mercoledì 25 giugno 2014

Prisoners - uno dei migliori thriller in cui oggi potreste imbattervi


la madre di tutte le stronze locandine autocelebrative

Premessa: Devo essere franco con voi. Quando vedo locandine come questa mi prudono le mani. Non tanto per la rappresentazione grafica, banalotta, quanto per la sperticata hall of fame di ogni interprete esibita a garanzia della bontà del prodotto. Se andate a vedere l'ultimo film degli X-Men non ci trovate in copertina "dal candidato all'oscar Hugh Jackman", per intenderci. E poi pare che tutto il cast abbia vinto o sia stato nominato in qualcosa. A parte Paul Dano, che qui ci fa la figura dello sfigato insieme al regista, Denis Villeneuve. Nome che non avevo mai sentito, anche se una volta nel 1996, imdb certifica, durante un cineforum cui ho partecipato con il mio socio Gianluca, devo aver visto un film ad episodi su un taxi diretto anche da lui, chiamato Cosmos. Del suo segmento ovviamente non ricordo nulla, ma un film carino. Il testo di questo Prisoners è poi di Aaron Guzikowski, conosciuto per lo script di Contraband con Mark Wahlberg (ma era un adattamento del precedente film del regista Baltasar Kormàkur, di cui Contraband era il ramake americano..difficile caire di chi fosse la farina del sacco..)  Con queste premesse tempo fa avevo decretato il "vade retro"della pellicola fino a caduta del prezzo home video a 9.90. Situazione che prontamente si è verificata un paio di giorni fa.

Possibile cover scartata, più attinente e simpatica.
Sinossi: America rurale contemporanea. Il redneck ultracattolico Keller Dover (Hugh Jackman) ama passare il tempo con la sua famiglia e sterminare cervi con il fucile dopo avergli dedicato la variante cristiano-ortodossa di una preghiera dei navii di Avatar. Un giorno, mentre sta festeggiando qualcosa insieme alla famiglia dell'amico Franklin (Terrence Howard) incarica il figlio più grande (Dylan Minnette)e la figlia di Franklin (Zoe Soul) di badare alla rispettive sorelline più piccole, Anna ( Erin Gerasimovich) e Joy ( Kyla Drew Simmons).  Nel vialetto, mentre passeggiano, le bambine si sentono attratte da uno sgangherato camper di proprietà di Alex Jones (Paul Dano), un ragazzo con turbe mentali che vive insieme alla zia ( Melissa Leo). Ci saltano sopra, si agganciano alla scaletta, "fanno le bambine" insomma, mentre i custodi cercano di riprenderle. Poco dopo il gruppo torna a casa e si prepara per la cena.  Le due bambine sono irrequiete, in  cerca di un fischietto rosso che proprio non riescono a trovare in casa. Decidono quindi di uscire in ricerca mentre nessuno bada effettivamente a loro. Da allora le bambine scompaiono. Le indagini vengono assegnate al tronfio e disincantato detective Loki ( Jake Gyllenhaal), che detesta a pelle Keller. Le tracce appaiono da subito insufficienti e fuorvianti, gli scenari inquietanti. I giorni passano infruttuosi. L'indagine è difficile e si decide infine di torchiare il giovane Alex per via della faccenda del camper. Keller da subito è ossessionato da Alex, lo ritiene colpevole ed è convinto che il ragazzo sappia qualcosa, anche se la polizia non ha prove concrete e decide per il rilascio. Keller decide quindi di farsi giustizia da solo e costringere Alex ad una confessione. Ma Loki non sta certo a guardare e inizia a sospettare del padre.

Ecco, con questa faccia qui Hugh Jackman va in giro con il furgone e Radio Maria a palla... fate voi...
L'impalpabile presenza del male: I film sui rapimenti costituiscono un vero e proprio sotto-genere, molto amato dai tedeschi, che per lo più occupa stabilmente la programmazione pomeridiana di Rai Due. Canovaccio rodato, lieto fine garantito, attori che piangono, male, a comando, l'idea che tutti sono prigionieri, tanto  i rapiti quanto chi li cerca, ossessionati in continui vicoli cieci. Lo spettacolo funziona e se non va troppo su patetico pure diverte. Peccato che tutti di fatto vadano sul patetico.  Poi però arriva l'alieno. Film che riscrivono le regole, che lanciano davvero degli spunti inquietanti, film che riescono a fare davvero paura pur all'interno di una cornice sobria, pochissimo uso di sangue, incredibile coinvolgimento emotivo. Roba forte, trip mentali su "bene e male", scenari disturbanti e personaggi che  sembrano la personificazione della pazzia. Il tutto accompagnato da una regia solidissima, attori straordinari e un allestimento da applauso. Capitava così per Il silenzio degli Innocenti di Demme. Capita oggi per Prisoners di Villeneuve. Sì, credo di ritenere tranquillamente le due pellicole di pari livello (poi, vabbeh, Hannibal diventa una specie di Freddie Krueger e gli vorrò sempre bene..).
Villeneuve ritaglia per ogni personaggio tutti gli spazi necessari per renderlo credibile, complesso, reale. Svolge un ottimo lavoro sulle location, al punto che pare davvero, dopo la fine della pellicola, di riconoscere tutte le vie di una piccola cittadina, tutti gli oggetti di scena. Trovare chi ha rapito le bambine è lo scopo della pellicola e il regista distribuisce attentamente le prove, sempre cercando di non tenerle troppo in bella vista, aiuta lo spettatore a fare da solo i collegamenti, ad anticipare gli eventi. Non c'è nulla di telefonato, molti sono i riusciti depistaggi, non si avverte mai la sensazione che i personaggi si muovano senza meta. Di grandissimo livello sono le interpretazioni dei personaggi principali. Jake Gyllenhaan porta a casa la sua performance migliore di sempre, costruisce un personaggio che per le sue corde è del tutto nuovo, inesplorato. Il detective Loky, che pare uscito da un film filne settanta inizio-ottanta (a me ricorda un po'Rourke ne L'anno del dragone, per capirci) è sbruffone, tratta male la gente per fastidio, sbaglia. Ma è tenace, preciso, segue ogni pista e si espone direttamente in ogni azione. Hugh Jackman è ugualmente straordinario e ci fornisce del suo Keller l'immagine di una roccia incrinata, un uomo con solidi principi che per amore della propria figlia inizia a sentire "le voci". Keller ha una forte fede, sa di poter ottenere delle risposte ma che per farlo dovrà rinnegare se stesso, valicare dei limiti. Keller si incammina in un percorso di lucida pazzia, diventando più pericoloso e disperato di minuto in minuto, più debole e fragile di minuto in minuto. Lo avvertiamo come una persona buona ma non riusciamo ad accettarlo fino in fondo, anche se davvero più volte riusciamo perfettamene ad immedesimarci in lui, a pensare che, nella stessa situazione, magari avremmo agito allo stesso modo. é una cosa inquietante, mette i brividi. Ma non quanto il momento in cui avremo lo svelamento della matassa, quando davvero conosceremo il male. Il film ci prepara a quell'attimo, ce lo aspettiamo inconsciamente, ma alla presenza dell'oscuro burattinaio ci troviamo nudi, indifesi, guardati dritti negli occhi. La sceneggiatura ha allestito una autentica trappola emotiva, l'equivalente psicologico di una tagliola per orsi. E non è detto che tutti i tasselli del puzzle andranno ad incastrarsi. Molti degli spettatori di sicuro vorranno una seconda visione per accertarsi di aver sentito anche loro "le voci".
Non l'avrei mai detto, ma qui Jake pare un mix cazzuto dei classici poliziotti cattivi di Sean Penn e De Niro. E gli riesce!!
In conclusione: Se ancora non l'avete fatto, correte a vedere questo film. Dura circa tre ore, ma volano come di incanto. Al termine della visione lascia un po'inquieti, la violenza, anche se molto stilizzata, riesce ad essere un pugno nello stomaco, è angosciante. Ma è anche un dannato capolavoro, il miglior allestimento possibile per una storia di questo tipo. Ma Prisoners dimostra anche l'indubbia capacità di Mark Wahlberg come produttore. Dai bellissimi show televisivi In Treatment, How to make it in Amercia ed Entourage, passando per il bellissimo film The Fighter, Counterband, Broken City, il nuovo riuscito Lone Soldier. Mark non sbaglia un colpo, è bravo anche come attore ed è pure un tipo simpatico (sì è belloccio, ma non mi sta antipatico quanto Cruise..). Onore al merito.

Wahlberg non ha però ancora tanto successo da non essere deriso se fa foto come questa..
Diffidate dalla stronzissima copertina, ne vale la pena.
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