martedì 31 dicembre 2013

Dragonero 6



Ian e Gmor sono in viaggio da soli, come Tex e Kit Carson, diretti in missione a Merovia, cittadella nella zona pedemontana del Supreldurildureldural (o qualcosa di simile). Li aspetta una gilda di mercanti spaventati da una banda di brutti predoni. Durante il tragitto si imbattono in una specie di altarino mistico uscito diretto da Warcraft ma dall'aria abbandonata (forse occorre accatastare ancora un po' di legname e rocce...). Urge sosta a un autogrill e i nostri eroi si addentrano nel classico paesino tetro e sinistramente deserto dove in genere succede qualcosa di brutto. Manco dieci secondi nella landa e un orco strapieno di Redbull e pompato come un culturista “anni uttanta” si palesa davanti a loro urlando e devastando tutto. Un coriaceo gruppo di villici riesce a ogni modo a sedarlo e decapitarlo. Da dove veniva l'orco pazzo-pompato? Perché i villici stanno per fare la pelle anche a Gmor? Ian impugna il sigillo degli scout imperiali come fosse il distintivo dello shogun Mitsukurimito, gli animi si placano e iniziano le indagini. Subito si palesa al biondo eroe una smandrappa locale disposta a supportare il ranger in quanto curatrice nell'autopsia. Gmor intanto decide di predisporre un funerale per lo sfortunato orco, ma mentre prepara la pira funebre viene narcotizzato da degli strani figuri e al suo risveglio si trova, legato, all'interno di una carovana ricoperta di sbarre. Di sicuro qualcuno vorrà offrirgli una Redbull.


Nuovo appuntamento per Dragonero e nuova saga al suo avvio. Testi di un Vietti decisamente in vena supportati da splendidi disegni di Rizzato. La trama è lineare, ma scorre via che è un piacere ed è ricca di personaggi e spunti interessanti. Lo scenario permette al disegnatore di scatenarsi nella rappresentazione grafica di un vasto numero di creature fantasy diverse e ne risultano avvincenti e dinamiche scene d'azione supportate da un chiaro e dettagliato paesaggio. Nell'insieme una autentica goduria. L'utilizzo di un cast ristretto, “selezionato”, di personaggi, come accade sempre in Tex, permette davvero di sperimentare nuove linee narrative senza pesare troppo sull'economia dell'intreccio e al contempo meglio definire i personaggi. Apprezzo molto questa formula e devo dire di nutrire sempre più intresse per questa testata. Rimane il fardello di un mondo narrativo piuttosto compassato e per il momento inerte, anche per la costruzione voluta espressamente dai suoi autori, nella prospettiva di offrire significativi colpi di scena degni di dare un po' di pepe al tutto. Ma la solidità di base c'è e si vede. Da continuare a seguire. 
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lunedì 30 dicembre 2013

The Lone Ranger




Fenomenale. Ecco cosa significa la vera magia del cinema. Effetti, scenari e mezzi storici ricostruiti da capo a piedi, fotografia (di Bazelli, come in "The ring" collaboratore di Verbinski), sonoro (di Hans Zimmer), stunt, cut, recitazione tutto al top senza compromessi e tutto sparato nel cervello dello spettatore come un big bang sonico all'interno della sala più fica con l'audio che spacca di più di tutto il creato. Un'esperienza trascendente la cui proiezione su un cartellone pubblicitario creerebbe più ingorghi della gigantografia di Belen Rodriguez unicamente coperta da un orsetto di peluche grande quanto un portachiavi. Gli ultimi trenta minuti di The Lone Ranger di Gore Verbinski sono così. Una lezione di cinema da incorniciare e studiare sequenza per sequenza alla prima lezione di un corso per registi. Orgasmo puro. 

Poi c'è il resto del film, un po' troppo lungo, un po' sonnecchioso, calcato a forza sulle sole-solide spalle di Johnny Depp coadiuvato unicamente da un co-protagonista, che annaspa tra il simpatico e l'insignificante, interpretato da Armie Hammer, e da un cavallo (sì, ho scritto “un cavallo”), Silver, che letteralmente riesce a rubare la scena a tutto e tutti. L'impresa era far tornare il grade pubblico a vedere western. Il rischio era grande, ma Verbinski è uno che ama il rischio e che già è riuscito con successo a far tornare il pubblico a vedere film sui pirati. La fedeltà e l'amore del regista per il genere è materia già acclarata per chiunque abbia posato gli occhi su quella perla d'animazione che è Rango (non a caso sempre Depp come attore-mattatore), mettergli nelle mani un mito americano come il ranger solitario è di contro un gesto d'amore quanto una cassa contenente nitroglicerina. Armeggiare con cura. Perché è sì un personaggio leggendario, ma è anche un'icona considerata retrò, superata come tutto il terroso e muffoso genere della frontiera, che vive ormai di poche grandi uscite che in un decennio non contano nemmeno tutte le dita di una mano. Un eroe vecchio, ma così vecchio che è difficile trovarne oggi fascinazione. Se lo lasci inalterato non te lo cagherà nessuno, se cerchi di innovarlo ti daranno del bastardo perché il tuo gesto equivarrebbe a lesa della costituzione americana. Tutti questo mi ricorda in qualche modo The Spirit. Non troppo tempo fa il grande Frank Miller decise di portare sullo schermo The Spirit di Eisner. Da autore Miller prese la materia, la fece sua reimpastando le carte e servì con classe. The Spirit è esattamente incamerato nel pantheon Milleriano, racconta del suo amore-odio simbiontico tra l'uomo e la città (già descritti nei suoi Daredevil e Batman), fa uso del grandangolo grottesco (del suo Sin City), abbonda delle architetture folli e del sangue dei suoi personaggi più amati (Elektra), incarna il mito del perdente vincitore (300, Sin City). 

Lo Spirit di Eisner è più positivo e meno cupo (e dire che Miller fa di tutto per non essere cupo in The Spirit!), la pellicola è derivativa di Sin City dicono (che sarebbe come dire che E.T. è derivativo di Incontri ravvicinati del terzo tipo), il pubblico vede il personaggio “tradito” e defeca sulla pellicola di Miller. Chi non conosce The Spirit prende per buona la critica americana e fa altrettanto. La scelta di gestione del Lone Ranger di Verbinski fa tesoro dell'increscioso flop di The Spirit (film da rivalutare, ma che ai più sembra scolpito indelebile quale la merda delle merde, ulteriore frutto sgraziato di quel fascistone di Miller). Verbinski non sposta di un centimetro il Ranger solitario dalla sua icona, dalla sua interpretazione vintage o originale che dir si voglia, ma concentra tutti gli sforzi innovatori su Tonto, la spalla dell'eroe, spostando su di lui il baricentro della storia. E fa centro. Tonto è un personaggio complesso e tormentato, nonché assolutamente pazzo, cui Depp infonde una insperata luce di credibilità senza dimenticare di trattare anche il registro più leggero, in virtù della mission dichiarata della produzione: è una pellicola per tutta la famiglia. Ma come far interagire un'icona con un personaggio reale, come appunto si presenta Tonto. Ecco che Verbinski trova un ingegnoso stratagemma. Tutta la trama è di fatto una narrazione degli eventi che un vecchio Tonto elargisce a un piccolo fan del Ranger Solitario che negli anni '30 incontra in un'attrazione a tema “cowboy e indiani” di un parco giochi. Geniale, con un solo lazzo Verbinski cattura l'attenzione dei più piccini spettatori in sala ed evita di intaccare il mito di troppe implicazioni drammatiche e di difficile assimilazione. In fondo il ranger solitario è un tipo sorridente che per anni compare a cavallo con in sottofondo una marcetta, fa fuori i cattivi e scompare all'orizzonte. Come Fantaman. Non è che Fantaman quando entrava in azione diceva cosa faceva, chi era, perché era lì: rideva satanicamente, affrontava il Dr.Zero e i suoi mostri e con una risata se ne andava lasciandoci in balia dei noiosissimi piccoli cagosi personaggi di contorno. Ora mi rendo conto che non tutti si ricordano di chi cacchio sia Fantaman. Quindi eccovi un trailer che a molti comunque continuerà a non dire una fava.


Dalla regia mi dicono che in estrema sintesi il Ranger Solitario è paragonabile ad un pokemon: quando entra in azione dice “Picaciu!”, fa fuori il team Rocket e torna nella palla colorata. Che gli dei abbiano pietà di me per aver fatto tale paragone...
Pertanto Armie Hammer ha un compito al contempo più facile, perché la maggior parte del lavoro sporco la fa Depp, ma anche più difficile, in quanto deve recitare come uno stereotipo retrò anni '30. Per una assurda serie di circostanze (ma se vogliamo possiamo anche qui parlare di genio della regia) il fatto di essere un attore bolso e imbalsamato gioca a suo favore nelle scene più iconiche-action, ma mostra ovviamente tutti i suoi limiti nelle parti più narrative e drammatiche. Pertanto tutta la parte introduttiva risulta un po' debole. Anche le connotazioni più dark del personaggio vengono smussate, forse per non renderlo troppo cupo ai bambini (ma sarà poi una strada giusta? Io mi ricordo perfettamente di mio cugino ultra esaltato e per nulla terrorizzato nella scena in cui Nick Cage diventa Ghost Rider...). Il Lone Ranger è di fatto un “Dead man” quanto lo sono il Corvo, il Punitore, Gungrave e appunto Spirit e Fantaman. In sostanza uno spirito vendicativo e inesorabile che non si può uccidere, in quanto interiormente (come il Punitore) o fisicamente (come tutti gli altri) è già morto. 

Nello specifico i poteri soprannaturali del Ranger derivano dall'argento, metallo “maledetto” che fa da filo conduttore di tutte le vicende, ma lo spunto rimane abbozzato ed è un peccato, perché il personaggio di Hammer appare al pubblico come un simpatico e fortunatissimo pistola (giusto per stare in tema “western”) e nulla più. Alla lunga crepe derivano anche dalla narrazione Tonto-Bambino, incapace di scavare a fondo dove la trama si fa giusto un pelo complicata. Ma sono peccati veniali di una pelllicola decisamente meritevole, peraltro benedetta da un cast di comprimari di prim'ordine. Su tutti svetta la simpatica Helena Bonham Carter, in un ruolo cucito su misura per lei, ma fanno il loro lavoro alla grande anche Tom Wilkinson, un cinico Barry Pepper e un bravissimo e quasi irriconoscibile per il trucco William Fichtner.
Tirando le conclusioni eccoci davanti a un film difficile da gestire sulla carta, sapientemente e originalmente gestito nei frangenti più complessi, con tutti i comparti tecnico-artistici al top cui ad alcuni passaggi poco movimentati e noiosetti si contrappongono scene maestose, grande simpatia dei personaggi e una delle mezzore finali più avvincenti ed esaltanti della storia del cinema. Decisamente vale il biglietto. Ma riuscirà il Lone Ranger ad attirare a sé nuovi fan e diventare come i Pirati dei Caraibi un brand? Riuscirà il bluray a portare gli incassi non eccezionali ottenuti al botteghino a un livello sufficiente per ispirare almeno un seguito? E chi lo sa! 
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domenica 29 dicembre 2013

Dan Brown – Inferno

(zero spoiler)

Una grossa botta in testa. Sangue. Tutto confuso il mondo ruota tra le orbite di Robert Langdon. Il celebre professore di simbologia e iconografia religiosa di Harvard si risveglia così in un letto d'ospedale con la più agghiacciante e angosciosa delle scoperte. Il suo orologio di topolino. Rubato. Tutto crolla senza il suo confortevole monile massonico orecchiuto e per di più ci sono dei tizi strani che gli stanno parlando in camici bianchi. Pare parlino italiano, in quanto riportano sui loro vestiti gli inconfondibili aromi di tabacco e caffè espresso (!!!!), ma è ancora tutto annebbiato. Poi i sensi ritornano a funzionare a sprazzi e l'esimio professore scorgendo dalla finestra uno skyline inconfondibile si accorge di trovarsi a Firenze. Come ci è arrivato? Cosa è successo nelle ultime ore? Chi si è fottuto l'orologio di Topolino? A fornire le prime risposte è una donna in camice bianco, che come tutte le coprotgoniste dei romanzi di Langdon è una figa misteriosa con tratti da psicopatica. Langdon è lì perché ha perso la memoria. E sticazzi. Manco un minuto e irrompe dalla porta sforacchiando tutto e tutti una triste parodia di spia russa di nome Yelena. Fuga. Botti a ripetizione. Ma già importanti conferme. I profumi sono inconfondibili. Lampredotto e Chianti (!!!!). Langdon si trova veramente a Firenze. Il professore dovrà ricostruire gli eventi passati facendo uso dei pochi strumenti di cui dispone in tasca e di una memoria farraginosa, che non fa altro che trasmettergli in loop sogni sinistri riguardanti l'inferno dantesco. Come sempre non sarà facile sbrogliare la matassa, perchè potenti nemici si avvicendano sulla strada della verità e non manca il solito pazzoide d'ordinanza, pazzoide che ha preparato per il nostro enigmi riguardanti come sempre roba storica-iconografica, nello specifico riguardanti un pallino del pazzoide, Dante Alighieri. Autore sul quale Langdon sa proprio tutto di tutto (!!!!!!!!!!!!).

Il professor Langdon è tornato! Febbrili si susseguono pellegrinaggi presso librerie e supermercati per impossessarsi del “tomo misterioso”, l'oggetto ambito per le vacanze (finite da un pezzo) il Santo Graal dell'intrattenimento estivo o comunque un buon intrattenimento per i post-vacanzieri. Trama blindata, adattamento pare avvenuto in un bunker in quel di Milano 2 dove nottetempo sono stati segregati traduttori internazionali, pare a regime di pane e acqua, pare minacciati di morte da sedicenti contractor in caso di prematura divulgazione dell'artefatto (è per questo pare che non vedremo mai la versione in Giamaicano..). Sarà l'ennesimo miracolo commerciale?
È sempre affascinante leggere i testi di Dan Brown. Nonostante situazioni al limite dell'assurdo, nonostante tremende puttanate sugli usi e costumi dei villici in cui si svolgono i romanzi (il lampredotto?? Sigarette e caffè l'odore degli italiani???), la lettura scorre e scorre di brutto, famelica e instancabile fino all'ultima pagina. Una capacità narrativa non comune che si accompagna alla proposizione di mistery interessanti in cui pervade quella sana atmosfera da gita turistica colta. C'è gente che va nei musei con sottobraccio i libri di Dan Brown per riconoscerne dettagli narrativi e personalmente ritengo che qualsiasi cosa spinga qualcuno ad andare a vedere un museo sia buona e giusta. E poi è figo guardare la tal statuina o dipinto e ritenere di essere davanti a una scoperta degna di Indiana Jones. Per questo il personaggio funziona e diverte. Certo alcune riflessioni di Brown sono forti, l'autore ha una propria mentalità ed esprime attraverso i suoi personaggi pensieri piuttosto netti, anche antipatici e impopolari. Qualcuno potrà quindi trovare antipatie focose per tale volontà, ma personalmente apprezzo i personaggi scomodi, gli eroi che non restano bidimensionali. Langdon è spesso superficiale, stupido, pedante ma è molto più umano di un Dirk Pitt qualsiasi.
Il simbolo perduto, il romanzo precedente, devo ammettere di averlo digerito un po' a fatica. Suonava come un mega spottone pro-massoneria, ma il suo reale limite era di essere troppo lento. Questo libro affronta un problema sociale gravissimo e lo esplica nel modo e condizioni più stronze immaginabili, tuttavia il ritmo narrativo è più veloce, incalzante, le pagine volano. Rimane poi, come in Angeli e Demoni, questa curiosa visione dell'Italia attraverso l'occhio del turista in visita. Per lo meno Dan Brown ci dipinge meglio che Yoichi Takahashi in Holly e Benji, per il quale il nostro popolo vive in baraccopoli coperto di stracci. Come direbbe Paolo Villaggio nelle vesti della invaghita infermiera tedesca mentre visita l'immigrato italiano Lino Banfi (in “Pappa e ciccia”): “Tu, pagliaccen italiano, dofe tiene tuo mandolino? Fa me federe solo una folta tuo mandolino, pajaccio”.
Una lettura divertente quindi. Senza pretese. Leggete sereni. Avrei voluto da un libro che si chiama Inferno che si parlasse mooolto di più dell'inferno dantesco. Gli spunti sarebbero stati diecimila, ma pare che Brown abbia letto solo la riduzione dell'opera di Go Nagai.
Dan Brown sostiene di voler girare il film, di volerci dentro Benigni. Io vorrei che a interpretare Langdon non ci sia più Tom Hanks con quegli inquietanti untuosi finti capelli corvini. Chi legge i libri sa che l'unico attore che interpreterebbe al meglio il professore è Liam Neeson (oh, io la penso così per lo meno...). Con Liam Neeson sarebbe un film bello. 
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sabato 28 dicembre 2013

Le Storie vol.14 Cuore di Lupo

Testi e disegni: Carlo Ambrosini


Newark, New Jersey. Alcuni indiani d'America sono impegnati nella costruzione di un palazzo. Vivono in una baracca costruita nel cantiere, arroccati in pochi metri e tanti letti a castello. Poi degli spari. Poi una porta si apre. Dei delinquenti entrano nella stanza e fanno una strage. Eliminano possibili testimoni scomodi di un reato che si è compiuto di lì a pochi metri, ma di cui i nativi americani non sanno nulla. Mentre la maggioranza degli indiani nello stabile viene colpita a morte da fucilate, mentre i criminali dispongono tutto per un rogo dell'intera baracca, due di loro, che si trovavano nel bagno, scappano all'eccidio e da subito vengono inseguiti quali superstiti. Jeff Cardiff è un giornalista. Accorre nel cantiere dell'eccidio, non crede all'insabbiatura predisposta dalla ditta appaltatrice che vuole chiudere la questione parlando di una stufa che ha ucciso gli indiani nel sonno provocando l'incendio, decide di indagare. Ma la vita lo porta momentaneamente altrove. Luna che Ride, la sua nonna indiana, è spirata. Jeff partirà quindi per un lungo e doloroso percorso interiore alla ricerca delle sue radici, ma per questo non rinuncerà a continuare la sua inchiesta. Perché sangue chiama sangue e anche se solo in parte indiano Jeff ha un Cuore di lupo. Strano, onirico, spiazzante. 
Ambrosini continua nella sua missione di offrire opere originali quanto profonde, distanti dai luoghi comuni del fumetto. Opere che spiazzano, che molto si amano o molto si odiano, ma che ad ogni modo non lasciano indifferenti. Cuore di lupo non si sottrae a questa visione e offre davvero molto di più di quanto traspaia a una lettura veloce. È un racconto sofferto, pieno di personaggi delusi e perdenti che può magari richiamare alle atmosfere filmiche dei fratelli Cohen. Ma dove davvero tocca e rimane alla memoria è in ragione di un piano ulteriore di lettura, quasi metafisico, non invadente ha che di fatto guida e unisce i fili invisibili del racconto. Mito, fantasia, cuore. Ambrosini opera sull'onirico per andare a descrivere con più forza le dinamiche emotive, per dimostrare che la storia può essere in funzione dei sentimenti e non viceversa. Facile pensare per gli affezionati di Ambrosini a certe suggestioni “napoleoniche”, che tanto mancano nel panorama fumettistico moderno. Quanto ci manca Napoleone, quanto ci manca Jan Dix. Vi consiglio vivamente questo nuovo volume de “Le storie”, tanto per l'unicità della storia quanto per i dettagli delle tavole di Ambrosini, sempre dettagliate quanto peculiari, quasi espressioniste, ruvide. L'unica punta negativa dell'opera risiede forse in un livello generale non al top della forma del nostro autore, ma il viaggio vale comunque il biglietto. 
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giovedì 26 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug

contiene un paio di piccoli e poco significativi spoiler, roba che si vede al 90% già dal trailer comunque

Come l'anno scorso sotto Natale mi reco al cinema Odeon di Milano con il Maurino, l'esperto tolkeniano di zona, ad assistere al rituale spettacolo allegorico di Peter Jackson in salsa fantasy. Si guarda l'albero in Duomo, la galleria Vittorio Emanuele stracolma di gente con pacchi e pacchettini, si mangia una pizza di lusso. Anno dopo anno questo piccolo rito assume sempre di più la fragranza tipica degli aromi delle feste, quasi fosse l'anice stellato che insaporisce alcuni dolci natalizi. Solo che l'anice stellato deve dare sapore per poi essere tolto dall'impasto, o rischiate che la pietanza sappia solo di quello e stomachi un po'. Allo stesso modo lo Hobbit è qualcosa che va gustato senza soffermarcisi troppo, o si rischia che la pietanza arrivi un po' indigesta. La sala presenta ovviamente oltre agli ormai inevitabili occhialini 3d il tanto arcigno sistema di riproduzione in HF già utilizzato per il primo Hobbit. A una seconda visione mi pare che sia meno devastante, ma risulta una bizzarria che è tuttora lontana dal piacermi.
Dove eravamo rimasti? Gandalf tirava i dadi, faceva +6 e giocava la carta aquile in posizione di difesa salvando i nani e l'Hobbit dalle grinfie delle schiere dell'orco (fintissimo) senza una mano, così che i nostri potessero continuare la loro allegra avventura finalizzata al risveglio con incazzatura del drago Smaug (più o meno). Nelle ultime battute del film precedente Bilbo si era casualmente (ma nulla capita a caso per Tolken) imbattuto nella triste creatura Gollum ed era riuscito con astuzia a sottrargli il suo prezioso tesoro, un anello dal potere oscuro in grado di rendere invisibile chi lo indossi. Le successive tappe del viaggio, per tre abbondanti e ammorbanti ore in sala, comprendono un bosco oscuro verdeggiante, la solita stronza magione elfica abitata da stronzi elfi (e qui ritorna lo stronzo Legolas), una versione triste di Venezia in novembre abitata da psicotici e infine la montagna del tesoro difesa dal (bellissimo) drago digitale. Ok, iniziamo con slancio... cheppalle...

Nonostante in rete c'è gente calva perchè ha con questa pellicola finito di strapparsi i capelli dalla gioia, il film ripresenta, come la peperonata il giorno dopo, tutti i più atroci difetti della pellicola precedente. Salvo le canzoncine, grazie a Dio qui non si canta! Una trama ampiamente imperfetta, tra una parte iniziale brusca dove dovrebbe essere centrale, un tizio importante nel libro che si vede tre secondi in tutto, un capitolo sugli elfi straripante di una noia mortale (basta soffermarsi su sti elfi, hanno rotto!!! - frase ammorbidita in ragione del fatto che abbiamo anche lettori giovani -), un capitolo su Venezia superficiale e stupido fino quasi a essere irritante dove tutto e tutti appaiono caotici o cretini (prima si detestano cortesemente, poi si ignorano, poi si aggrediscono, poi complottano, poi gli eventi precipitano e il tutto avviene in 6 minuti!!! Capisco che si volesse mettere in questa pellicola il drago, ma aveva più senso tagliare l'inutile parte sugli elfi rispetto a questa porzione di trama! Spero che le scene aggiuntive della scontata versione estesa home video diano maggiore logica agli eventi di questa parte). 

Tredici nani di cui non ci importa nulla e per i quali il regista non fa nulla per renderli simpatici, salvo tre o quattro. Gandalf, che per mascherare la sua indole over-powered (o in ragione di un aumento richiesto dalla controfigura) viene mandato non si sa dove a non si sa bene fare cosa, (pare si faccia mezza mappa della terra di mezzo per incontrare il fratello che vive con la cacca d'uccello in testa e comunicargli pazzesche ovvietà) risulta se possibile più irritante del solito. Ritorna Legolas, interpretato dal peggiore attore mai nato, Orlando Bloom, che ha per lo meno il pregio di parlare poco e menare tanto e in modo figo. Lo hobbit di Martin Freeman (ribadisco la tesi che sia un lontano cugino di Jackson a cui quest'ultimo doveva dei soldi), di una antipatia quasi tattile e dai costumi più brutti mai creati per un'opera fantasy (perché invece i costumi degli Hobbit nella saga dell'anello mi piacevano? Il cugino è anche costumista?) e per il quale non possiamo che sognare una morte atroce nella tragica consapevolezza che questa non avverrà (che bello se Smaug lo facesse a pezzi, lo disponesse a spiedino e ricoprendolo di salsa Yaki Tori provvedesse a media cottura). E poi perché, per Thor, i ragni parlano!!!! L'esperto tolkeniano mi dice che in origine parlano e cantano pure e devo pertanto ringraziare Jackson per aver tolto i canti. Ma abbiamo anche aspetti della pellicola così belli da renderla ad ogni modo, proprio come il primo film, qualcosa di imperdibile. 
L'ottima implementazione dell'elfa Tauriel offerta da Evangelyn Lily, non a caso un personaggio così bello e ben riuscito da non far parte dell'Hobbit originale (si capisce che Tolken non è esattamente il mio autore preferito? Beh, vi sbagliate, non di tanto ma vi sbagliate...). Il sempre affascinante personaggio di Scudo di quercia, doloroso, ambiguo, rissoso, eroico, accidioso, titanico, collerico, maestoso, altruista e senza glutine. La lunga ed elaborata scena della foresta con i ragni con più di un eco dal King Kong di Jackson, l'adrenalinica corsa sui barili, la maestosa apparizione di Sauron, le maxi-zuffe naniche ed elfiche perfettamente coreografate che infarciscono il film in ogni dove, l'ultima stupefacente (per ritmo, recitazione ed effetti) ora della pellicola con lo scontro con il drago più bello e spaventoso che cinematograficamente parlando si ricordi, una sequenza da iscrivere agli annali come quanto di più figo visto al cinema almeno negli ultimi cinque anni. Laddove La desolazione di Smaug eccelle, la pellicola si fa di culto ed è addirittura in grado di ridefinire l'asticella massima dell'eccellenza verso l'alto, e questo automaticamente fa perdonare i mille difettacci elencati poc'anzi. Certo ogni tanto ci si sente ostaggi del film, affamati di maggiore azione e irritati da una scansione degli eventi che non convince. In un film di tre ore non si spiega perché il personaggio del muta-forma sia appena accennato così come non si spiega lo strabordante spazio nella solita dimora elfica. Il film rimane ampiamente imperfetto e non raggiunge le vette di scrittura del Signore degli Anelli. Ma lo spettacolo, se superate incolumi la prima oretta, diverte e avvince e porta in dote alcune delle più belle scene d'azione cinematografica di sempre. È questo quello che conta. Per questo promuoviamo La desolazione di Smaug nonostante i suoi difetti e attendiamo con gioia il capitolo 3. 
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martedì 24 dicembre 2013

Jupiter Ascending

Il nuovo film di Larry e Lana



Gli alieni vivono tra noi. Qualcuno finisce pure sotto i ferri di persone tentate di scoprirne la natura, qualcuno viene salvato e riportato in una patria che non pensava di avere. Le protesi facciali e gli abiti degli alieni sembrano usciti dal Mukka Assassina.
Tornano al cinema sotto egida Warner Brothers i fratelli terribili, i mitici Wachowski! Questa volta il dinamico duo darà vita ad una pellicola fantascientifica in grande stile, da loro scritta e diretta, interpretata dal bietolone Channing Tatum (che è appunto bietolone ma pure simpatico, vedasi alla voce 21 Jump Street e imminente seguito) e dalla sempre bellissima Milla Kunis (amatissima Meg dei Griffin nonché interprete de Il cigno nero). 

Sono di parte, amo integralmente la filmografia dei Wachowski (sì, anche Bound e Speed Racer, passando dalle collaborazioni produttive come V per vendetta e persino il bruttino Invasion) e credo che Cloud Atlas sia uno dei film più belli degli ultimi cinque anni (e perché non l'ho ancora recensito? Ci ho provato, ma veniva un post-atto-d'amore diviso in nove parti abbastanza deliranti troppo incompresnibile pure per i miei livelli... ad ogni modo se amate la fantascienza intelligente alla Gattaca, le storie d'amore tormentate, i romanzi marinareschi, le commedie sofisticate tipo Allen, le ambientazioni alla Mad Max, i drammi interiori alla Shine e il tutto mischiato in un unico film andate a recuperare Cloud Atlas e leggetevi il libro collegato, che ne vale la pena!). Alieni, esperimenti sul genoma, bullet time a manetta, tizi che volano dalle pettinature impossibili e dal trucco pure peggio, quel senso a volte irritante di porti sopra le righe, Jupiter Ascending si presenta da subito con l'inconfondibile stile delle pellicole Wachowski, che sono, per chi riesce ad amarle, più che la somma dei singoli componenti. Pellicole spesso altisonanti, ma sempre in grado di dare qualcosa, offrire occasioni per riflettere, gemme rare degne di essere viste e riviste. Perdere tempo a sezionarle, opacizzare la sgargiante superficie esteriore alla ricerca delle ovvie esagerazioni e ipocrisie, equivale a svilirle quanto a perdersi qualcosa di bello. Per goderne davvero bisogna farcisi trasportare dentro con tutta l'ingenuità di un bambino che varca la soglia di un negozio di dolciumi alla ricerca degli squali gommosi e delle rotelle di liquirizia: pura estasi emozionale. Certo che il trucco di Tatum è oggettivamente di quelli che stimolano ilarità, ma questo non mi farà certo desistere dalla visione. Giugno è lontato, questa prima visione di assaggio non si presenta affatto male. Vi terremo aggiornati! 
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sabato 21 dicembre 2013

Teaser fighi e teaser no


Il teaser è un'invenzione degli ultimi anni, per dare qualcosa in pasto ai fan che sbavano da mesi in attesa di un trailer da spulciare per ore e ore in cerca dei più piccoli dettagli, per poi discuterne con altri malati sui forum dedicati. Le case di produzione hanno quindi ben pensato  di lanciare dei mini trailer di pochi secondi giusto per rendere l'attesa ancor più lunga e spasmodica... Ma non tutti i teaser riescono nell'intento di gasare il pubblico. Volete un esempio? Ecco qui:


Quando ho visto che durava ben 2 minuti (che per un teaser è tantissimo), mi sono subito gasato, anche perché il nuovo film di Nolan è attesissimo. Peccato che il teaser in questione non voglia dire una beata minchia. Sembra la pubblicità di un profumo, manca solo che la voce narrante finisca con "the new fragrance by Paco Rabanne". Fa solo girare le balle modello ventilatore in una giornata di metà luglio. Cioè... piuttosto non pubblicate nulla!
Lo volete un teaser figo?


Chi dopo questi 50 secondi scarsi non vorrebbe arruolarsi tra le fila dei mercenari di Stallone? Chi non vorrebbe comprarsi un cargo con un teschio aerografato sopra? C'è sicuramente già qualcuno che è uscito di casa per andare al più vicino negozio di soft-air per comprarsi una divisa nera e il coltello di Lundgren... ave o Stallone, ho già i biglietti per il tuo film e spero che nelle tue intenzioni i mercenari saranno come minimo quindici film. Nolan, guarda e impara!
Gianluca

mercoledì 18 dicembre 2013

Il pianeta delle scimmie – Revolution ( Dawn of the planet of the apes)

Il pianeta delle scimmie, un primo sguardo a Il pianeta delle scimmie – Revolution (Dawn of the planet of the apes) e una piccola chiacchierata sulla storia della saga scimmiesca


Il Pianeta delle Scimmie è una delle saghe di fantascienza più amate di sempre. Da un primo capitolo imperdibile, del 1968, magistralmente interpretato da Charlton Heston e che ancora costituisce il punto più alto della produzione, il brand si è espanso negli anni con altri quattro capitoli, realizzati fino al 1973, una serie televisiva del 1974, una serie a cartoni animati del 1975. Poi il mito si è sedimentato tra i fan, la saga ha assunto l'egida di oggetto di culto, qualcuno trovava bellissime le orrenderrime mascherone da scimpanzé caratteristiche della produzione.

Fino a che trenta e passa anni dopo la 20th Century Fox decise di resuscitare il brand, di affidarlo alle abili mani di Tim Burton e di un cast stellare e farne un mega blockbuster al passo coi tempi. Ma la pellicola fa flop. Nonostante gli effetti visivi ILM, nonostante il trucco da urlo, opera del genio del make up Rick Backer, nonostante la presenza di bravi attori come Paul Giamatti, il compianto Michael Clarke-Duncan, Helena Bonham Carter, uno straordinario Tim Roth, Kris Kristofferson e Charlton Heston stesso, nonostante la strato-gnocca Estella Warren (partita a razzo proprio nel 2001, dopo una carriera di nuotatrice, con questo film e con Driven per poi finire tra un Cangaroo Jack e una minchiatina dispersa, con ultima traccia di sè nel 2010 per l'orrendo Jonah Hex), nonostante le chiappe di Mark Wahlberg.

Il film non funziona, il finale è così assurdo poi da far storcere il naso a più di una persona. Il brand incassa comunque tanti soldini, ma ritorna in soffita. Il finale di pellicola, per altro più aderente al libro, sarebbe stato spiegato in un seguito che la major non volle mai mettere in cantiere. Ed è un peccato perché il film di Burton era buono sotto molti aspetti e visivamente eccelso. Poi inaspettato, 10 anni dopo, si fece timidamente avanti un nuovo capitolo del brand: Rise of the planet of the apes, diretto dal misconosciuto ma talentuoso Rupert Wyatt per la sceneggiatura opera degli artefici del bello ma poco noto Relic: Jaffa (accreditato anche per il prossimo Jurassic Park del 2015) e Amanda Silver. L'idea è di offrire una sorta di prequel del capitolo originale del '68, basandosi su una novella dell'autore del romanzo originale, Pierre Boulle, ma la vera chicca è squisitamente a livello realizzativo. Grazie a una tecnologia che negli anni ha compiuto autentici passi da gigante nella riproduzione in digitale di animali, si decide di creare al computer le scimmie e nel contempo fare uso di reali primati in ragione di tizi con mascheroni pelosi. A rendere le movenze di Caesar, la prima scimmia senziente evoluta, viene quindi chiamato uno degli attori più straordinari degli ultimi anni, l'uomo che con le sue movenze e la sua interpretazione ha dato vita al Gollum della saga del Signore degli Anelli, Andy Serkis. Peraltro Serkis è da poco reduce dalla interpretazione di un'altro illustre primate oggi riproposto in digitale, il King Kong di Peter Jackson, e quindi già profondo conoscitore delle dinamiche di comportamento delle scimmie.


Il talento di Serkis unito a una sorprendente sceneggiatura, che lega l'ascesa delle scimmie alle decimazione della razza umana come conseguenze di un catastrofico esperimento volto in origine a curare l'Altzeimer (che invece rende le scimmie superintelligenti), fanno della pellicola qualcosa di originale. Soprattutto la prima e seconda parte dell'opera, grazie oltre che a Serkis al taleto di attori molto validi come James Franco, Freida Pinto e John Lithgow (quest'ultimo straordinario), apporta qualcosa di davvero mai visto nella saga, una dinamica familiare interessante e sfaccettata, una drammaticità autentica e desolante. Vediamo Cesare, figlio di una cavia-schiava dell'uomo, nascere, crescere, scoprire la sua strada e infine diventare simbolo per il suo popolo in quella che parrebbe, grazie al filtro della migliore fantascienza, una biografia credibile e realistica.

Il film piace, e molto. Tanto che si mette subito in cantiere un numero due. Dopo un tira e molla, la produzione decide però di accantonare regista e cast dell'ottima pellicola in ragione di voler offrire qualcosa di differente. Così alla regia subentra Matt Reevers, noto braccio destro di J.J.Abrams, regista dello spledido Cloverfield sui mostri ripresi con telecamera a mano e di Blood Story, riuscito remake americano della tenera e inquietante pellicola vampirica Lasciami entrare. Se Reevers non fosse un talento verrebbe quasi da pensare all'influenza di Abrams in 20th Century Fox in relazione ai suoi incarichi direttivi per il brand di Star Wars... e si sa che a pensar male... Giocoforza Franco e gli altri vengono scaricati, ma rimane (e ci sarebbe mancato il contrario) Andy Serkis, che qui sarà accompagnato da Jason Clarke (già visto in Zero Dark Thirty e nel Grande Gatsby), il sempre eccelso Gary Oldman, Keri Russel (la Felicity nella serie guarda caso di J.J.Abrams e Matt Reeves) e Kodi Smit-McPhee, già visto in The Road e (guarda tu il caso) nel ramake di Lasciami Entrare.
La trama sembra riguardare un periodo succesivo agli eventi della precedente pellicola, un'epoca nella quale un certo numero di esseri umani è comunque sopravvissuto e deve vedersela con la nuova dominazione scimmiesca. Come sarà? Ecco il nuovo trailer!



Wow. Credo che ci sarà da divertirsi! Vi forniremo aggiornamenti sullo status della pellicola non appena ne avremo la possibilità. Restate con noi! 
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martedì 17 dicembre 2013

Hansel e Gretel – cacciatori di streghe


Medioevo con qualche licenza poetica, centro Europa senza particolari specifiche. Il mondo è pieno di streghe che rapiscono bambini per mangiarli, sventrano cacciatori che troppo si avvicinano ai loro covi, evocano demoni di ogni tipo. La gente ha paura. Nei villaggi vengono arse vive in continuazione donne accusate di stregoneria pur non avendo i cittadini prove concrete sulla loro natura demoniaca. Tutto sembra volgersi verso una prematura fine del mondo quando sta per approssimarsi in cielo la notte della luna di sangue. Ma come ci sono le streghe, c'è anche qualcuno che si oppone a loro come gli orfani coraggiosi Hansel e Gretel. Abbandonati nel bosco da piccoli, questi sono stati attratti da una casa interamente fatta di dolciumi abitata da una terribile strega. Imprigionati e messi all'ingrasso in vista di essere mangiati dalla fattucchiera, i due bambini riuscirono a opporsi, contrattaccare e spingere nel forno la loro aguzzina. Da allora cresciutelli e diventati Hansel un figo (Jeremy – occhio di falco – Renner) e Gretel una stratognocca (la divina Gemma Arterton) vestiti di abiti in pelle e armati pesantemente vagano di villaggio in villaggio nella loro personale opera di sterminio. L'obiettivo più grosso è la potente strega Muriel (Framke – Jean Grey - Janssen), ma avranno inaspettati problemi con il tutore della legge di un piccolo villaggio, l'ottuso sceriffo Berringer (Peter Stormare).

Nuovo B-movie dell'arrembante Tommy Wirkola, lanciatissimo dopo il simpatico Dead Snow. Il budget qui è considerevolmente accresciuto e possiamo quindi godere di stupendi effetti speciali dall'anima retrò- anni '80, di predatoriana memoria mi verrebbe da dire. Il focus è nel realizzare le streghe più brutte e grottesche possibili e si nota chiaramente l'omaggio alle fattucchiere-ninja di Raimi tanto nel make up che nelle movenze. I combattimenti tra orfanelli e le megere sono un autentico spettacolo, scanditi da humor nero ed eccessi di vernice rosso sangue e più di una volta ci si trova a pensare alla trilogia di Evil Dead. Le ambientazioni sono altrettanto evocative (sempre di Evil Dead verrebbe da dire), con piante che attaccano come nelle più tetre scene del Biancaneve della Disney e con i gustosamente spettrali villaggi medioevali. Gustosa in tutti i sensi la casetta costruita di dolciumi, al contempo innocua e sinistra fin dalle sue porte che si spalancano come una bocca dentuta. Al centro di una continua e concitata azione ecco che vediamo i nostri eroi. Il simpatico e sempre bravo Renner e soprattutto la divina Gemma Arterton. Pelle bianchissima, forme generose, viso che incanta. Non sarò razionale qui, nutro una profonda e incurabile cotta per la suddetta attrice inglese, roba che non mi capitava dai tempi di Jennifer Jason Leight e Juliette Lewis. Una fascinazione in grado di farmi dimenticare tutto, dalla trama alla fotografia al momento di pausa pubblicitaria, e rimanere in estatica contemplazione per ore. I produttori sanno del potere di questa sirena ammaliatrice e spesso la mettono in filmacci come Prince of Persia e Scontro tra Titani, dove io come un ebete passo il tempo a guardare solo ed esclusivamente lei, incurante di tutto il resto. Ho visto il seguito di Scontro tra Titani, ossia l'Ira dei Titani incurante della sua assenza e ho trovato per ampi tratti la suddetta pellicola terribile. Ho rivisto Scontro tra Titani cercando di isolare le scene in cui non appare Gemma, ma non ci riesco (Tuttora non mi importa nulla della trama di Scontro tra Titani o dell'anacronistico taglio di capelli del protagonista), sono completamente soggiogato e maledetto alla visione continuativa di film come Tamara Drew, la scomparsa di Alice Creed e Quantum of Solace (che apprezzo sempre tantissimo, ma potrebbe essere per via del “Tamara Drew bless”). È stato annunciato un Hansel e Gretel 2, anche se mancano ancora conferme specifiche è quasi sicuro che si farà. Gemma ha di nuovo fatto il miracolo dei titani, quello che comunque non è riuscito con Prince of Persia (era davvero un film troppo brutto quello... con un principe sbagliatissimo).


Tiriamo le somme! Il film è un B-movie dal chiaro e dichiarato old-style fashion per effettistica e trama. I riferimenti a Evil Dead sono evidenti, bellissimi e fanno da ossatura a tutta l'operazione. I due protagonisti si muovono in ruoli di stampo quasi supereroistico simpatici, eccessivi e soprattutto divertenti. Tanto ma tanto sangue, budella, deflagrazioni cefaliche e quant'altro, pare una puntata di Ken il Guerriero. Gemma Arterton. Non ho provato il 3d. 88 minuti che passano in un soffio, una pellicola che si presta a essere vista e rivista per i suoi eccessi visivi e per Gemma. W Gemma. Giudizio critico: una puntata di Hercules/Xena con tanto sangue (e a me piace Xena). Giudizio acritico: una figata spaziale per chiunque sogni scene come una strega che imbraccia la scopa per schivare i dardi intrisi si acqua santa esplosi da una balestra a ripetizione. Epico. 
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lunedì 16 dicembre 2013

Robocop


Nuovo trailer un po' più convincente



Ne abbiamo già parlato su queste pagine. L'iniziale entusiasmo per la realizzazione di un reboot di una delle più belle e splatterose pellicole “anni ottanta” si è andato spegnendosi notizia dopo notizia fino alla visione del primo trailer, dove lo scoramento ha raggiunto preoccupanti livelli di guardia, quasi da caduta testicolare verticale. Il problema è la tremenda scelta, già evidente da una manciata di immagini, di livellare il target, di fare di Robocop un film per tutti come i Teletubbies. A essere onesti lo stupro del povero Murphy in senso “spettacolo per tutti” si è avuto subito all'indomani della seconda pellicola quando cartone animato e serie tv sono provvidenzialmente partite con l'intento di fare di Robocop un pupazzo da vendere, cosa che la prima pellicola non voleva, cosa che la prima pellicola cinicamente criticava, ma che giocoforza la serie è diventata a colpi di cartoni e pupazzi. Non metto nel livellamento target i videogiochi perchè negli anni “ottanta” era già costume sul c64 o sull'Amiga o Megadrive proporre giochi per adulti, cosa che di fatto Robocop era... ricordo in proposito un leggendario Robocop vs Terminator sanguinolento come pochi di cui un remake non schiferebbe, anzi. Noi, nerd sadici, che amiamo il sangue e sbudellamenti della prima, cinica e disperata, pellicola del crociato meccanizzato non possiamo nulla contro le major. Ci aggrappiamo al regista già noto per Tropa d'elite, Padilha, ma le immagini sconfortano. Fanno tornare alla mente Street Hawk, Kamen Raider, Captain Power.


Tutto questo fino al nuovo trailer di cui sopra, una leggera botta di entusiasmo. Nelle poche scene vediamo gran sfoggio di attori, dal mitico trash-hero Samuel L. Jackson al mai dimenticato Beetlejuice Michael Keaton al sempre valido Gary Oldman. Anche la computergraficaccia del primo trailer pare dimenticata e l'aspetto visivo speciale non lo trovo così sgradevole; infine, direi quasi figlio di suggestioni calate (bene) da Io Robot o Real Steel (sperem). Certo Robocop di Verhoeven era “acciaio che schiaccia carne, carne che si comprime e scoppia schizzando” (questa frase è mia, già depositato il copyright.-.). Qui siamo molto più dalle parti di bullone schiaccia bullone, più innocuo e socialmente accettabile. Ma se il tutto sarà veloce e divertente chissenefrega e benvenga anche questo “Robocop Light”, con la sua moto rombante, psicologia appianata e la stupidissima (almeno a vederla così) “mano umana”. Potrebbe almeno essere una valida alternativa ad Ironman in fondo. Forse. 
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sabato 14 dicembre 2013

Orfani – vol.2 “Non per odio ma per amore”



Passato. Prosegue l'addestramento degli Orfani presso il campo Dorsoduro. Molti non ce l'hanno fatta nella recente missione di sopravvivenza all'aria aperto. Juno piange la perdita del fratetto Hector, che ha sacrificato la sua vita anteponendosi tra loro e un orso. La ragazza nutre profondo rancore e si allena con il massimo dell'impegno per riuscire un giorno a essere abbastanza forte per uccidere il comandante Nakamura, da lei ritenuto responsabile dell'accaduto. Il comandante cerca di alimentare questo odio, comprendendo il potenziale della ragazza; vuole che attraverso l'odio forgi il suo carattere per diventare un'arma perfetta.
Presente. Continua l'attacco al pianeta alieno. Iniziano a moltiplicarsi i dubbi sul nemico e sulla loro misteriosa struttura cristallina. L'orfano Scout, che si scopre essere Jonas, chiede al comandante di procedere per una missione di pattugliamento accompagnato da Angelo, che si scopre essere prorpio Juno. I due arriveranno molto vicino a un'inquietante realtà, in inferiorità numerica ed esposti al nemico. I due ragazzi pertanto decidono che, qualora riuscissero a scampare, daranno una svolta alla loro vita.

Secondo appuntamento con il fumetto block-buster di Recchioni, con ai disegni Bignamini e ai colori di Leoni. Si rinnova il piano temporale sfalsato tra passato e presente e si approfondiscono ulteriormente i rapporti tra i personaggi. L'atmosfera generale omaggia qui grandemente la riduzione filmica di Starship Troopers, tanto sul piano dell'addestramento che riguardo alla vita sugli incrociatori spaziali del tempo presente. Ci sono riferimenti che arrivano fin nei dettagli delle uniformi militari e i fan della serie ne saranno di certo estasiati. Finalmente ci viene data la possibilità di indugiare, fugacemente, sotto le corazze dei nostri protagonisti ed è una svolta interessante che non riduce di una pagina l'azione continua per la quale si contraddistingue questa testata. I segreti sul mondo alieno si infittiscono e danno luogo anche a un paio di tavole spettacolari. C'è un colpo di scena che potrebbe avere interessanti conseguenze sull'economia del racconto e mutarne la forma, ma ci riserviamo di appurarne l'effettiva portata di lungo corso. I disegni sono sempre molto belli, anche se iniziano a venire al vostro recensore alcuni dubbi. Le strutture extraterrestri come la caratterizzazione attuale degli alieni sono peculiari, originali ma poco accattivanti, languono un po' di fascino e ad essere proprio bastardi si ha per ora l'impressione che la razza umana stia combattendo contro una razza di orsetti gommosi. 
Siamo gli alieni gommosi!!
Anche le suit ultra-dettagliate degli orfani quando si accompagnano ai quod fanno un po' l'effetto di giocattoli a causa di una errata rappresentazione scenica. A queste perplessità grafiche si insinua stronzamente pure qualche effettivo dubbio sulla bontà della caratterizzazione di alcuni personaggi, che pericolosamente stanno in bilico tra il drammatico e il ridicolo; è una sensazione ancora subcutanea, grazie al cielo, speriamo che chi di dovere ci stia attento. Secondo numero con più ombre che luci e dove la narrazione frenetica davvero fa rimpiangere rimi narrativi più compassati. 
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giovedì 12 dicembre 2013

Godzilla


Finalmente ci siamo, ecco il trailer dell'attesissimo remake marchiato Hollywood del lucertolone più radioattivo della storia. Che dire? Il bestione sembra sontuoso e questo teaser lascia ben sperare. Poca carne al fuoco per il momento per tutti quelli che, come noi, si aspettavano (e ancora aspettano...) eventuali collegamenti al mondo di Pacific Rim, dopo la boutade di Del Toro, che avrebbe seriamente intenzione di legare in qualche modo i due marchi. In ogni caso, nella spasmodica attesa di un secondo capitolo con robottoni alti come palazzi (secondo di almeno nove vogliamo sperare...), questo Godzilla pare proprio interessante. 

Il cast? Non fa urlare al miracolo, ma forse è anche giusto così, in un titolo dove a farla da padrone deve essere il bestione famelico... comunque troveremo Elisabeth Olsen (sorellina delle più famose gemelle, ora scomparse probabilmente a disintossicarsi su qualche isola caraibica), Bryan "Breaking Bad" Craston, Aaron Taylor Johnson (il simpatico Kick ass dell'omonimo film , con tanto di seguito in uscita), la mitica Juliette Binoche e l'ancor più mitico Ken Watanabe, che da solo varrebbe il prezzo del biglietto. Uscita prevista in Italia: 15 maggio. Stringiamo i denti, mancano solo 5 mesi, 3 giorni, 11 ore, 2 minuti e 13 secondi... 12... 11... 10...
Gianluca

martedì 10 dicembre 2013

Amazing Spider-man 2

Diamo un occhio al trailer e rimembriamo il capitolo 1


Sfoggio indiscriminato di effetti speciali, musica struggente in sottofondo, Spiderman torna a solcare i cieli di New York di ragnatela in ragnatela. Dopo aver scoperto per l'ennesima volta, senza che nessuno lo avesse richiesto, che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, dopo aver sconfitto il digitalmente orrendo Lizard, ecco che il nostro eroe è pronto a elargire umiliazioni a nuovi super-cattivi di turno nonché a fare luce sul torbido passato alla doctor Frankenstein che lega la famiglia Parker agli Osborn. Riusciremo almeno a vedere una tetta di Emma Stone?
Ecco finalmente il tanto agognato (?) primo trailer “consistente” dell'ultima fatica cinematografica di Marc Web, il reboot di Spiderman capitolo due. Sony riccamente produce, forse anche più di prima. La sceneggiature, basata sempre sul lavoro di Vanderblit (che ricordiamo aver messo mano allo sconfortante e mai dimenticato “Al calare delle tenebre”), che in qualche modo seguiva la versione ultimate di Spiderman (alla lontanissima... vuoi forse per il legame Parker-Osborn e pochissimo altro) è qui curata dai “lostiani” Pinkner, Orci e Kurtzman (e deve essere corposa dato il già annunciato Spider-man 3 per il 2016) in luogo delle penne del capitolo 1, cioè Vanderbilt, Sargent e altri quattro (imdb. Cit). La musica è sempre lo spettacolo sonoro garantito da Hans – Il Gladiatore (e Pasta Barilla) - Zimmer.
Confermato in toto il cast del capitolo 1, da Garfield (insopportabile) nel ruolo di Peter Parker alla Stone (carinissima) a interpretare Gwen Stacy passando a Selly Field ad impersonare zia May e Denis Learly (insignificante) sul capitano Stacy. Martin Sheen sarà un quantomai spettrale o flashbackkato zio Ben, Chris Zylka vestirà i panni di uno spero “venomiano” Flash Thompson. A questi si aggiunge un nutrito e interessante cast di cattivoni e comprimari vari. Tra i nuovi arrivi, per gli affezionati dei cattivi pigiamati dell'arrampicamuri, ecco allora la benemerita famiglia Goblin (...cioè Osborn... ) rappresentata da Norman (Chris Cooper) e Harry (Dane DeHaan, già visto ed apprezzato in Chronicles come pazzo scatenato), seguita da Rhino (Paul Giamatti, in versione Rhino meccanizzato direttamente dalla versione ultimizzata del personaggio) e da Electro (Jamie Foxx, anche lui ultimizzato).
Che dire? La giostra colorata offerta da questo trailer è molto attraente e stimola automaticamente all'acquisto del biglietto per la prima del mese di maggio. Da quello che vedo mi trovo inaspettatamente contento.
Dico “inaspettatamente” perché ho detestato con tutto me stesso il capitolo 1. Non ho capito il motivo di far ripartire da zero una saga eccelsa come quella di Raimi, seguendo lo slogan cretino “regista giovane per un pubblico giovane”, anche se devo ammettere che ripercorrere le dinamiche dello Spiderman anni '70 miscelate all'universo ultimate non sia stata una cattiva idea. L'idea però che tale scelta sia dovuta al fatto che vendono di più le “storie delle origini” piuttosto che i nuovi capitoli, che sono più complessi da realizzare, mi rattrista e annoia. Quante volte dovremo risorbirci le origini di Batman, Superman, X-Men perché degli sceneggiatori cani non sono il grado di continuare un lavoro senza ripartire sempre da capo ogni due o tre anni? Ai fan si raccontano sempre le stesse fregnacce, i nuovi fan esultano e al prossimo giro di boa pure loro ricorderanno le fregnacce. Tristezza. Non ho capito poi perché trasformare Peter Parker in un bulletto belloccio del tutto in antitesi al Peter Parker sfigato e mingherlino, uno che nei fumetti dal “nuovo” Peter Parker le avrebbe prese di santa ragione. Drammaturgicamente equivale a non avere mai letto o non aver capito una sega del fumetto. Si può parlare di modernità, bocciare per anacronistici gli scontri tra lo spiderman raimiano e doc ock in cui i due si affrontano lanciandosi sacchi di monete d'oro modello Paperon de Paperoni, ben vengano contesti più tecnologici e realistici in luogo di ragni radioattivi. Ma non si può disintegrare del tutto il carattere del personaggio. A Garfield, che interpreta il ruolo in modo tronfio, sguardo da ragazzetto ribelle e con muscoli guizzanti non serve il costume dell'uomo ragno per essere figo e sentirsi realizzato nel mondo. Posso capire che le ragazzine lo preferiscono al bruttino Tobey Maguire, ma Spideman è sostanzialmente questo, un ragazzo buono, altruista, ma che non spicca, uno che se non lo conosci non ci parleresti, uno con sempre la nonna tra le palle e i vestiti sgualciti, uno che ha grandi potenzialità ma è ancora così insicuro da non riuscire a esprimerle al meglio. È un insicuro a cui guarda caso si scioglie la parlantina quando indossa il costume e può sfogare su beoti in calzamaglia (pur con i limiti di un codice morale auto-imposto da bravo ragazzo) tutte le paranoie che la sua vita da frustrato gli propone giorno per giorno. 
 Garfield (che mi sta sul cazzo e quindi quando lo vedo in Social Network prenderla in quel posto dall'altro attore odioso godo...) non ha nulla di tutto questo a parte la formula delle ragnatele (che poi tutta sta storia dello spara-ragnatele... cheppalle!!!), che vedendo un po' il personaggio non mi stupirei avesse rubato a un secchione fracassandogli la faccia (cosa che non accade da che a prima vista potrebbe pure starci). Tralasciando il vomitevole personaggio e passando al cattivo di turno, non ho capito perché disintegrare Lizard rendendolo al contempo un personaggio superficiale e un villain esteticamente insignificante. Da un lato ringrazio per non essere ricorsi come primo cattivo di nuovo al Goblin, che tanto ce lo ripiglieremo nel capitolo2 o 3, ma non si può prendere uno dei personaggi più tragici e complessi della storyline e brutalizzarlo in questo modo. Lizard è combattuto, in perenne conflitto interiore tra umanità e bestialità. Lizard è sofferente, sempre pronto ad auto-sedarsi per non perdere il controllo, è una specie di Hulk con la consapevolezza; se si accende il suo cervello rettile inizierà a mangiare le persone che lo circondano. Quando Connors diventa Lizard poi ecco che pensa come Lizard, attua strategie e si muove con la furtività di un rettile che conosce anche gli schemi comportamentali umani, è un predatore cosciente. Un personaggio da film horror, ma può essere affrontato come una figura shakespeariana e funzionerebbe. Qui è un cattivo da fumetto buttato nel cesso quanto il due facce di Tommy Lee Jones, uno che dovrebbe essere riflessivo, distaccato, austero ma invece è solo isterico. Pura cacca. E poi la cga. In un'epoca poi in cui al cinema arrivano i Transformers e i mostri giganti di Pacific Rim possibile poi che Lizard abbia una cga così orrenda e approssimativa, qualcosa che avrebbe fatto vergognare i costumisti del power rangers? Riguardatevi i vituperati dai produttori Spider-man di Raimi: Doc Ock, Sandman e l'Obgoblin sono personaggi mille volte più fighi di Lizard (certo Goblin e Venom sono un po' ciofeche, ma non si può avere tutto...).
Al di là della nuova caratterizzazione del personaggio principale e del cattivo, al di là del solito “spirito americano” della scena delle gru (che c'è a chi piace...), al di là della forzosa re-visione della scoperta dei poteri, le responsabilità, zio Ben in carriola e tutto il resto, al di là di tutto il primo Amazing Spiderman ha comunque i suoi meriti, primo tra tutti una regia dinamica, un apparato visivo sontuoso, ottime interpretazioni di quasi tutti i personaggi. Perfino una limit edition con pupazzetto su Amazon, esticazzi. Così lo spettacolo passa, diverte. Non è “lo spider-man che dico io” ma chissene.

Partendo da queste premesse bassine è quindi facilissimo per me essere stupito da Amazing Spider-man pellicola 2. Il trailer mi fa ben sperare, l'effettistica appare fighissima, ho quasi più attrattiva per questo che per il nuovo Capitan America. Di sicuro il biglietto per il cinema lo prendo. Ne riparleremo. 
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sabato 7 dicembre 2013

Thor: the Dark World



Ai tempi di Bor, padre di Odino, i guerrieri asgardiani hanno dovuto combattere la minaccia degli elfi oscuri, una belligerante razza di bastardi spinti dalla brama incolmabile di portare l'intero universo verso la tenebra. Naturalmente gli elfi le presero, e ne presero tante, ma qualcuno (il rancoroso Malekith interpretato dall'incolore Christopher Eccleston) si salvò, meditando vedetta per un secolo o due, mentre la loro principale arma, che è sempre marvellianamente una fonte di energia distruttiva, veniva dagli asgardiani nascosta nel posto più improbabile dell'universo, la Terra. Giorni nostri. La missione degli Avengers per liberare New York dall'invasione dei Chitauri capitanati da Loki (Tom Hiddleston, sempre bravissimo) è andata a buon fine e ora il belligerante infingardo fratellastro di Thor (Chris Hernsworth, sempre biondo) gode di una suite nelle prigioni personali di Odino (Anthony Hopkins sempre compassato, ma nei momenti di veglia dal pisolino quotidiano abbastanza reattivo), schifato da tutti ma sempre amato dalla madre adottiva Frigga (Rene Russo, commovente). 
Thor nel frattempo brandisce il martello sedando guerre e riportando la pace in tutti i regni e il suo divino padre inizia a pensare che la corona donerebbe proprio sulla capoccia bionda del ragazzone. Jane Foster (Natalie Portman, sempre carinissima), la scienziata di cui Thor si è innamorato, intanto attende che il suo biondissimo eroe torni a trovarla (Se Natalie Portman avesse partecipato ad Avengers tutto questo casino non sarebbe successo). Il suo capo Eric Selvig (un incredibilmente versatile Stellan Skarsgard... che attendo nelle annunciate evoluzioni erotiche nel prossimo Nimphomaniac di Von Trier, che uscirà in patria in versione censurata e versione super-porno-deluxe per la notte di Natale) è letteralmente uscito di testa dopo aver subito il lavaggio del cervello da Loki e ora vaga nudo per l'Inghilterra, la sua stagista Darcy Lewis (l'adorabile Kat Dennings) si sta allargando e si è pertanto trovata Ian, un sub-stagista (Jonathan Howard) da utilizzare come personale giocattolo. Mentre Jane guarda le stelle e viene invitata in tragici appuntamenti al buio volti a farle dimenticare i muscoli di un dio celtico, Darcy scopre non distante da Londra una strana anomalia gravitazionale che pare una barbara scopiazzatura di un episodio di Animatrix, (Aldilà di Koji Morimoto); guarda caso è proprio al cento di quella stranezza spaziale che si nasconde l'arma definitiva degli elfi oscuri.
Secondo appuntamento con le avventure che vedono nominalmente Thor come protagonista, anche se c'è subito da dire come il film Avengers rappresenti un tassello importante e irrinunciabile che fa da ponte tra la prima e seconda pellicola. Se in Iron Man 3 gli eventi di Avengers si avvertono ma con una certa distanza, l'intero cast del primo Thor è stato letteralmente stravolto dalla pellicola sui vendicatori. Alla regia troviamo Alan Taylor, tanta gavetta nella HBO dietro la macchina da presa, da Sex'n'The City ai Soprano al recente Games of thrones e già accreditato come regista nel 2015 per il nuovo Terminator. Il film è più “grosso” del primo in termini di combattimenti, effetti speciali e drammaticità, ma non rinuncia del tutto a gustosi siparietti comici e al divertimento generale (da sempre anima dei comic-movie Marvel, aspetto che la DC dovrebbe imparare a copiare). Gli attori sono perfettamente in parte e il film riesce abbastanza a ritagliare qualcosa di significativo anche per i personaggi che sono relegati ai ruoli più marginali come i tre guerrieri (Fandral interpretato dal belloccio e simpatico Zachary Levi, Volstagg intepretato dal granitico Ray Stevenson - uno dei nostri attori preferiti amato anche in The Punisher, G.I. Joe la vendetta, King Arthur - e per finire il terzo guerriero Hogun, interpretato da Tadanobu Asano che arriva, dice una battuta e va via), Sif ( Jaimie Alexander, sempre bellissima) e il mitico Heimdall (interpretato da Idris Elba, stra-amato da noi in Pacific Rim e Prometheus, anche se in quest'ultimo fa una parte un po' del cacchio... ma pur sempre rocciosa!). 
Tuttavia, come io stesso mi sto rompendo di scrivere nomi su nomi di gente, appare evidente allo spettatore che Dark World patisca un po' di overbooking... é vero che Taylor con Games of Thrones abitualmente gestisce decine di personaggi, ma per i tempi filmici di qualcosa che non sia il Signore degli Anelli quando c'è troppa gente sullo schermo qualcosa giocoforza si comprime. Per assurdo in questa pellicola quello che maggiormente viene compresso è quello che dovrebbe essere il cattivo, Malekith, già figura piuttosto incolore nei fumetti, che vegetando troppo tempo nelle retrovie pur adoperandosi in un paio di scene chiave della pellicola non riesce, per il ristretto minutaggio a lui concesso, a bucare lo schermo come a farsi ricordare dopo i titoli di coda. Tuttavia quello che non riesce a scatenare emotivamente Malekith riesce a farlo senza troppi problemi Loki, colui che finora risulta essere il villain più convincente di tutto il marveluniverso filmico. Hiddleston ne accentua la tragicità ed emotività, promuovendolo a effettivo antieroe in grado di oscurare per carisma il pur sempre simpatico e appropriato Thor. Loki è contorto, spietato, ma al contempo umanissimo, fragile e ferito. Le sue scene con Frigga, una straordinaria Rene Russo, e Thor sono in assoluto le parti più belle della pellicola e riescono ad avere un peso, per quanto possa sembrare assurdo, anche le scene che Loki “non” ha con Odino. Davanti a un personaggio come il dio degli inganni il pubblico viene quindi rapito e anche se l'elfo oscuro e cattivo appare sciapo la struttura drammaturgica del film risulta comunque valida. Altro aspetto che mi ha colpito in negativo sono le mini-battaglie campali, quella collocata nella scena iniziale, come della prima battaglia di Thor. Sembrano monche di qualcosa, partono maestose per poi fermarsi una manciatina di secondi dopo. Non le capisco. Forse per probelmi di durata della pellicola le hanno ristrette. Forse per problemi di costo le hanno ristrette. Forse per entrambi questi motivi quando il film avrà racimolato abbastanza soldi saranno reinserite in una versione estesa del dvd o blu ray. Mi sarei pure accontentato di vederle "ingigantite"al rallentatore! Un po' squalificano l'epicità di base dell'opera. Poteva essere tipo il Signore degli Anelli e invece..

Tirando le somme. Il secondo film di Thor funziona bene quanto il primo, ma forse soffre di eccessiva bulimia tematica senza mai diventare travolgente nelle singole parti. Appaiono a ogni modo divertenti sia le scene di natura guerresca che si svolgono per lo più ad Asgard e dintorni che le scene più prettamente sentimentali e comiche che si svolgono sulla Terra. A fatica anche la bella love story tra Thor e Jane trova i suoi spazi e questo è decisamente un bene per l'economia della storia e della serie. Assolutamente spettacolare Skarsgard nella su demitizzazione di attore serio, una prova che non può che rimandare alla strepitosa performance di Ben Kingsley sul Mandarino in Iron Man 3. I film della Marvel continuano a dimostrarsi stupende giostre animate per tutta la famiglia,divertenti e leggeri ma carichi della giusta tensione per appassionare anche il pubblico più grandicello. Thor 2 è divertente, magari non a livello di Avengers per mille motivi, ma comunque un film che fa passare con piacere il tempo della visione e che più di una persona amerà collezionare in home video. In attesa del Soldato D'inverno, Marvel prosegue la sua cavalcata gloriosa nei cinema. 
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giovedì 5 dicembre 2013

Frankenweenie



Il piccolo Victor Frankenstein (in originale doppiato da Charlie Tahan, visto in Io sono leggenda) bambino timido e riservato, ama studiare e passare il tempo con il suo cane Sparky (che ricorda un casino il cane della serie Family Dog di Brad Bird, serie con sempre dietro Tim Burton... ma forse è solo un caso). Sparky è un cane molto vivace ma che si presta docilmente ai giochi con il suo piccolo padrone, recitando per lui nei ruoli di mostro spaziale in filmini amatoriali realizzati con super8, scenografie di cartone e soldatini. Al di là di questa piccola carriera cinematografica Sparky è anche un rubacuori e quando il suo padroncino è a scuola passa sovente il suo tempo in prossimità del muro di cinta che divide la casa dei Frankenstein dai Van Helsing per intrattenersi con la loro cagnolina. Da poco nella classe di Victor è giunto un nuovo docente, Mr. Rzykruski, (in originale doppiato da Martin Landau, già Bela Lugosi in Ed Wood di Burton e qui a dare la voce a un personaggio che assomiglia parecchio al compianto Vincent Price), un eccentrico insegnante di scienze che da subito ha toccato il cuore degli alunni, come lui è stato toccato da loro (School of Rock cit.), grazie al suo appassionato e teatrale modo di insegnare e al suo ambito concorso di scienze aperto a tutti gli studenti. Tutti gli studenti sono in subbuglio e Victor è tra i più gasati, ma il padre (doppiato in originale da Martin “faccio il soldatino” Short) vorrebbe che Victor, già magrolino e solito rintanarsi in soffitta, non passasse tutto il tempo sui libri, motivo per cui propone un compromesso: firmerà l'autorizzazione al concorso di scienze se il figlio parteciperà anche al campionato di Baseball. Condizioni riluttantemente accettate.

Durante una partita di baseball Victor, nonostante il fisico poco abituato, riesce comunque a realizzare un fuori campo che ribalta le sorti dell'incontro. Purtroppo il dramma è dietro l'angolo. Sparky segue la pallina che vola oltre lo stadio per riportarla a Victor, ma in un attimo viene investito da un'auto.
In un giorno piovoso Sparky viene così seppellito nel cimitero degli animali. Victor accusa il colpo chiudendosi in se stesso ma da una lezione del professor Rzykruski sull'elettricità si annida in lui un piano ardito per riavere con sé Sparky. Lo riporterà in vita imbrigliando la forza dei fulmini. Con congegni improvvisati e il cuore spezzato Victor mette tutto se stesso nel progetto e grazie al suo incrollabile amore per Sparky (che significa “scintillante”) elettrifica il corpicino dell'animale debitamente dissotterrato dal cimitero degli animali. Incredibilmente l'impresa riesce e il cane torna a scodinzolare e saltellare. Solo che ora deve essere alimentato con la corrente come un'auto con la batteria a secco. Un compagno di classe di Victor, Egdar “E” Gore, scopre il rinato Sparky e subito si mette a tormentare Victor. Terrà la bocca chiusa se il giovane Frankenstein lo aiuterà nel concorso di scienze. É tempo di disseppellire un altro animaletto defunto e infondergli vita con la forza del fulmine. Può l'amore e qualche milione di gigawatt far riportare in vita i propri cari? È davvero quella dei rinati una nuova vita o solo una parentesi che dura il giusto tempo di salutarsi come si dovrebbe? Di sicuro se fosse possibile provarci ne varrebbe la pena.

Sono quindi l'amore e la scienza, che rimano in fantascienza, i temi di questa nuova opera di Burton. Un territorio familiare e sicuro, diranno i detrattori delle ultime pellicole burtoniane, dal quale ripartire con nuovo slancio. Si può dire che Frankenweenie sia un grosso uovo di Pasqua contenente tutto quanto di meglio prodotto da Burton al di fuori del suo attore-feticcio-alterego in senso felliniano, Johnny Depp, che stranamente appare assente (ma di fatto il piccolo Victor Frankenstein assomiglia molto alla versione giovane di Victor Van Dort, il protagonista della Sposa Cadavere la cui voce è sempre di Depp).

Complice il passato Halloween è finito nel lettore l'ultimo film di Tim Burton. Ed è stata un'autentica sorpresa. Ero un po' riluttante, lo ammetto, perché avevo visto l'originale Frankenweenie, il corto, all'epoca abbinato mi pare alla videocassetta di Edward Mani di Forbice e mi aveva messo in corpo un barlume di gioia insieme però a una tristezza tremenda. È pur sempre un film sulla morte e sui sogni infranti e alla resurrezione di Sparky al di là del bello specchio magico della pellicola, della magia del cinema, io non ho mai creduto. I primi trailer mi facevano poi pensare di trovarmi più o meno nelle stesse acque e allora ho rimandato e rimandato e rimandato. E ho fatto male! Al di là dell'inevitabile malinconia di fondo ha molto da offrire. Mescola e reimposta, con dolcezza, i più bei sogni-incubi del cinema che fu. Il nuovo Frankenweenie oltre che essere un autentico gioiello dell'animazione con pupazzi in stop motion passo uno è il più smaccato, divertente e folgorante tributo di Tim Burton ai mostri classici dell'epoca del bianco e nero. Dracula, il mostro di Frankenstein, l'uomo lupo, la creatura della Laguna Nera, Godzilla, la Mummia, l'uomo invisibile; tutti frullati in un'unica pellicola che cita, per chi bene conosce, costruendo un universo visivo speculare e accattivante nel quale è facile perdersi. Un autentico atto d'amore che si esplica da subito con la scelta, stilosa quanto arbitraria, del bianco e nero e che non lesina neppure di scene forti (anche se lontanissime dal termine cruente). 

Dopo gli alieni di Mars Attacks, la Sposa Cadavere, Jack Skeletron e i mille mostriciattoli di Nightmare before Christmas ecco allora che il mostrario in stop motion Burtoniano si allarga nuovamente per la felicità di tutti i fans. Per chi sa coglierle ci sono mille auto-citazioni anche al resto del mondo Burtoniano, dalle casette che richiamano il paesino di Edward al mulino a vento di Sleepy Hollow, persino suggestioni da Batman e Beetlejuice in un continuo gioco al rimando. Ma al di là di tutto questo fan-service la pellicola colpisce per la bellezza e la leggerezza della trama e per i suoi simpatici personaggi. Come non affezionarsi a Sparky, mister Baffino, Colossus e agli altri animaletti, come non appassionarsi agli strambi compagni di classe di Victor, che citano nella postura Boris Karloff (non a caso si chiama Bob), il gobbo assistente di Frankestain Igor e le classiche damine fantasma, come non ridere dei loro tentativi, piuttosto estremi e da mad doctor, per vincere il concorso di Scienze? Il film è pieno di trovate divertenti e di autentiche chicche da scoprire visione dopo visione. Il finale è forse la cosa più strana, una concessione favolistica forse dovuta al target della pellicola, ma non stona anche se ai più grandi appare per quello che è: una concessione ai sogni dei bambini. Le musiche di Danny Elfman sono come sempre appropriate e la canzone scelta per i titoli di coda della pellicola, “Love si Strange” è una dolce ballata che difficilmente vi dimenticherete. Mi è piaciuto e pure parecchio. 
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