giovedì 9 gennaio 2020

Sorry we missed you - la nostra recensire del nuovo film di Ken Loach




Vi ricordate gli anni 80, quando Jerry Cala' impersonava il fattorino-eroe per eccellenza ne Il ragazzo del pony express?



Ora siamo nel 2020. Perché pensare in piccolo, a un mondo privo di avventure? Perché inseguire la pietà di qualcuno rompendosi la schiena tutti i giorni per lui? Diventiamo imprenditori di noi stessi, prendiamo davvero in mano la nostra vita! Lavoriamo quando, quanto e come vogliamo, coniugando al meglio famiglia e tempo libero, è tempo di rivoluzione!! Sono più o meno queste le parole di fantomatico successo, indipendenza e speranza che convincono il povero e volenteroso Ricky Turner (Kris Hitchen), onesto e instancabile lavoratore trombato dalla crisi economica, con moglie Abbie, badante professionale a tempo pieno (Debbie Honeywood) e un paio di figli a carico, a fare Il grande balzo e diventare il "padroncino in franchise" di un furgone per consegne. Il lavoro c'è ed è in crescita esponenziale, con un gigante del commercio online che garantisce, il marchio, la continuità ed elargisce un numero infinito di bonus di produttività, clientela vip, il meglio della tecnologia di localizzazione e scelta dei tragitti senza traffico. I colleghi sono simpatici, il rientro delle spese iniziali sembra veloce e tra tre anni si potrà davvero fare il lavoro che si vuole fare davvero, comprare la casa che si vuole comperare davvero, frequentare quel circolo esclusivo davvero... ci siamo capiti, è tempo di essere eroici e intraprendenti, basta fare i minchioni attaccati a concetti superati come pensione, sindacati, diritti dei lavoratori, carte sanitarie. 
Certo ci sono anche un po' di clausole in piccolo di cui tenere conto: non arrivi puntuale e prendi una multa, non paghi una rata del furgone e prendi una multa, stai a casa un giorno e prendi una multa e magari perdi la tua tratta garantita, vuoi fare Natale  o metti qualcuno sul tuo furgone a fare la tratta (un sub-padroncino) e prendi una multa, perdi il carico e lo ripaghi, danneggia il carico e lo ripaghi, consegna il carico a chi non ha titolo o non firma la consegna e lo ripaghi, ecc. ecc. Poi non fa strano che invece di 3 anni ce ne impieghi 5 passando gli ultimi 2 a pagare multe e ammortizzare imprevisti... ma, ehi, cosa sono in fondo 5 anni con davanti il paradiso?


Ricky ci crede. Ci crede al punto di vendere per comprarsi il furgone la macchina di Abbie. Pure Abbie ci crede. Al punto che dice: "Non importa, andrò a lavorare saltando da un autobus all'altro tutto il giorno. Che tanto tra tre (cinque) anni abbiamo svoltato". Chi non ci crede sono i figli, purtroppo. La piccola Liza (Katie Proctor) e soprattutto il figlio maggiore, in aria di ribellione adolescenziale grave Seb (Rhys Stone). Riuscirà la Famiglia Turner a superare questa delicatissima fase della sua vita senza troppi scossoni?
Altro contributo video, oggi non badiamo a spese.



Se posso azzardare una tendenza nata negli ultimi mesi e che si imporrà di prepotenza negli anni '20, questa è la "delivero generation". Con Amazon e l'e-commerce i negozietti di una volta, che già campavano a fatica con la concorrenza spietata dei supermercati prima e dei mega-centri commerciali negli ultimi tempi, si stanno estinguendo. Il negozio virtuale ora è inteso come l'elenco dei prodotti disponibili in rete e come negozio reale dei giganteschi capannoni con stipati milioni e milioni di prodotti da consegnare previo fattorini ultra-celeri. Allo stesso modo sta prendendo piede ordinare da casa e farsi consegnare in soggiorno qualsiasi cosa, pure il cibo, sempre previo fattorini ultra-celeri. E siamo un po' già alla frutta per tutto il resto, perché ormai si possono frequentare corsi universitari da casa, lavorare da casa, guardare il cinema obbligatoriamente da casa per via delle stronze esclusive Netfix. Se non fossimo costretti a "muoverci":  per evitare di atrofizzarci, nutrirci o per riparare ogni tanto la caldaia o per andare fisicamente a lavorare, ormai potremmo (ad essere molto soli, tristi e misogini) pure stare immobilizzati a casa avendo unicamente contatti con fattorini e infermieri. Senza stare a pensare che se fattorini e infermieri fossero pure loro sostituiti dalle macchine in un lampo ci troveremmo nel futuro di Ready Player One e in due lampi nella "più vivibile" Matrix... come sono gli standard di vita classici di chi ci dovrebbe portare a casa la roba o curare, posto che nell'imminente futuro queste due potrebbero essere le principali scelte di vita del (spariamo basso, considerano che oggi si producono già dei robot che si "affittano per lavorare") 97% della popolazione mondiale (non ricca)? 
Anche se pure la cultura di massa, come nel recente videogame campione di incassi Death Stranding, ci sta dicendo quanto sia figo e avventuroso portare dei pacchi in spalla per vivere, tutto questo è vero?


Arriva Ken Loach, uno che come i fratelli Dardenne, Xavier Dolan e qualche altro pazzerello si interessa di portare al cinema problematiche sociali (mi piacerebbe mettere in lista anche Checco Zalone per provocazione, visto che ogni volta che esce in sala tutti si scatenano a torto o ragione sul "modo più corretto di parlare di sociale nei film comici", argomento di per sé che per me è supercazzola esilarante...). Cosa fanno questi registi pazzi? Fanno ricerche sul campo, intervistano le persone, visitano i luoghi dove vivono e vanno a conoscere i familiari, mettono insieme i dati e oltre a una storia per il cinema hanno un contesto brutalmente reale e concreto dove immergerla. Cosa ha scoperto oggi il vecchio Ken indagando sulla delivero generation? Qualcosa di inquietante, tipo che forse si stava meglio alla catena di montaggio con il paternalismo industriale. Se prima i tempi di lavoro erano dettati dal prodotto da mettere in catena, ora ci sono i tempi di consegna dei pacchi a stabilire la produttività, ed è qualcosa di mille volte più incerto perché "tutto il mondo diventa un luogo di lavoro". Come in un film dell'orrore, il regista racconta di come oggi basti pochissimo per fare cadere il castello di carte su cui si basa la "piccola" imprenditoria del trasporto. Un niente, che può essere un problema a scuola o un fanale rotto, e crolla tutto, arrivano le multe, gli ammortizzatori sociali falliscono, gli aiuti dell'ultimo momento non arrivano e di colpo un trasportatore può ritrovarsi come in un western alla Mad Max, a difendere con i pugni e i denti il suo carico da predoni stradali che aspettano solo di trovarlo stanco, con addosso tutta la paura e il peso che, se fallisce, fallisce con lui tutta la sua famiglia. Detto con una canzone di Caparezza.
Sorry me missed you ossia "ci dispiace di averti mancato per la consegna" è il cartellino che in Inghilterra ti mettono i fattorini quando non ti trovano a casa per la consegna del pacco. Fa specie come traducendolo letteralmente, e conoscendo Ken Loach non mi meraviglierebbe una "lettura trasversale", suoni  come "ci dispiace di esserci dimenticati di te": dove a essere stato smarrito è l'elemento umano più che un semplice pacco, in una frase dove chi si rammarica non è (strettamente) un portapacchi, ma (in senso figurato) la società. Allo stesso modo può suonare come "mi dispiace di  non essermi preso cura di te fino ad ora": dove a rammaricarsi di non aver visto prima questa prospettiva di futuro, per poterla arginare, sono colpevoli anche gli uomini di cultura stessi. È un film duro, dove emerge titanica la forza di sopravvivere dell'uomo comune. Ken Loach non parla con le frasi dei cioccolatini perugina, non fa i melodrammi come i registi spagnoli o idealizza la gente a basso reddito facendola vivere nei quartieri bene del centro come troppo cinema italiano. Ken Loach pesta duro e i suoi personaggi pestano duro, non c'è la paura a rappresentarli sgradevoli, irrisolti e capricciosi, quanto vigliacchi e superficiali. Ken Loach rappresenta persone vere e grottesche in quanto si trovano in situazioni grottesche quanto vere, il taglio è documentarista, l'intreccio è il modo in cui dei personaggi reali cercano di far fronte ad un problema reale sulla base di quanto effettivamente è successo nelle storie vere (pur folli) che hanno costituito la base di indagine della storia. Gli interpreti sono davvero molto bravi, la narrazione è serrata, c'è un buon ritmo, c'è anche umorismo (in specie incarnato dal personaggio irrimediabilmente ottuso del "capo dei trasportatori), ed è fulminante come in un film dei fratelli Cohen. Gli autotrasportatori vengono dipinti come un crogiolo incredibilmente vario di umanità, bravi ragazzi finiti in un inferno da cui non riescono più ad uscire. I proprietari dei pacchi sono tutti il vostro vicino di casa pignolo che vi telefona alle 23.39 di domenica per parlarvi della riverniciatura delle parti comuni. Poi c'è Abbie e i suoi vecchietti. Il film parla molto di vecchietti soli e persone fragili che hanno davvero bisogno di qualcuno che li aiuti pur nella cronica "mancanza di fondi". Abbie incarna le molte persone di cuore che si dedicano agli altri anche oltre l'orario di lavoro e la paga fissa, sono le persone grazie a cui il welfare rimane a galla ed è una fitta al cuore il fatto che uno stato sempre più di anziani (siamo in Inghilterra ma vale anche per l'Italia) poco si curi di loro. E infine, sempre infine, ci sono i giovani. Giovani pronti a dare la colpa ai genitori per la situazione economica in cui vivono, giovani che non vengono ascoltati ma che se ben motivati sono pronti a fare la loro parte nella staffetta. Ci si affeziona a queste persone titaniche quanto fallibili, Ken Loach non ha perso un grammo del suo smalto negli anni, speriamo che questo film apra un dibattito su questo momento storico, qualcosa che porti magari anche a soluzioni alternative al diventare un popolo di fattorini.
Buone consegue a tutti. 
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