giovedì 8 novembre 2018

Gungrave Gore - in arrivo per il 2019



Qualche tempo fa (il luglio del 2002) Sega, in collaborazione con il mangaka Yasuhiro "Trigun" Nightow portò sulle PlayStation 2 un assurdo videogioco sparatutto realizzato da Red Entertainment (che ricordo soprattutto per il per me bellissimo Blood will tell, videogame sempre per ps2, realizzato qualche tempo dopo, tratto dal manga Dororo di Tezuka). Parliamo ovviamente di Gungrave.


Realizzato in grafica cell shading per renderlo più simile ad un anime, arricchito di una struggente musica jazz e ambientato in un futuro hardboiled con elementi neo-noir, Gungrave era uno sparatutto in terza persona che ci metteva nei panni di un misterioso omone armato pesantemente, che portava costantemente con sé (come nello storico western Django) una bara. I'ingombrante feretro, pesante ed eccentrico (opera come tutto il mecha design di un altro nome illustre tra i mangaka, Kosuke "Oh mia Dea/Tales of" Fujishima), era legato alle braccia stesse del protagonista ed era in grado di cambiare il suo aspetto in una combinazione infinita di armi pesanti, similmente alla leggendaria croce del reverendo Wolfwood di Trigun. Ma il nostro oscuro eroe, conosciuto come Beyold the Grave, la teneva solo come extra, prediligendo farsi strada, tra montagne di gangster futuribili, robot da combattimento e una casta di vampiri, dando voce alle sue due enormi pistole. Grave è un non-morto, una specie di mostro di Frankenstein muto, tragico e letale. Per portare a compimento l'inevitabile sterminio che un gioco action a base di tanti proiettili impone, seguendo una trama che lo porterà a scontrarsi con figure legate al suo oscuro passato, Grave viene collegato periodicamente da uno scienziato a un macchinario che gli trasfonde grosse quantità di sangue. Giocare nei panni di Grave permette di assaporare l'onnipotenza, la tragicità e la bellezza di un personaggio unico, ma questo non rende il gioco un titolo perfetto, anzi. Grave è "troppo grosso", al punto che il suo personaggio di spalle + bara copre i tre quarti dello schermo di gioco. Grave è "troppo potente" e se si cerca una sfida il gioco risulta molto facile anche nei livelli di difficoltà più elevati. I livelli sono "troppo simili",  pur contando su alcuni guizzi davvero felici (che me lo fanno paragonare alle opere di Susa 51), la trama è "troppo breve". In genere c'è di molto meglio in giro per i videogame action e Red non è il top degli sviluppatori quanto un onesto e volenteroso team di pochi membri. Però l'intero gioco trasuda carisma e se preso nel modo giusto sa farsi amare. Il blasonato studio di animazione Mad House, non a caso uno degli sviluppatori di alcune puntate di Cowboy Bebop, non si lascia certo perdere il fascino di Beyond The Grave e del suo mondo. E così nasce un anime da paura, che è una vera tragedia non sia mai arrivato in italiano.



La trama dell'anima è più hard-boiled e molte delle derive steampunk  "alla Batman di  Tim Burton" del videogioco originale vengono accantonate in ragione di un contesto più concreto e tragico. Ma lo spirito è ancora quello, la realizzazione ottima e la storia avvincente. Non passa troppo tempo e arriva un nuovo capitolo del videogame, sempre targato Red.


Questa volta il nostro eroe è accompagnato nelle scorribande da una sua banda di Mariachi (ogni riferimento alla trilogia western moderna di Robert Rodriguez è assolutamente voluto). I livelli sono più vasti e ragionati, il divertimento è sempre presente, ma tutte le amabili imperfezioni che rendevano unico il primo gioco sono sparite. Gungrave Overdose è imprescindibile per i fan ma allo stesso tempo una delusione che di fatto affossa il piccolo brand. Ci sono meno scene animate evocative, si sente di trovarsi tra livelli spogli, anche se la formula e il budget impiegato sarà probabilmente lo stesso. La danza delle pistole ipnotizza come sempre i fan di Equilibrium (altra citazione voluta), ma il corpo lento e pesante di Grave appare "troppo piccolo". Gungrave chiude. 


Qualcosa è però rimasto nei sogni di una silenziosa comunità di videogiocatori che hanno adorato il primo piccolo ed imperfettissimo capitolo. Qualcuno aspettava un ritorno del pistolero con la bara. Ogni tanto ci rigioco a dispetto delle animazioni legnose, della scarsa interazione di gioco, dell'approssimazione dei comandi. Per me è uno dei titolo che riescono ancora oggi a trascinarmi di peso in un anime, come Asura Wrath, Killer is dead e Killer 7. Tutti titoli imperfetti (per questo non ho citato cose come Zone of The Enders second runner, che gli sta diverse spanne sopra), ma che rigioco come "riguardando un anime". Così ho fatto i salti quando un annetto fa sono iniziati i lavori di non uno, ma due Gungrave. Un titolo è per i visori vr e di lui per ora non mi interesso (forse i vr di prossima generazione...). L'altro è Gungrave Gore, ed è a tutti gli effetti il nuovo capitolo.



Sembra che presto, intorno all'inverno 2019, tornerò a impersonale il buon Grave su ps4.  La storia è ovviamente ancora blindata, il timore di un titolo non epocale è palpabile e giustificato da un Gungrave Overdose così così. Ma il fascino c'è tutto ed è ancora intatto e la produzione sembra promettere un lavoro di classe, benedetto da un alto budget. Se fosse uscito un capito 3 di Gungrave per la ps3 mi sarei immaginato meccaniche alla Gear of War o un ritmo di gioco indiavolato alla Vanquish. Certo aspettative altissime per il Red studio, ma qualcosa di "similare" mi avrebbe per lo meno fatto felice. Oggi incrocio le dita più che posso e non vedo l'ora di sapere di più di questo Gungrave Gore. Se saranno guilty pleasure fioriranno (tanto anche se sarà una ciofeca so che vorrò prenderlo), ma se la saga godrà di un primo, vero, titolo tripla A non vedo l'ora di esultare. 
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domenica 4 novembre 2018

L'attacco dei giganti, in edicola il numero 25 del manga di Isayama che è in testa alle classifiche di gradimento da 10 anni



 Era un secolo o due fa quando le avventure di Eren, Mikasa e compagni iniziarono a infiammare la fantasia degli appassionati, prima con il manga scritto e disegnato dall'allora molto giovane Isayama, poi con l'anime prodotto dallo studio Witt. 
Indietro nel blog c'è un ormai vetusto post in cui parlavamo di questo vero e proprio fenomeno culturale, che è stato in grado di imporsi all'attenzione attraverso tutti i media possibili tanto in modo diretto che attraverso citazioni più o meno dirette. Un successo meritato a una produzione generale che negli anni ha saputo migliorarsi e arricchirsi quasi su ogni aspetto, ma che non avrebbe potuto arrivare così lontano se non fosse stato per la grande intuizione iniziale di Isayama.
Tutto nasce da un'idea forte, primordiale, in grado di scuotere nel profondo ogni lettore: in un mondo di stampo medioevale, all'interno di città circondate da alte mura, l'umanità vive inquieta ben sapendo cosa si cela nel mondo esterno: creature giganti e deformi, antropofagi e folli. Le mura sono l'unica difesa possibile dai "giganti", ma al contempo rapprendano una barriera sociale laddove i poteri forti risiedono al centro di più fila di mura, mentre i paesi più poveri vivono esposti a ridosso delle barriere. Poi un giorno accade l'inevitabile, giganti particolarmente alti e minacciosi creano una breccia in un muro esterno e Eren, il nostro protagonista, che è ancora un ragazzino gracile con enormi occhi verdi, assiste impotente all'invasione del suo paese da parte di migliaia di giganti. Impotente, assiste a una carneficina brutale che si protrae senza sosta e infine guarda con i suoi stessi occhi un gigante divorare sua madre. Eren cresce e diventa un soldato, vuole affrontare i giganti e ora c'è un'innovazione tecnologica (che in pratica dà a chi la usa la capacità di volteggiare come Spiderman) che permette di affrontarli. Seguono battaglie, colpi di scena, lutti e rivelazioni incredibili sulla natura stessa dei giganti e sul loro scopo. Tutte cose che vi consiglio di scoprire in prima persona attraverso la lettura del manga, pubblicato da noi da Planet Manga, o attraverso la visione dell'anime, anche se quello è un bel po' indietro al momento, pubblicato da Dynit. Negli episodi contenuti nel volume 25 dell'edizione italiana ho avvertito in un certo modo la sensazione che si sia "chiuso un cerchio", che l'opera abbia raggiunto il punto più alto che si prefissava fin dall'inizio su uno dei temi che aveva più a cuore: descrivere il senso ultimo delle guerre, l'annichilimento nell'individuo di ogni umanità dietro all'ineluttabilità del comando o della strategia che gli impone un "dover fare". È questa sconfitta, sul piano morale e materiale, il sentimento che aleggia maggiormente tra le pagine. È pesante, è spiacevole ed è un aspetto che raramente un fumetto ha davvero il coraggio di esporre, dando per di più al lettore tutti gli elementi possibili per giudicarlo. Giudicarlo sulla base della storia letta fino allora, sul piano emotivo dell'evoluzione che hanno avuto i personaggi, sul piano meramente "strategico-militare". Dopo questo momento la storia del fumetto prosegue, i combattimenti proseguono e sembra che nei prossimi mesi arriveranno ancora nuovi colpi di scena importanti. Ma per me qui si è già arrivati alla riflessione più importate e dolorosa, al punto in cui non mi sarà più possibile guardare ad alcuni personaggi con gli stessi occhi. Sto leggendo molti fumetti interessanti nell'ultimo periodo, alcuni che hanno una propensione a essere provocatori, scorretti e scomodi fin dall'inizio e che mi piacciono proprio per la loro carica sovversiva. Pura evasione nella maggior parte dei casi. L'opera di Isayama, che partiva in modo molto pulp, tra i corpi smembrati da creature che potevamo tranquillamente definire "zombie 2.0", ha saputo arricchirsi di significato, aprendosi a livelli di lettura spesso esaltanti, a volte davvero intelligenti. Mi fa specie celebrare questi 10 anni di pubblicazione in un momento narrativo così complicato per la vita dei personaggi del manga, ma questa è solo l'ennesima dimostrazione del talento di Isayama come narratore per immagini unico e sempre originale, all'interno di un panorama di nuvole parlanti che oggi, forse, sembrava non avere più molto da dire. Se volete seguire la storia senza leggere, anche l'anime è molto bello, anche se per me troppo stiracchiato nella narrazione. Mi sarei aspettato dei film animati senza animazioni riciclate e con l'esplorazione di aspetti inediti, ma per ora da questo punto di vista sono stato un po' deluso. Rimane "tanta roba". Buona continuazione a chi è già un lettore e buona scoperta a chi non si è ancora avvicinato all'Attacco dei Gianti
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lunedì 29 ottobre 2018

A star is born - la nostra recensione.





Bradley Cooper è Jackson Maine, un rocker fracassato che sta perdendo l'udito e naviga sempre più abitualmente in fiumi alcolici verso l'autodistruzione. Lady GaGa è Ally, una cameriera che è stata giudicata dai produttori troppo brutta per il pubblico, che la sera canta in un club frequentato da omosessuali con il trucco di una drag queen. A Jackson serve un bar dove trovare alcol, Ally è sul palco con le sue ciglia finte e il trucco pensate, l'incontro sembra voluto dal destino. E c'è magma, c'è energia. Sessuale, artistica, passionale. Lei si unisce alla tournée di Jackson e presto sono come Johnny Cash e June Carter. La stella di Ally inizia a brillare di pari passo alla sua travagliata storia con il musicista, caratterizzata da tanta dolcezza quanto dalle preoccupazioni di una convivenza non facile. A un certo punto entra in scena un produttore senza calzini che vuole dare a Ally una carriera solista e "da Lady GaGa" e tutto inizia a deragliare. 
Preparate i fazzoletti, soprattutto se siete persone che amano piangere al cinema, perché la ricetta è quella e questo A Star is born è uno dei migliori drammi sentimentali degli ultimi tempi. Merito di una Lady GaGa senza trucco (ma ci è piaciuta anche con trucco in American Horror Story) e in stato di grazia in grado di ricordare, per spontaneità e sincerità interpretativa, Cher in Stregata dalla luna. Merito di Cooper e del suo continuo perfezionare il ruolo dell' uomo qualunque sconfitto dalla vita (vedi Il lato positivo o American Sniper), danneggiato ma ancora in grado di combattere e con la voglia di farsi trascinare dalle emozioni. Il suo rocker merita che A star is born sia gustato in double vision con lo strabiliante Crazy Heart con protagonista Jeff Brigdes. Meno interessante del previsto la visione in combo con la versione musical anni '70 di A star is born (c'è pure un film del '37)  con Barbara Streisand e Kris Krisstofferson, ma è sempre una serata che potreste volervi fare, soprattutto per la musica, l'altro grosso tema portante del film insieme al sentimento. E vi consiglio di trovare un multisala con impianto sonoro da urlo, perché A star is born sa pompare al massimo le casse e si bea di magnifici assoli di chitarra (non ho capito se suonati effettivamente da Bradley Cooper, che nel caso si meriterebbe un applauso extra). Se siete fan di Lady GaGa so che non devo convincervi, perché sarete già andati a vedere il film, ma invito alla visione anche chi non la segue e semplicemente ama la musica rock.
Dopo un lungo periodo di gestazione, con un momento in cui si immaginava pure un film con Beyoncé diretto da Clint Eastwood, e dopo i quattro anni di lavoro di Cooper, per quella che è la sua prima e strabiliante regia, A Star is Born sa convincere ed emozionare con temi semplici, belle musiche e buone interpretazioni (e su questo segnalo anche un Sam Elliot in ottima forma). Mi ha convinto, e dire che i film "potenzialmente sdolcinati" come questo spesso mi fanno scappare a gambe levate. 
Talk0

mercoledì 24 ottobre 2018

The wife: la nostra recensione



C'è un futuro premio Nobel per la letteratura in famiglia! Dopo una vita di sacrifici, lacrime e sangue, arriva il riconoscimento massimo alla carriera, made in Svezia, nella forma di una telefonata ufficiale nel cuore della notte. Si risponde titubanti, si ringrazia in modo composto, si appende il ricevitore e si inizia a saltare sul letto come dei bambini di cinque anni carichi di gioia. È tempo di prenotare il volo, dirlo agli amici più intimi, soggiornare in un albergo mille stelle, pranzare con il re della Svezia e prepararsi alla cerimonia ufficiale, con i suoi tre inchini di cerimoniale obbligatori rispettivamente alla corona, a Nobel e al pubblico, magari condendo il ritiro dell'onorificenza con un sentito "grazie" e qualche parola di rito rivolta di cuore alla persona che più di tutte ha aiutato, confortato e spronato, durante la gestazione del nuovo capolavoro su carta del secolo. Così moglie e marito (Glenn Close e Jonathan Pryce, entrambi immensi), accompagnati da un figlio (Max Irons) pure lui scrittore, un po' tormentato, un po' fragile e un giorno forse pure lui autore affermato (se ci darà sotto), si incamminano in questo tour de force, seguiti a distanza dal classico corteo di valletti, nani e ballerine, ma soprattutto da un irritante e insistente scribacchino (Christian Slater) che vuole a tutti i costi realizzare la biografia del futuro premiato di famiglia. E lo scribacchino è certo di trovare gli scheletri che tutti nascondono negli armadi, a partire dal nome di chi è il vero genio, il Nobel, che si nasconde in famiglia. Riuscirà il vincitore a ricevere le meritate glorie e onori da tradizione svedese? Ma soprattutto chi è il vero genio della famiglia? L'uomo, estroverso e farfallone gigione adorato da tutti o piuttosto la sua taciturna, defilata e forse un po' rancorosa moglie?
Bjorn Runge, che noi tamarri ricordiamo per un interessante e crepuscolare film sui vampiri, dirige con ritmo svedese e paesaggio svedese un film basato sulla massima ricorrenza annuale svedese (dopo ovviamente la notte di Santa Lucia, anche in questa pellicola ricordata e celebrata secondo canoni svedesi). E se i paesaggi freddi e ordinati e svedesi, popolati da persone distinte e cordiali nonché svedesi, ci fanno subito tornare alla mente gli incubi "raggelanti" dei thriller di Stieg Larsson, dove dietro il tuo vicino di casa può nascondersi un sadico nazi-svedese, sappiamo già da subito che una pellicola svedese doc d'esportazione mondiale, sarà drammatica, intensa e probabilmente finirà in modo spiazzante (perché gli svedesi amano spiazzarci). Quindi mettetevi un cappotto pesante e andate in sala, sicuri che però ne varrà la pena, perché il dramma di Runge è un film straordinario, geometrico, rigoroso e dalla forte impalcatura teatrale, dove la diade Close-Pryce reagisce e combatte come una caramella Mentos all'interno di una bottiglia di Coca-Cola. Sono due leoni, la loro è una gara di bravura, la miscela precisa dei loro dialoghi, che si dipana come musica jazz, è semplicemente esplosiva. Se tutto lo svedese clima freddo sospende ogni gesto e cristallizza, gelandoli, la maggior parte dei personaggi in scena, Close e Pryce sono un unico vulcano in ferire che fiammeggia con aristocratico distacco dai loro occhi profondi e indagatori. In scena è la coppia, come fulcro delle passioni, cura per i figli, tomba dei sogni in luogo dei mille compromessi della vita comune. Tutte prove complesse e crudeli, che si fanno diaboliche quando nella coppia non c'è uno che si tira indietro o uno che non ringrazia il compagno per essergli stato accanto. Ed è in questo che il film può diventare davvero per lo spettatore uno strumento di aiuto per vivere meglio, un crash test di come una relazione possa resistere ai danni, oltre che il banco di prova della bravura di due delle personalità più eclettiche della settima arte. 
I tempi e dinamiche sono un po' lenti, perché siamo appunto in Svezia. Ma se superate il primo impatto, il film saprà conquistarvi. 
Talk0

sabato 20 ottobre 2018

The Predator - la nostra recensione





Volete davvero che vi dica quanto amo Predator? Volete sapere del numero vergognoso di volte che ho guardato Alien vs Predator 2: Requiem, trovandolo, in incubi etilici più o meno lucidi, uno dei migliori Horror slasher degli ultimi tempi? Devo raccontarvi di quando quasi stavo per andare in Messico a picchiare Robert Rodriguez per non aver fatto la regia di Predators (che poi ho comunque amato)? Serve a qualcosa dirvi che nonostante questo nuovo The Predator di Shane Black mi abbia convinto pochissimo, sarò tra i primi a procurasi la versione in home video?
La verità è che sono un dannato schiavo di questo franchise, uno che si esalta al solo pensare alle armi e armature, nunchaku alieni, mandibole mobili, codice d'onore samurai, cultura dell'arma vintage, mondo alieno misterioso rosso fuoco e gusti alimentati vari della razza xenomorpha conosciuta come "Yautja". Il Predator è uno degli alieni cinematografici più fighi e carismatici di sempre, più figo della maggior parte dei film in cui è finito dentro. Film in cui la 20th Century Fox ha sempre riversato il più alto menefreghismo produttivo, sganciando pochi dobloni a monte di astronavi, effetti speciali e star power sempre più risicati. Nonostante tutti i limiti, i Predator sono fighi.  I Predator - eroi ipertrofici (moooolto anni '80, quasi guest star di un possibile Conan) di Alien vs Predator di Anderson riescono sempre con le loro belle scazzottate (contro i sempre divertenti alieni di Scott) a base di laser e reti retrattili a risollevare parecchio un film con non troppe idee. Il Predator "Wolf "con la sua aria scafata, la professionalità assoluta, la frusta e il suo stile di caccia a doppio cannone riesce a distrarmi dal fatto che AvP 2 Requiem senza di lui sia piuttosto sgraziato. Il Predator maldestro e un po' sfigato che combatte contro un Danny Glover che pare il prototipo del Last Action Hero di Schwarzy mi fa sempre tenerezza, ma poi mi gasa nella scena con i men in Black di Gary Busy. I 3 super-Predator di Predators, eccessivi e barocchi, sporchi, feroci, pieni di caschi di ossa, cani spaziali e roba volante, hanno cazzimma, paiono usciti da Cannibal Holocaust mentre seviziano un Predator più piccolo appendendolo a un palo, partono che rompono muri come cinghiali arrabbiati, poi si cospargono di stile, diventano asceti e si confrontano da samurai contro uno yakuza in una notte di luna, all'arma bianca. Anche senza McTiernan, senza Carl "Apollo" Wathers, Schwarzenegger e Jessie Ventura che "non sanguina perché non ne ha il tempo", anche tutti i sequel dell'illustre primo Predator, per me, hanno un loro perché e allestiscono un sacco di "divertimento action-spaccone", spesso gestito bene, che sa alternate thriller e Gore, sparatorie e spadate, condendo con qualche succosa battutaccia da action movie anni '80 già in fase post-machismo. E infatti i grossi e anabolizzanti eroi che affrontano l'alieno nel primo film, con il meglio della superiorità fisica e bellica USA sono destinati a fallire, perché il nuovo archetipo dell'action hero "che ce la fa", non a caso sempre creato da McTiernan, è l'uomo della strada, che suda e soffre, il Bruce Willis del primo Die Hard, figlio di un'epoca post Reganiana. Ma sto divagando e non vi frega di questo, volete giustamente sapere di questo ultimo Predator di Shane Black, già sceneggiatore (e interprete) del primo film. Black è uno che è nato come autore tra l'epoca machista e post-machista, ama l'ironia e l'auto-ironia, gli eroi perdenti, le scene di gruppo in cui tutti dicono battute e si insultano a vicenda, il Natale e il vintage. 


Ho amato il suo Iron Man 3 e i suoi Nice Guys. È sceneggiature della serie Arma Letale, è dietro a Last Action Hero, L'ultimo boy-scout. Ha uno stile così preciso e codificato che su Wikipedia si parla di Shaneblackismo". Con The Predator vuole recuperare il fashion style di Scuola di Mostri, sempre scritto da lui in compagnia di Fred Drekker, che ne era anche il regista. In pratica un film molto buffo pieno di mostri classici che si scatenano in una piccola cittadina, combattuti da eroi improvvisati e soprattutto bambini. È una scelta, è coerente con la sua filmografia e i suoi shaneblackismi, è una diversa lettura del l'alieno di Predator, che è già stato declinato peraltro al War movie, all'horror, al fantasy, all'hard boiled. Però a mio vedere è una scelta infelice, causa di una devastante serie di scelte infelici collegate. Questo Predator è forse un alieno troppo amabilmente preso in giro dal cast, è troppo colpevolmente fuori dalla scena per troppo tempo. Purtroppo, e non so quanto sia colpa di Black, è un alieno a livello realizzativo orribile per via di una brutta computer grafica (i vecchi Predator analogici erano mooolto più fighi è stavano in scena con maggiore realismo) che interpreta però di fatto altrettante brutte idee di sviluppo del personaggio (come a dire che si è fatto errori a più livelli). Non lo temi, non ti affascina, non ti interessa più di tanto quello che vuole fare (e infatti la trama del film si fonda su un "equivoco" incredibilmente male contestualizzato e compreso), è meno originale del solito (nessun nuovo giocattolo per lui, le armi sono più o meno quelle già presenti con i vecchi modellini in plastica). Un brutto orco in cg, inspiegabilmente anonimo (e se conoscete il franchise a questo aspetto c'è quasi da non crederci). Si muove come uno dei Masters di He-Man, con quella inconfondibile camminata di ginocchia ipertrofica che si muovono sghembe come se il personaggio si fosse cacato addosso. Si vede male a causa di una messa in scena notturna e confusionale, non buca mai lo schermo. Se prima, negli altri film, si poteva intravedere anche solo da movimenti, costumi e scenografie, se non una "storia dei Predator" una sorta di "mitologia" fatta di onore, religione, abduction e "riserve di caccia", tutto ora appare semplificato se non semplicistico. Poi certo c'è la trovata interessante che ribalta il senso della "caccia del Predator", laddove i suoi lavoretti in ossa si vede che possono venire usati in modi non solo estetici quanto scientifici, ma è poca cosa e concettualmente pure negativa per l'evoluzione del franchise, con le ultime scene che urlano quanto ormai del Mostro alieno ce ne possa fregare poco, in quanto ormai character morto e sostituibile/intercambiabile con un guscio vuoto di se stesso. Avulso di carisma quanto di significato.  È triste. Ed è ancora più triste perché il film risulta quantomai pasticciato, tagliato (male) di molte scene, confuso in una trama che perde i pezzi e afflitto da personaggi che per voragini narrative scompaiono e ricompaiono a caso. Sembra ci sia dietro una post-produzione devastata dagli screen-test, che nel tentativo di migliorare il rapporto con il pubblico ha seminato morte e distruzione su ogni frame della pellicola. Anche questo è triste. Mi sembra quindi di sparare sull'ambulanza quando vi dico che Boyd Holbrook si conferma, dopo i "dubbi" sorti in Wolverine-Logan, un vero attore di merda. Ha la parte giusta per trasmettere empatia e solidarietà virile, ha delle buone battute e una famiglia virtuale (ci torno dopo) che ce lo possono rendere simpatico, ma lui pare solo e sempre la versione anabolizzata di Draco Malfoy, antipatico come un pelo che pende dal naso, mono espressivo, non aiutato da un taglio di capelli laido ma soprattutto un tizio incapace di calamitare l'attenzione su di lui. Una pigna. Una scommessa persa quanto attoracci abominevoli della risma di Liam Hemsworth e Scott Eastwood. Davvero il peggio che Hollywood sta proponendo, in un periodo peraltro foriero di giovani leve interessanti come Adam Driver, Miles Teller, Michael B. Jordan, Ansel Elgort... Meglio non pensarci. Olivia Munn invece dà vita a un bel character femminile. Energica e sexy, risoluta e per nulla damigella da salvare, più tridimensionale di quanto ci si aspetti (e se fossimo stati negli anni '80 ci sarebbe stata anche una scena "hot" che qui viene impietosamente alleggerita anche se sembra servita sul piatto d'argento... si vede che sono altri tempi). Sembra quasi una Biancaneve postmoderna alla corte di (quasi) sette nani / veterani-traumatizzati, tutti figli di John Rambo. Il film vale tanto oro per quanti minuti si trova su schermo il plotoncino di ex soldati esauriti e complessati formato da Tom Jane, Keegan-Michael Key, Trevante Rhodes, Alfie Allen, Augusto Aguilera e ci metto pure Jake Busey (che purtroppo di schermo ci sta troppo poco). Sgangherati, molesti, fattoni e svalvolati. Amabilmente difettosi. Loro sono i classici eroi di Shane Black, loro dominano la scena con fantastiche e cretinissine battute, loro ti spiazzano e conquistano (come quando per "svegliare Biancaneve" senza traumatizzarla della loro presenza le costruiscono un unicorno di carta stagnola da offrirle in dono... una cosa davvero senza senso, spiazzante ma che commuove prima di far ribaltare dal ridere). Peccato che il film con le sue magagne visivo/narrative butti via anche questo manipolo di eroi amabilmente sfigati. C'è anche il bimbo con problemi di autismo, che diviene un po' deus ex machina degli eventi e con le sue scene porta molte delle suggestioni dei film per ragazzi, ovviamente anni ottanta, stile Navigator o Explorers. Dal trailer pareva una nota stonata, invece è parte di una sottotrama funzionale e anche tenera (anche se buttata alle ortiche dalla recitazione abominevole di Boyd vattelapesca). Gli antagonisti "umani" sono non pervenuti, per essere buoni. Tra troppi effetti speciali "così così", le astronavi aliene sono piuttosto fighe. Vorrei volere più bene a questo film, sono sicuro che dopo la sesta visione tutti i difetti tenderò a minimizzarli, ma tanto potenziale buttato via fa bruciare gli occhi e le buone intenzioni forse non bastano. Mi aspettavo qualcosa di diverso. Se volete giusto un po' di splatter comunque vi divertirete. Speriamo che il prossimo film torni un po' in pista. Intanto non vedo l'ora di farmi una bella a-critica visione di pancia, con frittata e rutto libero. 
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lunedì 8 ottobre 2018

Venom: la nostra recensione del film di Ruben Fleischer sulle gesta del simbionte alieno creato da Michelinie e McFarlane



Eddie Brock (Tom Hardy) è un giornalista d'assalto che dopo essere stato "cacciato" dai quotidiani di New York (per questioni "misteriose") finisce sulla East Cost, a cercare scoop tra le strade sali e scendi di San Francisco, che lui ama percorrere come un truzzo su una moto truzza. È un tipo sudato, incasinato, perdente e un po' arrogante il nostro Eddie. Troppo spavaldo, troppo grossolano, pure un po' viscido, non ce la fai mai a volergli davvero bene ma nemmeno a volergli male, è un po' come quell'amico un po' stronzo che abbiamo tutti e che quando si esce in gruppo si teme faccia qualche cazzata. Per questi e altri motivi, ma soprattutto per un grosso problema di "fiducia", il buon Eddie viene mollato dalla ragazza quasi a un passo d'altare (Michelle Williams), viene buttato fuori dall'ennesimo quotidiano e si riduce a vivere in un lercio palazzone dei bassifondi, circondato dalla povertà, con la sola compagnia di una pianta semi-morta e con vicino di casa un immane rompipalle che tiene tutto il giorno musica metal a palla. Questa "terapia sociale d'urto" fa però quasi bene a Eddie, che si può dire diventi di lì a sei mesi una brava persona, che vive integrato nel nuovo quartiere, aiuta i più bisognosi e ha una parola buona per tutti. Quasi un assistente sociale, anche grazie alle audio-lezioni su come mantenere la calma e il giusto equilibrio mentale, comprate in cd nel piccolo store sotto casa gestito dai cinesi. Eddie è pronto a "ritornare in sella" quando accetta, un po' per rivalsa un po' per altruismo, di riprendere mano alla stessa inchiesta che ha distrutto la sua carriera, un'indagine che riguarda i loschi traffici di una corporation che tra medicina all'avanguardia e viaggi spaziali sembra seminare cadaveri di povera gente, rastrellata dai marciapiedi per essere usata come cavia per misteriosi e surreali esperimenti. Eddie si trova presto in un guaio più grande di lui quando scopre che gli homeless vengono usati per combinare i loro corpi con una strana razza di parassiti alieni. Alieni che nessuno ci spiegherà mai bene come ci sono arrivati a 'sta corporation, quando invece se la produzione avesse usato il (bel) film Life di Espinoza come "prequel ufficiale" di questo Venom (cosa che poteva pure fare visto che era roba sua) le cose sarebbero sembrate più coerenti e meno vicine al plot-truffa dell'ultimo Rampage con The Rock. Certo con il senno di poi ci si potrebbe aspettare un Life 2 decisamente più bello di questo Venom, ma torniamo sul pezzo.  Anche Eddie dopo un po' di peripezie finirà infettato da un alieno, che dopo un grottesco periodo di "assestamento" inizia a parlargli come una "vocina nella testa", si autoproclama "Venom" e sembra trovarsi benissimo a dividere il corpo con il giornalista. Tanto da renderlo forte quasi come un supereroe, tanto da offrirgli supporto nel gestire le relazioni sentimentali. Si può dire che i due "si sono trovati". Anche Venom è in fondo viscido, pomposo, un po' bullo, supponente e dotato di tutti i terribili e amabilissimi difetti. Ma come vivranno Eddie e Venom il fatto che qualcuno, umani e non,  inizierà a dargli la caccia? E soprattutto, il film sarà più vicino a Spiderman o a Spawn


Venom è ripugnante. Prima si presenta come una versione senziente della gelatina mocciolosa "skifiltor" in colorazione nero variegato vomito, poi assume il corpo dello stupro di una blatta operato da Hulk e in un costante incubo di denti e tentacoli gioca pure a fare la voce cavernosa di un Freddy Kruger che "parla coi rutti" ed esce come seconda testa dal corpo del giornalista (proprio come nel bruttino Nightmare 2). Ogni tanto cerca di fare il "buffo" sfoderando un sorriso a seimila denti aguzzi e occhioni cartoon, quasi fosse il fratello sotto acido di The Mask, ma per lo più gli riesce male. Ogni tanto si mette a muovere il suo "organismo ospite" come una bambola umana posseduta dal demonio, tra movimenti a scatti alla The Ring e la fisica di quei pupazzetti di gomma che lanci sulle finestre e loro si impiastrano e poi scendono verso il basso. C'è un che di affascinante e sinistro in questo character sghembo, liquido, unto e rilucente come la benzina e indefinito, organico e filamentoso  dentro e fuori. Chi legge i fumetti troverà richiami visivi più vicini al Venom disegnato da Clayton Crain piuttosto che da Todd McFarlane, nonostante certe inquadrature citino con forza la fonte originale, qualcosa di Dark Origin fino agli ultimi numeri dedicati al simbionte (saltando tutta la saga di Flash Thompson "oscuro avengers", che peraltro non è mai stata oggetto di attenzione del regista fin dai suoi primi test di adattamento di Venom). Ma l'effetto finale è più pasticciato che appagante, a meno che non siate fan che si sanno accontentare. Siamo comunque lontani anni luce dai colori e compostezza dei fumetti di supereroi Marvel, c'è la voglia di abbassare la gamma sui grigi, acchiappare i gggiovani con un urban style graffitaro e musica rap (Eminem in soundtrack). È un buon segno se la perla di marketing di tutta l'operazione è un cappellino nero con i denti di Venom disegnati sopra l'aletta. Anche positivo e "originale" il fatto che sguazziamo nel trash visivo al punto che questo ricade nel contenutistico e il naufragar ci è dolce, in questo mare di melma nera che fa molto anni ottanta/novanta. Ed è un viaggio "dolce", simpatico, meglio allestito di un Suicide Squad, con trovate a volte divertenti. Ma in fondo a fine visione rimane un trip un po' moscio, come un film Troma senza humor, splatter e tette. Venom visivamente vuole citare il cyborg al mercurio di Terminator 2 ma in versione low cost, vuole avere l'appeal di film "cattivo" come Robocop ma senza splatter e politica, parte come un episodio di X-files della seconda stagione e termina come il famigerato/amato film di Spawn, ma privo di particolare anarchia ed eccessi. Ha i denti ma non morde. Questo Venom è un po' come il vostro vicino di casa ultra-tranquillo e pelato che vuole uscire di casa per una volta vestito da tamarro, con parruccone a casco e tutto dipinto, per andare al concerto dei Kiss. Anche se un po' ci crede e fa simpatia, per voi non è credibile e risulterà solo un "finto maledetto". Da buon complottista so che Tom Hardy ha detto qualcosa sul fatto che il film doveva essere un altro, che ci sono almeno quaranta minuti di scene tagliate e che l'intento di avere il pg 13 a tutti i costi ha castrato sangue e politically uncorrect che si consideravano non inferiori ad un Deadpool o un Logan. Ovviamente non sapremo mai che cacchio è successo veramente, ma ho come già stampata in testa l'immagine di un dirigente Sony che frena in discesa per non far superare alla pellicola il vm18 per ficcare in sala il pubblico che vedrà il prossimo Spiderman animato. Hardy andava bene come Brock, aveva la giusta faccia da looser incazzato, il giusto corpo contratto di muscoli e cattiveria già sfoggiato in Bronson. Venom, che si muove in video in modo altalenante tra il convincente e lo scarsissimo, ha tutti i denti che doveva avere, ma li usa rigorosamente fuori campo e per lo più parla con i rutti nella testa di Eddie facendo il simpatico triste. Il finale è affrettato, troppo veloce, pasticciato e per di più sfoggia una resa visiva non appagante (non ne faccio una questione di budget ma proprio di messa in scena blanda) nemmeno nell'inevitabile duello (con un villain che dopo la partenza  interessante da finto altruista ideologo alla Steve Jobs si butta via sempre di più fino alla fine del suo minutaggio). E ovviamente niente tette, niente sesso, che in Sony sono tutti inglesi. Se vogliamo il primo tempo prova a costruire una trama dai risvolti Horror non male sulla carta, sorretta dalla presenza/assenza di una creatura concepita in modo inquietante quanto interessante (che non è Venom). Se vogliamo la visione non annoia e ci si può anche divertire con questo atipico anti-eroe fuori di testa, che parte cupo e diventa sempre più buffo e realizzato al computer nel modo più amabilmente maldestro (anche se avrei preferito spaventarmi dall'inizio alla fine, potendo scegliere). Facendo il sadico bastardo direi che Ruben Fleischer dopo Zombieland continua ad aver il fiato corto e a perdersi nella seconda parte dei suoi lavori, ma considerando le logiche produttive di un cinecomic non si può mai addossare le colpe al solo regista e, ripeto, non siamo davanti a un disastro, quanto a un film che si fa vedere e magari in dvd si piglia. Un b-movie divertente (quasi) quanto lo erano il film di  Spawn con Leguizamo (più clown di It) o il Faust di Yuzna (che io però, pur nella sua "tromitudine" amo alla follia e mi riguardo in combo con Il fantasma del palcoscenico di De Palma). Ma con il freno troppo tirato. Con personaggi come Venom bisogna osare di più. 
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mercoledì 3 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte - la nostra recensione



Un regista un tempo felice e idealista, ormai depresso e relegato agli spot pubblicitari  (Adam Driver), per una strana combinazione del destino si trova a girare in Spagna, tra  le campagne in cui da ragazzo aveva realizzato, come lavoro per l' università, un suo personale adattamento del Don Chisciotte. Un film piccolo ma carico di entusiasmo, girato con pochi mezzi, in cui aveva coinvolto nelle riprese anche gran parte degli abitanti di un piccolo paesino, giusto a un tiro di schioppo dal suo attuale set per il nuovo spot. Presa in prestito una moto per fuggire da una serie di sfortunati eventi/equivoci/mariti gelosi, il regista si ritrova tra le vie di quello stesso paesino, scoprendo che la sua giovanile avventura cinematografica in realtà ha avuto effetti tuttora devastanti per i locali. Ragazze un tempo per bene e ora diventate prostitute, gente morta di stenti e il caso più grave, il ciabattino del borgo (Jonathan Pryce), che da quando ha indossato i panni di Don Chisciotte non è più riuscito a uscire dal personaggio e ri-vive la sua follia ogni giorno, sul palco improvvisato di una specie di freak show dove viene confinato da sinistre aguzzine a colpi di scosse elettriche. Una attrazione tra il tragico e l'orrido degna del mostro di Frankestein. Un'ulteriore serie di improbabili e mirabolanti eventi farà in modo che regista e ciabattino inizino gioco-forza uno strampalato viaggio on the road, tra mito e realtà, tra gli scenari più curiosi e quasi post-apocalittici della campagna spagnola. 


Lo abbiamo atteso per tanto tempo, ha avuto una gestazione così contorta e problematica che tempo fa hanno fatto sulla stessa un documentario, ma finalmente il Don Chisciotte di Terry Gilliam è incredibilmente in sala, ed è bellissimo. Merito di una coppia di attori principali straordinaria, merito di un messa in scena fresca e surreale come i lavori più dissacranti e cinici dei Monty Python, merito della cifra stilistica sempre ricercata, unica e riconoscibile di Gilliam. Una cifra stilistica senza compromessi, carica di barocchismi e una grammatica della messa in scena spesso teatrale, molto spesso onirica se non psichedelica, il grado di sorprendere gli spettatori, a volte dividerli, ma mai a lasciarli indifferenti. Il buon Gilliam qui sembra però mettersi al riparo dagli eccessi visionari e scenografici del Barone di Munchausen, così come sembra riuscire a gestire la sua arte con meno anarchia rispetto a un Parnassus. Ritrovando in ottima forma Jonathan Pryce, l'interprete straordinario del suo indimenticato Brazil, Gilliam sceglie di dirigerlo come il Robin Williams de La leggenda del re pescatore, in un elogio della "follia titanica" che trascina, converte e impreziosisce la performance di un Adam Driver, sempre più interessante e poliedrico. Una follia che rispetto a La leggenda del re pescatore ha però la forza di travalicare gli argini e invade tutti i personaggi, nel magnifico e amaro "rito collettivo" che viene inscenato nell'ultima parte. È complicato giudicare questo Don Chisciotte senza subire il travolgente fascino e potenza di un Pryce da applauso; si potrebbe schermarsi dietro al fatto che in fondo Gilliam "gioca in casa" con i temi a lui più congeniali e che parte del pubblico a lui non troppo avvezzo potrebbe trovare stordimento nella sua peculiare messa in scena, a volte troppo dilatata e a volte troppo surreale, ma sono in fondo argomentazioni deboli, pronte a convertirsi in punti di forza per chi si appassionerà alla pellicola. Una pellicola che sa essere profondamente autobiografica e centrata sul suo autore (che vi ricordano i "piedoni" che fanno da elemento scenografico di sfondo nelle prime scene? Che vi ricorda quel cavaliere nero coperto di lustrini? Il film è pieno di rimandi diretti e indiretti a Gilliam e anche al suo periodo nei Monty Python), ma è al contempo una delle traduzioni più illuminate e moderne del capolavoro di Cervantes, un'opera imprescindibile per chiunque e che qui diventa un corollario gradevolissimo alla visione. 
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