Ian e Gmor sono in
viaggio da soli, come Tex e Kit Carson, diretti in missione a
Merovia, cittadella nella zona pedemontana del Supreldurildureldural
(o qualcosa di simile). Li aspetta una gilda di mercanti spaventati
da una banda di brutti predoni. Durante il tragitto si imbattono in
una specie di altarino mistico uscito diretto da Warcraft ma
dall'aria abbandonata (forse occorre accatastare ancora un po' di
legname e rocce...). Urge sosta a un autogrill e i nostri eroi si
addentrano nel classico paesino tetro e sinistramente deserto dove in
genere succede qualcosa di brutto. Manco dieci secondi nella landa e
un orco strapieno di Redbull e pompato come un culturista “anni
uttanta” si palesa davanti a loro urlando e devastando tutto. Un
coriaceo gruppo di villici riesce a ogni modo a sedarlo e
decapitarlo. Da dove veniva l'orco pazzo-pompato? Perché i villici
stanno per fare la pelle anche a Gmor? Ian impugna il sigillo degli
scout imperiali come fosse il distintivo dello shogun Mitsukurimito,
gli animi si placano e iniziano le indagini. Subito si palesa al
biondo eroe una smandrappa locale disposta a supportare il ranger in
quanto curatrice nell'autopsia. Gmor intanto decide di predisporre un
funerale per lo sfortunato orco, ma mentre prepara la pira funebre
viene narcotizzato da degli strani figuri e al suo risveglio si
trova, legato, all'interno di una carovana ricoperta di sbarre. Di
sicuro qualcuno vorrà offrirgli una Redbull.
Nuovo appuntamento
per Dragonero e nuova saga al suo avvio. Testi di un Vietti
decisamente in vena supportati da splendidi disegni di Rizzato. La
trama è lineare, ma scorre via che è un piacere ed è ricca di
personaggi e spunti interessanti. Lo scenario permette al
disegnatore di scatenarsi nella rappresentazione grafica di un vasto
numero di creature fantasy diverse e ne risultano avvincenti e
dinamiche scene d'azione supportate da un chiaro e dettagliato
paesaggio. Nell'insieme una autentica goduria. L'utilizzo di un cast
ristretto, “selezionato”, di personaggi, come accade sempre in Tex,
permette davvero di sperimentare nuove linee narrative senza pesare
troppo sull'economia dell'intreccio e al contempo meglio definire i
personaggi. Apprezzo molto questa formula e devo dire di nutrire
sempre più intresse per questa testata. Rimane il fardello di un
mondo narrativo piuttosto compassato e per il momento inerte, anche
per la costruzione voluta espressamente dai suoi autori, nella
prospettiva di offrire significativi colpi di scena degni di dare un
po' di pepe al tutto. Ma la solidità di base c'è e si vede. Da
continuare a seguire.
Fenomenale. Ecco
cosa significa la vera magia del cinema. Effetti, scenari e mezzi
storici ricostruiti da capo a piedi, fotografia (di Bazelli, come in "The ring" collaboratore di Verbinski), sonoro (di Hans Zimmer), stunt,
cut, recitazione tutto al top senza compromessi e tutto sparato nel
cervello dello spettatore come un big bang sonico all'interno della
sala più fica con l'audio che spacca di più di tutto il creato.
Un'esperienza trascendente la cui proiezione su un cartellone
pubblicitario creerebbe più ingorghi della gigantografia di Belen
Rodriguez unicamente coperta da un orsetto di peluche grande quanto
un portachiavi. Gli ultimi trenta minuti di The Lone Ranger di Gore
Verbinski sono così. Una lezione di cinema da incorniciare e
studiare sequenza per sequenza alla prima lezione di un corso per
registi. Orgasmo puro.
Poi c'è il resto del film, un po' troppo
lungo, un po' sonnecchioso, calcato a forza sulle sole-solide spalle
di Johnny Depp coadiuvato unicamente da un co-protagonista, che
annaspa tra il simpatico e l'insignificante, interpretato da Armie
Hammer, e da un cavallo (sì, ho scritto “un cavallo”), Silver,
che letteralmente riesce a rubare la scena a tutto e tutti. L'impresa
era far tornare il grade pubblico a vedere western. Il rischio era
grande, ma Verbinski è uno che ama il rischio e che già è riuscito
con successo a far tornare il pubblico a vedere film sui pirati. La
fedeltà e l'amore del regista per il genere è materia già
acclarata per chiunque abbia posato gli occhi su quella perla
d'animazione che è Rango (non a caso sempre Depp come
attore-mattatore), mettergli nelle mani un mito americano come il
ranger solitario è di contro un gesto d'amore quanto una cassa
contenente nitroglicerina. Armeggiare con cura. Perché è sì un
personaggio leggendario, ma è anche un'icona considerata retrò,
superata come tutto il terroso e muffoso genere della frontiera, che
vive ormai di poche grandi uscite che in un decennio non contano
nemmeno tutte le dita di una mano. Un eroe vecchio, ma così vecchio
che è difficile trovarne oggi fascinazione. Se lo lasci inalterato
non te lo cagherà nessuno, se cerchi di innovarlo ti daranno del
bastardo perché il tuo gesto equivarrebbe a lesa della costituzione
americana. Tutti questo mi ricorda in qualche modo The Spirit. Non
troppo tempo fa il grande Frank Miller decise di portare sullo
schermo The Spirit di Eisner. Da autore Miller prese la materia, la
fece sua reimpastando le carte e servì con classe. The Spirit è
esattamente incamerato nel pantheon Milleriano, racconta del suo
amore-odio simbiontico tra l'uomo e la città (già descritti nei
suoi Daredevil e Batman), fa uso del grandangolo grottesco (del suo
Sin City), abbonda delle architetture folli e del sangue dei suoi
personaggi più amati (Elektra), incarna il mito del perdente
vincitore (300, Sin City).
Lo Spirit di Eisner è più positivo e
meno cupo (e dire che Miller fa di tutto per non essere cupo in The
Spirit!), la pellicola è derivativa di Sin City dicono (che sarebbe
come dire che E.T. è derivativo di Incontri ravvicinati del terzo
tipo), il pubblico vede il personaggio “tradito” e defeca sulla
pellicola di Miller. Chi non conosce The Spirit prende per buona la
critica americana e fa altrettanto. La scelta di gestione del Lone
Ranger di Verbinski fa tesoro dell'increscioso flop di The Spirit
(film da rivalutare, ma che ai più sembra scolpito indelebile quale
la merda delle merde, ulteriore frutto sgraziato di quel fascistone
di Miller). Verbinski non sposta di un centimetro il Ranger solitario
dalla sua icona, dalla sua interpretazione vintage o originale che
dir si voglia, ma concentra tutti gli sforzi innovatori su Tonto, la
spalla dell'eroe, spostando su di lui il baricentro della storia. E
fa centro. Tonto è un personaggio complesso e tormentato, nonché
assolutamente pazzo, cui Depp infonde una insperata luce di
credibilità senza dimenticare di trattare anche il registro più
leggero, in virtù della mission dichiarata della produzione: è una
pellicola per tutta la famiglia. Ma come far interagire un'icona con
un personaggio reale, come appunto si presenta Tonto. Ecco che
Verbinski trova un ingegnoso stratagemma. Tutta la trama è di fatto
una narrazione degli eventi che un vecchio Tonto elargisce a un
piccolo fan del Ranger Solitario che negli anni '30 incontra in un'attrazione a tema “cowboy e indiani” di un parco giochi. Geniale,
con un solo lazzo Verbinski cattura l'attenzione dei più piccini
spettatori in sala ed evita di intaccare il mito di troppe
implicazioni drammatiche e di difficile assimilazione. In fondo il
ranger solitario è un tipo sorridente che per anni compare a cavallo
con in sottofondo una marcetta, fa fuori i cattivi e scompare
all'orizzonte. Come Fantaman. Non è che Fantaman quando entrava in
azione diceva cosa faceva, chi era, perché era lì: rideva
satanicamente, affrontava il Dr.Zero e i suoi mostri e con una risata
se ne andava lasciandoci in balia dei noiosissimi piccoli cagosi
personaggi di contorno. Ora mi rendo conto che non tutti si ricordano
di chi cacchio sia Fantaman. Quindi eccovi un trailer che a molti
comunque continuerà a non dire una fava.
Dalla regia mi
dicono che in estrema sintesi il Ranger Solitario è paragonabile ad
un pokemon: quando entra in azione dice “Picaciu!”, fa fuori il
team Rocket e torna nella palla colorata. Che gli dei abbiano pietà
di me per aver fatto tale paragone...
Pertanto Armie
Hammer ha un compito al contempo più facile, perché la maggior parte
del lavoro sporco la fa Depp, ma anche più difficile, in quanto deve
recitare come uno stereotipo retrò anni '30. Per una assurda serie di
circostanze (ma se vogliamo possiamo anche qui parlare di genio della
regia) il fatto di essere un attore bolso e imbalsamato gioca a suo
favore nelle scene più iconiche-action, ma mostra ovviamente tutti i
suoi limiti nelle parti più narrative e drammatiche. Pertanto tutta
la parte introduttiva risulta un po' debole. Anche le connotazioni più
dark del personaggio vengono smussate, forse per non renderlo troppo
cupo ai bambini (ma sarà poi una strada giusta? Io mi ricordo
perfettamente di mio cugino ultra esaltato e per nulla terrorizzato
nella scena in cui Nick Cage diventa Ghost Rider...). Il Lone Ranger è
di fatto un “Dead man” quanto lo sono il Corvo, il Punitore,
Gungrave e appunto Spirit e Fantaman. In sostanza uno spirito
vendicativo e inesorabile che non si può uccidere, in quanto
interiormente (come il Punitore) o fisicamente (come tutti gli altri)
è già morto.
Nello specifico i poteri soprannaturali del Ranger
derivano dall'argento, metallo “maledetto” che fa da filo
conduttore di tutte le vicende, ma lo spunto rimane abbozzato ed è
un peccato, perché il personaggio di Hammer appare al pubblico come
un simpatico e fortunatissimo pistola (giusto per stare in tema
“western”) e nulla più. Alla lunga crepe derivano anche dalla
narrazione Tonto-Bambino, incapace di scavare a fondo dove la trama
si fa giusto un pelo complicata. Ma sono peccati veniali di una
pelllicola decisamente meritevole, peraltro benedetta da un cast di
comprimari di prim'ordine. Su tutti svetta la simpatica Helena Bonham
Carter, in un ruolo cucito su misura per lei, ma fanno il loro lavoro
alla grande anche Tom Wilkinson, un cinico Barry Pepper e un
bravissimo e quasi irriconoscibile per il trucco William Fichtner.
Tirando le
conclusioni eccoci davanti a un film difficile da gestire sulla
carta, sapientemente e originalmente gestito nei frangenti più
complessi, con tutti i comparti tecnico-artistici al top cui ad
alcuni passaggi poco movimentati e noiosetti si contrappongono scene
maestose, grande simpatia dei personaggi e una delle mezzore finali
più avvincenti ed esaltanti della storia del cinema. Decisamente
vale il biglietto. Ma riuscirà il Lone Ranger ad attirare a sé
nuovi fan e diventare come i Pirati dei Caraibi un brand? Riuscirà il bluray a portare gli incassi non eccezionali ottenuti al botteghino a un livello sufficiente per ispirare almeno un seguito? E chi lo sa!
Una grossa botta
in testa. Sangue. Tutto confuso il mondo ruota tra le orbite di
Robert Langdon. Il celebre professore di simbologia e iconografia
religiosa di Harvard si risveglia così in un letto d'ospedale con la
più agghiacciante e angosciosa delle scoperte. Il suo orologio di
topolino. Rubato. Tutto crolla senza il suo confortevole monile
massonico orecchiuto e per di più ci sono dei tizi strani che gli
stanno parlando in camici bianchi. Pare parlino italiano, in quanto
riportano sui loro vestiti gli inconfondibili aromi di tabacco e
caffè espresso (!!!!), ma è ancora tutto annebbiato. Poi i sensi
ritornano a funzionare a sprazzi e l'esimio professore scorgendo
dalla finestra uno skyline inconfondibile si accorge di trovarsi a
Firenze. Come ci è arrivato? Cosa è successo nelle ultime ore? Chi
si è fottuto l'orologio di Topolino? A fornire le prime risposte è
una donna in camice bianco, che come tutte le coprotgoniste dei
romanzi di Langdon è una figa misteriosa con tratti da psicopatica.
Langdon è lì perché ha perso la memoria. E sticazzi. Manco un
minuto e irrompe dalla porta sforacchiando tutto e tutti una triste
parodia di spia russa di nome Yelena. Fuga. Botti a ripetizione. Ma
già importanti conferme. I profumi sono inconfondibili. Lampredotto
e Chianti (!!!!). Langdon si trova veramente a Firenze. Il professore
dovrà ricostruire gli eventi passati facendo uso dei pochi strumenti
di cui dispone in tasca e di una memoria farraginosa, che non fa
altro che trasmettergli in loop sogni sinistri riguardanti l'inferno
dantesco. Come sempre non sarà facile sbrogliare la matassa, perchè
potenti nemici si avvicendano sulla strada della verità e non manca
il solito pazzoide d'ordinanza, pazzoide che ha preparato per il
nostro enigmi riguardanti come sempre roba storica-iconografica,
nello specifico riguardanti un pallino del pazzoide, Dante Alighieri.
Autore sul quale Langdon sa proprio tutto di tutto (!!!!!!!!!!!!).
Il professor
Langdon è tornato! Febbrili si susseguono pellegrinaggi presso
librerie e supermercati per impossessarsi del “tomo misterioso”,
l'oggetto ambito per le vacanze (finite da un pezzo) il Santo Graal
dell'intrattenimento estivo o comunque un buon intrattenimento per i
post-vacanzieri. Trama blindata, adattamento pare avvenuto in un
bunker in quel di Milano 2 dove nottetempo sono stati segregati
traduttori internazionali, pare a regime di pane e acqua, pare
minacciati di morte da sedicenti contractor in caso di prematura
divulgazione dell'artefatto (è per questo pare che non vedremo mai
la versione in Giamaicano..). Sarà l'ennesimo miracolo commerciale?
È sempre
affascinante leggere i testi di Dan Brown. Nonostante situazioni al
limite dell'assurdo, nonostante tremende puttanate sugli usi e
costumi dei villici in cui si svolgono i romanzi (il lampredotto??
Sigarette e caffè l'odore degli italiani???), la lettura scorre e
scorre di brutto, famelica e instancabile fino all'ultima pagina. Una
capacità narrativa non comune che si accompagna alla proposizione di
mistery interessanti in cui pervade quella sana atmosfera da gita
turistica colta. C'è gente che va nei musei con sottobraccio i libri
di Dan Brown per riconoscerne dettagli narrativi e personalmente
ritengo che qualsiasi cosa spinga qualcuno ad andare a vedere un
museo sia buona e giusta. E poi è figo guardare la tal statuina o
dipinto e ritenere di essere davanti a una scoperta degna di Indiana
Jones. Per questo il personaggio funziona e diverte. Certo alcune
riflessioni di Brown sono forti, l'autore ha una propria mentalità
ed esprime attraverso i suoi personaggi pensieri piuttosto netti,
anche antipatici e impopolari. Qualcuno potrà quindi trovare
antipatie focose per tale volontà, ma personalmente apprezzo i
personaggi scomodi, gli eroi che non restano bidimensionali. Langdon
è spesso superficiale, stupido, pedante ma è molto più umano di un
Dirk Pitt qualsiasi.
Il simbolo
perduto, il romanzo precedente, devo ammettere di averlo digerito un
po' a fatica. Suonava come un mega spottone pro-massoneria, ma il suo
reale limite era di essere troppo lento. Questo libro affronta un
problema sociale gravissimo e lo esplica nel modo e condizioni più
stronze immaginabili, tuttavia il ritmo narrativo è più veloce,
incalzante, le pagine volano. Rimane poi, come in Angeli e Demoni,
questa curiosa visione dell'Italia attraverso l'occhio del turista in
visita. Per lo meno Dan Brown ci dipinge meglio che Yoichi Takahashi
in Holly e Benji, per il quale il nostro popolo vive in baraccopoli
coperto di stracci. Come direbbe Paolo Villaggio nelle vesti della
invaghita infermiera tedesca mentre visita l'immigrato italiano Lino
Banfi (in “Pappa e ciccia”): “Tu, pagliaccen italiano, dofe
tiene tuo mandolino? Fa me federe solo una folta tuo
mandolino, pajaccio”.
Una lettura
divertente quindi. Senza pretese. Leggete sereni. Avrei voluto da un
libro che si chiama Inferno che si parlasse mooolto di più
dell'inferno dantesco. Gli spunti sarebbero stati diecimila, ma pare
che Brown abbia letto solo la riduzione dell'opera di Go Nagai.
Dan Brown sostiene
di voler girare il film, di volerci dentro Benigni. Io vorrei che a
interpretare Langdon non ci sia più Tom Hanks con quegli
inquietanti untuosi finti capelli corvini. Chi legge i libri sa che
l'unico attore che interpreterebbe al meglio il professore è Liam
Neeson (oh, io la penso così per lo meno...). Con Liam Neeson
sarebbe un film bello.
Newark, New
Jersey. Alcuni indiani d'America sono impegnati nella costruzione di
un palazzo. Vivono in una baracca costruita nel cantiere, arroccati
in pochi metri e tanti letti a castello. Poi degli spari. Poi una
porta si apre. Dei delinquenti entrano nella stanza e fanno una
strage. Eliminano possibili testimoni scomodi di un reato che si è
compiuto di lì a pochi metri, ma di cui i nativi americani non sanno
nulla. Mentre la maggioranza degli indiani nello stabile viene
colpita a morte da fucilate, mentre i criminali dispongono tutto per
un rogo dell'intera baracca, due di loro, che si trovavano nel bagno,
scappano all'eccidio e da subito vengono inseguiti quali superstiti.
Jeff Cardiff è un giornalista. Accorre nel cantiere dell'eccidio,
non crede all'insabbiatura predisposta dalla ditta appaltatrice che
vuole chiudere la questione parlando di una stufa che ha ucciso gli
indiani nel sonno provocando l'incendio, decide di indagare. Ma la
vita lo porta momentaneamente altrove. Luna che Ride, la sua nonna
indiana, è spirata. Jeff partirà quindi per un lungo e doloroso
percorso interiore alla ricerca delle sue radici, ma per questo non
rinuncerà a continuare la sua inchiesta. Perché sangue chiama sangue
e anche se solo in parte indiano Jeff ha un Cuore di lupo. Strano,
onirico, spiazzante.
Ambrosini continua nella sua missione di offrire
opere originali quanto profonde, distanti dai luoghi comuni del
fumetto. Opere che spiazzano, che molto si amano o molto si odiano, ma
che ad ogni modo non lasciano indifferenti. Cuore di lupo non si
sottrae a questa visione e offre davvero molto di più di quanto
traspaia a una lettura veloce. È un racconto sofferto, pieno di
personaggi delusi e perdenti che può magari richiamare alle
atmosfere filmiche dei fratelli Cohen. Ma dove davvero tocca e
rimane alla memoria è in ragione di un piano ulteriore di lettura,
quasi metafisico, non invadente ha che di fatto guida e unisce i fili
invisibili del racconto. Mito, fantasia, cuore. Ambrosini opera
sull'onirico per andare a descrivere con più forza le dinamiche
emotive, per dimostrare che la storia può essere in funzione dei
sentimenti e non viceversa. Facile pensare per gli affezionati di
Ambrosini a certe suggestioni “napoleoniche”, che tanto mancano
nel panorama fumettistico moderno. Quanto ci manca Napoleone, quanto
ci manca Jan Dix. Vi consiglio vivamente questo nuovo volume de “Le
storie”, tanto per l'unicità della storia quanto per i dettagli
delle tavole di Ambrosini, sempre dettagliate quanto peculiari, quasi
espressioniste, ruvide. L'unica punta negativa dell'opera risiede
forse in un livello generale non al top della forma del nostro
autore, ma il viaggio vale comunque il biglietto.
contiene un paio di piccoli e poco
significativi spoiler, roba che si vede al 90% già dal trailer
comunque
Come l'anno scorso
sotto Natale mi reco al cinema Odeon di Milano con il Maurino,
l'esperto tolkeniano di zona, ad assistere al rituale spettacolo
allegorico di Peter Jackson in salsa fantasy. Si guarda l'albero in
Duomo, la galleria Vittorio Emanuele stracolma di gente con pacchi e
pacchettini, si mangia una pizza di lusso. Anno dopo anno questo
piccolo rito assume sempre di più la fragranza tipica degli aromi
delle feste, quasi fosse l'anice stellato che insaporisce alcuni
dolci natalizi. Solo che l'anice stellato deve dare sapore per poi
essere tolto dall'impasto, o rischiate che la pietanza sappia solo di
quello e stomachi un po'. Allo stesso modo lo Hobbit è qualcosa che
va gustato senza soffermarcisi troppo, o si rischia che la pietanza
arrivi un po' indigesta. La sala presenta ovviamente oltre agli ormai
inevitabili occhialini 3d il tanto arcigno sistema di riproduzione in
HF già utilizzato per il primo Hobbit. A una seconda visione mi
pare che sia meno devastante, ma risulta una bizzarria che è tuttora
lontana dal piacermi.
Dove eravamo
rimasti? Gandalf tirava i dadi, faceva +6 e giocava la carta aquile
in posizione di difesa salvando i nani e l'Hobbit dalle grinfie delle
schiere dell'orco (fintissimo) senza una mano, così che i nostri
potessero continuare la loro allegra avventura finalizzata al
risveglio con incazzatura del drago Smaug (più o meno). Nelle ultime
battute del film precedente Bilbo si era casualmente (ma nulla capita
a caso per Tolken) imbattuto nella triste creatura Gollum ed era
riuscito con astuzia a sottrargli il suo prezioso tesoro, un anello
dal potere oscuro in grado di rendere invisibile chi lo indossi. Le
successive tappe del viaggio, per tre abbondanti e ammorbanti ore in
sala, comprendono un bosco oscuro verdeggiante, la solita stronza
magione elfica abitata da stronzi elfi (e qui ritorna lo stronzo
Legolas), una versione triste di Venezia in novembre abitata da
psicotici e infine la montagna del tesoro difesa dal (bellissimo)
drago digitale. Ok, iniziamo con slancio... cheppalle...
Nonostante in rete
c'è gente calva perchè ha con questa pellicola finito di strapparsi
i capelli dalla gioia, il film ripresenta, come la peperonata il
giorno dopo, tutti i più atroci difetti della pellicola precedente.
Salvo le canzoncine, grazie a Dio qui non si canta! Una trama
ampiamente imperfetta, tra una parte iniziale brusca dove dovrebbe
essere centrale, un tizio importante nel libro che si vede tre secondi
in tutto, un capitolo sugli elfi straripante di una noia mortale
(basta soffermarsi su sti elfi, hanno rotto!!! - frase ammorbidita in
ragione del fatto che abbiamo anche lettori giovani -), un capitolo
su Venezia superficiale e stupido fino quasi a essere irritante dove
tutto e tutti appaiono caotici o cretini (prima si detestano
cortesemente, poi si ignorano, poi si aggrediscono, poi complottano,
poi gli eventi precipitano e il tutto avviene in 6 minuti!!! Capisco
che si volesse mettere in questa pellicola il drago, ma aveva più
senso tagliare l'inutile parte sugli elfi rispetto a questa porzione
di trama! Spero che le scene aggiuntive della scontata versione
estesa home video diano maggiore logica agli eventi di questa
parte).
Tredici nani di cui non ci importa nulla e per i quali il
regista non fa nulla per renderli simpatici, salvo tre o quattro.
Gandalf, che per mascherare la sua indole over-powered (o in ragione
di un aumento richiesto dalla controfigura) viene mandato non si sa
dove a non si sa bene fare cosa, (pare si faccia mezza mappa della
terra di mezzo per incontrare il fratello che vive con la cacca
d'uccello in testa e comunicargli pazzesche ovvietà) risulta se
possibile più irritante del solito. Ritorna Legolas, interpretato dal peggiore attore mai nato, Orlando Bloom, che ha per lo meno il pregio
di parlare poco e menare tanto e in modo figo. Lo hobbit di Martin
Freeman (ribadisco la tesi che sia un lontano cugino di Jackson a cui
quest'ultimo doveva dei soldi), di una antipatia quasi tattile e dai
costumi più brutti mai creati per un'opera fantasy (perché invece i
costumi degli Hobbit nella saga dell'anello mi piacevano? Il cugino è
anche costumista?) e per il quale non possiamo che sognare una morte
atroce nella tragica consapevolezza che questa non avverrà (che bello
se Smaug lo facesse a pezzi, lo disponesse a spiedino e ricoprendolo
di salsa Yaki Tori provvedesse a media cottura). E poi perché, per
Thor, i ragni parlano!!!! L'esperto tolkeniano mi dice che in origine
parlano e cantano pure e devo pertanto ringraziare Jackson per aver
tolto i canti. Ma abbiamo anche aspetti della pellicola così belli da
renderla ad ogni modo, proprio come il primo film, qualcosa di
imperdibile.
L'ottima implementazione dell'elfa Tauriel offerta da
Evangelyn Lily, non a caso un personaggio così bello e ben riuscito
da non far parte dell'Hobbit originale (si capisce che Tolken non è
esattamente il mio autore preferito? Beh, vi sbagliate, non di tanto
ma vi sbagliate...). Il sempre affascinante personaggio di Scudo di
quercia, doloroso, ambiguo, rissoso, eroico, accidioso, titanico,
collerico, maestoso, altruista e senza glutine. La lunga ed elaborata
scena della foresta con i ragni con più di un eco dal King Kong di
Jackson, l'adrenalinica corsa sui barili, la maestosa apparizione di
Sauron, le maxi-zuffe naniche ed elfiche perfettamente coreografate
che infarciscono il film in ogni dove, l'ultima stupefacente (per
ritmo, recitazione ed effetti) ora della pellicola con lo scontro con
il drago più bello e spaventoso che cinematograficamente parlando si
ricordi, una sequenza da iscrivere agli annali come quanto di più
figo visto al cinema almeno negli ultimi cinque anni. Laddove La
desolazione di Smaug eccelle, la pellicola si fa di culto ed è
addirittura in grado di ridefinire l'asticella massima
dell'eccellenza verso l'alto, e questo automaticamente fa perdonare i
mille difettacci elencati poc'anzi. Certo ogni tanto ci si sente
ostaggi del film, affamati di maggiore azione e irritati da una
scansione degli eventi che non convince. In un film di tre ore non si
spiega perché il personaggio del muta-forma sia appena accennato così
come non si spiega lo strabordante spazio nella solita dimora elfica.
Il film rimane ampiamente imperfetto e non raggiunge le vette di
scrittura del Signore degli Anelli. Ma lo spettacolo, se superate
incolumi la prima oretta, diverte e avvince e porta in dote alcune
delle più belle scene d'azione cinematografica di sempre. È questo
quello che conta. Per questo promuoviamo La desolazione di Smaug
nonostante i suoi difetti e attendiamo con gioia il capitolo 3.
Gli alieni vivono
tra noi. Qualcuno finisce pure sotto i ferri di persone tentate di
scoprirne la natura, qualcuno viene salvato e riportato in una
patria che non pensava di avere. Le protesi facciali e gli abiti
degli alieni sembrano usciti dal Mukka Assassina.
Tornano al cinema
sotto egida Warner Brothers i fratelli terribili, i mitici Wachowski!
Questa volta il dinamico duo darà vita ad una pellicola
fantascientifica in grande stile, da loro scritta e diretta,
interpretata dal bietolone Channing Tatum (che è appunto bietolone
ma pure simpatico, vedasi alla voce 21 Jump Street e imminente
seguito) e dalla sempre bellissima Milla Kunis (amatissima Meg dei
Griffin nonché interprete de Il cigno nero).
Sono di parte, amo
integralmente la filmografia dei Wachowski (sì, anche Bound e Speed
Racer, passando dalle collaborazioni produttive come V per vendetta e
persino il bruttino Invasion) e credo che Cloud Atlas sia uno dei film
più belli degli ultimi cinque anni (e perché non l'ho ancora
recensito? Ci ho provato, ma veniva un post-atto-d'amore diviso in
nove parti abbastanza deliranti troppo incompresnibile pure per i
miei livelli... ad ogni modo se amate la fantascienza intelligente
alla Gattaca, le storie d'amore tormentate, i romanzi marinareschi,
le commedie sofisticate tipo Allen, le ambientazioni alla Mad Max, i
drammi interiori alla Shine e il tutto mischiato in un unico film
andate a recuperare Cloud Atlas e leggetevi il libro collegato, che
ne vale la pena!). Alieni, esperimenti sul genoma, bullet time a
manetta, tizi che volano dalle pettinature impossibili e dal trucco
pure peggio, quel senso a volte irritante di porti sopra le
righe, Jupiter Ascending si presenta da subito con l'inconfondibile
stile delle pellicole Wachowski, che sono, per chi riesce ad amarle,
più che la somma dei singoli componenti. Pellicole spesso
altisonanti, ma sempre in grado di dare qualcosa, offrire occasioni
per riflettere, gemme rare degne di essere viste e riviste. Perdere
tempo a sezionarle, opacizzare la sgargiante superficie esteriore
alla ricerca delle ovvie esagerazioni e ipocrisie, equivale a
svilirle quanto a perdersi qualcosa di bello. Per goderne davvero
bisogna farcisi trasportare dentro con tutta l'ingenuità di un
bambino che varca la soglia di un negozio di dolciumi alla ricerca
degli squali gommosi e delle rotelle di liquirizia: pura estasi
emozionale. Certo che il trucco di Tatum è oggettivamente di quelli
che stimolano ilarità, ma questo non mi farà certo desistere dalla
visione. Giugno è lontato, questa prima visione di assaggio non si
presenta affatto male. Vi terremo aggiornati!
Il teaser è un'invenzione degli ultimi anni, per dare qualcosa in pasto ai fan che sbavano da mesi in attesa di un trailer da spulciare per ore e ore in cerca dei più piccoli dettagli, per poi discuterne con altri malati sui forum dedicati. Le case di produzione hanno quindi ben pensato di lanciare dei mini trailer di pochi secondi giusto per rendere l'attesa ancor più lunga e spasmodica... Ma non tutti i teaser riescono nell'intento di gasare il pubblico. Volete un esempio? Ecco qui:
Quando ho visto che durava ben 2 minuti (che per un teaser è tantissimo), mi sono subito gasato, anche perché il nuovo film di Nolan è attesissimo. Peccato che il teaser in questione non voglia dire una beata minchia. Sembra la pubblicità di un profumo, manca solo che la voce narrante finisca con "the new fragrance by Paco Rabanne". Fa solo girare le balle modello ventilatore in una giornata di metà luglio. Cioè... piuttosto non pubblicate nulla!
Lo volete un teaser figo?
Chi dopo questi 50 secondi scarsi non vorrebbe arruolarsi tra le fila dei mercenari di Stallone? Chi non vorrebbe comprarsi un cargo con un teschio aerografato sopra? C'è sicuramente già qualcuno che è uscito di casa per andare al più vicino negozio di soft-air per comprarsi una divisa nera e il coltello di Lundgren... ave o Stallone, ho già i biglietti per il tuo film e spero che nelle tue intenzioni i mercenari saranno come minimo quindici film. Nolan, guarda e impara! Gianluca