sabato 7 dicembre 2024

Wicked - Parte 1: la nostra recensione del film diretto da Jon M.Chu tratto dal celebre musical ispirato al Mago di Oz, con protagoniste Cynthia Erivo, Ariana Grande, Michelle Yeoh e Jeff Goldblum

 


Premesse: Siamo andati a vedere per voi Wicked - part 1, tratto dal fantastico musical di Broadway. E dato che ci piace fare le cose per bene, abbiamo visto sia la versione in inglese (sottotitolata in italiano) che la versione interamente in italiano, canzoni comprese. 

Trama: il film inizia con la morte della malvagia (wicked, appunto…) strega dell’ovest (Cynthia Erivo) e l’arrivo, volante in una bolla gigante tutta rosa, della buona strega del sud (Ariana Grande) nella terra dei mastichini. Grandi festeggiamenti, tutti contenti, a fuoco manifesti e fantocci raffigurati la malvagia strega, finché una mastichina chiede a Glinda (la strega buona) “ma tu la conoscevi la malvagia strega?” e Glinda inizia a raccontare la storia di Elphaba, dall’infanzia difficile dovuta, principalmente, al suo colore differente dagli altri, verde smeraldo, fino al loro incontro all’università Shiz. 

Nel racconto incontriamo i genitori di Elphaba, col padre governatore della terra dei mastichini (Andy Nyman), che non l’ha mai accettata, alla tata orso che le ha fatto da madre, dalla sorellina Nessarose (Marissa Bode) costretta da una disabilità sulla sedia a rotelle fino ai bambini che l’hanno sempre bullizzata per il colore. Elphaba ha una grande venerazione per una persona: il mago di Oz (Jeff Goldblum), colui che può realizzare qualsiasi sogno. Ha anche una piccola caratteristica: quando si innervosisce, qualcosa di strano succede… 

Diventata grande, Elphaba accompagna la sorella Nessarose all’università di Shiz, dove  incontriamo gli altri protagonisti della storia, prima fra tutti Galinda. Elphaba non è destinata a frequentare Shiz ma la grande maga Madame Morrible (Madame Morrible) intuisce le sue grandi potenzialità e la tiene sotto la sua ala protettrice. Galinda sogna di frequentare il corso con Madame Morrible ma non mostra alcun talento magico, per un errore si troverà a condividere la camera con Elphaba e qui nascerà un rapporto speciale. Altro personaggio fondamentale è il professore Dillamond (voce in originale di Peter Dinklage), una capra vera e propria, ultimo insegnante-animale rimasto all’università. Comparirà poi anche il bel principe Fiyero (Jonathan Bailey), che metterà in subbuglio gli ormoni di tutti gli studenti della Shiz. Ultima menzione va a Boq (Ethan Slater), studente proveniente dalla terra dei mastichini. Innamorato di Galinda e disposto a fare tutto per lei. 

Non sto a raccontare quello che c’è nel mezzo (che se no è tutto uno spoiler…), tranne che Galinda cambierà nome in Glinda, ma alla fine le nostre incontreranno il fantastico mago di Oz. 


Gli attori: son tutti molto molto bravi e perfettamente a loro agio nei panni dei personaggi assegnati. Elphaba, interpretata dalla sorprendente Cynthia Erivo, stupisce per dolcezza e intensità in tutto quello che fa. Galinda/Glinda interpretata da Ariana Grande è super esuberante e bellissima nei suoi completini rosa e adorabilmente divertente in tutto quello che fa. Michelle Yeoh, che interpreta Madame Morrible, dimostra ancora una volta l’incredibile eleganza e fascino che la contraddistinguono. Così come Jeff Goldblum, che dopo lo scienziato pazzo de La Mosca, il matematico di Jurassic Park e la divinità burlona in Thor, sembra essere nato per interpretare il mago di Oz. Menzione d’onore per il bravo Jonathan Bailey, super gigione nei panni del principe Fiyero. 

Prima di passare a rivelarvi quale versione sia meglio, piccolo angolo della “nerd dei musical”! Wicked è un musical datato 2003 che nasce a Broadway con protagoniste Idina Menzel (futura Elsa di Frozen) nei panni di Elphaba e Kristin CHEROKI nei panni di Glinda. Senza dimenticare Joel Grey nei panni del mago. Musiche e canzoni a opera di Stephen Schwartz, leggenda vivente del settore, e pluripremiato premio Oscar per film come Pocahontas, Il principe d’Egitto. Ma citiamo anche Come d’incanto, film dove la principessa protagonista si chiama come me, ovviamente in mio onore! (scherzo!) 

Canzoni come “Popular” (esiste anche una versione Mika feat. Ariana Grande, pure quella in stile  Oz), “For good”, ma soprattutto “Defyin’ gravity” sono entrate nella storia dei musical (memorabile anche la versione “Glee” ad opera di Kurt) come capolavori. Ho visto Wicked a Londra qualche anno fa e l’ho trovato strepitoso. Il perfetto pre e post per quel capolavoro che amo da tempo immemore che è Il mago di Oz. Quando hanno annunciato la realizzazione del film, ho tremato, perché c’è sempre il rischio che si facciano dei danni. A casa mia The phantom of the Opera e Cats si citano a memoria, ma guai a tirar fuori le versioni cinematografiche… il fantasma in italiano mi ha sempre provocato l’orticaria mentre i miei amati gatti Jellicle mi hanno dato incubi per intere settimane… Wicked, invece, è la più bella trasposizione da teatro a cinema, nel mio cuore seconda solo a Les Miserables


Quale versione scegliere:
due le versioni proposte per il pubblico italiano: una totalmente in inglese sottotitolata, l’altra totalmente in italiano, canzoni comprese. Ma qual è la versione migliore? Dipende dalle conoscenze che si hanno riguardo al Mondo di Oz! Per chi non ha mai sentito parlare di Oz o ha visto parecchio tempo fa uno dei film più belli, copiati e citati nel panorama hollywoodiano, Il mago di Oz, consiglio la versione italiana. Le traduzioni sono fatte con cura e dedizione. Universal ha fatto un lavoro certosino e apprezzatissimo in stile Disney, traducendo tutto, ma proprio tutto. Cartelloni stradali di Oz compresi. Se invece conoscete più approfonditamente Il mago di Oz o direttamente il musical Wicked, scegliete la versione in inglese. Così da apprezzare ancora di più la recitazione di Ariana Grande e potrete riconoscere anche la voce del professor Dillamore, interpretato da Peter Dinklage. 

Chiudo con un altro piccolo “angolo della nerd dei musical”: attenzione ai “cameo”… uno ve lo spoilero, Stephen Schwartz. Gli altri li lascio a voi per un effetto wow. Nel film poi sono presenti innumerevoli rimandi a Il mago di Oz, ma anche quelli li lascio trovare a voi perché io me li sono gustata uno dopo l’altro. Consiglio: ascoltate bene i testi delle canzoni perché i personaggi già rivelano il loro futuro… Come andrà a finire? Lo scopriremo tra un anno con l’uscita della seconda parte. 

Il film di Jon M.Cho arriva in sala in modo davvero sgargiante, come una delle più belle e inaspettate sorprese. 

Merito di una produzione molto curata e attenta in ogni dettaglio

Scenografie enormi e particolareggiate, cariche di infinite suggestioni paesaggistiche e artistiche, unite a magnifici effetti visivi e speciali, ci trasportano in un universo fantasy davvero affascinante,  in grado di stregare ogni fan del Mago di Oz, ma che può risultare molto interessante anche per i più giovani fan di Harry Potter.

Bravi tutti gli interpreti e particolarmente riusciti i lunghi ed elaborati momenti musicali, in grado di fondersi con “freschezza” alla trama, anche in momenti spiccatamente “action”.

La durata della pellicola è poderosa, ma il tempo in sala riesce a scorrere molto in fretta, grazie a un montaggio attento e preciso, in grado di valorizzare ogni aspetto della narrazione con toni leggeri uniti a un grande senso dello spettacolo. 

Wicked si candida a essere uno dei migliori film da vedere a Natale in famiglia.

Buona visione da B-Gis

venerdì 6 dicembre 2024

La Déluge: Gli ultimi giorni di Maria Antonietta – La nostra recensione del dramma in costume di Gianluca Jodice, con la fotografia di Daniele Ciprì e le musiche di Fabio Massimo Capogrosso, con protagonisti degli straordinari Mélanie Laurent e Guillaume Canet

 


Francia, 1792. Il monarca Luigi XVI (Guillaume Canet), dopo la deposizione e l’arresto, viene portato insieme alla moglie Maria Antonietta (Mélanie Laurent), i suoi figli e prossimi parenti, nella Torre del Tempio. È in attesa di essere giudicato dal tribunale della neonata Repubblica Francese: spogliato di ogni titolo, come il “cittadino Luigi Capeto”, l’accusa di “alto tradimento”.

Un gruppo di uomini armati, arrabbiati e vestiti di nero, accoglie il re all’ingresso della struttura, in una pessima giornata di pioggia e fango, mentre lui scende dalla carrozza completamente vestito di bianco, reggendosi soave con il suo bastone, sorridendo e inchinandosi ai suoi cari in modo buffo. Le camere non sono pronte, i vecchi monarchi dovranno soggiornare nell’atrio, sorvegliati a vista in un perimetro delimitato da due corde, in un salone dal pavimento a scacchi con alcuni tavoli e sedie sui lati, vicino a delle vetrate sbarrate.

Niente letti e niente bagno per urinare, niente corrispondenza o contatti esterni.

La possibilità di una messa, incontri con la delegazione strettamente per motivi processuali.

Il re e i suoi accettano la messa in scena: ogni giorno all’alba si imbellettano per essere osservati in posa dai loro carcerieri, come statue di marmo in mostra, fiere e un po’altere. Il gioco non piace ai paladini della Repubblica, iniziano le privazioni.

I parenti si portano altrove, isolamento completo della famiglia. Via ogni libro, via ogni gioco ai bambini.

La prigionia si sposta su una torre disadorna e sporca, sorvegliata da guardie sempre più arrabbiate e violente che non si fanno problemi ad allungare le mani. Nessuna possibilità di lavare i vestiti.

Luigi Capeto cerca, con positività, autro-critica e calore umano, un dialogo impossibile con i carcerieri e con delegati della Repubblica, che parlano però solo della necessità di un “grande cambiamento”, radicale in quanto distruttivo dei simboli del passato, in favore di una vera rinascita sociale.

Luigi sente il suo destino segnato e al contempo racconta storie di topolini coraggiosi che vivono in una torre ai suoi figli. Cerca di stare vicino alla moglie sognando di un futuro certo, ancora insieme, magari all’estero, quando le acque si saranno calmate.

Maria Antonietta è algida e meccanica come una bambola rotta, il volto perennemente severo e contratto, gli occhi plumbei, ogni pensiero uno strale inviato con malcelato odio a un marito troppo “molle” e gentile per riuscire a liberarli. Vorrebbe urlare ma sarebbe “darla vinta” a chi aspetta questa sua esplosione: deve infondere forza a tutta la sua famiglia e fare in modo che l’immagine regale non si incrini, mai e nonostante ogni forma di violenza e umiliazione che possono infliggerle.

Gli uomini della Repubblica si burlano dei monarchi non essendo ancora “autorizzati a ucciderli” con la nuova arma di giustizia da poco collaudata, la ghigliottina. Luigi ricorda di aver consigliato lui stesso al costruttore, un uomo simpatico, di modificarla applicando una lama a rasoio inclinata, per rendere il taglio più netto. Il progresso va sempre stimolato.

Un giorno decidono di togliere le posate agli incarcerati e Luigi scherza con i bambini: “mangeremo come i topolini”. Il processo si avvicina e con lui anche “la deluge”: “il diluvio”.

Dopo la monarchia in Francia ci sarà davvero, come dalla celebre frase attribuita a Luigi XVI, solo il diluvio?

 


Filippo Gravino e Gianluca Jodice scrivono una sceneggiatura di grande forza scenica ed emotiva: giocando con la Storia e la tragedia greca, scavando in una delle pagine più controverse e cruente del passato europeo, di fatto raccontandoci di un clima di odio e mancanza di dialogo che è anche quello (forse) che oggi stiamo vivendo. Ci raccontano di come, in ragione di “un futuro migliore di pace e prosperità”, i rivoluzionari, garanti “dell’uguaglianza, libertà e fraternità”, non abbiano esitato a fare a brandelli i vecchi regnanti e a mettere all’indice chiunque non la pensasse come loro.

La Storia sui libri ci racconterà di come questi rivoluzionari stessi siano arrivati in brevissimo tempo a ghigliottinarsi tra di loro, ma il nostro racconto finisce prima: ci lascia ad assaporare idealmente attraverso i personaggi come la bolla dell’odio sociale reciproco si sia espansa, fino ad esplodere in un rito di sangue.

Robespierre arriva sulla scena in penombra, con il viso deformato in maschera tragica, ammettendo amaramente che “per realizzare un mondo gentile, non si può essere persone gentili”, di fatto sugellando il senso unico e ultimo di questa produzione: la descrizione di una spirale senza uscita, che potrebbe appassionare anche i fan del genere horror ma soprattutto deve servire da monito per il presente: per evitare di finire in un mondo che vede solo in bianco e nero.

Daniele Ciprì dona di conseguenza all’opera una fotografia elegante e decadente quasi alla Barry Lyndon, fatta da luci naturali che si fanno presto “nebbia” in una specie di bianco e nero spettrale. Che si parli dei claustrofobici ambienti geometrici curati da Tonino Zera, come dei costumi “finemente consunti” di Massimo Cantini Parrini, ogni immagine ci appare glacialmente polarizzata. Tutto è bianco o nero, luce o ombra, bene o male a seconda di un diverso punto di vista. A volte bianco e nero convivono “insieme”, a contrasto, per sottolineare ludicamente l’appartenenza dei personaggi a una fazione, a seconda del loro vestiario: bianchi i nobili e neri i borghesi. Personaggi monolitici e fermi nel loro ruolo come i pezzi degli scacchi, al punto che molte loro “esitazioni”, gli atteggiamenti che ce li renderebbero più umani e meno rigidi, ci vengono dalla regia costantemente “negate”. Un personaggio che “esce dal ruolo” di conseguenza “esce di scena”, come un pezzo sconfitto rimosso dalla scacchiera, con il suo “destino” che ci viene raccontato rigorosamente fuori campo. Una “bergmanina” partita a scacchi con la Storia, sottolineata dalla straniante e spigolosa, bellissima musica di Capogrosso.


Una messa in scena che riesce a conquistarci anche grazie all’enorme talento dei due attori principali sulla scena. Guillaume Cannet, che ricordiamo di recente, atletico e buffo nel ruolo di Asterix nel film del 2023, si trasforma in un Luigi XVI dolente e malfermo ma dallo sguardo sempre sognante quanto malinconico. Un uomo perennemente soverchiato dalle emozioni, in fuga dal mondo reale verso la fantasia più spericolata, forse incapace di darsi colpe che effettivamente aveva. La bellissima e biondissima Mélanie Laurent, che ricordiamo nel fantascientifico Oxygène di Alexandre Aja e in Enemy di Denis Villeneuve, affronta il ruolo “senza trucco” di Maria Antonietta con una sorprendente carica emotiva, in uno stato fisico simile a un vaso di vetro, sempre sul punto di rompersi. A volte apparendo come donna che centellina calore materno per apparire impenetrabile davanti ai suoi osservatori carcerieri, a volte sembrando un corpo consapevole di non avere al suo interno più vita, che fissa il vuoto in attesa di spegnersi. Gli altri attori sulla scena interpretano personaggi volutamente stilizzati, a tratti quasi intercambiabili: volti di una unica “entità” che “interroga o giudica” la monarchia per le sue colpe. Il personaggio di Hugo Dillon è un soldato brutale e malinconico che incarna in qualche modo le sofferenze non ascoltate del popolo che viveva in indigenza all’ombra degli sfarzi della corte. Tom Hudson interpreta un politico che, con aria confusa e spesso assente, cerca disperatamente di rendere giustificabile e scientifica la “necessaria violenza” rivoluzionaria, partendo da assunti come: “ogni re è condannato dalla natura, in quanto non si può regnare innocentemente”. Nella sua prima scena, molto evocativa e che di fatto apre il film, si toglie la sua giacca nera e la appoggia sulle spalle di una statua in marmo bianco al centro di una sala. In qualche modo “investendosi”, pur con poca convinzione, del centro della scena, mentre cerca di ripetere a memoria, in modo abbastanza ufficiale, l’atto con cui imprigiona il re alla Torre. Tuttavia, anche il suo personaggio è destinato, in modo quasi “atono”, ad andare e venire sulla scena unicamente per esporre veloci proclami, scomparendo tra le fila di un vasto “coro di comparse”, caratterizzate per un trucco particolarmente grottesco quanto scenografico, come per fulminee invettive di raffinata perfidia. Lebbrosi, streghe, anziani cattivi, vecchi servitori arrabbiati. Un vasto caleidoscopio umano, dai toni quasi caravaggeschi, che fa capolino per scrutare il monarca in catene da dietro una finestra.

Gianluca Jodice dopo la buona prova de Il Cattivo Poeta realizza qui il suo film più bello e ambizioso. Un film che affascina per il rigore della messa in scena, le ottime prove di tutto il cast e per un messaggio terribile quanto attualissimo: diffidare delle derive di una politica che preferisce tagliare le teste, piuttosto che cercare il dialogo. 

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giovedì 5 dicembre 2024

Oceania 2: la nostra recensione del nuovo film animato Disney, che prosegue le avventure della “esploratrice” Vaiana

Siamo ancora nei dintorni dell’isola Motunui, nell’arcipelago polinesiano. 

Sono ormai passati tre anni, da quando la giovane “principessa” Vaiana ha restituito all’isola madre Te Fiti il suo “cuore”: la magica pietra verde con il potere di dare la vita, rubatale in passato dal semi-dio mutaforma Maui per aiutare gli uomini. 

Sono solo un ricordo l’epica lotta tra cielo e terra contro il gigante di lava, quanto le imbarazzanti e poco epiche scaramucce con i minuscoli pirati Kakamora, corazzati con buffe noci di cocco e armati di dardi anestetici. 

L’enorme e un tempo temibile granchio Tamatoa è ancora fuori combattimento, con il guscio ribaltato, come forse sono sempre più lontani dal “Reef” (la barriera corallina) molti altri colossi marini, dopo che l’equilibrio tra il mare e le isole si è ripristinato.

Solcando onde più benevoli, Vaiana può ora andare in esplorazione delle nuove isole nei dintorni di Motunui, finalmente con la benedizione del padre Tui Waialiki (in originale Temuera Morrison).

Ad accompagnarla ci sono ancora il “pollo porta fortuna” Heihei, il porcellino Pua e la misteriosa e gentile “forza dell’oceano” (simile agli alieni del film Abyss di James Cameron). Insieme solcano i mari con la piccola vela di legno delle avventure a fianco di Maui. Attraccano sulla spiaggia e cercano il promontorio più alto, da scalare. Giunti in cima suonano una conchiglia con forza, come un richiamo.

Purtroppo per ora nessuno risponde, le isole dell’arcipelago appaiono tutte lussureggianti quanto disabitate. Ma ecco apparire per caso, tra erba e fango, i cocci di un vaso rotto, decorarti in superficie con uno strano disegno: due montagne gemelle, sormontate in alto da una costellazione, in basso un piccolo gruppo di omini stilizzati. Forse la prima traccia reale che può condurre verso nuovi popoli.

Vaiana ritorna a casa per comunicare la scoperta, preparandosi a seguire gli indizi forniti da quel manufatto come in passato seguì una costellazione a forma di amo da pesca, per ritrovare il leggendario Maui. Solo che ora sull’isola le leggende locali raccontano anche delle imprese di Vaiana: molti giovani si preparano a esplorare come lei il mare, ci sono ragazze con il suo look e tra i maschietti va fortissimo il taglio di capelli selvaggio e riccioluto di Maui.

Il capo villaggio vuole che la figlia attraverso un rituale venga insignita ufficialmente del titolo di “navigatrice”, per saldare il suo legame con gli antichi esploratori dei mari del passato. Durante l’evento un fulmine cade dal cielo su Vaiana, che perde i sensi. In un sogno mistico le viene rivelato dagli spiriti che l’isola che sta cercando si chiama Motufetu e si trova al centro di una grande maledizione, voluta dal dio Nalo per tenere i popoli del mondo deboli e divisi.

Spetta a Vaiana sciogliere il malefico e ripristinare una importante rotta maggiore e per aiutarla gli antichi fanno apparire una cometa in cielo a indicarle il tragitto.

Il viaggio potrebbe essere però molto lungo, con la piccola sorellina di Vaiana, Simea, che già è rattristata all’idea di separarsi da lei per oltre tre giorni. Sarà necessaria una nave più grande e un equipaggio più ampio. La giovane e vulcanica ingegnere navale Loto è specializzata nel trovare soluzioni veloci e può essere fondamentale nei momenti di navigazione più difficili. Il timido e imbranato cartografo Moni, il più grande fan di Maui, può tracciare una mappa del viaggio e conosce tutte le storie e leggende riportate nei documenti archiviati su Motunui. Il vecchio e scorbutico agricoltore Kele può far sopravvivere tutti per mesi, con la frutta e verdura che riesce a curare nel piccolo orto costruito nella stiva.

Certo nessuno di loro è ancora un lupo di mare e Vaiana dovrà prodigarsi per supportare e motivare tutti nell’affrontare al meglio l’impresa, ma l’entusiasmo generale non manca, al netto di qualche momento di smarrimento, mal di mare e “vele mobili” stile wind-surf forse troppo pioneristiche da padroneggiare.

Manca invece di sicuro il potente Maui, che, come solito, si sarà fatto imprigionare dopo uno scontro sfortunato contro qualche creatura mitologica e ora cerca invano di fuggire da qualche caverna o dal covo di una strega dei mari. A questo giro la sua carceriera misteriosa si chiama Matangi (in italiano canta con la voce di Giorgia) e ha il potere di guidare torme di pipistrelli.

Riusciranno Vaiana e il suo gruppo a trovare l’isola misteriosa e sciogliere la maledizione di Nalo? 



Oceania 2 è diretto dall’artista degli storyboard David Derrick Jr. (Zootropolis, Encanto), dall’animatore e scenografo Disney Jason Hand (Lilo e Stitch 2, Trilli, Big Hero 6) e dalla sceneggiatrice di serie tv Dana Ledoux Miller (Narcos, The Newsroom, Thai Cave rescue), tutti al loro debutto in regia. La sceneggiatura è ancora opera di Jared Bush, autore anche di Zootropolis, Raya, Encanto e dell’imminente live action di Oceania, accompagnato qui da Dana Ledoux Miller. Le musiche sono di Marc Mancina, vincitore del Tony Award per The Lion King nel 2019, accompagnato dal compositore samoano Opetaia Foa’i. Oceana 2 è il primo film a essere realizzato nei Walt Disney Animation Studios di Vancouver, struttura supervisionata dai veterani Mark Henn ed Eric Goldberg, entrambi grandi protagonisti delle principali opere del “rinascimento Disney” iniziato con La Sirenetta.

Il primo Oceania diretto dagli autori de La principessa e il ranocchio, John Musker e Ron Clemens, scritto da Jared Bush e accompagnato dalle bellissime musiche di Lin-Manuel Miranda, ci raccontava la storia di una inedita “principessa Disney esploratrice”: navigatrice di un mondo che nessuno voleva più esplorare. Un mondo ritenuto “troppo pericoloso”, al punto da preferirvi una “decrescita felice” su di un’isola in cui le risorse ormai scarseggiano, dritta verso l’estinzione. Vaiana era un’eroina in un mondo che non amava più gli eroi e per questo, per “imparare il mestiere”, iniziava la cerca del semidio dimenticato Maui. Un eroe del passato, un po’ Ercole e un po’ Prometeo, grandioso quanto ricco di amabili umanissimi difetti, in grado di supportarla in una difficile impresa che alla fine lei riuscirà a portare a termine quasi del tutto da sola. Armata del suo solo coraggio, della “fiducia” nei confronti di un mare “vivo” e in grado di “dialogare con lei” e guidata dallo spirito combattivo della nonna.

Vaiana prendeva il largo verso l’età adulta e verso il mondo: imparando da Maui a navigare per mare, ristabilendo un rapporto di fiducia tra uomo e natura (simboleggiato dal personaggio di Te Fiti), dimostrando al suo villaggio che non era più un’impresa impossibile uscire dal proprio guscio e che il “villaggio stesso” da allora poteva diventare “globale”.

Nuovi esploratori dopo di lei sarebbero potuti arrivare su strane, nuove isole, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun abitante di Motunui era mai giunto prima.

Oceania 2 parla proprio della possibilità che nuovi esploratori, tutti insieme, riescano con le tecniche nautiche e la tecnologia navale a creare una grande rotta maggiore “alla One Piece”, sulla quale tutti i popoli potrebbero infine incontrarsi. Del resto già solcavano impavidamente i mari nel primo film i Kakamora, come buffi “antenati” di Jack Sparrow, ma ora la sfida consiste nell’affrontare e superare uno dei massimi ostacoli reali che si pongono davanti a ogni marinaio esperto: la grande tempesta. Una tempesta perfetta degna dell’omonimo film del 2000 di Wolfgang Peterson con George Clooney, una tempesta “coprotagonista” della epica serie tv DMAX sui pescatori di tonno.

Ci sono dietro le quinte ancora gli dei e i loro giochi di potere, ma Oceania 2 ci parla di più di “team building”, “gioco di squadra”, “bilanci di piani quinquennali”.

Oceania 2 vede una Vaiana cresciuta, con il “Know How” adatto a mettersi al comando di una nave più grande, con un proprio equipaggio da spronare e di cui fidarsi che non sia più composto solo da pupazzi buffi, in partenza per un lungo viaggio sullo stile davvero della ormai classica “missione quinquennale” alla Star Trek.

La narrazione si fa ancora più di ampio respiro, aumentano i personaggi sulla scena e le dinamiche di squadra, i mostri marini si fanno sempre più grandi, nemici potenti prima nascosti nell’oscurità iniziano a far sentire la loro presenza e il loro bisogno di “controllo” sul mondo.

Vaiana guida la sua piccola ciurma seguendo la cometa e gli altri astri nel cielo come i vecchi marinai, ma deve ancora imparare un concetto importante per chi decide di solcare il mare: la bellezza di saper vivere senza stelle e senza bussole le incertezze della navigazione. Accettare la possibilità di “perdersi” senza timore e timone, riuscire a “reinventarsi” a volte anche solo assecondando le correnti, scoprendo così anche rotte migliori per continuare il proprio viaggio.

 


Tanti temi che il film decide di trattare con il massimo ordine e chiarezza, prendendosi tutto il tempo necessario e senza correre, delegandola soluzione di molti misteri alle future avventure di Vaiana pur di non fare torto a quella che sta progressivamente diventando una saga fantasy di ampio respiro.

Bellissime le animazioni, che confermano ancora una volta il grandissimo talento degli artisti Disney. Ben realizzate le musiche, sulle quali spicca il magnifico brano cantato da Giorgia, anche se forse il lavoro di Miranda era più frizzante. Lodevole le interpretazioni dei doppiatori e cantanti originali come di quelli italiani.

Tornano al cinema gli amatissimi Vaiana e Maui, in una pellicola inizialmente pensata per dare il via a una serie animata su Disney plus, poi diventata a tutti gli effetti il secondo capitolo di quella che può apparire realisticamente almeno come una trilogia. Contemporaneamente si trova in post-produzione anche un film in live action su Oceania, diretto da Thomas Kail, con protagonisti Dwayne Johnson e Catherine Laga’aia, che ci dimostra quanto Disney stia scommettendo sui personaggi creati da Jared Bush.

Il mondo di Vaiana diventa con il tempo sempre più grande, colorato e descritto con amore anche nei minimi dettagli.

Al cinema lo spettacolo è garantito da un’immagine sempre cristallina e da un sonoro avvolgente. Un ritmo narrativo che non presenta momenti di stanchezza e personaggi con i quali voler stare insieme più tempo possibile.

Una bella storia pensata per spronare i giovani a staccarsi un po’dalla propria “personale isola di Motunui”, incuriosirli su nuove culture e stili di vita, fino a fargli sognare di solcare con fiducia verso l’infinito e oltre. 

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mercoledì 4 dicembre 2024

Il gladiatore 2: la nostra recensione della nuova pellicola “sandalona”, diretta da Ridley Scott, con protagonisti Paul Mescal, Denzel Washington, Pedro Pascal e Connie Nielsen


Sinossi “romanzata”: 

Sono passati 16 anni dagli eventi che hanno portato alla folle e rocambolesca morte dell’imperatore Commodo (Joaquin Phoenix nel primo film), all’interno di uno scontro tra gladiatori nel Colosseo.

Roma ha ora due giovanissimi imperatori, Geta (Joseph Quinn) e Caracalla (Fred Hechinger). Hanno uno sguardo vacuo da bambini, vivono nel lusso e nei capricci, spesso ricoperti d’oro, con volti incipriati che li rendono simili alle statue classiche, agghindati da capelli rossicci finti come quelli che potrebbe avere il divo Apollo. 

Giocano con la politica come giocano con una scimmietta di nome “Dondo”, che indossa per loro un buffo vestitino da paggetto. 

Amano essere spietati per non apparire fragili come la loro età suggerisce. 

Nonostante il malcontento generale, i due imperatori continuano così ad affamare il popolo e stremare soldati: alla ricerca di sempre nuove campagne militari dispendiose e sanguinose, ma che confermino la grandezza loro e di Roma. 

Il generale Giulio Acacio (Pedro Pascal), stanco ma fedele soldato di Roma come lo fu un tempo Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe nel primo film), avanza con la flotta navale, pur con condizioni meteorologiche avverse, truppe stanche e umore pessimo. Muove verso il nuovo obiettivo militare scelto a caso da Geta e Caracalla: la Namibia. Si prepara a superare le spesse mura fortificate in pietra che difendono la spiaggia, affidandosi a rostri di sfondamento e imponenti “torri mobili” montate sulla prua. Ad accoglierlo, in dirittura della spiaggia, arriva una tempesta di frecce, dardi infuocati, sassi enormi lanciati da catapulte. 

A contrastare Acacio in difesa della Namibia c’è anche Annone (Paul Mescal), un ragazzo di origini misteriose “portato dal deserto”, ma che ha trovato amore e famiglia tra gli orgogliosi combattenti guidati da un saggio leader (Peter Mensah, che abbiamo già apprezzato nella serie Spartacus di Starz). 

Prima della battaglia, Annone si scambia l’anello nuziale con quello della sua giovane moglie Arishat (Yuval Gonen). Al suono del corno per l’adunata hanno dovuto nottetempo smettere di abbracciarsi, aiutarsi a indossare vicendevolmente le corazze di cuoio, dipingersi con i colori di guerra. Armati di arco e spada, si sorridono ancora e tornano un istante a baciarsi, forse per l’ultima volta.

La flotta romana irrompe e risponde al fuoco, nonostante molte frecce incendiarie namibiane abbiano affondato parte dello schieramento nemico. Passando attraverso barriere di scudi posti a testuggine, arrivando nel cuore delle galere, bruciando vivi i rematori. Le torri mobili si saldano tra i sassi e permettono lo scalo sulla muraglia: molti romani cadano nel vuoto nell’impresa ma non basta. 

Lo scontro si fa presto all’arma bianca, un disordinato corpo a corpo. Nella carneficina Annone vede la giovane moglie morire, colpita da una freccia sotto ordine diretto di Acacio. Giusto il tempo di osservarla un’ultima volta, anche lui viene colpito alla testa. Cade dalle mura di difesa, in un’acqua scura come petrolio. 

Tra sogno e pazzia, Annone scorge la moglie salire sulla barca nera del traghettatore che conduce i morti nell’Ade. 


Ripresi i sensi, si trova a galleggiare tra i cadaveri e il fango verso riva, proprio davanti al corpo della sua amata, che però viaggia ormai verso il largo. 

Il tempo di raggiungerla per estrarle dal petto un frammento di quella freccia letale ed è subito tra mani romane, in catene, in ginocchio insieme agli altri prigionieri, mentre il generale Acacio dà il segnale per appiccare il fuoco e bruciare così i resti di tutti i cadaveri del conflitto, in nome della grandezza di Roma. 

Annone ora ha un nemico da uccidere e quindi anche un motivo per sopravvivere. Ma occorreranno tempo, umiliazioni e rancore, prima che possa rinascere a nuova vita negli spettacoli gladiatorii.

All’inizio viene gettato in un'arena piena di scimmie aizzate con delle frecce, pronte a sbudellare e sbranare chiunque con ferocia. Il suo compito è fuggire cercare di morire il più tardi possibile, per il sollazzo del pubblico.

Ma Annone incredibilmente resiste su un campo coperto quasi solo di budella e sangue, si fa notare da un lanista spietato e ambizioso di nome Macrino (Denzel Washington) che decide di scommettere su di lui: portarlo a Roma e aiutarlo a vendicarsi di quel generale che gli ha distrutto la vita.

A Roma intanto la nobile Lucilla (Connie Nielsen), figlia del vecchio imperatore Marco Aurelio, sta preparando un complesso golpe per riportare la Repubblica, aiutata da ambigui uomini del Senato. Il malcontento generale aiuta le sue macchinazioni politiche, ma per ora non basta.  Potrà ancora una volta una “spinta rivoluzionaria” partire dall’arena del Colosseo? Potrà sorgere dai giochi un “eroe” in grado di sfidare l’Impero e portare alla autodistruzione le ambizioni di regnanti sanguinari? 


Ridley Scott e la ricerca di un cinema grandioso, simile a un quadro fiammingo:

Il grande regista inglese Ridley Scott, classe 1937, autore de I Duellanti, Blade Runner e Alien, dopo infiniti premi e riconoscimenti a cui nel 2024 si è aggiunta la Knight Grand Cross conferitagli da re Carlo III, ci riporta di nuovo nell’arena dei gladiatori. 

La prima volta correva l’anno 2000 e il regista sognava di portare in scena qualcosa che ricordasse la potenza del quadro di Jean-Leon Gerome “Pollice Verso”. Un gladiatore davanti a un imperatore, al centro di un'arena, nell’attesa che il sovrano si pronunciasse, con un gesto della mano, sull’uccidere o meno chi è rimasto sconfitto dopo una battaglia mortale. 

L’impresa cinematografica valsa a Scott una un'autentica rinascita artistica, quanto un enorme successo economico. Dopo il grande  flop dello sfortunato 1492 con Depardieu Cristoforo Colombo, uscito nel 1992 per l’anniversario della scoperta dell’America, dopo pellicole pallide come il thriller L’Albatros e e il “Gunny al femminile” con Angelia Jolie, G.I.Jane, usciti rispettivamente nel 1996 e nel 1997, con Il Gladiatore Scott tornava “grande”.

Un Action-Movie tanto classico quanto spettacolare, in grado di riempire tutte le sale per mesi, vendendo pure migliaia di copie home video, anche grazie alla nuova tecnologia in alta definizione dell’immagine che andava ad affermarsi, il DVD. Merito di una trama semplice, lineare ma perfetta, caratterizzata da una riuscita “atmosfera da tragedia antica”: una spruzzata del Ben-Hur di Wyler e un tocco dello Spartacus di Kubrik, suggestioni da Rollerball di Jewison. Un gioiellino firmato per l’occasione da David Franzoni, John Logan e William Nichols, che regalava agli interpreti infinite frasi a effetto e monologhi esistenziali. 

Merito del successo va pure alla straordinaria colonna sonora di Hans Zimmer, in grado di proiettarci sempre sulla scena con grande “empatia” e ancora oggi amatissima quanto utilizzata, in spot tv, meeting aziendali, eventi sportivi e sociali. 

È meritoria la fotografia lussureggiate quando “vivida”, “materica”, di John Mathieson: una luce spesso quasi tagliente, in grado di risaltare la sabbia, il sangue, le armature e le lame luccicanti del campo da battaglia. 

Ha fatto scuola un montaggio che alternava i movimenti lenti della tragedia con i toni “frenetici e patinati” dei grandi eventi sportivi di intrattenimento contemporanei di Wrestling e Football (è interessante, a ritroso, vedere quanto siano simili le scene dello scontro dell’esercito romano sotto l’acqua, a inizio film, con le scene della partita di football americano sotto l’acqua di Ogni maledetta domenica di Stone, uscito nel 1999, forse girato contemporaneamente). 

Il successo de Il Gladiatore è merito della presenza nel cast di supporto di attori giganteschi come Oliver Reed e  Richard Harris, profumanti di “vecchia Hollywood”, che hanno accompagnato attori giovani o ancora non esplosi a livello internazionale, ma già promettenti, come Russell Crowe e Joaquin Phoenix. 

C’era poi in scena anche una nuova sex symbol, Connie Nielsen, attrice e modella danese da poco ammirata in tutta la sua bellezza ne L’avvocato del diavolo

Il Gladiatore del 2000 fu anche la scommessa, vinta, di riportare al cinema un genere morto e sepolto come il colossal epico, il cosiddetto “Sandalone”, che da allora ha avuto molto seguito proprio grazie al film di Scott: in opere come Troy, Scontro tra titani, 300, Pompei, King Arthur di Fuqua, la saga de Il Re Scorpione, nuove versioni di Hercules e Conan. Un successone che ha inspirato anche telefilm per il pubblico adulto delle reti via cavo come Spartacus di Starz, Roma di HBO e la recente serie Amazon Those about to die di Emmerich. 


In 20 anni, dal 1977 al ‘97, Scott aveva realizzato 10 film. Dal Gladiatore a oggi, 24 anni, sono state realizzate 19 pellicole, quasi il doppio. 

Pellicole di tutti i generi, ma soprattutto pellicole ad ambientazione storica caratterizzate dalla ricostruzione di imponenti scene di battaglie: ambientate in diverse epoche con le relative armi, ma sempre con al centro grandi combattimenti dal sapore epico, centinaia di comparse in costume, meticolose quanto gigantesche scenografie realizzate fondendo il lavoro certosino di tantissimi artisti con quello di tantissimi tecnici effetti speciali. Senza contare eserciti di costumisti, truccatori, tecnici delle luci e di presa diretta, addestratori di animali, stunt-men, operatori di Dolly e telecamera a mano, seconde unità.

Il cinema di Scott vive molto nelle scene di massa: scene che Scott dirige coordinando giornalmente legioni di persone, come avrebbe fatto in passato un generale d’acciaio. Si potrebbe dire che ormai da diverso tempo la principale ossessione dell’87enne Scott sia proprio continuare, finché può, come nel suo “ultimo Napoleone”,  a guidare  sulla scena queste “masse umane in armi e arte”.

Al di là della storia, di ogni storia, riuscire a calare il suo pubblico all’interno di questi enormi quadri storici, brulicanti di uomini in armi, fortezze, armature luccicanti e cavalli, campi di battaglie e barricate, generali, aristocratici, plebei, politici e pazzi, che lui dispone come un direttore d’orchestra.

Il maxi schermo di un cinema si può trasformare con Scott in uno di quegli  splendidi arazzi fiamminghi, grandi anche dieci metri, che oggi si trovano esposti nei musei, un tempo nelle corti medioevali. 

Arazzi in movimento con al loro interno, nascosti nei dettagli delle scene più imponenti, gustosi “errori di scena”. Gente fuori posto, automobili e orologi, catapulte fuori contesto, vestiti moderni, lampioni e autostrade nell’antica Roma. Ormai sono un “gioco nel gioco”, di cui Scott è consapevole, che punta a intrattenere un pubblico sempre più attento in stimolanti cacce al tesoro di natura quasi enigmistica. Un pubblico fatto di fan, ma soprattutto di tanti detrattori “appassionati di storia indignati”, pronto a setacciare le pellicole di Scott fotogramma per fotogramma, indagando pixel per pixel lo schermo gigante di un multisala, alla ricerca dell’“easter egg” o dello “scandalo”. Magari pure portandoli per questo più volte a rivedere il film, per poi arrivare ovviamente a fargli comprare il blu Ray HD. 

Se Scott è rigoglioso, “giocoso” quanto “bulimico” nei suoi enormi affreschi storici, l’atteggiamento che ha sugli scenari del futuro, nei suoi film di fantascienza più recenti, è ben cambiato dai tempi di Blade Runner a parte. È un mondo del domani vasto quanto “desolato”: uno spazio marziano immenso quando vuoto come quello di The Martian; oppure un intero pianeta alieno futuristico, ma di cui sono rimaste solo rovine (simili alle rovine dell’impero romano) come in Alien: Covenant. Un futuro che il regista guarda con diffidenza, ricco solo di deserti laddove in Kingdom of Heaven dal deserto nascevano ancora l’acqua e la vita, nonostante la guerra e la peste.


Enormi scenari, presenti o passati, dove comunque “villain e antieroi”, di fatto i personaggi preferiti da Scott (insieme ai personaggi femminili), appaiono sempre più spesso “troppi piccoli” rispetto al contesto: insicuri, quasi meschini, immobili nel contemplare una propria grandiosità effimera, che spesso si scioglie sotto i loro piedi, mentre incantati sognano che vengano erette statue con il loro volto, celebrazioni artistiche che li rendano così “immortali” davanti alla Storia.  

Ossessioni di piccoli uomini resi nei film di Scott grandiosi quanto tragici da interpreti d’eccezione come il Driver di House of Gucci ma anche di The Last Duel, il Phoenix di Napoleon ma anche del primo Gladiatore, il Guy Pierce di Prometheus, Danny Huston in Robin Hood.  

Poi c’è stato Roy Batty, ma questa è stata tutta un’altra storia.

Il personaggio del Gladiatore interpretato da Crowe era diverso. Era un eroe a tutto tondo, forse l’antesignano di quella “voglia di supereroe” che sarebbe esplosa nel cinema da lì a poco con Singer e Raimi. Forse il successo era “ripartito” anche per quel motivo. Presto Scott sarebbe comunque tornato a concentrarsi sugli anti-eroi. 

Forse riportare in sala il Gladiatore oggi è stato per Scott soprattutto una nuova sfida: tornare a (poter) credere negli eroi oggi, in un mondo ancora più cinico di 20 anni fa, dove il celebre monologo finale di Roy Batty sembra ancora più “vicino”.

Dietro la produzione di Gladiator II:

Non potendo tornare sulla sulla scena Russell Crowe o Joaquin Phoenix, servivano volti nuovi e nuove energie.

Scott scommette sull’attore irlandese Paul Mescal. Un bel ragazzone sorridente che sette anni fa iniziava a muovere i passi nei teatri con Il grande Gatsby, nel ruolo di Gatsby stesso, per poi passare al Shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate, arrivare in breve sulla tv: per una serie drammatica corale come Normal People, per la quale vinceva un BAFTA interpretando un giocatore di “calcio gaelico”. Nel 2021 è scelto per il film di debutto di Maggie Gyllenhaal. Nel 2022 e nel cast del drammatico Creature di Dio, poi nel film adolescenziale Aftersun, nel musical Carmen. Nel 2023 è co-protagonista nel bellissimo dramma psicologico Estranei, assolutamente da recuperare, di Andrew Haigh, tratto dal romanzo di Taichi Yamada, poi arrivare al thriller psicologico di Garth Davis Il nemico

Oggi è un volto interessante quanto già amatissimo dal pubblico femminile.

Se il personaggio di Crowe aveva ne Il Gladiatore uno straordinario Phoenix che ne interpretava la “nemesi”, Mescal divide qui la scena, oltre che con la sempre bellissima Connie Nielsen e alla eterea Yuval Gonen, con Pedro Pascal, Denzel Washington e la coppia formata da Joseph Quinn e Fred Hechinger. 

Pascal dopo Narcos, Kingsmen e Il Mandalorian è ormai specializzato in ruoli a tinte forti, impersonando speso personaggi misteriosi, sfuggenti quanto drammatici, in grado spesso di combattere come dei gladiatori.

Washington ha una carriera a dir poco eclettica, oggi si diverte tantissimo anche con pellicole gustosamente action come la saga di Equalizer, ma già nel 2005, giusto per immaginarcelo nei panni di un personaggio dell’epoca romana, è stato a Broadway Giulio Cesare, in un adattamento dell’opera di Shakespeare. 

Sempre per stare in tema “sandalone” Connie Nielsen dopo Lucilla nel 2000 è stata nel 2017 anche l’amazzone Ippolita nel “sandalone supereroistico” Wonder Woman.

Joseph Quinn ha esordito nel 2018 non bellissimo action horror Overlord, di recente ha partecipato alla serie Stranger Things e a The quiet place: Day One. Il suo ruolo più “epico” (ma non “sandalone”) è di scuro quello Enjolras in un adattamento BBC de I miserabili di Victor Hugo. Fred Hechinger è stato nella serie Netflix The Fear Street Trilogy

La sceneggiatura del nuovo Gladiatore, pur basata sul soggetto di Franzoni, è curata da Peter Craig: autore dello script molto amarcord di Top Gun: Maverick e della “bruttina” sceneggiatura The Batman di Matt Reeves. Co-sceneggiatore del lavoro è David Scarpa, già autore del Napoleon di Scott.

Ci sarebbe da scrivere un libro intero su come negli anni, già agli albori del 2000, si sia pensato a dei sequel (im)possibili per fare del Gladiatore un franchise. Mille possibilità, tra cui l’idea di un Massimo Decimo Meridio che “ritornava dai campi elisi” in diverse epoche storiche, come una specie di eroe immortale, se vogliamo in un modo simile al progetto meta-cinematografico BSRKR, oggi curato da Keanu Reeves in prima persona. Tiriamo innanzi.

Le musiche non sono più di uno Zimmer che di recente ha dichiarato “più di quello che ho già fatto non saprei cosa fare”. Il testimone è passato a Harry Gregson-Williams, già per Scott in Kingdom of Heaven, Prometheus, The Martian, Covenant, House of GucciLa fotografia è ancora di John Mathieson.

Il primo Il Gladiatore aveva un budget di 105 milioni, il secondo sembra costato 205, ma sono anche altri tempi.


In sala: 

C’erano mille bozzetti di “sogni gladiatorii irrealizzati”, tra le scene tagliate del primo Gladiatore. Principalmente per budget già alto e il minutaggio, ma anche per la difficoltà di mettere in campo effetti speciali che 25 anni fa erano ancora acerbi. “Troneggiava” tra queste scene mai realizzate lo scontro in arena contro un uomo che cavalcava un rinoceronte, che in questo sequel può prendere vita in una sequenza davvero potente, estrema. Oggi è possibile mettere su pellicola uomini che combattono contro scimmie digitali realistiche che saltano e mordono nel momento più sanguinoso e brutale della pellicola. 

Oggi è possibile realizzare anche uno dei più grandi “sogni bagnati” di ogni amante della storia romana, una delle storie più incredibili e spettacolari in cui era possibile imbattersi durante una versione di latino del liceo classico: il racconto di come siano arrivati ad allagare il Colosseo di Roma con centinaia di metri cubici d’acqua, imbarcazioni comprese, per rappresentare la battaglia di Salamina in uno scontro di Gladiatori. 

Una scena degna delle sequenze delle bighe di Ben-Hur, in grado di costare da sola il budget di tre film, enorme quanto affascinate, vivida e terribile, spettacolare in tutta la potenza visiva e sonora che il cinema di oggi è in grado di regalare.

Ancora una volta siamo uno straordinario lavoro visivo e sonoro, unito a mille stunt-man e un montaggio serrato, ci portano all’interno di grandi ricostruzioni, costumi, battaglie campali e scontri all’arma bianca, straordinari momenti onirici e appaganti sequenze action. 

Tutto il resto, per Scott, è come cantava Califano in una celebre canzone. 

I due giovani “imperatori con scimmietta” sono per lo più decorativi: hanno volti di bambola e come la Pris di Daryl Hanna sembrano uscire da Blade Runner: burattini umorali nelle mani di poteri più occulti. 

Denzel Washington è vestito con una tunica ma pur bravissimo nell’atteggiamento ha lo stesso “mood” di quando Scott lo dirigeva in American Gangster, solo più tamarro e coperto d’oro. 

Connie Nielsen è un personaggio irrisolto, contratto, privato di una profondità emotiva che potrebbe esprimere ma non riesce a trasmettere anche solo per come è strutturata la trama. Il film che sembra non avere tempo per parlarci del “lato femminile” al punto che pure Yuval Gonen è poco più che un fantasma. 

Parlando di fantasmi, più volte riecheggia sulla pellicola l’ombra di quello che forse è stato davvero il “seguito spirituale” de Il Gladiatore, l’opera che ne ha più estremizzato i temi quanto reso tridimensionale una “simile mitologia”: la serie Starz Spartacus.

Da Spartacus la pellicola di Scott eredita, forse non a caso, l’attore Peter Mensah. Difficile non vedere nel “lanista” di Washington il personaggio simile, Lentulo Batiato, interpretato con più trasporto da John Hannah. Difficile non ritrovare, nei personaggi di Annone e Arishat, più di un parallelo con lo Spartacus del mai dimenticato Andy Whitfield e la sua amata Sura, interpretata da Erin Cummings. 

Si salva Pedro Pascal e il suo bellissimo e sofferto Acacio. Poco altro. 

Pure la storia, nel suo andamento ondivago sembra arrivare a una improbabile quanto a tratti davvero surreale, disordinata e implausibile  “rivolta alla Spartacus”. Solo che lo Spartacus di Starz era molto più solido e contratto, nonché arditamente sinonimo di “eccesso” in tutte le sue forme: esplosioni continue di sensualità carnale, dissolutezze morali e un cinica crudeltà fisica che rendevano l’eroismo “vacuo” dell’arena quasi l’unica forma di “ordine (a)morale” possibile. 

Qui manca coraggio, si arriva a un finale che non sarebbe possibile neanche nel più riconciliante cartone animato Disney. 

Colpa di uno sceneggiatore privo di guizzi come Peter Craig, che si limita a copiare da sempre dai migliori, ma senza particolare inventiva, che qui copia male (e con poco senso) proprio lo Spartacus di Stars.

Anche la trama del primo Gladiatore, come sopra ricordato, era semplice, lineare, dava almeno la possibilità agli interpreti di dare vita a interpretazioni molto valide, a volte sopra le righe ma intense. 


Questa trama è davvero brutta invece: butta via velocemente le buone premesse iniziali in molte banalità, fino a giungere a vette inesplorate di non-sense degne solo di quelle prese in giro nel telefilm Boris, incastrandosi in pertugi narrativi che non riescono a salvarla delle interpretazioni anche discrete.

Mescal ha un personaggio scritto male, ma non buca e non riesce neppure a irradiare un millesimo del carisma di Crowe. Gli mancano “lo sguardo della tigre”, la voce possente e la rabbia necessaria. Con uno sguardo riesce a far sciogliere una intera platea femminile, gliene do atto, ma in questo ruolo rimane davvero opaco, forse quasi “antipatico al regista”, come lo fu Orlando Bloom in Kingdom of Heaven

Certo la sceneggiatura pretende a volte pure troppo: porta Mescal verso la fine a dover esprimere un carisma e capacità di convincimento “triple” a quanto espresso dal William Wallace di Braveheart di Mel Gibson: roba che lui (ma forse nessun altro al mondo) non può realisticamente avere. Ma Scott, un po’ come George Lucas con Hayden Christensen nel ruolo impossibile di Darth Vader, non lo aiuta.

Scott deve dirigere un esercito di maestranze per la sua battaglia navale nel Colosseo. Deve rendere plausibili, terribili e bellissime le scimmie combattimenti. Deve riuscire a raccontare credibilmente come i rostri delle “esareme romane” riuscivano ad ancorarsi sulle fortificazioni sulla riva nemica sfondandole. È preso dalle decorazioni in oro del palazzo reale, dalla struttura a corridoi interni e dalle paratie mobili sotto il Colosseo. 

È ipnotizzato da una folla sugli spalti di centinaia di persone che “dialogano con i due reggenti” attraverso cori simili a onde: piccoli uomini che parlano con “autoproclamati semi-dei”, pregandoli di salvare o meno la vita dei gladiatori. Perso nella grandiosità della costruzione d’insieme, Scott lascia soli a se stessi i suoi attori. 

Del resto tutti si ricorderanno per lo più delle scimmie, la battaglia navale, il rinoceronte. Del resto, dai tempi del dvd, è più facile passare alle scene più interessanti di un film, balzando le cose meno spettacolari. 

Però peccato, davvero.

Finale: 

Scott continua a costruire mondi visivi affascinanti, enormi e carichi di dettagli, amore, effetti speciali. Il suo cinema ha ancora il dono di aprire “squarci nella Storia”, passata e futura, trasportandoci da spettatori in battaglie millenarie quanto possibile in infiniti orizzonti temporali e alieni. In una visione di insieme così “alta”, quasi divina, forse però non riesce ad appassionarsi più alle “facezie umane”, lasciando i suoi personaggi e i suoi attori un po’ spaesati o in balia di sceneggiatori poco ispirati. 

Ne Il gladiatore 2 c’è di sicuro grandezza, grandi battaglie in grandi scenari, momenti onirici incredibili, prodigiosi effetti visivi e una grandiosissima e roboante colonna sonora. È tutto quello che serve per un Tech-Demo: per presentare al pubblico le potenzialità visive e sonore di un nuovo televisione ultra piatto con sonoro 6+1 in un centro commerciale. 

Se volete “accontentarvi” delle sole scene d’azione, è un accontentarsi sicuramente di lusso.

Peccato che tutto il resto, come diceva Califano, sia “noia”. 

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lunedì 2 dicembre 2024

Longlegs: la nostra recensione di un nuovo, piccolo cult horror a tema satanico/sovrannaturale, scritto e diretto da Osgood “Oz” Perkins, con Maika Monroe, Alicia Witt e un Nicolas Cage davvero da brivido nel ruolo di villain

   


Percepire la presenza del “male”: scovarlo istintivamente tra le pieghe di un fascicolo di polizia su un caso non risolto, come individuare una minaccia per la vita nascosta in agguato a pochi metri di distanza.  

È questo il “sesto senso” di Lee (Maika Monroe), una giovane agente dell’FBI che sta destando per le sue doti speciali l’interesse di tutto il dipartimento. 

Un’infanzia oscura e irrisolta alle spalle, con al centro un terribile trauma di cui sa forse qualcosa solo la stralunata madre Ruth (Alicia Witt). Un futuro prodigioso nella risoluzione dei cold case più violenti ed efferati: quelli con al centro manipolazioni operate da sette sataniche, con le vittime portate a commettere omicidi/suicidi rituali. 

C’è un uomo che spesso abita gli incubi di Lee. Ha un volto incipriato, pallido e quasi artificiale. Lineamenti aggraziati, femminili, occhi vitrei vuoti. Porta capelli rossicci spettinati e irti simili a una parrucca, veste con abiti chiari eleganti quasi ottocenteschi. Un uomo che sembra una bambola (Nicolas Cage), che a sua volta vive in una stanza tutta di legno dove costruisce bambole: oggetti molto realistici, simili a bambine reali ritrovate morte a seguito di stragi familiari. 

Quell’uomo misterioso e dalla risata a singhiozzo in fondo è con Lee da sempre, da quando era ancora bambina e forse l’ha visto entrare nella sua vita in una notte carica di neve e dolore. 

Sente che lui la “sorveglia  da lontano” in un modo quasi “magico”, al punto che forse sembra credere che sia stato quest’uomo ad aver influenzato le “doti speciali” con cui Lee oggi lei risolve i crimini. Forse i suoi sensi speciali si sono “attivati” prima di tutto per difendere Lee dall’avvicinarsi in futuro, di nuovo, di questa strana creatura a cui lei ha dato il nome di “Longlegs”: come una distorta versione del mentore occulto di Judy,  “Papà Gambalunga”, nel romanzo di Jean Webster. 

Lee, dopo essere miracolosamente scampata all’ennesima aggressione grazie al suo istinto, si trova a indagare su degli omicidi/suicidi rituali legati probabilmente dalla stessa mano invisibile, accompagnati ogni volta da messaggi in codice come quelli di Zodiac. Ma c’è di più. Su molte scene del crimini sono state ritrovate delle strane bambole di porcellana. Bambole simili a quelle di Longlegs, con al centro della testa una sfera nera di origine misteriosa. 

Per risolvere il caso Lee dovrà prima di ogni cosa riappropriarsi di un passato che con tutte le forze cerca di dimenticare. Tornare a frequentare una madre che da anni vive reclusa nella vecchia casa di famiglia, tra scatoloni e rimpianti. Decidere finalmente se l’uomo dei suoi sogni, in fondo, non è che un essere umano. 


Ci sono horror che nascono da inquietudini autobiografiche, con al centro spesso il difficile rapporto dell’autore con la figura paterna.

Spesso è un padre ricco e famoso quando a volte “assente”, fragile o giudicante. Comunque sempre un genitore al quale, anche solo per “riconoscenza”, questi figli sentono di “dovere tutto”, in primis la vita: decidendo infine di stare al loro fianco nonostante situazioni molto difficili per la loro età. 

Un padre può essere ricordato come un autentico “incubo”, spingendo un autore a esorcizzarlo proprio attraverso l’arte, scrivendo magari un film horror. 

Abbiamo visto di recente il “pastiche” meta-cinematografico The Exorcism - L’ultimo esorcismo, scritto e diretto da Joshua John Miller, figlio dell’attore premio Pulitzer Jason Miller, celebre per essere stato interprete del personaggio di padre Karras ne L’Esorcista di William Friedkin. Per The Exorcism, Joshua Miller raccontava di essersi ispirato proprio al suo difficile rapporto con il padre: andando a rivivere con “fantasia horror” il periodo in cui era diventato vittima dell’alcol. Un padre che nella finzione diventa Russell Crowe, attore in crisi che deve affrontare il demone dell’alcol mentre “per lavoro”, sul set, “affronta il diavolo” come esorcista. Lo affronta con disperazione, ma anche con l’aiuto di una figlia, interpretata da Ryan Simpkins. 

In Longlegs succede qualcosa di simile. Troviamo alla regia e alla sceneggiatura Osgood “Oz” Perkins, come pure troviamo alla straordinaria colonna sonora il musicista elettronico “Zilgi”, pseudonimo di Elvis Perkins. Entrambi sono figli dell’attore Anthony Perkins, interprete di Norman Bates in Psycho di Hitchcock. Il film prende principalmente spunto da un famoso quanto terribile caso di cronaca nera degli anni ‘50, l’omicidio irrisolto di JonBenet Ramsey. Un fatto di sangue in seguito al quale fu recapitato ai genitori della vittima, a Natale, uno strano pacchetto al cui interno c’era una bambola con le fattezze della figlia. Ma Osgood Perkins stesso ha dichiarato che un’altra fonte di ispirazione per il ruolo del villain è stato proprio suo padre: una figura irrisolta, spesso sfuggente e solitaria. Si dice anche a seguito di una controversa  “cura dall’omosessualità”, avvenuta prima che Anthony si sposasse, alterando il carattere e il rapporto con gli altri, rendendolo una figura quasi indecifrabile per i figli.  


Un padre che riecheggerebbe qui su pellicola assumendo proprio il fantasmatico volto di Nicolas Cage: un Cage sorridente quanto alieno nella sua eccentricità, truccato in modo da apparire come una fragile bambola di porcellana e al contempo davvero molto simile alla “madre di Norman Bates”: il più celebre dei ruoli di Anthony Perkins. 

Ancora una volta “l’ombra del personaggio di un grande film horror” che si sovrappone all’immagine paterna. 

Oz Perkins sceglie per protagonista la brava Maika Monroe, ex atleta che ha esordito come attrice in un altro capolavoro horror degli ultimi tempi, It Follows di David Mitchell, del 2014 (si dice seguito confermato nel 2025).

Lee è una detective che per molti versi richiama la Clarisse de Il silenzio degli innocenti, quando l’agente Carter di Twin Peaks: un personaggio sospeso tra realtà e incubo proprio a seguito di un trauma familiare. Tragica come eroica proprio in ragione di una infanzia frantumata e irrisolta, della quale sta ancora raccogliendo i cocci per dare un significato alla propria esistenza, nel frattempo risolvendo altri “puzzle” criminali. 

Se il personaggio di Lee ha il dono di “intuire le cose” prima di comprenderle, anche la struttura narrativa stessa di Longlegs, per metterci ancora più in profondità nei suoi panni, si frantuma in infiniti puzzle visivi e labirinti narrativi. Puzzle che lo spettatore deve cercare di comprendere, come in un racconto dark fantasy, senza riuscire però mai ad arrivare a un nocciolo che, per sua natura stessa, può apparire ”umanamente” inaccessibile. È proprio in virtù di questa “cervellotica” quando originale impostazione se Longlegs appare distante da un film del Conjuring Universe di James Was, pur avendone in comune moltissimi aspetti e suggestioni, arrivando invece a sfiorare le atmosfere criptiche dello Shining di Kubrick. Un Kubrick inseguito da Oz Perkins anche nella costruzione geometrica/asettica dei luoghi, nella scelta di luci “fredde”, nell’uso di immagini subliminali. Uno “Shining” che  che insegue anche Zilgi nella costruzione di una colonna sonora che, tra sussurri sotterranei ed esplosioni di trombe e archi, riesce a colpirci in profondità sul piano emotivo. Zilgi una la musica come “forma di premonizione”: rendendoci partecipi di una inquietudine che colpisce l’orecchio prima ancora che una azione si sia svolta sul piano visivo. 

Longlegs, più che raccontato nella sua trama “di genere”, va quindi vissuto a livello sensoriale: assaporando il senso di smarrimento che prova la protagonista sulla pelle, muovendosi tra paure e incertezze che si confondono tra conscio e inconscio. 

Maika Monroe e la Witt riescono molto bene a maneggiare dei personaggi davvero complessi, vividi, in grado di emozionare quanto atterrire per le loro fragilità e ostinazioni. Cage offre una delle sue interpretazioni più leggendarie: una creatura fatta di puro orrore e incomunicabilità, aliena quanto terribile.

Per il suo particolare linguaggio frammentato e per le molte intuizioni sonore e visive, Longlegs ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Di sicuro è un film affascinante e da non farsi scappare. 

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