mercoledì 8 marzo 2023

Primadonna: la nostra recensione del duro e importante film di Marta Savina in uscita delle sale per l’8 marzo, la festa della donna

Siamo in un piccolo paesino della Sicilia degli anni 60.

Lia (Claudia Gusmano) ha 17 anni, un’aria candida e un corpo ancora da bambina. Si prepara anche quest’anno per recitare la parte di Maria nel presepe vivente, facendo le prove davanti allo specchio con i capelli raccolti da un velo azzurro. Sembra una piccola icona, salvo quando si arriccia il naso per poi rivelarsi un maschiaccio. Di giorno ama zappare la terra nel piccolo campo della famiglia insieme a suo padre Pietro (Fabrizio Ferracane), anche se se la mamma (Manuela Ventura) non approva che si occupi di cose così poco femminili. Ogni tanto si ferma ad osservarla mette lavora al campo Lorenzo Musicò (Dario Aita), il figlio di un importante “uomo d’onore locale” sotto il cui balcone si ferma pure la processione della festa rionale, in segno di ossequio. Lorenzo piace a Lia, ma i modi bruschi del ragazzo la fanno allontanare da lui, alimentando la rabbia del ragazzo. Pochi giorni dopo insieme ad altre tre persone Lorenzo rapisce in casa Lia insieme al fratellino più piccolo, picchiando nel mentre anche la loro madre. Il padre di Lia denuncia subito il rapimento, ma il prete locale (Paolo Pierobon) arriva però a tranquillizzare tutti. Non è il caso di chiamare la polizia, i due ragazzi si amano, glielo hanno confidato e hanno organizzato una “fuitina”. Al loro ritorno si celebrerà un matrimonio riparatore così l’onore della ragazza non sarà leso. Anche se Lia non vuole, in una casetta sperduta sui monti Lorenzo abusa di lei e ora è deciso che “devono essere come marito e moglie”. La mattina dopo la ragazza si sente confusa e violata, con nella testa solo il ronzio incessante di alcuni moscerini che si trovano sulla porta di quel luogo sperduto. Si sente come un oggetto rotto, come la madonnina del presepe sgualcita che ha a casa. Pochi giorni dopo nella casa della famiglia Musicò al gran completo, alla presenza della famiglia di Lia, del prete e del comandante si svolge una specie di accordo, nel quale Lia deve solo accettare la situazione e “tutto si metterà a posto”. Solo che Lia, con davanti ancora la madre con il volto pieno di lividi, non vuole acconsentire e Lorenzo nell’incredulità generale viene mandato in prigione, in attesa di giudizio. Tutto il paese si schiera con i Musicò, la ragazza viene trattata da paria, il loro campo viene ripetutamente distrutto senza che nessuno dica niente. Tra poco ci sarà il processo e nessuno vuole essere l’avvocato di Lia, così Pietro decide di chiedere aiuto all’ex sindaco Orlando (Francesco Colella), un tempo avvocato e ora ritenuto in paese una “persona problematica” in quanto dalla storia familiare non cristallina. Ad aiutare Lia interviene anche la prostituta Ines (la cantante Thony), le cui dichiarazioni sulla base di informazioni ricevute da suoi clienti potrebbero fare luce sugli antefatti del rapimento. A rendere la situazione ancora più difficile per la ragazza, l’avvocato dei Musicò chiede che l’udienza si svolga pubblicamente, in quanto ritiene violato il buon nome del suo assistito. Davanti a tutto questo Lia si trincera in un muro di silenzio, è quasi decisa a non testimoniare. Potranno un avvocato decaduto e una prostituta aiutare una ragazza che ora è ritenuta da tutti una poco di buono, in un processo il cui esito sembra essere da subito a senso unico?


Fino a quarant’anni anni fa le donne per “questioni di onore” erano considerate dalla legge italiana come poco più di oggetti.

Era implicitamente consentito abusarne anche se minorenni se poi si accedeva a un istituito come il matrimonio riparatore. Era implicitamente quasi permesso ucciderle se trovate insieme a un altro uomo nella flagranza di un delitto d’onore. Nel primo caso la donna abusata era considerata una “svergognata”, una che aveva sedotto un uomo e poteva farlo benissimo anche con altri. Una “donnaccia” simile a un “oggetto sociale rotto”, che non poteva più presentarsi pura al matrimonio e doveva essere stigmatizzata moralmente a vita. Salvo poter essere rapidamente “mondata/riparata socialmente” nel caso che a sposarla fosse l’abusante stesso, derubricando di fatto uno stupro a una “ragazzata commessa prima delle nozze”, secondo il costume della cosiddetta “fuitina”. Nel caso del delitto d’onore quasi si perdonava l’uomo leso nella reputazione e onorabilità da una “donnaccia fedifraga” permettendogli di vendicarsi e ucciderla, magari insieme all’amante, comminandogli per il gesto delle pene lievissime. Nel codice Zanardelli del 1889 all’art.377 si parlava di 1/6 della pena prevista per omicidio. Nel codice Rocco del 1930 tuttora in vigore all’art.587 si parlava, fino alla riforma di pena, dai 3 ai 7 anni.

Poi le cose sono cambiate nel 1981, con la legge n.442, ma questo è avvenuto grazie anche al coraggio di persone straordinarie come Franca Viola. La donna che per prima, alla fine degli anni '60, ha rifiutato dopo essere stata abusata con violenza (ancora minorenne) di convolare a nozze riparatrici con il suo stupratore, fornendo una dichiarazione pubblica che ha fatto compiere una doverosa rivoluzione copernicana al “concetto di onore”.

Franca sfidando la morale dell’epica dichiarò: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. Fu un grande passo per l’autodeterminazione femminile e a compierlo era una donna cresciuta in un sud Italia in cui i delitti di onore erano una realtà molto presente. Anche l’uomo che la aveva abusata era inoltre considerato, ironicamente, per l’attività lavorativa svolta dalla sua famiglia di appartenenza, un “uomo d’onore”.  


Primadonna è un film che si ispira in gran parte alla storia di Franca per volontà della sua regista e sceneggiatrice, la giovane fiorentina di origini siciliane Marta Savina. È il suo primo film e il titolo di lavorazione della pellicola è stato per lungo tempo Shotgun, ma su alcuni siti si trova anche il suggestivo La ragazza del futuro. E sempre in tema di donne che hanno cambiato in meglio il futuro, le riprese si sono svolte tra i vicoli e la piazza centrale di Galati Mamertino, luogo legato all’infanzia della regista ma anche casa di Francesca Serio, la prima donna che ha denunciato nel 1955 la mafia per la morte del figlio sindacalista Salvatore Mamertino, sfidando il cittadino clima di omertà. Ci sono quindi idealmente gli spiriti di due donne molto combattive e importanti per la recente storia italiana, ad aleggiare su una pellicola che per l’esordio nelle sale non poteva scegliere giorno migliore dell’8 marzo.  L’attrice Claudia Gusmano, scelta per il ruolo della protagonista Lia, ha inoltre proprio interpretato Franca Viola nel corto realizzato come tesi di laurea dalla Savina (nel 2017 Viola, Franca, corto vincitore del Traverse City film festival e nominato nella rosa dei migliori corti ai David e al Raindance) alimentando ulteriormente questo gioco di specchi tra realtà e finzione.

Dopo essere stato premiato al festival di Roma nella sezione Alice nella Città, Primadonna arriva nei cinema dimostrandosi un film realizzato con passione, in cui i sentimenti e le emozioni dei personaggi sono in gran parte trattenuti, quasi strozzati da un opprimente “giudizio morale distorto”. In una delle scene più amare e commoventi la faglia di Lia, in attesa del processo, va in spiaggia di notte, al chiaro di luna. L’unico momento della giornata in cui la famiglia può uscire senza essere offesa o additata, ma anche un momento speciale in cui l’acqua del mare è calda. Molto bravo tutto il cast, in cui si segnala una bravissima Thony nel ruolo della prostituta Ines: di fatto un personaggio che ha molte similitudini con quello di Lia e che ugualmente potrebbe essere “stigmatizzato” a seguito delle vicende narrate. Lontani e quasi assenti dalla scene i “carnefici” della ragazza, come avvolti nel mantello di una “omertosa onnipotenza”.

Duro ma anche garbato nei modi, con una costruzione della scena mia urlata e con interpreti ben calati nella parte, il film della Savina è un’opera che fa riflettere e commuovere. Il giusto film da presentare nella giornata dell’8 marzo. 

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