domenica 19 febbraio 2017

La marcia dei pinguini - la vendetta ..cioè .. i pinguini colpiscono ancora... cioè, ora lo dico bene: "La marcia dei pinguini - il richiamo"


Micro-sinossi con ambizioni poco scientifiche: quando nasci pinguino sei una palla al piede per la tua famiglia fin dallo stato ovale. Letteralmente. In genere vivi in un posto lontano dal ghiaccio sottile e il fatto di non avere mani non aiuta molto. Così mentre un genitore ti cova, l'altro va al Conad più vicino, a mesi di marcia, per prendere i bastoncini Findus. Non avendo mani né il gettone per il carrello, il pinguino mette tutto in bocca pregando di non ingerire tutto durante la traversata, se no deve tornare indietro. Tornato a casa è inevitabile che ti sei ingurgitato qualcosa comunque, così l'altro pinguino deve tornare al Conad. A un certo punto però l'uovo si schiude, il bimbo cresce e come succede con tutte le famiglie moderne non è che sarà lui ad andare al Conad. Quello pensa già a trovarti una nuova casa, inizia a strimpellare con il basso, vuole frequentare le cattive compagnie e le pinguine più zozze. Non lo vedranno più in casa. Anche i genitori, modernissimi, decidono in genere a questo punto di non frequentarsi più e via al sesso promiscuo fino al prossimo uovo. E li posso capire. Ce la fareste voi ad aspettare tutta la vita che il partner torni a casa dal supermercato?


Ok, sono pinguini, e a me?: Nella mente malata dell'Edward Norton di Fight club accadevano le cose più strane e a seguito di una seduta psicoterapica usciva fuori che il suo spirito guida era un pinguino. Un pinguino che nella fervida immaginazione di Norton parlava e diceva: "Scivola". Non diceva poi molto altro, forse non era un'immaginazione così fervida, ma sta di fatto che in un momento non troppo distante della pellicola Norton si immaginava la sua ragazza, la futura signora Tim Burton, nello stesso scenario del suo spirito guida, che lo guardava negli occhi e dopo aver aspirato una sigaretta diceva: "Scivola".  Ho sempre interpretato questa sequenza come una follia etilica non so se scaturita da Fincher o da Palahniuk, ma dopo la visione di questo La marcia dei pinguini - il richiamo, forse sto iniziando a dargli un senso. Ho sempre detestato questi maledetti animali sfigati in frac. Tutto il giorno a camminare a passettini, troppo panciuti per volare, abitanti di un posto sfigatissimo, immenso e tutto bianco, senza nemmeno uno sprizzo cromatico a differenziarlo, vuoi anche una macchia di vomito. Eppure "piacciono a tutti", pensavo. A George Miller, che ha rimandato le storie di Mad Max per raccontarci di un maialino prima e di un pinguino dopo in 4 interminabili film (potevano avere altri 7 Mad Max intanto... la cosa non mi fa dormire la notte). Piacciono a Hideaki Anno, a John Lasseter, gli studios fanno docu- film a cartoni animati su pinguini surfisti, i pinguini spie di Madagascar sono ovunque, ci sono anime senza senso (Manwaru Pengundrum) e videogiochi senza senso (Disgaea) pieni di maledetti pinguini, pinguini di plastilina sulla rai di prima mattina, siamo invasi!! Così, scettico, mi muovo verso la sala, mentre mi si avvicina una signora che mi chiede: "Ma ci sono dei collegamenti con il primo La marcia dei pinguini? Quello con la voce narrante di Fiorello?". E io, che mi sento un po' in colpa per non averlo visto ma non voglio deluderla propongo: "Che siano gli stessi pinguini?". Poi, a fine visione, scopro da internet che non lo sono, anche se regista e staff sono quelli del primo, che la missione al Polo durante la quale hanno fatto le immagini è una completamente diversa. Ci rimango male, ma non quanto ci sono rimasto male in sala dopo un'ora e mezza tenuto in ostaggio dalla voce narrante di Pif. Ok è un documentario, ok gli animali del documentato sono piuttosto mosci come creature, ok lo scenario è tutto bianco, ok la colonna sonora è roba figa, ma meditabonda e sonnolentosa stile Vangelis dopo essere andato in trip per 2001 Odissea nello Spazio. Ok tutto ma Pif no. Pif, parlo direttamente con te, ma quanto ti sei rotto le palle a doppiare sta marcia dei pinguini? Te lo dico perché si sente proprio che volevi essere altrove, che forse mentre recitavi stavi compilando il 730, che pensavi al mutuo o alla pappa del gatto da comprare o rimuginavi per esserti dimenticato il secchiello dell'umido fuori di casa o avevi pestato una cacca con la scarpa che non riuscivi a pulire. Capisco che non è facile sfoderare una verve stile il compianto Robin Williams, magari dovendo recitare testi non tuoi, sui pinguini per di più. Ma, "mamma mia!!", quanto sei stato scarso su questo lavoro?? Vabbè, La mafia uccide solo d'estate ti è uscita bene, pace fatta e continua così. Anche perché in fondo in fondo...


E mi sono commosso: sarà stata la giornata, sarà stata la indiscutibile bellezza delle immagini della spedizione Antartica, sarà stata la colonna sonora da film di fantascienza spaziale impegnata stile fine anno settanta. Sarà stato perché per la prima volta ho fatto davvero lo sforzo di empatizzare con queste sfigatissime creature che nell'accettare una vita così estrema dimostrano un titanismo senza pari è una cura per i loro affetto che ha dello straordinario. Ho iniziato anch'io a sentimi un po' pinguino. Malfermo raffreddato e generoso. Intento con gli altri pinguini in formazione a testuggine come l'esercito romano per costruire una unica e grande casa scaldata dai corpi della propria collettività pinguina. Felice di tornare a guardare negli occhi la mia lei - pinguina che mi vede tornare con i bastoncini findus dopo mesi, laddove un tale sguardo non lo trovi mai a casa se hai fatto tre minuti di ritardo al mini- market. E come un pinguino ho sentito la gioia di incontrare il mare e tuffarmici dentro, dimenticare la mia fisionomia claudicante sulla terra per poi muovermi tra i flutti tracotante e maestoso come uno Sparviero Klingon. 

- W i pinguini: W i pinguini, soprattutto i "pinguini" che facevano in una celebre gelateria di Laigueglia, in Liguria (in pratica gelato ricoperto da cioccolato fondente fuso). Gustosità culinarie a parte, questo film al di là di ogni aspettativa ha saputo conquistarmi, coinvolgermi e farmi quasi piangere. Merito di una regia molto sentita, ad opera di Luc Jacquet, in grado davvero di farci immedesimare senza mai annoiarci. E questo nonostante un Pif narratore davvero sottotono. Mi è venuta voglia di recuperare il primo film. 
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martedì 14 febbraio 2017

Per pubblicizzare Rings o "The ring 3" la povera Sadako / Samara si è ridotta pure alle pranks su YouTube..



Tu stai bello contento in un Mediaworld a guardare i nuovi televisori ultrapiatti che in questa vita non potrai mai permetterti quando ecco che...


E se non ne avete ancora abbastanza e vi sta salendo a mille l'hype, che ne dite di ritrovare Sadako in un "bel" film jappo classico da noi ancora inedito? Magari un crossover tra fantasmi in cui Sadako affronta la Kayako bimbo munita di The Grudge? Nato come uno scherzo da pesce d'aprile il film si è realizzato, è grazioso anche se lungi dall'essere fantastico e pare potrebbe presto arrivare sui nostri lidi! Per ora incrociamo le dita, appena avremo qualcosa di concreto ve lo faremo sapere, intanto vi mettiamo qui il trailer.


E naturalmente vi invitiamo a riempire le sale quando, prestissimo, Rings arriverà da noi... e manca poco!


Riuscirà Sadako ad adattarsi al nuovo mondo a disco blu in 4K o è destinata a rimanere fedele alle videocassette anni '80, magari considerando pure il mercato dei vinili? Ve lo faremo sapere... 
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domenica 12 febbraio 2017

Pacific Rim Uprising - buone nuove dal set

Eravamo tornati bambini. Io e il mio collega Gianluca uscivamo dalla proiezione del primo Pacific Rim presso il cinema Odeon di Milano gasati come marmocchi nutellosi. I robottoni giapponesi della nostra infanzia avevano preso vita nel buio della sala e... come potrei descriverlo a parole ?



Roba forte, che sa di giovinezza andata e tanti ricordi, roba che di recente abbiamo provato anche grazie a un'altra grande pellicola, questa volta italiana



Se esiste "la gioia", non può che avere la firma di un robot di svariati metri che combatte i vegani. 
Ma i sogni dei vecchi ragazzini dei settanta "sono destinati a finire presto", temevamo. 
Ci eravamo un po' rassegnati all'idea di non vedere più in sala i colossi meccanizzati Jeager prendere a botte i "mostroidi"Kaiju. Il pubblico americano e una campagna promozionale sfigata (a opera di una poco chiara situazione tra Legendary, Universal e Warner Bros) avevano decretato il loro "no" al proseguo del franchise e tutte le idee su trilogie, spin off con King Kong e Godzilla (io mi ero fatto un trip sul fatto che l'alieno Mechagodzilla sarebbe diventato il prototipo su cui sviluppare gli Jeager...), serie TV e gli anime che il brand avrebbe prodotto sono andati a farsi friggere. Di nostro, in Italia, Pacific Rim è stato in sala due settimane, in sordina e con zero pubblicità. La possibilità che almeno il fumetto avesse una qualche distribuzione è stata fugata da una micro-etichetta che si è assicurata i diritti in esclusiva e ne ha distribuito sul territorio qualcosa come sei copie per regione. Guillermo del Toro ci ha sempre comunque creduto, al punto che era andato personalmente in Giappone a promuoverlo, inginocchiandosi e chiedendo la benedizione alla statua Gundam Rx-78 di Odaiba. Negli anni Del Toro assicurava tutti sulla salute del progetto, che stava lavorando con Beachman al numero 2 e forse al 3, che aveva ancora grandi idee. Ma intanto partiva per Crimson Peak e oggi torna a parlare di Hellboy 3. Questa era la tragica situazione, ma qualcosa si muoveva nelle profondità dello show business. I cinesi, milioni e milioni di cinesi erano accorsi in sala a vedere Rim, festanti ed entusiasti, più volte. Successe quindi il miracolo: pensa che ti ripensa, constatando l'ineluttabile dato che gli americani come pubblico non capiscono nulla di cinema, il cinese Wanda Group arrivò nel gennaio 2016 ad acquistare la Legendary, decidendo di mettere in cantiere questo benedetto sequel. Le notizie da allora arrivano a casaccio, sembrano rumor indistinti, ma il progetto cresce. Nel tempo da Pacific Rim: Maelstron diventa Pacific Rim: Uprising. Charlie Hunnam e Rinko Kikuchi non si sa se torneranno a pilotare un robottone gigante (anche se la seconda sembra già sicura), ma al cast si aggiungono John Boyega, Scott Eastwood, Jing Tian e il mitico Jin Zhang. Alla regia approda uno bravo come Steven S. DeKnight, che dopo essersi fatto le ossa scrivendo lo Spartacus di Raimi è approdato alla regia dell'ottimo Daredevil di Netfix. Del Toro rimane in barca come produttore e tuttofare. Riprese previste il Australia e Cina e uscita per il febbraio 2018. E ci sale l'hype...




Come sempre, "se sono rose fioriranno". Di sicuro tra Shin Godzilla, King Kong Skull Island, Godzilla 2, il nuovo Cloverfield, il nuovo Rampage, il nuovo Power Rangers e l'imminente, minimal e originale Colossal con Anne Hathaway... insomma, ne avremo a pacchi nel prossimo futuro  di mostri giganti che radono al suolo città. Credo ci sarà da divertirsi. 
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martedì 7 febbraio 2017

Your Name. Il nuovo film campione di incassi di Makoto Shinkai

Mi sembra doveroso introdurre questo post con uno dei più grandi classici della canzone italiana. La firma, eminente, è di Elio e le Storie Tese.



Ma ora, per tornare ad un clima più  jappo è più consono alla recensione, direi di sentire un bel pezzo dei Radwimps



Mitsuha Miyamizu è una ragazza di Itomori, un paesino di provincia, collinare con al centro un laghetto, ricco di tante tradizioni, tante persone simpatiche, un bel paesaggio e... poco altro. Non c'è nessun posto dove divertirsi, nemmeno un bar, non un supermercato, non uno svago. Solo chilometri di verde e una immensa casa in collina dove vivere. Mai una gioia, se si considera pure la "mission" familiare di destinare le donne a uno strano culto che prevede, in pubblico e in abito da cerimonia, sbavare del riso da conservare in barattoli benedetti. La nonna e la sorellina si stanno accorgendo che Mitsuha non ne può più, sta uscendo proprio di testa! La mattina passa un sacco di tempo a toccarsi le tette, a scuola è scostante è sempre tra le nuvole, vaneggia. E nel delirio dice: "Vorrei non essere qui, vorrei essere un ragazzo che vive a Tokyo!". 
A Tokyo, in un micro-appartamento in cemento, vive un ragazzo di nome Taki, che studia e al contempo lavora come cameriere/cuoco in un ristorante italiano del centro chiamato "Il giardino delle parole". Ha una cotta per la sua capa, è sempre timido e puntuale, ultra taccagno. Ma ultimamente sembra essere cambiato in modo misterioso. Spende un sacco di soldi in cibo, fa l'intraprendente con la sua capa (cosa che per i personaggi dei manga /anime è stranissima), ha imparato a cucire, si muove in modo effemminato, sembra non ricordarsi nemmeno il nome dei suoi amici o la strada per tornare a casa. 
Cosa sta accadendo a Taki e Mitsuha? Qualcosa che ha a che fare con una cometa e con il filo rosso del destino che, come diceva Kieslowski, lega in modo invisibile e indissolubile la vita delle persone. Uno strano sogno che sembra la vita di qualcun altro.


La trascinante e frizzante musica dei Radwimps (il cui nome suona tipo "super codardo" e incarna al meglio il mondo dei timidoni adolescenti di molti manga a sfondo sentimentale ), le animazioni sfavillanti e i fondali spacca-mascella  marchio di fabbrica di Shinkai ci trascinano in una storia piena di sentimenti e ironia, semplice ma non banale, che scorre via leggera fino alla fine, riuscendo ogni tanto a farci commuovere, ridere e strepitare. Come ne La voce delle stelle, come in 5 cm al secondo e ne In giardino delle parole il protagonista assoluto è l'amore, inteso in un senso non troppo distante da Wong Kar Wai. Un amore tra pendolari, un amore tra scappati di casa, un amore spesso clandestino. Un amore quasi platonico, che nasce dal riconoscersi empaticamente nei panni della persona amata nelle piccole cose, ma che vive del garbo e della paura di dichiararsi, venire allo scoperto infrangendo il pudore del sentimento dell'altro, come a temere che tutta la magia dell'incontrarsi sia un abbaglio personale. Ad aiutare questo senso di incertezza, in ogni film di Shinkai  l'amore viene ostacolato da qualcosa di drammaticamente inaffrontabile. Distanze (a volte siderali), condizioni sociali, le circostanze della vita. Muri che si riescono a infrangere, quasi sempre (perché Shinkai ama farci piangere), ma che allo stesso tempo sostengono da soli la narrazione. Perché quando il regista si trova effettivamente a dover far esprimere quel sentimento, senza vincoli, ai suoi personaggi, tutto si fa incredibilmente magmatico. E questo, pur destabilizzante a livello di trama,  non è il limite ma l'esatto cifra stilistica dell'autore, la sua sensibilità nel descrivere il caos interiore degli affetti. Lui è davanti a lei, entrambi cercano di scappare ma decidono che non si può fare, iniziano entrambi a piangere, urlare frasi sconnesse, muoversi convulsamente uno contro l'altro a scatti come zombie. E mentre accennano un abbraccio che appare più un placcaggio da football americano, la telecamera inizia a imbarazzarsi per loro pure lei, pudicamente si allontana e va a fissare uccelli che volano in cielo, treni, aiuole (tutto con uno stile grafico pazzesco), mentre in sottofondo parte un pezzo del Max Pezzali giapponese di turno. È una cosa estremamente amabile, sincera, ma che non va mai da nessuna parte! Shinkai se la cava alla grande a descrivere l'amore presente ma "assente dalla scena", ma diventa un ragazzino alla prima cotta quando cerca di far "coordinare i suoi personaggi verso un bacio", compiendo manovre più complicate di uno sbarco lunare gestito con la professionalità di una scimmia urlatrice. Verrebbe voglia di rassicurarlo che "va tutto bene", mentre i suoi personaggi in piena esplosione emotiva e ormonale vaneggiano come posseduti dal demonio, e io non riesco a non ridere un po' davanti al casino scatenato dal Shinkai più innamorato. Arrivo a sperare che i personaggi tornino distanti, per ridare un senso e continuità alla trama. Ecco, questo Your Name funziona benissimo come film sentimentale, ironico e pure per certi versi "magico", ma quando Shinkai "ricade" nel delirio adolescenziale da ragazzetto innamorato in un momento centrale della trama (peraltro in un momento cui un personaggio inizia a urlare senza senso chiedendo il "your name" del titolo invece di fare qualcosa di molto più logico e sensato in quel momento narrativo) il pubblico, a mio avviso, non può che dividersi tra chi amerà e rivedrà volentieri la pellicola e chi ci stamperà sopra un sonoro "no!". 


Questo è un po' l'unico grosso difetto della pellicola, un problema, se vogliamo, "di stile", quasi di stampo mucciniano, che si poteva gestire diversamente. Per il resto, tenendovi nel riservo più assoluto della trama, anche per non rovinarvi la sorpresa Your Name. funziona molto bene. Fa un'interessante satira sociale sui luoghi comuni tra città e campagna e tra tradizione e innovazione. Trasmette l'amore di Shinkai nella descrizione di lavori manuali come cucinare o tessere un vestito, tema già accennati di recente ne Il giardino delle parole. Sa estasiare nell'ammirare una natura rigogliosa, fatta di piccoli ruscelli, vento che culla le foglie e pioggia tintinnante, rappresentata da una cga mai invasiva, quasi invisibile. Ci attira con un chara design semplice ma molto espressivo. Si potrebbe liquidare Your Name come il solito film del filone in cui due persone si scambiano le vite, e sarebbe probabilmente così se non ci fosse dietro la sensibilità di un maestro come Shinkai, in grado di donare tridimensionalità anche alle cose più semplici. Al che contempo il meravigliosamente disordinato modo in cui Shinkai tratta i sentimenti potrebbe sconcertare qualcuno, anche se per me non lascia comunque indifferenti.
Sarà per le musiche, per i disegni, per la storia o per Saturno in trigono con Urano, Your Name in questi giorni in Giappone ha frantumato pure i record d'incassi dello studio Ghibli, diventando l'anime più visto di tutti i tempi. Un riconoscimento cui lo stesso Shinkai non era preparato al punto che ha chiesto al pubblico di smettere di andare in sala. L'ombra di Miyazaki, con la quale si è confrontato più che dignitosamente con il suo Viaggio verso Agartha (che spero Dynit recuperi e ridoppi dopo l'abominio perpetrato da Kaze) sembra non lasciarlo mai in pace e ora i fan del maestro iniziamo a filosofeggiare di come siano decaduti i costumi odierni, se un "filmetto" come Your Name batte tutti i record. Tuttavia il Ghibli stesso si sta complimentando con Shinkai, perché più gente continuerà ad amare gli anime più anime potranno essere prodotti.
Io ormai Shinkai lo conosco da un po', fin da quel La voce delle stelle, di ormai troppi anni fa, da lui realizzato quasi da solo, manco fosse il Mozart dell'animazione. Con il tempo non sono mai riuscito a volergli male, e certo non inizierò ora, perché sono pochi i registi che riescono a mettere a nudo i loro sentimenti nelle loro opere e lui è uno di questi. 

Dynit e Nexo portano nelle sale l'opera con tutti i crismi anche se segnalo nell'adattamento una scelta lessicale "aulica" quanto inutilmente artificiosa, da scuola cannarsiana, che per gusto personale trovo francamente evitabile nonché di ostacolo a una piena immedesimazione. Una "perla" di questa impostazione la potete sentire già dal trailer con la frase di incipit: "Quel giorno in cui sono cadute le stelle è stato come una visione dentro a un sogno, nientemeno di questo. Uno spettacolo magnifico". Se questa ridondanza (sicuramente ricercata per trasferire al meglio il lessico giapponese) non vi spaventa (anche perché non ce n'è alla fine troppa nella pellicola ), buona visione a tutti. 
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sabato 4 febbraio 2017

Il nuovo stra-mega figo trailer del film dei Power Rangers!!!


Dateci un occhiata e ditemi se non vi sentite di nuovo come quando avevate 6 anni e guardavate cose tipo...

Dopo un primo trailer di presentazione di stampo supereroistico - adolescenziale stile X-Men/Chronicles/Amazig Spiderman ecco finalmente spuntare fuori a far casino con i Rangers, in piena Angel Grove, gli sgherri rocciosi  di Elizabeth "Rita Repulsa" Banks (anche se fanno un po' "sacchetto della monnezza" come i cattivi di Suicide Squad, paiono almeno più colorati), Bryan "Zordon" Cranston (porello.. ok che la bolletta è la bolletta però... porello), il robottino Alpha 5  (e me lo hanno fatto uguale uguale alla serie Saban!!), le bestie mistiche un bel mega mostrone (che scopriamo essere l'amatissimo uomo-pantera-corazzato-blu Goldar) e pure l'ombra di un Megazord (che sembra uno Jeager e non un poraccio in un costume ricavato da scatoloni di cartone). 


E finalmente annusiamo, gioiamo e strepitiamo davanti a un po' di quella strana azione mista di Kung fu e miniciccioli esplosivi affrontata da tizi in pigiami colorati che tanto ci esaltava da piccini. Il cast tecnico, sceneggiatori e produttori compresi è in larga parte composto da gente che ha realizzato il recente The last witch hunter e ci vogliamo fidare. E a colpo d'occhio per questi 2 minuiti scarsi non sembra realizzato per niente male!! Ovviamente questo è un trailer e dei trailer c'è sempre da fidarsi con le pinze... pure Israelite alla regia, dopo un Project Almanac carino e nulla più è un'incognita (ma pare affiancato da Jonathan Liebesmas, un esperto di film dignitosi con grossi effetti speciali come il primo film delle nuove Turtles e La furia dei titani), ma qui l'hype, con tutti 'sti pupazzi gettati in campo... sale comunque abbestia, in vista dell'uscita nostrana, prevista per inizio aprile. 
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P.S. La canzone in sottofondo è di Kanye West.. qui ve la facciamo sentire meglio



lunedì 30 gennaio 2017

Monolith

Primo tempo di Recchioni, Uezzo e Ceccotti (LRNZ) - un volume fantastico che si legge a 300 km orari su sterrato...




Monolith, la macchina per la famiglia definitiva. Confortevole, cool, veloce, superaccessoriata, adatta a lunghi viaggi e dall'animo umano. Il suo computer di bordo di ultima generazione vi sosterrà nei momenti di fatica e pericolo alla guida, le sue portiere blindate vi proteggeranno dagli incidenti e dai maleintenzionati, i suoi airbag vi salveranno bruscamente la vita in caso di impatto, ma poi vi chiederanno scusa ritirandosi e facendo partire dallo stereo la canzone rilassante che più vi piace. Il suo impianto satellitare vi farà trovare sempre da qualcuno, che sia un vostro caro o mezzi di soccorso, anche se vi siete persi perché non c'è campo (e se avete come operatore 3, sapete che potrebbe essere pure in questo stesso momento e non si sa per quanto). Monolith, disponibile nella verniciatura nero notte metallizzata è solida, gentile e protettiva come dovrebbe essere una vera famiglia, la vostra famiglia. 
Con questo mostro tecnologico votato al welfare familiare in garage, con il suo musetto buffo e squadrato che la fa sembrare un ED 209, un padre sa che la sua famiglia è al sicuro. Fino a che la sua compagna giovane e ribelle in crisi post-adolescenziale se ne scappa di casa con il bimbo, destinazione "diamoci una bella pausa di riflessione lunga e non mi chiedere dove vado", scegliendo come mezzo di fuga non la Monolith, ma una macchinetta brutta e squadrata. Parte l'inseguimento cittadino fino che il padre la raggiunge e, fiero e accondiscendente, le dice (un po' fra le righe): "Ok, vai dove vuoi con mio figlio e tutti i tuoi problemi di inaffidabilità, ma fallo con la Monolith, che è una madre più brava di te. E ha pure l'aria condizionata". La donna, che ha sentito solo "aria condizionata", viene quindi sottoposta alla registrazione del mezzo con impronta digitale e così legata stabilmente al cordone ombelicale di un gps satellitare di ultima generazione. Dopo tre minuti che è alla guida, la donna si accorge che l'aria non è la sola cosa che è stata condizionata nell'auto. Se non spegnerà il gps non sarà mai libera da quell'uomo e dal suo concetto opprimente di famiglia. Se quello con un click la troverà ovunque in un attimo, che fuga ribelle e adolescenziale avrebbe fatto? Così chiede a Irma (nome comune di computer parlante di stampo recchioniano), il computer di bordo, di staccare ogni controllo satellitare e mettere a palla Freebirds dei Lynyrd Skynyrd. Cosa può capitare di male dentro l'auto più protettiva e sicura al mondo? Niente. I problemi iniziano quando tu per caso finisci fuori dalle sue portiere e dal suo "concetto" di famiglia. Anche se si parla di una famiglia dispersa in luogo isolato. Con il tuo bambino rimasto a bordo.


- Un'idea semplice ma geniale: macchine umorali, metafisiche, ipertecnologiche, maledette e amanti. Abbiamo visto e letto l'amore totalitario richiesto da Christine, la macchina infernale dello strano duo King - Carpenter. Abbiamo aperto il cofano dell'auto de Il replicante e scoperto che al posto del motore aveva un cuore (più invecchia più è amabilmente trash il suo pilota a Charlie Sheen, un Corvo ante litteram). Abbiamo assistito alla rivoluzione ordita dagli splatterosi camion di Tir / Brivido. Ma abbiamo conosciuto anche auto, pur extraterrestri, dal computer di bordo amichevole e gentile come in Navigator. Senza contare le auto che pur "mute" e apparentemente normali sono riuscite negli anni a rappresentare il cuore del loro pilota, come La Bestia di Dominic Toretto e la V8 Interceptor di Mad Max. Gli esempi di questi legami intimi uomo-macchina, anche erotici come nel caso delle lamiere sensuali di Crash di Cronenberg, sono tantissimi e il tema è sempre caldo. Ma una declinazione come quella operata da Monolith, la "macchina per la tua famiglia" è nuova, accattivante e prosegue idealmente un discorso iniziato da Recchioni su Orfani, dove gli artigli metallici di una macchina che si credeva umana e madre rapivano dalla culla piccole vite per proteggerle a suo modo (presto riparleremo di Orfani tirando un po' le fila, non preoccupatevi). Con pochi e incisivi dialoghi (e con Freebirds e una splendida / inquietante canzoncina per bambini), Roberto Recchioni e Uezzo delineano al meglio questo "primo tempo" di un'opera che si concluderà con un volume di futura pubblicazione e verrà pure portata in sala con una trasposizione cinematografica a opera di Sky Cinema. Un'opera che risulta da subito accattivante, un po' anni '80 (ha un po' anche di Cop Car) e un po' Verhoeveniana, ma soprattutto fresca e imprevedibile. Un'opera dai temi maturi e dalle sfumature non solo da fantascienza sociale (la migliore) ma pure da horror. Tuttavia non starei qui a parlarvene se non fossi rimasto folgorato dall'incredibile lavoro grafico svolto da LRNZ e valorizzato al massimo da un cartonato a colori di stampo francese che per bellezza puramente estetica deve essere un pezzo imprescindibile nella biblioteca di chiunque ami le graphic novel. Dopo opere davvero interessanti come Golem e Astrogamma, in cui LRNZ ha sprigionato a pieno il suo amore per il tratto orientale e la contaminazione di stili, in Monolith il cartoonist rivela uno stile del tutto nuovo, ultra-impattante e iperrealista che mi ha ricordato i lavori migliori di Clayton Crain e Nguyen, se non addirittura qualcosa dell'ultimo Rosinski. LRNZ, che ha anche concepito personalmente la stessa auto Monolith, crea un mondo visivo straordinario in cui le tavole vibrano e risuonano dell'assalto cromatico di luci fluo. Le figure umane sono definite da un tratto realistico incredibilmente particolareggiato, quotidiano quanto sensuale, vivo. L'azione è sempre chiara e potenziata in cinemascope da tavole larghe e profonde. Forse si poteva essere più precisi nelle scene di inseguimento cittadino, che soffrono di una narrazione grafica troppo a strappi, ma qui sto veramente facendo il pignolo pedante, perché parliamo di un'opera che visivamente si colloca senza troppi problemi al top di quanto ho visto negli ultimi tempi. 


- Peccato che duri poco: Monolith è in formato BD  (formato internazionale che Bonelli sta sempre più sperimentando, anche grazie ai bellissimi Tex cartonati di ultima generazione) e questo significa un numero ben più esiguo di pagine rispetto al formato Bonelli classico. A questo si aggiunge una narrazione che preferisce affidarsi all'indiscusso fascino della parte grafica, lasciando non troppo spazio ai dialoghi. Ciò che ne risulta è un fumetto che si legge veloce quanto buttare giù uno shottino al bar, appagante ma quasi istantaneo. Si vuole ripartire subito, stamparsi in testa le tavole più belle, apprezzare ogni dettaglio. Ne vorremmo di più e lo vorremmo subito, ben consci, da amanti dello stile editoriale BD qui applicato alla lettera, che per replicare un lavoro del genere sul secondo volume al buon LRNZ servirà ancora un sacco di tempo. 

Ma davvero non vediamo l'ora di metterci le mani sopra, con la sana curiosità che suscita il fatto che con questa Monolith potremmo davvero andare da qualsiasi parte. In pieno confort. 
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domenica 29 gennaio 2017

Les ogres


La vita gira veloce come una girandola per gli artisti di strada della compagnia teatrale Davai. Fanno teatro di strada, recitano "L'uomo senza qualità" di Cechov  tra cabaret, capriole circensi, musica indiavolata, balli sfrenati e coinvolgimento del pubblico già da molti anni e ogni giorno è una nuova tappa, un nuovo pubblico e un nuovo tramonto. Ogni giorno volti nuovi che non sai mai se ti accoglieranno felici o incazzati, da allietare con una gioia che non sempre si riesce a esprimere o trovare. Perché non c'è solo il gioco e il divertimento. Le assicurazioni, i contratti con gli attori, gli ingaggi, le scuole, il sipario, i bambini, i tradimenti e i malumori, gli amici, la benzina e il tendone da montare e smontare. Infiniti paletti e scalette imposte allo spirito gitano del gruppo, combattuti con pigio professionale e dolente dalla figlia (Ines Fehner) del capocomico Francois (Francois Fehner), al cellulare con fornitori e clienti mentre guida l'auto, bada ai figli e redige con una mano libera il bilancio. Mille cose da far tornare e anche  questa in fondo è giocoleria, anche se i conti spesso non tornano. Finisce che la vodka che viene offerta agli spettatori durante una delle rappresentazioni teatrali del Davai venga prima e in larga parte consumata dallo staff, giusto per tirare avanti senza pensieri, ma tutti insieme gli attori non mollano, come una grande famiglia, costruendo con coordinazione e precisione chirurgica ogni giorno un grande e spettacolo. Nervi scoperti ma tutti uniti sotto il tendone di unico grande cuore gitano, collerico ma sempre disposto a elargire abbracci e comprensione. Tuttavia ogni tanto la vita impone a questo piccolo popolo sulle ruote di fermarsi, gli attori devono scendere dalla giostra e affrontare un personale mondo personale, lasciato alle spalle e forse troppo presto interrotto, per seguire la gioiosa carovana. Accade a Mr Deloyal (Marc Barbè) che per troppo lunghi anni di lutto ha vissuto con negli occhi la vita del figlio spezzatasi a soli tredici anni da una leucemia. L'uomo, che ora fa l'attrezzista e l'attore,  scopre nella famiglia circense allargata del Davai la  giovane Mona (Adele Haenel), insieme alla possibilità di poter tornare a essere padre. Ma non si sente pronto, cade in crisi e nell'alcol e questo genera un inaspettato effetto domino che colpisce tutta la compagnia. Mr Deloyal beve troppo e si distrae, non fissa un cavo e una ballerina si rompe una gamba. Lo spettacolo deve continuare e Francois assume la sua vecchia fiamma Lola (Lola Duenas, vista in Parla con Lei e Il mare dentro), mandando in pezzi il cuore della moglie Marion (Marion Bouvelar), scombussolando la figlia Ines e colpendo a macchia d'olio tutta la compagnia. Dissapori, urla, corna, brutte figure con gli spettatori. Tutti cadono, la giostra cade e le vite passate degli attori tornano a bussare alle loro porte, a rendere tutto più difficile. Vecchi amori si ritrovano, famiglie si spezzano, lacrime e pugni si distribuiscono al primo che capita a tiro, al primo che si mette per sbaglio dentro la girandola colorata del Davai che il tendono non riesce più a contenere. Lo spettacolo può  comunque continuare?


Dalle parti degli zingari giri di giostra di Kusturica, con il cuore felliniano ricolmo di amore per gli artisti di strada. Lea Fehner al suo secondo lungometraggio gioca amabilmente con una materia per lei familiare, autobiografica: il teatro itinerante che ha caratterizzato gran parte della sua vita e dei suoi affetti. Una vita vissuta, come per gli artisti di questo film, a cavallo di una colorata e sgangherata carovana che ogni giorno regala, spesso per pochi spicci e pochi spettatori, un paio di ore di divertimento. Un cordone di macchine con roulotte, con troppi gibolli e chilometri alle spalle, che non si ferma nonostante le intemperie e i fischi, i problemi della vita e la sfortuna. Gente che vive una dimensione in qualche modo eroica dell'essere "bardo" prima che attore, gente che prima di imparare commedie e tragedie affronta e impara a vivere nella natura più inospitale, ai margini del tendone e della società. Persone che vengono per questo definite, con poca gentilezza, "orchi". La regista, innamorata ma spaventata dalle difficoltà di questo mondo, tra strade infinite, il freddo di vivere all'aria aperta e il pubblico spesso crudele, che ti guarda curioso e spaventato  come si farebbe con un "orco", ha lasciato la sua famiglia mobile imbracciando la telecamera e dedicandosi ai lungometraggi. Ma questo ambiente caloroso e zingaresco l'ha subito richiamata a se con una nostalgia così grande e prepotente che qui, nel suo secondo lungometraggio, non può che esplodere. La vita e il teatro si sovrappongono al punto che la regista, anche sceneggiatrice, ha voluto con sé sul set la sua stessa famiglia gitana, da papà Francois a mamma Marion alla sorella Lea. E siccome gli artisti sono fatti della stessa stoffa dei loro personaggi (e mi si perdoni la sgangherata citazione), la Fehner ha deciso, in un gioco di specchi, di includere in questa versione cinematografica della sua  famiglia allargata gitana anche il Mr Deloyal di Marc Barbe, personaggio che è ispirato proprio all'Uomo qualunque di Cechov, opera che il Duvai mette in scena. Passeremo in sala un po' di tempo con gli orchi. Li osserveremo curiosi e stupiti e forse impareremo qualcosa da loro in un film che è un vero e proprio inno a chi ha deciso di vivere solo per allietare gli altri. 


Les Ogres esce nelle sale italiane ironicamente mentre uno dei più grandi spettacoli di strada, il circo Barnum, chiude i battenti. Esce in sordina come in questo stesso periodo è uscito in sordina  La Stoffa dei Sogni con Sergio Rubini e Ennio Fantastichini, anche lei una pellicola in cui si celebrano i tempi sempre più "che furono", degli attori in viaggio (con un ugualmente splendido parallelo tra vita sul palco e vita reale). I gitani, gli artisti da strada e il circo sono fuori moda e quindi viva i gitani, viva il circo, viva gli artisti da strada. Rinchiusi come si è in palazzi in cui si fatica spesso a conoscere il nome del proprio vicino, alcuni spettatori troveranno curiosa, socialmente pericolosa e troppo fracassona la compagnia teatrale Davai, ma dopo aver passato un paio di ore con loro si è pronti a cambiare idea, anche grazie alla grande ironia e autoironia di cui la regista pervade l'opera. Perché ci inquieta e sorprende questo strano mondo sulle ruote (più vicino al resto dell'Europa che all'Italia), dove i bambini "per giocare" rubano i portafogli. Dove attori avvinazzati si addormentano nei campi per svegliarsi la mattina circondati da pecore. Dove poveri bimbi vengono sottoposti al fumo passivo mentre in piccole macchine aspirano fumi equivoci che escono dalle canne dei genitori. Dove una donna sfiorita e tradita dal marito viene, "per tirarle su di morale", fatta oggetto di un asta in quanto "carne ancora buona". Dove un uomo che trova la sua ragazza nuda con un estraneo riesce a scherzare con lei della cosa mentre un altro esce dalla roulotte urlando al mondo con un megafono che sua moglie è una poco di buono. Dove le risse scoppiate per i motivi più gravi e irreparabili si trasformano in occasioni per ridere e tornare amici. Dove una madre partoriente non smette per un istante di bere e fumare e fare sesso promiscuo. E fa specie che in un mondo il cui sembra dominare il sessismo più evidente in realtà siano le donne a comandare, non solo con l'arma della dolcezza ma anche della risolutezza, su un branco di scorretti, altezzosi e amabili eterni bambinoni. 


Completamente strani, questi Orchi (così vengono chiamati all'estero, come fossero creature grottesche quanto spiriti silvestri), che vivono la vita tutta a modo loro, ma che alla fine non possiamo fare a meno di sentire vicini a noi, al punto da desiderare magari passare un po' di tempo in più con loro, dopo i titoli di coda. Perché in tutti gli eccessi il loro enorme cuore zingaro ci abbraccia, sentiamo il sudore, l'alcol nella gola, il profumo intenso e il suono della risata sghemba di una grande famiglia. E la società ha bisogno che il cinema racconti queste storie, soprattutto in momenti in cui l'integrazione è difficile e si guarda con sospetto e timore le persone che vivono nel pianerottolo vicino. E' importante scoprire quanto umani siamo anche gli orchi.  Lea Fehner conferma di avere la stoffa della grande regista nel dare voce a un amabile e squinternato plotone di attori in uno slice of life solo all'apparenza lineare, dall'animo anarchico e solare. Tutti gli attori trovano il loro spazio e la loro voce in una girandola colorata e dal ritmo sempre incalzante. Si ride, si piange. C'è molta malinconia e altrettanto liberatorio spazio per il grottesco, il sensuale, il satirico. Allo spettacolo contribuisce anche l'ottima colonna sonora di Philippe Cataix, spigliata, veloce e con un "24mila baci" di Celentano che fa capolino nella più improbabile delle scene. Vengono facili i paralleli con La strada di Fellini, ma anche con Gatto nero, gatto bianco di Kusturica. C'è soprattutto un tipo di cinema che è ancora troppo invisibile nelle nostre sale, che va difeso e riconosciuto anche a dispetto dei cartelloni che lo nascondono. Un cinema fortemente premiato dalla critica ma ancora invisibile. 
Les Ogres arriva in Italia anche grazie a CineMAF. Un portale che permette la distribuzione di pellicole in streaming laddove non riescano ad arrivare nelle sale. Hanno anche delle interessanti iniziative legate alle scuole. Nel caso foste interessati vi lascio il link al loro sito www.cinemaf.net e www.scuola.cinemaf.net se volete fateci un salto. Aiutare  queste pellicole a farsi conoscere dal grande pubblico non credo sarà mai un male. E a me qui torna in mente anche un pezzo dei Negrita..




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