domenica 11 giugno 2023

Sanctuary: lui fa il gioco lei fa le regole - la nostra recensione del film sexy e intelligente di Zachary Wigon, con protagonisti Christopher Abbott e Margaret Qualley

Ci troviamo in una lussuosa stanza di hotel dei giorni nostri, con pareti rosse, tende sigillate e luce soffusa. Rossa è pure la moquette, su cui una fantasia oro riporta disegni simili a occhi. Bionda è invece una giovane donna di nome Rebecca (Margaret Qualley), affascinante e sicura di sè, che qui incontra lo scapigliato e ansioso Hal  (Christopher Abbott). Lei porta i capelli lisci a caschetto, veste in modo raffinato ma rigido: completo verde scuro da uomo giacca e pantaloni, una camicetta a balze bianca ben chiusa fino all’ultimo bottone, scarpe scure aperte con il tacco alto. Glaciale, quanto lui è quasi mediterraneo, quasi un pomodoro. Ha la barba di qualche giorno e i capelli scuri ricci, veste “casual” per non dire disordinato, senza cravatta, rievocando uno oggi troppo scolorito e triste Don Johnson dei tempi di Miami Vice. È un incontro molto esclusivo il loro, complesso quanto quasi intimo: la valutazione finale del candidato perfetto a un prestigioso ruolo di comando in una catena di Hotel. I due si mettono comodi, si versano un soft drink con ciliegina, vengono estratti dei questionari e inizia un complesso gioco di ruolo in cui non è mai chiaro fino in fondo chi sia l’esaminatore e l’esaminato. Dopo una prima fase Rebecca abbandona la parrucca bionda e si rivela mora, anche lei riccia. Hal non è per niente sorpreso, era già previsto e i due per un attimo iniziano a parlarsi con confidenza e quasi complicità da amici, ma poi il gioco delle parti prosegue, “deve” proseguire. Il colloquio si fa sempre più strano assecondando  dinamiche nuove. L’iniziale rapporto di lavoro già mutato in rapporto confidenziale, si evolve in pratiche di sottomissione tra schiavo e padrona, si sviluppa forse per un istante in amore autentico e poi arriva subito all’odio. Lo schema si ripete e contorce, conducendolo entrambi verso uno stato di paranoia che mette in dubbio le reali intenzioni e “limiti di entrambi”. Poco conta che i loro giochi, per regolamento severamente vergato a fuoco tra le parti, dovrebbero sempre  finire quando uno dei due pronuncia “Sanctuary”, la parola in codice di sicurezza. Quel giorno la coppia vuole andare oltre. Hal, da sempre uomo schivo e sottomesso prima dal padre e poi da tutti gli altri, vuole dimostrare a Rebecca, a se stesso e al mondo di essere diventato un uomo forte. Rebecca, da sempre spietata e calcolatrice donna di potere, vuole dimostrare ad Hal, a se stessa e al mondo di poter avere dei sentimenti. Nessuno dei due crede davvero alla buona fede dell’altro e nasce così uno scontro fisico quanto psicologico, che potrebbe unirli o separarli per sempre. Uno tsunami che sconvolgerà per sempre il loro rapporto. 


Il tecnico del suono di lungo corso Micah Bloomberg passa dalle colonne sonore alla sceneggiatura, costruendo una “partitura emotiva” perfetta, accorata quanto punk, per molti versi vicinissima alla piece La Venere in pelliccia, di David Ives già portata al cinema anche da Roman Polanski. Christopher Abbott interpreta un personaggio non lontano dal suo imbranato e improbabilissimo “killer di prostitute” nel divertente Piercing di Nicholas Pesce: un uomo con troppa voglia di dimostrarsi potente e spietato che finisce subito vittima, in una simile stanza di hotel, di una donna “forte per davvero”, che in Piercing aveva il volto della bellissima Mia Wasikowska. Bellissima e altrettanto forte è anche qui Margaret Qualley, figlia di Andy MacDowell, che già stregava Quentin Tarantino e tutto il pubblico in sala in C’era una volta a Hollywood con solo i suoi occhi penetranti e lo sguardo sensuale, oltre ai “classici” piedi nudi che il regista di Pulp Fiction ha voluto riprendere sporchi di terra come quelli dei ragazzini che giocano d’estate sull’asfalto. La perfetta donna/bambina “ammaliatrice definitiva”, dietro cui forse si nasconde ancora una sorta di purezza adolescenziale che tanto piacerebbe a Nabukov. La Qualley e Abbott, in un film che li vede unici protagonisti della scena dal primo all’ultimo minuto e ben “accordati” dalla partitura di Bloomberg, si mettono così al servizio di un promettente autore come Zachary Wigon, che dopo la sua prima opera del 2014 era entrato un po’ in stallo, di fatto aiutandolo a risplendere di nuovo in questo thriller psicologico dall’impostazione molto teatrale. La scena principale è tutta per la stanza d’albergo dalle pareti rosse e soffuse, che diventa un vero e proprio piccolo mondo a parte dove i due si analizzano, si amano, si cambiano di ruolo e vestito, complottano e si scontrano distruggendo o cannibalizzando tutto l’arredo che li circonda. Wigon sta al gioco e dà corpo a tutte le fantasie camaleontiche che attraversano Hal e Rebecca. Diventano così incredibilmente sexy le piastrelle bianche del bagno da pulire rigorosamente a torso nudo, mentre lei lo umilia “eccitandolo”. Il materasso si trasforma in una specie di muro di mattoni, perché nella relazione tra Hal e Rebecca le effusioni “pelle su pelle” sono bandite a favore di più intellettuali “simboli”, “ordini”, orologi preziosi e contrattazioni “multi livello” che piacerebbero al mister Grey e E.L.James. La moquette a un certo punto si scopre che ha “gli occhi” e non sono i soli occhi, forse né buoni né cattivi, che il luogo potrebbe nascondere, per scherzo o per rabbia. Oltre la porta c’è l’ascensore che porterebbe i due al di fuori della loro fragile e  “sanguigna” interiorità condivisa. È un limite emotivo più che fisico, che fa paura varcare “da soli” perché potrebbe distruggere come salvare entrambi ma “per sempre”, ponendo fine ad ogni modo a un idillio simile a una fune sospesa nel vuoto che viene costantemente allungata e impreziosita di cerchi di fuoco da saltare, minuto dopo minuto, seguendo affinità elettive eccentriche quanto “facili” da intercettarsi e infiammarsi tra loro. In questo percorso ad ostacoli reciproco e contrapposto appare subito evidente la grande complicità che si è creata sul set tra i due protagonisti, che riesce a dare quasi l’impressione che tutto sia nato durante un'improvvisazione. Christopher Abbott usa una recitazione molto spontanea, apparendo spesso in balia dei sentimenti quanto di ossessioni che fatica a gestire. Margaret Qualley ha un personaggio che indossa una corazza emotiva che in qualche modo ne contraddice gli intenti, e riesce sempre a mostrare questo doppio ruolo, entrando e uscendo con successo dal ruolo della manipolatrice. È una bella “lotta”, una lotta incredibilmente sexy se si considera il dettaglio non trascurabile che è combattuta quasi tutta a livello mentale e suggestivo, un po’ come quella scena dell’orgasmo finto di Harry ti presento Sally. È un film che vola via come il vento nella sua ora e trenta, senza perdersi in troppe lungaggini e anzi riuscendo a “cambiare pelle” quasi quattro o cinque volte, sempre tenendo desta l’attenzione del pubblico. 


Sanctuary è una piccola sorpresa, un film simile a una piece teatrale decisamente riuscito sul piano tecnico quanto artistico, benedetto da due interpreti in ottima forma. In nuovo ottimo biglietto da visita per Zachary Wigon e il film ideale da vedere al cinema, magari in compagnia, per una serata all’insegna della seduzione e dei brividi che solo i veri “giochi di ruolo” (fantasy e non) sanno regalare. 

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sabato 10 giugno 2023

La sirenetta: la nostra recensione del live action firmato da Rob Marshall che riporta in sala uno dei più amati personaggi della Disney, in una veste nuova e “più realistica”

Grande oceano blu, blu notte, in un luogo e un tempo da Pirati dei Caraibi. È la “luna di corallo”, il periodo in cui si racconta che in fondo al mare si radunino sirenette coperte quasi solo dal body painting al cospetto di Re Tritone (Javier Bardem), un affascinate uomo capelluto avvolto in un mantello di sardine. Su una nave piena di marinai ubriachi dove tutti cantano si lanciano in acqua reti a caso, cercando di pescare queste creature leggendarie mezze nude al posto di qualche tonno. Il fascinoso principe-marinaio Eric (Jonah Hauer-King), a bordo insieme al suo primo ministro Sir Grimsby (Art Malik), è molto adirato per questo irrispettoso atto nei confronti delle popolazioni subacquee e ha ragione: è una cosa che porta anche sfortuna e di lì a poco tutti affonderanno a causa di una tempesta improvvisa. A salvare Eric, Grimsby, un cane buffo che non rivedremo mai più e il resto dell’equipaggio interverrà però Ariel (Halle Bailey), una sirena che colleziona tutti i cimeli provenienti dalla superficie improvvisando delle canzoni sul loro utilizzo. Ariel sente uno strano trasporto anche per Eric, che ha poco prima ammirato in tutta la sua principesca bellezza mentre i marinai esplodevano dei fuochi d’artificio per irritare ulteriormente Tritone. Il principe viene tratto in salvo, la nave cola a picco e Ariel come souvenir si porta nella sua stanzetta sottomarina dei nuovi cimeli terrestri, tra cui la statua di due metri di Eric che la nave trasportava. Che le navi colino a picco è una gran seccatura per l’inquinamento marino, così la notte di corallo diventa per il re dei mari e le sirene provenienti da tutti i mari del mondo (7 in tutto) una occasione per tirare fuori sacchetti, la scopa e le palette e smaltire il barcone nella differenziata, mentre Ariel sta a trastullarsi con questa statua real-Doll di Eric. Tritone, posate le palette, è arrabbiatissimo e va personalmente a distruggere quella statua poco biodegradabile con una precisa invettiva: Ariel non deve fidarsi del popolo di superficie, perché l’ultima volta quei tizi hanno ucciso sua madre. Ariel piange, si dispera, decide di andare nelle profondità oceaniche da Ursula (Melissa McCarthy) la sorella di Tritone e strega dei mari a chiedere una pozione per diventare una donna terrestre, viene maledetta in un momento musicale, perde la coda e la voce, le spuntano le gambe, arriva in superficie. L’adolescenza, detta in una parola. Tritone prima che Ariel arrivasse dalla strega decide di mandare il granchio di corte Sebastian (doppiato in italiano da Mahmood, in inglese dal rapper Daveed Diggs, noto interprete del musical di Broadway Hamilton) a sorvegliare la sirena dopo quella lavata di capo, non sospettando ancora che di lì a poco sarebbe arrivata addirittura sulla terraferma. Sebastian non era riuscito a dissuadere Ariel nonostante si fosse esibito per lei in un celebre momento musicale, ma è stato pure in grado di essere presente di nascosto al patto tra Ariel e Ursula e ora si fa aiutare in una improvvisata missione di salvataggio dal pesce sergente amicissimo della sirena Flounder e dalla “sula bassana” Scuttle, una “espertissima” conoscitrice delle usanze umane (nel cartone animato originale era un pellicano di sesso maschile, ma ora è stato scelto un animale “”forse più carino”” per essere interpretato da una donna, in inglese dalla rapper Awkwafina e in italiano dalla doppiatrice di Megan Fox Alessia Amendola. In tutto il film nessuno disserterà mai su cosa sia una sula bassana, comunque). Il granchio, la sula e il sergente arrivano sulla terraferma dopo che Ariel è già stata caricata su una barchetta da un loschissimo individuo che ancora più loscamente l'ha ha caricata dietro un carretto sotto una coperta per portarla sottobanco tra gli inservienti del castello. Uno scafista? Non lo sapremo mai, ma assisteremo a un brano inedito in cui Ariel ci racconta della difficoltà di stare in piedi su delle gambe. Poco dopo sapremo per la prima volta da un numero musicale che pure Eric (parallelamente ad Ariel) è più interessato al mare che alla terraferma, raccogliendo mille cimeli sottomarini nella sua cameretta. Come sapremo che la sua madre adottiva Selina (Noma Dumezweni) è molto preoccupato per il fatto che il figlio esplori il mare finendo nei naufragi, esternando una invettiva abbastanza precisa: Eric non deve fidarsi del popolo del mare, perché l’ultima volta quei tizi hanno ucciso la sua vera madre causando un naufragio. Eric e Ariel sembrano avere tanto in comune, ma non possono raccontarselo: perché una delle clausole della maledizione della strega del mare era che la sirena rinunciasse alla sua voce. Di fatto da quando è sulla terra Ariel non può parlare e ha cantato tutta la canzoncina sulla forza di gravità che rende difficile camminare sui piedi “a mente”. Tra le altre clausole della Maledizione c’è anche il fatto che se non riuscirà a far innamorare il principe in poche ore il suo corpo tornerà quello di una sirena e lei diventerà di proprietà della strega Ursula: sarà una corsa contro il tempo! Riusciranno Ariel ed Eric ad amarsi e suggellare così una relazione interspecie inclusiva e multietnica, grazie a dei numeri musicali, buffi pesci ballerini, le piccole partita iva di un mercatino pieno di sombrero e alla magia dei Caraibi? 


Il regista di Nine e Chicago, Rob Marshall, è stato chiamato dalla Disney a dirigere questo nuovo adattamento live action di un loro classico animato, nello specifico un’opera bellissima e molto amata che ha riportato in auge lo studio dopo un periodo di particolare crisi che lo ha colpito negli anni ‘80. Ogni live action racconta “qualcosa di più” del film di animazione originale: le canzoni più celebri vengono arricchite con nuove strofe e ci sono anche pezzi inediti, scopriamo dettagli nuovi sui personaggi e sul loro passato, ammiriamo la recitazione di veri attori e la ricostruzione in computer grafica foto-realistica di creature realizzate originariamente a matita, apprezziamo in generale un “approccio moderno” che cerca di mettere il racconto più a contatto con i problemi della attualità. Con Alice in Wonderland di Burton e il suo seguito abbiamo conosciuto una “Alice più grande”, che oltre alle atmosfere del cartone animato ha poi vissuto altre avventure sempre però ispirate dall’autore dei libri Lewis Carroll. Anche il Libro della Giungla ha raccontato degli eventi successivi al cartone animato ma presenti nei libri, Malefica e Crudelia hanno invece molto ampliato la caratterizzazione di questi personaggi scrivendo storie sul loro passato. Per Mulan, Pinocchio e Aladdin la Disney ha cercato di calare maggiormente i personaggi nel contesto culturale da cui le storie originariamente provenivano, per Dumbo Tim Burton ha ampliato il mondo del circo seguendo una sua visione autoriale, di fatto innestando sul classico delle suggestioni del circo del suo Batman Returns. I live action non sono opere che vanno a sostituire i classici: sono anzi un modo ulteriore di omaggiarli, come i musical teatrali del Re Leone o di Aladdin che fanno ancora il tutto esaurito a Broadway scegliendo una direzione artistica autonoma quanto in grado di “strizzare l’occhio con gusto ai vecchi fan”. Rob Marshall noni si sottrae a queste regole di ammodernamento, parlando nella sua sirenetta anche di inquinamento marino, accoglienza dei naufraghi e  multietnicità. Si poteva accogliere alcune suggestioni sul gender, considerando che l’autore originale della favola, Hans Christian Andersen indirettamente avrebbe voluto affrontare quel tema, ma forse sarà per il prossimo live action. Marshall è uno che di musical se ne intende e La sirenetta prima di ogni altra cosa è un bellissimo e coloratissimo musical, grazie alle incredibili musiche originali del premio Oscar Alan Menken qui riarrangiate, nuovi brani e allo straordinario lavoro degli animatori e del cast vocale. La sceneggiatura, che anche in questo caso si preoccupa di ampliare la storia originale senza stravolgerla troppo è ad opera di David Magee, autore tra gli altri di Vita di Pi di Ang Lee e di Il ritorno di Mary Poppins, un altro film diretto per Disney sempre da Rob Marshall. Anche il direttore della fotografia, che ci racconta il mondo “in fondo al mare” con colori nuovi, quasi più “metallici e traslucidi”, è un collaboratore di lungo corso di Marshall come Dion Beebe, che lo ha accompagnato anche in un recente bellissimo quanto poco celebrato film musicale ispirato alle favole dei Grimm, Into The Woods. Viene da Into The Woods ma ha un passato che inizia con Edward Mani Forbice e ha seguito tutte le pellicole di Tim Burton la costumista Colleen Atwood. Per la protagonista Ariel la scelta è ricaduta su una cantante che molti iniziano a paragonare a Whitney Houston, Halle Bailey, con già alcune esperienze televisive alle spalle. Il granchio Sebastian, a tutti gli effetti il “secondo protagonista” della vicenda, è interpretato da uno degli interpreti di Hamilton, uno dei più importanti e acclamati musical moderni di Broadway e Awkwafina, che interpreta la sula bassana è una rapper di recente spesso prestata al cinema con esiti più che positivi, come nel Marvel Movie Shang-Chi. Tutto l’apparato produttivo messo in campo dalla Disney per La sirenetta versione 2023 è sontuoso, anche se si scontra giocoforza con alcuni dei “limiti noti” di tutti i live action Disney. Il primo tra tutti è la scelta di ricreare i personaggi di fantasia, come i classici animali parlanti, mettendo in campo una tecnologia foto-realista: il motivo per cui già Il re leone appariva più come un bellissimo documentario sugli animali della savana rispetto al film originale. Nella Sirenetta questo approccio realistico rende giocoforza Flounder più vicino a una triglia del banco del pesce che a un pelouche coccoloso giallo e blu. Sebastian rispetto alla sua incredibile espressività animata è incatenato da una corazza che ne limita di moltissimo la mimica. La “sula bassana” è stata scelta in luogo del gabbiano magari anche in ragione degli occhi più gradi e della espressione facciale “naturalmente più buffa”, anche se forse questo non basta. C’è da dire che i doppiatori di questi animali parlanti, tanto inglesi che italiani, svolgono sempre un ottimo lavoro, con una menzione speciale per Mahmood, bravo tanto nelle performance cantante che quando recita la parte. Anche i personaggi dal cartone animato cambiano molto la loro espressività in ragione di essere ora interpretati da attori reali. Bardem e la McCarthy riescono a rendere al meglio le rispettive parti, tutti gli attori sono in genere simpatici, ma purtroppo sono i protagonisti principali a non convincere appieno, Ariel ed Eric. Su Eric andiamo veloci: è vestito come nel cartone animato, ha un’aria un po’ assente, nell’insieme è abbastanza coreografico ma non riesce mai a trovare il giusto feeling con la Sirenetta. Passiamo ad Ariel. Sul piano degli outfit di Ariel (mentre il look di Tritone e di altri è magnifico), la vincitrice di quattro premi Oscar per i costumi Coleen Atwood sembra aver dovuto sottostare a scelte di produzione specifiche quanto decisamente “infelici” sull’uso di alcuni abiti tradizionali, come un vestitone a gonna lunga e una ambia fascia per raccogliere i capelli. Anche il look da sirena del personaggio sembra che sia stato reso deliberatamente meno sensuale e provocante, con una specie di body painting super coprente, che schiaccia ogni forma, e con la bellissima colorazione della coda e della pinna che vengono “smorte” in riferimento a una fotografia “piuttosto cupa”. Sul piano puramente espressivo l’Ariel a cartoni animati assomigliava a una piccola Rita Hayworth: giocava a sollevare la chioma rossa che le copriva gli occhi (sulla terraferma) tirando un soffio nervoso verso l’alto, sorrideva a trentadue denti e con gli occhi brillanti che saltavano fuori dalle orbite, gesticolava in continuazione apparendo carina anche quando faceva qualcosa di buffo, come arrotolare i suoi capelli con una forchetta. Aveva una straordinaria mimica che sopperiva al fatto che il suo personaggio dovesse essere del tutto muto, per via della maledizione, per una ampia portata della storia. Era innocente ma anche sensuale, mentre esibiva senza imbarazzo un bikini fatto di conchiglie. Halle Bailey non ha alcuna mimica, sorride, ha una bella voce ma non riesce a trasmettere la gioia e il carattere di Ariel. Il nuovo hair look con i deadlocks tribali le rende impossibile “giocare con i capelli” pur volendolo, con la scena della forchetta sopra citata che assume qui dei contorni terribili, quasi di imbarazzo e sdegno. La Bailey poi sembra non poter apparire quasi mai “anche” sensuale con il suo corpo, forse perché una ragazza in carne ed ossa che si muove come la Ariel a cartoni animati quando scopre di aver le gambe può oggi effettivamente essere considerata troppo provocante. Il personaggio della Bailey comunque esegue le coreografie di balletto come richiesto e gli effetti speciali aggiustano il tutto in un modo molto gradevole, ma si sente che manca qualcosa. Anche la storia, quando cerca di ampliare su nuovi aspetti interessante come le sorelle di Ariel o il passato di Eric, non riesce in verità che ad accennarli, anche se il film ha una durata molto più lunga dell’originale. 


Il nuovo live action Disney è un prodotto ben confezionato e che sicuramente non dispiacerà ai fan del film originale, grazie a un’ottima comparto produttivo, al cast tecnico e ad attori che in genere riescono a essere divertenti e bravi nelle molte scene di ballo, canto e non. Un po’ fuori fuoco i personaggi di Ariel ed Eric, Flounders e Sebastian se vogliamo pagano un po’ (come tutti i pesci) l’eccessivo realismo della messa in scena, ma hanno delle voci simpatiche. Belli gli effetti visivi e le nuove versioni delle musiche, un po’ cupa la fotografia generale che al cinema riesce però a rendere molto bene. La Sirenetta mantiene l’alto livello e le peculiarità dei live action Disney. Al netto delle considerazioni sopra esposte, se vogliamo dovute in gran parte a specifiche scelte artistiche già note, è un film gradevole, divertente e da gustare al meglio al cinema in una sala abbastanza ampia da farci sentire sul fondale marino. 

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lunedì 5 giugno 2023

The boogeyman: la nostra recensione dell’horror psicologico di Rob Savage tratto da Stephen King, dai produttori di Stranger Things e dagli sceneggiatori di A Quiet Place, con protagonista la “piccola Leia” di Star Wars

America dei giorni nostri. Nella sua casetta tra il verde che funge anche da studio, lo psicologo junghiano Will Harper (Chris Messina, già visto nell’horror “sull’ascensore” Devil) aiuta i suoi pazienti ad affrontare la loro “ombra”: scavando nelle loro paure più inconsce alla ricerca del modo più corretto per comprenderle e convivere con esse. Gli assistiti gli sono molto grati, ma non possono fare a meno di notare quanto triste e abbattuto si trovi il loro analista nell’ultimo periodo. Dopo che un incidente d’auto, sulle cui dinamiche lo psicologo ancora si incolpa, gli ha portato via per sempre la giovane moglie, lasciandolo solo con le sue due figlie, Sadie (Sophie Thatcher, vista nel fantascientifico Prospect a fianco di Pedro Pascal) e Sawyer (Vivien Lynn Blair, vista nel ruolo della piccola principessa Leia nella serie Disney+ Obi Wan Kenobi). Sadie è una liceale e cerca di trovare dei modi per non dover sciogliere per sempre il suo legame con la madre: passa molto tempo nella stanza dove lei dipingeva, indossa i suoi vestiti per farsi forza, prova a cercare su YouTube strani rituali per mettersi in contatto con il mondo dell’Aldilà e taglia fuori tutto il resto del mondo, vivendo sempre con gli auricolari con la musica abbastanza alta da non accorgersi quanto gli capiti intorno. Sawyer è ancora molto piccola e ha in genere tanta paura del buio, ma sa affrontarlo con una cameretta sempre illuminata da delle lucine colorate natalizie e dorme abbracciata alla sua inseparabile palla luminosa, che quando serve lancia nelle zone più buie per scacciare tutte le ombre più inquietanti. Vorrebbe stare un po’ di tempo in più nel lettone di papà, ma le sue ronde contro i mostri dell’armadio la riescono comunque sempre a tranquillizzare. Un giorno compare nello studio di Will uno strano nuovo paziente, di nome Lester Billings (David Dastmalchian). Lester ha più o meno la stessa età di Will e un tempo era come lui un genitore, prima che i suoi tre bambini morissero in circostanze tragiche quando misteriose. Lester ha scelto Will perché aveva letto sul giornale dell’incidente di sua moglie ed è convinto per questo che sia in grado di comprendere il suo dolore, ma appare in stato confusionale, parla di uno strano mostro che uccide i bambini quando nessuno può vederlo. Fa osservare a Will una specie di diario su cui uno dei suoi figli è riuscito a ritrarre questa creatura, che dice sia in grado di replicare la voce di chiunque e confondere la mente. Dice che lui è innocente, a dispetto di quando tutti hanno raccontato, anche se è stato fin dall’inizio l’unico sospettato delle loro morti. Will vuole prendere tempo, chiede di interrompere l’incontro per una boccata d’aria quando Lester scompare dallo studio. Sadie è a casa e sente dei rumori provenire dal ripostiglio al cui interno, nella penombra, trova il cadavere impiccato di Lester. La vita per Will, Sadie e Sawyer si fa di colpo ancora più strana. La più piccola inizia a essere aggredita da una creatura simile a un uomo glabro dagli arti allungati come un ragno, che si sposta tra il buio e il soffitto. Anche Sadie ha visto qualcosa nel buio mentre cercava di evocare la madre scomparsa con un rituale, ma non ha la certezza di quello che si è trovata davanti con precisione. Will, cercando di difendersi dal caos che lo sta circondando, nega ogni cosa e si butta sul lavoro, decide di portare la figlia più piccola da una terapeuta specializzata nell’affrontare la paura del buio, riuscendo solo a traumatizzare ancora di più Sewyer. Sadie vorrebbe al suo fianco un padre e non uno psicologo, ma il genitore non è in grado di soddisfare questa richiesta, con l’adolescente che si trova suo malgrado circondata da un gruppo di “amiche” (come nella migliore tradizione dei “ragazzini più orribili del mostri” della provincia americana, raccontati in molti libri di Stephen King) che trovano molto buffo deriderla in quanto orfana e con un tizio che si è suicidato in casa sua. Tutta questa  paura, come Mosters & Co. Insegna, sta in qualche modo “nutrendo la creatura” che vive nel buio, rendendola ancora più forte e pericolosa. Nel tentativo di trovare una soluzione Sadie contatta Rita (Marin Ireland), la moglie di Lester, che vive ormai da giorni senza dormire in una casa trasformata in una specie di campo da battaglia: dove con candele, riflettori e fucile a pompa cerca ancora di combattere con quella creatura che le ha portato via tutta la famiglia. Ma basteranno delle luci artificiali e delle bocche da fuoco ad avere la meglio sull’uomo nero?


Lo sceneggiatore del dramma psicologico“ di Darren Aronofsky Il cigno nero, Mark Heyman, scrive (in “momenti produttivi diversi”) insieme a Scott Beck a Bryan Woods, autori di A quiet place, questo film ispirato a un racconto breve di Stephen King del 1973, pubblicato nel 1978 nella celeberrima raccolta di racconti A volte ritornano (in originale Night Shift), che ha ispirato già molte trasposizioni cinematografiche e televisive (tra le più celebri Grano Rosso Sangue, Il tagliaerba, Brivido, The Mangler, A volte ritornano e il film a episodi L’occhio del gatto). Il regista inglese Rob Savage è diventato famoso nel 2020 per l’horror Host, tutto girato durante dirette Zoom con le telecamere di portatili e cellulari e in qualche modo diventato una interessante evoluzione del genere, nel contesto dei “distanziamenti sociali” del periodo pandemico del Covid 19. Il dato interessante dell’operazione era quindi fondere quello che a tutti gli effetti può essere stato per King il “prototipo di IT”, che avrebbe poi preso forma nel libro uscito nel 1986, insieme ai “mostri della mente” del Cigno Nero e alle creature della “tacitazione delle emozioni” di A quiet place. Come il Mimic di Del Toro questo “uomo nero”, se vogliamo una evoluzione diretta dei “Listeners” di A quiet place, si presenta a tutti gli effetti come una creatura che per “mangiare” dà fondo alla sua abilità di imitare le voci e confondersi con gli esseri umani, mentre risulta intelligentemente più sfumato il suo potere di “suggestionare” le prede, che di fatto può essere un effetto dello stato di paranoia nel quale vengono indotte le sue vittime. Dopo anni in cui il “babau” è sempre uscito dall’armadio delle camerette dei bambini, in questo The Boogeyman si esplora anche la possibilità che si possa rintanare in “luoghi diversi”, simbolicamente non meno suggestivi, interessanti e al passo dei tempi. La “lotta con il mostro” recupera alcune suggestioni positive di pellicole come Al calare delle tenebre del 2003 e Lights Out del 2016. Ogni horror che si rispetti ha bisogno di una final girl e la piccola Sawyer di Vivien Lynn Blair, la piccola principessa Leia della serie tv di Disney+ Obi Wan Kenobi, ha davvero tutte le carte in regola. È piccolissima ma coraggiosa e non intenzionata a scappare dal mostro, mentre si muove con il filo delle lucine colorate legato a tracolla come fosse un cinturone porta munizioni di Rambo o Commando, armata della sua inseparabile palla luminosa rimbalzante. È Sawyer che riesce ad affrontare il buio meglio e prima della sorella Sadie, interpretata dalla brava Sophie Thatcher, che appare spesso più sottomessa alle “bullette locali” e intenta a isolarsi dal mondo fino a che è proprio la piccolina a darle una bella “svegliata fraterna”. Il Will di Chris Messina è un padre ugualmente credibile nel suo dolore e nel modo più comune di affrontarlo, chiudendosi a riccio: il suo modo di non affrontare i mostri del buio risponde realisticamente anche allo stress a cui può andare incontro per la propria professione. Anche il personaggio di Rita di Marin Ireland non è banale e quasi tragico nel modo in cui cerca di affrontare le sue ossessioni. Maddie Nichols interpreta una “bulla” che è tale per delle ragioni, che vengono espresse in modo così sottile quando convincere da non farcela vedere solo come un personaggio solo bidimensionale. Tutto il cast in genere riesce a trasmettere il grande impegno nella costruzione e interpretazione dei rispettivi ruoli e il lavoro artistico legato al mostro e al mondo nel quale si muove ha degli spunti di sicuro interesse. La regia di Rob Savage, purtroppo, non riesce a valorizzare al meglio tutto questo potenziale messo in campo.  Forse per portare in sala un film degli autori di A quiet place serve davvero l’occhio per i dettagli e le sfumature umane di John Krasinski, in special modo anche alla luce della recente sceneggiatura di Scott Beck a Bryan Woods, che in sala ha preso la forma del modesto 65 - fuga dalla terra con protagonista il povero (e se ben diretto bravissimo) Adam Driver. Forse passare per Savage da un horror che è l’evoluzione aggiornata all’era social dello stile di Paranormal Activity può essere stato un triplo salto indietro carpiato, dove alla fine ha cercato un po’ di inseguire i classici come Amythiville Horror, aggiungendo una spruzzata del Babadook di Jennifer Kant, cadendo nella deriva un po’ “generica” di opere come Zeta vuole giocare, Come play, The other side: tutti  film che sanno intrattenere e regalare qualche spavento anche gustoso grazie a validi effetti speciali e giochi di camera, ma che il pubblico finisce per confondere tra loro. Anche il mostro, il boogeyman stesso, raccoglie delle idee non scontate in ambito di design e caratterizzazione, ma è come se non riuscisse ad “osare abbastanza”, valorizzandole al 100% e creando una creatura davvero iconica e riconoscibile. È un peccato perché l’atmosfera generale, la recitazione e le idee ci sono tutte, con la piccola Vivien Lynn Blair che qui è brava come quando recita Leia. 


The Boogeyman è un film basato su un racconto di King del 1973, interessante sotto molti punti di vista, ma che nella sua struttura piuttosto classica ha in qualche modo ingabbiato un regista che interpreta il genere horror in una chiave più moderna, digitale e legata al mondo dei social. Quella che ne esce grazie all’impegno di cast e tecnici è una pellicola comunque godibile e dotata anche di qualche spunto originale, con la quale passare insieme una bella serata all’insegna del brivido, saltando qualche volta sulla sedia, ma a cui manca quella marcia in più per diventare qualcosa di davvero memorabile. Chi ama in genere i mostri del cinema horror troverà nel nuovo boogeyman una creatura comunque interessante.

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giovedì 1 giugno 2023

Renfield: la nostra recensione della commedia horror di Chris McKay con protagonisti Nicholas Hoult, Awkwafina e un folle e tragico Nicolas Cage nel ruolo di Dracula

New Orleans dei giorni nostri. Uno strano tizio dall’aria emaciata e dai vestiti di un’epoca e usura indefinibili (Nicholas Hoult), segue per qualche strano losco motivo “Bob” alla sua riunione settimanale di supporto psicologico. Il tizio dice di chiamarsi Renfield e non sembra voler condividere con gli altri la sua storia, ma è un buon ascoltatore. Sente così di Kaitly, che a prima vista ha problemi con una persona molto egocentrica che la tratta malissimo e la costringe ad ascoltare tutto il giorno musica ska, ma in realtà c’è di più. Kaitly soffre a causa di quello che sembra a tutti gli effetti un autentico mostro. Nell’aria prendono forma parole come narcisismo e co-dipendenza ma a Renfield balena di colpo un’idea geniale: libererà la ragazza da quel mostro, dando quel mostro in pasto al mostro che da secoli tormenta lui: il conte Dracula (Nicolas Cage). Grazie a Dracula, trasferitosi di recente in città in un ospedale abbandonato dopo l’alluvione, Renfield può infatti vivere in eterno, dotato di superforza al fianco della persona più carismatica, divertente e straordinaria di tutti i tempi: Dracula per l’appunto. Questo a patto di essergli sempre fedele e rispettoso, solerte negli incarichi e disponibile 24 ore su 24, compiere piccole commissioni in orario diurno, dover mangiare in eterno solo dei vermi e dover portare al capo tante persone da dissanguare come arance. Lui ama molto dissanguare la gente come le arance, solo che un vampiro preferisce non cibarsi troppo di brutte persone o criminali vari, perché il sangue migliore proviene da persone buone di cuore, ”pure” e gentili tipo le suore e le cheerleader. A mangiare brutture la pelle si riempie di bozzi e diventa più grigia, arrivano i bruciori di stomaco, nausea e vomito: non è bello. Dracula in questo momento è così emaciato e smunto da sembrare quasi un fungo decomposto. Sogna come minimo un “pullman di cheerleader”, ma dopo un paio di secoli il suo servo Renfield gli appare “così distante”… ha questa specie di crisi, è demotivato e invece di portargli roba buona vuole “fare il giustiziere” e va a cercare solo questi tizi malevoli, indigesti in tutti i sensi. Oggi per l’appunto in menù ci dovevano già essere tizi laidi amanti della musica ska, ma questi allo stato dei fatti si sono forse rivelati molto più amanti delle droghe, motivo per cui Renfield è finito per confrontarsi pure con locale famiglia narcotrafficante dei Lobo, gente ancora più cattiva da mangiare. A seguito di un gran casino a base di proiettili, accette e smembramenti vari, nel piatto del vampiro arriva solo un enorme omaccione psicopatico decapitato, con addosso ancora il puzzo del sangue e le frattaglie di almeno altri dieci tipacci suoi pari. Una schifezza inimmaginabile per la quale starà male per un paio di mesi. Quasi “un affronto”, da parte del servo a quello che è stato più un padre che un padrone, l’unica persona al mondo che gli abbia davvero voluto bene per due secoli: Dracula per l’appunto. Ci sono oramai troppi indizi che il ragazzo dopo tanto onorato servizio non pensi più a lui come unico centro di gravità permanente della sua esistenza: il nuovo look dai colori pastello di Renfield, la sua scelta di vivere da solo in uno squallido appartamentino pieno di “gente comune” al posto del nuovo spaziosissimo covo infernale. Il suo avvicinarsi sempre più a una integerrima, e quindi socialmente perdente e squalificate, agente di polizia di nome Rebecca Quincy (la rapper Awkwafina) piena di inutili “buoni principi” e poi, per l’appunto, quel nuovo gruppo di auto-aiuto di Bob. L’ultima volta che Renfield si è sottratto ai suoi piccoli doveri di servo ingrato ha pure brandito contro Dracula un libro su “come affrontare un narcisista”, come una fosse una specie di moderno crocifisso del ventunesimo secolo. È troppo! Come si risolverà questo rapporto (quasi) paritario tra un “trascurato” signore onnipotente delle tenebre e un ometto che dovrebbe in eterno mangiare insetti ed essere felice per il suo unico padrone? Dracula si vendicherà, troverà nuovi servitori o farà di tutto per riavere indietro la persona che, pur umiliandola, da sempre ha sempre voluto al suo fianco? 


Nel 2023 arriva un nuovo film sulla “storia professionale e privata” di “celebri personaggi horror e dei loro devoti servitori”, un po’ alla maniera dell’interessante e non troppo celebrato Victor - la storia segreta del dott.Frankenstein, che nel 2015 reimmaginava e “aggiornava” il rapporto tra il celebre Mad Doctor (interpretato da James McAvoy) e Igor (un ottimo Daniel Redcliffe). Renfield si basa su un’idea del sempre più prolifico scrittore Robert Kirkman, l’autore dei celebri fumetti The Walking Dead e Invincible e qui in veste di produttore con la sua Skybound, ma la sceneggiatura è resa ancora più frizzantina e stralunata da Ryan Ridley, uno degli autori della dissacrante serie a cartoni animati, dallo humor “gioiosamente nero”, Rick e Morty. Lo scenario prescelto è la sempre più magica New Orleans, luogo affascinante quanto molto amato anche dai vampiri di Anne Rice, nella quale si sono svolte le riprese dal febbraio e l’aprile 2022 in alcune location molto iconiche, tra cui un deposito dei carri allegorici del carnevale e dei suggestivi locali notturni dalle atmosfere mistiche. Originariamente doveva essere diretto da Dexter Fletcher, il regista di Eddie The Eagle e del film su Elton John Rocketman, ma dal 2021 la palla è passata a Chris McKay, regista di Lego Batman The Movie ma anche della pazza serie tv animata Robot Chicken. Awkwafina, che interpreta la poliziotta Rebecca, è una musicista rap e attrice comica dalla mimica facciale incedibile e dalle battute al vetriolo (ricorda un po’ Whoopi Goldberg), che abbiamo già visto e apprezzato in Ocean 8, Jumanji Next Level e Shang-Chi (e interpreta inoltre in lingua originale il pellicano nel nuovo film della Sirenetta Disney, esibendosi anche in un brano rap) e non vedevamo l’ora di vedere all’opera in un film realizzato dai pazzerelli di Robot Chicken, Rick e Morty e Lego Batman. Nicholas Hoult fin dai trailer ha ancora dopo vent’anni l’eterna aria del bravissimo ragazzino con cui giovanissimo era cinema al fianco di Hugh Grant nel 2002, nella tenera commedia About a Boy, anche se nel recente The Menù ci aveva offerto una interpretazione davvero inquietante. Nel 2005 Hoult già divideva lo schermo con Nick Cage, in un rapporto padre e figlio molto contrastato e carico di problemi psicologici ma pieno di calore, nel surreale e malinconico The Wheater Man, per la regia di Gore Veribinski. Inoltre Hoult ha già ricoperto un ruolo dai contorni “paranormali e umani” se vogliamo simile al “famiglio” Renfield, interpretando l’interessante horror Commedy Warm Bodies di Jonathan Levine, dove si è dimostrato ancora un bravissimo ragazzo, quanto nello specifico un originalissimo e buffo “zombie moderno e sensibile”, in grado di scegliere quanto più possibile una “dieta vegetariana” pur di poter ri-provare l’amore. Questa volta l’attore inglese viene giocoforza messo a confronto con forse il più celebre Renfield degli ultimi anni, protagonista del Braham Stoker Dracula di Francis Ford Coppola (Coppola che è zio di Nicolas Cage ed è stato suo consulente particolare per questo film): il musicista Tom Waits. E poi c’è ovviamente lui, Nicolas Cage, che torna a interpretare un ruolo da sempre a lui molto caro. Da giovane si autoproclamava il Californian Klaus Kinski, in ossequio all’attore leggendario che è stato sia Renfield al fianco del Dracula di Christopher Lee (Il Conte Dracula, nel 1970, di Jesus Franco) nonché Nosteratu nel film di Werner Herzog del 1979. Cage ha spesso raccontato che da ragazzino guardava suo padre, August Coppola, come a un uomo austero quanto autorevole, intento a osservare e controllare ogni cosa con ossessione, quasi fosse l’incarnazione stessa del Dracula di Bela Lugosi. Se lo ricorda spesso nel buio del proiettore cinematografico del soggiorno, dove quando era piccolissimo aveva visto il vampiro per lui più terrorizzante di sempre: il Nosferatu di Mark Schreck (che nel 2024 riceverà un nuovo adattamento a cura di Robert Eggers), sulla cui lavorazione Cage stesso aveva prodotto il (bellissimo) film L’ombra del vampiro, con Willem Dafoe. Quando nel 1989 Cage, a 25 anni, ha affrontato il suo ruolo-cult da protagonista, in Vampire’s Kiss - Stress da vampiro, impersonare per lui un vampiro è stato invece simile a provare “uno stato di ebbrezza”: con la sua performance voleva rappresentare tanto gli effetti (prima di forza assoluta poi di estrema debolezza) della “dipendenza dalle droghe” (come fatto in parte anche dai vampiri di Ragazzi Perduti, del 1987) quanto le “situazioni tossiche” (anche e soprattutto sentimentali) cui andavano sempre più incontro i giovani “nuovi vampiri”: gli imprenditori di successo degli anni ‘80,  i cosiddetti “yuppies” (raccontati in Italia dal film con Calà e Boldi, ma in America con Wall Street di Mann). Il film non fu capito, la performance di Cage fu giudicata “bizzarra”, oggi molte scene sono dei famosissimo meme sui social, ma è ancora uno dei sui film più amati dai fan. Con Renfield Cage può impersonare un vampiro ancora diverso, ma non meno ironico e satirico, in considerazione del cast e degli autori coinvolti. 

Tom Waits nel Dracula di Coppola degli anni ‘90 mangiava con stile gli insetti e viveva già un difficile rapporto con il “suo Dracula”, interpretato da Gary Oldman. Continuamente nella sua camicia di forza ripeteva: “io sono il vostro servo, servo solo voi!” con le lacrime agli occhi, mentre il suo padrone sembrava ricordarsi di lui sono di sfuggita, mentre riviveva nello sguardo di una ragazza immortalata in eterno su un ciondolo (Winona Rider) il grande amore perduto della sua vita. Oldman era un Dracula ammaliatore e manipolatore “del ventesimo secolo”, che si faceva stupire solo dalla “nuova immortalità” del cinema. Il Renfield di Waits era per Dracula molto poco affascinante e quindi soffriva, veniva trattato con disprezzo e lui era in risposta costantemente in disordine, arruffato e in stato confusionale. Il Renfield di Hoult è “uscito dall’hangover” (dalla sbornia) in cui vegetava il personaggio di Waits, perché il Dracula di Cage, del ventunesimo secolo, è molto meno onnipotente e seduttivo, quasi un “boomer”. Nella società del trionfo dell’apparenza e della auto-rappresentazione, dove tutti sui social ostentano potere e sicurezza, Dracula è seduttivo “quanto basta e quanto altri”, risultando quasi triste quando ostenta dei look (pur bellissimi!!) ispirati al Dracula di Christopher Lee ma (tragicamente) tessuti in un cuoio nero troppo vintage. È un po’ come Fantozzi che si tinge i capelli per sembrare un ventenne. Inoltre, come “signore del male alla ricerca di vergini pure” per berne il sangue più “genuinamente biologico”, forse pretende “portate” non più nei menù da tanto tempo, anche perché nel film sembra che in quella New Orleans “i buoni” non esistano quasi più o se ci sono sono destinati a finire malissimo in qualche sparatoria. Sul suo nuovo “trono” nell’ospedale abbandonato (bellissimi i set) Dracula siede circondato da corone di flebo piene di sangue anonimo: una creatura al lumicino, quasi in dialisi, che si arrampica più che può a quello che è il suo unico Caregiver, il suo badante più che il suo servo, il “famiglio” del vampiro che diventa unico familiare accudente: Renfield appunto. Questo rende ancora più evidente che la “dipendenza da un’altra persona” è nei fatti (quando le manipolazioni falliscono) molto più un problema di Dracula che del suo servo. Renfield ricomincia dopo secoli di “io sono il vostro servo, servo solo voi!”, in cui tra i soprusi si era anche goduto l’ebbrezza dell’onnipotenza “riflessa” del suo padrone (il Renfield di Hoult non lo nega affatto!!), a “riprendersi i suoi spazi”. Hoult riprende Waits e “continua il suo personaggio” partendo dalla mimica e movimenti quasi da ragno, nonché la tragicità dello sguardo, per poi sempre più scoprire di poter cambiare. Sullo schermo questi ragionamenti creano proprio quel tipo di situazione esilarante, esasperata, buffa ed esagerata che ci si potrebbe aspettare dagli autori di Rick e Morty. Renfield inizia a scoprire di poter vivere in un mondo così pieno di luce da voler indossare, in una spinta di “positività”, terribili maglioncini color pastello, quando finisce continuamente in situazioni piene di sangue e delinquenti, dove il film si trasforma in un action a base di arti marziali, super poter e corpi fatti letteralmente a pezzi in esplosioni varie, in momenti dall’altissimo e gioiosamente immotivato splatter. Sono sequenze così esagerate nel loro tasso di distruttività, interpretate con molta convinzione “scenografica” da parte di tutto il cast, da diventare innocue e far ridere, in puro “stile Deadpool” o “stile Kingsman” se preferite, ma soprattutto in “stile Rick e Morty” (che è un cartone  animato buffo ma per adulti), quando vengono realizzate alla lettera pure le classiche “minacce in romanesco” del tipo: “ti stacco le braccia e te ce meno”. Sono scene molto ben realizzate a livello visivo, super movimentate quanto estreme, in cui i personaggi si esibiscono in robe assurde come camminare sui muri stile Matrix, trasformarsi in un mucchio di pipistrelli, dare pugni così forti da aprire in due una persona. Quando “le stragi vengono messe in pausa”, esattamente come avviene nelle puntate di Rick e Morty, i due personaggi principali iniziano a battibeccare: uno ribadendo la sua irrinunciabile necessità di essere libero che viene sempre compressa, l’altro portando l’attenzione sulla importanza per il bene dell’universo che il compagno di avventure lo aiuti senza fiatare. La dinamica è questa, ma Cage ha dichiarato anche che per il rapporto del suo Dracula con il servo/famiglio ha pensato di ispirarsi anche alla Anne Bancroft nel ruolo della Mrs Robinson del film Il Laureato: una delle più celebri “manipolatrici emotive” della storia del cinema. È una nota ulteriore e originale che suggestivamente traspare ma nella direzione non viene troppo seguita con convinzione preferendo un approccio diverso, forse in questo perdendo un’occasione. Anche grazie a questa “limitazione” i due attori a ogni modo riescono bene a inscenare sullo schermo un continuo e gustoso “balletto emozionale” in cui appaiono evidenti tutti gli alti e bassi di una relazione tossica: ogni tanto sembrano padrone e servo, a volte maestro e allievo, qualche volta padre e figlio, qualche volta nemici mortali. Con questo Dracula, proprio grazie alla interazione molto convincente raggiunta con Nicholas Hoult, Cage ha dichiarato di essere riuscito a tirare fuori molti aspetti caratteriali di suo padre August. Questo ha di fatto reso la sua interpretazione davvero molto diversa dal solito, modificandone profondamente la mimica e il modo classico di parlare ed esprimersi. È un Dracula che preferisce parlare a denti stretti piuttosto che urlare, biascicando come un gangster e sfoderando i suoi poteri da vampiro solo quando occorre, come una pistola automatica. È una delle prove d’attore più sentite e uniche del Californian Klaus Kinski, un Cage che non conoscevamo, che affronta la parte con quasi religioso rispetto, pur preservando l’ironia necessaria al contesto, decidendo di non eccedere mai troppo nei toni e mettendosi più volte a pieno servizio di Hoult. In un modo diverso ma simile ai tempi di Joe, dove si metteva da parte per far risaltare Tye Sheridan. Hoult risulta ancora una volta un bravissimo ragazzo come nel 95% della sua attuale filmografia, confermando che è anche grazie a questo “candore” che anche per riesce a stare sulla scena “con garbo” tra zombie e vampiri, dimostrandosi il protagonista ideale di una commedia horror: con una ingenuità che possiamo in qualche modo accostare quasi all’Edward Mani di Forbice di Johnny Depp. È allampanato e strano come in Warm Bodies, ma con quello sguardo da eterno fanciullo pur nascosto da occhiaie e trucchi cadaverici riesce a “normalizzare” anche questo mondo pieno di vampiri, narcotrafficanti, narcisisti e co-dipendenti. Interessante, ma forse non esplosiva come poteva esserlo sulla carta, il personaggio di Awkwafina, che di fatto aiuta Renfield nel suo processo di “crescita personale” vivendo in parallelo alcune situazioni simili a lui e condividendo quasi tutte le ben riuscite scene d’azione. L’intesa tra i due attori traspare, ma è come se ci fosse sempre una barriera invisibile che limiti il loro coinvolgimento emotivo, come se la direzione scegliesse di nuovo, per legittime scelte di target, di glissare sul discorso sentimentale, forse per non mettere troppa carne al fuoco (magari in un sequel però…). Molto simpatici tutti gli attori che danno vita agli smargiassi ed eccessivi “cattivi non soprannaturali” della famiglia Lobo, piccolo ma gustoso il ruolo di moderatore del gruppo di mutuo-aiuto rivestito da Brandon Scott Jones.


Renfield è un film divertente e ricco di azione che sotto tutti i punti di vista dimostra di uscire dalla penna di uno degli autori del cartone animato per adulti Rick e Morty. Tante sparatorie esagerate e battutacce sullo stile di Deadpool e Kingsman, due interpreti principali molto coinvolti e “compici” in grado di sviluppare perfetti tempi comici quanto una non banale dinamica tra i rispettivi personaggi, una New Orleans straordinaria a fare da scenario e, ultima ma non meno importante, una durata complessiva di novanta minuti che rende il film ulteriormente godibile. Simpatico il cast di supporto, gioiosamente irriverente la lettura “aggiornata” del vampiro di Stoker proposta, con tantissimo sangue messo in scena in modo così esagerato e parossistico da fare il giro e risultare innocuo (ma comunque i non amanti dello splatter sono avvisati).

Renfield è un film adatto a una serata all’insegna dell’intrattenimento più “liberatorio”, disimpegnato e leggero, con tante battute, tanta finta emoglobina esibita, tante scene d’azione di stampo quasi supereroistico, un piccolo gradevole accenno di “psicanalisi” sui temi ormai ampiamente sdoganati sui sociali (purtroppo spesso in modi un po’ naif) come “narcisismo e co-dipendenza”. È una commedia horror realizzata con tanto amore per i film sui vampiri del passato, che omaggia il genere in modo fresco e con un simpatico punto di vista sull’attualità. Se amate Rick e Morty o l’umorismo ingenuo di Lego Batman può essere una buona scelta per passare una serata al cinema. Se amate Cage e i vampiri che riescono ad apparire anche ironici è una visione più che consigliata. 

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giovedì 25 maggio 2023

Campioni: la nostra recensione della commedia sportiva di Bobby Farrelly su una squadra di giocatori di basket molto speciale

America dei giorni nostri, Stato dell’Iowa. Il cinquantenne ma ancora affascinante Marcus (Woody Harrelson) è un allenatore pieno di talento delle basse divisioni, che sogna la prima serie, l’NBA. Legge libri che insegnano a essere “vincenti nella vita”, non è per le relazioni stabili e per gli amici “troppo stretti”, ha il giusto istinto per interpretare il basket e conosce le strategie vincenti. Purtroppo, a causa della sua continua tendenza a “voler avere ragione”, dimostra scarsa empatia nei confronti dei giocatori ed entra in continui conflitti pure con gli allenatori più pacifici, che spesso deflagrano in vere e proprie zuffe in diretta tv. Dopo aver girato mezzo mondo insieme al suo caratteraccio, per Marc si prospetta la definitiva fine della carriera dopo avere steso il mite Phil Peretti (Ernie Hudson) per una sostituzione negata in una partita già persa. Marcus è particolarmente depresso e piuttosto ubriaco, quando finisce con la sua auto dritto su delle volanti della polizia parcheggiate. A tirarlo fuori di prigione è proprio Phil, che gli comunica contestualmente con gentilezza il suo licenziamento, mentre una terribile giudice, soprannominata “Bloody Mary” per il suo pugno di ferro nei confronti di chi guida ubriaco, lo condanna a tre mesi di servizi sociali, da “scontare” come allenatore di una squadra di atleti con disabilità. In alternativa il carcere. Marc accetta anche se non sa niente di niente in tema di disabilità, perché è convinto di poter essere comunque un allenatore valido per chiunque. È così pronto a fare il suo ingresso in una palestra un po’ fatiscente, per le ristrettezze del “budget legato al sociale”, per conoscere la squadra di basket dei “Friends”, l’ultima tra le ultime nella classifica dei para-atleti. C’è Johnny (Kevin Jannucci), che si occupa di un rifugio di animali, ama il karaoke senza musica di sottofondo, ha una strana paura per l’acqua e una bellissima sorella. Sarebbe in campo una buona “guardia”, ma quando gli si dice di fare un pick and roll si blocca a metà azione. Darius è un buon lavoratore, un figlio devoto e sarebbe pure un vero fuoriclasse come playmaker, ma a ogni richiesta dell’allenatore dice “no”, qualsiasi sia l’argomento o la circostanza, “no” e si rifiuta praticamente di giocare in ogni occasione, per colpa di un brutto trauma. Marlon (Casey Metcalfe) parla un numero spropositato di lingue, sa fare al volo calcoli complessi sulle traiettorie aeree, ama le “longitudini” e ha un corpo molto fragile, che per giocare copre di ginocchiere e parastinchi. È un buon centrale perché sa buttarsi a testa bassa in ogni scontro, ma per lo stesso motivo qualche volta ne esce con qualche arto contuso. Benny (James Day Keith) è un'ottima ala, con un buon intuito e abile sotto canestro, ma lavora come uno schiavo in un ristorante che ampiamente abusa del suo spirito di sacrificio riempiendolo di straordinari, quindi non c’è mai. “Showtime” (Bradley Edens) conosce ogni ballo della vittoria di ogni giocatore della NBA, ma è fissato con i tiri alla cieca all’indietro, che sono quasi impossibili anche per i professionisti. Craig (Matthew von der Ahe) è versatile ma troppo fissato con il sesso, Cosentino (Madison Tevlin) è una prima donna ma sa farsi rispettare e segnare, Arthur (Alex Hintz) è veloce nei passaggi ma tira a caso. Sono tutti speciali a loro modo e tutti ampiamente “affinabili” e così Marc, che prima faticava anche solo a parlare con i giocatori per qualcosa che non fossero gli schemi di gioco, dovrà qui per forza imparare a conoscerli uno a uno per la prima volta, sbagliando e riprovando più volte. Sarà aiutato dell’esperto allenatore in seconda Julio (Cheech Martin) e della sorella di Johnny, Alex (Kaitilin Olsen), attrice Shakespeariana per spettacoli scolastici del dopopranzo e autista improvvisata della squadra, in mancanza di fondi pubblici per un vero bus. Ma soprattutto sarà aiutato da quei ragazzi. Marc si sentirà all’inizio come un pesce fuor d’acqua, ma con il tempo e la loro conoscenza l’idea di arrivare al campionato regionale inizierà a concretizzarsi. A torto di un'apparenza fragile, i suoi giocatori sono di fatto una squadra molto affiatata e il basket riesce a tirare fuori il loro talento. Forse il rissoso allenatore ha trovato il suo posto nel mondo al di fuori della sognata NBA.


Bobby Farrelly insieme al fratello Peter nel 1994 esordiva alla regia con Scemo e + Scemo e avrebbe trovato di lì a poco il grande successo con Tutti Pazzi per Mary, diventando tra il novanta e il duemila un vero autore di riferimento per il cinema comico e demenziale. Un cinema che ha portato in scena situazioni e personaggi sempre stralunati e sopra le righe, che hanno reso celebri interpreti come Jim Carrey, Ben Stiller e Jack Black, ma al contempo un cinema che ha saputo parlare in modo non banale di famiglia, diversità e disabilità, usando un linguaggio semplice quando inclusivo, affettuoso e rispettoso. Nel vortice di gag visive e doppi sensi in cui ogni personaggio viene coinvolto durante queste commedie, la goliardia “più dura” (che porta a risvolti di pena quasi “danteschi”) dei Farrelly è un’arma sempre indirizzata ai “cattivi della storia”: a chi pecca di insensibilità, imbroglia o esercita il potere in modo cinico e arbitrario. L’empatia invece diventa un valore autentico, la cui consapevolezza e sviluppo è in grado di orientare le scelte dei protagonisti fino a modificarne il karma e il loro rapporto con il mondo, che si fa “gentile” più loro riescono a essere gentili. I film dei Farrelly sono quindi film comici esagerati ma racchiudono tante sfumature interessanti, spesso satirici, che li fanno leggere quasi come delle favole moderne. La struttura di Campioni, che è l’adattamento di un film spagnolo ad opera di Mark Rizzo (che come autore ha lavorato ai dialoghi della serie tv Gravity Falls), ricorda per molti aspetti un altro film del 2005 prodotto da Bobby Farrelly, The Ringer, con Johnny Knoxville. Sono qui ancora in scena degli atleti con disabilità con la “missione” di cambiare il karma di un “uomo molto arrabbiato con il mondo”. La storia è come in quel caso semplice e leggera, con una struttura molto classica, ma l’attenzione data allo sviluppo dei personaggi con disabilità non è per nulla scontata e rende l’opera qualcosa di speciale. 

“Campioni” sono per la lunga italiana coloro che “scendono in campo”, mettendosi in gioco con le loro forze e i loro sogni al servizio di una comunità (o un lord, essendo la parola inizialmente di uso cavalleresco, ma non andiamo fuori tema). Un vero “giocatore”, come invece ne cantava le qualità De Gregori nella celebre La leva calcistica della classe ‘68, “lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. I para-atleti di Bobby Farrelly, tutti interpretati da bravissimi attori con disabilità, sintetizzano al meglio questi due concetti, in queste due specifiche accezioni. Vengono descritti come persone che si mettono in gioco a tempo pieno, nel lavoro come nello sport, non volendo giustamente essere trattate con condiscendenza o superficialità per i loro problemi di salute. Sono persone che aspirano a un'indipendenza, nonostante i timori dei loro familiari, qui incarnati dallo sfaccettato personaggio di Alex, che li vedono sempre troppo indifesi nei confronti del mondo e temono di non poter continuare a proteggerli h24. L’impegno di questi atleti nello sport è prima di tutto un'occasione di incontro e sostegno reciproco, con l’atmosfera delle partite che è più simile a una festa che a una guerra, dove nelle squadre non ci sono davvero vincitori e vinti. Tutto questo è felicemente anni luce dai “canoni della competitività” imposti dal mondo moderno e di cui è “malato” il personaggio di Marc, del bravo Woody Harrelson. L’allenatore dovrà imparare non senza sforzo che giocare una partita non è per forza sinonimo di “vincere”, quanto di “stare su quel campo”, essere altruisti, fantasiosi e coraggiosi, come fanno gli autentici campioni. È questo lo “sguardo positivo sul mondo”, che attraversa tutta la visione di un film che vuole essere da sprono per guardare alla disabilità con occhi diversi, scoprendo l’incredibile forza e l’entusiasmo dei giocatori della “Friends”. Woody Harrelson si fa “trascinare dentro” questo mondo con un particolare occhio di riguardo e affetto per tutti i bravi attori con disabilità coinvolti: sul set è nata una bella sinergia e complicità che ha portato a scene molto divertenti e stravaganti, ma anche a contestuali scene piene di affetto e sensibilità come vuole il marchio di fabbrica ormai storico dei fratelli Farrelly. Kaitilin Olsen, Matt Cook (che interpretata “l’aspirante amico” di quell’orso di Matt), Ernie Hudson e Cheech Martin costituiscono un ottimo cast di supporto, nel ruolo di personaggi che in qualche modo “guidano verso la sensibilità” (e la conseguente “farrelliana armonia Kamica”) il personaggio di Marc.  Molto colorata la fotografia, appropriata la colonna sonora a base di pezzi ritmati e divertenti (con nei titoli di coda di una bella sorpresa). Il montaggio rispetta alla perfezione i ritmi della commedia e diventa giustamente più concitato durante le partite, ben descritte nelle varie fasi e ruoli. Un plauso anche al doppiaggio italiano, per il quale sono state scelte le voci dei nostri atleti para-oliminci, che si sono prestati alla sfida con entusiasmo e passione. 


Campioni è un film sullo sport visto come luogo di incontro, gioia, inclusività e solidarietà. È un film dedicato alle persone con disabilità e ai loro familiari, leggero e divertente, carico di momenti emozionanti, di gioco e di risate, ma anche pieno di piccoli spunti interessanti sui bisogni di autonomia nell’età adulta, sulla sessualità e sulla gestione della dimensione lavorativa (dove il personaggio di Benny piacerebbe magari pure a Ken Loach). È una pellicola che quindi può fare anche riflettere, ma soprattutto un film per chi ama il basket o vuole semplicemente passare un paio d’ore in serenità e uscire dalla sala con un bel sorriso. 

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mercoledì 24 maggio 2023

Fast X: la nostra recensione del decimo capitolo della saga con protagonista Vin Diesel, diretto questa volta dallo specialista Louis Leterrier

Nel “Fast’n’Furious-verso” dei giorni nostri è arrivato Dante (Jason Momoa) ed è intenzionato a portare Dom Toretto (Vin Diesel) e soci all’inferno. Dante Reyes è un signore del crimine di Rio, grosso come un armadio e spesso vestito di completi rosa sgargianti. Ama giocherellare con i sui lunghi capelli raccogliendoli in treccine colorate, sa pronunciare le parolacce in tutte le lingue con una ottima dizione, ride e ammazza gente in continuazione come il Joker di Batman, non si tira mai indietro se c’è da menare, correre in auto o in moto, sparare o accoltellare: è una gioiosa macchina di morte. Dom, l’asso delle corse clandestine ora promosso a super agente segreto del governo, è altrettanto grosso e temibile con le sue canottiere attillate, l’incredibile istinto nella guida di ogni tipo di mezzo conosciuto e sconosciuto, la dimestichezza con armi da fuoco, armi bianche, frasi da macho ad effetto. Ma ormai è padre, la sua “famiglia” è troppo grande e ricattabile e i muscoli, i motori e i giochini psicologici per cui è sempre risultato il più “cattivo del vialetto” non gli riescono più come in passato. Ed è proprio da quel passato (dagli eventi raccontati in Fast 5) fatto di rapine, sparatorie e inseguimenti impossibili che arriva Dante, uno a cui Toretto ha fatto dei torti senza nemmeno accorgersene. Il succo è che Dom ha cambiato la vita di Dante in peggio e per questo Dom ora non solo “deve morire”, ma deve proprio provare il massimo dolore possibile. Deve sentirsi defraudato, povero, solo e distrutto, dimostrando a mani basse che Dante è più veloce e furioso di lui. 

La “caccia a Toretto e soci” parte da Roma, dove Dante ha personalmente allestito la più grande e spettacolare trappola esplosiva di sempre, fregando anche gli scienziati pazzi del gruppo di Dom, Tej (Ludacris) e Ramsey (Nathalie Emmanuel). Una trappola che trasformerà agli occhi del mondo i nostri eroi in terroristi, ricercati con taglie da più zeri con il bancomat bloccato. Il tirchissimo Roman (Tyrese Gibson) proverà per la prima volta la sgradita sensazione di dover prestare dei soldi ai suoi amici, ora che sono tutti in bolletta. Il silenzioso Han (Sung Kang) forse dovrà fare a meno dei suoi inseparabili pacchetti di patatine. Anche il figlio di Toretto (Leo Abelo Perry) sarà un obiettivo dei piani di Dante, ma a soccorrerlo e proteggerlo in giro per il mondo interverrà un muscoloso quanto tenero zio Jacob (John Cena).


Il direttore dell'“agenzia” Mister Nessuno (Kurt Russell) risulta ancora scomparso, Hobbs (Dwayne Johnson) sembra altrove, ma Dom potrà avere il supporto di sua figlia Tess, novella “Miss Nessuno” (Brie Larson) e forse anche di un nuovo muscoloso quanto molto diffidente comandante (Alan Ritchson). Un insperato aiuto potrebbe arrivare pure dalla signora del crimine Cipher (Charlize Theron), ma solo dopo che Letty (Michelle Rodriguez) l'avrà trovata e finito di vendicarsi su di lei a cazzottoni per tutti i casini che ha procurato alla sua famiglia. Qualcuno sta allertando il super 007 Shaw (Jason Statham), ma forse la cavalleria non arriverà in tempo perché Dante picchia durissimo, ha contatti nelle sfere più alte, ha sottratto a Toretto la super arma “Occhio di Dio” e ora sta sempre dieci mosse avanti a tutti. Questa volta si gioca davvero pesante e forse correre a tutta velocità trascinando elicotteri o percorrendo dighe che esplodono in verticale non basterà per salvare la situazione. 


Lo specialista Louis Leterrier, regista di action come Danny The Dog, Transporter: Extreme e Now you see me: i maghi del crimine (ma anche di Incredibile Hulk con Norton e di Scontro tra titani) approda al franchise di Fast And Furious per una storia, ancora scritta da Justin Lin (da Tokyo Drift insieme a Diesel i veri plasmatori della saga), che negli ultimissimi giorni è stato confermato essere la “prima parte” di un trittico il cui capitolo due arriverà nel 2024 in sala. Una trilogia che secondo le intenzioni chiuderà tutti i rami narrativi aperti e culminerà con il passaggio di testimone a una nuova generazione di interpreti veloci e furiosi, sullo stile di Avengers: End Game. Dopo il film con i sottomarini e le super calamite (l’8) e il film in cui i nostri eroi andavano pure con un’auto munita di razzi nello spazio (il 9), sembrava che la saga dovesse percorrere ancora con più forza la via che la stava avvicinando, più che al cinema “action solido” di Frankenheimer, ai cartoni animati anni’80 come M.A.S.K. e G.I.Joe. Così di fatto avviene, anche se la mano esperta di Leterrier, al netto delle “doverose esagerazioni”, riesce ancora a mascherarlo, soprattutto in alcune macro-sequenze memorabili, come la lunga e magnifica “gita a Roma”. Qui a tratti si avverte ancora la “gravitas” di un inseguimento tra traffico e strade strette, incastonato tra cose che esplodono e si incendiano, dove un incidente può non risolversi per forza con qualche piccolo graffietto come nei film dei supereroi. È una pur piccolissima “dose di realismo”, ma che basta in molti casi per farci appassionare un po’ di più al destino del personaggio e renderceli per questo motivo anche più simpatici. Non è forse un caso se una delle parti più riuscite del film è il viaggio del “piccolo Toretto” Brian Jr al fianco dello zio Jacob: quasi un film a parte stile pellicola per ragazzi anni ‘80, dove si avverte un certo senso di fragilità e ignoto, al netto della simpatia e complicità che entrambi gli interpreti riescono a infondere nei loro personaggi. Davvero bravissimi sia John Cena che Perry.  Molto riuscito quanto esageratissimo è anche il villain di Momoa, Dante, il più cattivo di tutti i cattivi finora apparsi nella saga, ma anche il più divertente e sopra le righe, in grado con la sua simpatia ed eccentricità di rubare sempre la scena. Momoa sembra essersi divertito un mondo nell’interpretarlo e trasmette a pieno la carica incendiaria e anarchica di questo personaggio. Convincente anche Vin Diesel, il cui personaggio spesso qui si trova a percorrere vie solitarie, circondato da persone che nella maggior parte dei casi gli sono nemiche o hanno nei suoi confronti un comportamento ambiguo. È un Toretto che incassa colpi durissimi, si sente spesso davvero fragile e impotente, cerca di andare avanti più con la disperazione che con la strategia. È un Toretto per molti versi “cucito addosso” al Vin Diesel di oggi, che a monte di una carriera straordinaria ha anche avuto molti alti e bassi e forse è un po’ vittima dei suoi personaggi. Come accade in tutti gli ultimi film della serie Fast, per stare sulla scena tra un inseguimento e l’altro la maggior parte dei personaggi deve invece fare un po’ a gomitate, sperando di avere almeno qualche sequenza in grado di svilupparli con più precisione. È il classico problema di overbooking e Leterrier cerca di risolverlo in vari modi. “Pacchettizza” il gruppo di Roman, Taj, Ramsey e Han in un modo divertente, sempre pronti a sprigionarsi quasi in linea comica. Ma alcune delle sequenze action più belle riguardano proprio il loro gruppo, con menzione speciale per Han che guida a Roma con maestria una Alfa dei tempi d’oro. Il regista riesce alla grande anche nella non facile sfida di far interagire insieme le sue prime donne Letty con Chiper, impastate in una relazione forzata che da subito esplode come un continuo catfight. Sono entrambe sempre bellissime e tostissime. Poco spazio per la bella Brie Larson, del cui personaggio sabbiamo che sa menare alla grande e che ha una certa passione per le scarpe da dominatrice sexy piene di borchie. Pochissimo spazio per Statham, che compare e scompare più o meno nella stessa scena che già compariva nei titoli di coda di Hobbs & Shaw. È chiaro che sono personaggi che troveranno una migliore collocazione nella parte due o tre di questa mini-saga e un po’ dispiace, ma succedono davvero tante cose in questa pellicola, compresi alcuni colpi di scena inaspettati.

Il nuovo film di Leterrier scritto da Justin Lin incarna a pieno i dettami della serie Fast and Furious, nel suo essere un po’ tamarra e forse pure un po’ melodrammatica, genuinamente “semplice”, con zero pretese drammaturgiche e tanta azione matta, consapevole di essere divertente essenzialmente come stare a giocare con le macchinine sulla spiaggia quando avevamo otto anni. Un mega-fumettone, un ottovolante stilizzato e colorato costruito solo per divertire i bambinoni di tutte le età amanti delle macchinine. 


Il “playset di Roma” è esagerato e affascinante quanto il playset dello squalo-parco delle Hot-Wheels. John Cena e Jason Momoa sono enormi e divertenti come lo era Schwarzenegger negli anni ‘80. Vin Diesel continua a seguire la via dell’eroe malinconico come lo era Stallone negli anni ’80. Ci sono Charlize Theron, Michelle Rodriguez, Brie Larson nella stessa pellicola e sono tutte bellissime e agguerritissime. Ci sono ovviamente il meglio delle muscle car, delle macchine d’epoca e pure dei veicoli militari pieni di razzi e missili. 

La colonna sonora è sempre potente e adrenalinica, la fotografia calda vi porterà dalla città eterna a Rio passando per feste notturne, basi segrete sotterranee, dighe vertiginose e canyon. Fast X è il giocattolone che prometteva di essere, divertente per tutte le sue quasi due ore e trenta di durata. Ha un finale volutamente aperto verso un film che uscirà nel 2024 e forse questo un po’ può dispiacere, ma se amate questo genere di film e vi siete già visti 10 Fast And Furious (contando lo spin-off) non abbiate remore ad andare in sala e tornare un po’ bambini. 

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lunedì 22 maggio 2023

Le proprietà dei metalli: la nostra recensione del film di esordio al lungometraggio di Antonio Bigini su un bambino con il potere di piegare i metalli

Siamo negli anni ‘70, in un paesino di contadini del Appennino Tosco-Emiliano di nome Cava. Pietro (Martino Zaccara) è un ragazzino di una decina d’anni con uno strano dono per il quale tutti in paese lo definiscono “mago”, anche se lui vorrebbe solo essere guardato come un semplice bambino. Pietro maneggia come nessuno chiavi, cucciai e altri piccoli oggetti metallici,  percependolo intimamente la singolare natura di ogni materiale e saldatura. Ci sono oggetti caldi, morbidi e che emanano quasi uno strano colore verde. Altri sono frizzanti, colore blu intenso e al tatto simili ai gatti. Altri ancora sono freddi, bianchi ma anche un po’ neri, con l’odore del bruciato. Poi arriva la magia. Chiude gli occhi, c’è come una luce bianca che gli appare e Pietro riesce a piegare questi oggetti in un attimo, come l’illusionista israeliano Uri Geller. Il suo fratellino Simone lo adora e spera di riuscirci anche lui prima o poi. Gli amichetti lo stimolano a piegare più roba possibile a comando, ma Pietro non si sente “uno che esegue a comando”, come una specie di foca ammaestrata. Anzi, se “lo guardano” mentre ci prova lui non riesce a piegare un bel niente e la cosa è di fatto problematica. Il padre (Antonio Buil Pueyo) lavora nei campi e ha i suoi brutti impicci: la roba dei cucchiaini non lo tocca, basta che Pietro aiuti la nonna e per il resto il bambino è per lui del tutto invisibile. È più infastidito che interessato, quando uno strano professore americano dell’Università di Bologna, David (David Pasquesi) viene a cercare Pietro per studiare questa capacità di piegare gli oggetti. David è un uomo brizzolato di mezza età dallo sguardo curioso, calmo e gentile nell’ascoltare ogni sfumatura della vita di Pietro per cercare di capire il suo modo di pensare e vedere il mondo. Un po’ scienziato e un po’ psicologo, ma soprattutto un amico, David è qualcuno che lo guarda e ascolta senza indifferenza o come un mostro strano. Anche davanti a David però Pietro non piega un bel niente, gli serve almeno un minimo privacy come “mettersi di spalle”, ma i risultati sembrano comunque esserci. Un giorno però tutto cambia, dopo che i test sono così incoraggianti che si inizia a ventilare la possibilità che una commissione dia un premio a Pietro. Se riuscirà a dimostrare le sue doti in un esperimento condotto secondo parametri scientifici certi, Pietro riceverà 20.000 dollari: quasi 13 milioni di Lire. Per David si può fare, perché le capacità di Pietro sono subito misurabili grazie alla fisica e le giuste apparecchiature. Allo stesso modo anche il padre “di colpo” inizia così a interessarsi di Pietro. Gli fa i regali che non gli ha mai fatto prima, è sempre più presente nella sua vita e per la prima volta è come se lo vedesse davvero. Il dubbio del ragazzo è che lo “veda troppo” e solo per il premio. Più che contento, Pietro inizia a sentirsi “non compreso” in tutte le sue “qualità di bambino”, con la sua magia che inizia ad andare fuori controllo e “l’animo del metalli” che gli appare sempre più misterioso.


Durante gli anni '70 l’Italia di provincia era pervasa da storie incredibili che portavamo alla luce delle realtà misteriose quanto magiche. Ci sono stati gli UFO sulla Liguria, con tanti avvistamenti, prove documentate e testimonianze (la più famosa è quella di Fortunato Zanfretta) da guadagnarsi le prime pagine dei quotidiani e dei libri. Ci sono stati un po’ in tutta Italia anche i casi dei cosiddetti “mini - Geller”: ragazzini che si scoprivano con il potere di piegare il metallo, diventati effettivamente oggetto di studio di alcuni scienziati. Non sono ancora stati chiariti (e forse mai lo saranno) i motivi reali per cui questi fenomeni accadessero proprio lontano dalle grandi città, riguardando per lo più persone umili e bambini. Era come se, nel momento di maggiore progresso scientifico e “materialismo” del secolo, dovessero nascere “suggestivamente”, per contrasto, storie di magia e misteri legate a una realtà spirituale e fantastica sempre più repressa e negata, divenuta in senso lato “periferica”. Potremmo definirla una piccola rivincita del mondo dell’invisibile sul mondo “misurabile” e in fondo è questo il tema principale del film di Bigini. Un pezzo di ferro della cascina di Pietro, proveniente da qualcosa di “rotto”, può avere proprietà musicali se preso dal bambino e usato come l'improvvisata bacchetta di una batteria. Uno specchio può “giocare” con noi riflettendo la luce. Un anello di poco valore economico per un rigattiere può ricordare una persona scomparsa e amata. Lo scienziato David studia parimenti Pietro cercando di afferrare il segreto della sua forza dalla sua interiorità, leggendo oltre gli strumenti di misurazione come se il ragazzino fosse una specie di caldaia. In un cinema che oggi sempre più punta alla semplificazione dei temi e delle storie e alla geometria dei sentimenti, Bigini gioca con la complessità di significato, non ha paura a mettere in scena personaggi irrisolti che portano con sé più domande che certezze, sollecita l’immaginazione preservando il magico. È un cinema per molti versi vicino alla provincia fantastica più volte raccontata da Pupi Avati: un luogo bisognoso di relazioni umane quanto avaro di parole e gesti di affetto. Un luogo ruvido e fuori dal tempo, ma sempre romantico più che malinconico. Molto bravi tutti gli interpreti, tra cui si segnala il giovanissimo Martino Zaccara per la sua capacità espressiva sempre spontanea e convincente. Bella la ricostruzione storica di un paesino dell’Appennino tosco Emiliano di ormai quasi cinquanta anni fa, con la tv che trasmette le avventure di Sandokan e le cucine in cui scorrazzano le galline. Quasi da film horror la sequenza del test di Pietro, carica di geometrie rigide e sguardi crudeli: soffocante, come un piano sequenza “argentiano”. È un film che dopo la prima parte cambia pelle, ci porta in un mondo anche inquietante, dove c’è anche un pizzico di Fenomeni paranormali incontrollati e di Scanner, anche se rimangono sottotraccia, come piccola lettera d’amore al cinema di genere. 


Le proprietà dei metalli ama giocare con le suggestioni, farsi prima racconto di formazione per poi trovare i colori del thriller, quasi dribblare l’horror per poi andare sul dramma familiare, ma può essere inteso prima di tutto come un film sul cosiddetto “pensiero laterale”: un film che stimola a guardare il mondo nella sua totalità senza “ansie da etichettamento”, dove accettare di non poter comprendere ogni cosa è una vittoria e mai una sconfitta. Un buon film d’esordio per Bigini, forse con la necessità di trovare una migliore sintesi alla narrazione generale e una chiusura più efficace, magari riducendo di una decina di minuti il prodotto finito. Ma c’è davvero poco altro da segnalare per una pellicola che sa essere sempre intelligente e piena di cuore. 

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