giovedì 9 luglio 2020

Iron Kobra: l'anti-supereroe psichedelico di Officina Infernale e Akab per Progetto Stigma e Eris Edizioni



C'è un bondiano agente del "sistema" in missione, all'interno di un misterioso presidio sorvegliato da inquietarmi occhi dotati di gambette meccaniche che li rende simili a ragni. L'uomo misterioso entra in una sala decriptando un codice e si trova davanti a una serie pressoché infinita di fantascientifiche super-tute, la serie Iron Kobra. Ne sceglie una, la tocca e la struttura ad energia esagonale si impossessa di lui, ne modifica la percezione del mondo, lo rende un creatura perennemente in fuga. In fuga dai (dis)valori moderni del gioco d'azzardo e dell'american dream. In fuga dalla paranoia di mostri lovercraftiani, dalla stupidità supereroistica, dalla competività spinta. Alla ricerca di un senso profondo di "verità", dell'amore fusionale e di uno scopo finale forse irraggiungibili, ma verso cui non si può che procedere spediti, in linea retta, combattendo con la forza della "parola", infrangendo e superando i dogmi e le paure che schiavizzano l'umano. Iron Kobra fugge da un futuro predestinato come il THX di Lucas e si perde psichedelicamente tra i colori e passioni, superando uno dopo l'altro i "livelli" di una autocoscienza liberatoria, ma che può essere forse effimeramente solo autoindotta dai poteri della super-tuta e da un enorme ingranaggio di uomini in bianco e nero che sovrintendono quella che chiamano "simulazione". È vera fuga quella che sta vivendo l'uomo che si è fuso con la Iron Kobra o solo la disperata corsa di un criceto all'interno di un labirinto senza uscita. 
Iron Kobra è un'opera graficamente concepita da Officina Infernale "tra le 4 e le 9 di mattina", che cerca costantemente una propria forma in modo schizofrenico, "pulsando" in una serie di tavole realizzate fondendo il collage fotografico con gli stilemi della pop art, del comics supereroistico vintage, della psichedelica ed elaborazione digitale. Questo mondo affascinante e straniante, sintetico quanto astratto, trova voce nei testi di Akab, che spesso ne rincorrono la lettura grafica e mettono in sequenza ballons dal contenuto spezzato quanto concatenato, muovendosi di suggestione in suggestione, tra il soliloquio del flusso di coscienza alle "voci nella testa" più complottistiche. 

Quello che ne esce è un sogno dentro un incubo e viceversa. Un'esperienza visiva e auditiva che avvolge e respinge continuamente il lettore, tempestandolo e senza lasciargli tregua, mai rendendolo indifferente, tenendolo sempre carico, fino all'ultima pagina. In Iron Kobra si rinnova l'esperimento del romanzo grafico "La Soffitta" (Mondadori Ink), dove Akab aveva legato in un racconto delle illustrazioni di Squaz fino a creare insieme a lui un'opera unica, con le tavole progressivamente realizzate insieme in un unico """esplicitamento"" narrativo. Anche qui la fusione tra testo e disegno è solo intuita, il target è rendere lucenti i frammenti più che la somma degli stessi, l'esito è per il lettore un perdersi felice in un mondo ampiamente da interpretare e ri-etichettare. Viene messa in scena la decostruzione del supereroe più "golden age", con lo sfondo dei paesaggi e stilemi visivi degli anni '60-'70 americani, arricchendo con soliloqui da Silver Surfer e servendosi delle tecniche di "smascheramento ideologico" proprie del capolavoro di Carpenter Essi vivono. Se fosse un videogioco, Iron Kobra sarebbe un parto di Suda 51. Se fosse un film sarebbe un esperimento di Andy Warhol. Se gli dovessi cercare un "fratello" contemporaneo guarderei a Pax Romana di Hickman, se guardo al passato la mente va a Jim Steranko e al suo Nick Fury. Se mi soffermo sulla figura, plastica e imponente, dell'Iron Kobra provo suggestioni che mi portano al Crying Freeman di Ikegami. C'è tutto e forse infinite altre suggestioni in questo geniale parto del Progetto Stigma, perfino degli easer egg che richiamano ad altre opere di questo collettivo di autori. Pertanto più che cercare invano di classificarlo (rimando agli esperti che ne sanno più di me questa nobile arte) vi inviterei a vivere quest'opera, subire sulla retina e nella testa le parole e i colori che dalle tavole vengono sparate come proiettili perforanti. L'arte è prima di tutto libertà e opere come Iron Kobra sono la massima espressione di questo impulso. Fatevi avvolgere nella sua psichedelica e magari versate una lacrimuccia o due pensando che autori come Akab, di cui abbiamo oggi un bisogno sempre più inestinguibile per sentirci davvero "liberi di pensare", oggi non sono più tra noi. 
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mercoledì 8 luglio 2020

Gli anni amari - la nostra recensione del film di Andrea Adriatico sulla vita di Mario Mieli, con interprete un grande Nicola Di Benedetto



Era eccentrico, eclettico, ironico, rivoluzionario, vanitoso e forse troppo fragile. La sua vita è durata un soffio come una candela che brucia da due lati, come per molte stelle del rock. 
Mario Mieli ha diretto giornali indipendenti, si è fatto promotore di reti internazionali di contatti, ha cercato pioneristicamente di innovare il dibattito politico in nome della parità di genere, ha creato un nuovo modo di fare comunicazione sociale utilizzando prima la televisione e poi il teatro. Ha provato a scavalcare il Muro di Berlino, ha sviluppato, legando insieme la filosofia e la psicanalisi, una teoria innovativa su come la società impedisca agli uomini di essere liberi. Come molti rivoluzionari fu molto amato e adorato e parimenti odiato, al punto che qualcuno si spinse a demolirlo personalmente e intellettualmente, con critiche di una ferocia assoluta che puntavano il dito sul fatto che fosse troppo “libertino”, sul fatto che fosse “gay”.
Non un omosessuale qualsiasi, ma uno dei fondatori del Movimento Omosessuale Italiano, cui oggi è dedicato il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma. Circolo che seguendo gli ideali di Mieli si occupa da anni di promuovere non solo i diritti delle persone LGBT, ma persegue anche  il rispetto dei diritti civili di ogni essere umano e la realizzazione della parità di genere. Inoltre promuove occasioni di socializzazione, è sede di gruppi di auto-aiuto, telefoni di sostegno per le fragilità. Dal 1989, per primo in Italia, ha creato un servizio di assistenza domiciliare per malati di AIDS formato da psicologi, assistenti sociali e volontari. La festa annuale con cui il Circolo si autofinanzia è il celebre Muccassassina, legata da sempre dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria, prima persona transgender a essere eletta al Parlamento Europeo. 


Era difficile “ridurre in film“ una figura complessa e importate come Mieli. Adriatico sceglie un attore giovane molto bravo come Di Benedetto e con gli sceneggiatori (Verasani e Casi) racconta un Mieli intimo, descrive il suo mondo emotivo. Dagli anni del liceo in poi, fino alla fine, concentrandosi sul suo rapporto con la famiglia, raccontando il suo edonismo, la sua vita fatta di un continuo inseguire amori sfuggenti, la sua lingua arguta e tagliente, la capacità di parlare senza filtri e in nome di altri, l’entusiasmo. Non tutto è una festa, Adriatico rappresenta in modo spietato quanto umano le difficoltà incontrate da Mieli nel fare ascoltare la propria voce in un mondo concettualmente distante, avverso e “allergico“ al tema di una sessualità. Ma al contempo allega la “prova televisiva”, ricostruendo i filmati d’epoca che attestano come Mieli fosse riuscito a portare i temi a lui cari in Rai e poi a teatro. 
Scegliendo un ordine cronologico il film, usando spesso parole tratte dalla autobiografia postuma di Mieli, Il risveglio dei faraoni, parte da un giovane Mario Mieli che vive a Milano negli anni ‘70. La sua è una  ricca famiglia di origine ebraica, di Alessandra d’Egitto, che aveva patito le leggi razziali durate la Seconda Guerra Mondiale, riuscendo infine a uscire da quel periodo e tornando ad essere a capo di una importante azienda di filati, inaugurata negli anni ‘20. Il film illustra come Mario per il suo essere omosessuale vivesse uno “stigma“ per lui non troppo differente da quanto patito dalla sua famiglia durante la guerra. Trovandosi spesso per le strade di Milano alla mercé di persone “perbeniste” pronte ad aggredirlo simili ai persecutori nazisti, a cui lui però rispondeva, confondendoli e riuscendo a volte a scappare indenne, citando Joyce e  Oscar Wilde. La famiglia si era però “conformizzata”, per Mario non era più capace di capire “l’essere diversi” patito nella seconda guerra mondiale, non comprendendo la diversità sessuale del figlio. Per Mario essere gay, diventare “Maria” era una condizione sociale scelta liberamente, in tempi in cui le persone comuni vedevano l’omosessualità come una devianza mentale da curare, magari con gli psicofarmaci. Per questo Mario, passando idealmente nella narrazione all’età adulta, interviene a manifestare contro il Congresso di Sessuologia Internazionale di San Remo del 1972, momento a cui segue il suo attivismo e un periodo di scoperta dell’esistenza dei movimenti gay e femministi che in seguito appoggerà in nome della libertà di genere. Londra diventa la sua base operativa, luogo di sperimentazione e momento di creatività, fino a che incomberà la voglia di tornare in Italia e fondare la sua prima rivista.
Segue la narrazione del suo impegno politico, caratterizzato da un ritmo pop, sintetico ma chiaro. Nella parte finale ci si riallaccia alle primissime battute del film, riproponendo un contesto dal sapore teatrale.
L’omosessualità è raccontata senza filtri. 


La pellicola si sofferma più volte sulle scene di sesso, come ci sono numerosi nudi maschili, ma Adriatico non punta a un'ostentazione di tali immagini. Le usa per lo più per descrivere una quotidianità affettiva, quanto saltuariamente ne fa un uso simbolico. I corpi e i vestiti diventano qui una grammatica visiva del pensiero di Mieli. Ne è un esempio un momento molto teatrale, a inizio pellicola, al chiaro di luna presso un parco di Milano. I personaggi in scena parlano di ribellione, sembra che stiano improvvisando delle invettive nei pressi di alcune colonne che fanno da “teatro greco”. Per uno di questi poeti la poesia, lo scrivere in versi, è ribellione verso una realtà che riesce a parlare di sé solo tramite la prosa. Per un giovane Mieli, che fa eco al primo, la vera ribellione è un corpo che si trasforma in poesia, davanti alla quale non serve scrivere alcunché, basta “essere”. Per Mieli vestirsi da donna, come liberarsi di ogni vestito, diventava un gesto provocatorio, di liberazione dai ruoli di uomo (quello che lavora) e donna (quella che sta a casa). Ruoli imposti dalla società in cui viveva, per lo più specchio della famiglia media americana descritta dal sociologo Talcott Parsons. Per Mieli chi guardava un uomo vestito da donna entrava in una ulteriore crisi quando scopriva di sentirsi attratto da quell’uomo. Del resto i parchi notturni di Milano vengono descritti come brulicanti di uomini comuni in cerca di “trasgressioni”. Più volte il personaggio di Mieli provoca in tal senso la gente di strada che incontra di notte, con Di Benedetto che gioca sulla sensualità del trucco e del suo corpo per irretire e poi deridere i benpensanti. Di Benedetto si adegua al Mieli che evolve negli anni da ragazzino ad attivista a figura pubblica. Riesce bene a descrivere il  mutare del suo ruolo nel mondo che lo circonda, da uomo libero di spingersi in slanci emotivi estremi a “figlio non accettato”, compresso, schiacciato, in una gabbia emotiva familiare senza uscite. Ne esce il quadro di un uomo che ha ribaltato il mondo, creando qualcosa di importante anche per le generazioni future, pur di essere compreso in casa propria. Mieli diviene così eroe tragico, pronto ad automutilarsi simbolicamente, pur di ricevere quell’affetto negato. È centrale in questo ambito il personaggio della madre silenziosa, interpretata da Sandra Ceccarelli, il padre distaccato (Antonio Catania), il fratello (Lorenzo Balducci) che non condivide la condotta di Mario e che sarà l’erede della ricca azienda di famiglia. Ne scaturisce un disordine di sentimenti che spingono Mario a sua volta ad avere difficoltà in relazioni stabili, trasformando nell’ultima parte la pellicola in un dramma che è tragicamente comunque, universale, a molte vicende in cui l’omosessualità non è accettata. 


Gli anni amari è un film che descrivendo la vita di una figura centrale del Movimento Omosessuale ne accenna soltanto i successi, non li enfatizza. Preferisce invece una dimensione personale, intima quanto universale, fatta di slanci, sbagli, compromessi emotivi.  È un film che celebra ma non dimentica le pagine più difficili della vita.
Molto bella la fotografia di Gianmarco Rossetti. La Milano degli anni ‘70 che ci racconta è fredda, crepuscolare, dove gli omosessuali si nascondono tra le ombre di un parco malfamato. Londra appare irradiata di costante luce e pensieri positivi, le persone sono sudate e felici anche se hanno appena ricevuto un pugno sul naso. Ma il film sceglie la via crepuscolare, i “colori più caldi” escono da un televisore in bianco e nero. Una bella idea.
Ottimi gli interpreti, menzione particolare per un protagonista in grado di afferrare le mille sfumature di un personaggio sempre in movimento fisico ed emotivo, potente quanto fragile. Adriatico mette in scena una pellicola di stampo realistico, ma che sovente vi tinge di registri teatrali originali, di un riuscito stampo drammatico. Una pellicola piena di ritmo, che scorre veloce e sa appassionare.
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martedì 7 luglio 2020

Aspettando "Aldobrando", il fumetto legato al gioco di carte "Bruti" scritto da Gipi e disegnato da Luigi Critone



Forse da principio c'è stata questa carta da gioco, raffigurante il personaggio oscuro di un mondo medioevale rugginoso, dominato dalla sorte e dalla morte. Un non-eroe che si sarebbe dato battaglia in un'arena, tra "bruti" di ogni risma, età e follia, con nomi di battaglia come Sercane, Manunta, Boccamara, l'Ucciditore e Clelia la Santa.
Forse ispirata a Santa Clelia, proprio questa carta aveva in sé una storia, poiché nel libro Come lo feci di Gipi, lo spettacolare e sontuoso "making of" del gioco, aveva un aspetto più giovane, lineamenti non ancora corrotti. Ma questo è un piccolo segreto per pochi. Bruti nella volontà dell'autore era un gioco di carte che "generava storie", ogni partita come il classico Dungeons & Dragons doveva servire a dare voce, vita (e morte) a queste carte in cerca d'autore. Racconti magari da condividere con gli amici dopo un combattimento forsennato nella "fossa", dove carte e regole interne e crudeli  rendevano spesso imprevedibile lo scontro, come un incidente stradale, come la vita.


Se le storie dovevano essere quindi raccontate "dal gioco e nel gioco", il mondo rugginoso ideato da Gipi attirava da subito, fin da quella primissima, piccola storia a fumetti che l'autore pisano aveva deciso di allegare al volume sulle regole di gioco. Una storia che parlava proprio di Aldobrando, ma di un Aldobrando "bambino", ancora puro, che sarebbe entrato nella fossa dei combattenti "bruti" solo da adulto, nelle ultime pagine del racconto.


Quella storia, che nella mia testa era già sullo stesso livello delle Torri di Bois-Maury di Hermann Huppen, ma in salsa Gipi, volevo leggerla. Guardandomi in giro nella rete non dovevo essere il solo. Così durante un'intervista, rilasciata per l'uscita de La terra dei figli, qualcuno tra il pubblico ha fatto la domanda su un fumetto intero sui Bruti. A sorpresa l'autore aveva parlato di trattative in tal senso, specificando che si sarebbe affidato però a un altro disegnatore, rimanendo lui ai testi.
Così a inizio 2020 si è concretizzato, per il momento dalla Casterman per il mercato francese, questo Aldobrando, probabilmente prima o poi anche dalle nostre parti.
Non vediamo davvero l'ora di immergerci in questo nuovo mondo di nuvole parlanti, magari nell'attesa che il gioco di carte Bruti, nel frattempo esauritissimo, torni in auge e diventi sempre più famoso, magari con un nuovo set di carte dopo la sua ultima espansione piratesca "Ciurma". 
Al mondo servono ancora gli sgangherati e brancaleoniani bruti di Gipi. Da appassionato, io punterei prima o poi ad espandere questo universo anche in TV, magari al cinema... naturalmente seguiremo gli sviluppi dell'edizione italiana di Aldobrando, già immaginando un periodo di uscita e una casa editrice.
 

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lunedì 6 luglio 2020

Addio a Ennio Morricone



Posso avere anche centomila persone alle spalle: non me ne accorgo, Sono troppo concentrato, sono solo. Solo fino agli applausi conclusivi. Allora tutto si scioglie. Il miracolo s'è ripetuto un'altra volta. E posso passare anch'io dalla parte del pubblico.

giovedì 2 luglio 2020

Vendetta finale (Acts of Vengeance / The Stoic) - la nostra recensione di un film con Banderas un po' sconosciuto

 

"La miglior vendetta deve essere diversa dal tuo nemico". Con questa massima in testa, insieme a tutte le altre massime contenute nelle Meditazioni di Marco Aurelio, un avvocato di successo con il volto di Antonio Banderas, dopo un grosso colpo in testa, decide di cambiare vita e scovare l'ignoto artefice della morte di sua moglie e sua figlia. Forse un criminale di passaggio o forse pure peggio, i russi o chissà che orco. Il colpo in testa è una capocciata clamorosa che il nostro eroe si piglia, mezzo sbronzo, sfondando la vetrata di una libreria (in una scena girata in modo assurdo per ogni legge della fisica), dopo essersi improvvisato giustiziere delle notte, come reazione alla inefficienza della polizia nel condurre le indagini. Sfondato il vetro e con gli uccellini che ancora gli volano per la testa stile cartone animato, Banderas piglia in mano questo volume di Marco Aurelio posto in vetrina, dichiara di sentirsi ora uno stoico, fa voto di silenzio assoluto e va a imparare il kung fu per iniziare a picchiare sconosciuti negli scontri clandestini. Qui incontra Karl Urban, che un anno dopo il terzo Star Trek è più gonfio di un culturista, fa il poliziotto bonaccione e ama farsi due bevute. A un certo punto un cane antidroga decide di aiutare Banderas iniziando a seguirlo come zanna bianca, mentre una infermiera di notte interpretata da Paz Vega, dopo aver intravisto la classica "parete della pazzia" che Banderas tiene in soggiorno incrociando foto e linee rosse, lo indirizza verso un tizio che si chiama Mister Brivido, che vive presso uno snodo abbandonato dei treni che non c'entra assolutamente nulla con il luogo dell'agguato. Riuscirà Banderas a farsi vendetta? Certo, volesse tornare a parlare sarebbe utile, ma questo suo stoico-mutismo-autoimposto sembra avergli sviluppato da paura tutti i sensi e ora si muove e percepisce il mondo come Daredevil.
Il regista Isaac Flomentine è autore di action del sottobosco "arti marziali very low budget" amatissimi quanto scarsissimi. I vari Ninja, Boyka e Undisputed con Scott Adkins. High Voltage con la moglie di Bruce Lee, Shannon, Amy Smart e Antonio Sabato Jr . Ha compiuto il piccolo miracolo di rimettere insieme su pellicola Dolph Lundgren e Cary-Hiroyuki Tagawa, in Bridge of dragons, dopo il mega-classico Big Trouble in Little Tokyo.. e qui mi parte la lacrimuccia. 


Flomentine punta tutto sull'azione, fa lavorare gli stunt-men più che gli sceneggiatori e attori, ha una precisa idea della messa in scena che ricalca inquadrature e temi ultra-easy degli action anni '80/'90, tra Cynthia Rothrock e Don The Dragon Wilson. I suoi prodotti hanno quel gusto nostalgico, ingenuo e chimico delle pizzette congelate da riscaldare al forno elettrico che quando ero piccolo il bar dell'oratorio ti serviva dopo averle tolte dal freezer e da una copertura di plastica e conservanti che ne conferiva al 90% il sapore finale. Sono fumettoni buffi e muffi, ma se vi capitano tra le mani e siete nel mood giusto possono pure essere divertenti.
Questo Act of Vengeance è arrivato da noi con il banalissimo titolo di Vendetta finale e inizialmente era  schedulato con il pericolosissimo, delirante e altisonante titolo The Stoic, il ossequio allo "stoico daredevil", di Banderas, rischiando la lapidazione globale e derisione da parte di ogni studente di filosofia del globo. È però un film così "fuori" che fa il giro, accumula pazzia di minuto in minuto e sa essere un autentico guilty pleasure. Banderas ci prova a "menare", come la totalità della filmografia di Flomentine impone all'attore centrale di una sua pellicola, è pure convincente nelle precise e ben delimitate scene di botte. Ma è e rimane un attore passionale, latino, del tutto ingestibile da parte di un tizio abituato a dirigere Stunt-men poco "loquaci". Banderas va in overacting, si muove con una teatralità assurda e il suo personaggio, pur essendo nell'incapacità di parlare, pensa ad alta voce per tutto il tempo, con la voce off classica tanto della filmografia hard boiled sui "detective"... come del Daredevil scritto da Frank Miller in poi. È una cosa che fila, è una cosa al contempo buffissima. Banderas è ovunque ed è incontenibile, vive in un film tutto suo, cerca a volte pure di rincorrere il Jim Carrey di Bugiardo Bugiardo a partire dalla supercazzola, che ci portiamo dalla prima alla ultima scena, su quanto troppo parli al giorno un avvocato. Ed è goffo, oltre che oggettivamente bolso per sopraggiunti limiti d'età, salvo tirare fuori fisico e orgoglio in alcune scene action. Per contrastare questo One man show, sembra quasi che il regista decida di riempire ogni buco visivo e narrativo non occupato dall'ingombrante attore con fantasmagoriche puttanate. E allora vai con il supercane poliziotto, vai con i cattivi ultra cattivissimi ma buffi, vai con una spaesatissima Paz Vega il cui personaggio cambia caratterizzazione di scena in scena, vai con la divisione del film in capitoli intervallati dalle massime del povero Marco Aurelio, vai con i Mister Brivido che escono dai tombini facendo le capriole come i power rangers. E sapevate che Flomentine ha diretto pure episodi dei Power Rangers? Non trovate tutto ciò fantastico? Insomma, The Stoic è una perla avariata irresistibile per farsi un paio di risate, girata un tanto al chilo (salvo per l'action), interpretata in modo incontenibile, carica a pallettoni di non-sense. Quasi un cult a rovescio. Lo trovate anche su Rai play, se volete farvi due risate vi consiglio un giro di giostra. 
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giovedì 25 giugno 2020

Dragonero - il ribelle numero 8 - I segreti degli Ubiqui: la nostra recensione!


Esistono nel mondo di Dragonero delle dimensioni parallele psichedeliche quanto le copertine degli album dei Supertramp.


Sembra che siano delle autostrade vagamente psicotrope che legano luoghi lontani, seguendo i principi del teletrasporto trekker  quanto di una sceneggiatura standard di Christopher Nolan. Un giorno, durante gli eventi trattati nel numero 12 della serie regolare di Dragonero,  un buffo “mappatore” era finito in una di queste dimensioni. Sulla faida tra I “cartografi“ (categoria cui appartiene il nostro Dragonero), dipinti  tutti come uomini liberi, palestrati, indipendenti, bellissimi, sessualmente attivi, con occhi azzurri e codino, contrapposti a quei brutti, magrolini, depressi, zozzi, nerdosi burocrati imperiali dei “mappatori” erondariani, vi lascio all’indispensabile approfondimento critico ad opera di Barbieri di pagina 4. Ma sappiate già da ora che scoprirete un dramma socio-politico-economico di cui presto Leario dovrà farsi carico, altro che cassa integrazione in deroga! Il nostro mappatore del cuore, Radah’El, magrolino, con i suoi baffoni e occhialoni vagamente Lynyrd Skynyrd era finito dentro a questa dimensione, nessuno si era più curato di lui e poi... "sorpresa", oggi scopriremo finalmente che fine ha fatto, come il teletrasporto nolaniano funzioni e relativi utilizzi bellici o ludici possibili, ma soprattutto scopriremo quanto ancora è vasto e inesplorato, in positivo, il mondo di Dragonero. Al punto che ora sappiamo che chiunque, anche i più sfigati, possono trovare alla fine di queste buche del bianconiglio psichedeliche una bella gnocca, se non più “gnocche” disposte “ad harem personale”, pronte ad amarli alla follia. Magari si parla di femmine con un paio di occhi in più sulla faccia, ma se sono occhi disposti armoniosamente sul viso, tipo D’vorah in Mortal Kombat X (Meno in Mortal Kombat 11) si può davvero stare a guardare al capello? Cioè, all’occhio extra? Se quindi il mondo di Dragonero permette sesso assicurato a chi si teletrasporta, a patto di accettare piccoli dettagli anatomici insettiformi che dopo la seconda birra di Solian scompaiono, era chiaro che questa features non piacesse agli imperiali adepti di Radio Maria/Bendata. Questi bacchettoni imperiali, con la scusa di evitare teletrasporti da zone piene di draghi sputafuoco, in aggiunta alla constatazione pratica di non riuscire a usare bene questi passaggi, preferiscono distruggerli, come i vecchietti che tirano il telecomando al televisore quando non gli riesce di cambiare canale. La corsa contro il tempo di Ian e soci consiste quindi nel nascondere e preservare, perché i ribelli sono più smart, smanettoni, vedono nei portali una opportunità tattica e più o meno li sanno usare. Hanno capito che questi passaggi funzionano attraverso un “telepass fantasy” realizzato dagli antichi Ubiqui, costituito da delle pietre sonore che ne gestiscono i percorsi e ne registrano il transito. Ma qual è la pietra e la strada giusta? Ovviamente se becchi la strada sbagliata finisci come in Lombardia sulla Pedemontana e ti arriva a casa da pagare la multa, e giù bestemmie ai Khame. Mentre c’è chi si pone il problema di non finire di nuovo sulla Pedemontana, la maga vampira Aura giocherella con le pietre, utilizzandole per realizzare scherzi buffissimi ai danni dj Ian e Gmor, teletrasportandoli in mondi alla Rick e Morty. Così i nostri eroi, come chiunque si sia trovato controvoglia sulla Pedemontana,  si trovano presto a imprecare un Gharn e due Ozghur, finendo chissà dove sulla world Map. Prima in una zona dell'Erondar boschivo/pluviale piena di mega-insetti, blatte e uomini-insetto alla Mortal Kombat, poi in un luogo sabbioso carico di mostri tentacolari e dune che sembrano facce enormi realizzare dal tizio di Art Attack (non Muciaccia, l’altro). Pur tra latitudini diverse i nostri eroi si imbattono comunque in donne di razze strane ma sempre sexy e in bikini, in un caso tanto arrapate alla visione dell'orco Gmor, che prontamente il nostro viene spogliato per farne il modello di una statua gigante in posa adamitica. L'Erondar quindi è pieno di località turistiche nuove e carico di donne arrapate, a pochi passi dal primo teletrasporto. Quindi riuscirà la coppia uomo-orco a sopravvivere e a foraggiare la ribellione aprendo magari un'agenzia turistica sfruttando il teletrasporto verso mete di intrattenimento? 


Come in tutti i giochi di ruolo fantasy, anche per Dragonero i teletrasporti a un certo punto della narrazione arrivano. Perché è bello girare a piedi come Tex Willer e Carson per infinite praterie, ma dopo che abbiamo passato dieci milioni di pagine per far arrivare i personaggi dal punto A al punto B della World Map, se non si ama troppo la magia eterna del trekking, tra campeggio, caffè sul fuoco e tramonti, e si deve raggiungere per esigenze di trama luoghi tra loro sideralmente lontani... ci si rompe un po’ le palle. Così arrivano i teletrasporti, anche solo per accedere a nuove aree della World Map, anche giusto per esplorarle a piedi, diranno i lettori di Tex come gli appassionati di AD&D che vogliono giusto vedere scenari nuovi anche dopo 16 anni passati appresso al loro "elfo caotico" che hanno downgradato 76 volte per evitare che abbatta Chathulu con un peto tirando un dado da sei. È un po' che Dragonero ci parla delle possibilità di "viaggio veloce", ma con questo numero potrebbe nascere quasi un permanente e utile servizio taxi interdimensionale, che sarebbe utilissimo per permettere il distanziamento sociale inibito dall'uso dei mezzi pubblici come i grifoni e mongolfiere nell'era Covid19 (forza ragazzi! Teniamo ancora duro!), ma che è una procedura che personalmente mi farebbe, se fattibile, una paura fottuta. Il teletrasporto mi fa paura fin dal primo episodio di Star Trek che ho visto in vita mia. Anche perché chi ci garantisce che la persona teletrasportata sia la stessa prima del passaggio? Se fosse solo una copia e l’originale fosse morto? Se succedessero robe tipo La Mosca di Cronenberg? Non se ne esce! Fortuna che è tutto così psichedelico, per lo meno! Fesserie a parte, il numero 8 di Dragonero Il Ribelle, scritto da un Luca Enoch che punta a intrattenerci in modo leggero quanto spettacolare,  è un divertente overture visivo in cui Ian e Gmor vengono sbalzati da una parte all’altra dell’Erondar tra crepacci, insetti giganti, mostri sabbiosi, fortini pieni di scale di legno e carrucole, mentre Aura si dimostra sempre più un personaggio ambiguo, pericoloso e non pienamente con il controllo della sua natura vampirica. Le tavole, particolarmente dinamiche e ricche di splash-page, sono ripartite tra Alessandro Bignamini, Alex Massacci e Luca Bonessi. Il trio di disegnatori, tutti molto bravi nella descrizione dei luoghi e caratterizzazione dei personaggi, non si occupa di una ambientazione o fase della storia  “esclusiva” e il loro stile tende ad amalgamarsi, con dovute peculiarità descrittive. Di Bignamini apprezzo per esempio la capacità enciclopedica, sfoggiata nelle prime pagine, di descrivere con minuzia di dettagli scene di massa di bacarozzi di ogni forma e dimensione. Su qualche tavola ho spruzzato del DDT per sicurezza, da tanto realismo descrittivo.


I bacarozzi di Massacci sono meno angoscianti e più pucciosi (anche in riferimento alla trama che si evolve) ci si può montare sopra o appendersi a loro come fossero le aquile di Tolkien, fanno molto Nausicaa della Valle del Vento di Miyazaki.


Bonessi non ha da disegnare blatte, scorpioncini e forbicine varie, ma si impegna al massimo, per la gioia di grandi e piccini, nel disegnare la bellissima, gigantesca, tentacolosa, viscidosa e pluri-occhiuta piovra delle sabbie. Un mostro panciuto che si erge sostenendosi avviluppato tra le colonne di qualche tempio abbattuto di una civiltà perduta, con il suo corpaccione, lunghissimi arti poliposi e pure per gradire articolazioni insettoidi con aculei vari. Roba che “Sarlacc spostati” la semi-splash page di pag. 89, dove la piovrona si cimenta in un GROOOUURRR a tutta riga che passerebbe facile le selezioni di X-Factor. 


Insomma, gli amanti dei mostrazzi saranno felicissimi di questa nuova uscita mensile di Dragonero, ambientata in un mondo carico di sabbie e strutture a carrucole che a molti gamers ricorderà dei livelli di God of War. La storia è divertente e leggera, riesce tanto a espandere l’universo narrativo quanto a introdurre sfiziose innovazioni “tecnologiche” come le pietre sonore, che si aggiungono a cose già sfiziose in tal senso come il “vortice della luce che devia” (di fatto la versione di Dragonero della Fog of war degli strategici alla Warcraft). Enoch in questa folle corsa riesce a trovare il tempo di parlarci un po’ di Aura e lo fa come suo solito in modo non banale e carico di sensibilità, confermando che il personaggio ha ancora tantissimo da raccontarci, nella sua continua ricerca di una “forma in cui riconoscersi”, tanto emotiva quanto fisica. Ma quello che ci portiamo a casa con più entusiasmo è il fatto che ogni mappatore nerd da oggi può trovare nell’Erondar il suo personale harem dietro l’angolo. Basta imbroccare il passaggio e le giuste pietre sonore. Si rischia di finire sulla Pedemontana o trovare una compagna che feconda uova, ma il gioco vale la candela. 
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mercoledì 24 giugno 2020

Ci ha lasciato a 80 anni Joel Schumacher



È stato il regista di istant-cult generazionali come Ragazzi perduti, Linea Mortale, Un giorno di ordinaria follia. Ha tradotto in video alcune delle più belle canzoni di Lenny Kraviz, INXS, Seal. Rischiava e scommetteva nello sperimentare linguaggi visivi, coraggiosi come pure amabilmente scombinati, come In linea con l’assassino, Number 23, 8mm. Sapeva tradurre con equilibrio i legal di John Grisham, amava i musical di Andrew Lloyd Webber e se è riuscito infine a portare in sala Il fantasma dell’opera, pur con alterne fortune, la sua esperienza con il franchise di Batman aveva lo stesso impianto visivo eccentrico, i colori, paiettes e le musiche curate (da Seal agli U2, passando per Michael Hutchence, Smashing Pumpkins, Massive Attack, PJ Harvey, Metod Man, Nick Cave, R.E.M., Go go dolls... trovatemi pellicole con pari qualità e vastità di soundtrack, non sono molte) di una rappresentazione di Broadway. Chissà cosa sarebbe successo se Warner Bros e DC Comics gli avessero permesso di fare come voleva, ossia una versione cupa di Batman Year One con lo sceneggiatore di Ragazzi perduti. 
Non piaceva a tutti. Ci sono film pazzi come il nazi-horror Blood Creek dimenticati dai distributori, c’è un Tresspass con Nicholas Cage che come sua ultima pellicola, del 2011, non è il migliore dei canti del cigno (ha diretto poi un paio di puntate di House of cards e poco altro). Ma gli si voleva bene e i suoi film migliori non sono invecchiati di un giorno, quando trovava un attore in stato di grazia come Keifer Sutherland, Colin Farrell o Michael Douglas sapeva girarci il film intorno, irradiare una performance.
Ci mancheranno molto i suoi vampiri teenagers, i suoi uomini sull’orlo di una crisi di nervi, i suoi esploratori dell’aldilà. E sì, ci mancheranno pure i capezzoli sul costume di Batman da lui voluti e pretesi dopo un sogno Acido Gothic kitch a base di simbologia della raffigurazione eroica nella scultura greca. Me lo vedo a ridere di noi, tra le nuvole, ascoltando buona musica. Buon viaggio. 
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