lunedì 20 agosto 2018

ll tuo ex non muore mai: la nostra recensione




- Premessa: Ho un piacere personale da chiedere a chiunque viva in America vicino al pianerottolo dove vive Kate McKinnon. Che la incontriate sul vialetto mentre dà i crostini al gatto, in coda all'Eurospin, a pagare le bollette in banca, dal parrucchiere... fermatela. Chiedetele un minuto di tempo, presentatevi con garbo, magari offritele un caffè e poi fatele queste domande. Prima domanda: "Perché hai tutto questo potere contrattuale da poter riscrivere tutte le tue scene come vuoi tu e infilandoci tutto quello che vuoi tu, che in genere si traduce in gag senza senso?" Seconda domanda: "Perché vuoi imitare nel 2018 le facce più sceme di Jim Carrey al punto che tra continui ridolini, pose e smorfie ti fa schifo comportarti in scena, per più di sei secondi, come un essere umano pensante?". Terza domanda: "Ma lo sai che 9 volte su 10 le tue battute non fanno ridere?". Dopo di che ringraziate e riferitemi. Perché voglio sapere. 
Kate McKinnon è l'anticristo della comicità americana, una combinazione letale di battute tra cucciolone e i più deprimenti comici di Colorado, con in più l'appoggio politico del Signore delle Tenebre, che di fatto le permette di fare nella vita il cazzo che le pare. E in genere fa cose tristi. Quasi a livello del comico più scarso della storia dell'umanità, Pino Campagna (che in effetti rimane inarrivabile e al solo "pensarlo" cerco tra le mani un telecomando immaginario per cambiare canale). Alla McKinnon permettono di ribaltare copioni e imbastire scene veramente dimmerda come quella "delle Pringles" nel remake di Ghostbusters o come quella "delle acrobate" in questo nuovo film, senza che ce ne sia un perché, senza che arrivino di conseguenza risate, senza che la trama possa sottrarsi da questi brutali atti di sodomia. Non mi stupirei se la McKinnon venisse ingaggiata per un legal thriller serio e la mattina delle riprese dichiarasse: "Oggi voglio improvvisare facendo che l'avvocato che interpreto in questo legal thriller, che parla di pedofilia alla presenza di vere vittime di abusi, durante la scena dell'arringa finale, si tolga in aula la camicia, se la metta in bocca e succhi il sudore che si è condensato sotto le ascelle ansimando e dicendo: "Vostro onore, oggi sono tesa, ma il mio deodorante al cioccolato e vaniglia è uno sballo, deve provarlo!". E poi, dopo dichiarazioni di questo tipo non è che parte un TSO. No, no. La scena si gira e arriva a me che la guardo in sala. E lei viene pagata sia come attrice che come co-sceneggiatrice. Poi una volta su cento qualcosa di geniale le esce pure, ma cacchio. il Signore delle Tenebre deve essere come minimo suo zio. Per questo, per il fatto che è chiaro che non la sopporto, cercherò di parlare di Il tuo ex non muore mai senza citare più la McKinnon direttamente, sostituendola figurativamente in corso di recensione (che parli di lei sia come attrice che come personaggio) con qualcosa di più realistico, meno sopra le righe e più coerente: un drago sputa fuoco. 


- Sinossi fatta male: Mila Kunis interpreta Audrey, una ragazza sfigata, depressa e con il ragazzo, Drew (Justin Theroux) che la abbandona da sola proprio quando arriva la sua festa di compleanno, che lei ha deciso di passare (per questioni "romantiche", diciamo) in una bettola, davanti al cabinato di Point Blank di Namco (classico giochino da sala giochi con le pistole colorate in cui si spara a pupazzetti buffi), in compagnia della sua unica amica, Morgan, un drago sputa fuoco. È imperdonabile che Drew non ci sia, ma lui non può fare altrimenti, perché all'insaputa di Audrey per lavoro fa l'agente segreto e in quel momento è impegnato nella classica missione per recuperare la lista di altri agenti segreti sotto copertura (supercazzola che ci vendono nei film di spionaggio almeno sette volte all'anno). Così mentre lei insieme al drago gioca a Point Blank riflettendo sulla sua inutile vita e constatando che le riesce bene solo sparare a Point Blank, lui tipo "muore" in modo tragico mentre ricorda il giorno del primo appuntamento. Il giorno dopo alla casa di Audrey iniziano a comparire spie che cercano di ucciderla, perché il suo moroso la cavolo di lista con gli agenti segreti sopra la avrebbe alla fine copiata e nascosta. L'unico modo per evitare i proiettili e uscire da questa situazione è partire per l'Europa verso un luogo misterioso. Per completare la missione di Drew e per farsi una vacanza insieme al drago. La ragazza e il drago inizieranno così una assurda odissea tra ginnaste-killer russe, spie bellocce e spietate e Gillian Anderson capo della Cia. Riuscirà il talento di Audrey nel videogioco Point Blank a fare di lei un agente segreto? 
- Spie e Scoregge, un incontro perfetto. Mi sembra ieri che vedevo Grimsby - attenti a quell'altro con Mark Strong e Sasha Baron Cohen e gridavo "Wow!!". Louis Leterrir, con la sua esperienza decennale nei b-movie action di Besson (e con un Hulk con Norton che a me era pure piaciuto) aveva ibridato alla perfezione la comicità scoreggiona di Cohen con l'action più duro e più splatter, rendendo tutto così eccessivo da sembrare quasi ipnotico, slapstick e scorrettamente godurioso. Pazzesco come le scene di sesso tra pachidermi si sposassero alla perfezione con le indiavolate scene action - splatter in prima persona "alla Doom". Capolavoro. Ma che piacque in pratica solo a me, a quanto mi risulta. La formula però aveva le potenzialità, funzionò con Kingsman di Matthew Vaughn/ Millar e Tim Miller con poche variazioni concettuali la adattò a Deadpool, avendo entrambi il meritato successo planetario. Con Il tuo ex non muore mai siamo nello stesso territorio, con una attrice dolce e carina come la Kunis e con un cast di supporto indovinato si crea la assurda alchimia di spie e scorregge che funziona, diverte e spiazza, trasformando quella che sulla carta era un'idea moscia moscia in un film godibilissimo, veloce, a tratti perfino intelligente e di sicuro una delle grandi sorprese della programmazione estiva. Ottimi gli inseguimenti e tutte le scene action, qualche gag davvero divertente, molti colpi di scena, molte trovate visive di pregio. Unico neo il drago sputa fuoco. Il rettile volante ogni volta che è in scena urla tra i fumi neri delle narici Zoolander 2!! e punta a dirigere la pellicola in territori grotteschi, artefatti e non-sense, fottendosene del tutto dell'unità narrativa action-scoreggiona della pellicola, che in sua "assenza" risulta pure solida. Quando il drago domina la scena a volte ci si sente quasi in ostaggio, il suo alito infuocato riesce a ipnotizzare anche gli altri attori in scena, costringendoli ad avere reazioni assurde e ingiustificate (come il pubblico della famigerata scena delle acrobate, che spoiler applaude allegro mentre assiste a un omicidio surreale). Certo è difficile contenere un drago sputa fuoco in un contesto realistico e non fantasy, si fa a volte fatica ad annullarlo mentalmente dalle inquadrature perché, cacchio, è un dannato drago sputa fuoco, borioso ed egocentrico!!!! Ma se si riesce nello sforzo ci si diverte e molto. 
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N.B. Almeno Luke Evans ne Lo Hobbit 3 sapeva come abbattere un drago.

lunedì 13 agosto 2018

Doom Eternal


L'unico trailer di cui mi è fregato qualcosa dell'E3 2018 è diventato l'unico gameplay di cui mi frega qualcosa della Quakecon 2018


Che bello l'ultimo E3. È il momento dell'anno in cui ti senti sempre vecchio e inadeguato davanti ai videogame, che vanno a inseguire per forza i gusti dei più giovani. Non hai davvero più voglia di esaltarti all'idea del prossimo gioco Square - Disney con Sora e Jack Sparrow, perché non hai ancora giocato il 2 e la remastered completa di tutti i Kingdom Hearts, che ti fissa con occhi languidi da mesi, non l'hai ancora tolta dal cellophane. Non sai se sarai ancora vivo per quando decideranno di pubblicare il remake di Final Fantasy VII, ma non avendo ancora finito il 12 per mancanza di entusiasmo... Dopo alcune ore su Dark Souls, Bloodborn e i suoi fratelli, opere masochistiche che hai giocato perché "old school" e non da "fighette" (un po' ricordando i tempi di Shadow of The Beast) ti passa un po' la voglia di aspettare i nuovi giochi "punitivi ed estremi" in cui appena muori per colpe non tue (si muore sempre per colpe non proprie), il gioco ti mette nelle pietose condizioni di affrontare la vita successiva nudo, senza armi, armature, maledetto e senza soldi, potendo solo contare su una botta di culo prima di morire, inevitabilmente, schiacciati da un elfo di trenta centimetri comparso a tre metri da un checkpoint. Però alla fine i giochi sadici e punitivi li pigli uguali per passione masochistica, e lo sai. L'ultima trollata di Kojima ti fa l'effetto di una trollata e basta, non solo destinata a uscire nell'anno del mai ma anche con tutte le carte per sembrare poco divertente. Non hai mai manifestato alcuna passione per i giochi sportivi (non ho ancora inteso, dai tempi del Dino Dini Kick Off, le meccaniche del "teletrasporto mentale" da un giocatore all'altro su cui si basano i giochi di calcio), i giochi Ubisoft ormai non li giochi proprio, ti chiedi perché non esca qualcosa di divertente come un nuovo SSX Tricky che non arriverà mai. Invece l'idea del nuovo Call of duty senza campagna non la trovi male, ti dà finalmente la motivazione giusta per non comprare la serie mai più. Dei gdr online non te ne fai una fava perché settantamila ore da dedicarci non le hai, non ce le vuoi dedicare e comunque settantamila ore le stai già buttando come un deficiente a Clash Royale. L'ultimo presentato Bioware però stuzzica ed è capace che lo istalli come hai fatto per Monster Hunter. Non si è mai acceso l'entusiasmo per gli open - World, anche se coniugati nelle nuove "varianti survival". Ti rompono con missioni per lo più poco divertenti e tutte uguali, ti danno l'idea di "perdere davvero tempo invece di fare cose più utili" (non avere una trama solfa da seguire ti fa sempre questo effetto), da sempre li schifi e all'idea di percorrere a piedi chilometri virtuali cercando di sopravvivere intrecciando fango e rametti preferisci sederti sul divano per trenta minuti a guardare Bear Grills su D-Max. Trenta minuti a settimana massimo. Bethesda ti dà la bella prospettiva di avere un nuovo episodio di Wolfenstain, ma se come "minaccia" sarà  solo cooperativo (autentica idea dimmerda se vera)  non potrai giocare con nessuno dei tuoi amici, perché a tutti quei fanatici di Battlefield piace solo girare sugli aeroplanini o a cazzeggio sui carri di Viareggio. Tutto quello che ti rimane, se proprio non vuoi farti tentare da quel open -World di Rage 2, cosa non brutta alla fine visto che in fondo Rage 1 è l'unico "semi-open World" che hai finito, è questo Doom Eternal


Un gioco rinvigorito da un paio d'anni, vecchia scuola per matusa, trama semplice e senza paranoie, divertimento cafone, bello veloce e bello appagante. Però all'E3 non ha avuto neanche un secondo di gameplay, i simpaticoni gli hanno relegato unicamente un filmatino stronzo, di un minuto manco, pre-renderizzato e manco "di gioco". Ma c'era già tutto. Il fuoco, il fucile a pallettoni, i diavoloni, il Doom Guy / Slayer pronto a schiacciare tutti accompagnato da una colonna sonora heavy metal. In quel minuto tornavi a metà degli anni '90, quando al Virgin Megastore di Piazza Duomo era pieno di Doom 2 e tu stavi in fissa con la musica metal (Ozzy e Iron Maiden), prima di passare a Bowie e a Nathan Alder. E parte l'amarcord... e partono le immagini delle mille partite a Doom 2 a casa di un amico "col pc potente", con cui ci "dividevamo le spese" per i videogame tratti da Dylan Dog della Simulmondo per PC (il primo gioco di Dylan Dog per Amiga, Il ritorno degli uccisori, era uno sballo... ma sto divagando). Anni dopo, nel 2000 Doom 2 mi ricomparve davanti pure in una notte assurda in quel di Padova. Stesso amore. E quando finalmente mettevo le mani su Doom 3 (ho dovuto aspettare la remastered Play 3... una vita in pratica) era di nuovo amore. L'appuntamento per "ritrovare" in azione  il Doom Guy oltre quel breve trailer dell'E3 veniva rimandato al 10 agosto, al Quakecon, e io già li odiavo, i ragazzoni di ID Software, perché avrei atteso quel momento contando i secondi. Fino ad oggi. Il Doom di un annetto fa era una delle cose più fighe, spartane, cattive e distruttivamente terapeutiche che io abbia mai trovato negli ultimi anni nella disponibilità di un videogiocatore medio. Doom, Bioshock, Bulletstorm e Wolfenstein, sono state le mie sparacchine isole felici degli ultimi anni. I miei momenti anti-stress migliori insieme ai picchiaduro. Ho provato a dedicarmi a sparatutto online da cartoni animati stile Overwatch. Belli, divertenti, ben programmati ma dopo un paio di mesi vivere in scenari stile Disneyland a sparare inutilmente a tizi che quasi si teletrasportano mi ha un po' rotto i coglioni. Si vocifera di gente che su Overwatch usa mouse e tastiera e ci credo, solo che lo fanno su ps4 dove il 90% usano il pad e questo per me ha quasi gli estremi del bullismo. A essere onesto con me stesso forse però sono io che non tengo più il passo con i giovani e se volevo essere un minimo in partita dovevo scegliere personaggi "utili che non vuole fare nessuno" come i guaritori. Ho mollato. Avvolto dal nichilismo, stressato in un periodo di vita troppo stressante, sognavo solo di aprire il cranio a qualche cyber-demone nel nuovo Doom, rigorosamente giocato in single player. A difficoltà seria ma non estrema . E ora che ho visto il nuovo gameplay "negatoci all'E3", sono ancora più "sul pezzo". W Doom Eternal, così sulla parola, che si dice ripercorrerà proprio la strada del Doom 2 classico e speriamo arrivi presto nel lettore della mia console. Che il Doom Guy vegli su di noi con il suo BFG. Certo, facendo un po' le corna. Facendo le pulci al nuovo lavorone di ID come viene mostratoci in questi due/tre gameplay esclusivi, c'è da dire che si respira aria di casa. L'effetto spaccamascelle della grafica che l'ultimo Doom aveva regalato due anni fa è purtroppo svanito, si sente forte il senso della "espansione extra-lusso", ma va bene così. Pure la novità più di rilevo (il rampino) sembra presa da altro, tipo Bulletstorm, ma va sempre benissimo così. Il ritmo c'è ed è forsennato, il Doom Guy / Doom Slayer è un personaggio ancora più tamarro del tamarramente immaginabile, i cyberdemoni si piegano ai colpi del nostro eroe in modi ancora più sadici e ci sono parecchie "facce nuove", l'ambientazione è sempre più infernale, nuove armi. Per godere al 100% mancano giusto i veicoli del vecchio Doom 2 a uso "investire i mostri". Una trama un po' più solida dell'ultimo capitolo non mi dispiacerebbe. Quindi se per molti versi non mi sorprende alla fine questa prima "prova su strada" di Doom Eternal, il mio hype per lui rimane a mille. Hanno pure implementato pare una "modalità invasione" sullo stile dei Dark Souls, in cui un giocatore potrà invadere il single player di un altro giocatore (e sarà una modalità che volendo si può escludere). Bella idea. Sembra che sarà rivisto anche il sistema di "fatality", in ottica ancora più sanguinolenta, che tanto i diavolacci e gli zombie stanno antipatici a tutti. Sembra che sarà grande il doppio con il doppio di nemici e doppio di tutto. Insomma  sarà un Doom, un Doom 2. Potrà forse anche Doom Eternal entrare nella schiera dei pochi giochi che riesco a finire di questi tempi?  Speriamo di trovare il tempo. 
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mercoledì 8 agosto 2018

Hereditary - le radici del male - la nostra recensione



È nato un nuovo grande autore del cinema horror? Dopo questa opera prima Ari Aster, regista e sceneggiatore, sembra avere già tutte le carte in regola per colpire l'immaginario degli appassionati più esigenti e sorprendere anche gli avventori occasionali del brivido. Una trama costruita sapientemente su più livelli interpretativi, una tecnica di ripresa, solida e rigorosa, in grado di trasmettere tensione quanto empatia per i personaggi, una direzione degli attori impeccabile e in grado di valorizzare al meglio le capacità di ognuno. 
Non ho contato le battute, ma sto sperticando fin dall'inizio lodi infinite per questo Hereditary (il titolo invero è "difficoltoso" e poco attraente, Aster su questo aspetto deve migliorare, ma su poco altro), senza spiccicare una sola parola sul contesto e intreccio. Voglio che questo film sia per voi una sorpresa assoluta e per questo vi invito a non guardare alcun trailer o anticipazione. È un Horror psicologico che esplora i limiti della "sanità mentale", al centro della vicenda c'è la anomala disgregazione progressiva di una famiglia sempre più afflitta da problemi di comunicazione, si parla del "supporto morale" che possono offrire (forse solo) gli estranei. C'è un grande rompicapo da risolvere, con indizi sparsi ovunque ma sempre in qualche modo nascosti, c'è la frustrazione, tipica degli horror migliori, di assistere a eventi terribili e inevitabili che lasciano personaggi e spettatori del tutto impotenti, arrabbiati e soli. Siamo quindi lontani dagli slasher, anche se l'elemento "cruento" è ben rappresentato, siamo lontani dal black humour di molte produzioni recenti, Hereditary non è un film "accogliente". Piuttosto idealmente viaggiammo, per sceneggiatura e interpretazione, tra le migliori opere Horror di Polanski, De Palma e Hooper, cadiamo con le scenografie in incubi geometrici / psicologici degni del migliore Argento. Ritroviamo quindi molto della metrica della tensione, nonché la raffinatezza della messa in scena, delle pellicole tra la fine dei '60 e gli inizi degli '80. 


Tra gli attori è davvero difficile scegliere il più bravo. Da una splendida, agguerrita ma devastata, Tony Colette alla piccola, taciturna ma dolcissima Milly Shapiro. Da Alex Wolff, che "corazza" (per quanto riesce) con l'indifferenza la dissoluzione emotiva del suo staio d'animo, a Gabriel Byrne, che nonostante tutto e nonostante tutti cerca con affetto di tenere uniti i cocci della famiglia. Il personaggio della Colette è una donna che per lavoro (è un'artista) realizza case e personaggi in miniatura, che spesso usa per dare corpo anche ai suoi sogni e ricordi, attraverso un gioco di specchi tra realtà e finzione che mette vertigine. Ha un passato triste dal quale cerca di difendere la sua famiglia, ha molti rimpianti con cui non riesce a convivere e attraverso le sue opere cerca di "oggettivizzare", dando un ordine, la sua vita. Il personaggio di Milly Shapiro  è una bambina afflitta da un handicap che la fa apparire anaffettiva, ma i suoi gesti rivelano in lei molta tenerezza. Come la madre "plasma" i suoi ricordi con disegni e pupazzetti da lei creati, che nella realizzazione possono apparire anche inquietanti. Da quando è morta la nonna, che ha voluto accudirla personalmente, ha paura che nessuno si occuperà più di lei. Alex Wolff interpreta un adolescente che vorrebbe che la tragica realtà familiare che sta vivendo fosse solo un sogno, si sente come nel corpo di un altro e vive esprimendo sentimenti che non gli appartengono, arrotolandosi emotivamente su se stesso nel più classico "dilemma del porcospino". Il personaggio di Byrne è un "monolite benigno", un uomo che vuole venire incontro alla sua famiglia per consolarla, ma che non riesce davvero ad ascoltare e comprendere i problemi, rimane quindi "bloccato", diventando di fatto il personaggio con cui lo spettatore può più sentirsi in sintonia, trovando lo stesso spaesamento davanti alle vicende della pellicola. Su tutti i personaggi aleggia il personaggio della nonna "assente ma presente in ogni momento", dolce quanto sinistro, misterioso. Con questi personaggi Hereditary colpisce duro lo spettatore e colpisce al cuore, facendo riflettere su cosa sia davvero la "vera ricchezza", l'eredità, di cui una famiglia può disporre. 
Se amate l'horror, l'opera prima di Aster è una pellicola che DOVETE vedere, magari scansando le comitive di ragazzini che non sono più abitate a questo tipo di cinema e, non sapendo emotivamente "come rispondere", inizieranno in sala a fare "ridolini  a caso" (dall'inizio alla fine nel mio caso) in attesa che il film gli regali un "reale momento di humour nero" che SPOILER DA DUE SOLDI non arriverà mai. L'horror non è sempre le montagne russe e questo è un film che ti macina sotto la pelle. Se amate i jump scare preparatevi ad averne in quantità ad ogni modo (e non saranno di quelli "forzati", fidatevi). Cercate quindi sale silenziose ma fatevi un piacere e guardate Hereditary. È una bella sorpresa. 
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lunedì 6 agosto 2018

Tanti auguri alla Arc System Works per i suoi trent'anni!!



 Nel 1988 nasceva nella prefettura di Yokohama la casa di sviluppo di videogame come Rolling Thunder, Guilty Gear, Blazblue e Dragon Ball Fighterz. Parlo ovviamente di Arc System Works, storico sviluppatore per etichette come Sammy, Sega e Banpresto, per me da sempre sinonimo di classe, stile e qualità massima nella produzione di videogiochi "a tema combattimento" (senza dimenticare però la loro comunque significativa produzione di giochi di ruolo, visual novel, nonché il loro mitico, "Contra apocrifo", Hard Corps: Uprising), ma che mi piace ricordare anche come  la casa che di recente ha supportato la distribuzione (e implementazione tecnica) di opere di sviluppatori più piccoli, ma non meno valenti come Ecole Softwere - French Bread (Under night in-Birth), Examu (Arcana Heart 3), Type Moon (Melty Blood), Lizardcube (il remake di Wonder Boy: Monster Island, che presto avrà un seguito) A+ (studio legato allo Studio d'Animazione Trigger, che pubblicherà tra poco il gioco di Kill la Kill). Mi fa strano oggi pensare che nonostante Arc System Works non fosse per me uno studio noto fino al primo Guilty Gear, di cui apprendevo l'esistenza nel '97, i suoi primi lavori, realizzati per terze parti (cabinati, giochi per console e porting da sala giochi), avevano accompagnato da sempre la mia infanzia, adolescenza e età adulta. Double Dragon giocato sul sega master System a casa di un amico, quel "bondesco" Rolling Thunder che furoreggiava insieme a Guerrilla Wars nel bar delle medie, il tostissimo Battletoads per le console 16 bit, parente "figo e impossibile" dei giochi delle Turtles. Con Arc System ho giocato  così tanto che i suoi programmatori mi sono entrati nel cuore. Voglio bene a questi ragazzi quanto ne voglio a Teasure, al Sonic Team, a Cyberconnect 2 e Platinum Games. Soprattutto li stimo da quel Guilty Gear che prendendo in mano l'eredità di Capcom e di Snk decideva, in un'era di picchiaduro in 3D, di preservare l'anima in pixel dei picchiaduro classici nell'unico e giusto percorso da prendere: trasformarli in cartoni animati in movimento. Street Fighter prendeva la strada di Tekken trasformando i suoi lottatori in pupazzi orribili a vedersi e legnosi da comandare, Arc System esplorava i confini del pixel pefect e del picchiaduro ultra-tecnico, volutamente tosto, volutamente eccentrico, volutamente ultra/nerd, spremendo le nuove palette grafiche dei nuovi processori verso una definizione e pulizia visiva da urlo, espandendo il concetto visivo (stupidamente abbandonato da Capcom) di Darkstalkers. È bello animare un lottatore di wrestling con ogni muscolo corretto al suo posto? Arc System animava un fantasma-piovra mutaforma, psicopatici con buste di carta in testa, lolite vampiro che lanciavano fiorellini, donne con capelli mutanti e senzienti, demoni che giocavano a biliardo. Il mondo dei picchiaduro andava verso il realismo (le poche nicchie di resistenza bella serie Marvel vs Capcom). Arc System andava a caccia di stupore videoludico. Stupore che era perfetto per incarnare nei videogiochi i cartoni animati (storico un Ken il guerriero per Ps2, da noi in Italia mai distribuito per la miopia dei distributori nostrani). Si poteva parlare di Anime-fighting games. Arc System infine abbracciava anche lei la strada del simil-3D, ma con i piedi di piombo e aspettando i tempi giusti e la tecnologia migliore, il cell shading. Prima timidamente nel 2007 con Battle Fantasia, poi con tutta la classe, il tecnicismo, la passione autentica, la potenza di calcolo e spregiudicatezza grafica possibile in Guilty Gear Xrd (2014) e "ieri" con Dragon Ball Fighterz. La base rimane il miglior Battle System possibile, la grafica diviene "da paura", laddove negli ultimi lavori in 2D rimane "sbalorditiva" (la saga di Blazblue su tutte). E proprio con Dragon Ball Fighterz, che è un gioco da paura, lodato da critica e pubblico e in continua espansione (nonché a mio parere il gioco di Dragon Ball più bello dell'epoca moderna), Arc System compie il miracolo dei miracoli e arriva in testa a tutti all'EVO 2018, la più grande manifestazione al mondo nel campo dei videogiochi di combattimento. Dragon Ball Fighterz supera nelle iscrizioni al megatorneo Street Fighters e Tekken e sta sul trono del mondo, guardato benevolmente a distanza dall'ultimo Blazblue, titolo di Arc System rimasto fieramente nerd e pixel (e che pixel!! Parliamone!), presente alla manifestazione con una manciatina di fieri partecipanti. Certo rispetto a Guilty Gear e Blazblue questo Dragon Ball Fighterz è più abbordabile, meno estremo e meno nerd, più vicino al giocatore occasionale che al giocatore ultra esperto. E di sicuro la fama è legata a uno dei fenomeni multimediali (perché Dragon Ball è un fenomeno a tutti gli effetti ormai) con maggiore seguito sulla terra. Ma il cuore di Arc System si sente, pulsa e fa in modo che il gioco non sia affatto banale e possa anzi ambire, nelle mani dei giocatori più capaci, a un elevato grado di tecnicismo. Se è abbordabile all'inizio a tutti i fan di Goku, dedicandoci il giusto tempo e impegno può arrivare ad appagare anche gli utenti più esperti, i veri amanti del gaming hard core. E chissà che qualche Gamer che diventerà ultra-esperto in Dragon Ball Fighterz non voglia un giorno passare a Guilty Gear e Blazblue, in un cerchio dell'amore eterno per gli anime fighting Game che si rinnova in eterno. 
Oggi Arc System festeggia. E come solo i giapponesi sanno festeggiare, lo fa con questa bella canzoncina.

E adesso, altri 30 anni di anime fighting da paura. 
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venerdì 3 agosto 2018

La bella e le bestie: la nostra recensione del film di Kaouther Ben Hania



 La timida Myriam (Mariam Al Ferjani) incontra il misterioso Youssef (Ghanem Zrelli) a una festa, sotto le luci psichedeliche e la musica disco di una calda estate turca. È subito intesa, anche perché la ragazza indossa un vestito sbriluccicante da principessa, prestatole all'ultimo istante da un'amica dopo che il suo abito monacale, da convitto ultra-conservatore, si è accidentalmente strappato. Sembra la favola di cenerentola ma succede qualcosa; qualcuno aggredisce la ragazza, anche lui attirato da quel vestito sbriluccicante. Sono stati dei poliziotti, ci sono andati pesanti, hanno abusato di lei come fosse un oggetto. La ragazza, in lacrime, insieme al suo principe si trova allora in coda, all'accettazione di un ospedale, in cerca della pillola del giorno dopo. Myriam vorrebbe tornare al convitto e dimenticare tutto, sperando che il padre non venga mai a saperlo per evitare la vergogna. Youssef insiste perché lei denunci i poliziotti, facendosi visitare da un medico legale, nell'abusare di lei i poliziotti non hanno nemmeno fatto uso di un preservativo. La ragazza sceglie di denunciarli e inizia per lei un peregrinare kafkiano e crudele tra tutte le istituzioni locali, nessuna delle quali intenzionata ad aiutare una ragazza che dice di essere stata abusata, ma che va in giro con un "indecente" vestito sbriluccicante.


La regista e sceneggiatrice Kaouther Ben Hania, traendo spunto da una storia realmente accaduta, colpisce, e colpisce duro, direttamente al cuore delle istituzioni turche. Lo fa con un film, di denuncia, che risulta potente quanto più la storia riesce a essere universale, lineare e spietata, a metà strada tra la favola e il racconto horror, seguendo nella sua rappresentazione percorsi emotivi cari anche al compianto Wes Craven, avvolgendosi in un paesaggio ostile fatto di strade notturne e uffici pubblici sinistri che amerebbe anche John Carpenter. Non stupirebbe nessuno, e il botteghino ringrazierebbe, se questa stessa vicenda venisse trapiantata in America e affidata alla Blumhouse, potrebbe essere facilmente, senza troppe modifiche, un epigono di un Horror campione di incassi come Get Out - Scappa. C'è la ragazza in pericolo, gli aguzzini che la inseguono durante una notte interminabile, c'è la gente comune che assiste muta, e forse complice, come nelle migliori pellicole di Pupi Avati. Invece è una storia vera, raccontata (e bene) attraverso gli occhi degli attori con il giusto senso di spaesamento, di incredulità e paura, di chi si trova a vivere una situazione che si potrebbe ritenere solo inimmaginabile per la misurata cattiveria e ineluttabilità. Una situazione senza scampo, mossa da un giudizio morale di facciata, quello che "una ragazza che si veste in modo appariscente è una poco di buono e i guai se li cerca", che si fa pesante in quanto spesso fa parte di una serie di pregiudizi che travalicano i confini turchi scenario di questa vicenda. Ma in questo film non c'è solo sgomento e paura, il personaggio di Mariam Al Ferjani è quello una ragazza che da timida e spaventata evolve, si rafforza nonostante tutti i colpi che subisce, diventa quasi eroina e giudice del sistema in cui vive spogliandolo, usandone a suo vantaggio le falle. La bella e le bestie è quindi un film cattivo, spietato, ma anche un film vitale, coraggioso, importante. Se da un lato non è certo il miglior biglietto da visita per delle vacanze estive in Turchia, la regista al contempo ci dimostra come la Turchia sia un paese che sta cercando di cambiare, che lotta per migliorare il ruolo della donna. Un paese pieno di persone forti come la protagonista della storia vera da cui è tratta la sceneggiatura, l'eroina di un "film horror" per la quale non possiamo che parteggiare dal primo all'ultimo minuto.
Cercate La bella e le bestie nei caldi cinema estivi se siete alla ricerca di una pellicola che sappia darvi qualche brivido senza tirare in ballo sette, diavoli o notti del giudizio. La realtà spesso fa davvero paura. 
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lunedì 30 luglio 2018

Mr. Long - la nostra recensione




Mr Long (l'attore Chang Chen) è il killer più elegante, letale e silenzioso di Taiwan, un autentico ballerino mortale armato di un coltello che muove con grazia implacabile, veloce, coreograficamente appagante. Il coltello però non è per lui solo un'arma, ma anche un chirurgico e preciso strumento per la cucina, la sua vera passione. Mr Long è il samurai dell'arte dei miracle blades dello chef Tony.  Dopo aver sbudellato da solo una decina di malavitosi dipingendo con i cadaveri in un lurido sotterraneo un dignitosissimo Pollock, Long si dedica al vero amore: la creazione e farcitura a mano dei ravioli al vapore, dall'impasto alla tavola, con tutta la virile sapienza di dosare i tempi di cottura, aggiustare i sapori con gli aromi, godendo dei risultati senza quasi mutare mai espressione (che è da poracci), ascetico e corrucciato. Long è un uomo che ha scelto lo zen di Carlo Cracco come unica filosofia di vita, parola d'ordine: "ricerca", nel lavoro ai fornelli come nel killeraggio.
A una certa, cucina così bene che sono andato su Tripadvisor a cercare un ristorante taiwanese pensando: "Metti che è genetico, saranno tutti cuochi da paura!!" spoiler: no. 
Mentre mi sale l'acquolina che sarebbe stata poi disillusa, dal film scopro che il nostro cuoco-killer ha un nuovo contratto, che lo spinge fino a Tokyo. Mi pregusto uno scontro tra coltelli con la yakuza locale e poi un duello su chi fa meglio il ramen. E ho ragione. Ma le cose vanno male per il nostro eroe, qualcuno ha forse tradito, la missione non può concludersi, non si trova la farina doppio zero giusta. In un attimo il killer è in un sacco lurido, a rotolare sotto la pioggia, tra il fango di un dirupo, dove finiscono tutti gli eliminati di Masterchef. Però è vivo, è scappato con poco onore e tanta fortuna all'esecuzione finale, è ferito. Da allora vaga nei bassifondi più poveri della città jappa, quelli abitati dagli immigrati, di cui due Taiwanesi come lui, per ricalcare la trama di Balla coi lupi. È qui che incontra il piccolo Jun (Bai Runyin), un orfano di origine taiwanese che senza dire una parola gli porta dei vestiti puliti, delle verdure e infine la mamma gnocca. Mica male il piccolo Jun. E mentre l'uomo si nasconde nei resti diroccati di una casa, ha tempo pure di disintossicare la mamma di Jun per renderla una donna onorata e di instradare il piccolo al lavoro minorile come suo assistente cuoco. Tra il bimbo e il cuoco-killer nasce un legame speciale e la capacità di Long di creare delle pietanze gustose con gli elementi più poveri, attira presto l'attenzione della piccola comunità dei sobborghi (tutti jappi tranne due), che decide di testa sua di farne un venditore ambulante di ramen. Tra un impasto gestito come un sacco da kung fu e una ristrutturazione di casa diroccata (che Long dirige con il suo puro carisma mentre gli altri lavorano), tra lunghi silenzi zen e sguardi languidi rivolti corrucciati al domani avverso (o forse tutto questo è dovuto al fatto che non ha ancora capito una sola parola dell'idioma jappo e i due coreani che ha intorno non aiutano), Long sta forse cambiando per sempre la sua vita, senza che se ne renda davvero conto. E magari sogna di farlo al fianco di Lily (Yao Yiti), la madre di Jun. E magari confida in Jun, che come spinge il suo pesante carrello di venditore di ramen ambulante ha una passione che i bamboccioni si sognano. Ma il volto di Long non tradisce alcuna emozione, l'occhio è sempre vigile e i riflessi pronti a esplodere. Il taiwanese è guardingo, chiuso in se stesso, pronto a prendere una nave che lo riporterà forse alla sua vecchia vita. Quale strada sceglierà? 


Sabu (da non confondere con Nobu, oltre che regista eccelso e attore di culto, per chi ama gli anime tradotti in live-action è stato anche in World Apartment Horror e in Ichi the Killer), confeziona con maestria un'opera molto potente, piena di eleganza,di cuore e di cibo da paura. Ma la cosa davvero bella è che Chang Chen e il piccolo Bai ricordano per bravura e naturalezza, in modo sorprendente, "Beat"  Takeshi  (il soprannome  "da attore" di Takeshi Kitano) e Yusuke Sekiguchi in L'estate di Kikujiro. Un rapporto fatto di silenzi, rispetto, gesti ripetuti per mimesi, che scaldano il cuore, che definisce più di mille parole un legame padre - figlio "scoperto per caso", che anima di luce anche le scenografie più truci e decadenti della pellicola. E Chen è simile a Kitano anche per come interpreta il suo classico "gangster", con il fare sornione e lunare, con l'andatura un po' strana, con i movimenti fulminei spesso abbinati ad azioni esagerate e splatter, con il mood di Buster Keaton. Un samurai moderno retto da un codice comportamentale ferreo (anche i combattimenti presenti nel film sono di fatto degli scontri tra samurai, quasi anacronistici, ma per questo epici). Mr.Long non è però una copia di Otomo, Aniki, Uehara o degli altri killer di Kitano (che sul lato "food" peraltro preferiscono pescare più che cucinare... salvo quella scena di Outrage Beyond dove lo yakuza Otomo di Kitano si diletta di Ramen... condendo i tagliolini in brodo  di dita mozzate...) perché sul volto imperscrutabile di Chen sembra in atto una continua esplosione di emozioni trattenute, diverse per intensità dal "tic emozionale" che sembra ogni tanto "animare Kitano".  Una "vitalità nervosa" che qualche sentimento lo tradisce. Se i killer di Kitano (l'ultimo, Otomo, protagonista della recente serie Outrage) sono maschere disincantate di uomini distrutti dalla vita in attesa di una grande morte in combattimento, il killer di Chen è ancora acerbo e forse può sognare un futuro diverso. Chen gestisce bene, dosando al meglio, i sentimenti del suo killer, confermando una bravura già vista nei suoi film di Wong Kar Wai. Nel killer di Chen c'è quindi molto Kitano ma anche molto di Sabu stesso, vedi per esempio la sua prova d'attore in Usagi Drop... ma forse mi sto dilungando. 


Anche  se la piccola epopea di Mr. Long si annida in luoghi disperati, la sua storia è piena di cuore e il cast dei comprimari aiuta bene dell'amalgamare "le portate" del film di Sabu. Tutte gustose e speziate come si conviene. Come in tutti gli yakuza movie di ispirazione "kitanesca" c'è azione fulminane e spietata (quasi splatter alla Tak Sakaguchi ogni tanto), c'è tragedia, c'è melodramma, ma c'è spazio anche e soprattutto per la dimensione umana, che comprende anche l'umorismo, la gentilezza e introspezione. E poi c'è il cibo, visto come lusso ma anche come forza vitale. Cibo esplorato a 360 gradi. Le zuppe di verdura più povere, raccolte direttamente dalla terra in strappo, rubate, che con i loro vapori e bolle d'acqua in ebollizione riscaldano i luoghi più freddi e derelitti della città bassa. Il ramen, cibo di tutti i giorni, la cui lavorazione e vendita è quasi una lotta fatta di muscoli tesi e fatica (e dire che Jackie Chan in Mister nice guy faceva dei ramen leggeri, eleganti, coreografici... Chen qui invece ci fa la lotta, da quando tira l'impasto a quando trascina il carrello da ambulante sulle salite della piccola città). I ravioli di carne, cibo più raffinato, trattati nella lavorazione con eleganza chirurgica e con una ritualità quasi religiosa, preservando la carne senza manipolarla, avvolgendola nell'impasto con l'attenzione di un trapianto di cuore. Il film di Sabu è profondamente un film sulla cultura del cibo e sulla sua funzione sociale. Mr. Long è un film che funziona in tutti i suoi livelli, che sa conquistare per la coolness del protagonista, che sorprende per le scene d'azione fulminee e spietate, che sa far ridere quanto piangere, che fa riflettere. Un menù completo e succulento che va forse a perdersi nella programmazione estiva e che quindi va scovato sui cartelloni. Se amate il cinema orientale è da non perdere. È una bella scoperta e la scoperta è ancora più ghiotta se prima non conoscevate Sabu (cercate Happiness, magari) un regista da tenere seriamente d'occhio. E chissà se anche Chang Chen riuscirà nei nostri lidi a mietere qualche cuore (se vi innamorate, potete vedere nel nostro idioma con Chang Chen, non sempre protagonista, anche Happy Together, Eros, Soffio, 2046, The grand Master, Red Cliff, The assassin, La tigre e il dragone... la scelta è ricca). Buon appetito. 
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