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martedì 2 novembre 2021

Book of Boba Fett: il trailer

È il cacciatore di taglie definitivo di Star Wars, quello che pure Darth Vader deve ammonire prima di un incarico chiedendogli: “Niente disintegrazioni”. Ha un casco integrale che ne nasconde i lineamenti, un'armatura ammaccata e scucita che ha visto mille battaglie, un jetpack rugginoso e inaffidabile sulle spalle, un lanciafiamme armato sul polso, un cavo metallico con il quale immobilizza le prede. Parla poco, perché non ha troppo bisogno di parlare. E visivamente, per i fan delle action figures, è un “pupazzetto bellissimo”. 

Qualcuno si ricorda di averlo visto “per primo”, ai  tempi del famigeratissimo show natalizio di Star Wars, nel quale compariva una sua “versione a cartoni animati”, sul dorso di un brontosauro, armato e cazzuto. Ma nella saga cinematografica “classica” di Lucas, quella “del cinema”, Boba Fett ha vita breve ed è di fatto più “fumo che arrosto”. Poche scene e una morte indegna, all’inizio del Ritorno dello Jedi, dopo essere precipitato per una avaria del jetpack nella panza di un vermone delle sabbie, colpito di striscio, per puro caso, da un Han Solo sostanzialmente in stato di cecità. 

È andata così. 

Luke: “Attento, Han! C’è Boba Fett dietro di te!!”. 

Han: “Boba chi?” 

…e BAM!!, giù nello stomaco del verme dopo che Ian ha agitato nell’aria un bastone. 

La legenda poi vuole che Boba “non doveva finire così”, ma per colpa di uno screzio con l’attore, Jeremy Bulloch, reo di aver divulgato alla stampa anzitempo la trama del nuovo film. 

Ma il personaggio è amatissimo, i pupazzetti vendono insieme al mito di “quello che poteva fare un cacciatore come Boba nello spazio”, così arriva la seconda trilogia di Star Wars, con Lucas che ci ripensa e inventa per Boba un padre come Django Fett, interpretato dal granitico Jack la Furia di Once were warriorsTemura Morrison. Django diventa l’uomo da cui clonano i primi troopers imperiali e da cui è clonato lo stesso Boba. Piovono pupazzetti di Troopers imperiali che ricordano l’armatura di Boba Fett ma non basta. Così arriviamo al Mandalorian, serie in cui Pedro Pascal impersona un cacciatore di taglie dello stesso pianeta e “codice del guerriero” di Boba Fett. Piovono milioni di nuovi pupazzi ma non basta. Così sul finire della seconda stagione dello show in streaming per il canale Disney Plus ecco che torna in scena il Boba originale. Non è stato ucciso nello stomaco del vermone delle sabbie, ha sempre il volto di Temura Morrison ed è pronto per avere una serie tv tutta sua, The book of Boba Fett, che di sicuro venderà tanti nuovi pupazzetti. E voi siete pronti per la “Boba Fett Mania?” 

Talk0


lunedì 4 maggio 2020

The Mandalorian - la nostra recensione della prima stagione completa


- Premessa: purtroppo le puntate sono finite, questa serie mi mancherà davvero. È stato uno degli appuntamenti settimanali immancabili di questo periodo di quarantena, insieme a Hunters su Amazon Prime. Mi sono ritrovato a guardare un telefilm dalla trama semplice ma carica di sfumature, che probabilmente da bambino avrei amato alla follia. Mi rincuora sapere che già per ottobre sia prevista una seconda stagione, con la numero 3 già in pre-produzione da questo aprile. Per me questo è il modo giusto di celebrare i molti mondi possibili dell'universo di Star Wars. Tra un baby Yoda e un inseguimento con gli speeder, tra i jawa e i robot mercenari sono tornato un po' bambino ed è stato bello, perché ho visto pure che lo spettacolo era atteso e gradito anche a miei amici che non hanno mai amato particolarmente Star Wars. Volevo quindi parlarvene un po', ma procediamo con ordine.


- Questa è la via: il culto dei mandaloriani impone di diventare i migliori combattenti delle galassia  e di indossare per sempre sul proprio volto un elmo e sul corpo una corazza. I mandaloriani vivono per acquisire un metallo prezioso con cui elaborare la loro armatura, raccontandolo sulla sua superficie il loro valore e scavandone tra le pieghe infiniti congegni per ampliare la propria letalità. Un tempo considerati pari dei re, oggi i mandaloriani, a cinque anni dalla caduta dell'impero, strisciano tra i bassifondi delle taverne come cacciatori di taglie, nell'unica e smodata ricerca di quella lega preziosa con cui scrivere la propria storia e valore sul loro acciaio.
Un mandaloriano senza nome arriva così sul punto di intraprendere un nuovo contratto, il recupero di un oggetto misterioso e molto ambito da persone pericolose. Solo che quell'oggetto si schiude, rivelandosi la culla di un bambino di una specie sconosciuta, forse estinta. Il guerriero incasserà la taglia passando a una nuova missione? 


- Lo spazio è "di tutti", "quindi è "pop": Le Guerre Stellari sognate da George Lucas, scritte su un quaderno dai figli giallo insieme ad American Graffiti, rappresentano a oggi una sintesi perfetta della cultura pop del '900. Tanto perfetta da generare, nelle mille declinazioni con cui sono esplose mediaticamente, materiale iconico, di moda e stile. Nella cattedrale di San Pietro e Paolo a Washington DC tra i doccioni o "Gargoyles" a difesa delle mura, ce n'è uno con l'elmo di Darth Vader. Come ogni opera di sintesi, Star Wars ha pescato ovunque. Nella sua ricetta magica c'è dentro la fantascienza di carta fatta di pianeti lontani, creature strane e grottesche, dittatori  e astronavi, che ha dipinto le storie di Flash Gordon, John Carter, Buck Rogers, Valerian. Ma in Star Wars si trova pure il western, dai paesaggi di Ford agli antieroi di Hawks, passando per i pistoleri senza nome di Leone. Se scaviamo nel suo cuore troviamo l'avventura classica di Dumas, tra La maschera di ferro e Il conte di Montecristo. Qualcuno nel magma lucasiano ritrova Asimov e i suoi protocolli per le intelligenze sintetiche, qualcuno vede le integrazioni multi-razziali care a Roddenberry. Ci trovi in fondo "tutto quello che vuoi" in Star Wars, compresa la seconda guerra mondiale, perché è un'opera che maneggia temi universali, potenti, ma questo non è che la cornice. La vera cifra della saga, ciò che la rende un prodotto unico e amato, è nel modo di raccontare questi temi, vicini e distanti, con il garbo e il cuore di una fiaba. 
C'è ovviamente anche molto cinema dell'oriente in Star Wars, come c'è molta filosofia orientale alla base dei suoi personaggi. Per me partire dall'Oriente è forse uno dei modi più stimolanti per approcciarsi a Star Wars, anche perché è da quello stesso oriente che è nato un genere come gli spaghetti western tra cui figurano i capolavori di Leone ho impressi nel DNA fin dall'infanzia.


- Katane Laser: Cos'è forse un Jedi, se non un moderno samurai che segue una propria Via della Spada, teso tra il "servire la nobiltà come potere" come impone l'Hagakure o il "servire la nobiltà che ogni vita sulla terra possiede" come prescrive Il libro dei cinque anelli? L'Hagakure di Yamamoto Tsunemoto, del 1716, come Il libro dei 5 anelli di Miyamoto Musashi, del 1642, due raccolte sul diverso modo di intendere il Bushido, la "via", potrebbero aver influenzato i Lati della Forza lucasiana? Forse, ma torniamo al cinema. 
Dietro alla prima trilogia di Star Wars, quella definita ora "classica" c'era,  per ammissione dello stesso Lucas,  La fortezza nascosta di Kurosawa, una storia di guerra in cui il punto di vista narrativo era quello di piccoli-grandi eroi, con protagonisti membri della classe sociale dei "contadini", che prendevano la forma  per Lucas di buffi droidi, ma anche di giovani dal cuore puro (e per questo "nobili") in grado di diventare nuovi samurai sotto la guida di un bravo maestro.  La trilogia del 2000 recava ancora temi e colori di Kurosawa ma differenti, rileggeva le opere più guerresche, cariche di battaglie in campo aperto, dove le tensioni tra potere e discendenze esplodevano prima nelle teste e poi nei muscoli di samurai, che Lucas rileggeva come cavalieri Jedi, lungo percorsi lastricati di intrighi e duelli narrativamente a metà strada tra  Il trono di sangue e Ran. La trilogia recente di Star Wars voluta da Disney è se vogliamo ancora figlia di Kurosawa, riflette sul "tema dell'impostore" che sconvolge i giovani nel passaggio all'età adulta, la grande paura di non essere all'altezza delle aspettative degli altri, adulti  che li hanno già etichettati fornendogli una "maschera" e uno scopo, spesso per loro irraggiungibile. La nuova trilogia è un susseguirsi di predestinati il cui volto è imbrigliato in maschere che li sostengono nell'autorità, li fanno impazzire fino a volerle rompere e infine li spingono ad aggiustarle, e "aggiustarsi", seguendo la tecnica decorativa orientale del Kintusi: "riparare oggetti rotti con materiali che ne evidenzino le fratture ma le nobilitino, come un atto di "crescita", evidenziando le cicatrici che hanno forgiato la resilienza interiore (la resilienza è un termine oggi usato in psicologia ma che rimanda alla siderurgia, proprio alla forgiatura del metallo). Eroi che devono "crescere controvoglia", rompendosi e riparandosi di volta in volta, in ruoli più grandi di loro, sentendosi comunque sempre inadeguati, come nel classico Kagemusha - l'ombra del guerriero. 


- Lo spaghetti bounty Hunter: The Mandalorian ha pure lui, importanti ispirazioni al western. Nello specifico "spaghetti" con in cattedra Leone, laddove il Mandaloriano protagonista spesso e non a caso è chiamato "Mando", che suona come "Biondo", il modo con cui ci si rivolgeva all'eroe senza nome di Eastwood nella trilogia del dollaro, un uomo che può vivere solo il presente, senza passato ne futuro. Una ulteriore ispirazione "spaghetti" dei mandaloriani lucasiani discende poi da Corbucci, e non è un caso se un altro celebre Mandaloriano del passato si chiamava Django. Anche il nostro nuovo eroe di Disney+  vive ai margini, spesso ammaccato e sconfitto, spesso appiedato e dalla parte sbagliata della fortuna e della legge. Come l'antieroe di Corbucci si trascina dietro delle "bare", siano pure messe su un'astronave. Anti-eroi protagonisti di storie semplici ma spietate, piene di azione quanto fumetti, ambientati in un mondo sporco e malfamato, ma eccitante, come le taverne di Mos Eisley. Pistoleri che però solo apparentemente rimangono, per dirla alla Hawks, senza un dollaro d'onore. Perché anche in chi spara per primo a Sartana, come a Greedo, può sempre battere un animo affine a quello di un Samurai, come ci raccontava Terrence Young in Sole rosso, tratto da una storia vera.


- Il mandalorian con gli occhi a mandorla: The Mandalorian parimenti alle altre pellicole sopra citate ha un suo Kurosawa di riferimento, soprattutto nella seconda parte dell'opera, dove eroe e comprimari vengono riuniti, come i noti "sette samurai" del regista giapponese, per consacrarsi non al servizio di un Nobile/Daimyo ma dei più deboli, di un ideale. Sono Samurai decaduti, scoraggiati e difettosi in cerca di riscatto. La serie Disney è ambientata 5 anni dopo il Ritorno dello Jedi, i mandaloriani sono un culto di guerrieri il cui destino è legato al perseguimento di una via, come il Bushido, la via del samurai. Sono ugualmente riconoscibili tra la folla per un oggetto distintivo che portano con sé, una armatura che sostituisce in qualche modo la katana, accompagnata da un elmo che ne rende i tratti imperscrutabili. I mandaloriani erano una congrega dal passato grandioso che si dice abbiano pure "gonfiato i Jedi" e depredato il loro tempio. Ma sono decaduti dopo i tempi della Repubblica, momento in cui sono finiti per essere clonati per divenire la truppa indistinta dell'esercito imperiale, destino che toccò al mandaloriano Django Fett e non fu una geniale "operazione simpatia". Da lì questi tizi con casco in brevissimo tempo finirono per ridursi a sopravvivere come mercenari per qualche Gilda comandata da gangster vermoidi e ciccioni, dove finì Boba Fett, figlio di Django, prima di "finire del tutto", nello stomaco di Sarlack, trovando una morte indegna e sfigata. "Eroi loosers" come quei Samurai che Hollywood aveva già declinato in pistoleri falliti nei Magnifici 7 di Sturges e pure già declinato al fantasy in Magnifici 7 nello spazio di Corman. Ma la prima parte della serie The Mandalorian, la sua anima più profonda, richiama per me un'altra opera nota dell'estremo oriente, l'immortale serie TV Lone Wolf and Cub, giunta a noi italiani, guarda tu la combinazione, con il titolo Samurai. Il Lone Wolf, conosciuto anche con il nome di  Itto Ogami, era un samurai decaduto come decaduto è il mandaloriano di questa serie, interpretato dal Pedro Pascal  di Narcos. Il samurai decaduto medio non è troppo diverso dal mandaloriano decaduto medio, ma i protagonisti di Lone Wolf e di The Mandalorian hanno in comune qualcosa in più. Si portano dietro nel loro peregrinare per un mondo deserto e pericoloso un bambino "miracolosamente sopravvissuto" ("Daigoro", il nome del bambino di Itto Ogami nella serie, significa appunto questo nella traduzione), trascinandone rigorosamente la culla. È il bambino che diventa di fatto il nuovo Daimyo per entrambi, una nuova "nobiltà da servire", una ragione di riscatto, una "nuova speranza" per il futuro, quanto il principale selling point delle rispettive serie TV. Grazie a "quel bambino" le storie di questi guerrieri  diventano davvero interessanti, anche per chi non ama particolarmente le storie di guerrieri. 


- Il Baby Yoda: Ricordo mia madre nei primi anni novanta che mi preparava la colazione mentre in TV guardavo Samurai, che già replicavano da tempo immemore. Lei buttava ogni tanto lo sguardo allo schermo e diceva: "Ma sempre roba con gente che si mena, stai a vedere? Ma te solo robe di mostri e squartamenti vedi? Ma non c'è qualcosa di più interessante di... OOOOOH MAMMA MIA QUANTO È CARINO QUEL BIMBO CON GLI OCCHIONI, LA FRANGETTA, LE MANINE PAFFUTINE E IL SUO PIGIAMINO!!!!". 
Oggi, 2020, passa mia sorella dal soggiorno mentre guardo The Mandalorian e dice: "Ma sempre roba con gente che si mena, stai a vedere? Ma te solo robe di mostri e squartamenti vedi? Ma non c'è qualcosa di più interessante di... OOOOOH MAMMA MIA QUANTO È CARINO QUEL BIMBO VERDE CON GLI OCCHIONI, LE ORECCHIE GRANDI, LE MANINE PAFFUTINE E IL SUO PIGIAMINO!!!!". 
Il cosiddetto "Baby Yoda" è la ragione più onesta e spietata del mondo del successo di questa serie, come lo fu Daigoro per Lone Wolf and Cub. È una creatura pucciosa, dolcissima, indifesa, pelouccosa che da quando entra in scena si divora ogni cosa, catalizza su di lui ogni attenzione, diventando per buona parte del pubblico, o almeno per TUTTO il pubblico femminile mondiale, compreso e soprattutto quello a cui di Star Wars non è mai fregato una ceppa, LA ragione per non perdersi una puntata della serie. Baby Yoda fa i passettini, sorride, muove le orecchiucce, fa la faccina preoccupata, si fa prendere in braccio, gioca con una ranocchia spaziale, tiene in mano la pallina del "cambio dell'astronave" (avrà le marce?). A prescindere da qualsiasi cosa capiti su schermo, in genere robe "da nerd", quando appare Baby Yoda arrivano i boati del pubblico femminile mondiale. Prevedo che con il solo marchendising legato al Baby Yoda che Disney sta approntando, tra pupazzi, peluche et simila, potrebbe col ricavato nei prossimi mesi sostenersi un piccolo stato. Lucas aveva già provato la "strada pucciosa" del fantasy, ma aveva fallito. Qui forse Disney farà meglio.


- Perché Il Mandalorian "sì" e i due film sugli Ewok "no":  Bambini, micetti, cagnolini e pupazzi. Le più pericolose e letali "armi di distrazione di massa". Mettili in una pellicola e loro "esisteranno", saranno "perfetti" senza minimamente sforzarsi di recitare, anche solo lontanamente in modo decente, una parte qualsiasi. Sulle prime commuovono, dopo una mezz'ora di abuso incondizionato fanno saltare i nervi. Il novanta per cento degli attori-bambini sono a livello recitativo "orrore puro", che compensano in quel "tempo limite" con un taglio di capelli a scodella, un brutto sorriso sdentato e il modo di ciondolare da fermi che, sa solo Dio perché, inteneriscono il pubblico femminile. Uguale per cani e gatti, stesso incomprensibile successo assicurato sul pubblico femminile. Ne Il ritorno dello Jedi Lucas voleva a tutti i costi aggiornare questa regola non scritta di "successo incondizionato" ai pupazzi di Star Wars. La saga aveva già un folle numero di creature buffe e pucciose degne di diventare peluche, primi tra tutti i robottini e i cosetti "incappucciati del deserto", i buffi Jawa. Ma Lucas voleva di più, voleva la carie istantanea e il diabete, voleva che già al cinema un genitore fosse stressato a tal punto dai suoi figli da dover comprare un pupazzo di Star Wars entro le successive 10 ore per non assistere alla più tremenda e incontrollata crisi di pianto della sua storia familiare. Così Lucas crea gli orsetti venuti dall'inferno e momentaneamente collocati sulla luna boscosa di Endor. Dopo i primi trenta minuti da inizio pellicola (l'unica cosa che rivedo del dvd da anni, prima di stoppare), Il ritorno dello Jedi diventa una nemmeno troppo celata pantomima per vendere questi orsetti, diabolicamente spalmati sul limite massimo della sopportazione del puccioso. Lucas "conosce la regola", riesce ad alternare gli orsetti quel tanto che basta a non farci alzare dal cinema, usa diabolici stralci dello Star Wars "vero", tipo un paio di troopers ogni tanto o un breve dialogo davanti all'imperatore di Luke, ma non un secondo di più. C'è pure una scena indegna che stupra l'epicità dello scontro tra ribelli e Camminatori Imperiali de L'impero colpisce ancora, sacrificandola sull'altare di una brutta parodia della stessa a base Ewok. Il film, dopo averci dato 3 minuti scarsi di spade laser ultra-spalmati, un paio di piccoli inserti di scene di inseguimento nella morte nera da 5 minuti totali massimi e semi-riciclati, e qualcosa di mostruoso per ogni rispetto dei diritti umani, tipo 49 minuti insensati di Ewok pucciosi (percepiti 189 minuti), termina addirittura con tutti questi orsetti orribili che cantano rubando la scena ad ogni cosa (manco c'era la fantasia di creare qualcosa di diverso, nuovo o fico tipo un'altra Morte Nera, ma a metà, mannaggia a loro!!), con una tale cattiveria di intenti che lo stesso Lucas anni dopo, tornò sui suoi passi in segno di pentimento, eliminando almeno l'orrenda canzoncina di questi pelouche da picco glicemico. Ma negli anni '80, complice magari Jim Henson, Lucas era drogato da questa ossessione per 'sti orsacchiotti, aveva deciso di fare dell'ultima parte della prima trilogia un film sugli orsacchiotti, aveva poi girato due spin-off e pure una serie TV animata sempre con protagonisti 'sti cacchio di orsacchiotti. Anche lì ti piazzava due Ala X e proiettori olografici ogni 29 minuti e 58 secondi, per preservare la "sopportazione limite", trattando i fan come una specie di tossici in costante attesa che compaia un Jedi o anche solo un elmetto di trooper. Era un vero dramma a livello di contenuti, nonostante il valore produttivo di queste opere non fosse formalmente diminuito e si riscontrasse anzi molta cura, specie nella serie animata . Ma  Star Wars intanto, se non per qui tre che sbavavano per un paio di tute della resistenza ogni 29 minuti del "prodotto Star Wars medio", era diventato i fatto un brand per bambini molto piccoli  amanti degli orsetti e sarebbe ripartito agli inizi del duemila con le stesse tremende premesse, se non si fosse levato da fans e critica un "no" di dissenso pressoché unanime a creature digitali pupazzose come Jar Jar Binks ancora prima dei test-screen. Questo dramma dell'assurdo grazie a dio non succede in The Mandalorian come non è successo nei primi Star Wars per un motivo semplice: la storia sa includere gli elementi buffi e ingenui di una cosmologia variegata, come i robottini e i Jawa, senza asservire a loro tutta la narrazione. Ma anche per un motivo ancora più semplice: oggi di Star Wars si vende a prezzo pieno di tutto, non solo gli orsetti. Ogni tanto a tradimento compare una poiana spaziale, ma non diventa il nuovo pikachu. La chiave è l'equilibrio, laddove sbaglia anche chi nega, sul fronte opposto, per esasperazione, che Star Wars non dovrebbe avere alcuna deriva buffa o infantile. Si sbaglia allo stesso modo, perché si attribuisce alla saga una visione "parziale" che la saga non vuole avere. Oggi Disney produce, ma il target centrale del business non è mai cambiato ed è costituito dalle famiglie, a monte di timidissimi cambi di approccio "più adulti" offerti da pellicole come Rogue One e, secoli prima, da videogame come Tie Fighter, Dark Forces, Knights of The Old Repubblic. Chi odia i pupazzetti di Star Wars deve rassegnarsi all'idea che non se ne libererà mai, ma questa sorta di "allergia" viene mitigata in Mandalorian da una storia con un buon equilibrio di parti buffe e parti serie. Saper sviluppare bene questa formula, che potremmo leggere come una declinazione della sociologia spaziale di Gene Roddenberry,  è l'aspetto che più lega Star Wars a una delle opere a cui più palesemente si è ispirato, il fumetto Valerian. Ogni popolo della Galassia, così come ogni animale della terra, vive la sua vita seguendo le proprie esigenze e diventa interessante osservare cosa succede se specie diverse si incrociano sullo stesso terreno rispondendo a proprie logiche diverse. In episodio I, i Jedi si trovano su un sommergibile a forma di pesce per raggiungere una città acquatica dove trovare degli alleati anfibi per la popolazione di superficie di Bianchi caucasici contro la Gilda dei mercanti e il loro esercito di robot. Ma al contempo stanno in acqua con un sommergibile a forma di pesce e per questo dei pesci enormi cercano di mangiarli immaginandoli come un fish-burger. Ogni personaggio sulla scena ha i suoi obiettivi e questo vale pure per i pesci. È una metafora semplice, che riesce a cogliere anche un bambino e apre a molti ragionamenti interessanti. The Mandalorian è pieno di "sfide culturali" di questo tipo, laddove il nostro eroe, pur intento nella sua difficile e "seria" missione, si imbatte in creature che dal mondo vogliono cose diverse. Per avere i pezzi di ricambio per la sua astronave, magari deve trovare l'uovo di una creatura da barattate con qualcuno che è ghiotto di quell'uovo. Valerian trabocca di situazioni di questo tipo, mettendo in campo più fazioni di specie diverse che vogliono cose diverse, tanto intellettuali che primitive, contemporaneamente. Lucas con gli Ewok stoppava le guerre stellari con uno spot pubblicitario sugli orsetti Ewok che una volta iniziato non finiva mai, dove i diversi livelli narrativi non collimavano più, con i genitori che si sentivano di colpo presi in ostaggio dal popolo del fantabosco della Melevisione. Invece tenendo i livelli narrativi separati ma sempre presenti il genitore non scappa e il mondo femminile può interessarsi anche alle zone narrative non popolate da un pupazzo. 
Il target diventa così davvero "trasversale".
Qualcuno vedrà la storia come una fiaba, qualcuno come un western, qualcuno come le avventure di una creaturina, qualcuno come il dramma di un personaggio i cui sentimenti sono sempre celati da un elmo. Qualcuno amerà le astronavi, qualcuno gli animali buffi, qualcuno si interesserà alla mitologia alla base di queste storie. E tutti staranno vedendo lo stesso prodotto, godendolo, da lati diversi. Certo che per lavorare così, riuscendo a tenere insieme nella visione tutta la famiglia,  bisogna essere bravi. La vera verità ignorante per cui Baby Yoda batte gli Ewok? Perché è Yoda, e Yoda è un Muppet con dottorato di astrofisica e filosofia Jedi armato di spada laser. Non esiste niente di più figo sulla terra, anche se gli togli le rughe e gli metti gli occhioni del gatto con gli stivali dreamworks. 


- cast tecnico: non mi stupisce che Disney per questo progetto metta in campo dei registi che l'hanno resa grande al botteghino, specie nel recente, come il bravo Jon Favreau e il folle Taika Waititi. Uno dei primi lavori da regista di Favreau, molto attivo e amato anche come attore, è la favola Elf, uno dei film di Natale che va per la maggiore sotto le feste, amatissima in uguale misura dai bambini ed estimatori di Will Ferrell, la perfetta tesi della idea di cinema a target trasversale. Ha uno stile "caloroso", che per me riesce sempre a unire pubblico giovane e adulto fin dalla paletta cromatica. Conosce e utilizza toni ironici differenti, umorismo visivo per i più piccoli combinato a battute sottili per i più grandi. Sa poi mettere in scena un plus malinconico "alla Pixar", come dimostrano le sue opere piccole e graziose come Chef. Favreau è anche un regista molto tecnico, in gradi di maneggiare bene action ed effetti speciali. Non a caso è il regista del primo Iron Man (e seguito), da cui è nato il Marvel Cinematic Universe, nonché del nuovo adattamento del Libro della Giungla (nonché del successivo Il re leone), il film che ha fatto davvero fare il salto di qualità ai Disney Live Action. Il suo film più ingiustamente sfortunato, nonché quello che forse amo di più, è Cowboys & Aliens, co-prodotto con Spielberg, ma figlio di un "periodo nero" dei western revisionisti, che ha travolto anche il meritevole Lone Ranger di Verbinski. Con The Mandalorian torna per me a quella idea di western-fantasy, elaborandola come sceneggiatore di quasi tutte le puntate, nonché da produttore esecutivo della serie (mentre come regista stava rifinendo il Re Leone). Come in quell'ingiustamente sfortunato film, Favreau sceglie di portare sulla scena "più da Cowboys che Aliens", stare sul modello del western classico più che stupire con giochi di luce. Nonostante la bellezza degli effetti visivi, il fascino della storia risiede nei personaggi e nelle loro difficili relazioni, nel deserto e nella vita nelle città di frontiera "tra le stelle", dove la fantascienza c'è ma stravolge solo minimamente le regole di quello che possiamo trovare in un buon fumetto di  Tex (dove la fantascienza è al 99% al netto di un paio di alieni) o in un episodio di Galaxy Express (dove la parte fantascientifica non supera comunque sulla preponderante western di un 30%). C'è la sfida tra cacciatori di taglie, anche se uno è un robot. C'è da organizzare la fuga da una prigione, anche se la prigione è nello spazio. Ci sono dei contadini da salvare da dei pistoleri, anche se i pistoleri usano al posto di una mitragliatrice un camminatore imperiale e al posto dei cavalli ci sono degli Speeder. 
Waititi è una amabile scheggia pazza, un regista che ama trasformarsi in personaggio di fantasia come Frank Oz. Che sia un uomo di roccia (Thor Ragnarock), un Hitler/Peter Pan immaginato da un bambino (Jojo Rabbit) o un robot cacciatore di taglie con il volto simile ad una caffettiera, IG-11 (The Mandalorian), Waititi infonde sempre una profonda umanità a queste creature e si conferma un sempre bravo regista, dirigendo anche la fondamentale puntata finale di questa prima stagione. Oltre a Favreau e Waititi ci sono alte belle sorprese in cabina di regia. Come Dave Filoni, regista dello spettacolare episodio 1 (il mandaloriano) e del malinconico 5 (il pistolero) che dopo aver diretto molti episodi di Clone Wars e Star Wars Rebels si trova benissimo nel live action, al punto che ha co-creato con Favreau molti episodi ed è accreditato come co-papà del Baby Yoda. Molto bravo il regista nigeriano Rick Famuyiwa, autore dell'episodio più teneramente favolistico (il numero 2, il bambino) nonché di uno dei più spettacolari per sparatorie (il numero 6, il prigioniero). Deborah Chow, già regista per Better Call Saul e Mr Robot, dirige l'episodio che forse farà più sbavare i cosplayer e amanti dei pupazzi articolati con armature  (il capitolo 3, il peccato) e il pre-finale (capitolo 7, la resa dei conti). Bella sorpresa anche Bryce Dallas Howard, che come il papà prima di lei è passata dietro la macchina da presa dirigendo il capitolo 4 (il rifugio), forse uno dei più belli, per poetica e paesaggi, quello che ricorda di più i 7 Samurai. 
Gli effetti speciali non potevano che essere della Industral Light and Magic di Lucas, che per l'occasione ha aperto una filale che si occuperà anche delle prossime stagioni dello show. Anche se dispiace vedere nei titoli di coda quell'Unreal Engine 4 di Epic, segno che la gloriosa ILM ormai prende in appalto la tecnologia 3D che lei ha inventato. La colonna sonora, da favola, che utilizza in luogo del classico John Williams brani inediti, ma con tutto un gusto epico alla Basil Poledouris tra trombe e taburi di guerra che urla "Starship Troopers", è di Ludwig Gorannsson, che si è fatto già notare con Creed, Black Panther, Venom ed è stato scelto da Nolan per il suo nuovo e attesissimo Tenet.
La fotografia, che ha trasformato le scenografie sugli sfondi della California meridionale e il Cile in un deserto spaziale, è firmata da quel genio di Greig Fraser, già direttore per Zero Dark Thirty, Lion, presto in sala con il prossimo Dune di Villeneuve e The Batman di Reeves, nonché amatissimo dai fan di Star Wars per il pazzesco lavoro svolto in Rogue One


- Gli attori: Pedro Pascal, che dà corpo e voce al misterioso Mandalorian, è un attore bravo e tosto. Se avete visto Narcos vi ricorderete dell'agente DEA Javier Pena, duro e malinconico. Se avete visto Il trono di spade vi ricorderete forse del suo temibile Oberyn Martell. Al cinema oltre alla versatilità si è dimostrato un fenomeno anche nelle coreografie di combattimento, roteando lance e spade tra cavi wuxia in The Great Wall di Zhang Yimou e utilizzando con stile un lazzo da cowboy laser alternato ad un revolver in Kingsman: The golden circle. Ha già recitato un film con un casco in testa per tempo, l'ottimo thriller sci-fi Prospect, di Earl e Caldwell, ma almeno lì il volto si vedeva dietro a un oblò, mentre qui in Mandalorian la situazione "casco" è peggio, sia in termini visivi che espressivi. Forse è peggio  pure di quello che toccava fare a Peter Weller in Robocop, che doveva in più  recitare muovendo la bocca a scatti. Anche  se, a ripensarci, per Weller era comunque peggio, perché doveva in più muovere tutto il corpo lento e a scatti simulando ingranaggi innaturali in un costume pesantissimo e caldissimo. Diciamo che il fastidio di portare un casco così invalidante è pari a quello che è toccato fare a Fassbender in Frank, al netto della assenza di stunt, magari sulla linea di quanto ha subito Hugo Wearing in V per vendetta, lasciando la corona dei martiri dello spettacolo per "trucco assassino" a Weller. Insomma, Pascal qui in The Mandalorian è chiamato a interpretare un personaggio senza volto ma che deve essere al contempo molto espressivo, umano e malinconico quanto misterioso e autoritario. Deve pure saper picchiare come una specie di super eroe pieno di pose plastiche, usando più armi, avendo visione dell'azione quasi azzerata, con intralcio continuo di mantelli, armature e arpioni. Deve inoltre stare una marea di tempo a giocare con personaggi immaginari in green screen, tra cui delle dino-mucche da cavalcare, che saranno solo in seguito aggiunti in post produzione. Insomma, il peggio del peggio, la difficoltà omega nel risultare credibile e adeguato e non "power ranger", il problema  eterno di dover esprimere sentimenti solo potendo fare uso del "collo", con cui inclinare leggermente la testa e poco più, senza uscire da una posa plastica. Potrebbe usare le mani per gesticolare qualcosa, ma per la maggior parte del tempo gli tocca brandire qualche arma, spesso gigante o complicatissima da gestire, come il lanciafiamme da polso. Risultato? Pazzesco, Pascal è bravissimo. Ci si riesce davvero ad affezionare al suo personaggio, sa muoversi con grazia e combattere come un ballerino. Il mandaloriano è un personaggio unico nel suo genere e memorabile, pieno di umanità e carisma al netto di una armatura che, almeno all'inizio, appare piuttosto anonima, perfino più bruttina di quelle di Django e Boba. È un grande lavoro di mimo quello che aiuta decisivamente alla resa complessiva del personaggio. 
C'è poi il Baby Yoda, di cui ho già accennato sopra. Non ho ancora chiaro quanto sia digitale o animatronico, ma è bellissimo, riesce a rubare la scena anche solo sollevando di tanto in tanto le orecchiucce verdi, ha degli occhi liquidi, profondi, una espressione buffa ma che sa diventare pensosa. Per riflesso, si può dire che più ci appare umano il Baby Yoda, più diventa ulteriormente umana ai nostri occhi la recitazione tutta fatta in sottrazione di Mandalorian, che riesce a enfatizzare  semplici gesti "mimici" di interazione come sollevare il piccolo da terra, coprirlo, offrirgli ogni tanto una pallina con cui giocare. 
Carl "Apollo Creed" Weathers interpreta un enigmatico trafficone di nome Greef Karga, che per molti aspetti richiama Lando Calrissian. Weathers ha una faccia da buono che non finisce più, ma qui riesce a essere insidioso e ambiguo come in Predator ed il suo character è molto riuscito. Nick Nolte da voce a un Ugnaught di nome Kuill, uno dei personaggi più complessi e affascinanti della serie, la wrestler Gina Carano è invece una specie di amazzone di nome Cara Dune, splendida, ironica e come uscita direttamente da un gioco di ruolo fantasy anni '80. Datemi Red Sonya con lei protagonista e il Grande Khali come Yago. 
Ci sono molti altri personaggi, ma credo che avranno una parte più consistente nelle prossime stagioni della serie.

- Finale: un cavaliere in armatura silenzioso e risoluto il cui volto è coperto da un elmo, come gli oscuri cavalieri di Dark Souls, diviene un empatico e generoso anti-eroe dopo l'incontro fortuito con un bambino. Insieme partono per un viaggio che alle volte ha i contorni della fiaba, come spesso, ma nei dettagli, ha il sapore amaro della guerra e della sconfitta. Visivamente magnifico, accompagnato da una bella colonna sonora, con un ottimo cast e registi che hanno saputo raccontare al meglio e con personalità le singole storie, The Mandalorian è la più bella e gradita delle sorprese del canale streaming Disney+. Un'ottima occasione per vedere una serie adatta a tutta la famiglia e che sa accattivarsi più sezioni di pubblico grazie a una trama stratificata e appagante per ogni fascia di età. Si rischia l'acquisto compulsivo dei mille gadget che presto inonderanno il mercato, primo tra tutti il peluche di Baby Yoda, ma è un piccolo scotto da pagare in relazione a prodotti così bene confezionati. Quasi otto ore da sogno. 
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domenica 29 dicembre 2019

Star Wars - l'ascesa di Skywalker: la nostra recensione



- Sinossi(?): Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, chi fa spoiler anche solo di un minuto di un film di Star Wars, anche solo raccontando cosa accade nei primi secondi, fa una fine brutta. E fa una fine brutta pure chi per contestualizzare un minimo la storia si collega al finale del film precedente, perché tutti abbiamo un amico che vuole vedere la nuovo trilogia senza spoiler, solo quando è uscita tutta insieme in cofanetto blu ray, con scene estese. E quindi la sinossi non la posso fare.  
- Commento NO SPOILER: c'è un indicatore importante che seguo con religioso scrupolo per capire quanto un film di Star Wars può essere per me buono: la relazione alla pellicola del mio socio Gianluca, da sempre amante della saga. 
Gianluca mi ha detto che non ha guardato l'orologio se non dopo i titoli di coda, ha trovato il film divertente, epico, un po' commovente come giusto, pieno di mille idee, trame e combattimenti. Gli ha dato giusto l'idea che questo film cerchi un po' di essere il seguito del sette, bypassando o limitando o per lo meno "contenendo" gli avvenimenti dell'Otto, ma il viaggio complessivo è stato più che buono. 
A me per andare a vedere L'ascesa di Skywalker non serviva altro e devo dire che confermo in toto la reazione di Gianluca. È un film visivamente spettacolare, accompagnato ancora una volta dalle magnifiche musiche di John Williams, che ha il merito di approfondire più del solito i nuovi personaggi, fornendogli un background e motivazioni più chiare. Ho apprezzato lo sviluppo di Rey (Daisy Ridley, qui davvero brava e non decorativa, oltre che bellissima), mi sono finalmente affezionato a Finn (un John Boyega che si "sbraccia meno" ed è più riflessivo), ho scoperto il lato più umano di Poe (un Oscar Isaac sempre divertente in coppia con Boyega, ma ora anche con un passato che lo rende più speculare che simile a Han Solo). Il Kylo Ren di Adam Driver è sfavillante, il personaggio più facile da amare e in cui immedesimarsi, carico di contraddizioni e slanci. Tutte le sue scene sono magnifiche, specie quelle con Rey, e sono contento che anche gran parte del pubblico che dopo episodio VII lo aveva bollato superficialmente come "fesso con la maschera" si sia ricreduto e abbia apprezzato. Se dopo la prima saga di Lucas è uscito un grande attore di nome Harrison Ford, questa nuova è la saga di Adam Driver, che negli ultimi tempi è letteralmente esploso al cinema, con merito. La Rose Tico di Kelly Marie Tran, vero cuore emotivo di Capitolo VIII ma non amatissima dal fandom, è presente sulla scena ma ha un ruolo più dimensionato, quasi da coro greco. Nota stonata, sempre relativa al "coro greco" che accompagna per lo più le scene con Leila, c'è un personaggio di cartone completamente inutile e addirittura molesto alla visione, che si pone con insistenza davanti all'obiettivo guardando in camera come un bambino di tre anni, dicendo battute banalissime con lo sguardo perennemente corrucciato e privo di carisma: è l'attore Dominic Monaghan in mood "mi è morto il gatto". A cosa serve? La leggenda vuole che J.J. Abrams, il regista del VII e di questo IX, abbia dovuto inserire Monaghan nel cast a seguito di una scommessa persa e lui di fatto è fastidioso e onnipresente come il vostro amico meno divertente che fa le corna a tutti quelli che scattano una foto nel giorno del vostro vostro matrimonio. Poi andate dal fotografo, pagate 200 euro il book delle nozze e 10 anni dopo la moglie rivedendo le foto vi domanda: "Ma chi è il cretino sempre presente nelle foto che fa le corna anche al prete e ai bambini?". E voi direte: "Dominic Monaghan". Vorrei una petizione online seria per rimuoverlo digitalmente, magari nella futura director's cut tra 15 anni in 120K, sovrapponendolo magari con quell'alieno buffo (o parente dello stesso) stile Sesame Street, con testone, senza braccia né gambe, che compare nel film nell'equipaggio del Falcon, a fare sa Dio cosa, facendo facce strane e versetti di continuo. Darebbe mooooolto meno fastidio. Ma prima della director's cut ho in mente un impiego nobilitante della performance di Dominic Monaghan. Quando il film uscirà in home video propongo come gioco uno shottino ad ogni apparizione di Monaghan sullo schermo. Spasso assicurato a fine serata. 


Dominic Monaghan a parte (voglio che si stampi in mente anche a voi questo nome, probabilmente qualcuno gli dedicherà una maglietta, ma non facciamo che Dominic Monaghan venga dimenticato per la sua insulsa presenza in Star Wars) tra i nuovi personaggi il mio preferito è l'esperto di robotica Babu Frik, un pupazzetto tutto energia e sproloquio, avrei voluto conoscere di più il personaggio di Rebecca Ferguson. Mi ha fatto tenerezza pure il robottino a cono che vive male la presenza umana per un caso di abuso su droidi e allora non lascia troppe confidenze. Non potevano mancare, e sono come sempre graditissimi i grandi ritorni di personaggi storici di Star Wars, anche per scene di breve durata ma significative, piccole chicche. Certo Lando (Billy Dee Williams) che dice: "Ai miei tempi Luke, Han, Leila e io abbiamo combattuto l'impero", fa un po' il Ringo Star della vecchia guardia, ma chi non ama Ringo dei Beatles o Winston dei Ghostbusters? Dolcissimo il C3PO di Anthony Daniels, che ci riempie di frasi affettuose come un vecchio zio che forse è troppo anziano per tornare la prossima volta sullo schermo, Luke torna con tutta la sua umanità e autoironia, Chewbe fa uuuaaaaaauaaa, tutti vorremmo abbracciare piangendo Carrie Fisher come fa Daisy Ridley, soprattutto dopo che l'unica vera principessa della sotto-cultura nerd ci ha lasciato per sempre e ogni frame di immagine con lei diventa tanto preziosa. Mi sono commosso più volte, come un pupo. C'è Palpatine, non è spoiler perché è la premessa stessa di questa pellicola. Se il tema conduttore della nuova saga è stato il confronto tra il passato e presente, Palpatine è "l'ostacolo" più convincente di tutti, un suo epigono, per quanto ben caratterizzato, avrebbe comunque perso nel confronto. Ian McDiarmid interpreta Palpatine nella sua forma più estrema, dolente, forse morente, ancora con la voglia dei giochini mentali, ancora pieno di fulmini dalle mani pronti a scatenarsi. Palpatine nei colori del suo abito talare, risata glaciale e attaccamento alla vita inclusi, cita e fa riviere direttamente il Dracula di Coppola (Coppola è l'uomo senza cui non avremmo mai avuto Star Wars, l'uomo che ha lanciato Lucas, ricordo ai posteri) e ridefinisce, forse "correttamente" ma definitivamente il Lato Oscuro (andando anche a scrivere e integrare la storia dei Sith). Forse, rimanendo fermo a questo avverbio, "definitivamente", possiamo passare ad analizzare la parte narrativa più relativa all'intreccio, la messa in scena degli eventi. 


Per qualcuno il vero problema della pellicola è proprio la tensione febbrile a definire, spiegare, sottolineare in grassetto, collocare logicamente e chiaramente ogni tassello di trama che prima era un mistero. Se fosse una puntata di Boris, questo Star Wars sarebbe la fantomatica puntata della distruzione della clinica di Occhi del cuore. È un ostinato e continuo mettere puntini sulle "i" che comprime la narrazione, rendendola quasi una gara contro il tempo, almeno per la prima parte del film, con la seconda che gira più liscia. L'impressione ulteriore è che alcuni concetti siano spiegati troppo e altri troppo poco. Si avverte che questo "spiegare tutto" sia un preciso dictat della produzione. È teso a appianare "nel modo più chiaro e diretto possibile" i dubbi sollevati in rete da parte del fandom che non ha gradito il capitolo VIII, spesso correggendo in corsa gli aspetti rimasti più controversi (ma lo fa in modo forse "troppo esplicito"). Si ha l'impressione che se i fan avessero reagito con meno polemica il film avrebbe toccato più o meno gli stessi punti, ma senza stare a rimarcarci così tanto, come se si sentisse l'obbligo di rispondere a un elenco puntato di domande che deve essere ficcato a forza nel film. Questo ossessivo "dover spiegare" è teso inoltre a "chiudere la narrazione interna", alla maniera dei comics americani che richiedono, alla fine del ciclo narrativo di uno scrittore su un personaggio noto, che questo necessariamente riporti il character "ad una situazione idealtipica di equilibrio", la "situazione tipo" che rende quella specifica storia "finita", quanto pronta a essere riaperta da un nuovo autore. Abrams, che è uno che di solito le saghe le inizia ma non le finisce, è stato bravo ad affrontare con lo sceneggiatore Terrio questo delicato processo, anche se in qualche caso non tutto è risultato sorprendente e scoppiettante come avrebbe potuto essere. A conti fatti c'era "fretta e tensione nell'aria", che se da un lato proprio ciò ha donato al tutto un ritmo indiavolato, di contro ha portato a sacrificare qualcosa che avrebbe necessitato di più tempo per funzionare davvero. Si è scelto di anteporre il didascalico all'epico, se posso con una metafora semplificare il discorso, ed è stato un peccato anche perché laddove si metteva da parte questa ossessione gli spunti narrativi buoni comparivano a frotte. Nella  prima parte la pellicola parla di un viaggio, che in uno specifico momento mi ha ricordato i Goonies, ed è stato "mondiale", un viaggio che spiegoni a parte è divertente. Come i film d'arti marziali insegnano però, se hai troppo di cui parlare, ti rimane troppo poco tempo per menare. Brevi ma intensi, magnifici, i combattimenti con le spade laser. Brevissimi e un po' confusionari gli scontri con astronavi e raggi laser vari, che peraltro si risolvono in un modi molto schematici con Macguffin deboli. C'è poca voglia di scontri spaziali in questo film sulle guerre spaziali. La saga ci ha già abituati ad eserciti interi, giganteschi quanto anonimi, che spuntano dal nulla, su pianeti di "stoccaggio Amazon", in attesa solo di essere pagati con bancomat imperiali, ma ogni volta che compare dal nulla una mega flotta spaziale anonima in cielo ci rimango male. Anche perché ci vorrebbe poco o nulla per caratterizzarla un po', magari dando alla flotta qualche contorno originale tipo la flotta navale dei non-morti del Ritorno del Re. Ma ve li immaginate, degli incrociatori imperiali fantasma guidati da trooper non-morti tenuti insieme con innesti dei robot della Gilda dei Mercanti con al comando qualcuno come il generale Grevious? Sono introdotti imperiali non umanoidi, potevo sperare di vedere un epigono di Sebulba pilotare Tie - Fighter, magari uno "sguascio-Tie"? Magari astronavi che si combinano tra loro, circondano a tenaglia i ribelli, li costringono a fate il surf tra macro-strutture semoventi? Ma quanti pupazzetti ci venderebbero!!! Il fatto è che tutto questo non avviene, ci sono solo una milionata di incrociatori stellari tutti uguali con giusto un cannoncino nuovo sotto, la morte della fantasia. Incrociatori perfettamente e asetticamente distanziati tra loro, di forma romboidale classica, che arricchiscono graficamente una specie di carta da parati del muro galattico del cinema. Magnifici, minacciosi per numero, ma per lo più carta da parati, con forse un omino o due su una plancia su tre milioni, a testimoniarci che non sono astronavi del tutto vuote. Anche la logica con cui la Resistenza "dei buoni" può far fronte a questa "infernale carta da parati" è poco approfondita, poco accattivante e no, per niente simile al finale di Episodio IV.  I Jedi combattono (poco) e parlano (tanto), mente nel cielo anonime astronavine ribelli guidate da personaggi che nessuno vede nel 98% dei casi, schizzano senza uno scopo e logica sulla "infernale carta da parati", con noi che a un certo punto ci disinteressiamo del tutto di loro. E questo, ripeto, perché per realizzare uno scontro lungo e con personaggi caratterizzati impegnati nello stesso, serviva del minutaggio extra che qui non c'è . Forse bastavano un minimo sindacale anche solo di tipo un paio di cavalieri neri su un paio di Tie-Fighters, senza essere esosi, che duettassero con i ribelli sulla scena scene spaziale. Ma non c'era tempo, servivano almeno 20 minuti buoni su schermo, e J.J. aveva perso la famosa scommessa per cui ci dobbiamo già sorbire  sullo schermo al loro posto un Dominic Monaghan, inutile tra gli inutili, che dice in modo triste cose inutili, per almeno 15 interminabili minuti inutili (forse non 15 effettivi, ma che io ho avvertito soggettivante almeno come 25 minimo, quindi cercavo di essere più "realistico"). Ricordate questo nome e insegnatelo ai vostri figli, Dominic Monaghan: "Il male". 


La pellicola era già lunghissima, i punti interrogativi aperti dalla trama precedente di Rian Johnson molti  (e la spiegazione di un paio di questi offerta da J.J. poco felice), ma forse sono pure diventati "troppi" anche alla luce del fatto che prima c'erano in produzione per Disney almeno 2 nuove trilogie e oggi, dopo il flop di Solo e la terza "Star Wars story" cassata, dopo la collezione delle action figures Elite Series di fatto sospesa dopo Gli ultimi Jedi (mai sottovalutare il mercato dei gadget per prodotti come Star Wars) si parla di tornare al cinema per il 2022 in un generico "sequel" con magari, se va bene, un seguito (questo almeno ad oggi secondo le recenti dichiarazioni, domani può cambiare tutto), mentre si sta puntando forte sulle serie televisive di Disney Plus, con Mandalorian che vola fortissimo e Obi Wan ai nastri di partenza. La strategia punta a Serie TV di Star Wars prettamente "per adulti", quella fascia di fan cui era indirizzato Rogue One, nell'attesa magari che questa terza trilogia per il cinema che oggi si chiude in fretta, con audience ancora e storicamente per famiglie, diventi cult per i fan giovani di adesso. Ma considerazioni di questo tipo a parte, che lascio agli analisti seri, dopo aver brevemente parlato di personaggi e della "troppa trama" su schermo, arriviamo ora, in questa lunga chiacchierata sull'ultimo Star Wars al punto per me più "ciccioso", ovvero all'aspetto visivo e sonoro. Dominic Monaghan a parte, che sia visivamente che auditivamente è insostenibile, Star Wars è come tradizione una bomba. Pianeti misteriosi ricchi di architetture strane e alieni buffi e colorati, tonnellate su tonnellate di astronavi a riempire bulimicamente lo spazio dello schermo più grande del vostro cinema, mirabolanti esplosioni che fanno scoppiare i subwoofer, giochi di luce, riprese a rotta di collo a cavallo di caccia interstellari, maestosi palazzi medioevali con statue, troni, arene. Sir John Williams, che si presta pure a fare un cameo come barista di una "cantina spaziale", prende ogni immagine e la riempie di magia facendoci con le sue note esultare, ridere e piangere a comando. La trama si dissolve sotto la potenza della musica, le ombre della trama lasciano spazio alla scie della velocità luce, rimangono i personaggi e le folli invenzioni grafiche, tutto si trasforma in una partitura visiva che fa da contrappunto alla magia sonora di Williams, facendoci tornare bambini. È questa la cifra finale, quello che davvero per me conta, ciò che rende lo spettacolo degno di essere visto e rivisto. Lasciatevi trascinare dalle scenografie sontuose, dagli alieni, le astronavi e i Jedi. Lasciatevi incantare da Sir John Williams e dalla Light and Magic. Allora davvero la trama diviene poca cosa rispetto al viaggio visivo. Star Wars non è solo trama e non lo è mai stato. Anche se i fili narrativi sono qui ogni tanto sfilacciati (come del resto in tutto Star Wars), lo spettacolo è sempre grandioso e sembra in grado di far tornare bambino chi lo ammira. E ovviamente non sto parlando di nessuno dei momenti in cui appare Dominic Monaghan. 


In sala ero circondato da detrattori della pellicola, quei classici ragazzi dall'aria gaudente che a ogni scena devono commentare che ci sono errori, contraddizioni, superficialità e che in genere guardano Star Wars con l'orecchio teso del consumato critico di musica classica, pronti a cercare l'errore più che a godere delle cose positive. A fine visione, in lacrime di estasi autentica, che credo di saper distinguere dallo "sdegno", uno di loro ha detto: "è il film più brutto che ho visto in vita mia, non vedo l'ora di parlarne con gli altri sul forum". Il suo amico, anche lui in lacrime di gioia, ha commentato: "Lol, zio". Da osservatore appassionato e curioso del comportamento umano ho visto due ragazzi felici di quello che hanno visto (pur nei difetti!!!), gioiosi del fatto di parlarne con gli amici per continuare l'esperienza nella condivisione. Solo che quando devono esprimere un'opinione, su quella che ricordiamo essere una favola destinata a tutta la famiglia piena di simbolismi anche semplici, trovano estremamente più Figo fare i critici acidi. Sono giovani interessanti, la cui "gioiosa scontentezza" è uno stimolante campo di analisi sociologica. 


- Conclusione:  è un film imperfetto, ma nessun film che preveda anche solo per un secondo la presenza di un Ewok su schermo può essere perfetto. Le magagne principali riguardano non tanto quello che dice la trama, ma "il modo in cui lo dice", l'ossessione didascalica ficcata a forza in molti passaggi narrativi, dando il via a troppi dialoghi esplicativi che vanno a comprimere il tempo dell'azione complessiva. Aspetto che nella seconda parte del film si avvertirebbe di meno, se non che nella seconda parte si vorrebbe un secondo tempo che duri il doppio per concedere la giusta epicità ai combattimenti. Nonostante questo, i personaggi riescono a essere sviluppati in modo convincente e facilmente ci si affeziona a loro più che in passato, l'esperienza sonora e visiva è da urlo e si esce dalla sala appagati e contenti, anche se in molti faranno fatica ad ammetterlo. 
Alla fine i pro per me sono molto più che i contro. 

- Una piccola nota personale: 
Dopo la trilogia degli anni 2000, in cui Star Wars ha mostrato i muscoli con lunghe ed elaborate scene action di eserciti in lotta, c'è stato Il signore degli Anelli di Jackson e una narrazione del fantasy che si è fatta sempre più lunga e accurata, tra intrighi e battaglie, sfociando in prodotti per adulti come Games of Thrones. Star Wars è tornato al cinema con un target ancora per famiglie, ma con un fandom in larga parte costituito da chi è cresciuto con le battaglie del Signore degli Anelli e forse si aspettava qualcosa di simile, magari di rispettoso della molta letteratura che negli anni ha accompagnato Star Wars. Il nuovo Star Wars mette un po' da parte i combattimenti fantasy per epicità e durata, sembra cercare nuovi fan tra i più giovani mentre tiene poco conto dei fan più anziani, fa con Gli Ultimi Jedi un elogio del fallimento che manco Pasolini, in un'epoca in cui i giovani sanno bene cos'è il fallimento al punto da non volerne sentire parlare pure al cinema mentre guardano il loro film fantasy escapista preferito. La strada del Brand sta per spostarsi in TV, scegliendo temi più adulti per le serie dal vivo e magari escogitando qualcosa per i bambini più piccoli. Il futuro ritorno al cinema del franchise sarà una sfida interessante. 
A questo giro mi sono divertito, sarebbe per me bello tornare in futuro in sala a Natale per vivere nuove avventure spaziali. Ma senza Dominic Monaghan. 
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sabato 2 giugno 2018

Solo - a star wars story: la nostra recensione a caldo e possibilmente spoilerfee




C'è un intero universo da esplorare là fuori. Un'infinità di mondi e razze tra cui scovare personaggi non legati per forza a livello affettivo o parentale a precedenti protagonisti di Star Wars, personaggi con nuove storie da raccontare. Salvo il fatto di avere come protagonista una versione giovane del personaggio reso celebre da Harrison Ford, Solo riesce a portarci in mondi nuovi e accattivanti. Pianeti futuristici fatiscenti pieni di povertà e soprusi e pianeti in salsa western con diligenze da assaltare che fanno tornare alla memoria il pirata spaziale di Matsumoto. Se risulta evidente che a capo della malavita spaziale non possano esserci che vermi spaziali, la maggioranza dei personaggi si muove sul confine tra bene e male  in un cosmico triste e variegatamente privo di eroi e di fede (nella forza, ovviamente), dominato unicamente dalla sorte e di conseguenza dal gioco d'azzardo. Tra le stelle c'è solo miseria e un impero spaziale pronto a polverizzare pianeti dal giorno alla notte.  L'unico sogno possibile per chi nasce poveri nei bassifondi di un pianeta sovrappopolato e sovra-criminalizzato sembra racimolare i soldi per prendere un'astronave e volare via, verso i confini non ancora esplorati dell'impero, a cercare un posto dove poter vivere felici e imparare a suonare una chitarra spaziale. Solo che i soldi possono darteli i gangster spaziali, persone con dalle quali, una volta che sei in affari, non riesci a liberarti più. 
Pur seguendo alcune delle più classiche e spesso buffe regole dei film di Star Wars (gli alieni buffi che cantano nei bar malfamati e le immancabili scenette dei travestimenti fisici o vocali su tutti), Solo presenta un contesto concettualmente più disperato, carico tanto di pathos da crime hard - boiled che degli scenari più tipici del western crepuscolare. Tra sparatorie, doppi giochi e regolamenti di conti dietro oggi angolo, in Solo non mancano indiani d'America spaziali armati di cavalli volanti e maschere rituali (capitanati dal misterioso Enfys Nest), cattivi e complicati pistoleri/maestri in luogo dei nobili Jedi (un grande Woody Harrelson), avvenenti femme fatale da saloon (la bella Emila Clarke che nel look strizza un occhio a Leia), minatori e galeotti relegati ai lavori forzati, gli immancabili fuorilegge e i gambler sbruffoni da tavolo da gioco (tra cui si annidano per "vizietto" anche Lando e Han). Ci si diverte sul "fronte western" e almeno una bella scena di "assalto al treno" rimane impressa, ma in fondo per me a livello visivo "non si vola mai troppo" e molti degli aspetti più riusciti della pellicola rimangono più a livello della scrittura dei personaggi, particolarmente valida nella prima parte della pellicola. Molto belli e potenti i ruoli femminili (umani e non), che surclassano per eroismo e valori una triste carrellata di maschietti per lo più infidi, codardi e piagnoni se non proprio muti e da tappezzeria (genere "tappeti" anni '60). Molto arzigogolata è originale la rete criminale che opera a livello intergalattico progettando piani alla Breaking Bad intergalattici. Ci si diverte ma si ride pochissimo. Si vede che l'epurazione di Lord e Miller, rei di aver reso la sceneggiatura troppo divertente per gli standard, ha dato i suoi frutti e di fatto ha reso eccessivamente serioso un film che avrebbe avuto le carte per declinarsi come un nuovo Guardiani della Galassia. Ron Howard dirige con mestiere, ma era decisamente più Lucasiano e spensierato in Willow. E se a pensare a Howard e Lucas insieme viene alla mente American Graffiti e le sue corse nella notte tra fiammanti auto sportive fa un po' specie quanto poco feticismo per i veicoli trasmetta questo film. Il Millennium Falcon ha le sue scene ma la carrozzeria dell'astronave si vede poco e le inquadrature sono per lo più spese nel riprendere i protagonisti in cabina di comando e nel riprodurre un paio di alloggiamenti topico/iconici senza una particolare passione/ossessione nell'esplorare di più la strumentazione di bordo e senza la volontà di portarci nelle stanze segrete del Falcon che ancora non abbiamo visitato. Avrei voluto vedere di più l'astronave più veloce della galassia in un film come questo, goderne degli ingranaggi più nascosti in scene di pistoni ed energia quanto un Fast'n'furious. Avrei voluto stare più tempo con l'Han delle prime scene senza subire un salto temporale repentino che va rapidamente a cancellare una fase della sua vita che poteva essere gustosa e caratterizzata da spot sul reclutamento eccessivo/sarcastici che parevano usciti da Starship Troopers di Paul Verhoeven. Non mi è affatto dispiaciuto questo film, l'ho trovato originale nell'ambientazione e per certi versi coraggioso nel scegliere di rappresentare un contesto narrativo meno epico e più contorto. Mi sono piaciuti anche gli attori, che hanno ribaltato con una recitazione appassionata molti dei preconcetti che mi ero fatto sul film. Lo spettacolo visivo mi ha ovviamente convinto e su questo aspetto  non avevo mai avuto dubbi, ma Solo mi rimane in testa come un film irrisolto, che necessita (anche per precise scelte di regia) di avere una continuazione per riuscire davvero a definire il personaggio e questo suo strano mondo in una galassia più lontana lontana del solito. Sembra che Alden Ehrenreich abbia firmato per tre film e se così fosse credo di poter rivedere Solo in una prospettiva diversa, ma credo che soprattutto in questo caso sarà il botteghino a decidere il seguito delle sue avventure. O per lo meno sogno un terzo Star Wars Story, magari come vociferato su Obi Wan, in grado di fare luce e completare parti della trama qui rimaste ancora aperte e che il quel film si amalgamerebbero bene come il cacio sui maccheroni (magari implementando pure un certo personaggio impersonato da Forest Whitaker in Rogue One). A questo punto auspicherei volentieri un terzo Star Wars Story che completi i primi due film come una vera e propria trilogia (magari collocandosi temporalmente tra Solo e Rogue One). 


Mi aspettavo un'avventura tra i mostri spaziali e mi ritrovo un film quasi drammatico e dai contorni sfuggenti. La Lucas/Disney mi ha spiazzato come sempre ma il cambio di volto di Han Solo è stato meno traumatico del previsto. Il ragazzo ha preso in pieno lo spirito del pirata spaziale e ne imita cuore e movenze con una naturalezza che sulla carta non credevo possibile. Un plauso al vanesio e scorretto Lando di Donald Glover, in grado di rubare la scena a tutti con le sue mossette e inaspettate fragilità. Immenso Woody Harrelson nel ruolo dello "Yoda che si meritava Han Solo", un pistolero leggendario che sa ruotare le pistole come gli eroi dei fumetti ma che nasconde molti lati d'ombra, bravo come sempre Paul Bettany e incisiva, anche se in una piccola parte, Thandie Newton. Sempre carina Emilia Clarke, premio comparsata da applauso a Warwick "Willow" Davis, che è sempre un immenso piacere vedere in uno Star Wars. Magnifica l'androide L3 -37 doppiata in origine da Phoebe Waller-Bridge, che da oggi ha un posticino nel mio cuore (e spero presto sulla mensola del modellini) vicino a K2-SO di Alan Tudyk. 
Se amate Star Wars o meno io un giro in sala lo farei, ma con la voglia di essere stupiti da qualcosa di diverso più che con la speranza di trovare i vecchi ambienti e i vecchi amici. 
Che la forza sia sempre con il mio amico Gianluca, che attraverso la sua passione per Star Wars riesce sempre a contagiarmi e farmi tornare bambino per due ore una volta all'anno. 
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lunedì 21 maggio 2018

Solo - piccola riflessione tragica che spero sarà smentita dalla visione in sala



Attenzione, quello che sto per raccontarvi è frutto di voci contraddittorie girate in rete, che non provano in genere niente, che qualcuno presto provvederà a insabbiare. Prendetelo come un gioco e nulla più, ma sappiate che tutto questo, forse, è capitato. C'era una volta, nelle Guerre Stellari di Lucas "vagamente" ispirate a Buck Rogers (causa legale vinta da Buck Rogers per plagio, vi ricordiamo) e Valerian (causa non iniziata per "sportività" per vedere "fino a dove Lucas andava a finire", che è finita con Lucas che ha ri -copiato pure tutta la storia dei cloni nel 2000 e con J.J. Abrams che copia ancora il materiale di Valerian), un pirata spaziale cazzuto il cui numero di telefono figurava nella rubrica di un cavaliere Jedi ancora più cazzuto. Guidava il Millennium Falcon, l'astronave spaziale più figa e veloce del creato, aveva un compagno altissimo e pelosissimo come solo negli anni '70 si poteva averne uno sulla Terra (e infatti era un hippy alieno) e forse (o forse no) aveva sparato per primo a un tizio di nome Greedo (e per questo secondi gli addetti del marketing il pupazzetto non andava bene quanto Boba Fett). Il volto era quello dell'allora già attempato ma ancora sconosciuto Stunt-man Harrison Ford, un tizio dal ghigno simpatico che da lì a poco è rapidamente diventato uno degli attori più amati di sempre. Alla Marvel / Disney/ Lucas hanno pensato di dedicare un film a questo pirata spaziale nella serie di spin - off Star Wars Stories. Con l'intento di stuzzicare i fan di vecchia data e coinvolgerne di giovani, i capoccia hanno scelto di creare una commedia action- space-western affidandola ai registi di commedie action più in voga nell'ultimo periodo, Phil Lord e Chris Miller. I due si mettono ai testi e alla poltrona da director e trasformano la produzione del film in una stand-up comedy surreale e trascinante, così trascinante che se ne lamenta un po' lo sceneggiatore Jonathan Kashdan, figlio del potente e co-sceneggiature "lucasiano" Lawrence Kashdan. Mi piace ricordare di come padre e figlio insieme abbiamo realizzato, al di fuori della Lucas Film, il primo ai testi e il secondo come attore, quell'abominio di L'acchiappasogni, film liberamente tratto da un libro di King in cui gli alieni, di notte, escono dal culo degli umani inseminati. Il piccolo Jonathan, che come sceneggiatore "solitario" ha all'attivo tre (brutte) puntate di Dawson Creek e sogna oggi di realizzare un film di Star Wars con Lando pansessuale e protagonista, vede quindi che sul set di Lord e Miller ci si diverte un casino mentre danno fuoco con le improvvisazioni alla sua sceneggiatura. Vede che Alden Ehrenreich assomiglia più a Vince Vaughn o Seth MacFarlane rispetto a Harrison Ford e si spaventa. Un giorno va giù di testa e se ne lamenta con il papà, che fa prontamente insorgere la fanbase di Star Wars con dichiarazioni tipo "il film è fuori controllo" e di conseguenza queste chiacchiere svegliano il sacro drago protettore della saga, Kathleen Kennedy, che decide di bloccare tutto, rimpiazzare i registi, approvare una nuova linea di script più decorosa e meno ridanciana per modificare una trama già praticamente girata e decide di ingaggiare nell'operazione un regista-amico come Ron Howard, un simpatico ragazzo dai capelli rossi che come regista negli ultimi vent'anni imbrocca un film su quattro. Non sempre happy days quindi, ma una sicurezza in più. Howard ri- gira e ri-monta, gli danno poco tempo per aggiustare le cose e, nel timore che tutto vada a rotoli, fissano la data di uscita a pochi giorni dall'ultimo Avengers, così che in caso di flop gli investitori Disney possano comunque contare sugli introiti di uno dei mesi più fruttuosi di sempre per l'azienda, dimenticando velocemente eventuali ammanchi. Il nuovo film, riportano le cronache internettiane, sarà meno comico e più action, più cupo e più "rispettoso dello spirito della saga", qualsiasi cosa questo voglia dire.  Il nome del personaggio protagonista del film e che dà il titolo allo stesso ve lo faccio cantare da un noto personaggio immaginario di Team America.



Ecco, io da "non" fan di Star Wars, mi trovo ad affrontare l'uscita in sala un po' con lo stato d'animo del "personaggio immaginario" che canta nel pezzo di Team America qui sopra. Se le premesse di questo film non mi attiravano troppo (ma anche Rogue One non mi attirava molto, per poi piacermi parecchio di fatto), se il mio interesse a tutta la produzione è per lo più legato ai pupazzi del merchandising (e misteriosamente con il film in uscita non c'è ancora traccia di una singola figure della Disney Elite Series , che ha fino ad ora proposto i modellini dei personaggi di tutti i film e che per maggio ha in programma solo "Darth Vader senza casco") oggi mi sento perplesso ancora di più dopo aver letto le reazioni della stampa specializzata che ha già visto l'opera in anteprima: toni tiepidi. E credo che non ci sia niente di peggio che l'indifferenza nel giudizio su un'opera. Se un film "è una merda" significa che qualcosa di lui ti ha nel bene e nel male scosso o disturbato o per lo meno ti ha condotto a un ragionamento esistenzialista su come butti via il tuo tempo libero. Ma se un film è "così così" significa che di quella sera ti ricorderai al massimo il frullato alla fragola che hai preso a McDonalds mezz'ora dopo la visione e, fidatevi, è peggio. Poi è giusto andare sempre al cinema, prendendo le opinioni di altri per lo più per quello che sono, "di altri", ma andare a vedere un film "tiepido" non è mai un bel biglietto da visita. Non so se Disney stia aspettando il giorno d'uscita per promuovere questo Solo, magari organizzando una tre giorni di spettacoli pirotecnici in cui il mondo intero sarà invaso da figuranti di Chewbecca... ma sta aspettando decisamente troppo. Può essere comunque una strategia di marketing richiesta dalla azienda forse... metti che per "ricapitalizzare" il brand in Disney hanno deciso di fare una prova estrema e pubblicare Solo: 
1) fuori dalla finestra tipica degli ultimi Star Wars (il Natale) 
2) in diretta concorrenza con un loro prodotto forte (Avengers) 
3) lanciato direttamente in sala privo di merchandising (nessun pupazzo, scatola di cereali, astronavina, maglietta o altro all'orizzonte, a parte i Funko, che hanno realizzato anche su di me però...)
4) con costi pubblicitari pari a zero 
5) divulgando in rete notizie che rendano evidente che la sua produzione è stata un martirio
6) usando il trailer più triste e meno di impatto che si poteva immaginare. 
Se Solo sopravvivesse a queste sei  "prove mortali" e incassasse un botto, Disney potrebbe pensare di fare undici film di Star Wars al mese. Magari è questo il piano.
Ma tutto questo non ha niente a che fare con la qualità finale del film, di cui vi parleremo appena sarà nelle sale. Buttiamoci un po' alle spalle il karma cattivo generato dalla rete e prepariamoci a volare sul Falcon un'altra volta, alla scoperta del significato nascosto di quei dadi dorati che abbiamo intravisto in Gli Ultimi Jedi. Non vedo l'ora di salire di nuovo su quella astronave rugginosa e dal probabile odore della stanza di un adolescente, piena di cianfrusaglia, scacchi spaziali e con una stiva che forse può tenere nascosto un mostro tentacolare. L'attore scelto per Solo è giovane, se il film va bene potremmo trovarlo ancora, prima che faccia salire sulla sua nave Luke Skywalker. Potremmo conoscere se aveva davvero motivi per sparare per primo a Greedo, comprendere la sua ostentazione nei confronti delle principesse spaziali e ragionare sul suo infinito bisogno di ricchezze spaziali. Una delle cose più riuscite di questa saga di astronavi e monaci spaziali arturiani in fondo era proprio lui, il cowboy che si contendeva con il cavaliere (almeno fino al secondo film) il cuore della principessa. Di sicuro amo Han Solo anche per quello che Ford è stato "dopo Solo", ma il pilota del Falcon rimane uno dei miei pupazzi lego preferiti.


In bocca a lupo film di Solo. Ci vediamo in sala. 
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