giovedì 21 maggio 2026

The Lunch - A Letter to America: la nostra recensione del prezioso documentario di Gianluca Vassallo, che scommette sulla “democrazia alimentare” per raccontarci, per una volta, il volto più umano e fragile degli Stati Uniti.

Ci troviamo nell’America del 2024, a 5 giorni dalle elezioni che porteranno Donald Trump alla Casa Bianca per la seconda volta. Viaggiando per tutti gli Stati, tra tavole calde, vie assolate, metropolitane e distese di grano, tra grandi città e comunità di provincia, la telecamera “cerca una storia”, in grado di raccontare quel momento in un modo diverso dal solito. La scova seguendo donne velate e immigrati messicani, che camminano indossando sulle spalle, come il mantello di un supereroe, un manifesto elettorale. Mantelli con sopra la foto di un signore attempato dai capelli paglierini e la scritta “Trump take America Back”. La indossano senza parlare o disporsi in corteo, come una specie di divisa con cui andare al lavoro, senza destare particolare scalpore o contestazione. È gente così comune da non farci caso, spesso per qualcuno “invisibile”, che svolge nel quotidiano lavori ritenuti per lo più “umili”, ma fondamentali per far funzionare un paese. Un unico grande popolo dei macellai, badanti, meccanici, agricoltori, personale addetto alle pulizie. Un popolo spesso legato alle tradizioni, profondamente religioso e rispettoso delle leggi, parte attiva in associazioni di volontariato, ospitale. Non vivono nei salotti del centro di Manhattan ma magari lì ci lavorano. Come  Eduardo, di professione cuoco, che griglia a Manhattan gli hamburger di bovino che arrivano dalla provincia: allevati e poi macellati da appartenenti della working class come lui, per poi venire indistintamente serviti a tutti gli americani, democratici come repubblicani, di destra come di sinistra, in un’unica ideale “tavola calda”. Una tavola calda, da sempre “luogo simbolo” della cultura americana, dove così si compie a tutti gli effetti un “atto di democrazia alimentare”: ciò che dà vita al “pranzo” (in inglese il “Lunch”, del titolo) e rifocilla il sogno americano, accompagnato con coca cola media e patatine fritte medie, offerto a ogni americano medio. Un “pranzo per tutti”, senza distinzioni di ceto, credo, politica, a cui contribuisce parecchio, “attivamente” e forse un po’ in controvoglia, anche un bovino. A tutti gli effetti il silenzio e “cristologico” non-protagonista principale del documentario: “Il pranzo stesso”. Nel corso del film seguiamo in sottofondo alle vicende delle persone umane,  “il cammino del bovino”: dal mercato al macellaio alla cucina. Dalla fase di macellazione, dove viene “ammorbidito” all’interno di una comunità cattolica di campagna ultra conservatrice: tra campi sconfinati, sedie a dondolo in veranda, canti gospel è un bambino di quattro anni che tratta la carne “con tenerezza”, armeggiando con dedizione il suo primo pestello. Frollato, tritato e reso indistinto da altra carne di stessa forma e colore, il vitello sarà spedito nella grande città, per essere servito con in sottofondo una radio che racconterà l’esito della corsa elettorale. Quando i giochi saranno ormai “fatti”. Solo che Eduardo il cuoco, pur in tono scherzoso, è un po’ preoccupato dal fatto che Trump, seguendo il programma della sua campagna, decida di non rinnovargli il visto, ponendo fine al suo, di sogno americano. Non è una fantasia, perché il presidente è abbastanza “preciso sul punto” e molti suoi amici hanno già lasciato o stanno lasciando il paese. Se l’America tornerà grande per qualcuno, lui farà sempre parte del sogno americano? Ma il dubbio di Eduardo alla fine “si perde”, non trova risposta, le voci raccolte del film non si pronunciano sul tema. Sembra che le voci degli americani in video restino per lo più arroccate, “chiuse a riccio”, in quella che appare un’America terribilmente polarizzata in due parti “troppo diverse per incontrarsi”. C’è una America che dice di “guardare al futuro”: vive nei centri urbani, sfoggia cultura e ironia nelle trasmissioni radio, parla di “capacità di ascolto e  inclusività“ ma non riesce troppo a identificarsi con chi vive fuori dalla città. Poi c’è un’America con “i piedi piantati per terra”: rurale quanto profondamente religiosa, di provincia e spesso di ceto più basso, con l’incubo di un “comunismo” che “aprendo le porte a migliaia di stranieri” li metta in costante competizione con loro: sottraendogli la sicurezza e le piccole fortune che sono riusciti ad accumulare in anni, con lavori spesso faticosi e sottopagati. Nessuna delle due Americhe è particolarmente “fan” del candidato proposto dalla rispettiva fazione, ma affrontano i malumori a testa bassa:  perché “non c’è altra scelta possibile”, perché non c’è modo di parlare con l’altra parte venendosi incontro. 

Eppure la filiera alimentare che “nutre” l’America  “funziona bene”, anche se forse un po’ meno bene per il bovino. In quella “democrazia alimentare” tutti sanno lavorare insieme a un unico risultato, coesi come un unico grande Stato che accoglie democratici e repubblicani, immigrati compresi. Si potrà da questo documentato, scientifico e forse pure “sacro” atto di “comunione alimentare”, ricostruire tutto il resto? O almeno rendersi conto che è ora di iniziare a comunicare seriamente tra persone senza vedere l’avversario politico o lo straniero come un “nemico”?

Al suo terzo film da regista, Vassallo sceglie la via del documentario. La scelta è  vivere il cinema come una avventura e “trovare una storia” durante la produzione del film, in viaggio on the road per gli States, facendosi affascinare dalle persone quando da straordinari paesaggi che sembrano uscire da un film western crepuscolare. Sceglie di recarsi in America in uno dei momenti storici più complicati della storia recente, intenzionato a realizzare un documentario che di petto racconti la politica e i suoi comizi, ma poi la storia racconta in centinaia di ore di riprese e montaggio lo portano altrove, verso uno dei cuori nascosti del paese. Vassallo nelle interviste sul film parla che i giochi elettorali al suo arrivo erano già chiari: era più utile per lui raccontare il “capitale umano”. Lo trova tra i piccoli lavoratori: alcuni precari o con visto in scadenza in città che li sopportano a fatica, alcuni ancorati a una realtà di frontiera che permane dai tempi del Generale Lee. La telecamere li cattura mentre sono intenti a vivere e sopravvivere, nel modo migliore possibile, il proprio personale sogno americano. È un popolo complesso e per lo più poco rappresentato, pieno di forza di volontà, ironia e paure. Vassallo li lascia parlare a ruota libera e con il cuore in mano, seguendoli da vicino per alcuni giorni sui loro posti di lavoro e nelle loro case, raccontando lo “spleen” della loro quotidianità senza filtri e sovrastrutture, senza l’ambizione di racchiudere nel suo film “tutta l’America possibile”. Senza inseguire a tutti i costi il “politicamente corretto” e la frenesia di molti documentari recenti, sceglie quasi il “passo lento” di opere realistico-contemplative con animo “alla John Ford”, come Una storia vera di David Lynch o il recente Il filo del ricatto di Gus Van Sant. Ci racconta di paesaggi e città sterminate In cui si muovono persone e vite che appaiono “fin troppo piccole”, quasi minuscole tra spazi imponenti quanto seraficamente spesso vuoti. Dalla forza della fotografia e scenografia arriva così un “senso di vertigine” che sembra cogliere i personaggi quanto gli stessi spettatori. Che siano elettori democratici come repubblicani, tutti appaiono immobilizzati, chiusi in un mondo che non sarà mai davvero “loro” ma ancora nella condizione di non riuscire a “tendere la mano”, gli uni agli altri, per affrontare insieme i problemi. Tutto per non “accettare compromessi”.


Vassallo cattura questo caos emotivo in un’opera fatta col cuore, che di fatto solleva dubbi che vanno oltre il paese degli Hamburger. Vassallo racconta un caos che è “anche nostro”, per farci capire che questo caos “esiste” e dobbiamo prima o poi farci i conti, per andare avanti. Forse però Vassallo fa un’opera con “troppo cuore”, che per questo “difetto” può non piacere a tutti. 

Soprattutto può non piacere a chi ritiene di essere sempre e comunque dal lato giusto “della barricata” e per questo ha ormai messo in soffitta valori come l’empatia. In un mondo in cui si preferisce elargire giudizi saccenti, alimentare conflitti, allestire lotte infinite tra fazioni per la minima cosa, dividendo tutti in schieramenti di “bianchi o neri”, il film di Vassallo compie un piccolo, semplice ma necessario atto rivoluzionario.

Per tutto questo, un’opera preziosa per capire una piccola ma pur importate parte dell’America, e forse anche la nostra Storia Recente. 

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mercoledì 6 maggio 2026

Mortal Kombat II: la nostra recensione del film action fantasy prodotto da New Line e Atomic Monster, diretto da Simon McQuoid, che riporta nelle sale i personaggi dei videogame creati da Ed Boon e John Tobias.

 


Sinossi

Esistono nell’universo dei mondi che gli dei antichi hanno plasmato come “reami”. C’è il regno della terra (Earthrealm) casa della razza umana, il regno occulto (Netherrealm) con i suoi spiriti e maghi, il mondo immortale (Edenia), il mondo esterno (Outworld) abitato da creature potenti e ancora misteriose, il reame dell’ordine (Seido) e il reame del caos dove vivono dei e semidei. 

Attraversando un portale in un periodo stabilito dagli antichi dei, è possibile accedere a un torneo in cui campioni dotati di straordinari poteri combattono per decretare quale reame debba regnare sugli altri. Il Mortal Kombat. 

Gli scontri, a mani nude, arma bianca, arma da fuoco o con la magia, avvengono per estrazione e si svolgono all’interno di arene dislocate tra i vari mondi, alla presenza del pubblico sugli spalti o in stanze segrete piene di trappole mortali. Chi perde, secondo la volontà del campione vittorioso può essere ucciso o graziato. 

Nel Mortal Kombat possono così cambiare le alleanze e politiche che tengono in equilibrio i reami. 

La giovane principessa immortale Kitana ha visto con i suoi occhi cadere nell’arena il suo nobile padre, re Jerrod di Edenia (Desmond Chiam), sotto i colpi del martello da guerra del tiranno del mondo esterno, Shao Kahn (Martyn Ford), una creatura mostruosa il cui volto era coperto da un inquietante elmo. Per legge il Kahn sarebbe diventato suo padre e la madre di Kitana, Sindel (Ana Thu Nguyen), lo avrebbe accolto come sua moglie. Shao Kahn ha rispettato i ruoli, dimostrando anche clemenza e una insospettabile empatia per la ragazzina, ma Kitana (Adeline Rudolph), diventata adulta, non si è arresa al suo destino. Conservando la fascia blu simbolo di re Jerrod e coltivando vendetta, ha sviluppato con l’aiuto della sua guardia del corpo Jade (Tati Gabrielle), le doti di una grande combattente all’arma bianca. Aspettava solo il momento giusto per ribellarsi, mentre si avvicinava sempre di più un nuovo Mortal Kombat. 

Edizione dopo edizione Shao Kahn era diventato il più forte dei campioni, con domini ormai sterminati. Nuovi potenti alleati come lo stregone Shang Tsung (Chin Han) e il negromante Quan Chi (Damon Harriman) hanno offerto al Kahn supporto, attraverso amuleti in grado di convogliare l’energia di un dio o la creazione di interi eserciti di campioni non-morti, da schierare al suo fianco se necessario. I campioni del dio del fulmine Lord Raiden (Tadanobu Asano), difensore del regno della Terra e da sempre oppositore del tiranno del mondo esterno, nelle ultime nove edizioni del Mortal Kombat sono usciti sempre perdenti. Ora non si trovano in un numero sufficiente per competere al meglio, perché il più forte di loro, il nobile Kung Lao (Max Huang) è caduto in battaglia e il suo corpo è scomparso: forse finito nelle mani del negromante, l’eroe potrebbe ora comparire nell’arena come un avversario. In questo frangente disperato, Raiden ha deciso di cercare un eroe nel posto più improbabile del mondo: una scalcinata fiera di fumetti e memorabilia vintage. È qui che un attore action caduto in disgrazia, Johnny Cage (Karl Urban), con poco successo cerca di vendere poster autografati e chincaglierie delle sue vecchie pellicole action anni ‘90. Pellicole in cui prendeva a calci decine di avversari insieme, sapeva schivare con un salto dei razzi e aveva la pelle dura come l’acciaio. Pellicole in cui appena indossava gli occhiali da soli e diceva “it’s showtime” sorridendo diventava il più forte eroe sulla Terra. Mentre mestamente Johnny ritira gli invenduti nell’auto alla fine della fiera, ecco che il dio del fulmine, che Cage scambia per un cosplayer di Grosso Guaio a Chinatown, gli appare alle spalle nel parcheggio. Parla vaneggiando come alcuni del fan più esagitati,  proponendogli di seguirlo e diventare un eroe vero in un mondo parallelo, partecipando al nuovo Mortal Kombat tra i suoi campioni. Ma subito dopo, tra fulmini e una luce accecante, Raiden apre davanti a lui un portale. Incredulo, Johnny “deve” attraversarlo, comparendo di colpo in quello che appare come il dojo al centro di un antico tempio Shaolin. Cage ascolta distrattamente le prime informazioni su “come funziona il torneo”, perché ha gli occhi spalancati mentre osserva un monaco “reincarnazione di un drago” di nome Liu Kang (Ludi Lin), si allena con un pugile dotato di braccia cybernetiche di nome Jax (Mehcad Brooks). Si avvicina a lui Sonia Blade (Jessica McNamee), una militare dall’aria severa ma che sempre del tutto “umana”, “normale”: almeno fino a quando sprigiona degli anelli di energia dalle sue braccia. 

Più che un sogno è una realtà da incubo: la prospettiva concreta di lì a poche ore di scontrarsi mortalmente con avversari muniti di superpoteri, spiriti, robot e alieni. Con Cage che al massimo della sua forma fisica nei film usava per i combattimenti la sua controfigura, perché era un attore di Hollywood e non un supereroe. 

Quali speranze poteva avere? 

Ma Raiden lo convince: crede fermamente nell’attore e nel grande potere, rimasto per ora latente, che potrebbe un giorno sprigionare. Perché in fondo, “oltre quel portale”, la realtà è in grado di assumere forme nuove. Ma se Raiden fosse semplicemente un “disperato” che ha confuso dei film action anni ‘90 con la realtà?

Cage ci deve pensare.

Tornato sulla Terra, dopo una o due birre condite con un chiacchierata motivazionale con un barista suo fan (interpretato da Ed Boom, lo storico game designer del videogame Mortal Kombat), Johnny Cage viene subito chiamato, volente o nolente, a combattere. Forse basterà trovare la stessa “motivazione” dei personaggi che interpretava nei suoi film, per sopravvivere in una realtà mille volte più folle dei suoi più folli film? 



C’era una volta nelle sala giochi e poi nei cinema Mortal Kombat

Era il 1992 quando nelle sale giochi di tutto il mondo apparve il cabinato di un gioco targato Midway che si proponeva baldanzosamente, un po’ come l’action hero Johnny Cage, di soffiare il trono di miglior picchiaduro a Street Fighter II. Era una creatura digitale attraente e “muscolosa”, epica quando “sarcastica”. Sfoggiava invece dei soliti pixel dei personaggi che sembravano cinematografici, renderizzati con tecniche di motion-capture ricavate riprendendo veri attori. Alcuni personaggi erano stati creati con pupazzi animati in stop-motion, come i mostri delle opere di Ray Harryhausen.  Presentava scenari “esotici”, sospesi tra la Cina medioevale dei film di arti marziali e i templi e sotterranei fantasy/Greci di film come Gli Argonauti, arricchiti dell’estetica pop anni ‘80, tra i neon e l’estetica decadente di Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter. Infiniti dettagli ed effetti speciali, un senso dell’azione elegante ma al contempo brutale, con derive splatter davvero importanti e spiazzanti: soprattutto quando a fine incontro dall’altoparlante arrivava una voce che ordinava “Finish Him”. Se l’approccio narrativo era “epico”, tutto era così esagerato da apparire buffo e in dialoghi non disdegnavano ironia, sarcasmo e “battutacce”. Era “cattivo e divertente” come gli horror slasher che all’epoca furoreggiavano in sala. Il gameplay presentava meccaniche di movimento con una certa “legnosità”, che solo negli anni e i capitolo successivi del franchise è stata smussata, ma lo stile di gioco comunque funzionava, era facile e accessibile. Mortal Kombat in un istante calamitò l’attenzione di videogiocatori e semplici “curiosi”. Assicurandosi seguiti e porting per le principali console e computer. Merito delle trascinante visone artistica complessiva, curata dal programmatore Ed Boon e dell’artista visivo John Tobias. Tobias prima di Mortal Kombat aveva lavorato sui fantasmi grotteschi del cartone animato The Real Ghostbusters e poi aveva dato vita ai mutanti dei videogame ultra splatter (e ultra-patinati) Smash Tv e Total Carnage. Il programmatore Ed Boom a inizio carriera, nella Williams, aveva creato dei flipper dall’estetica “cinematografica” affascinante e così “cattivi” da fargli guadagnare il soprannome di “Mortal Master”.

Insieme, Boon e Tobias avevano dato vita a un gioco davvero unico, dotando di una sua precisa mitologia in continua espansione, con personaggi carismatici che richiamavano Bruce Lee quanto Chuck Norris e Van Damme (Johnny Cage è di fatto una parodia di Van Damme), pieno di mostri terrificanti e una estetica splatter che lo rendevano ai tempi amabilmente scorretto e ultra trasgressivo. Era un perfetto action-fantasy-horror digitale, che subito sembrava giusto portare anche al cinema per catalizzare l’attenzione di un pubblico ancora più vasto. Serviva la casa distributrice giusta per “convogliare” tutta la goliardia, scorrettezza e divertimento alla base del lavoro di Boon e Tobias. 


New Line era una compagnia che da sempre aveva nel suo dna una forte vocazione per l’intrattenimento goliardico, specie se a tinte horror, rivolto a un pubblico giovane e particolarmente in cerca di emozioni forti. Creata nel 1967 da un giovane Robert Shaye principalmente con lo scopo di portare nei campus dei college curiosi film di produzione straniera, come l’estremo La Bestia del francese Walerian Borowczk, la New Line degli esordi ha annoverato tra le sue prime “hit” la riproposizione in sala dell’ “americanissimo” Refeer Madness, di Louis J. Gasnier, del 1936: un “film didattico”, destinato a essere proiettato durante le ore scuola, per redarguire i più giovani sui pericoli dell’uso della cannabis, di fatto “spaventandoli a morte”. Riportato in vita negli anni '70 nei college, con una cultura e pubblico del tutto diverso, diventava a tutti gli effetti di un involontariamente divertente horror di serie Z, paragonato da molti studenti a Planet 9 from Outer Space. In co-produzione con Warner Bros, compagnia che con il tempo avrebbe acquisito la società al suo interno, nel 1981 New Line sceglieva di produrre in prima persona l’opera prima di un talentuoso ragazzo uscito da quegli stessi college dove furoreggiava Refeer Madness: Evil Dead di Sam Raimi. Nel 1984 New Line produceva poi A Nightmare in Elm Street, film di un celebre professore di filosofia dei college “prestato al cinema”, Wes Craven. Il cinema di intrattenimento horror divenne sempre più per New Line una vocazione, al punto che l’etichetta fece tornare in vita franchise horror amatissimi e poi decaduti come Venerdì 13 e Non aprite quella porta, ma la società produsse anche le commedie Scemo e Più Scemo dei fratelli Farrelly, The Mask, Austin Powers. New Line fu anche tra le prime compagnie a “credere davvero” ai supereroi al cinema, portando l’horror Blade con Wesley Snipes nel 1998, ma già nel 1995, con il primo film su Mortal Kombat per la regia di un allora lanciatissimo Paul W.S. Anderson, fu tra le prime società a trovare la “formula giusta” per portare i videogame al cinema.

Altri ci avevano provato e avevano fallito, ma in questo caso cinema e videogame potevano essere davvero “molto vicini”: Ed Boon e Tobias avevano creato un prodotto che assomigliava già a tantissimi “splatter e sarcastici” stile Nightmare che New Line aveva già portato con successo al cinema. Era un matrimonio perfetto, benedetto da un buon casting, effetti speciali convincenti, una trama semplice ma gustosa, una precisa riproduzione degli scenari e personaggi del videogame. Il tutto condito da una colonna sonora con per fiore all’occhiello il brano techno “Techno Syndrome Mortal Komat “ dei The Immortals.  

Ne uscì un film divertente e amabilmente di genere, esagerato quanto gustoso, un ottimo blockbuster. Arrivò il successo, seguito da alcune opere direct to video che ripresero il franchise in modi più opachi. È interessante osservare come Boon abbia sempre tenuto negli anni successivi uno stretto legame con New Line e i suoi franchise horror: con personaggi come Freddy Krueger, Jason e Faccia di Cuoio che sono diventati spesso co-protagonisti dei campioni di Mortal Kombat nei successivi capitoli videoludici del brand.

Il ritorno di New Line alla saga videoludica era inevitabile e avvenne nel 2021, in questo caso in coproduzione con Atomic Monster. 


Atomic Monster è una compagnia fondata nel 2014 dal talentuoso cineasta James Wan: padre della serie Saw l’Enigmista, della serie Insidious, del Conjuring Universe e di recente della serie M3gan. Autentico Re Mida del genere horror, a cui devono molto in quanto a incassi New Line quanto Blum House, Wan non ha disdegnato di occuparsi di action movie e di film di supereroi, ma soprattutto ama curare l’aspetto produttivo, fin dal 2005 con Saw II. James Wan in special modo ama scovare nuovi registi di talento, magari andando a cercare i loro primi cortometraggi. Si imbatte così nel 2016 in Simon McQuoid, originario di Perth, in Australia. Sa lavorare con pochi mezzi e buona resa visiva, così si pensa a un rilancio cinematografico atipico, previsto per il 2021. Un’epoca di grande incertezza per il cinema, in cui si cerca anche di far quadrare i conti puntando a un film dal sapore di un piccolo horror indipendente, pur molto raffinato. Ne esce una pellicola dove “il torneo è lontano”: quasi un simbolo irraggiungibile in un arco narrativo carico di mistero e lotte crudeli. Un film dove i campioni lottano, ma “male armati”, prima di essere “convocati ufficialmente” da Raiden, in una specie di “massacro preventivo” organizzato da parte degli sgherri del regno esterno. La trama, più cupa ma ancora ironica, firmata da Greg Russo e Oren Uziel, è forse un po’ troppo decompressa, ma il resto funziona bene. Dalla fotografia agli effetti visivi ai balletti marziali. Così come convincono gli attori, in special modo Tadanobu Asano (Raiden), Hiroyuki Sanada (Scorpion), Josh Lawson (Kano), ci è piaciuta anche la “creatura digitale” Goro, frutto di una tecnica che rinnova in modo convincente lo stop-motion originali. Quasi tutti i personaggi e relativi attori incontrati nel primo film, tornano in qualche modo in questo seguito, come era giusto aspettarsi. 

Il primo Mortal Kombat di McQuoid può essere visto in modo quasi del tutto indipendente dalla pellicola del 2026, perché ora ci si concentra molto sul nuovo personaggio di Johnny Cage interpretato da Karl Urban e il contesto generale è già ben riassunto dalla trama. Ma il Mortal Kombat del 2021 rimane un esperimento interessante, con delle idee interessanti e originali che ne fanno un ottimo intrattenimento per una serata disimpegnata.

Ora nel 2026, con Mortal Kombat II, è invece giunto il momento di tornare a un film più vicino alla formula della pellicola di Anderson: un nuovo grande action fantasy “fracassone” ed eccessivo. 

Il nuovo sceneggiatore è Jeremy Slater, autore di Lazarus Effect ma pure dell’esagerato Godzilla X Kong: The New Empire. Alla regia c’è ancora McQuoid e il budget è più alto, così come la voglia di tornare alla “formula” che più si avvicina all’idea di cinema di Boom e Tobias.


In sala

Dopo le atmosfere drammatiche e horror del primo film, Mortal Kombat II si presenta da subito come un film di pura exploitation del genere action anni ‘80/‘90: una love letter a Grosso Guaio a Chinatown di Carpenter, agli action esagerati della Cannon Films con Chuch Norris e ai film di “fantasy muscolare” prodotti da Dino De Laurentis. 

Martyn Ford, anche se con il volto perennemente coperto da una maschera integrale, riesce a regalare al suo Shao Kahn un fascino crepuscolare alla Conan, con tratti simili al Thanos di Brolin: riesce a tratteggiare con convinzione una personalità dura, ma al contempo dotata di non banale sensibilità, in grado di offrire davvero una “nuova dimensione” al personaggio.

Karl Urban nei panni di Johnny Cage è l’uomo giusto nel posto giusto. Lo abbiamo ammirato come ottimo Giudice Dredd per Garland quanto come divertente Dottor McCoy nella saga “Kelvin” di Star Trek. Si era dimostrato adatto ai ruoli muscolari già nel (bruttino) Pathfinder e si dimostra ancora oggi aitante e credibile come action hero, nella saga tv di The Boys. Il suo Johnny Cage assomiglia un po’ al Jack Burton di Kurt Russell, ma anche (in una chiave quasi meta-cinematografica) allo Schwarzenegger di Last Action Hero. Riesce davvero a dominare la scena: sa tramutare un contesto tragico in qualcosa di surreale quanto spiazzante.

Josh Lawson è di nuovo perfetto nel ruolo di un Kano: più autoironico, smargiasso e scorretto del solito, “gioca” a interpretarlo come il Lobo della DC Comics. 

Sanada con il suo Scorpion si aggira sulla scena come il tragico fantasma di un vecchio samurai: fin dal primo film ha saputo donare al personaggio uno spessore epico, una maschera tragica che lo rendo unico quanto umano. 

La Kitana di Adeline Rudolph e la Jade di Tati Gabrielle funzionano molto bene sulla scena, quasi come personaggi complementari. 

Un po’ in ombra il Jax di Mehcad Brooks ma anche la Sonia Blade di Jessica McNamee: hanno avuto più spazio nella prima pellicola e qui è come facessero due passi indietro nella narrazione generale, ma forse li “rivedremo" meglio in un futuro capitolo di questa serie. 

I grandi combattimenti conditi con effetti speciali e una rappresentazione particolarmente “sanguinolenta” dell’azione rimangono, come era giusto che fosse, il fiore all’occhiello della produzione. Nelle scene di combattimento ogni personaggio e scenario sono riprodotti nei minimi dettagli, per essere la degna controparte del videogame: tra “mosse speciali” e “trappole affilate”, sono molti i tocchi di classe che scalderanno il cuore dei fans,  inserendosi peraltro molto bene in coreografie marziali “crude” quanto adrenaliniche. È in questi momenti che la trasposizione appare davvero perfetta, priva di sbavature.

Sbavature che purtroppo fanno capolino ogni tanto nella gustosa ma imperfetta sceneggiatura firmata da Jeremy Slater. L’autore sa districarsi bene nel dare il giusto spazio e caratterizzazione a personaggi, ma ogni tanto sulla scena ci sono “troppi combattenti”, a volte coinvolti pure in “azioni incrociate” forse troppo convulse per svilupparsi al meglio in modo omogeneo. Come non del tutto funzionale è il montaggio di queste fasi, che non riesce a centrare sempre il “tono giusto” del racconto. Certo questi ultimi aspetti posso essere letti come “peccati veniali”, che solo saltuariamente inficiano l’economia complessiva dell’opera. Ma comunque è qualcosa da migliorare in vista di un probabile capitolo tre. 

Finale

Il nuovo film di Mortal Kombat, al netto di qualche piccolo inciampo di montaggio e di sporadici passaggi narrativi “troppo netti”, è un action/fantasy che funziona molto bene. Ottimi gli attori, con un plauso a Urban e Ford. Meravigliose e cariche di dettagli gustosi le scene di combattimento, tra scenografie e arti marziali che meticolosamente replicano al meglio il videogame. Molto divertente la sceneggiatura “citazionista”, un po’ Last Action Hero e un po’ Grosso Guaio a Chinatown, che cavalcando l’onda della nostalgia riesce a raggiungere al meglio i fan storici del brand. Ancora una volta adeguato il comparto sonoro. 

Pur non essendo un capolavoro, scegliendo di essere al meglio un buon film di genere, creato per chi apprezza quella particolare “salsa action-slasher” delle produzioni New Line, il nuovo film di Simon McQuoid ci è piaciuto e ci ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano uno degli ultimi capitoli dello storico videogame di Ed Boon e John Tobias.

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lunedì 4 maggio 2026

Resurrection: la nostra recensione dell’ “Epic science fiction drama” scritto e diretto da Bi Gan


Premessa: Resurrection è una “creatura cinematografica” unica e complessa, che sarebbe giusto approcciare all’oscuro di tutto, direttamente nel buio di una sala. Facendosi stupire e travolgere dalla sua frammentata e magniloquente narrazione, simile a un intimo flusso di coscienza. 

Lasciandosi immergere in immagini fortemente “materiche”, dominate da elementi come acqua, vapori, luci artificiali, architetture eleganti e decadenti. 

Procedete quindi nella lettura a vostro rischio e pericolo, anche se la breve annotazione che segue può essere utile per orientarvi in modo più agevole nella visione.

La premessa.

Si dice comunemente che nell’istante prima di morire qualcuno possa vedere, “proiettati nella sua coscienza”, gli ultimi istanti della sua vita. Forse i “momenti più significativi”. Nella cultura Buddhista si ritiene che prima della morte l’equivalente della nostra coscienza, il “Vijnana”, si stacchi progressivamente dai cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto). Bi Gan, dopo aver osservato personalmente il distacco dai sensi di un suo familiare, ha deciso di rappresentare questo processo di separazione attraverso singoli piccoli film/visioni, in cui un misterioso protagonista morente, interpretato dall’attore Jackson Yee, si trovava a vivere situazioni e storie che stilisticamente omaggiano alcune “tappe fondamentali” della storia del cinema. Dagli albori “documentaristici” dei Lumiere (L’arrouseur Arrose,1895), all’horror espressionista di Murnau (Nosferatu,1922) “abbellito” da scenografie teatrali che sembrano uscire dal fantasy di Melies. Dal noir piovoso e notturno di Carol Reed (Il terzo uomo 1949) alle albe sepolcrali dei film meditativi di Kon Ichikaka (Bimura no Tategoto, 1956). Dal romanticismo platonico e malinconico di Wong Kar-Wai (Hong Kong Express,1994) alla frenesia delle avventure scombinate di Jim Jarmush  (Solo gli amanti sopravvivono, 2013). Arrivando infine a citare pure se stesso, Bi Gan ripropone un lunghissimo piano-sequenza come in Long Day’s Journey into night, del 2019: simile per tecnica ai lavori di De Palma, ma anche al linguaggio dei videogame in prima persona. 

Si potranno riscontrare, durante questi viaggi visivi, accurati omaggi anche verso opere di Jean-Pierre Melville (Le Samourai,1967), Joel Shumacher (Lost Boys, 1987), Takeshi Kitano (L’estate di Kikujiro, 1999), Kim Ki-Duk (L’isola, 2000). Ma la “caccia al tesoro”, storiografica quando a-geografica, può essere ancora più grande, “dotta” e ghiotta. Resurrection è un viaggio in cui un amante del cinema può perdersi e ritrovarsi all’infinito. 


Sinossi

In un mondo futuro morente, in cui è stato scoperto il modo di allungare la vita rinunciando ad avere i sogni, i più pericolosi e incomprensibili criminali sono coloro che si sono ostinati a continuare a sognare, a costo di staccarsi sempre di più dalla loro natura umana. 

Sono diventati creature incomprensibili, che vivono tra realtà, ebbrezza e finzione, nascondendosi tra sale da oppio e sale cinematografiche. Li hanno chiamati “deliranti”. Si sa ancora pochissimo di loro, ma sembra siano ormai pochi.

Una fotografa è riuscita a catturarne uno, antico ma morente, all’interno di un cinema che proiettava una pellicola in bianco e nero. 

È riuscita a “impressionarlo su pellicola” prima che la sua struttura fisica finisse del tutto in polvere, permettendogli momentaneamente di rivivere, come vampiro/non-morto, nello studio fotografico della donna. 

La fotografa ha poco tempo, prima che il processo di degradazione della creatura inevitabilmente si ripeta. Per questo decide di trovare un modo inconsueto per comunicare con lui: estraendo dal ventre del non-morto il suo “proiettore interno” e trasformandolo in una sorta di “sala di proiezione organica”. Per poter osservare su uno schermo, su pellicola in nitrato d’argento, le immagini più intense dei suoi ultimi  ricordi. Quelle che lo legano fino alla fine ai suoi cinque sensi, prima che la coscienza si spenga di nuovo del tutto. Il delirante inizierà così a rivivere e comunicare attraverso il suo “schermo interiore”. 

In un “viaggio interiore” cercherà di rincorrere il “suono scomparso” della musica di un musicista scomparso in circostanze tragiche. In un altro “sogno” avrà a che fare con il gusto amaro di una vita che lo vede diventato ladro di tombe, dopo una vita da monaco finita nel disonore. Un evento che lo vedrà incontrare in prima persona un bizzarro “demone dell’amarezza”. Sarà di nuovo un truffatore in un’altra “visione”, mentre cercherà di addestrare una bambina ingenua a fingere di avere dei poteri precognitivi per raggirare un ricco uomo di potere: cercando di farle “ricordare l’odore” di un padre scomparso in mare. 

In un’altra storia (tutta girata in un unico piano sequenza) il delirante cercherà di “guardare con i suoi occhi” quella che per molti sarebbe stata l’ultima alba del mondo. Al termine della lunga notte di capodanno del 2000, vissuta al fianco di una donna misteriosa e sensuale, da seguire nei vicoli infiniti e locali notturni di una città decadente sull’orlo della follia. 

In oltre due ore di “proiezione” il delirante vivrà accompagnato dalla fotografa epoche e storie diverse, sempre cavalcando gli eventi tra realtà e sogno. Fino a che gli sarà possibile farlo. 



Il terzo film di Bi Gan

Nato nel 1989 nella città di Kaili, nella provincia cinese di Guizhou, Bi Gan dal 2008 al 2011 frequentava la “Radio, Film e Television Cadre College” di Taiyuan, appassionandosi alla settima arte e iniziando già dal 2010 a farsi notare nei festival con i suoi cortometraggi. Profondo amante di Tarkovsky, in special modo di Solaris, Bi Gan sviluppa uno stile visivo profondamente personale, al contempo moderno e colto: con la volontà di legare le tecniche e linguaggio del cinema tradizionale con le più recenti intuizioni visive proprie del mondo digitale. Il suo primo film arrivato in sala nel 2015, Kaili Blues, gli faceva conquistare come opera prima premi al 52esimo Golden Horse Awards, al Festival di Locarno e al festival dei Tre Continenti di Nantes. Il suo secondo lungometraggio uscito nel 2018, Long Day’s Jurney Into Night, veniva accolto dalla critica con l’Un Certain Regard a Cannes e vinceva tre Golden Horse.

Bi Gan è ancora molto giovane, ha sempre amato e alimentato l’idea di trasportare lo spettatore in mondi paralleli tra sogno e incubi, ma durante gli ultimi anni si è sentito “frenato”, a partire dallo stop imposto all’industria dalla pandemia. Si è trovato ad accumulare insieme più progetti paralleli, a cui non riusciva a dare uno sbocco per mille questioni organizzative diverse. Progetti che in breve tempo hanno iniziato a confluire in Resurrection, elaborandosi e riconoscendosi a vicenda come il corpo di un’unica struttura narrativa frammentata ma coesa, che non dispiacerebbe concettualmente al viscerale Cronenberg di Videodrome, al Lynch del delirante Mulholland Drive, ma anche alle sorella Wachowski dei mondi paralleli di Cloud Atlas. Un inno alla settima arte che arriva nelle sale nel momento che, per molti analisti, si ritiene di maggiore crisi della stessa: un “Epic science fiction drama” con al centro la storia della vita (e della morte) di quello che lo stesso regista ha definito amorevolmente il “suo Frankenstein”. Un “movie Monster”: un sognatore che alla sua prima (abbastanza traumatica) apparizione sembra una creatura da incubo fuggita dal cinema espressionista tedesco, che può vivere e sopravvivere solo dentro “i sogni generati dal cinema”, mutando ogni volta per adeguarsi e farsi “accettare/accogliere” (come può) dal nuovo contesto. 

Un mostro cinematografico “nato storto”, durante il periodo del covid19  in cui le sale erano diventate deserte per legge, per poi vivere in un momento in cui il cinema è iniziato a essere, fin troppo rapidamente, una forma di linguaggio e intrattenimento sempre più “ancillare”, per pochi, forse decadente. Con le nuove generazioni che gli hanno progressivamente preferito nuovi media più bulimici, forse più “veloci” ma al contempo più “vuoti”: ideali per vendere dei nuovi prodotti nel minor tempo possibile, più che per veicolare nuove idee e riflessioni. 

Media che di fatto stanno uccidendo la fantasia: “standardizzandola e impacchettandola”, fino a definire che la fantasia, con la conseguente “arte di sognare”, ormai non servano più. 

Bi Gan, molto critico sul futuro del cinema, e sul futuro “in genere”, con questa idea compone così la sua opera più mastodontica: un monumento funebre al “cinema che fu”, per mezzi tecnici e artisti coinvolti imponente e sontuoso come una piramide egizia, a partire dai suoi 159 minuti di durata.

Un film che in ogni suo fotogramma punta a essere un raffinato atto di ricerca visiva, emotiva, tecnica e narrativa. Un’opera estremamente “cerebrale”, qualcuno potrebbe dire “con venature” anche psicanalitiche e afferenti la religione. 

Un’opera senza dubbio originale, pregiata anche per la presenza sulla scena, in ruolo “multipli”, di due grandi attori. Il divo Jackson Yee, celebre attore e cantante cinese, che da corpo all’“anima spezzata” del multiforme “delirante”, in performance sempre dal forte impatto emotivo, in cui lui riesce ogni volta camaleonticamente ad apparire diverso nel linguaggio, età e postura de corpo. L’attrice taiwanese Shu Qui, che assume l’algido e distaccato ruolo della fotografa, ma è anche voce narrante della vicenda, interpretando “freudianamente” anche il ruolo di madre. Ma si ricordano molto volentieri anche la ragazzina truffatrice del paranormale interpretata dalla piccola e già bravissima Guo Mucheng, lo “spirito dell’amarezza” cui dà corpo Chen Yungzhong, l’oscuro criminale Mr Luo di Huang Jue e la “ragazza dell’ultimo giorno del mondo”, interpretata dalla bella e sfuggente Li Gengxi.

Il lavoro di Bi Gan sa disegnare bene un microcosmo complesso e affascinante che non è quindi “solo estetica”. Un lavoro in grado di toccare corde emotive inaspettate, grazie a una maturità tecnica e una capacità narrativa non comuni, che sanno davvero portare lo spettatore in universi cinematografici unici, che sanno bene istallarsi e restare nella memoria anche diversi giorni dopo la visione. 



Finale

Resurrection di Bi Gan è un film ciclopico, complicato, eccessivo nella durata, cerebrale e legato a una spiritualità lontana, forse così ambizioso da risultare per qualcuno eccessivamente “compiaciuto”. 

Non è un film “per tutti”, non è un film da approcciare in modo distratto, non è un film che può dare il 100 % del suo fascino se è vissuto sul piccolo laptop di un portatile. Va visto al cinema, su grande schermo, nella migliore sala possibile.  

Ma è un’opera che se colpisce (e sa colpire forte), sa impiantarsi nella memoria dello spettatore in profondità, regalando incredibili sogni cinematografici che rimangono vividi anche nei giorni seguenti. Grande cinema e grandi interpreti.

Un regista davvero straordinario

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