martedì 31 dicembre 2013

Dragonero 6



Ian e Gmor sono in viaggio da soli, come Tex e Kit Carson, diretti in missione a Merovia, cittadella nella zona pedemontana del Supreldurildureldural (o qualcosa di simile). Li aspetta una gilda di mercanti spaventati da una banda di brutti predoni. Durante il tragitto si imbattono in una specie di altarino mistico uscito diretto da Warcraft ma dall'aria abbandonata (forse occorre accatastare ancora un po' di legname e rocce...). Urge sosta a un autogrill e i nostri eroi si addentrano nel classico paesino tetro e sinistramente deserto dove in genere succede qualcosa di brutto. Manco dieci secondi nella landa e un orco strapieno di Redbull e pompato come un culturista “anni uttanta” si palesa davanti a loro urlando e devastando tutto. Un coriaceo gruppo di villici riesce a ogni modo a sedarlo e decapitarlo. Da dove veniva l'orco pazzo-pompato? Perché i villici stanno per fare la pelle anche a Gmor? Ian impugna il sigillo degli scout imperiali come fosse il distintivo dello shogun Mitsukurimito, gli animi si placano e iniziano le indagini. Subito si palesa al biondo eroe una smandrappa locale disposta a supportare il ranger in quanto curatrice nell'autopsia. Gmor intanto decide di predisporre un funerale per lo sfortunato orco, ma mentre prepara la pira funebre viene narcotizzato da degli strani figuri e al suo risveglio si trova, legato, all'interno di una carovana ricoperta di sbarre. Di sicuro qualcuno vorrà offrirgli una Redbull.


Nuovo appuntamento per Dragonero e nuova saga al suo avvio. Testi di un Vietti decisamente in vena supportati da splendidi disegni di Rizzato. La trama è lineare, ma scorre via che è un piacere ed è ricca di personaggi e spunti interessanti. Lo scenario permette al disegnatore di scatenarsi nella rappresentazione grafica di un vasto numero di creature fantasy diverse e ne risultano avvincenti e dinamiche scene d'azione supportate da un chiaro e dettagliato paesaggio. Nell'insieme una autentica goduria. L'utilizzo di un cast ristretto, “selezionato”, di personaggi, come accade sempre in Tex, permette davvero di sperimentare nuove linee narrative senza pesare troppo sull'economia dell'intreccio e al contempo meglio definire i personaggi. Apprezzo molto questa formula e devo dire di nutrire sempre più intresse per questa testata. Rimane il fardello di un mondo narrativo piuttosto compassato e per il momento inerte, anche per la costruzione voluta espressamente dai suoi autori, nella prospettiva di offrire significativi colpi di scena degni di dare un po' di pepe al tutto. Ma la solidità di base c'è e si vede. Da continuare a seguire. 
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lunedì 30 dicembre 2013

The Lone Ranger




Fenomenale. Ecco cosa significa la vera magia del cinema. Effetti, scenari e mezzi storici ricostruiti da capo a piedi, fotografia (di Bazelli, come in "The ring" collaboratore di Verbinski), sonoro (di Hans Zimmer), stunt, cut, recitazione tutto al top senza compromessi e tutto sparato nel cervello dello spettatore come un big bang sonico all'interno della sala più fica con l'audio che spacca di più di tutto il creato. Un'esperienza trascendente la cui proiezione su un cartellone pubblicitario creerebbe più ingorghi della gigantografia di Belen Rodriguez unicamente coperta da un orsetto di peluche grande quanto un portachiavi. Gli ultimi trenta minuti di The Lone Ranger di Gore Verbinski sono così. Una lezione di cinema da incorniciare e studiare sequenza per sequenza alla prima lezione di un corso per registi. Orgasmo puro. 

Poi c'è il resto del film, un po' troppo lungo, un po' sonnecchioso, calcato a forza sulle sole-solide spalle di Johnny Depp coadiuvato unicamente da un co-protagonista, che annaspa tra il simpatico e l'insignificante, interpretato da Armie Hammer, e da un cavallo (sì, ho scritto “un cavallo”), Silver, che letteralmente riesce a rubare la scena a tutto e tutti. L'impresa era far tornare il grade pubblico a vedere western. Il rischio era grande, ma Verbinski è uno che ama il rischio e che già è riuscito con successo a far tornare il pubblico a vedere film sui pirati. La fedeltà e l'amore del regista per il genere è materia già acclarata per chiunque abbia posato gli occhi su quella perla d'animazione che è Rango (non a caso sempre Depp come attore-mattatore), mettergli nelle mani un mito americano come il ranger solitario è di contro un gesto d'amore quanto una cassa contenente nitroglicerina. Armeggiare con cura. Perché è sì un personaggio leggendario, ma è anche un'icona considerata retrò, superata come tutto il terroso e muffoso genere della frontiera, che vive ormai di poche grandi uscite che in un decennio non contano nemmeno tutte le dita di una mano. Un eroe vecchio, ma così vecchio che è difficile trovarne oggi fascinazione. Se lo lasci inalterato non te lo cagherà nessuno, se cerchi di innovarlo ti daranno del bastardo perché il tuo gesto equivarrebbe a lesa della costituzione americana. Tutti questo mi ricorda in qualche modo The Spirit. Non troppo tempo fa il grande Frank Miller decise di portare sullo schermo The Spirit di Eisner. Da autore Miller prese la materia, la fece sua reimpastando le carte e servì con classe. The Spirit è esattamente incamerato nel pantheon Milleriano, racconta del suo amore-odio simbiontico tra l'uomo e la città (già descritti nei suoi Daredevil e Batman), fa uso del grandangolo grottesco (del suo Sin City), abbonda delle architetture folli e del sangue dei suoi personaggi più amati (Elektra), incarna il mito del perdente vincitore (300, Sin City). 

Lo Spirit di Eisner è più positivo e meno cupo (e dire che Miller fa di tutto per non essere cupo in The Spirit!), la pellicola è derivativa di Sin City dicono (che sarebbe come dire che E.T. è derivativo di Incontri ravvicinati del terzo tipo), il pubblico vede il personaggio “tradito” e defeca sulla pellicola di Miller. Chi non conosce The Spirit prende per buona la critica americana e fa altrettanto. La scelta di gestione del Lone Ranger di Verbinski fa tesoro dell'increscioso flop di The Spirit (film da rivalutare, ma che ai più sembra scolpito indelebile quale la merda delle merde, ulteriore frutto sgraziato di quel fascistone di Miller). Verbinski non sposta di un centimetro il Ranger solitario dalla sua icona, dalla sua interpretazione vintage o originale che dir si voglia, ma concentra tutti gli sforzi innovatori su Tonto, la spalla dell'eroe, spostando su di lui il baricentro della storia. E fa centro. Tonto è un personaggio complesso e tormentato, nonché assolutamente pazzo, cui Depp infonde una insperata luce di credibilità senza dimenticare di trattare anche il registro più leggero, in virtù della mission dichiarata della produzione: è una pellicola per tutta la famiglia. Ma come far interagire un'icona con un personaggio reale, come appunto si presenta Tonto. Ecco che Verbinski trova un ingegnoso stratagemma. Tutta la trama è di fatto una narrazione degli eventi che un vecchio Tonto elargisce a un piccolo fan del Ranger Solitario che negli anni '30 incontra in un'attrazione a tema “cowboy e indiani” di un parco giochi. Geniale, con un solo lazzo Verbinski cattura l'attenzione dei più piccini spettatori in sala ed evita di intaccare il mito di troppe implicazioni drammatiche e di difficile assimilazione. In fondo il ranger solitario è un tipo sorridente che per anni compare a cavallo con in sottofondo una marcetta, fa fuori i cattivi e scompare all'orizzonte. Come Fantaman. Non è che Fantaman quando entrava in azione diceva cosa faceva, chi era, perché era lì: rideva satanicamente, affrontava il Dr.Zero e i suoi mostri e con una risata se ne andava lasciandoci in balia dei noiosissimi piccoli cagosi personaggi di contorno. Ora mi rendo conto che non tutti si ricordano di chi cacchio sia Fantaman. Quindi eccovi un trailer che a molti comunque continuerà a non dire una fava.


Dalla regia mi dicono che in estrema sintesi il Ranger Solitario è paragonabile ad un pokemon: quando entra in azione dice “Picaciu!”, fa fuori il team Rocket e torna nella palla colorata. Che gli dei abbiano pietà di me per aver fatto tale paragone...
Pertanto Armie Hammer ha un compito al contempo più facile, perché la maggior parte del lavoro sporco la fa Depp, ma anche più difficile, in quanto deve recitare come uno stereotipo retrò anni '30. Per una assurda serie di circostanze (ma se vogliamo possiamo anche qui parlare di genio della regia) il fatto di essere un attore bolso e imbalsamato gioca a suo favore nelle scene più iconiche-action, ma mostra ovviamente tutti i suoi limiti nelle parti più narrative e drammatiche. Pertanto tutta la parte introduttiva risulta un po' debole. Anche le connotazioni più dark del personaggio vengono smussate, forse per non renderlo troppo cupo ai bambini (ma sarà poi una strada giusta? Io mi ricordo perfettamente di mio cugino ultra esaltato e per nulla terrorizzato nella scena in cui Nick Cage diventa Ghost Rider...). Il Lone Ranger è di fatto un “Dead man” quanto lo sono il Corvo, il Punitore, Gungrave e appunto Spirit e Fantaman. In sostanza uno spirito vendicativo e inesorabile che non si può uccidere, in quanto interiormente (come il Punitore) o fisicamente (come tutti gli altri) è già morto. 

Nello specifico i poteri soprannaturali del Ranger derivano dall'argento, metallo “maledetto” che fa da filo conduttore di tutte le vicende, ma lo spunto rimane abbozzato ed è un peccato, perché il personaggio di Hammer appare al pubblico come un simpatico e fortunatissimo pistola (giusto per stare in tema “western”) e nulla più. Alla lunga crepe derivano anche dalla narrazione Tonto-Bambino, incapace di scavare a fondo dove la trama si fa giusto un pelo complicata. Ma sono peccati veniali di una pelllicola decisamente meritevole, peraltro benedetta da un cast di comprimari di prim'ordine. Su tutti svetta la simpatica Helena Bonham Carter, in un ruolo cucito su misura per lei, ma fanno il loro lavoro alla grande anche Tom Wilkinson, un cinico Barry Pepper e un bravissimo e quasi irriconoscibile per il trucco William Fichtner.
Tirando le conclusioni eccoci davanti a un film difficile da gestire sulla carta, sapientemente e originalmente gestito nei frangenti più complessi, con tutti i comparti tecnico-artistici al top cui ad alcuni passaggi poco movimentati e noiosetti si contrappongono scene maestose, grande simpatia dei personaggi e una delle mezzore finali più avvincenti ed esaltanti della storia del cinema. Decisamente vale il biglietto. Ma riuscirà il Lone Ranger ad attirare a sé nuovi fan e diventare come i Pirati dei Caraibi un brand? Riuscirà il bluray a portare gli incassi non eccezionali ottenuti al botteghino a un livello sufficiente per ispirare almeno un seguito? E chi lo sa! 
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domenica 29 dicembre 2013

Dan Brown – Inferno

(zero spoiler)

Una grossa botta in testa. Sangue. Tutto confuso il mondo ruota tra le orbite di Robert Langdon. Il celebre professore di simbologia e iconografia religiosa di Harvard si risveglia così in un letto d'ospedale con la più agghiacciante e angosciosa delle scoperte. Il suo orologio di topolino. Rubato. Tutto crolla senza il suo confortevole monile massonico orecchiuto e per di più ci sono dei tizi strani che gli stanno parlando in camici bianchi. Pare parlino italiano, in quanto riportano sui loro vestiti gli inconfondibili aromi di tabacco e caffè espresso (!!!!), ma è ancora tutto annebbiato. Poi i sensi ritornano a funzionare a sprazzi e l'esimio professore scorgendo dalla finestra uno skyline inconfondibile si accorge di trovarsi a Firenze. Come ci è arrivato? Cosa è successo nelle ultime ore? Chi si è fottuto l'orologio di Topolino? A fornire le prime risposte è una donna in camice bianco, che come tutte le coprotgoniste dei romanzi di Langdon è una figa misteriosa con tratti da psicopatica. Langdon è lì perché ha perso la memoria. E sticazzi. Manco un minuto e irrompe dalla porta sforacchiando tutto e tutti una triste parodia di spia russa di nome Yelena. Fuga. Botti a ripetizione. Ma già importanti conferme. I profumi sono inconfondibili. Lampredotto e Chianti (!!!!). Langdon si trova veramente a Firenze. Il professore dovrà ricostruire gli eventi passati facendo uso dei pochi strumenti di cui dispone in tasca e di una memoria farraginosa, che non fa altro che trasmettergli in loop sogni sinistri riguardanti l'inferno dantesco. Come sempre non sarà facile sbrogliare la matassa, perchè potenti nemici si avvicendano sulla strada della verità e non manca il solito pazzoide d'ordinanza, pazzoide che ha preparato per il nostro enigmi riguardanti come sempre roba storica-iconografica, nello specifico riguardanti un pallino del pazzoide, Dante Alighieri. Autore sul quale Langdon sa proprio tutto di tutto (!!!!!!!!!!!!).

Il professor Langdon è tornato! Febbrili si susseguono pellegrinaggi presso librerie e supermercati per impossessarsi del “tomo misterioso”, l'oggetto ambito per le vacanze (finite da un pezzo) il Santo Graal dell'intrattenimento estivo o comunque un buon intrattenimento per i post-vacanzieri. Trama blindata, adattamento pare avvenuto in un bunker in quel di Milano 2 dove nottetempo sono stati segregati traduttori internazionali, pare a regime di pane e acqua, pare minacciati di morte da sedicenti contractor in caso di prematura divulgazione dell'artefatto (è per questo pare che non vedremo mai la versione in Giamaicano..). Sarà l'ennesimo miracolo commerciale?
È sempre affascinante leggere i testi di Dan Brown. Nonostante situazioni al limite dell'assurdo, nonostante tremende puttanate sugli usi e costumi dei villici in cui si svolgono i romanzi (il lampredotto?? Sigarette e caffè l'odore degli italiani???), la lettura scorre e scorre di brutto, famelica e instancabile fino all'ultima pagina. Una capacità narrativa non comune che si accompagna alla proposizione di mistery interessanti in cui pervade quella sana atmosfera da gita turistica colta. C'è gente che va nei musei con sottobraccio i libri di Dan Brown per riconoscerne dettagli narrativi e personalmente ritengo che qualsiasi cosa spinga qualcuno ad andare a vedere un museo sia buona e giusta. E poi è figo guardare la tal statuina o dipinto e ritenere di essere davanti a una scoperta degna di Indiana Jones. Per questo il personaggio funziona e diverte. Certo alcune riflessioni di Brown sono forti, l'autore ha una propria mentalità ed esprime attraverso i suoi personaggi pensieri piuttosto netti, anche antipatici e impopolari. Qualcuno potrà quindi trovare antipatie focose per tale volontà, ma personalmente apprezzo i personaggi scomodi, gli eroi che non restano bidimensionali. Langdon è spesso superficiale, stupido, pedante ma è molto più umano di un Dirk Pitt qualsiasi.
Il simbolo perduto, il romanzo precedente, devo ammettere di averlo digerito un po' a fatica. Suonava come un mega spottone pro-massoneria, ma il suo reale limite era di essere troppo lento. Questo libro affronta un problema sociale gravissimo e lo esplica nel modo e condizioni più stronze immaginabili, tuttavia il ritmo narrativo è più veloce, incalzante, le pagine volano. Rimane poi, come in Angeli e Demoni, questa curiosa visione dell'Italia attraverso l'occhio del turista in visita. Per lo meno Dan Brown ci dipinge meglio che Yoichi Takahashi in Holly e Benji, per il quale il nostro popolo vive in baraccopoli coperto di stracci. Come direbbe Paolo Villaggio nelle vesti della invaghita infermiera tedesca mentre visita l'immigrato italiano Lino Banfi (in “Pappa e ciccia”): “Tu, pagliaccen italiano, dofe tiene tuo mandolino? Fa me federe solo una folta tuo mandolino, pajaccio”.
Una lettura divertente quindi. Senza pretese. Leggete sereni. Avrei voluto da un libro che si chiama Inferno che si parlasse mooolto di più dell'inferno dantesco. Gli spunti sarebbero stati diecimila, ma pare che Brown abbia letto solo la riduzione dell'opera di Go Nagai.
Dan Brown sostiene di voler girare il film, di volerci dentro Benigni. Io vorrei che a interpretare Langdon non ci sia più Tom Hanks con quegli inquietanti untuosi finti capelli corvini. Chi legge i libri sa che l'unico attore che interpreterebbe al meglio il professore è Liam Neeson (oh, io la penso così per lo meno...). Con Liam Neeson sarebbe un film bello. 
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sabato 28 dicembre 2013

Le Storie vol.14 Cuore di Lupo

Testi e disegni: Carlo Ambrosini


Newark, New Jersey. Alcuni indiani d'America sono impegnati nella costruzione di un palazzo. Vivono in una baracca costruita nel cantiere, arroccati in pochi metri e tanti letti a castello. Poi degli spari. Poi una porta si apre. Dei delinquenti entrano nella stanza e fanno una strage. Eliminano possibili testimoni scomodi di un reato che si è compiuto di lì a pochi metri, ma di cui i nativi americani non sanno nulla. Mentre la maggioranza degli indiani nello stabile viene colpita a morte da fucilate, mentre i criminali dispongono tutto per un rogo dell'intera baracca, due di loro, che si trovavano nel bagno, scappano all'eccidio e da subito vengono inseguiti quali superstiti. Jeff Cardiff è un giornalista. Accorre nel cantiere dell'eccidio, non crede all'insabbiatura predisposta dalla ditta appaltatrice che vuole chiudere la questione parlando di una stufa che ha ucciso gli indiani nel sonno provocando l'incendio, decide di indagare. Ma la vita lo porta momentaneamente altrove. Luna che Ride, la sua nonna indiana, è spirata. Jeff partirà quindi per un lungo e doloroso percorso interiore alla ricerca delle sue radici, ma per questo non rinuncerà a continuare la sua inchiesta. Perché sangue chiama sangue e anche se solo in parte indiano Jeff ha un Cuore di lupo. Strano, onirico, spiazzante. 
Ambrosini continua nella sua missione di offrire opere originali quanto profonde, distanti dai luoghi comuni del fumetto. Opere che spiazzano, che molto si amano o molto si odiano, ma che ad ogni modo non lasciano indifferenti. Cuore di lupo non si sottrae a questa visione e offre davvero molto di più di quanto traspaia a una lettura veloce. È un racconto sofferto, pieno di personaggi delusi e perdenti che può magari richiamare alle atmosfere filmiche dei fratelli Cohen. Ma dove davvero tocca e rimane alla memoria è in ragione di un piano ulteriore di lettura, quasi metafisico, non invadente ha che di fatto guida e unisce i fili invisibili del racconto. Mito, fantasia, cuore. Ambrosini opera sull'onirico per andare a descrivere con più forza le dinamiche emotive, per dimostrare che la storia può essere in funzione dei sentimenti e non viceversa. Facile pensare per gli affezionati di Ambrosini a certe suggestioni “napoleoniche”, che tanto mancano nel panorama fumettistico moderno. Quanto ci manca Napoleone, quanto ci manca Jan Dix. Vi consiglio vivamente questo nuovo volume de “Le storie”, tanto per l'unicità della storia quanto per i dettagli delle tavole di Ambrosini, sempre dettagliate quanto peculiari, quasi espressioniste, ruvide. L'unica punta negativa dell'opera risiede forse in un livello generale non al top della forma del nostro autore, ma il viaggio vale comunque il biglietto. 
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giovedì 26 dicembre 2013

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug

contiene un paio di piccoli e poco significativi spoiler, roba che si vede al 90% già dal trailer comunque

Come l'anno scorso sotto Natale mi reco al cinema Odeon di Milano con il Maurino, l'esperto tolkeniano di zona, ad assistere al rituale spettacolo allegorico di Peter Jackson in salsa fantasy. Si guarda l'albero in Duomo, la galleria Vittorio Emanuele stracolma di gente con pacchi e pacchettini, si mangia una pizza di lusso. Anno dopo anno questo piccolo rito assume sempre di più la fragranza tipica degli aromi delle feste, quasi fosse l'anice stellato che insaporisce alcuni dolci natalizi. Solo che l'anice stellato deve dare sapore per poi essere tolto dall'impasto, o rischiate che la pietanza sappia solo di quello e stomachi un po'. Allo stesso modo lo Hobbit è qualcosa che va gustato senza soffermarcisi troppo, o si rischia che la pietanza arrivi un po' indigesta. La sala presenta ovviamente oltre agli ormai inevitabili occhialini 3d il tanto arcigno sistema di riproduzione in HF già utilizzato per il primo Hobbit. A una seconda visione mi pare che sia meno devastante, ma risulta una bizzarria che è tuttora lontana dal piacermi.
Dove eravamo rimasti? Gandalf tirava i dadi, faceva +6 e giocava la carta aquile in posizione di difesa salvando i nani e l'Hobbit dalle grinfie delle schiere dell'orco (fintissimo) senza una mano, così che i nostri potessero continuare la loro allegra avventura finalizzata al risveglio con incazzatura del drago Smaug (più o meno). Nelle ultime battute del film precedente Bilbo si era casualmente (ma nulla capita a caso per Tolken) imbattuto nella triste creatura Gollum ed era riuscito con astuzia a sottrargli il suo prezioso tesoro, un anello dal potere oscuro in grado di rendere invisibile chi lo indossi. Le successive tappe del viaggio, per tre abbondanti e ammorbanti ore in sala, comprendono un bosco oscuro verdeggiante, la solita stronza magione elfica abitata da stronzi elfi (e qui ritorna lo stronzo Legolas), una versione triste di Venezia in novembre abitata da psicotici e infine la montagna del tesoro difesa dal (bellissimo) drago digitale. Ok, iniziamo con slancio... cheppalle...

Nonostante in rete c'è gente calva perchè ha con questa pellicola finito di strapparsi i capelli dalla gioia, il film ripresenta, come la peperonata il giorno dopo, tutti i più atroci difetti della pellicola precedente. Salvo le canzoncine, grazie a Dio qui non si canta! Una trama ampiamente imperfetta, tra una parte iniziale brusca dove dovrebbe essere centrale, un tizio importante nel libro che si vede tre secondi in tutto, un capitolo sugli elfi straripante di una noia mortale (basta soffermarsi su sti elfi, hanno rotto!!! - frase ammorbidita in ragione del fatto che abbiamo anche lettori giovani -), un capitolo su Venezia superficiale e stupido fino quasi a essere irritante dove tutto e tutti appaiono caotici o cretini (prima si detestano cortesemente, poi si ignorano, poi si aggrediscono, poi complottano, poi gli eventi precipitano e il tutto avviene in 6 minuti!!! Capisco che si volesse mettere in questa pellicola il drago, ma aveva più senso tagliare l'inutile parte sugli elfi rispetto a questa porzione di trama! Spero che le scene aggiuntive della scontata versione estesa home video diano maggiore logica agli eventi di questa parte). 

Tredici nani di cui non ci importa nulla e per i quali il regista non fa nulla per renderli simpatici, salvo tre o quattro. Gandalf, che per mascherare la sua indole over-powered (o in ragione di un aumento richiesto dalla controfigura) viene mandato non si sa dove a non si sa bene fare cosa, (pare si faccia mezza mappa della terra di mezzo per incontrare il fratello che vive con la cacca d'uccello in testa e comunicargli pazzesche ovvietà) risulta se possibile più irritante del solito. Ritorna Legolas, interpretato dal peggiore attore mai nato, Orlando Bloom, che ha per lo meno il pregio di parlare poco e menare tanto e in modo figo. Lo hobbit di Martin Freeman (ribadisco la tesi che sia un lontano cugino di Jackson a cui quest'ultimo doveva dei soldi), di una antipatia quasi tattile e dai costumi più brutti mai creati per un'opera fantasy (perché invece i costumi degli Hobbit nella saga dell'anello mi piacevano? Il cugino è anche costumista?) e per il quale non possiamo che sognare una morte atroce nella tragica consapevolezza che questa non avverrà (che bello se Smaug lo facesse a pezzi, lo disponesse a spiedino e ricoprendolo di salsa Yaki Tori provvedesse a media cottura). E poi perché, per Thor, i ragni parlano!!!! L'esperto tolkeniano mi dice che in origine parlano e cantano pure e devo pertanto ringraziare Jackson per aver tolto i canti. Ma abbiamo anche aspetti della pellicola così belli da renderla ad ogni modo, proprio come il primo film, qualcosa di imperdibile. 
L'ottima implementazione dell'elfa Tauriel offerta da Evangelyn Lily, non a caso un personaggio così bello e ben riuscito da non far parte dell'Hobbit originale (si capisce che Tolken non è esattamente il mio autore preferito? Beh, vi sbagliate, non di tanto ma vi sbagliate...). Il sempre affascinante personaggio di Scudo di quercia, doloroso, ambiguo, rissoso, eroico, accidioso, titanico, collerico, maestoso, altruista e senza glutine. La lunga ed elaborata scena della foresta con i ragni con più di un eco dal King Kong di Jackson, l'adrenalinica corsa sui barili, la maestosa apparizione di Sauron, le maxi-zuffe naniche ed elfiche perfettamente coreografate che infarciscono il film in ogni dove, l'ultima stupefacente (per ritmo, recitazione ed effetti) ora della pellicola con lo scontro con il drago più bello e spaventoso che cinematograficamente parlando si ricordi, una sequenza da iscrivere agli annali come quanto di più figo visto al cinema almeno negli ultimi cinque anni. Laddove La desolazione di Smaug eccelle, la pellicola si fa di culto ed è addirittura in grado di ridefinire l'asticella massima dell'eccellenza verso l'alto, e questo automaticamente fa perdonare i mille difettacci elencati poc'anzi. Certo ogni tanto ci si sente ostaggi del film, affamati di maggiore azione e irritati da una scansione degli eventi che non convince. In un film di tre ore non si spiega perché il personaggio del muta-forma sia appena accennato così come non si spiega lo strabordante spazio nella solita dimora elfica. Il film rimane ampiamente imperfetto e non raggiunge le vette di scrittura del Signore degli Anelli. Ma lo spettacolo, se superate incolumi la prima oretta, diverte e avvince e porta in dote alcune delle più belle scene d'azione cinematografica di sempre. È questo quello che conta. Per questo promuoviamo La desolazione di Smaug nonostante i suoi difetti e attendiamo con gioia il capitolo 3. 
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martedì 24 dicembre 2013

Jupiter Ascending

Il nuovo film di Larry e Lana



Gli alieni vivono tra noi. Qualcuno finisce pure sotto i ferri di persone tentate di scoprirne la natura, qualcuno viene salvato e riportato in una patria che non pensava di avere. Le protesi facciali e gli abiti degli alieni sembrano usciti dal Mukka Assassina.
Tornano al cinema sotto egida Warner Brothers i fratelli terribili, i mitici Wachowski! Questa volta il dinamico duo darà vita ad una pellicola fantascientifica in grande stile, da loro scritta e diretta, interpretata dal bietolone Channing Tatum (che è appunto bietolone ma pure simpatico, vedasi alla voce 21 Jump Street e imminente seguito) e dalla sempre bellissima Milla Kunis (amatissima Meg dei Griffin nonché interprete de Il cigno nero). 

Sono di parte, amo integralmente la filmografia dei Wachowski (sì, anche Bound e Speed Racer, passando dalle collaborazioni produttive come V per vendetta e persino il bruttino Invasion) e credo che Cloud Atlas sia uno dei film più belli degli ultimi cinque anni (e perché non l'ho ancora recensito? Ci ho provato, ma veniva un post-atto-d'amore diviso in nove parti abbastanza deliranti troppo incompresnibile pure per i miei livelli... ad ogni modo se amate la fantascienza intelligente alla Gattaca, le storie d'amore tormentate, i romanzi marinareschi, le commedie sofisticate tipo Allen, le ambientazioni alla Mad Max, i drammi interiori alla Shine e il tutto mischiato in un unico film andate a recuperare Cloud Atlas e leggetevi il libro collegato, che ne vale la pena!). Alieni, esperimenti sul genoma, bullet time a manetta, tizi che volano dalle pettinature impossibili e dal trucco pure peggio, quel senso a volte irritante di porti sopra le righe, Jupiter Ascending si presenta da subito con l'inconfondibile stile delle pellicole Wachowski, che sono, per chi riesce ad amarle, più che la somma dei singoli componenti. Pellicole spesso altisonanti, ma sempre in grado di dare qualcosa, offrire occasioni per riflettere, gemme rare degne di essere viste e riviste. Perdere tempo a sezionarle, opacizzare la sgargiante superficie esteriore alla ricerca delle ovvie esagerazioni e ipocrisie, equivale a svilirle quanto a perdersi qualcosa di bello. Per goderne davvero bisogna farcisi trasportare dentro con tutta l'ingenuità di un bambino che varca la soglia di un negozio di dolciumi alla ricerca degli squali gommosi e delle rotelle di liquirizia: pura estasi emozionale. Certo che il trucco di Tatum è oggettivamente di quelli che stimolano ilarità, ma questo non mi farà certo desistere dalla visione. Giugno è lontato, questa prima visione di assaggio non si presenta affatto male. Vi terremo aggiornati! 
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sabato 21 dicembre 2013

Teaser fighi e teaser no


Il teaser è un'invenzione degli ultimi anni, per dare qualcosa in pasto ai fan che sbavano da mesi in attesa di un trailer da spulciare per ore e ore in cerca dei più piccoli dettagli, per poi discuterne con altri malati sui forum dedicati. Le case di produzione hanno quindi ben pensato  di lanciare dei mini trailer di pochi secondi giusto per rendere l'attesa ancor più lunga e spasmodica... Ma non tutti i teaser riescono nell'intento di gasare il pubblico. Volete un esempio? Ecco qui:


Quando ho visto che durava ben 2 minuti (che per un teaser è tantissimo), mi sono subito gasato, anche perché il nuovo film di Nolan è attesissimo. Peccato che il teaser in questione non voglia dire una beata minchia. Sembra la pubblicità di un profumo, manca solo che la voce narrante finisca con "the new fragrance by Paco Rabanne". Fa solo girare le balle modello ventilatore in una giornata di metà luglio. Cioè... piuttosto non pubblicate nulla!
Lo volete un teaser figo?


Chi dopo questi 50 secondi scarsi non vorrebbe arruolarsi tra le fila dei mercenari di Stallone? Chi non vorrebbe comprarsi un cargo con un teschio aerografato sopra? C'è sicuramente già qualcuno che è uscito di casa per andare al più vicino negozio di soft-air per comprarsi una divisa nera e il coltello di Lundgren... ave o Stallone, ho già i biglietti per il tuo film e spero che nelle tue intenzioni i mercenari saranno come minimo quindici film. Nolan, guarda e impara!
Gianluca