sabato 20 marzo 2021

The mangler di Tobe Hooper: la nostra retro-recensione!



(Premessa) In tempi di covid i servizi on-demand ci permettono di spulciare in ricchi cataloghi, ripescando anche autentiche perle del passato. Oggi con Amazon Prime torniamo a vedere un gustoso b-movie horror, fumoso e fumettoso, diretto da un Tobe Hooper forse non al top ma con la vena giusta per farci divertire, portando sulla giostra anche il mitico Robert Englund.  

(Breve sinossi) America, anni ‘90. In un caldo paesino del Maine tutto il mondo gira intorno alla Blue Ribbon, una lavanderia industriale polverosa, angusta e avvolta da infernali nubi di vapore, al cui interno come anime dannate trascinano la propria esistenza delle operaie sottopagate sul costante orlo dell’infarto. Il proprietario (Robert Englund) è un vecchio e viscido aguzzino che guarda solo al profitto e alla cura del mangano, una enorme stiratrice piena di bulloni e ingranaggi che non deve mai fermarsi, cascasse il mondo, cascassero le operaie. Tuttavia i lavori devono fermarsi quando il mangano, in modo inspiegabile, trita tra le sue fauci una addetta alla catena, guarda caso sul punto di svenire per il superlavoro, attirando sull’azienda l‘attenzione indesiderata di un detective (Ted Levine) e di un esperto di occultismo (Daniel Matmor). Le indagini porteranno a considerare il mangano posseduto da qualche entità infernale. Come il frigorifero dei Ghostbusters. Ma del resto in quel posto del sud degli Stati Uniti ci sono anche altri oggetti che sembrano posseduti. 



(Dal libro ai “vari“ film) Chi ha letto l’antologia A volte ritornano di Stephen King ne può parlare a ragione  come dell’album Thriller di Michael Jackson: una miniera d’oro in ogni sua parte. Come i brani di Thriller sono diventati quasi tutti singoli di successo da cui è stato tratto un video musicale, i racconti di A volte ritornano hanno generato un numero smodato di film. Secondo turno di notte è diventato il film a base di topi Night Shift (da noi La creatura del cimitero). Camion,  sulle macchine-zombie, è diventato la pellicola Maximum Overdrive (da noi Brivido), peraltro primo film diretto da King stesso. I racconti Il cornicione e Quitter inc. sono confluiti nel film a episodi Gli occhi del gatto, I figli del grano è diventato il film a base di bambini inquietanti Grano rosso sangue, La falciatrice è diventato con ampio riadattamento il film sulla realtà virtuale ante-litteram The Lawnmower Man ( da noi Il tagliaerbe). Anche il racconto che dà nome all’antologia è diventato il film a base di adolescenti non-morti A volte ritornano e stessa sorte è toccata anche a Il compressore, che un bel giorno ha preso corpo con questo The Mangler per la regia di Tobe Hooper. Ma se guardiamo anche ad altri racconti come Il babau o L’uomo che amava i fiori si trovano mille adattamenti in rete, spesso provenienti da corsi di regia, e quando ho visto per la prima volta i soldatini di plastica di Toy Story o di Small Soldiers, io sono tornato con la mente al racconto Campo di Battaglia, che avevo letto nel 1990, negli stessi tempi in cui avevo scoperto in edicola Dylan Dog. E c’è da dire che in The Mangler c’è pure un pizzico di Dylan Dog, su cui ci soffermeremo più avanti. Insomma, A volte ritornano è da leggere, anche se poi il cinema ha interpretato i singoli racconto in modi più o meno fedele, alla maniera delle molte trasposizioni “liberamente tratte” da Philip Dick. Ma se ci voleva un po’ di fantasia a trovare ne La falciatrice tutto quello che ci sarebbe stato in Lawnmower ManThe Mangler è abbastanza fedele al racconto originario e al netto di un paio di cambiamenti, tra cui un personaggio rimosso, c’è tutto, pure il finale da kaiju movie steampunk che tutti volevamo “sognare di vedere”.



(Quando le cose fanno paura). C’era il water maligno negli incubi del bambino di Senti chi parla, c’era la mefistofelica caldaia della cantina di Mamma ho perso l’aereo. C’è  naturalmente Christine, la macchina infernale, ma anche The stuff- il gelato che uccide, L’ascensore ma anche la lozione per capelli del segmento Hair di Body Bags di Carpenter. Hanno provato negli anni a farci paura con ogni cosa inanimata, pure quelle più assurde e apparentemente innocue. 

Il regista di Non Aprite quella Porta e Poltergeist dirige un film su una stiratrice aziendale assassina, pur “griffato Stephen King”. Il che ha perfettamente senso in quanto la fabbrica dove l’oggetto infernale risiede ha tutto l’allure dello scannatoio della amabile famiglia di Leatherface, con tutto il fantasma del mondo post-industriale che viene evocato. Come ha senso che Hooper si possa preoccupare di nuovo di oggetti con anima propria dopo che ci ha già deliziati con piatti e coltelli volanti nel suo celebre film prodotto da Spielberg. Ma come riesca Hooper a rendere attraente e letale un oggetto tanto “innocuo” non è per nulla scontato e qui sta tutta la forza dell’operazione. Il mangano ha una linea pesante ma dalle forme affusolate, quasi eleganti. È scuro, rugginoso, ingrippato ma vitale in tutti i suoi mille ingranaggi e sbuffi di vapore. Ha fauci affilate come ghigliottine e rulli mobili che possono trascinare dentro una persona nell’ingranaggio, come in una versione horror di una celebre sequenza di Tempi Moderni di Chaplin. E se poi si muovesse, sviluppando un corpo e zampe, assumendo quasi un volto, come una sorta di mastino infernale steam-punk? Potrebbe succedere e potrebbe essere figo, quanto può essere buffo provare a mettere i nostri eroi a esorcizzare una stiratrice “ferma e immobile”. Come si potrebbe, sempre a uso ridere, far indossare al detective un enorme spolverino che consenta  alla stiratrice “ferma e immobile” di trascinarselo dentro con un colpo d’aria fortuito che aggancia il cappottone a qualche suo ingranaggio. Il mangano vive di questa doppia natura buffo-inquietante, che lo accomuna all’altro “Grande” oggetto maledetto della pellicola: una ghiacciaia. La ghiacciaia, retrò ma satanicamente insanguinata su una delle sue bianchissime superfici, ha uno strano potere, probabilmente “mentale” che spinge un bambino ad entrarci dentro per morire assiderato. Ma possiede anche un curiosissimo potere “d’attacco di natura fisica”, che  si basa in pratica sul cadere addosso ai nostri eroi di sorpresa, sfuggendo dalle mani di due facchini che la spostano, e saltuariamente emettere delle scosse elettriche. L’effetto finale è ugualmente spiazzante e dona alla ghiacciaia una simpatica personalità. Insomma, con il giusto appeal anche un tostapane può fare la sua porca figura in uno slasher-movie e Tobe Hooper si diverte un mondo a giocare con i mobili.



(L’atmosfera giusta) The Mangler vive di incredibili scenografie ultra-dettagliate, opere dello stesso Tobe Hooper, che non sfigurerebbero in un film di Tim Burton o Guillermo Del Toro. Il piatto forte è ovviamente la fabbrica, la Blue Ribbon. Un piccolo inferno in terra di valori e ingranaggi ai piani bassi, un eccentrico ufficio carico di teste di alce sui muri, armi da taglio e libri misteriosi nella parte alta. Spazi che confluiscono su una terrazza interna in ferro, dove ogni passo rimbomba nel locale e indica che il proprietario si sta muovendo come un avvoltoio, sta sorvegliando le sue operaie e le sta maledicendo perché sono troppo lente. Come la magione di Crimson Peek, la Blue Ribbon non ha nulla di realistico, è un quadro astratto sul tramonto dell’immaginario classico delle catena di montaggio all’interno del cui perimetro si muovono moderne schiave, mentre al di sotto, nelle sue fondamenta, c’è forse una struttura più antica, come il Titty Twister di Dal Tramonto all’Alba. Meno scontato è che tutto il paesino del Maine goda di scorci scenografici ugualmente eccentrici. L’austera villa dei Gartley è piena di gargoiles, l’obitorio cittadino sembra la cripta in marmo di una chiesa, alla casa del sensitivo si accede attraverso un ponte “metafisico” circondato da alberi carichi di simboli magici e l’interno è sovraccarico di statue e oggetti curiosi quanto l’appartamento londinese di Dylan Dog. Tutto questo rende sospesa e onirica l’atmosfera di The Mangler, alimentando la sensazione che qualcosa di magico possa effettivamente accadere da un momento all’altro. Permettendoci di credere ancora di più in una stira-camicie assassina venuta dall’inferno.



(chi sta intorno alla stiratrice) La storia di The Mangler non potrebbe reggersi comunque così bene senza un mattatore assoluto come Robert Englund, intento qui nel creare un personaggio se possibile ripugnante quanto il suo celebre Freddy Krueger. William Gartly, il proprietario del Blue Ribbon, è un corpo in putrefazione in eleganti abiti “quasi steam-punk“, sorretto ostinatamente più dalla fame di potere che dalle protesi metalliche che gli permettono di muoversi. È lui stesso una parte degli ingranaggi della fabbrica, fuor di metafora. Di indole vigliacca, libidinoso, grottesco nelle relazioni umane e dal fisico “lombrosianamente martoriato”, Gartly catalizza tutte le scene in cui è presente con cosi tanta fierezza e foga di “essere il cattivo”, da trasformarsi quasi nella versione in carne ed ossa del Mad Doctor in stop motion di Nightmare before Christmas di Tim Burton. Anche in questo aspetto il film insegue la favola nera più che il realismo, trovando la prospettiva giusta per sospendere la nostra incredibilità verso l’infinito e oltre. Ugualmente vincenti in questi contesto sono i personaggi del detective e dell’esperto di occultismo, specie se siete fan di Dylan Dog. Di fatto presentano un mix delle caratteristiche peculiari di Bloch e Dylan, oltre a sviluppare tra loro un legame simile. Il detective abusa di antiacidi quando deve arrivare sulla scena di un crimine particolarmente cruento, cerca di essere sempre razionale “fino a prova contraria”, è vedovo (e nel racconto di King ha un figlio morto anche lui), i suoi superiori non credono particolarmente in lui. L’occultista vive nella sua casa piena di mostri scolpiti, ha un legame con il detective di tipo quasi familiare, ha senso dell’umorismo, possiede un “quinto senso e mezzo” e qualche volta “sbaglia il tiro”. Molto interessante anche il fotografo/detective interpretato da Jeremy Crutchley, un piccolo ruolo indossato benissimo. Meno a fuoco risultano le due figure femminili della pellicola, che in un paio di casi quasi si confondono, ma possiamo dire che questo accada anche per precise esigenze di trama. 

(Non aprire quel tavolo da stiro ikea) Fare un film su una stiratrice satanica può essere bizzarro, ma il film di Hooper è così bizzarro da essere amabilmente scombinato, “fare il giro” e essere gradevole anche a distanza di 26 anni dalla sua uscita al cinema. Trattasi di b-Movie fatto con classe, un horrorino anche abbastanza sanguinolento ma dall’anima principalmente sarcastica, favolistica. Gli oggetti sono buffamente inquietanti, Englund furoreggia e tutto il cast è appropriato al ruolo. Non sempre tutto funziona, non è assolutamente un capolavoro, ma è un film davvero carino, da riscoprire, dove non è troppo strano esorcizzare seriamente un frigorifero, ragionando trasversalmente sulle catene di montaggio aziendali e su quanto “rubino la vita” a chi le frequenta ancora oggi. Seppur in modi diversi e meno “Steam punk”. 

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mercoledì 17 marzo 2021

Dylan Dog n. 414 : Giochi innocenti - la nostra recensione



Cosa non ti combinano i bambini! Un attimo di distrazione e la piccola Allie sottrae alla “zia detective “ Ranja il cellulare e invia un videomessaggio di soccorso all’acchiappamostri Dylan Dog, illustrando una attività paranormale che avviene direttamente nella sua cameretta. Il nostro eroe, non appena riesce a vincere la sua tecnofobia, vede il video ed è subito pronto a investigare sulla infestata casa delle bambole della bambina. Solo che Allie è misteriosamente sparita nelle ultime ore e a quanto pare non è l’unica scomparsa a Londra negli ultimi tempi. Le vittime sono tutti bambini apparentemente sereni e ricchi di una creatività sorprendente, quanto poco utile, al di là dell’aspetto ludico, per affrontare il  mondo reale. L’oscuro rapitore è forse una vecchia conoscenza di Rania, il babau che l’ha perseguitata durante l’infanzia.



Giochi innocenti è una storia che parla di bambini e demoni, i misteri dell’infanzia e le strategie più idonee messe in campo dai genitori per affrontarli. Nel gustoso mix narrativo scelto da Paola Barbato c’è un po’ di Peter Pan e un po’ di Chatulu. Un po’ di psicologia dell’infanzia e un po’ di cosmic horror. Si respira quindi l’aria pesante e le scelte psicologiche più logoranti delle migliori pellicole sul rapporto genitori-figli di Scott Derrickson. Diventare grandi non è mai stato uno scherzo e spesso si procede nella realtà “a tentoni e gattoni” tra le dinamiche di assimilazione e accomodamento di Jean Piaget. Districarsi con un bagaglio valoriale che divide il mondo solo tra buoni e cattivi, spesso confondendo bene e male, non aiuta di certo la capacità decisionale di un bambino. Specie quando deve rispettare delle regole che non si comprendono. Fuggire “dal reale“ attraverso “il gioco” apre agli infiniti mondi della fantasia quanto dell’orrore, dove farsi inghiottire nei colorati e accondiscendenti mondi di Fortnite può essere rischioso, se non bene accompagnati, quanto valicare una dimensione oscura lovcraftiana. L’approccio interessante che usa la Barbato per sviluppare e risolvere la storia, specie sul piano dello sviluppo psicologico di bambini e “adulti”, risulta per questo particolarmente interessante, apparentemente contro-intuitivo, frutto di un'ottima intuizione sulle meccaniche educative. Il racconto parte lento, ma già dopo una ventina di pagine accelera, ci tira dentro e poi ci scaglia in zone sempre più oscure. Mostri tentacolari e spaventosi sono lì pronti a spiazzarci per quanto appaiano “docili” ma al contempo crudelissimi, assolutamente spietati; piacerebbero anche a Guillermo Del Toro. Il personaggio di Ranja ha un ruolo centrale nella vicenda e sarebbe interessante se la trama trovasse la possibilità di espandersi in numeri successivi della testata, perché ha delle belle potenzialità. Molto bella la copertina di Gigi Cavenago, in grado di sintetizzare al meglio la materia magica quanto sinistra del racconto. Molto interessanti i disegni di Paolo Martinello, validi nella descrizione del contesto realistico-urbano della parte investigativa, sorprendenti nelle tavole più oniriche e grottesche. Ci sono molti flashback e queste scene vengono gestite con una colorazione a matita intrigante, volta a caricarle di una atmosfera rarefatta, immergendo i personaggi, per lo più bambini e mostri, all’interno di un immaginario quasi favolistico. 



Giochi innocenti è un bel numero della testata, carico di atmosfera, che parte lento ma poi riesce ad accelerare e sorprendere. La storia nell’ultima parte prende dei contorni “infernali“ che gli appassionati dello splatter e dei mostri alla Clive Barker troveranno interessanti. Qualche genitore potrebbe forse trovare interessante dedicare qualche momento in più a stare insieme con i suoi bimbi, dopo la lettura. Un aspetto decisamente meritorio della narrativa della Barbato. Avanti così. 

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domenica 14 marzo 2021

Dylan Dog Color Fest 36 : Mister Punch - la nostra recensione

 


(Sinossi) Una multa non pagata, particolarmente salata, che avrebbe dovuto pagare l’amico Groucho, fa arrabbiare particolarmente il nostro eroe Dylan Dog. Per una strana serie di eventi i due si trovano a uno spettacolo di marionette di “Punch e Judy”, che si tiene sotto un tendone fuori città. Mister Punch è l’indiscusso mattatore dello show e ama randellare tutti gli altri personaggi mentre il pubblico muore dalle risate. Al termine dello spettacolo Dylan è ancora arrabbiato con Groucho e accetta una curiosa proposta della ragazza che raccoglie le mance: se vuole può liberarsi per sempre della persona che lo ha fatto infuriare, attraverso un rito, facendola sparire per sempre dal “palcoscenico della vita”. Per rabbia e con la convinzione che si tratti solo di una specie di rito scaramantico, Dylan segue la strana procedura e dal giorno dopo Groucho sparisce. Nessuno si ricorda di lui, Groucho non è mai esistito e di conseguenza la vita di Dylan è cambiata. Ma in negativo e solo il nostro eroe si ricorda ancora dell’amico. Tornato sotto il tendone di Mister Punch, Dylan scopre che Groucho ha ora una nuova vita e un nuovo corpo. È diventato una delle marionette di Mister Punch, che in realtà è un demone e da anni imprigiona gli esseri umani nei corpi di burattini, per arricchire il suo show. Se oscurerà le luci della ribalta al capocomico, Groucho potrebbe però  finire a pezzi. 



(l’uomo è come una marionetta i cui fili sono appesi alle stelle - Carlos S. Weise cit.) Lo sceneggiatore Giovanni De Feo scrive una storia che ha radici nella tradizione del teatro dei burattini e strizza l’occhio alle favole. Mister Punch è un personaggio che esiste davvero e sorprendentemente è proprio il “nostro” Pulcinella che, partito per fare fortuna all’estero, come molti illustri italiani, è approdato prima in Francia e poi in Inghilterra, barattando la mascherina nera e il vestito immacolato per un completo rosso sangue e diventando il protagonista principale negli spettacoli di Punch e Judy. Lei vittima e lui irritabilissimo carnefice, con bastone “d’ordinanza” che era già nelle mani dai tempi del Pulcinella “tradizionale”. Le marionette di fatto, fin dai primi pupari, hanno sempre avuto una passione per spade e mazzate, usate per fare epica quanto satira. L’aspetto per cui De Feo “fa bingo”, nel creare una delle storie di Dylan Dog più incisive e “orrorifiche” degli ultimi tempi, è considerare proprio in questa doppia lettura psicologica gli spettacoli di marionette: il fatto di essere attrattivi tanto per i personaggi e le vicende buffe, quanto per una specifica carica “violenta”. Una “violenza” parossistica, edulcorata, “innocua”, che accomuna gli spettacoli dei burattini ai pagliacci del circo, come alle comiche di Stanlio e Olio come di Chaplin, dove i poliziotti “brandiscono i manganelli” e i “calci nel sedere” sono una forma di comunicazione. Ma perché fa ridere il pubblico, più o meno da sempre, “mimare le contusioni”? Forse perché “ridiamo serenamente” delle sventure, come dei soprusi, quando sappiamo che sono palesemente finte, non ci toccano. Le commedie quanto gli horror moderni e i film di arti marziali, ma anche moltissimi videogame, vivono “anche” di questo: fornire alla nostra fantasia un carico di “violenza escapista” che possiamo impiegare per sfogarci/consolarci virtualmente, magari sognando di menare una persona che ci sta antipatica senza passare ai fatti, come fosse un sogno. È un po’ la sintesi di quanto accade quando una mamma dice al figlio discolo “come ti ho fatto, vorrei smontarti” (senza ovviamente passare alle vie di fatto e conseguenze penali),  pensando al figlio, pur inconsciamente, come a un bambolotto che può accendere e spegnere. “Oggettificandolo”, come di fatto è un oggetto, moralmente neutro, né buono né cattivo, né vittima né carnefice, una marionetta che “non è Pinocchio”. È sempre meglio che applaudire ai giochi gladiatorii dell’antica Roma perché il pupazzo non può soffrire, ma è comunque una meccanica comportamentale interessante, forse un retaggio medioevale, quando la “mimesi” del pubblico ricade su un carnefice, un po’ bullo e un po’ buffo, come le marionette armate di clava dei burattini, di cui Mister Punch è un esempio classico.

Marionetta stile Mister Punch dal Gobbo di Notre Dame della Disney


Una marionetta che ci porta a ridere quando saccagna di botte qualcuno sulla scena. Certo, potremmo pensare, magari Mister Punch “potesse davvero“ picchiare, con il sorriso sulle labbra, qualcuno che ci ha fatto un torto! Ma se lo facesse “sul serio”, “nel mondo del reale”? La soluzione dei problemi può consistere nell’abbatterli a randellate? De Feo “ribalta i burattini per vedere cosa hanno dentro” e in questa metafora ogni suggestione a quanto accade in una scena topica di Society di Brian Yuzna è puramente voluta. Forse c’è dentro della salsiccia, per accrescere l’effetto splatter più grandguignolesco, ma forse c’è dell’altro, qualcosa di più lovecraftianamente (uso spesso questa espressione di recente, sto vivendo un momento molto lovecraftiano) metafisico: la mano di un'entità superiore. Quella che guida la marionetta. È scoprire il trucco, svelare la mano del marionettista/burattinaio. La mano di un attore che può rappresentare con dei pupazzi, “interpreti”/strumento di scena, un racconto di fantasia. Un racconto che può diventare anche “interiore e personale”, quando i pupazzi sono utilizzati non per una rappresentazione teatrale ma per una terapia psicologica, per far esprimere a chi li muove, in questo caso non un attore, uno stato d’animo difficile da “intestarsi”. In questo caso i pupazzi si dice vengano usati come “oggetti transizionali” (consiglio un paio di film su questo uso dei pupazzi, sia implicito che esplicito: The Boy di William Ball e Mister Beaver di Jodie Foster. Ma potremmo estendere il concetto anche a Frank di Lenny Abrahamson. Ne riparleremo prima o poi). Questo porta a una riflessione ulteriore, che De Feo affronta con un ingegnoso ribaltamento di prospettive, su chi è il reale narratore che può “intestarsi la storia“, attraverso uno smascheramento del processo di oggettificazione nascosto dietro a ogni bambola o marionetta. Ma De Feo non si limita a questa suggestione. A volte, al di fuori dei casi sopra discussi, “trasformare le persone in oggetti“ è di fatto una pratica che molte persone fanno, qualche volta anche senza usare i bambolotti, sulla base di un disinvestimento emotivo. Come ci sono persone al mondo che accettano supinamente di essere trattate come oggetti, felici di assolvere ad almeno alcune funzioni per le quali sono momentaneamente investite dell’attenzione altrui. C’è insomma chi per davvero si sente ogni tanto un “pupazzo senza glorie”. Un bel magma per costruire una ottima trama horror. 





(un disegnatore di favole nere) Giulio Rincione possiede uno straordinario talento visivo, il migliore possibile per mettere in scena una storia come Mister Punch. Dalla trilogia dei Paperi dove ai testi era accompagnato dal fratello Simone, il disegnatore ha dimostrato una sempre più particolare propensione nella raffigurazione, spesso iper-realistica se non addirittura horror, di creature fantastiche proprie dell’immaginario dell’infanzia più noto, in primis quello sviluppato da Disney. Pupazzi, paperi e folletti si riempiono di rughe, occhi quasi umani, denti marci. Il pelo è arruffato e sporco, la “pelle di legno” scalfita e scheggiata, i costumi logori. È come vedere il figurante di una parata di Gardaland che si sta struccando dopo lo spettacolo: si toglie il sorriso che sfoggia per lavoro sotto una testa di polistirolo, svela un corpo anziano e acciaccato sotto il panciotto a cuscino che lo fa immaginare un eterno bambino, inizia a fumarsi una sigaretta (cosa che oggi per un pupazzo è peggio di ogni altra cosa). Queste creature “fantasticamente tragiche“ vengono rese da Rincione quasi tridimensionali, anche attraverso un uso spiccatamente pittorico del colore, per certi versi vicino ai lavori di Dave McKean, ma con una forte originalità nella composizione.  



Le tavole, ricche di dettagli e un uso peculiare dell’illuminazione, quando servono per descrivere azioni e sentimenti di quotidiana tristezza divengono grigie, realistiche, i colori si raffreddano. Quando si apre al mondo della gioia i disegni divengono stilizzati, caldi, avvolgenti. Quando si entra nelle zone più horror cala i nero, le luci divengono fuochi fatui, tutto assume contorni distorti e un “occhio di bue” illumina i volti più deformati e spaventosi. Tavole “umorali” letteralmente pazzesche, profonde e piene di sfumature, che quando in scena agiscono le componenti più fantasy mutano anche in un lettering che si sdoppia e rende sottile, si carica di colori aggressivi. Mister Punch appare a tutti gli effetti come una favola illustrata degli orrori, dove i burattini possiedono occhi umani, denti da demone e sotto il vestito budella e sangue. Ma Rincione con i suoi disegni ci trasmette che non c’è solo questo, perché dietro ai pupazzi più terrificanti può nascondersi anche una insperata umanità e gentilezza, rendendoceli così non solo più gradevoli, ma anche umani. Così una delle sue tavole più belle arriva quando uno dei mostri sulla scena irrompe in un pianto disperato che ne muta i tratti, svelandone la dolcezza interiore. Una piccola grande magia grafica.





(Giù il sipario). Il nuovo numero del Color Fest non è l’esordio di Rincione su Dylan Dog, ma di sicuro una delle sue prove più riuscite, viscerali. Il talento di questo disegnatore è straordinario e adattissimo alle atmosfere horror della testata. De Feo scrive una agrodolce favola horror, carica di spunti e ben ritmata, in grado di fare breccia anche tra gli storici lettori “della vecchia guardia” che ho il piacere di conoscere e mi hanno consigliato di parlarne qui. Davvero un buon numero. 

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sabato 13 marzo 2021

Buried Alive (2007): la nostra retro-recensione di un filmino divertente ora su Amazon Prime

 


Siccome c’è il covid ecc. ecc. vi ho già raccontato cosa sono le retro-recensioni mille volte: un’occasione per trovare in demand roba mai vista, interessante o curiosa. A questo giro un film “misterioso”, con un titolo vago e già usato dal cinema, con un cast altrettanto vago e a volte misconosciuto, con una narrazione davvero “contro-mano”, non so se più folle o più paracula. Sta di fatto che è un film che per qualcuno può essere molto divertente, così eccoci qui in sede di recensire.

(Sinossi fatta male) America, intorno al 2007. Tre ragazzi e tre ragazze decidono di andare in gita nella villa isolata e fatiscente del nonno di due di loro, per passare un allegro week-end a base di sesso, droga e prove di iniziazione per accedere a una confraternita. I tre ragazzi sono cosi classici stereotipi horror che potremmo ribattezzarli Sessuomane (Terence Jay, una specie di Nic Cage da giovane), Sportivo (Steven Sandvoss, trasparente e dallo spessore della carta velina) e Nerd (l’ectoplasmico Germaine de Leon). Le tre ragazze sono così specificamente sessualizzate dalla messa in scena generale che potremmo ribattezzarle Gambe (la super gnocca Leah Rachel), Chiappe (la mega-topolona Erin Reese) e Poppe (la bonazza da infarto Lindsey Scott). Il pazzo custode della magione (Tobin Bell di Saw, in evidente bolletta), qualcosa come il pomeriggio prima che arrivino in gita i sei, ha scoperchiato le fondamenta in cerca di tesori nascosti, finendo per evocare il vago spirito vendicativo della prima moglie del nonno, morta sepolta viva per mano nel nonno stesso, come da titolo del film, pronta a vendicarsi sui discendenti dello stesso, nello specifico i nostri Sessuomane e Gambe. Cosi, dopo aver prelevato a una festa Chiappe vestita da cagnolina Sexy e Poppe vestita da mucca Sexy (vorrei dire tante cose ma mi taccio...), dopo aver imbarcato Sportivo e Nerd, tutto insieme in macchina Il gruppetto va a divertirsi nella classica casa maledetta. Come finirà mai? 



Carneade, chi era costui? Il regista Robert Kurtzman, che si può forse confondere Alex Kurtzman, è un addetto al make-Up (119 opere accreditate ) ed effetti speciali (56 opere) di lungo corso, che ha partecipato, in qualità di sceneggiatore, al progetto di Dal Tramonto all’Alba, dal primo film alla serie tv. Dal 2010, dopo il suo quinto film, non ha più diretto nulla. Lo sceneggiatore è invece Art Monterastelli, notissimo per le serie tv di Timecop e Total Recall, ma anche autore insieme a Sylvester Stallone dello script del più che discreto John Rambo del 2008, uscito un anno dopo questo Buried Alive, ma dal 2009 di fatto scomparso dall’ambiente. Come è scomparsa dal cinema dopo Buried Alive la bellissima attrice Lindsey Scott, l’attore-musicista Terence Jay ha fatto poco altro come del resto è toccato a Steve Sandvoss, Erin Reese ha fatto Repo Man nel 2010 e poi non ha fatto altro (salvo produrre un documentario nel 2012). Un po’ più di fortuna è toccata a Leah Rachel, che ha lavorato un po’ anche come autrice e regista, come lavora tuttora Germanie de Leon. Tobin Bell, il mitico Jigsaw, nel 2007 stava tra Saw III e Saw IV (come tra Boogieman 2 e 3, anche se su questo glissiamo) ed è in sostanza sopravvissuto indenne a Buried Alive. Ma c’è da dire che questo film non ha portato benissimo al suo cast. Forse “non è stato capito”. 



(Sovvertire o piegarsi alle regole “Sexy” dello slasher-Movie). C’è nello slasher una venatura “kinky”, senza scomodare ogni volta Eros e Thanatos. Per “Kinky”, come detto una volta dal regista e grande produttore di “kinky” Paul Verhoeven, si intende uno specifico lato “stravagante”, spesso declinato alla componente sessuale, freudiana o meno, che dovrebbe esserci in uno spettacolo di intrattenimento dal contento “forte”, “sanguigno”. C’è una doccia sexy alla base del freudiano e omicida cuore narrativo di Psycho e questo vale anche per i suoi mille epigoni. Anche James Stewart scopre per caso un omicidio mentre osservava con il binocolo la bella vicina di casa che si spogliava dalla finestra sul cortile, un po’ come il Pierino della commedia sexy in questo aspetto. Perché questo è il punto del “kinky”: salvo un paio di contesti più “espliciti” (che comunque esistono, ma sono pochissimi), nella quasi totalità di queste pellicole si vuole “sbirciare” delle belle ragazze senza mirare ad altro, solleticando l’immaginazione e poco più, proprio per dare più slancio e “contrasto” al momento narrativo in cui ci “dobbiamo spaventare”, per dirla alla Richard Benson. Le belle ragazze, spesso inquadrate negli atteggiamenti più discinti, saranno prontamente e sanguinosamente  “castigate”, da cui la classica “fugacità“ di tali scene, che le assimila a un breve piacere subito negato, dal mostro/assassino di turno. Saranno “sacrificate” in “stranissime crociate moraliste”,  su cui ci sarebbe tantissimo da dire perché, oltre al “freudiano”, c’è anche spesso una critica culturale alla base di questo tipo di narrazione. Queste “donne urlanti”, le Scream Queen in gergo, sono diventare negli anni un elemento ricorrente “forte” negli horror, specialmente florido nei b-movie. Un qualcosa che in molti “attendono ancora”, anche se negli anni questo tipo di scene si sono ridotte all’osso se non demonizzate, forse in ragione di una “stranissima crociata morale vera”, con ragioni tutte rispettabili, ma che forse per me hanno sopravvalutato troppo il pericolo sociale delle scenette “da Pierino” sopra descritte. A seguito di ciò’ si è tolta progressivamente ogni espressione “erotica” presente negli horror e thriller, dai palinsesti e dalle sale, come fosse un parente scomodo con cui confrontarsi, uno “Zio Tinto” a caso. Ma quando le “scene sexy“ ritornano oggi negli spettacoli HBO o Starz ecco che il pubblico si ritrova ad apprezzarle, perché “funzionano ancora”. Almeno per la prima stagione dello show, perché già della seconda il “kinky” può diventare un problema e va ridotto, come in Westworld o True Detective. Ecco, Buried Alive vuole essere una bandiera del “kinky per nostalgici” più che il nuovo esponente del genere slasher in toto. E vuole “più kinky possibile“, piegando la trama a questa esigenza insopprimibile, in nome e per riscaldare il cuore di tutti gli “amanti del kinky”. Ma sempre parlando “kinkianamente”, questo cosa comporta per la pellicola? Una sovversione della liturgia dello slasher, che è un genere che vuole che il “kinky” a un certo punto della narrazione lasci lo spazio alla paura, come nei Venerdì 13 dove gli educati prima fanno sesso e poi iniziano a scappare, oppure che per lo meno “si dosi a livello situazionale”, come sul finale di Alien, dove Ripley è mezza nuda per esigenze tecnico/logiche, ma è terrorizzata e noi con lei. In pratica è tutto un discorso di confini tra eccitazione e paura, che devono fondersi e non “sbattersi uno contro l’altro” nella narrazione. Certo si può dire, anche solo leggendo la sinossi, che la pellicola potrebbe svilupparsi fondendo il tema del bullismo con quello della maledizione, un po’ alla maniera de L’odio che uccide di Mortimer, ma questo non accade e non si vuole far accadere!! La cosa geniale, sovversiva  e un po’ matta che fa Buried Alive, è prendere questo soggetto, che ha tutti gli attributi per spaventare e inquietare, ma remandoci contro così forte da permetterci di vedere donne nude e non “complessate” da una situazione di pericolo/sopruso che le porti a vestirsi e scappare, dall’inizio alla fine. Una scelta di campo cosi spinta che si mangia di fatto tutte le meccaniche dello slasher, rendendo ridicolo il mostro, inconsistente la minaccia e infine “involontariamente“ (per chi ci vuole credere) e fieramente “comico” tutto lo svolgimento del film. A fare da “guastatore” della tensione ci si mette con tutto un matto entusiasmo Tobin Bell, con il suo custode stralunato, un po’ porco e un po’ cretino, che si diverte a spaventare per scherzo i ragazzi dall’inizio alla fine, “coprendo” con le sue fesserie anche le azioni dell’entità malevola. Comicissimo è anche Germaine de Leon pur non facendo quasi niente, solo per il modo in cui “sta seduto” (vedere il film per capire) e incredibilmente è comica pure l’entità stessa, che mentre cerca di attaccare può “bloccarsi” davanti a un particolare simbolo con una mimica facciale da Willy il coyote, occhi strabuzzati compresi. A rendere ulteriormente meno orrorifico il film, quando arriviamo i momenti splatter accade con una resa visiva sempre eccessiva, da cartone animato, per cui i corpi si aprono in due ma senza sangue e interiora che fuoriescano. Se siamo poco spaventati possiamo essere più “kinky” e quindi largo alle tre donzelle, libere di esporre gli attributi “contrattualmente garantiti” che le rappresentano, più e più volte, “monster free”. 



“Gambe” è perennemente in shorts e infradito, quando non è nella vasca coperta di schiuma con le gambe ovviamente levigate ammiccanti e insaponate a fare capolino, per intero, fuori dall’acqua. Per tutti i feticisti, Gambe è dotata anche di piedini sempre nudi, intenti a fare qualcosa per essere ammirati nei dettagli, compreso arpionare da sopra i jeans “il pacco” del suo ragazzo mentre i due sono sul divano. “Chiappe”, che già da questa caratteristica possiamo indicare come la “final girl”, espone il lato b con generosità in ogni occasione, tra cui una doccia e una “prova di forza” che consiste nel correre nuda tra i boschi. “Poppe” espone il davanzale, scarsamente o per nulla coperto, così tante volte durante la pellicola che, quando stremata “si ribella“ al doverlo fare di nuovo (e non so se parli l’attrice o il personaggio, è un momento quasi da rottura della quarta parete), ci farà comunque accedere alle sue grazie altre due volte. In piena par condicio, anche i maschietti non lesinano pettorali scolpiti. Con tutto questo kinky in più scene, ci aspettiamo davvero che a un certo punto più che apparire una strega indiana parta la musichetta sexy e arrivi un idraulico spogliarellista. Magari Tobin Bell stesso, coperto solo dell’accappatoio rosso di Jigsaw. Ma questo non accade, ovviamente, perché non siamo in un porno, ma in uno slasher  che sta “giocando” anche sulla percezione “più o meno deviata” che oggi abbiamo di questo genere. È tutta una questione di kinky e in fondo stiamo vedendo un uso della sessualità femminile ben lontano da un American Pie, più in zona dei “Pierino” di Alvaro Vitali o delle “Studentesse/soldatesse/poliziotte” della Fenech. Allusione, un po’ di comicità volontarie e non, un povero mostro bistrattato che forse aveva qualcosa di estremante banale da dirci ma non lo sapremo mai. Mooooolto meno di quanti accade in una puntata di Game of Thrones o di uno Spartacus, come di un qualsiasi film di Sorrentino. 



(Più kinky per tutti). Buried Alive non ha avuto successo, metà della gente che lo ha realizzato fa ora altro nella vita e forse si è vergognata un po’ nel farlo, al punto di essersi tolta la foto dall’International Movies Data Base (Imdb per gli amici). Immagino accuse di sessismo, i malumori di chi pensava di vedere il nuovo Esorcista, la messa all’indice delle attrici più discinte e tutte le belle cose che accadono oggi sui social fondamentalmente perché si è drammaticamente privi di ironia, anche quando si vuole giudicare una pellicola che è come se “urlasse” quanto voglia essere leggera, stupidina, tremendamente innocua e giusto un po’ sexy. Ma se siete tra coloro che hanno ululato quando Anna Hutchinson ha limonato con una testa di lupo in Quella casa nel bosco, come tra coloro hanno seguito con partecipazione la larva di Slither farsi largo nella vasca da bagno con dentro Tania Saulnier spostando il sapone che impediva là visuale, se avete sbirciato tra i lettini abbronzanti mortali di Final Destination 3 le forme di Crystal Lowe e Chelan Simmons, se avete sperato che Jennifer Tilly non diventasse troppo presto la Sposa di Chucky fulminandosi nella vasca (un’altra vasca), se per lo stesso motivo avete sperato che Freddy Krueger non raggiungesse subito con il suo squalo-artiglio nella vasca (un’altra vasca) la bella Heather Langenkamp, se non tifavate per le api contro Sabrina Salerno ne Le foto di gioia e siete tra coloro in genere che hanno apprezzato le mille scene kinky degli slasher, più o meno famosi, più o meno recenti, più o meno riusciti... faccio una pausa ad effetto e riprendo... allora questo Buried Alive potrà divertirvi con la sua incoscienza giocosa e birichina. Totalmente innocuo, scombinato, ma divertente. 

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lunedì 8 marzo 2021

Robot Jox di Stuart Gordon : la nostra retro-recensione



(Premessa) In tempi di cinema chiusi ci viene incontro il Catalogo spesso sterminato dei canali streaming, ottime occasioni per recuperare perle del passato. Con le retro-recensioni possiamo quindi accedere ad un gran numero di tesori nascosti, come questo Robot Jox, disponibile su Amazon Prime. 

(Micro sinossi essenziale) Un vecchio gladiatore (Gary Graham) giunto alla fine del contratto viene obbligato a un ultimo incontro con il suo acerrimo nemico (Paul Kosio), per salvare la vita a chi dovrà prendere il suo posto (Anne-Marie Johnson). Una storia di pugni e mazzate in pratica senza tempo, ambientata in un presente distopico prospero e salubre più o meno come il nostro, in cui tutta la popolazione è poverissima e indossa la mascherina chirurgica per qualche imprecisato motivo. Le dispute tra gli Stati, per evitare altri danni a una popolazione in ginocchio, vengono risolte democraticamente “a cazzotti” in una specie di sport gladiatorio dove chi è il più forte, nonché il più vivo alla fine dell’incontro, vince. 



(Di sport del futuro e robottoni) Ma quale “blood sport“, per dirla alla Van Damme, viene usato? Più sullo stile di Speedball su Amiga o Blood Bowl con le miniature? Niente “corse della morte” alla maniera di Death Race. Niente  inseguimenti a squadre a caccia di una palla metallica alla maniera di Rollerball, niente giochi di morte e mazzate alla maniera di... Giochi di Morte. Niente varianti mortali del nascondino alla maniera di Running Man ed epigoni moderni, dagli scontri tra killer di Tournament agli Hunger Games passando per Verve.. Qui si fanno scontri con robottoni giganti che si guidano dall’interno tramite piloti che “gesticolano” come in Pacific Rim, non con robottini che si guidano dall’esterno con piloti che “gesticolano” come in Real Steel. I. Robottoni sono colorati, plasticosi e pupazzosi come “grossi model-kit in stop-motion“, ma con quel fascino di fumi e lucette e “moduli trasformabili” che per i nostalgici portano alla memoria X-bomber. In più sono trasformabili come il Trider G-7, in configurazione mech, cingolato e aereo, moddabili parte per parte e con un sacco di armi intercambiabili dai pugni a razzo, motoseghe, missili e “raggi della morte”, come in Battletech, Front Mission, Armored Core, con tanto di gestione strategica delle componenti  per la gioia di ogni mech-fan che si rispetti. I piloti? Super-uomini con nomi di battaglia epici come Alessandro, Achille, Atena, che vivono in un mondo plasticoso di culto del corpo e dello sport alla Starship Troopers, pronti a essere sostituiti da umani eugeneticamente ingegnerizzati alla Gattaca. Gli scontri? I giganti escono da enormi box sotterranei, staccandosi dall’argano di supporto alla maniera di Evangelion, portandosi su una Arena. Seguono scontri uno contro uno, prima usando le armi dalla distanza e poi corpo a corpo, fino a che un arbitro decreta la vittoria di una fazione sulla base dei danni inflitti. Le arene sono grandi e in genere gremite di povera gente esultante e sacrificabile in caso di incidente, alla maniera di Mad Max oltre la sfera del tuono. È tutto un maxi show televisivo, in cui si stimola tutto un circuito legale di scommesse. 



(Stuart Gordon nerd come noi) Nel 1989 un regista dall’animo lovecraftiano come Stuart Gordon, con un budget abbastanza contenuto (6.5 milioni dell’89, con il Batman di Burton che costò 48 milioni, giusto per dare un’idea) e con tanta passione, se ne usciva con un film sui robottoni giganti come Robot Jox. Allo stesso modo il lovecraftiano Guillermo del Toro, nel 2013, usciva in sala con il più “ricco” (180 milioni del 2013) Pacific Rim, riprendendo la stessa formula. Stuart Gordon, purtroppo scomparso di recente, è giustamente un regista amatissimo, un artigiano sincero quanto travolgente, sarcastico, diretto e appassionato. Da Re-Animator passando per Castle Freak, From Beyond, Il pozzo e il pendolo, spesso accompagnato dal suo attore-feticcio Jeffrey Combs, Gordon lavora con effetti speciali meccanici, insegue l’estetica dei b-movie più genuini per atmosfere e direzione degli attori, sceglie colori pop, non lesina umorismo e gusto del grottesco, dimostra amore sconfinato per i mostri. Spesso scrive e dirige le sue opere, spesso non trova tutti i fondi che servirebbero, come per la sua riduzione di Dagon, ma ci prova, con stile, a confezionare al meglio il prodotto, in modo fieramente indipendente. C’era molto di From Beyond in Slither di James Gunn, Re-Animator ha ispirato moltissimi zombie-movie In chiave Black comedy, Dolls aveva molte idee che arrivano anche ai film sui pupazzi maledetti odierni, Robot Jox radicò un ponte estetico fatto di gesti, cabine di pilotaggio e ingranaggi che portò Del Toro a ripetere quelle formule, dai piloti/combattenti fin dal classico “saluto di attivazione”, in Pacific Rim. Sfortunato nella grande sala, il piccolo e artigianale Robot Jox ha vissuto grandi fortune e noleggi multipli nel circuito delle videoteche, suscitando l’avida curiosità di tutti coloro che da Goldrake in poi avevano messo un pezzo di cuore in Giappone, sognando prima Gundam e dopo Robotech (come chiamavamo allora il paciugo americano di Macross, Mospeada e Southen Cross, paciugo che venne traslato poi nell’universo ruolistico Battletech), fondendo poi i sogni bagnati  con la fantascienza a base di esoscheletri e robotttini vari di Cameron, tra Aliens (1986) e Abyss (1989). Mi piace immaginare Gordon intento a leggersi Lovecraft prima di dormire e con la stessa emozione intento a costruire il modellino di un Gundam o un’astronave di Spazio 1999, perché questo  amore traspare da ogni fotogramma dei suoi film.  



(Andare oltre la copertina) Certo la copertina “in technicolor” del VHS di Robot Jox prometteva un entusiasmo che girando il retro si smorzava già un po’. Due foto di scena riportavano un appeal ben lontano, anni ‘70, dalle parti del pur amatissimo Spazio 1999 più che alla science fiction ad alto budget intravista negli anni '80, ma che era all’epoca ancora eccezione e non regola. Occorreva, come occorre oggi di più, sulla base del trailer, un “atto di fede” da parte di chi guarda alla science fiction come genere “estetico per eccellenza”. Ma quando “succede“, quando si intraprende la visione senza pregiudizi, lo sforzo viene pienamente ripagato e “gli si vuole bene”, come (per me) si vuole bene a tutti i film di Gordon, anche se fa incazzare l’idea di “cosa poteva essere“ un Robot Jox  in mano a una produzione più ricca (anche perché la stessa idea ha preso forma eccellente in G Gundam per la regia di Yasuhiro “Giant Robot” Imagawa). Il film di Gordon è piccolo piccolo, dalla trama lineare, quasi in linea con un episodio dell’Uomo Tigre e forse diretta allo stesso target. Presenta tante ingenuità dovute al budget come alla messa in scena, non ci prova mai a convincerci di essere più complicato di quanto appare spendendo come Dead Race (l’originale di Paul Bartel prodotto da Corman con Corradine) o Rollerball (l’originale di Norman Jewison con James Caan) una chiave politica. Ma scorre dall’inizio alla fine, trasuda di artigianale passione, è divertente e carico di idee seminali che hanno stimolato generazioni di autori. Tra cui il buon Del Toro, che ce lo vediamo in piedi sul divano nella scena del modulo di volo o all’apparizione della motosega. Tra cui Verhoeven, che crea i suoi Starship Troopers sullo stampo dei combattenti-atleti-modelli di Robot Jox. I videogame di Battletech, basati sulla simulazione di combattimento con i mech, devono tantissimo per il cockpit e le dinamiche da gioco a Robot Jox, anche più dei cartoni animati giapponesi. È la visione di un gaijin di un Kaiju-movie sostanzialmente, un prodotto “occidentalizzato” e che per questo si può capire di più, può essere uno step per avvicinare i prodotti originali senza voglia di sostituirli ma con il sincero scopo di omaggiarli. 



(Sigla di coda) Per chi è sui quaranta, ama i robottoni giapponesi e non ha mai visto Robot Jox, il film di Stewart Gordon ha il sapore di una nostalgica carezza e troverà sorprendente scorgere quanto abbia influenzato prodotti usciti in seguito. Vi sfido a non sussultare nei momenti in cui il robottone si trasforma. Per chi è più giovane può essere effettivamente un prodotto stranissimo, forse “troppo artigianale” e datato, ma non per questo meno divertente. Fatemi sapere. 

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domenica 7 marzo 2021

Il primo trailer di Godzilla vs Kong

 


Un paio di pugni belli grossi, i missili e un tuffo in acqua da una bagnarola over-size del gorilllone, con il lucertolone che gioca a fare lo squalo. Una scena a raggi laser che pare Goku in ultra-istinto contro Kefla in Dragon Ball Super, la musica rap in Roland Emmerich style, l’immancabile scontro cittadino e c’è tutto. Compresa la bambina...

Dalla timeline di Skull Island Kong è diventato enorme!! 

Visivamente per questi pochi secondi è da urlo, speriamo in tanti combattimenti e che le scene con la bambina... mamma mia la bambina... siano tutte qui nel trailer. 

Arriverà in streaming il nuovo capitolo del Monsterverse e sarà scontro tra titani. 

Chi si ricorda il nostro primo video sul tema? Ci avevano preso anche su quanto non appare in questo trailer? 

Non vediamo l’ora di saperne di più! Ai posteri...

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Mi sa però che niente Mechagodzilla...

Né mechaniKong...

Né il crossover con il Pianeta delle scimmie “verdi”, i Simians, che Ishiro Honda metteva ai tempi di Godzilla contro il Mechagodzilla come villain. Mi sarebbe piaciuto vedere i figli di Cesare del reboot tutti verdi, in tute spaziali e pronti a conquistare la terra come gli alieni di Mars Attack, ma con in più i mostri robotici spaziali godzilleschi. Siamo ancora in tempo a vedere tutto questo in un vicino futuro. Forse. Chi lo sa.

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giovedì 4 marzo 2021

Piercing - la nostra recensione del piccolo ma geniale film di Nicholas Pesce

 



Reed (Christopher Abbott) è un uomo medio tra gli uomini medi, sulla quarantina, dall’aria tranquilla e dalla vita familiare infelice e sottomessa espansione con l’arrivo imminente di un pargolo. Ma il piccolo e insignificante Reed nasconde un desiderio orribile quanto orribilmente condiviso con la moglie (Laia Costa): voler uccidere una prostituita con un punteruolo. Un sogno che pianifica da tempo riempiendo di appunti un quaderno rosso, studiando i minimi dettagli, dal tipo di prostituta da coinvolgere al luogo, alle modalità per immobilizzarla, all’alibi e fuga. Ma oltre a piani e idee non avrebbe la forza di fare niente senza l’ok della moglie, non sa prendere iniziative come pare sessualmente scarso. Poi, con il bene placito della moglie che gli raccomanda di non prendere freddo durante la “missione”, perché i colpi d’aria sono letali in stagione e lui si dimentica sempre di mettere la sciarpa, Reed si convince, va in un hotel “particolare” e chiede ad una agenzia “particolare” di fagli arrivare in camera una esperta di sado-masochismo da “abbattere”. L’idea è chiedere alla professionista se può legarla, come In uso nelle pratiche sado-maso, per poi narcotizzarla e quando è priva di sensi pugnalarla. Reed “ordina al telefono” la ragazza e inizia a fantasticare sulle sue future azioni, mimando nell’aria tutti i gesti e torture che vorrà infliggere, immaginando i rumori come fosse la performance di una air band, fino a che arriva Jackie (Mia Wasikowska). È carico ma subito si intimidisce, quando gli si presenta in stanza questa biondina scombinata con i capelli a caschetto che sembra in stato allucinatorio e gli chiede, prima di iniziare, di andare in bagno. Lui acconsente senza pensarci troppo a farla entrare nel bagno dove ha lascito incautamente  punteruolo e altri giocattoli nascosti in una borsa. Accortosi dell’errore, Reed viaggia spedito verso la paranoia, mentre sale la concreta paura che la ragazza, che non esce più dal bagno da troppo tempo, si sia accorta delle sue intenzioni. Reed prova ad aspettare un po’, tentenna e quando riesce a trovare la forza di aprile la porta del bagno trova Jackie mezza nuda che si sta pugnalando una gamba con una forbice. Ora l’omino è nel marasma: Jackie è una pazza masochista, una “professionista masochista“ che si taglia per lavoro o una vittima spaventata che ha capito le sue intenzioni e sta escogitato un impossibile piano per sottrarsi al destino? Sta di fatto che la ragazza, che appare sempre meno avvenente è sempre più fragile, inizia a intenerire il cuore dell’uomo, allontanando il momento fatidico del godimento omicida di Reed. La brava Jackie si sta comportando volontariamente o meno da autentica Shahrazad ma presto sarà chiaro chi comanda il gioco. 



Piercing di Nicholas Pesce è un piccolo film che ha la struttura di una piece teatrale e il bisticcio di parole è voluto. Un atto unico con al centro della scena due personaggi per la maggior parte del tempo, poche scenografie e un confronto più dialettico che fisico. Ricorda per sommi capi la celebre Venere in pelliccia, che ha trovato una recente bella trasposizione ad opera di Roman Polanski, ma Piercing ha un animo più pop e pulp, che riprende a piene mani una narrazione a fitti dialoghi sarcastico/dissacranti alla Tarantino, adagiati su una colonna sonora ultra citazionista a base delle soundtrack dei migliori classici thriller/horror anni settanta, tra cui le musiche dei mitici Goblin. Restando nell’ambito di Simonetti e soci, Pesce nuota  più volte nel “profondo rosso” del Dario Argento anni ‘70 anche visivamente, dalla costruzione geometrica della scena al feticismo sensuale per gli oggetti da taglio, come non disdegna dividere lo schermo in immagini multiple come il Brian De Palma degli stessi anni, quello di Carrie e del Fantasma del Palcoscenico. Quindi Piercing è solo raffinato e ammiccante revival pop ‘70 dunque? No, in quanto la sceneggiatura è tratta da un racconto del 2008 di Ryu Murakami, l’autore di Tokyo Decadence. Quindi Piercing è un thrillerino tra il nostalgico ‘70 e l’appassionato di estremo oriente, che trova una quadra perfetta grazie a un’ottima alchimia tra i personaggi e un semplice ma solido meccanismo da narrativa noir. Mia Wasikowska è straordinaria nel creare personaggi complessi. Lo dico da quando l’ho vista in Tv giovanissima con In Treatment, dove teneva testa e rubava la scena a Gabriel Byrne, e non ho mai cambiato idea. Riesce a essere tenera, goffa, spaventata quanto attraente in ogni personaggio che interpreta, conferendo a ogni sua interpretazione qualità umane diverse quanto uniche. La sua Jackie non è da meno, nuota tra fragilità e sensualità, in un continuo vagare tra stato allucinatorio e lucida determinazione. Prima ci ammalia, poi ci fa ubriacare e poi ci travolge, infine ci spaventa. Un vero enigma indecifrabile per il povero “omino” che è  Reed, interpretato da un Abbott che ne sottolinea tutte le fragilità e insicurezze, la sudditanza a una moglie-padrona come una latente impotenza psicologica, guarnendo il tutto di una goccia di umanità che ci permette comunque di avere pena per lui. Come in Venere in pelliccia, il gioco che coinvolge i personaggi è conquistare “il ruolo di potere” sull’altro, scompigliando le certezze dello spettatore facendo leva sul classico equivoco culturale su chi detenga l’effettivo potere in un rapporto sado-masochista. C’è in più la follia omicida in tutto questo “gioco”: la necessità del piccolo Reed di penetrare nella carne di una donna “Adultera” con un oggetto appuntito, per di più con il “salvifico“, a livello morale, consenso coniugale. Ma seguendo l’amico Freud e l’impostazione che la pellicola predilige, tutto questo gioco allusivo può ricondursi sempre a un discorso sulla sessualità e sui “ruoli”. 



Peccato duri poco! La pellicola di Pesce scorre via che è un piacere, i personaggi funzionano e hanno un modo molto divertente di relazionarsi, la situazione diventa presto folle e imprevedibile e in qualche caso pure allucinatoria. Come sul set di un film di Godzilla dei primi ‘70 (Perché sempre lì gira e rigira restiamo), la scenografia finto-minimale al di fuori delle “stanze da gioco” è composta da tanti modellini in scale di palazzi e macchinine, come a significare che i due protagonisti sono due Kaiju in lotta sul set plasticoso delle relazioni umane. Come in Colossal di Nacho Vigalondo, ma più sottile. Nei 2020 Pesce ha diretto il reboot/remake di The Grudge/ Ju-oh, che dopo Piercing sono più curioso di vedere di quanto lo fossi prima, di fatto continuando ad adattare sceneggiature di origine orientale. Il suo primo film, del 2016, non è piaciuto, ma voglio essere positivo. Insomma, regista da tenere d’occhio e un filmetto niente male per passare la serata.

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