl sfregiata Armistice (Ingrid Bolso Berdal), una specie di equivalente femminile del Mastino del Trono di Spade. Solo che il pubblico pagante vuole qualcosa di più, stile il mostro terrificante e invisibile che infesta Jurassic World. Il demiurgo della baracca, il dottor Robert Ford (Anthony Hopkins) sta sperimentando sistemi per aumentare il realismo dei robot sviluppandogli una specie di memoria di lungo corso in luogo della attuale memoria da pesce rosso, con reset giornaliero delle battute, che ora hanno e  che al terzo giro fa molto pupazzo animatronico della Valle dei Re di Gardaland. Il suo vice Bernard Lowe (Jeffrey Wright) cura tutti i dettagli espressivi dei volti artificiali perché almeno quelli sembrino unici, diversi per ogni robot. La manutenzione generale è gestita da Henry (Eddie Shin) e siccome è orientale e molto intelligente mi ricorda troppo un suo equivalente nella saga del parco dei dinosauri. C'è chi vuole arrivare al vertice dell'impresa, c'è il classico leccaculo, l'analista che si innamora di uno dei residenti... insomma il pacchetto completo. Il finto mondo western è bellissimo e pieno di tocchi di classe. Nel saloon si sentono le versioni western di Paint it Black dei Rolling Stones e Blackhole Sun dei Soundgarden. Qualcosa inizia ad andare storto però. C'è un robot cowboy vestito di Nero (Ed Harris) che sembra sapere troppe cose su come gira il mondo a dispetto della sua supposta memoria da pesce rosso. Sembra inoltre che il programma del dottor Ford faccia impazzire i robot, che tutto di un tratto ricordano anche le loro "vite e ruoli passati" pensando che siano vere. Saranno al sicuro gli ospiti paganti del parco? 



La tiro cortissima, questo episodio 1 mi è piaciuto tantissimo. L'ambientazione è favolosa e il cast funziona alla perfezione, lo sforzo produttivo di HBO di farne la serie che spiritualmente dovrebbe sostituire Il trono di spade per ampio respiro, budget da urlo, poppe e sangue compresi, è evidente. Jonathan Nolan è il fratello di Christopher e sceneggiature di buona parte dei suoi film. Dopo aver diretto una puntata della serie Person of Interest, anche questa scritta da lui, in Westworld oltre a scrivere, dirige un buon numero di puntate ed è anche bravo. Gli effetti speciali e lo splatter funzionano, il ritmo narrativo è molto, molto western. Cosa che per me è un pregio ma che per molti potrebbe essere un difetto. Questa puntata è lenta e meditabonda come struttura ma mi ha portato in molti posti elettrizzanti oltre ai set principali, costituito dal bellissimo paesino western e dalla sala controlli sulla montagna. Posti come il "consultorio dei robot" (dove le macchine si presentano nude come HBO impone), il tetro passo di montagna della quest sui fuorilegge (con tanto di androide che impazzisce in modo sinistro), il piano del palazzo nascosto nella montagna dove in bodybags o nudi e in piedi come manichini vengono conservati i robot difettosi. Chissà come sarà la puntata numero due. Magari vi aggiornerò. Per ora Westworld è una delle serie più interessanti che ho fra le mani, speriamo che il godimento duri a lungo. Nel 2018 dovrebbe arrivare la serie 2 e la HBO ha piani per sviluppare storie sugli altri parchi a tema correlati, magari quei parchi che sono venuti prima di Westworld, con protagonisti gli stessi robot-figuranti in parti diversi. Magari abbiamo in mano qualcosa di simile ad American Horror Story. Vedremo. 
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mercoledì 10 gennaio 2018

Tanti Captain Marvel crescono e vanno al cinema

Un nuovo attore entra nel Marvel cinematic universe in Captain Marvel del marzo 2019 e "forse" sarà presente anche in Avengers 4. Si tratta di Jude Law, il Gigolò Joe dei nostri cuori, che nella foto che segue cerchiamo di accostare al supereroe di carta che dovrebbe interpretare in sala: il primo Captain Marvel o, per gli amici extraterrestri, Mar-Vell.


Invece, se usano come spunto la serie Ultimate, che peraltro ha ispirato per ora TUTTO il Marvel cinematic universe, il personaggio potrebbe essere graficamente così


Quindi corazzato, lampeggiando e "verde" come Hulk. A quanto pare la parte era stata offerta inizialmente a Keanu Reeves, che ha già fatto "l'alieno" in Ultimatum alla Terra e quindi era per me perfetto per il ruolo, ma anche Law non è male. Mar-vell è un Kree, la stessa razza di Ronan l'accusatore, che al cinema è stato interpretato da Lee Pace come principale antagonista nel primo film dei Guardiani della Galassia. Mar-vell nei fumetti inizialmente è una spia Kree in incognito sulla Terra, con lo scopo di monitorarla e preservarla da altre razze aliene, come i verdi e orcheschi mutaforma Skrulls, già confermati come villains del prossimo film. Ma Jude Law non sarà il Captain Marvel "ufficiale" del film. Cederà infatti il testimone al personaggio interpretato da Bree Larson, il comandante Denvers dell'aeronautica americana. Lui arriva sulla terra, lei lo incontra, da cosa nasce cosa ed è tutto spiegato con dei disegnini il modo in cui le cose si evolvono  perché... parliamo di fumetti. Così la loro relazione passa dal rapporto mentore-allieva fino a qualcosa di più profondo, per culminare con una delle più tragiche e celebri storie di casa Marvel


Incassato il lutto (ma magari nel film sarà diverso questo aspetto) il personaggio della Larson nei fumetti è diventato titolare di testata e ha subito poi varie incarnazioni, sotto il nome di Miss Marvel. Storie drammatiche come anche storie più scanzonate, portando a volte costumi  sexy


Oppure anche moooolto sexy



Di recente ha assunto l'identità di Captain Marvel, vestendosi in modo più consono e gettando le basi così, secondo il marketing della Marvel, per incarnare al meglio una eroina femminista e non più solo una bellissima bambolona "orientata ai maschietti". La nuova incarnazione, che è quella che ispira il film, è comunque molto riuscita e la linea editoriale scelta niente male. Captain Marvel sarà il primo film del cinematic universe nominalmente dedicato a un'eroina, dopo che i molti tentativi di avere una pellicola sulla Vedova Nera di Scarlett Johansson sono falliti. Ma la parità di sessi supereroistica in cartellone parte già dal film Marvel di questa estate dedicato ad Ant-Man. Si chiamerà infatti Ant-Man and The Wasp, in onore della eroina co - protagonista impersonata da Michelle Pfeiffer ai tempi di Hank Pym (Michael Douglas) e da Evangeline Lilly ai tempi di Scott Lang (Paul Rudd).



Una curiosità. Un tempo non lontano il supereroe conosciuto come Captain Marvel, una specie di Superman mistico, è stato di proprietà della DC Comics (in seguito ad acquisizioni di eroi scritti in epoca precedente che non vi dico). Dopo anni di battaglie legali quel personaggio ora si chiama come la parola magica che il giovane protagonista Billy Batson usa per trasformarsi in nerboruto eroe volante, ovvero " Shazam" (no, non è ispirato alla famosa app sulla musica...). Shazam per altro ha un film in produzione presso la Warner/DC, ad impersonarlo sarà Zachary Levy e il suo antagonista/Vegeta, di nome Black Adam, sarà impersonato da Wayne "The rock" Johnson.


Ora vorrei dirvi che è probabilmente (ma non c'è ancora la conferma) in programma pure un film di Netfix basato su Superior, che è di fatto un personaggio di Mark Miller ispirato a Shazam... ma diventa poi un discorso troppo lungo e contorto. 

Insomma, tra Mar-Vell, Miss Marvel e Shazam vedremo presto al cinema tre Captain Marvel. Senza confonderci ulteriormente includendo per sbaglio e assonanza "Marvel girl ", ossia Jean Grey degli X-Men, a cui sarà dedicato per altro il prossimo film del gruppo in uscita  X-men dark phoenix (ad impersonarla dopo la storica interprete Framke Janssen sarà nuovamente Sophie Turner). Ad ogni modo il 2019 (visto che gli X-Men usciranno probabilmente a inizio 2019 conoscendo la Fox Italia)  sarà decisamente "Marvel". Ok, dite che ho scritto tutta questa follia solo per fare una battutaccia? Avete ragione. 
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E questo è Skrull, uno dei cattivi.