venerdì 18 gennaio 2019

L'agenzia dei bugiardi: la nostra recensione e l'intervista esclusiva a Volfango De Biasi!



L'amore è forse un bel gioco, almeno fino a che non diventa una cosa seria, almeno fino a che non passa un mese. Dopo di che iniziano le complicazioni, le paranoie, i momenti di disinteresse, magari le corna. E nel mezzo le bugie, un mare di bugie che rompono la coppia pezzo dopo pezzo. Meglio stare insieme un mese e poi troncare, prima che sia troppo tardi. Questa è la filosofia di vita scelta da Fred (Morelli) e Clio (Mastronardi), entrambi con passate brutte esperienze a causa di qualche "bugia di troppo" ai loro danni, entrambi con un forte "fastidio" nei confronti di chi dice le bugie a qualsiasi titolo. Clio è diventata una donna di legge e si è specializzata nello smascherare gli inganni. Fred ha fatto una scelta diversa, ha fondato una agenzia, la "SOS Alibi". La SOS Alibi come mission "copre le bugie". Soprattutto i tradimenti, che costituiscono di fatto il "core business". Non lo fa per aiutare il mentitore/fedifrago, quanto per mantenere uno status quo, impedire che le famiglie si dividano con danno soprattutto ai bambini. Famiglie come quella di Fred, il cui padre dopo aver lasciato la moglie è sparito lasciandoli soli. Fred dispone di un team composto da attori, spie, psicologi, esperti di informatica. I suoi clienti, che in genere intendono organizzare una scappatella o si trovano con la moglie alla porta e l'amante ancora sotto le coperte, possono fare affidamento su una serie di procedure efficaci per la routine, per l'emergenza, per la falsificazione di documenti, per travestimenti, fughe, per depistaggi. Tutto, tutto fatturabile con discrezione, ma per il bene delle famiglie. Fred è contento del suo lavoro e insieme all'esperto di informatica Diego (uno stralunato nerd interpretato da Herbert Ballerina) e al nuovo apprendista Paolo (un esperto di psicologia interpretato da Paolo Ruffini) sta per incontrare un nuovo cliente, Alberto (Massimo Ghini). Alberto è un professionista felicemente sposato con un giudice, Irene (Carla Signoris), fino a quando non perde la testa per una irresistibile svampita aspirate cantante di nome Cinzia (Diana Del Bufalo). Alberto è un fedifrago impacciato e pasticcione che necessita davvero dei servizi della SOS Alibi, ma c'è un problema. Sua figlia, all'insaputa di Fred, è Clio. Clio di cui Fred è davvero innamorato, al punto da mettere da parte insieme a lei la strategie di stare insieme solo un mese e poi basta. Clio, sempre a caccia di bugie per ossessione, a cui Fred, per timore del giudizio, ha detto di fare l'architetto. Resisterà il loro rapporto alla pioggia di bugie che Fred dovrà scatenare per salvare la faccia al suo nuovo cliente Alberto? 


Volfango De Biasi scrive (insieme a Fabio Bonifacci, che l'anno scorso ha scritto Metti la nonna in freezer) e dirige uno scoppiettante adattamento italiano della commedia francese Alibi.com di Philippe Laucheau. L'ispirazione è francese, il corpus si innesta bene nell'animo italico della commedia degli equivoci (Massimo Ghini fa sua la maschera del cinico imbranato fedifrago resa celebre da De Sica), quando quasi dalle parti della commedia sexy (La Del Bufalo, è una svampita amabile come la Fenech di Cornetti alla crema... peccato non essere più negli anni '70... ma anche la Mastronardi ha delle inaspettate uscite sexy). C'è alla base della SOS Alibi una costrizione narrativa interessante, quasi da spy movie, molto da film action, per nulla banale e che ci ricorda che anche noi italiani sappiamo fare commedie "un po' action" (come negli anni '80 I Pompieri, come oggi Smetto quando voglio). Telecamere, computer, travestimenti, colpi di scena, inseguimenti, perfino elicotteri, il pacchetto completo, ma la ricetta ha altre sfumature interessanti. C'è un tocco di commedia "cattiva ma per finta" sullo stile dei Farrelly, con vittime i classici nerd e animali, (Ballerina e Ruffini sembrano entrambi uscire da un film dei Farrelly, e sono irresistibili), ci sono ottimi momenti e "scenografie" da commedia sociale inglese (tra Boyle e  Ritchie) con mattatore principale RaiZ degli Almanegretta, c'è pure un attimo di surrealissimo, quasi alieno, grazie ai geniali personaggi di Paolo Calabresi e Carla Signoris (un personaggio quasi da Wes Anderson). 
C'è quindi molta contaminazione, molte idee e soprattutto si riesce a ridere, a volte in modo liberatorio e tutto matto, come quando dal nulla, come un meteorite, appare sullo schermo l'autodefinitosi "Willy Smith del Senegal". Come quando, in pieno deliro allucinogeno, uno dei nostri eroi finisce in una festa a tema supereroi molto più inquietante di quello che sembra. Come quando succede che qualcuno si addormenta e si addormenta in continuazione, ma lotta per non essere discriminato dalla società come narcolettico. Ma la struttura regge, l'impianto narrativo diventa sempre più anarchico ma non si sfilaccia e tutto rimane composto. Anche  se forse il finale è meno esplosivo di quanto ci si potesse immaginare, l'oretta e mezza passa e in modo gradevole. Tra tutti gli interpreti la palma del migliore a questo giro la voglio dare a Paolo Ruffini, che lavorando molto di sottrazione e disinnescando il suo modo di parlare veloce e sopra le righe (ho in mente la performance in I Babysitter) crea una maschera comica davvero riuscita. 
L'agenzia dei bugiardi ha ritmo, buoni interpreti, qualche interessante idea di regia ma soprattutto riesce a far ridere, con spensieratezza ma senza far dimenticare un sottotesto interessante sul "valore morale" della verità. Non è esente da qualche piccola sbavatura, soprattutto nel finale, ma si lascia vedere con gusto. Non punta a stravolgere il genere, ma per ordine formale e scrittura frizzante è decisamente una pellicola godibile. 
Talk0


L'agenzia dei bugiardi : la nostra intervista  al regista, Volfango De Biasi

TalK0: Buon giorno e grazie della disponibilità! Non le ruberò troppo tempo, glielo prometto!
De Biasi: Perfetto, sono qua!

T: Ho visto il film, l'ho trovato molto interessante. È un remake di Alibi.com di Philippe Lacheau. Lacheau peraltro regista anche di Babysitting, che ha ricevuto di recente un remake italiano, I Babysitter, con la partecipazione di Mandelli, Ruffini e Abatantuono. La commedia francese si presta bene a essere "importata e tradotta" da noi? Penso anche al successo di Benvenuti al Sud. È nelle nostre corde prendere un po' dai francesi?
DB: Mah, io credo che per certi versi "tutti abbiano preso da tutti". I Farrelly Brothers con Tutti pazzi per Mary inevitabilmente ha preso da una visione del cinema scollacciato degli anni '70 che facevamo anche noi. Tutti hanno poi preso dai maestri comici americani degli anni '10, '20, '30, '40. Alla fine c'è come una sorta di partita di giro. I film di Lacheau, devo dire la verità, sono film che pagano sicuramente un tributo molto alto alla commedia americana. Mi viene in mente Ridere per Ridere di Landis. Il fatto che io abbia scelto di riscrivere, probabilmente normalizzandolo o ristrutturandolo, Alibi.Com, è perché ci ho riconosciuto dentro una commedia italiana folle e anarchica anni '70 con elementi di una commedia americana esplosiva degli anni '80. Quindi credo che non si tratti solo di quello che i francesi "ci stanno dando", ossia una sorta di partita iva creativa.

T: Certo. Per altro, sempre restando sulla commedia francese, le è capitato di vedere di recente 7 uomini a mollo di Gilles Lellouche ? 
DB: Purtroppo gli impegni di confezionare un film, l'orgia dei panettoni... mi hanno tenuto lontano dalla visione di 7 uomini a mollo (ride)

T: Posso raccontarle un po' la trama?
DB: Non vedo l'ora! (ride)

T: Parla di alcune persone che hanno un serie di problemi sociali, economici, familiari e lavorativi, che attraverso lo sport, uno sport un po' di nicchia, attraverso l'aiuto di persone che li seguono e motivano, riescono a diventare la nazionale francese a un evento internazionale di categoria. Lo sport riesce a unire le persone e le fa migliorare. A vedere questo film mi è venuto in mente qualcosa che ha fatto lei. Un documentario.
DB: Crazy for Football

T: Esatto! Vuole parlarmene un attimo? 
DB: Mah, cosa vuoi che ti dica?! (ride)  Certo ne parlo con piacere! (ride ancora) Ok, te ne parlo!! Beh, Crazy for football è una storia che seguo da 13 anni. È il secondo film che ho fatto, c'è stato un romanzo. Di fatto io collaboro alla gestione, all'esistenza e alla nascita di questa nazionale composta da pazienti con problemi di disturbi mentali. È una battaglia di civiltà che sicuramente e culturalmente all'interno della battaglia di Basaglia e della legge 180. L'idea che il paziente psichiatrico non sia un "paziente professionista" che è in carica alla psichiatria ma che sia un uomo, con tutti i suoi diritti civili. Un "paziente dilettante". Un uomo come gli altri che possa, nei momenti il cui "rientra dal fuorigioco" della malattia, vivere una vita meravigliosa. Per fare questo bisogna creare cultura e in questo sicuramente il calcio è uno dei linguaggi di connessione più forti. La palla "va da me a te" ed è una forma di comunicazione forte, soprattutto nella nostra società, in cui si continua a pensare che il matto sia uno con il cappello di Napoleone o con lo scolapasta in testa e punto. Oppure dove si arriva a pensare che il criminale sia un matto, cosa che non è. E quindi si racconta. Quando i nostri giocatori mettono la maglia della nazionale, in quel momento la malattia mentale è appiattita per lasciare posto al "mito" di Totti, Buffon, Del Piero...

T: Un messaggio molto bello, che quest'anno viene declinato in commedia anche dai francesi, ma che mi pare fosse nelle sue corde ancora prima di Crazy for Foofball, con un altro documentario precedente..
DB: Sì, Matti per il calcio è la mia prima opera che ottiene visibilità dopo i cortometraggi. 

T: Dopo il successo di Crazy for Football del 2016, che vince il David di Donatello e menzione speciale ai Nastri d'Argento, quest'anno è tornato invece alla commedia. Un genere che l'ha vista come sceneggiatore, con Colpi di fulmine e Colpi di fortuna di Neri Parenti, poi, come regista e sceneggiatore per Un natale stupefacente del 2014, Natale col boss del 2015 e Natale a Londra - Dio salvi la regina nel 2016. 
DB: Esatto. 

T: Com'è stato tornare a un genere così popolare, seguito e importante in Italia? Mi sembra che siamo in un momento di ridefinizione della commedia italiana.
DB: Ogni film è difficilissimo. Nessun film è scontato e ogni operazione va osservata a tutto tondo! Questo era un film che doveva essere solido e far ridere, ridere, ridere. Con un cast fresco, nuovo, perché sono stati un gruppo inedito da mettere insieme. E speriamo di aver vinto questa scommessa! Tornare alle commedia è sempre bello, far ridere è sempre bello. 

T: Parto subito con quello che mi ha colpito di più, in positivo. Mi ha sorpreso tantissimo, e fatto sbellicare,  il duo comico che viene a formarsi tra Herbert Ballerina e Paolo Ruffini! 
DB: Sì, è fortissimo!

T: Con questo film arriva per me una nuova definizione di Ruffini come attore comico. Con uno stile di recitazione in sottrazione, quasi minimale, rende benissimo. È la prima volta che lo vedo in un ruolo così., 
DB: Allora non ti sei visto con attenzione (mi bacchetta simpaticamente ridendo) Natale a Londra e Natale col Boss!

T: È vero, lo ammetto!
DB: Perché Ruffini è il terzo film che fa con me e io lo utilizzo come "clown bianco". Quindi sempre in sottrazione con Paolo e infatti (ride)... sì, devo dire che è la sua chiave migliore.

T: Assolutamente! Condivido!
DB: è un ottimo attore. In sottrazione Paolo, che è già un bravissimo comico, diventa anche un ottimo attore. 

T: Mi è piaciuto molto come hanno sviluppato i loro personaggi anche Giampaolo Morelli e Alessandra Mastronardi. Loro sono di fatto il cuore del film, il loro modo di agire e relazionarsi con la società e con gli altri, seppur antitetico, nasce come una loro risposta ai troppi "bugiardi che ci sono in giro". È come una questione personale prima che sociale, il fatto che abitiamo in un paese pieno di bugiardi, dove i tradimenti (di varia natura) sono all'ordine del giorno..
DB: ... e infatti si innamorano perché psicanaliticamente parlando vogliono la stella cosa (ride). Sono come i contrari che si attraggono. Anche il personaggio della Mastronardi in fondo un po' mente, odia i tradimenti ma  non spiega mai "del tutto" il suo punto di vista, nasconde qualcosa pure lei. Anche lui in fondo non ama i tradimenti, lui è il "re dei bugiardi" ma per una giusta causa. Quindi le loro due fragilità coroneranno in una meravigliosa storia d'amore! Questa è la mia chiave di lettura e di scrittura. 

T: Nel cast anche Diana Del Bufalo. Interpreta l'amante del personaggio di Ghini ed è una figura amabilmente svampita, che esce da ogni schema, vive in un mondo tutto suo e appare tanto buffa quando sensuale. Ghini che ormai ha fatto sua la storia maschera del bugiardo fedifrago resa grande da De Sica...
DB: Ghini assurge a una cifra comica da re della commedia, Diana fa ugualmente bene quel personaggio che ha reso famose e fatto vincere premi a tante attrici, cioè la "scema sapiente". Il personaggio di Diana, Cinzia o "Double Cinzia" è davvero un'oca giuliva, una meravigliosa idiota. Che non è un personaggio facile. È stata molto brava.

T: andando a random senza rivelare troppo della trama, mi è piaciuto molto anche il rapper Raiz degli Almamegretta, il suo personaggio, il capo di una comunità nomade, sembra uscito da Snatch di Guy Ritchie! È citazione voluta? 
DB: Certo! Un po' sì (ride). Però voluta no! Il personaggio di Raiz e il mondo che gli gravita attorno può apparire pericoloso ma è pieno di valori positivi, di accoglienza e gentilezze. Poi diventa a un certo punto il "cattivo", ma ha le sue ragioni per quello che gli combinano (ride). 

T: Paolo Calabresi. Il suo è un personaggio composto, apparentemente tranquillo, troppo gentile ma a volte pure terrificante. E lui fa tutto con la sua solita aria imperscrutabile. Molto curioso e a tratti surreale  il suo duettare con Carla Signoris.
DB: Paolo Calabresi in questo film è incredibile. È un personaggio che sembra come Bela Lugosi (ride) va al di là... è oltre ogni limite. La Signoris è una grande attrice e insieme duettano con una raffinatezza... Di cosa è fatto un film comico? Ecco, è fatto di questi attori, che creano tra loro come dei balletti.

T: Prossimi programmi? C'è già in mente qualcosa? Per scaramanzia sì ma non si dice?
DB: Sì... non posso dirlo ancora, ma sopratutto vediamo come va questo! I programmi cambiano anche in base all'apprezzamento del pubblico, che ti indirizza. 

T: ci sarà in futuro anche "un seguito" di Crazy for Football
DB: Crazy for Football continua, anche perché la nostra nazionale si sta organizzando per il 2020. Stiamo lavorando anche ad un adattamento fiction... vedremo! È una storia politica e quindi non si ferma qui, anche se non sappiamo ancora bene come andrà. 

T: L'agenzia dei bugiardi è nelle sale! Ringrazio il regista Volfango De Biasi per il suo tempo e a risentirci presto! 
DB: Grazie!

mercoledì 16 gennaio 2019

Glass, il nuovo film e primo "crossover"di M. Night Shyamalan: la nostra recensione




C'era una volta (nel film Unbreakable) David Dunn (Bruce Willis), un uomo che dopo un incidente ferroviario catastrofico è uscito del tutto incolume e con di più la consapevolezza di avere dei super poteri, precognizione (toccando una persona "sente e vede cose" che la definiscono come buona o cattiva, come accadeva a Christopher Walken ne La zona morta) e super forza. Convinto di essere autenticamente "super", divide pericolosamente questa ossessione con il figlio Joseph (Spencer Treat Clark), trasformandosi nel vigilante conosciuto come il "guardiano verde".
C'era una volta (nel film Split) Kevin Crumb (James McAvoy), un uomo che lavorava in uno zoo con un forte disturbo dissociativo della personalità, personalità multiple tra le quali si aggirava un assassino o forse addirittura un demone dalla forza sovrannaturale che amava farsi chiamare "la bestia". L'amore di una bella (Ana Taylor-Joy), placò in parte la bestia, ma questa scappò e divenne lo spauracchio criminale / leggenda urbana conosciuto come "l'orda".
C'era una volta un uomo incredibilmente intelligente che fin da piccolo era stato afflitto da una patologia grave che rendeva il suo corpo fragile come il vetro, Elijah Price (Samuel L. Jackson). Per cercare di confortarlo, per fargli credere di avere uno scopo nel mondo, sua madre (Charalyne Woodard) gli regalava fin dall'infanzia tonnellate di  fumetti di supereroi. Diventato adulto e un super appassionato di comics, di quelli integralisti, un "true believer" come direbbe lo scomparso Stan Lee. Elijah si interessò sempre più di fumetti mischiando arte, storia e mitologia, coltivando la convinzione che i supereroi dei fumetti fossero in realtà lo specchio di storie reali di divinità vissute realmente sulla terra e "nascoste alla massa". Elijah arrivò da vero credente alla convinzione che il mondo "dovesse essere in equilibro" e dedicò tutta la vita alla ricerca di qualcuno che fosse a lui biologicamente  opposto, per un puro calcolo statistico. Se lui era imprigionato in un involucro fragile e crudele, doveva esserci da qualche parte anche un uomo con corpo invincibile, un uomo destinato a vivere per fare del bene agli altri come un supereroe. L'ossessione di questa ricerca fece diventare Elijah  un pericoloso terrorista, il burattinaio occulto di una delle più grandi stragi locali, ma la sua fede venne ripagata quando scoprì David Dunn. Quando era piccolo, i bambini lo chiamavano "mister Glass", un soprannome da cattivo dei fumetti, conosciuto Dunn Elijah trova il suo posto nel mondo e si convince di essere un supercriminale, per tutti i crimini che ha compiuto per seguire la sua "fede". Un villain geniale e malinconico come Lex Luthor.


Oggi David Dunn, Kevin Crumb ed Elijah Price a seguito di alcune vicissitudini sono tutti internati in un manicomio criminale, nelle mani della dottoressa Ellie Stample (Sarah Paulson), esperta nel trattare persone con manie di grandezza e complesso da supereroi. Un medico che vorrà convincersi con tutte le forze e le scienze disponibili che i supereroi e i supercriminali, i demoni e le altre cose strane in fondo per il mondo comune "non esistono". Puro folklore se non peggio, fumetti di bassa lega, creduloneria per masse deboli. La Stample non sembra certo una "True believer" come Elaijah e farà di tutto per trasformare quel posto nel dannato Nido del Cuculo. Ma se i fumetti raccontassero storie vere? 
Sono passati vent'anni da quando M. Night Shyamalan dopo il grande botto di successo de Il sesto senso coinvolgeva per un nuovo progetto Bruce Willis. In un periodo in cui se ne parlava ancora a bassa voce, il regista di origine indiana iniziava a maneggiare il genere - tormentone degli anni futuri, il cine-comics, presentandone una versione già autorale, intimista, spesso religiosa più che mistica e decisamente anti-spettacolare. Conferma alle musiche il grande James Newton Howard, che gioca con un tema dell'eroe che sottotraccia rispolvera le trombe di Superman di Mancini, scambia le  inquietanti porte e palloncini rossi fotografati da Tak Fujimoto, e passa ai colori freddi ma "gentili", quasi pastello, di Eduardo Serra, dove il bene e il male si ammantano di verde e viola sotto un perenne cielo piovoso. Verde scuro/blu è Bruce Willis, che sembra un po' Superman è un po' Captain America, Viola è Samuel L.Jackson un po' Joker e molto Prince. Un film sussurrato, sull'importanza di credere in qualcosa, sul fatto che la cosmogonia americana non arrivi a Omero ma si fermi e cerchi grandezza e riconoscimento fra i fumetti di supereroi. A sorpresa, ma neanche troppo, un film sulla religione e sul fanatismo, su quanto uomini comuni (ma anche dei bambini americani medi, e questo è il "trigger" della pellicola), soprattutto se disperati, possono spostare oltre l'asticella per avere "una risposta" che dia un senso alla loro vita. Molto dramma, poche delle super-botte che i film cinecomici ci regaleranno in futuro, ma bellissime interpretazioni e la bella metafora che un supereroe può ben nascondersi tra le persone comuni. Forse non eravamo pronti, il film incassa ma non fa i numeri, anche se si riprenderà con l'home video diventando un piccolo classico, M. Night Shyamalan dopo fantasmi e supereroi passa agli alieni e sarà tutta una nuova storia. 


Passa un po' di acqua sotto i ponti, successi e anche no, M. Night Shyamalan è in Blumhouse, con un micro budget, dove è umilmente ripartita la sua carriera con The Visit e si inventa Split, una storia di personalità multiple e sovrannaturali con al centro un James McAvoy avvolto in colori gialli accesi dalla fotografia di Mike Gioulakis, raccontatoci musicalmente da un sincopato West Dylan Thordson. McAvoy mette in scena uno strabiliante One-man-show in cui è un uomo con 23 personalità di tutti i tipi, età, razza, sesso + 1 "rara", forse di matrice diabolica forse di matrice supereroistica alla Hulk. Sul finale M. Night Shyamalan pensa "E perché no? Oramai lo fanno tutti..." ed ecco che compare il personaggio di Willis di Unbreakable e già si pensa ad un capitolo tre. Ma a M. Night Shyamalan (il cui nome sto copia-incollando grazie ad un comodo tasto, guardate! M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan... tutte le volte che voglio e senza mai sbagliarlo!!) è davvero uno che ci crede ai fumetti al cinema? Gli interessa davvero questo filone al di là delle implicazioni religiose, della "origin story" e della follia dietro a mettersi una mantella per pestare i teppisti di notte? M. Night Shyamalan vuole farlo Avengers? Ma anche no, che i blockbuster dopo After Earth non gli vengono benissimo e questo Glass è un low budget come lo era Split. Low budget di stra-lusso, con grandi attori coinvolti e storia ben studiata, ma convintamente "minimal" rispetto quello che i fan dei cinecomics degli ultimi vent'anni si aspetterebbero. Anzi! Un film che ancora di più mette in dubbio l'esistenza dei superpoteri e la loro relativa rappresentazione visiva. Chi si aspetta botte da orbi qui "non gode", M. Night Shyamalan fa di tutto per creare tensione e spesso ci riesce ma non la butta mai davvero in liberatoria caciara, pensando invece al Nido del Cuculo, come sopra già citato, e facendo sì che il personaggio più terribile di tutti sia la Paulson, sempre bellissima e tagliente, che non a caso è perfetta nel ruolo di la dottoressa aguzzina. E se Willis è verde, McAvoy giallo e Jackson viola, l'aguzzina della Paulson è circondata e vestita (dalla fotografia sempre del bravo Mike Gioulakis ) di un terribile rosa pastello da educanda perfida e autoritaria, come la Dolores Jane Umbridge interpretata per Harry Potter da Imelda Staunton, tutta rosa e dannati gattini. Il colore "dell'amore fasullo" di chi ha a che fare "dall'alto" con i deboli e i pazzi.  


E che i pazzi impazzino, quindi. McAvoy fa di tutto per avere il premio di matto e sfoggia tutto il repertorio dell'orda, tra l'ancheggiamento e le pose sexy di Patricia, l'ingenuità del bimbo, la paranoia di Dennis, l'hulkesca Bestia che corre sui muri e parla coi rutti, il professore orientale, il bullo... una grande prova da matto. Willis, che dopo il remake de Il giustiziere della notte (che ci è piaciuto, vedi la recensione più indietro) è tornato un po' in pista dopo un periodo in ombra, qui si conferma solido e generoso, molto bravo a duettare con il "figlio" interpretato da Clark, sempre umano, sempre eroicamente dolente. Samuel L.Jackson si vede solo dopo una mezz'ora, ha il personaggio pieno di tranquillanti e mezza lobotomia, sta per lo più con la bava a fissare in camera. Ma si mangia letteralmente tutto il film. Con meno possibilità interpretative di una pianta, per la precisione, si mangia tutto il film. Imponente pur perennemente sulla sedia a rotelle, diviene tragico, titanico e alla fine pure "giusto". Si tifa per lui e lui non sa deludere, ancorato come è ad un personaggio che già vent'anni fa dichiarava di avere molto amato, Jackson dà il meglio e impone tutto il ritmo della pellicola. Tutti bravi, il film gira e anche se lunghissimo, più di due ore, non annoia. E poi arriva lo "Shyamalan twist", il colpo di scena marchio di fabbrica del regista indiano fin dai tempi dell'esordio. Chi lo rivela muore, come da tradizione, ma posso anticipare che è una bella rasoiata, qualcosa di forte, "utile" e che fa anche ben incazzare, ma che dà "potenza" (spero di non rivelare troppo con queste virgolette...) al messaggio finale a un film che negli ultimi minuti, forse per l'idiosincrasia di essere avvicinato per dinamiche agli altri cinecomics, vive di qualche alto e basso. A voi scoprirlo, a voi indagarne la "portata" effettiva. 


Tiriamo le somme. M. Night Shyamalan intreccia con stile e amore tanto Unbreakable quanto Split, recupera tutto il recuperabile in termini di contesto e personaggi, arricchisce e approfondisce, trova una chiosa unica e confeziona con stile. Il mood è quello di chiudere il cerchio e permettere la visione dei tre film in serie, come una piccolina mini-serie TV di lusso, per lo più facendoci trastullare con temi già espressi nel primo Unbreakable. In questo scegliendo/riconfermando tatticamente un "volare basso" che forse per chi legge "un nuovo film di supereroi al cinema" non porta tutte quelle esplosioni e stunt-man che ci aspetteremmo da un Deadpool (giusto per citare un altro film sui supereroi non esattamente con budget stellare ma con azione dieci volte più presente che qui in Glass). Bello il fatto che vengano recuperati molti momenti delle prime due pellicole per far vedere come gli interpreti e i loro personaggi siano cresciuti negli anni, anche se mi fa sentire dannatamente vecchio. 
L'ultimo M. Night Shyamalan mi è piaciuto, forse l'ho trovato un po' freddo e poco accogliente in certi passaggi (ma è giusto che il cinema "smuova" anche sentimenti come l'inquietudine), mi ha fatto un po' arrovellare (il tema "religioso" trova terreni semplificati ma per nulla banali) ed incazzare (anche un po' McAvoy, ma lo dico con simpatia). Ho amato i personaggi, ho amato le fumetterie dai colori fluo stile discoteca che non ho mai visto a Milano e nel resto del mondo. Ho amato rivedere la stazione di Filadelfia con al centro la grande statua dell'angelo della resurrezione, me ne ero scordato. Ho amato rivedere il Samuel Jackson bambino che va al parco giochi con i giganteschi pelouche per "foderare" la giostra e pararsi dagli urti, scena che mi fa ancora male al solo pensiero. Bella la clinica - prigione con le stanze piene di aggeggi tecnologici per "usare la kriptonite" contro i supereroi. Glass ha saputo bene giostrarsi nei territori più sinistri tipici del regista, tanto nella parte melodrammatica altrettanto tipica del regista. È un buon testamento di quanto di innovativo M. Night Shyamalan ha apportato al genere cinematografico dei tizi in calzamaglia. Gente colorata e palestrata forse non troppo dissimile, nei costumi e modi, dai freak e acrobati che un tempo vivevano nel circo, in un mondo in cui magari esordiva Superman, agli albori di Action Comics, come un Mosè spaziale. E nemmeno volava. Roba da veri credenti. 
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giovedì 10 gennaio 2019

Il bacio di Aiuti



Che cos'è un eroe? È un individuo dotato di un grande talento e straordinario coraggio, che sceglie il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare gli altri, ma soprattutto agisce, quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. 
Fernando Aiuti, con alle spalle anni di impegno nella ricerca medica, con un bacio contribuì a spazzare via la paura per l'AIDS e allontanò lo stigma sociale (più terribile di ogni malattia) dalle persone che ne soffrono. Aiuti ha ravvivato la speranza per un futuro migliore, in uno dei momenti più critici, come solo sanno fare gli eroi. Purtroppo oggi Aiuti non c'è più. Ma noi non lo dimenticheremo, come la foto che lo rese famoso. 
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mercoledì 9 gennaio 2019

Dragon Ball Fighterz : che cacchio sta succedendo al migliore picchiaduro degli ultimi anni?



Mentre non si inventa più niente in ambito picchiaduro e gli ultimi giochi di combattimento non fanno che riscaldare minestre ormai vintage, ecco che l'anno scorso ti usciva da quei geni assoluti della Arc System Works, prodotto da Bandai Namco, Dragon Ball Fighterz. Per alcuni l'ennesimo gioco di Dragon Ball dopo la serie di combattimento "semi-aerei" di Dragon Ball Xenoverse e la serie "a carte" Dragon Ball Heroes, per quelli che lo hanno provato ed amato una alternativa seria ai giochi di combattimento dei cosiddetti E-Sports. Il Game di Arc System oltre alla più stupefacente trasposizione videoludica del mondo del manga di Toriyama ha un sistema di controllo semplice ma che sa diventare profondo, meccaniche di gioco veloci, un roster variegato, richiede una certa dose tattica e sa essere molto divertente. Il gioco galvanizza la stampa che gli dà voti altissimi, è amato dai videogiocatori (ma non da tutti i fan "storici" dei videogame di Dragon Ball, in quanto lo trovano troppo distante da prodotti come Xenoverse.. de gustibus), ha una campagna pubblicitaria dirompente e vende migliaia di copie, più di quelle mai sognate da Arc System Works, i cui fighting Game di punta come Blazblue e Guilty Gear non hanno mai incassato tanto. Merito anche del "traino" del nuovo anime e fumetto Dragon Ball Super, con molti nuovi personaggi che confluiscono nel roster di Dragon Ball Fighterz dall'inizio o attraverso una vasta copertura di DLC che si protrarrà fino alla fine di settembre (la cosiddetta Stagione 1). Gli e-sport sono tornei a cui accedono "giocatori professionisti", con grossa diffusione mediatica, uno show dal vivo seguito spesso in rete da un vasto pubblico e con anche ingenti somme di denaro come premio. Gli e-Sports sono sempre più un business che attira anche grosse marche come di recente Red Bull, la pubblicità fa faville. Chi organizza i tornei vuole già dalle prime indicazioni della stampa, che Dragon Ball Fighterz faccia parte dei tornei di  fighting Game che si tengono in giro per il mondo e all'ultimo EVO, uno dei massimi eventi di e- sports categoria Fighting capita l'incredibile. Ed è un successo travolgente. Gli iscritti al torneo per Dragon Ball Fighterz sono il doppio rispetto a quelli di Street Fighters V. È una rivoluzione copernicana, nessun gioco di Dragon Ball è mai arrivato così in alto per popolarità, consensi e copertura, ma in qualche modo è una rivoluzione "anticipata" dalla rete, dove arrivavo i primi nomi dei campioni di Dragon Ball Fighterz. Il numero 1 è Dominique "SonicFox" McLean, ed è davvero un personaggio, un grande intrattenitore oltre che un abilissimo giocatore. Un successo così consolidato da convincere Bandai Namco a portare su Nintendo Switch il gioco a fine settembre. Un ottimo slot per estendere il potere economico di Bandai Namco in ambito fighting Game. Un ottimo traino per le nuove serie animate di Dragon Ball Super di Toei, primo tra tutti il film su Broly, personaggio "recuperato all'attenzione" proprio come primo DLC di Dragon Ball Fighterz. Un successo in ambito E-sport così interessante per Shueisha, storica casa editrice che ne detiene i diritti, che mette in cantiere un manga che parla di e-sport e si basa "sui giocatori di Dragon Ball Fighterz", cioè Despo Fighterz. Non ci credete?


Quindi immaginate un manga alla Yugi-oh o Captain Tsubasa con 'sti bimbi un po' inquietanti che tutta la loro vita la giocano sfidandosi con queste brutte copie finte di Switch in tornei che occupano e riempiono gli stadi più della Champions League.
Tutti contenti, allora?
Sarà già pronta la stagione 2 dei DLC con nuovi personaggi giocabili o sarà già in cantiere Dragon Ball Fighterz 2? Ci saranno nuovi player a contenersi con SonicFox la palma di migliore dei migliori? 
E qui parte il giallo.
Dopo i tanti soldi investiti, dopo il grande successo di critica e seguito di fan ottenuto, dopo che a tantissimi è venuta voglia di cimentarsi in tornei di e-sport proprio grazie a Dragon Ball Fighterz... tutto sparisce.
Silenzio radio assoluto.
Dragon Ball Fighterz comincia a sparire da tutti i tornei di e-sports anche con cancellazioni dell'ultimo momento. L'EVO del nuovo anno lo ha richiesto ma non ha potuto averlo. Nessuna notizia sul futuro del gioco di fatto è apparsa dopo l'uscita dell'ultimo DLC, quello con C17, mentre sembravano da marzo scorso trapelate indiscrezioni circa uscite per altri 10 personaggi (se escludiamo piccoli aggiornamenti estetici legati ad Halloween e Natale). Perfino agli eventi pubblici in cui il gioco avrebbe dovuto essere presente per illustrare possibili novità (come il Jump Festa 2019 di dicembre) sono state zero. Bandai Namco non pubblicizza più niente su Dragon Ball Fighterz e sembra aver spostato l'attenzione mediatica sul già piuttosto bruttissimo e grossolano Jump Force. Gli organizzatori dei tornei si trincerano in un "no-comment" da cui trapela unicamente che i motivi dell'esclusione di Fighterz dai tornei sono "circostanze prima mai verificatesi". Mentre su reddit e tramite alcuni YouTubers sale lo sconcerto circa la "sparizione del più grosso successo videoludico legato a un anime", la stampa specializzata in videogames non si capisce se abbia o meno la possibilità di alzare la cornetta del telefono/mandare una mail/piccione e chiedere a Bandai Namco cosa sta succedendo alla produzione / evoluzione di quello che, il 7 dicembre 2018, è stato insignito come  gioco di combattimento dell'anno. 
27 dicembre Katsuhiro Harada, il celebre uomo dietro a Tekken, assurge a nuovo responsabile degli E-sports per Bandai Namco e dichiara che si occuperà personalmente dei tornei relativi a Tekken, Soul Calibur e anche Dragon Ball Fighterz. Questo significa che qualcosa è cambiato a fronte di qualcosa che non ha funzionato a livello organizzativo?


I "complottisti videoludici" intanto cercano intrighi e possibili scenari risolutivi dell'intricata matassa. Chi poteva "voler male" a Dragon Ball Fighterz? Tra Arc System Works, Toriyama, Bandai Namco, Toei Animation e Shueisha non erano tutti contenti di una produzione così importate tanto per i fondi iniziali che soddisfacente al punto che il suo sfruttamento era fruttuoso quanto ben lungi dall'essere ultimato?
Nel silenzio della stampa specializzata, che probabilmente non possiede alcun contatto con i produttori del gioco (o non ha lo spirito giornalistico di fare delle domande come il resto dei giornalisti), un ragazzino ha provato a modo suo a verificare se la scomparsa di Dragon Ball Fighterz fosse colpa di Toei Animation. Il gioco di fatto riproduce molte scene del cartone animato e si poteva sospettare che la Toei avesse richiesto agli organizzatori di tornei (o agli sviluppatori del gioco in caso di nuovi contenti) dei soldi extra per poter fare uso dei diritti di immagine di Dragon Ball di cui detiene i diritti. Toei, su Twitter, e in un modo ""ufficiale"" alla missiva del ragazzino che gli contestava come "quello che stavano facendo a Dragon Ball Fighterz non aveva nulla a che fare con i valori di fratellanza e amicizia espressi da Luffy e dalla ciurma della Staw Hat" (quando One Piece viene citato manco fosse un brano del Vangelo di Giovanni...), rispondeva che loro non sapevano nulla della storia dei tornei di Dragon Ball Fighterz. Per questo i complottisti hanno dirottato il dito su Shueisha, per gli stessi motivi, per il fatto di volere qualcosa in più per consentire la diffusione delle immagini di personaggi di cui sono proprietari, anche solo per la loro presenza a un torneo di videogame. Shueisha non ha risposto finora, ma il fatto che poche ora dopo la querelle Harada sia assurto a capo dell'e-sports per Bandai Namco per qualcuno ha qualche relazione sensata. 
Di sicuro sentiremo parlare di Dragon Ball Fighterz ancora per una volta, il 26-27 gennaio, durante la fase finale del Dragon Ball Fighterz World Tour voluto da Red Bull, unico evento di E-sports , che si terrà a Los Angeles, a cui il gioco è ancora legato.



Cosa dire ai complottari? Spero di avere notizie di qualsiasi tipo su Dragon Ball Fighterz, perché il gioco mi piace tantissimo e so che può ancora migliorare in futuro, anche nella forma di un nuovo capitolo. Si può auspicare per qualcuno che ci saranno eventi di E-sport dedicati al solo Dragon Ball, ma per me è un abbaglio, il gioco può durare di più negli anni proprio se dentro a tornei come EVO, che trattano di più giochi "storici". Più anni equivalgono a più titoli, anche in periodi in cui il brand animato è fermo, cosa che fino a Dragon Ball Super si è tradotta in 20 anni di fermo. Non so poi quanto converrebbe remare contro a un torneo di Dragon Ball Fighterz, rendendolo impossibile, mentre pubblichi un manga che si basa sui protagonisti di un torneo di Dragon Ball Fighterz.
Ad ogni modo, non vedo l'ora di trovare il tempo di farmi una partita nel weekend. Nonostante le sfighe e disguidi che il gioco sta subendo, è davvero un gioiellino e in questi giorni lo trovate pure ultra-scontato. Speriamo di risentirci sull'argomento a breve, con l'augurio che il guru di Tekken Harada risolva questa intricata matassa. 
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Update di pochissime ore fa!! (dopo 10 giorni dalla nomina di Harada) Da YouTube Bandai Namco Europe promette, sotto i commenti del video sopra postato,  "sorprese" per la fine del torneo...

Update dell'update. Mentre il canale gemello Namco Bandai America non pubblica ancora nulla, sul canale YouTube di Namco Bandai Europe, sotto il video delle semifinali del Dragon Ball Fighterz World Tour, Namco Bandai sta rispondendo direttamente a molti utenti con frasi del tipo "e il meglio deve ancora venire", "tenete duro per un paio di settimane", "preparatevi perché all'orizzonte, prestissimo, ci saranno molti nuovi tornei". Sembra che la situazione si stia normalizzando...


Update dell'update dell'update: all'ora italiana delle 1.00 di mattina di martedì 15 gennaio si terrà online il Dragon Ball Games Super Showcase. In questo evento saranno presentate le novità dei giochi di Dragon Ball di Bandai Namco, tra cui anche Dragon Ball Fighterz, alla presenza dei produttori. Naturalmente seguiremo l'evento e siamo contenti di come in pochi giorni, dopo un silenzio stampa assordante e complottaro di più di tre mesi, si torni a parlare di questo titolo. E tutto questo è accaduto proprio nel momento stesso in cui ho deciso di scrivere la notizia!! Forse dovevo parlarne prima... che Piccolo ci aiuti...

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Update dell'update dell'update dell'update 15.1.19: e venne la notte dei grandi annunci dei giochi di Dragon Ball!! In cui, dopo aver annunciato cose già annunciate o non ancora pronte (il photo mode per Xenoverse 2) e dopo aver annunciato il card Game Super Dragon Ball Heroes per l'Occidente su Switch (per alcuni so che è il momento di passare a Switch), sono arrivati gli annunci caldi per Dragon Ball Fighterz!!! 
La sempre carina Tomoko Hiroki, producer anche di quella piccola perla di Dragon Ball Super Butoden per 3DS e dietro a progetti di Dragon Ball videoludici da 10 anni, ha preso parola alla fine dell'evento, quando erano già passati 30 minuti e l'hype alle stelle. 
Ci aspettavamo qualcosa, in effetti. L'annuncio dell'evento ritraeva una foto buffa dei partecipanti che mimavano una celebre scena dell'anime di Dragon Ball, quella in cui Goku trattiene Radish alle spalle mentre Piccolo sta per colpirlo. Radish era l'unico personaggio completo  giocabile presente in Dragon Ball Super Butoden e non in Fighterz, le mosse e animazioni erano quindi già state un bel po' "studiate", poteva avere un senso come annuncio.
E Tomoko ha annunciato!!! Cioè... ha "annunciato che ci sarà un annuncio... alla fine del torneo della Red Bull di fine mese". Come peraltro già "annunciato" sotto i video del torneo postati da Bandai Namco Europe. Anche sotto la spinta del moderatore della trasmissione che ha supplicato informazioni extra, la gnappetta non ha potuto proferire molto altro, se non velatamente assicurare che "qualcosa ci sarà di sicuro" e che "i tornei saranno supportati", ricordando proprio la sua grande emozione per essere riuscita a portare un titolo anime come FighterZ all'EVO. Ha anche specificato come questo sia stata una esperienza produttiva nuova per Bandai (il pro gaming degli E-sport) e questo magari giustifica tutto il silenzio che ha avvolto Fighterz negli ultimi mesi. Forse c'erano davvero dei problemi di diritti alle spalle, legati proprio agli eventi non dedicati esclusivamente a Dragon Ball. E quindi niente, si aspetta il 26-27 gennaio o quello che è, la finale del Dragon Ball Fighterz World Tour di Red Bull, quando dopo la premiazione, presumibilmente, avverrà il vero annuncio. Che a questo punto può pure essere che ci saranno le prime immagini dei nuovi contenuti all'E3 di giugno. Cioè, a questo punto... 
Diciamo che Bandai Namco non conosce e non vuole conoscere (orgoglio giapponese puro) le "comunicazioni commerciali" in uso tra gli occidentali. La diretta, in streaming ufficiale da Switch, ha subito raccolto una serie infinita di commenti di fan delusi e incazzati, probabilmente tutti non nipponici e non avvezzi a "godere del dolore" (anche il proprio) di una nuova attesa. Comunque Dragon Ball Fighterz è vivo. Godiamoci il torneo. Alle precedenti fasi i vincitori hanno ottenuto una sfera del drago è nella finale potranno ottenere quelle degli altri, e poi "evocare il drago" ed esprimere il desiderio. 
Sonic Fox e il suo rivale numero uno GO1 (leggi "Go-ichi"), i due campioni del gaming che più hanno fatto scintille nei tornei fino ad ora, sono stati paragonati da Tomoko a Goku  e Vegeta e la loro passione ha esaltato gli streaming degli eventi.


E quando tra i Fighterz professionisti sarà decretato il vincitore il drago dovrà realizzare il suo sogno. E chissà che non ne esca con un altro annuncio di un annuncio. 

Sintetizzando... per ora molto rumore per nulla...
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martedì 8 gennaio 2019

Bumblebee: la nostra recensione!



 - Sinossi fatta male: Cybertron, anni '80 del calendario terrestre. A seguito di un conflitto bellico piuttosto caldo tra autobot e decepticon (riprodotti con dovizia di nostalgia e particolari con la  massima adesione al cartone animato anni '80) il soldato Bumblebee viene mandato su un pianeta qualsiasi vagamente conosciuto dai Transformers (ehm...), il nostro. Qui, il nostro eroe dovrà nascondersi e prepararsi a future comunicazioni. Bumblebee appena atterrato finisce in poche sequenze sotto il tiro di un militare anni '80 interpretato da John Cena (wrestler simpatico e semplicemente perfetto per incarnare l'action hero classico dell'action movie anni '80), ha un incontro ravvicinato con un terribile decepticon finito pure lui lì non si sa come e infine diventa l'E.T./Gigante di Ferro di una tosta ragazzina gnocca e maggiorenne (come ci tengono ad una certa a precisarci). Charlie (Hailee Steinfeld, già bravissima ne Il grinta dei Cohen e qui cresciuta benissimo) ha un po' di problemi a casa, ha delle insicurezze da affrontare e un posto nel mondo da trovare. Bumblebee ha da fare i conti con altri decepticon e con John Cena. Il film parlerà per un buon 80% dei problemi della ragazza e della bella amicizia con il robottino giallo. 


- Per me un grosso e deciso "NO!": Travis Knight è una persona molto interessante. Non solo è figlio dell'uomo che ha creato l'impero delle scarpe Nike (e ha pure un posto oggi nel consiglio di amministrazione), non solo è presidente di quella magnifica realtà che è la società di produzione di animazione in stop-motion che è Laika, ma è anche un regista giovane, pure molto bravo, da tenere in altissima considerazione. Il suo Kubo e la spada magica, quarto lungometraggio di Laika, è un vero gioiello animato e questo Bumblebee è la sua prima prova con attori dal vivo, il primo film del franchise Hasbro dei Transformers non diretto (ma qui comunque prodotto) da Michael Bay. 
Bumblebee ha tutti gli elementi di un film dei transformers.
Una trama che si muove da premesse senza alcuna attinenza logica con i capitoli precedenti (in fondo se un capitolo vi da l'impressione di essere legato al precedente per una trama di ampio respiro "non è un film dei transformers"). 
Bellissimi effetti speciali e visivi ad accompagnare la caratterizzazione (roba da spaccare la mascella e far piangere di commozione soprattutto se siete fan del brand di vecchia data) e combattimenti (con la classica "violenza velata ma non troppo" del brand, che presenta in fondo botte degne di un Mortal Kombat) di robottoni da favola. 
Una bella figliola al centro della scena, Hailee Steinfeld, possibilmente resa ancora più sexy da una fotografia che ne evidenzia le bellissime gambe.
Un tono generale divertente, condito da battute sceme in genere delegate a un personaggio simpaticamente sopra le righe (Cena è una bella, insolita e curiosa fusione degli storici personaggi i Turturro e Duhamel). 
Knight cucina seguendo di massima la ricetta. Non si limita a scaldare i quattro salti in padella ma ci mette del suo nella ricetta, ha una sua visione della storia, ha qualcosa di suo da voler innestare nel franchise. Cita e reinterpreta  il cinema per ragazzi anni '80, tenendo conto dello stupore e magia che sapeva suscitare nei più piccoli. Ha attenzione e garbo nel descrivere in immagini la vita, realistica ma non banale, di una adolescente e del piccolo mondo che la circonda, soffermandosi dove serve e alleggerendo dove serve. Sa evidenziare il cuore del racconto e sa gestirlo nel modo migliore attraverso la storia. Ha  pulizia e logica formale nel gestire le scene d'azione, che deriva dall'effettiva sua competenza nel campo dell'animazione. Come già emergeva in Kubo, Knight sa animare con molta sensibilità  i personaggi "virtuali", motivi per cui i primi venti minuti, autentico "status tecnico" della pellicola, tripudio animato/ digitale a trecentosessanta gradi, sono davvero magnifici.
Tutta questa cura, amore e attenzione, per me che in fondo sono un cretino, rendono il film di Bumblebee una palla colossale. 


Un perfetto lavoro di garbo e di stile che rendono evidente come i Transformers, posti in questi termini e in questo contesto, non hanno per me davvero nulla da dire. Forse perché io Il gigante di ferro di Bird l'ho già visto e amato (scovandolo in dvd quando in Italia una distribuzione miopissima non l'ha valorizzato per nulla), così come E.T. ce l'ho nel DNA perché è stata una delle esperienze più belle della mia infanzia, come come gli anni '80, in cui ero bambino e sono diventato adolescente. 
Posso rendermi conto che per un bambino, che non ha "vissuto negli 80" E.T. e "nei 2000" Il gigante di ferro, questo Bumblebee sia qualcosa di magico, che vada a nobilitare, per i fan, anche "il ricordo" dei cartoni animati dei transformers.
Solo che questo per l'appunto è per me un revival di E.T. e de Il gigante di ferro, e ha pochissimi a che vedere con il cartone animato e il mondo dei Transformers, la cui "sottotrama" è così poco importante per il regista che di fatto la relega ai primi venti minuti iniziali e in poche scene sul finale. 130 minuti di cui si parla di transformers per una 40ina, con i primi venti minuti da urlo, gli ultimi cinque da ponte per il futuro possibile film e nel mentre scenette riciclate dai due film di cui sopra e dalle "scenette dei transformers a casa del protagonista" per lo più riprese dal primo film di Bay del franchise. Il resto è un magnifico affresco sul percorso di crescita della bravissima ragazzina protagonista, sul suo modo di affrontare i problemi e paura per risolverli, anche grazie al suo "amico spaziale" che, come per tutti gli adolescenti, "è solo, incompreso, bistrattato dal mondo, come loro". Una "bella copia" per qualcuno del rapporto tra Sam e Bumblebee del primo film. Ma di fatto una trama che se togli Bumblebee e ci metti un tostapane spaziale o un cane venusiano non cambia di nulla. Non frega in fondo al regista il fatto che Bumblebee sia un transformers e tutta la sua sottotrama abbozzata male (come tutte le trame di tutti i film dei transformers) che gli gira intorno sembra scritta (e magari, per imposizione della famosa "writing room sui transformers" che si occupa della serie, lo è per davvero) da qualcun altro. Ha quasi una marcia diversa. 
Michael Bay aveva a che fare su uguali "trame transformers" strampalate, ma nella sua follia e anarchia visiva dava al film molta più "benzina" di più di così. Knight in 130 minuti (per me pure troppi) va sul racconto di crescita e ci incentra (bene, con tridimensionalità) più o meno tutto il film, con una colonna sonora di brani vintage e strizzate d'occhio a Breakfast Club. Di sicuro a fine visione so tantissime cose su Charlie e ho una nuova sensibilità nel guardare le adolescenti. Bay in 130 minuti faceva lo stesso "percorso di amicizia" ma in un sesto del tempo, ti faceva la sottotrama militare, ti faceva la sottotrama del presidente e della decifrazione del messaggio alieno (o comunque una trama relativa a come il mondo istituzionale/impresa/sociale affrontava i transformers), ti faceva la sottotrama sui men in Black del settore 7, ti faceva il disaster-movie su vasta scala dell'ultimo atto di tutti i film, ti faceva la sottotrama ambientata in un diverso periodo storico, aggiungeva la sottotrama della ricerca di un qualche strano e oscuro manufatto alieno. C'era pure sempre una sottotrama che riguardava animali buffi o mini-transformers o bambini. Bay era spesso bulimico, eccessivo, sopra le righe, confusionario nella gestione del tutto e soprattutto "estenuante" della messa in scena. Bisognava essere pieni di Red bull e carta per appunti per sostenere l'enorme e inutile matassa di informazioni che si affastellavano, che non si amalgamavano mai bene e che si scopriva non avere alcun costrutto e seguito nel film successivo. La visione era frustrante e pesante come una peperonata, ma era una esperienza visiva (fin troppo) completa. Dopo la visione di un qualsiasi transformers di Bay non ho mai imparato qualcosa di nuovo sulla mia visione del mondo, ero solo contento per aver visto uno spettacolo figo e sopra le righe che mi ha bombardato gli occhi e la testa per più di due ore.


Passare da Bay a Knight è come passare da un doppio menù King di Burger King a una insalatina leggera con un the verde. Il "Bay menù" ti riempie lo stomaco per ben oltre i 130 minuti di visione, ne subisci gli effetti per almeno una settimana, tra scene assurde e buchi logici, tra esplosioni continue e immotivate e innumerevoli personaggi assurdi da definire, tra riprese vorticose e psichedeliche. Lo "Knight menù" lo hai già digerito dopo 40 minuti e devi stare in sala fino a 130, con uno dei nodi narrativi centrali che riguarda la voglia della protagonista di tornare a far parte della squadra di tuffi della scuola. Non ci sono indugi sexy nel riprendere la bella protagonista, nessun eccessivo compiacimento per morte/distruzione (anche se un minimo sindacale soddisfacente in questo campo rimane garantito), non ci sono persone/robot/Animali che scorreggiano, niente sottomarini/astronavi/terremoti/invasioni che a un certo punto "accadono", niente politici né dinosauri né esploratori né cavalieri medioevali sullo sfondo, niente feticismo per le auto di lusso, niente o pochissimi botti/squarci/città esplose. Niente Turturro/Tucci/Hopkins/Malkovich che si coprono di ridicolo. Questo Bumblebee ha tutta la sensibilità e gli occhioni dolci per aiutare ogni ragazzina a risolvere i suoi problemi famigliari. Questo Bumblebee può essere un Totoro (o meglio un gattobus) o un piccolo alieno/cucciolo da salvare, magari con l'aiuto di un orribile fratellino in over-acting come la Drew Berrymore di E.T. (che io odio, ma so essere imprescindibile in qualsiasi film per per-adolescenti). MA è per me troppo leggerino, troppo derivativo, troppo per bene ed educato per colpirmi come mi ha colpito la nefanda cinquina di Bay, l'abominevole "abbuffata visiva" con cui mi sono deliziato negli ultimi 10 anni. 


Leggo commenti entusiasti in rete, leggo di gente che ama il franchise che dice che è "questo il modo giusto" per proporre i film dei Transformers. Che questi 130 interminabili minuti sono stati per loro una brezza felice di Amarcord e dolcezza. Per loro questo equilibrio è buono e probabilmente due conti li avranno fatto anche i produttori. Probabilmente hanno ragione loro, tutti, probabilmente a me, che sono un po' strano, dei film dei transformers di Bay interessava di più il fatto che fossero film di Bay, produzioni male-compresse e per me indecifrabilmente attrattive dello squinternato, eccessivo, discutibilissimo e anarchico Bay. Senza di lui questo brand è per me come il sushi senza wasabi. C'è a chi può piacere di più così. 
Io invece sogno ancora il sesto film dei transformers di Bay che non si è fatto è forse mai si farà, quello in cui la Terra diventava il pianeta -transformers Unicron, trasformando tutto lo scenario in un corpo in movimento costante. Sarebbero stati svegliati gli altri cavalieri transformers, i quintessenziali sarebbero arrivati con diecimila astronavi sopra la Muraglia Cinese, si sarebbe disputata la battaglia definitiva tra un rinato devastator contro tutti i transformers combinabili, tutta Londra, New York e Pechino sarebbero esplose sotto attacchi alieni e John Turturro, in mutande e coperto da sperma di lontra aliena, circondato da tutte le conigliette della Playboy Mansion, avrebbe salvato tutti. E insieme a un TurTurro, finalmente protagonista e circondato dalle più grandi fighe della terra più Angela Lesbury, Optimus Prime, combinato a Ultra Magus, avrebbe condotto una battaglia campale di quarantasei minuti, ambientata sulla Luna in collisione con la Terra. Al suo fianco e diventato buono Megatron, alla guida di elefanti in tuta spaziale, contro un campo di meteoriti comandati mentalmente da Steve Buscemi. Il disaster movie definitivo, il war/space/fantasy più eccessivo, l'assurdità finale che sarebbe stata il testamento artistico ultimo alla follia visiva di quel pazzo di Bay. 
Ma non tutto è perduto.
Nel prossimo film Bumblebee potrà sempre aiutare un ragazzino dislessico a far fonte agli attacchi dei bulli della sua scuola, mentre sullo sfondo gli autobot avranno a che fare con gli effetti di un manufatto raro chiamato "qualcosium".
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