Sinossi
Esistono nell’universo dei mondi che gli dei antichi hanno plasmato come “reami”. C’è il regno della terra (Earthrealm) casa della razza umana, il regno occulto (Netherrealm) con i suoi spiriti e maghi, il mondo immortale (Edenia), il mondo esterno (Outworld) abitato da creature potenti e ancora misteriose, il reame dell’ordine (Seido) e il reame del caos dove vivono dei e semidei.
Attraversando un portale in un periodo stabilito dagli antichi dei, è possibile accedere a un torneo in cui campioni dotati di straordinari poteri combattono per decretare quale reame debba regnare sugli altri. Il Mortal Kombat.
Gli scontri, a mani nude, arma bianca, arma da fuoco o con la magia, avvengono per estrazione e si svolgono all’interno di arene dislocate tra i vari mondi, alla presenza del pubblico sugli spalti o in stanze segrete piene di trappole mortali. Chi perde, secondo la volontà del campione vittorioso può essere ucciso o graziato.
Nel Mortal Kombat possono così cambiare le alleanze e politiche che tengono in equilibrio i reami.
La giovane principessa immortale Kitana ha visto con i suoi occhi cadere nell’arena il suo nobile padre, re Jerrod di Edenia (Desmond Chiam), sotto i colpi del martello da guerra del tiranno del mondo esterno, Shao Kahn (Martyn Ford), una creatura mostruosa il cui volto era coperto da un inquietante elmo. Per legge il Kahn sarebbe diventato suo padre e la madre di Kitana, Sindel (Ana Thu Nguyen), lo avrebbe accolto come sua moglie. Shao Kahn ha rispettato i ruoli, dimostrando anche clemenza e una insospettabile empatia per la ragazzina, ma Kitana (Adeline Rudolph), diventata adulta, non si è arresa al suo destino. Conservando la fascia blu simbolo di re Jerrod e coltivando vendetta, ha sviluppato con l’aiuto della sua guardia del corpo Jade (Tati Gabrielle), le doti di una grande combattente all’arma bianca. Aspettava solo il momento giusto per ribellarsi, mentre si avvicinava sempre di più un nuovo Mortal Kombat.
Edizione dopo edizione Shao Kahn era diventato il più forte dei campioni, con domini ormai sterminati. Nuovi potenti alleati come lo stregone Shang Tsung (Chin Han) e il negromante Quan Chi (Damon Harriman) hanno offerto al Kahn supporto, attraverso amuleti in grado di convogliare l’energia di un dio o la creazione di interi eserciti di campioni non-morti, da schierare al suo fianco se necessario. I campioni del dio del fulmine Lord Raiden (Tadanobu Asano), difensore del regno della Terra e da sempre oppositore del tiranno del mondo esterno, nelle ultime nove edizioni del Mortal Kombat sono usciti sempre perdenti. Ora non si trovano in un numero sufficiente per competere al meglio, perché il più forte di loro, il nobile Kung Lao (Max Huang) è caduto in battaglia e il suo corpo è scomparso: forse finito nelle mani del negromante, l’eroe potrebbe ora comparire nell’arena come un avversario. In questo frangente disperato, Raiden ha deciso di cercare un eroe nel posto più improbabile del mondo: una scalcinata fiera di fumetti e memorabilia vintage. È qui che un attore action caduto in disgrazia, Johnny Cage (Karl Urban), con poco successo cerca di vendere poster autografati e chincaglierie delle sue vecchie pellicole action anni ‘90. Pellicole in cui prendeva a calci decine di avversari insieme, sapeva schivare con un salto dei razzi e aveva la pelle dura come l’acciaio. Pellicole in cui appena indossava gli occhiali da soli e diceva “it’s showtime” sorridendo diventava il più forte eroe sulla Terra. Mentre mestamente Johnny ritira gli invenduti nell’auto alla fine della fiera, ecco che il dio del fulmine, che Cage scambia per un cosplayer di Grosso Guaio a Chinatown, gli appare alle spalle nel parcheggio. Parla vaneggiando come alcuni del fan più esagitati, proponendogli di seguirlo e diventare un eroe vero in un mondo parallelo, partecipando al nuovo Mortal Kombat tra i suoi campioni. Ma subito dopo, tra fulmini e una luce accecante, Raiden apre davanti a lui un portale. Incredulo, Johnny “deve” attraversarlo, comparendo di colpo in quello che appare come il dojo al centro di un antico tempio Shaolin. Cage ascolta distrattamente le prime informazioni su “come funziona il torneo”, perché ha gli occhi spalancati mentre osserva un monaco “reincarnazione di un drago” di nome Liu Kang (Ludi Lin), si allena con un pugile dotato di braccia cybernetiche di nome Jax (Mehcad Brooks). Si avvicina a lui Sonia Blade (Jessica McNamee), una militare dall’aria severa ma che sempre del tutto “umana”, “normale”: almeno fino a quando sprigiona degli anelli di energia dalle sue braccia.
Più che un sogno è una realtà da incubo: la prospettiva concreta di lì a poche ore di scontrarsi mortalmente con avversari muniti di superpoteri, spiriti, robot e alieni. Con Cage che al massimo della sua forma fisica nei film usava per i combattimenti la sua controfigura, perché era un attore di Hollywood e non un supereroe.
Quali speranze poteva avere?
Ma Raiden lo convince: crede fermamente nell’attore e nel grande potere, rimasto per ora latente, che potrebbe un giorno sprigionare. Perché in fondo, “oltre quel portale”, la realtà è in grado di assumere forme nuove. Ma se Raiden fosse semplicemente un “disperato” che ha confuso dei film action anni ‘90 con la realtà?
Cage ci deve pensare.
Tornato sulla Terra, dopo una o due birre condite con un chiacchierata motivazionale con un barista suo fan (interpretato da Ed Boom, lo storico game designer del videogame Mortal Kombat), Johnny Cage viene subito chiamato, volente o nolente, a combattere. Forse basterà trovare la stessa “motivazione” dei personaggi che interpretava nei suoi film, per sopravvivere in una realtà mille volte più folle dei suoi più folli film?
C’era una volta nelle sala giochi e poi nei cinema Mortal Kombat
Era il 1992 quando nelle sale giochi di tutto il mondo apparve il cabinato di un gioco targato Midway che si proponeva baldanzosamente, un po’ come l’action hero Johnny Cage, di soffiare il trono di miglior picchiaduro a Street Fighter II. Era una creatura digitale attraente e “muscolosa”, epica quando “sarcastica”. Sfoggiava invece dei soliti pixel dei personaggi che sembravano cinematografici, renderizzati con tecniche di motion-capture ricavate riprendendo veri attori. Alcuni personaggi erano stati creati con pupazzi animati in stop-motion, come i mostri delle opere di Ray Harryhausen. Presentava scenari “esotici”, sospesi tra la Cina medioevale dei film di arti marziali e i templi e sotterranei fantasy/Greci di film come Gli Argonauti, arricchiti dell’estetica pop anni ‘80, tra i neon e l’estetica decadente di Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter. Infiniti dettagli ed effetti speciali, un senso dell’azione elegante ma al contempo brutale, con derive splatter davvero importanti e spiazzanti: soprattutto quando a fine incontro dall’altoparlante arrivava una voce che ordinava “Finish Him”. Se l’approccio narrativo era “epico”, tutto era così esagerato da apparire buffo e in dialoghi non disdegnavano ironia, sarcasmo e “battutacce”. Era “cattivo e divertente” come gli horror slasher che all’epoca furoreggiavano in sala. Il gameplay presentava meccaniche di movimento con una certa “legnosità”, che solo negli anni e i capitolo successivi del franchise è stata smussata, ma lo stile di gioco comunque funzionava, era facile e accessibile. Mortal Kombat in un istante calamitò l’attenzione di videogiocatori e semplici “curiosi”. Assicurandosi seguiti e porting per le principali console e computer. Merito delle trascinante visone artistica complessiva, curata dal programmatore Ed Boon e dell’artista visivo John Tobias. Tobias prima di Mortal Kombat aveva lavorato sui fantasmi grotteschi del cartone animato The Real Ghostbusters e poi aveva dato vita ai mutanti dei videogame ultra splatter (e ultra-patinati) Smash Tv e Total Carnage. Il programmatore Ed Boom a inizio carriera, nella Williams, aveva creato dei flipper dall’estetica “cinematografica” affascinante e così “cattivi” da fargli guadagnare il soprannome di “Mortal Master”.
Insieme, Boon e Tobias avevano dato vita a un gioco davvero unico, dotando di una sua precisa mitologia in continua espansione, con personaggi carismatici che richiamavano Bruce Lee quanto Chuck Norris e Van Damme (Johnny Cage è di fatto una parodia di Van Damme), pieno di mostri terrificanti e una estetica splatter che lo rendevano ai tempi amabilmente scorretto e ultra trasgressivo. Era un perfetto action-fantasy-horror digitale, che subito sembrava giusto portare anche al cinema per catalizzare l’attenzione di un pubblico ancora più vasto. Serviva la casa distributrice giusta per “convogliare” tutta la goliardia, scorrettezza e divertimento alla base del lavoro di Boon e Tobias.
New Line era una compagnia che da sempre aveva nel suo dna una forte vocazione per l’intrattenimento goliardico, specie se a tinte horror, rivolto a un pubblico giovane e particolarmente in cerca di emozioni forti. Creata nel 1967 da un giovane Robert Shaye principalmente con lo scopo di portare nei campus dei college curiosi film di produzione straniera, come l’estremo La Bestia del francese Walerian Borowczk, la New Line degli esordi ha annoverato tra le sue prime “hit” la riproposizione in sala dell’ “americanissimo” Refeer Madness, di Louis J. Gasnier, del 1936: un “film didattico”, destinato a essere proiettato durante le ore scuola, per redarguire i più giovani sui pericoli dell’uso della cannabis, di fatto “spaventandoli a morte”. Riportato in vita negli anni '70 nei college, con una cultura e pubblico del tutto diverso, diventava a tutti gli effetti di un involontariamente divertente horror di serie Z, paragonato da molti studenti a Planet 9 from Outer Space. In co-produzione con Warner Bros, compagnia che con il tempo avrebbe acquisito la società al suo interno, nel 1981 New Line sceglieva di produrre in prima persona l’opera prima di un talentuoso ragazzo uscito da quegli stessi college dove furoreggiava Refeer Madness: Evil Dead di Sam Raimi. Nel 1984 New Line produceva poi A Nightmare in Elm Street, film di un celebre professore di filosofia dei college “prestato al cinema”, Wes Craven. Il cinema di intrattenimento horror divenne sempre più per New Line una vocazione, al punto che l’etichetta fece tornare in vita franchise horror amatissimi e poi decaduti come Venerdì 13 e Non aprite quella porta, ma la società produsse anche le commedie Scemo e Più Scemo dei fratelli Farrelly, The Mask, Austin Powers. New Line fu anche tra le prime compagnie a “credere davvero” ai supereroi al cinema, portando l’horror Blade con Wesley Snipes nel 1998, ma già nel 1995, con il primo film su Mortal Kombat per la regia di un allora lanciatissimo Paul W.S. Anderson, fu tra le prime società a trovare la “formula giusta” per portare i videogame al cinema.
Altri ci avevano provato e avevano fallito, ma in questo caso cinema e videogame potevano essere davvero “molto vicini”: Ed Boon e Tobias avevano creato un prodotto che assomigliava già a tantissimi “splatter e sarcastici” stile Nightmare che New Line aveva già portato con successo al cinema. Era un matrimonio perfetto, benedetto da un buon casting, effetti speciali convincenti, una trama semplice ma gustosa, una precisa riproduzione degli scenari e personaggi del videogame. Il tutto condito da una colonna sonora con per fiore all’occhiello il brano techno “Techno Syndrome Mortal Komat “ dei The Immortals.
Ne uscì un film divertente e amabilmente di genere, esagerato quanto gustoso, un ottimo blockbuster. Arrivò il successo, seguito da alcune opere direct to video che ripresero il franchise in modi più opachi. È interessante osservare come Boon abbia sempre tenuto negli anni successivi uno stretto legame con New Line e i suoi franchise horror: con personaggi come Freddy Krueger, Jason e Faccia di Cuoio che sono diventati spesso co-protagonisti dei campioni di Mortal Kombat nei successivi capitoli videoludici del brand.
Il ritorno di New Line alla saga videoludica era inevitabile e avvenne nel 2021, in questo caso in coproduzione con Atomic Monster.
Atomic Monster è una compagnia fondata nel 2014 dal talentuoso cineasta James Wan: padre della serie Saw l’Enigmista, della serie Insidious, del Conjuring Universe e di recente della serie M3gan. Autentico Re Mida del genere horror, a cui devono molto in quanto a incassi New Line quanto Blum House, Wan non ha disdegnato di occuparsi di action movie e di film di supereroi, ma soprattutto ama curare l’aspetto produttivo, fin dal 2005 con Saw II. James Wan in special modo ama scovare nuovi registi di talento, magari andando a cercare i loro primi cortometraggi. Si imbatte così nel 2016 in Simon McQuoid, originario di Perth, in Australia. Sa lavorare con pochi mezzi e buona resa visiva, così si pensa a un rilancio cinematografico atipico, previsto per il 2021. Un’epoca di grande incertezza per il cinema, in cui si cerca anche di far quadrare i conti puntando a un film dal sapore di un piccolo horror indipendente, pur molto raffinato. Ne esce una pellicola dove “il torneo è lontano”: quasi un simbolo irraggiungibile in un arco narrativo carico di mistero e lotte crudeli. Un film dove i campioni lottano, ma “male armati”, prima di essere “convocati ufficialmente” da Raiden, in una specie di “massacro preventivo” organizzato da parte degli sgherri del regno esterno. La trama, più cupa ma ancora ironica, firmata da Greg Russo e Oren Uziel, è forse un po’ troppo decompressa, ma il resto funziona bene. Dalla fotografia agli effetti visivi ai balletti marziali. Così come convincono gli attori, in special modo Tadanobu Asano (Raiden), Hiroyuki Sanada (Scorpion), Josh Lawson (Kano), ci è piaciuta anche la “creatura digitale” Goro, frutto di una tecnica che rinnova in modo convincente lo stop-motion originali. Quasi tutti i personaggi e relativi attori incontrati nel primo film, tornano in qualche modo in questo seguito, come era giusto aspettarsi.
Il primo Mortal Kombat di McQuoid può essere visto in modo quasi del tutto indipendente dalla pellicola del 2026, perché ora ci si concentra molto sul nuovo personaggio di Johnny Cage interpretato da Karl Urban e il contesto generale è già ben riassunto dalla trama. Ma il Mortal Kombat del 2021 rimane un esperimento interessante, con delle idee interessanti e originali che ne fanno un ottimo intrattenimento per una serata disimpegnata.
Ora nel 2026, con Mortal Kombat II, è invece giunto il momento di tornare a un film più vicino alla formula della pellicola di Anderson: un nuovo grande action fantasy “fracassone” ed eccessivo.
Il nuovo sceneggiatore è Jeremy Slater, autore di Lazarus Effect ma pure dell’esagerato Godzilla X Kong: The New Empire. Alla regia c’è ancora McQuoid e il budget è più alto, così come la voglia di tornare alla “formula” che più si avvicina all’idea di cinema di Boom e Tobias.
In sala
Dopo le atmosfere drammatiche e horror del primo film, Mortal Kombat II si presenta da subito come un film di pura exploitation del genere action anni ‘80/‘90: una love letter a Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter, agli action esagerati della Cannon Films con Chuch Norris e ai film di “fantasy muscolare” prodotti da Dino De Laurentis.
Martyn Ford, anche se con il volto perennemente coperto da una maschera integrale, riesce a regalare al suo Shao Kahn un fascino crepuscolare alla Conan, con tratti simili al Thanos di Brolin: riesce a tratteggiare con convinzione una personalità dura, ma al contempo dotata di non banale sensibilità, in grado di offrire davvero una “nuova dimensione” al personaggio.
Karl Urban nei panni di Johnny Cage è l’uomo giusto nel posto giusto. Lo abbiamo ammirato come ottimo Giudice Dredd per Garland quanto come divertente Dottor McCoy nella saga “Kelvin” di Star Trek. Si era dimostrato adatto ai ruoli muscolari già nel (bruttino) Pathfinder e si dimostra ancora oggi aitante e credibile come action hero, nella saga tv di The Boys. Il suo Johnny Cage assomiglia un po’ al Jack Burton di Kurt Russell, ma anche (in una chiave quasi meta-cinematografica) allo Schwarzenegger di Last Action Hero. Riesce davvero a dominare la scena: sa tramutare un contesto tragico in qualcosa di surreale quanto spiazzante.
Josh Lawson è di nuovo perfetto nel ruolo di un Kano: più autoironico, smargiasso e scorretto del solito, “gioca” a interpretarlo come il Lobo della DC Comics.
Sanada con il suo Scorpion si aggira sulla scena come il tragico fantasma di un vecchio samurai: fin dal primo film ha saputo donare al personaggio uno spessore epico, una maschera tragica che lo rendo unico quanto umano.
La Kitana di Adeline Rudolph e la Jade di Tati Gabrielle funzionano molto bene sulla scena, quasi come personaggi complementari.
Un po’ in ombra il Jax di Mehcad Brooks ma anche la Sonia Blade di Jessica McNamee: hanno avuto più spazio nella prima pellicola e qui è come facessero due passi indietro nella narrazione generale, ma forse li “rivedremo" meglio in un futuro capitolo di questa serie.
I grandi combattimenti conditi con effetti speciali e una rappresentazione particolarmente “sanguinolenta” dell’azione rimangono, come era giusto che fosse, il fiore all’occhiello della produzione. Nelle scene di combattimento ogni personaggio e scenario sono riprodotti nei minimi dettagli, per essere la degna controparte del videogame: tra “mosse speciali” e “trappole affilate”, sono molti i tocchi di classe che scalderanno il cuore dei fans, inserendosi peraltro molto bene in coreografie marziali “crude” quanto adrenaliniche. È in questi momenti che la trasposizione appare davvero perfetta, priva di sbavature.
Sbavature che purtroppo fanno capolino ogni tanto nella gustosa ma imperfetta sceneggiatura firmata da Jeremy Slater. L’autore sa districarsi bene nel dare il giusto spazio e caratterizzazione a personaggi, ma ogni tanto sulla scena ci sono “troppi combattenti”, a volte coinvolti pure in “azioni incrociate” forse troppo convulse per svilupparsi al meglio in modo omogeneo. Come non del tutto funzionale è il montaggio di queste fasi, che non riesce a centrare sempre il “tono giusto” del racconto. Certo questi ultimi aspetti posso essere letti come “peccati veniali”, che solo saltuariamente inficiano l’economia complessiva dell’opera. Ma comunque è qualcosa da migliorare in vista di un probabile capitolo tre.
Finale
Il nuovo film di Mortal Kombat, al netto di qualche piccolo inciampo di montaggio e di sporadici passaggi narrativi “troppo netti”, è un action/fantasy che funziona molto bene. Ottimi gli attori, con un plauso a Urban e Ford. Meravigliose e cariche di dettagli gustosi le scene di combattimento, tra scenografie e arti marziali che meticolosamente replicano al meglio il videogame. Molto divertente la sceneggiatura “citazionista”, un po’ Last Action Hero e un po’ Grosso Guaio a Chinatown, che cavalcando l’onda della nostalgia riesce a raggiungere al meglio i fan storici del brand. Ancora una volta adeguato il comparto sonoro.
Pur non essendo un capolavoro, scegliendo di essere al meglio un buon film di genere, creato per chi apprezza quella particolare “salsa action-slasher” delle produzioni New Line, il nuovo film di Simon McQuoid ci è piaciuto e ci ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano uno degli ultimi capitoli dello storico videogame di Ed Boon e John Tobias.
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