martedì 12 ottobre 2021

The last duel: la nostra recensione del nuovo film di Ridley Scott



La storia è ispirata a fatti realmente accaduti intorno al 1300. Siamo in un medioevo europeo fangoso, opulento ma poco eroico, dall’aria autunnale, (fotografato a tinte oscure dal grande Dariusz Wolski, che con Scott abbiamo apprezzato particolarmente in Prometheus) pieno di cavalieri in armatura e in cui i combattimenti sono all’ordine del giorno. Siamo lontani anni luce dal sogno arturiano e dall’amore cortese, è tutta una questione di tasse e terreni. È in una terra francese difesa e onorata col sangue, tra sontuosi castelli e (tanti) brulli campi di battaglia (ma resi magnifici dalle scenografie di Arthur Max, che Scott si porta dietro da Le Crociate) che nasce, germoglia ed esplode l’odio tra due uomini che “un tempo si dicevano amici”, Jean de Carrouges (un  massiccio Matt Damon) e Jacques Le Gris (uno sfuggente Adam Driver). Prima sodali scudieri del re di Francia Carlo VI (un giovane Alex Lawther che conferisce al personaggio in parti uguali ingenuità e sadismo), con il tempo sempre più distanti e invidiosi delle rispettive fortune, infine nemici, uno contro l’altro, “duellanti” fino alla morte, in una giostra in cui è in gioco l’“onore”. Un onore calpestato e vilipeso da anni, tra infiniti rancori su “chi è più nobile” tra i due, ma che esplode in guerra per una donna, la bella Marguerite (resa complessa e sfaccettata da una straordinaria Jodie Comer). Non una guerra “per poterla amare” purtroppo, quanto una guerra “per averla e basta”. Per il rude Jean de Carrouges (Matt Damon), indomabile guerriero sui campi di battaglia, Marguerite è una “sposa comprata”. Poco più di un cavallo da monta per darsi un erede e un castello, riabilitando un nome e fama decaduti “per fortune avverse”. Non gli interessa conoscere il mondo interiore della ragazza, non gli interessa nemmeno badare al castello e alla corte: De Carrouges vive per stare su un campo di battaglia a spaccare teste per la sua gloria, anche se l’irruenza ne fa spesso un perdente. Marguerite per lui deve essere fedele incondizionatamente, ne va della sua discendenza di sangue. Per il subdolo Jacques Le Gris (Adam Driver), combattente diventato presto uomo di fiducia dell’ingiusto e vizioso cugino del re, Pierre d’Alencon (che Ben Affleck rende particolarmente dionisiaco), i privilegi di corte superano di gran lunga il fascino dei campi di battaglia. Lui ha studiato, lui è altolocato, lui ha la Chiesa dalla sua parte. Marguerite diventa il suo sogno proibito: una donna bella e forse intelligente “quasi quanto lui”, amante dei libri “quasi quanto lui” e delle lingue straniere “quasi quanto lui”. Una donna con cui poter enunciare in tedesco le storie di Sigfrido e rimembrare il dramma di Lancillotto e Ginevra. Marguerite è per lui un sogno e pertanto, narcisisticamente, pretende di stuprarla a piacimento mentre il marito di lei è in una delle sue mille battaglie, senza che Marguerite si ribelli o che il marito si ribelli, in quanto lui più nobile d’animo, più acculturato, più vicino alla chiesa e potente nella gerarchia del regno. Da quell’atto di violenza che è più una “concessione di reciproco affetto”, Le Gris ne è convinto, la donna dovrebbe diventare con il tempo sua amante senza battere ciglio, accettandolo magari anche solo per abitudine, nel silenzio, fino ad amarlo incondizionatamente. 


Le Carrouges e Le Gris si contendono così a modo loro una Marguerite che li “completa”, dal punto di vista patrimoniale ed emotivo, ma che per loro non arriva mai ad essere oltre che un oggetto di potere. Che sia una dote o un trofeo d’amore, Marguerite per loro “non ha voce”. Pur avendo tutto da perdere, in un periodo storico in cui le donne accettavano senza battere ciglio ogni genere di abusi “per quieto vivere”, Marguerite denuncia però con coraggio lo stupro. Ma rimane nonostante questo solo “spettatrice” del secolare odio tra i due uomini. Marguerite vuole che Le Gris vada davanti a un tribunale, Jean de Carrouges sceglie di sfidarlo a duello “con bolla reale”, per “ammazzarlo con le sue mani”. Solo che scegliendo il duello De Carrouges, se perderà, dimostrerà che Le Gris non ha mai fatto alcuna violenza sulla moglie, perché “Dio è con chi vince”. Di conseguenza Marguerite dovrà essere arsa viva, in quanto “contraria al giudizio Dio” e quindi strega. 

Ridley Scott nasce come il regista dei Duellanti, del 1977, una ballata action sull’amore e odio infinito tra due uomini, che si perpetua attraverso il tempo e i confini geografici. Oggi in qualche modo Scott torna a quel concetto di guerra infinita, a tratti simile all’amore, con questo “Ultimo duello” che cita i “suoi” duellanti, ma porta su di sé anche quanto Scott ha raccolto nei 44 anni di carriera.


Dopo i Duellanti, Ridley Scott è stato il regista degli uomini artificiali che contano le pecorelle artificiali per addormentarsi (Blade Runner). È diventato il cantore oscuro dello spazio, ossia la prossima “casa dell’uomo” ma anche il un luogo oscuro dove nessuno può sentirci urlare (Alien, The Martian). Ha raccontato le guerre di ieri (Le crociate) e di oggi (Black Hawk Down), ha raccontato il “progresso” (1492, Black Rain), la “religione” (Exodus, Prometheus), la vita di uomini di potere persi nelle loro ossessioni (Tutti i soldi del mondo, American Gangster, House of Gucci), ha voluto dare voce all’indipendenza delle donne (Thelma & Louise, G.I.Jane… e naturalmente ha creato la massima icona dell’eroina femminile, la Ripley di Alien di Sigurney Weaver) quanto ha voluto rincorrere e reimmaginare l’epica (Il Gladiatore, Robin Hood, Hannibal, Legend). Se lo chiedete a me, Ridley Scott è però soprattutto il massimo regista delle armature scintillanti. Un uomo che ha fatto dell’estetica più avanguardista una chiave importante e ulteriore con cui guardare oggi il cinema. Scott ha chiesto e ottenuto dallo scultore svizzero Hans Ruedi Giger, per il suo Alien, la corazza esoscheletrica di uno xenomorpho che fondesse organico e meccanico, per dare vita a un lucente drago moderno. Ha chiesto al costumista Charles Knode la “body Art sgargiante”, tra metallo e nude-look, che da forma, ricopre e “confeziona” i corpi-armatura dei cyborg di Blade Runner. Ha sempre a Knode chiesto, per Legend, di produrre una dorata e scintillante armatura da eroe delle favole, rugginosi elmi da orco, falliche corna per il più terribile dei diavoli cinematografici, interpretato da Tim Curry. Dagli anni 2000 Scott ha poi trovato un sodalizio artistico di lunghissimo corso con un nuovo “costruttore di armi e armature”, portando in scena le molte e varie realizzazioni della costumista britannica Janty Yates. Corazze rugginose e sporche per soldati romani intenti nelle campagne invernali contro i Galli, scintillanti ed eccentrici accessori luccicanti per i gladiatori dell’arena (Il Gladiatore). Corazze a maglie d’acciaio intrecciate e maschere ornamentali di metallo per nascondere volti sfigurati dalla peste (I crociati e lo straordinario make-Up di Edward Norton). Armature da donna (per la divina Cate Balchett) e armature “contenitive”, poco eroiche ma possenti, per un sovrano e un eroe sovrappeso (Robin Hood). Armature futuristiche enormi e percorse di tubi cromati per gli ingegneri di Prometheus, che tanto assomigliano nell’estetica alle tute dei fremen di un Dune che nel 1982 poteva essere per un soffio (e con un produttore diverso) un film diretto proprio da Ridley Scott. Scott con Janty Yates rinnova il sodalizio anche per questo The Last Duel e la costumista affronta la sfida con la sua solita cura maniacale, tanto per i dettagli che per la resa spettacolare di ognuna delle sue creazioni. Le armature dei duellanti della giostra, il picco della nuova produzione della Yates per il film, sono quasi al 100% repliche di autentiche armature medioevali, adattate “alla giostra” con gli elmi in parte divelti per permettere maggiore visibilità laterale ai cavalieri. Se i due protagonisti hanno una bardatura che li rende più mobili e gli consente di guardarsi negli oggi, anche Marguerite indossa per l’occasione un abito simile a una corazza. Ma la sua rigida postura ne immobilizza il collo e lo sguardo, appare costringente sul busto, blocca le articolazioni e la condanna quasi a essere una statua, quasi fosse una moderna vergine di Norimberga. Bastano i primi tre minuti della pellicola e le armature della Yates che in questo lasso di tempo vengono “indossate” per definire in modo preciso il tono del film di Scott a livello simbolico. Vorremmo quasi vederla subito, questa giostra medioevale tanto agognata fin dal primo trailer e subito promossa dai critici internazionali come la più perfetta e accurata rappresentazione di un duello in armatura dai tempi di quanto raccontato dall’Ivanhoe di un “altro Scott”, Walter Scott. Dopo averci portato a vedere il circo dei gladiatori, aspettiamo solo che Scott ci porti, 22 anni dopo, anche ad assistere a una giostra medioevale. Sarà uno spettacolo crudele quanto esaltante, primordiale quanto elegante, realisticamente e drammaticamente interpretato al meglio da due grandi attori. Ma sarà solo il climax. 



Ogni tanto Scott ci porta su un campo di battaglia, spesso seguendo le catastrofiche imprese di De Carrouges, ricordandoci le frecce infuocate del suo Robin Hood, gli scontri corpo a corpo violenti, scomposti e “pesanti” del Gladiatore, le file degli eserciti schierati sotto il sole e il sudore delle sue Crociate. Ma l’azione dura poco, perché Scott vuole qui  volare altrove e raccontarci una storia diversa, quasi di matrice giudiziaria, seguendo una trama che va a comporsi come un puzzle. Prima della giostra finale, divisi in capitoli, assistiamo agli antefatti, raccontatici da un montaggio che segue il punto di vista dei vari personaggi. Prima Jean de Carrouges, poi Jacques Le Gris, infine la prospettiva di Marguerite. Scott cerca di costruire e incastrare progressivamente le tre prospettive, costruendo tassello per tassello la completa storia finale, mente noi, come spettatori, diventiamo così gli unici depositari della tragica realtà nel suo complesso. È attraverso il montaggio ardito e questo gioco di specchi e prospettive che The Last Duel assume il fascino quasi di una tragedia shakespeariana e Scott riconferma di nuovo di essere uno straordinario narratore per immagini.

L’ardita struttura narrativa a puzzle riesce a tenere desta l’attenzione dall’inizio alla fine. Gli attori danno voce e volto a personaggi sfaccettati, tragici in quanto imprigionati in ossessioni che ne castrano ogni sentimento. L’azione, quando infine emerge, deflagra con tutto il suo realismo e violenza, andando a costruire sulla scena straordinari quadri medioevali in movimento. The Last Duel è uno spettacolo affascinante e raffinato, sontuoso quanto brutale, in grado di porsi come un’opera senza tempo. Un nuovo grande regalo di Ridley Scott per i suoi numerosissimi fans e un’opera che ancora una volta dimostra l’infinita bellezza del cinema. 

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lunedì 11 ottobre 2021

Con tutto il cuore - la nostra recensione del nuovo film di Vincenzo Salemme

 


Ci troviamo a Napoli, al giorno d’oggi. Lo chiamano “o barbiere”, perché dopo averti ammazzato ti fa personalmente barba e capelli. È riverito come El Chapo, ha un enorme potere sul territorio, è il boss “che mette paura”. Ma è anche un ragazzo ancora giovane, l’orgoglio e l’amore della madre Donna Carmela (Cristina Donadio, la Scianel della serie Gomorra), che è solita ripetergli: “Sei così bello che ti sposerei io”. Ma negli anni si è fatto troppi nemici, O Barbiere, come “Mangiacarne”, un boss rivale che gliel’ha giurata e ha preparato un agguato davanti alla tripperia dove è solito mangiare. O Barbiere rimane ferito a morte, ma il suo cuore sopravvive, può essere trapiantato. Per Donna Carmela è il segno che il figlio non è davvero morto e può “risorgere”, vendicarsi, tornare a regnare su Napoli. Così la donna fa un patto scellerato con un medico cardiologo che le deve qualche favore (Maurizio Casagrande): il cuore di O Barbiere sarà trapiantato solo su un uomo forte e risoluto da diventare un boss. Con tutte le difficoltà del caso, perché chi è in cerca di un trapianto di cuore “non se la passa poi bene e in salute”, il medico ricattato accetta e chiede all’infermiere di spulciare sulla lista delle persone in attesa di trapianto il profilo più idoneo. Salta fuori quello di un pugile quarantenne, è l’ideale. Ma per un errore sul nome, per via di una assonanza, arriva sul tavolo operatorio Ottavio Camandoli. 

Ottavio Camaldoli (Vincenzo Salemme) è un insegnante di greco e latino sulla sessantina, carattere mite e zero muscoli. Ma ormai l’operazione si deve fare e il cuore del giovane boss va a lui. Ottavio riprende la sua vita come prima, subendo giornalmente continue vessazioni in quanto “onesto e fesso”, fino a che Donna Carmela non lo riceve a casa e non parlando con lui, ma direttamente al “cuore di suo figlio”, gli dà il bentornato. La famiglia di O Barbiere gira un video con al centro Ottavio, promosso a nuovo membro del gruppo, che subito diventa virale per tutta Napoli. Le persone che prima vessavano e deridevano Ottavio ora sono riverenti e gentili, perché il timido, onesto e malinconico insegnante è per la prima volta visto come una persona “di cuore”. Tiene un cuore che è quasi come “tenere e’ palle!!”. 


Vincenzo Salemme, attore, sceneggiatore, regista e produttore, trasferisce nuovamente sul grande schermo uno spettacolo del suo teatro popolare. Lo fa con lo stile e ironia di sempre, insieme al cast di attori e amici ricorrenti in tutti i suoi lavori e con nel cuore il pubblico che va a vederlo dal vivo. Se a Milano ci sono i Legnanesi di Felice Musazzi, a Napoli c’è il teatro di Salemme ma la tradizione e lo spirito sono gli stessi. È un teatro di bonaria critica sociale, fatto di giochi di parole e buoni sentimenti, dove ogni quadretto che compone la storia è uno sketch a sé. Uno sketch leggero. Allora a fianco della storia principale, che dovrebbe seguire idealmente i binari di un surreale film di vendetta e “cuori ancora vivi”, si susseguono come di consueto siparietti di siparietti. Siparietti sui luoghi comuni che però disinnescano un potenziale narrativo interessante. Ecco allora in questo ultimo film i siparietti sulla colf straniera travestita “di Pozzuoli”, sull’infermiere che “fa l’infermiere ma non è infermiere” e guida un carro funebre, sulla scuola a cui “non servono più le lingue morte” ma “fa figo dire che si fa il liceo classico”. Volevamo più “pappa”, per citare un personaggio-chiave del racconto. Lo scambio dei cuori diventa solo per un attimo uno scambio di vite, il fatto che Donna Carmela (migliore interpretazione) si rivolga al “cuore del figlio” è uno spunto geniale, ma che non si vuole approfondire (o forse non si può approfondire?). Si arriva a un passaggio onirico che è forse il momento più interessante del film, quello che potrebbe farlo decollare come un Johnny Stecchino,  ma che rimane, purtroppo, solo una parentesi, ancora potenziale inesploso. Il personaggio della Autieri agisce anche lei da “normalizzatore”, allontanando il sogno impossibile (ma che sarebbe stato davvero interessante) di una relazione tra i personaggi di Salemme e Cristina Donadio. Con tutto il cuore poteva fornire una interessante e sagace critica al “fascino del mondo criminale”, ma non riesce a graffiare. Come spesso accade in Salemme, manca forse la forza o la voglia di uscire dai binari rodati e ben conosciuti  del suo teatro popolare per scatenare appieno le potenzialità del cinema, magari riscrivendo in parte il lavoro originale. Per un istante sembra davvero possibile arrivare a Johnny Stecchino, ma dura troppo poco e quello che rimane è per lo più una barzelletta sagace recitata da Salemme sui titoli di coda. Una barzelletta, surreale e sagace, a base di persone cremate e mangiate, che se fosse stata trasposta in immagini sarebbe stata degna dei Monty Python e magari poteva essere una geniale e surreale parte del film. Ma alla fine è solo una barzelletta che rimane “narrata”, come recitata a teatro.

Si esce contenti dalla sala, se si ama il teatro di Salemme. È un po’ come rincontrare un amico e stare con lui un paio d’ore, tra battute di spirito e un po’ di malinconia. Per chi non può andare a teatro a vedere gli spettacoli di Salemme è un buon modo per approcciarsi al suo teatro popolare gentile e accogliente. Forse la prossima volta Salemme asseconderà chi ama di più il cinema e confezionerà un film che “sappia di più di cinema”, qualcosa di più esplosivo e meno spezzettato in gag recitate. Ma i suoi spettatori continueranno a voler bene al regista napoletano e al suo modo garbato e fuori dal tempo di raccontare storie, anche se rimarrà immutato. 

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domenica 10 ottobre 2021

I nostri fantasmi - la nostra recensione del film dì Alessandro Capitani

 


“Ci sono gli alieni in casa nostra, ma possiamo combatterli, travestendoci da fantasmi! 

La mamma è nello spazio in missione per conto del governo mondiale proprio per contrastarli ed è per questo che gli alieni, che esteticamente sono uguali a noi come gli “ultracorpi”, adesso stanno cercando di occupare la nostra abitazione. Ma secondo i nostri scienziati gli alieni non hanno fatto i conti con il “paranormale”. Non lo capiscono e li può spaventare. Può mandarli ai matti e mandarli in fuga. Così noi ci nascondiamo in soffitta per tutto il giorno, li lasciamo entrare in casa e poi, con il calare delle tenebre, ci trucchiamo da fantasmi e li spaventiamo a morte. Loro scappano e il governo mondiale ci dà dei “punti resistenza” per ogni alieno scacciato. Saremo pieni di medaglie e riconoscimenti, in attesa che la mamma torni dallo spazio.”

 


È con questa pazzesca “supercazzola a fin di bene”, dal sapore vagamente “benignano”, che un padre di famiglia, vedovo e squattrinato (interpretato da Michele Riondino), convince il figlio (Orlando Forte) a “combattere per il territorio”. La realtà è un’altra è decisamente più terra terra: i soldi per pagare l’affitto sono finiti, il lavoro non si trova e per rimanere con un tetto sopra la testa l’unica pittoresca via è far passare l’appartamento per infestato dai fantasmi e quindi “invendibile”. Poi c’è la bugia più difficile: continuare a far credere al figlio che la mamma è nello spazio e un giorno ritornerà. Ma il sodalizio per ora funziona e Padre e figlio, “truccati e lenzuolati”, fanno rumore, aprono armadi, accendono e spengono le luci, appaiono all’improvviso e fanno in pratica tutto il campionario “allontana-intrusi” da guida ai film horror sulle case infestate (tipo la guida alla Beatlejuice). L’impegno, le strumentazioni elettriche e i trucchi per dare vita a dei fantasmi ci sono. C’è poi tra i nuovi inquilini chi si spaventa, ossia quasi tutti, ma qualche volta si incontra chi a queste cose non dà peso e non vuole sloggiare. Magari qualcuno che se la passa così male nella vita reale da non impressionarsi certo per un paio di fantasmi che vivono sotto lo stesso tetto. È il caso di una giovane madre con la sua bimba che ancora non parla (interpretata dall’attrice israeliana Hades Yaron), che sta fuggendo da un “vero mostro” come un marito violento. Riusciranno i fantasmi a mandare via da casa loro una donna che in un casa infestata si sente per una volta in vita sua “tranquilla e al sicuro”?

Quanto potenziale pazzesco può evocare un incipit di questo tipo? Quanti registi con in mano un soggetto simile avrebbero fatto le capriole e magari il film della vita? 

Se fosse stato un film di Shinichiro Ueda si sarebbe chiamato “Fantasmi contro Alieni” e poteva diventare il nuovo High Spirits in salsa escapista. Se fosse stato un film di Bong Joon Ho, magari un “Alien Parasite”, ci potevamo trovare davanti ad una nuova riflessione sociale sulla coabitazione degli spazi. Se ci fosse stato dietro Daniel Lowery si poteva chiamare “Storia di un fantasma-alieno” e sarebbe stato un film malinconico-esistenzialista muto, a telecamera immobile, pieno di colorati poster di film di fantascienza e con al centro due fantasmini con il lenzuolone lungo e i buchi per gli occhi. Cosa ne avrebbero fatto di questa idea Ti West, Kevin Smith, Michel Gondry, Edgar Wright, Guillermo del Toro? Blumhouse ne avrebbe tirato fuori un franchise, Netflix magari un paio di serie tv e quanto poteva avere effetto questa idea sul web? 

Invece Capitani non rischia. 


Non arrivano i venti minuti e subito si sgonfia un’idea enorme come questa, che Tarantino approverebbe come celebrazione del “cinema di genere (horror e sci-fi) che sovverte le regole della vita per migliorarla”. Il giochino dei fantasmi si spegne subito, arrivano le riflessioni sull’accoglienza, sulla famiglia, sulla difficoltà di trovare una casa popolare (unico momento davvero “horror” in cui il film si riprende, questo), i servizi sociali, la nuova occasione di vita, il vicino di casa burbero ma che alla fine è bonaccione (un Alessandro Haber comunque molto in forma, una delle note migliori della pellicola). Insomma, ci presentano subito il pacchetto ideale da essere trasmesso su Rai 1 in una serata in cui non va in onda Don Matteo, che è peraltro una serie che ha già diretto Alessandro Capitani. I nostri fantasmi arriva coerentemente nelle sale pensando a quel tipo di pubblico televisivo di riferimento. Un pubblico che ha a cuore le tematiche sociali, ha in mente il dramma delle case popolari e delle nuove forme di povertà, ha vissuto “l’isolamento in casa” dell’era Covid (e l’emergenza affitti correlata alla mancanza di lavoro), ma magari non si ritiene che vorrebbe conoscere la sotto-cultura dei film di genere. È un pubblico attento, che sa commuoversi, che forse aspetta un lieto fine e che non si ritiene voglia in prima serata spaventarsi a morte con un horror nichilista o sopra le righe. Perché gli horror non vanno in prima serata in generale. Così il “fantasma” Michele Riondino, truccato e vestito di bianco, ricorda magari di più Pulcinella o una figura del teatro di Eduardo de Filippo o i fantasmi di Magnifica presenza di Ferzan Ozpetec. Accanto ai fantasmi “buoni e bonari” si fa spazio una visione favolistica del mondo infantile, che tra balocchi polverosi come un telescopio dorato e un microfono vintage vorrebbe avere sfumature di rimando ad Antoine de Saint-Exupery. Si preferisce poi il tono espositivo dei fatti a posteriori di un “Chi l’ha visto” piuttosto che realizzare una possibile (e bella) scena d’azione che magari potrebbe essere “troppo emozionante”. Come se i veri “nostri fantasmi”, da tenere a noi buoni e cari, fosse proprio quel pubblico televisivo a cui la pellicola è indirizzata. Un pubblico che si ritiene voglia ricordare Totò e Sordi, non Fulci, Argento e Bava. È una scelta legittima, da prodotto per famiglie, e I nostri fantasmi potrebbe andare benissimo come film che i nipotini potrebbero vedere insieme ai nonni. Preso in questa “dimensione”, il film riesce a mettere in scena una spettacolo appropriato. Molto brava e bellissima, materna, l’attrice Hades Yaron. Un po’ compassato Riondino ma con un paio di guizzi niente male, specie nella bellissima scena da “vero orrore” nelle case popolari di notte. Paolo Pierobon, che interpreta il terribile e manesco marito della Yaron, il “vero mostro” del film, ha lo sguardo vitreo e la fisicità enorme del classico cattivo da film horror/slasher e questo poteva essere un magnifico spunto di trama che però non è stato colto. Una nota su Orlando Forte, che interpreta il piccolo Carlo. È davvero bravo, espressivo, molto affiatato con Riondino ma poco aiutato dalla sceneggiatura che forse non mette a fuoco la sua età anagrafica.

I nostri fantasmi è un film ricchissimo di spunti non adeguatamente assecondati ma che spero possano venire in seguito ampliati ed esplorati, magari come un secondo capitolo o una serie televisiva. La messa in scena è adeguata per chi si aspetta un film per la famiglia sui buoni sentimenti, ma pellicola si segnala anche per la voglia di affrontare tematiche sociali attuali. Talk0

lunedì 4 ottobre 2021

Sulla giostra - la nostra recensione del film di Giorgia Cecere con una straordinaria Lucia Sardo

 


La Signora se ne è andata a Roma insieme al nipotino, lasciando la sua splendida villa salentina alle ultime cure di Ada (Lucia Sardo), la domestica che da sempre la assiste con amore. Tirata a lucido, ristrutturata e svuotata, la proprietà è già in vendita e gli acquirenti sono pronti a ispezionarla. Ma Ada si aggira ancora tra le stanze e il cortile, come l'anziana gatta di famiglia, per nulla intenzionata a lasciare quei luoghi. Per farla ragionare, arriva da Roma Irene (Claudia Gerini), figlia della Signora, donna impegnata del mondo dello spettacolo e con un forte legame con Ada. Ad aiutarla, un impacciato agente immobiliare esperto di pesca subacquea interpretato da Alessio Vassallo. Riuscirà Irene a convincere Ada ad andarsene e trovare una nuova abitazione? 

Scritto da Giorgia Cecere e Pierpaolo Pirone, Sulla giostra è un elegante racconto crepuscolare sulla magia dei luoghi del passato, non lontano dalle atmosfere esistenzialiste di Quel che resta del giorno di Ivory/Ishiguro e Oltre il giardino di Ashby/Kosinski. Intorno a un'abitazione un tempo viva e opulenta, permangono tuttora delle presenze, forse “fantasmi”, impossibilitate a lasciare quei luoghi da una strana “maledizione” fatta di onore mischiato ad abitudine, senso di vuoto e rabbia, colpa e delusione per una vita non vissuta se non ai margini di “qualcosa di più grande”. Ada è così, come loro, come Hopkins e Sellers in quelle straordinarie pellicole. Custodi dimenticata di un passato illustre, ora abbandonati al loro destino senza poter continuare a essere servitori devoti di un nuovo padrone. “Ronin”, nel senso più ampio di questa parola giapponese, che indica “uomini (in questo caso una donna) di valore privati di uno scopo”. Non che il passato fosse tutto roseo, ma quel passato per Ada, interpretata da una straordinaria Giorgia Cecere, era “tutto”. Se il suo rapporto con la Signora appare da subito segnato da troppe cattiverie, incuranze e parole non dette, Ada era giocoforza diventata un tutt’uno con quei luoghi e quella famiglia anaffettiva. Quasi “contaminata”, al punto di non essere più in grado di tornare a ricongiungersi con la sua famiglia di origine, che le vorrebbe anche bene (pur con eccezioni). Come un fantasma, Ada ripercorre la villa palmo a palmo in modo periodico e cadenzato. Ogni tanto, proprio come i fantasmi, compie piccoli dispetti come sentire la musica a tutto volume di notte, come rompere una tubatura o rimandare all’infinito delle incombenze. Tutto, pur di procrastinare lo status quo, fino a che possibile, per quanto illogico. Irene, il personaggio della Gerini, è chiamato a essere un esecutore rapido e senza fronzoli dell’allontanamento di Ada. Se c’è un passato che condivideva con la domestica, ora è stato dimenticato e travolto dai mille impegni di lavoro, che hanno già ampiamente soffocato la sua vita famigliare. In fondo in questo Irene è come Ada, vive solo per il suo lavoro e fa sempre più fatica a relazionarsi con i pezzi della sua famiglia, che ogni tanto fanno capolino nella sua vita. Un figlio assente e prossimo a vivere all’estero e  un marito scostante e assenteista, tornano a incontrare Irene in quella vecchia Villa, come anch’essi presenze di un passato indefinito ma distante. 


Sulla giostra è un film di fantasmi gentili quanto invadenti. I personaggi di Ada e Irene sono impossibilitati a dialogare tra di loro da muri di silenzi infiniti. La felicità ha sempre l’aspetto di un’ombra fugace, ma c’è una inestinguibile tenerezza alla base di questi personaggi, che sa renderceli cari e in certi casi temere per loro. La Cecere dà corpo a un personaggio regale, silenzioso, sordo alle parole ma amorevole, ancora sensuale (come nella gustosa scena in cui viene palpeggiata dall’idraulico), ma anche tenero, ingenuo. Un personaggio davanti alla cui purezza sentirsi quasi disarmarti. La Gerini per diventare “carnefice” si traveste delle mille nevrosi tipiche dei personaggi di Carlo Verdone. A tal punto sembra posseduta dallo spirito del “precisetti verdoniano”, che ogni tanto la sua Irene pare a tutti gli effetti interpretata da Verdone. Sono tornato a casa e mi sono immaginato Bianco, Rosso e Verdone tutto interpretato dalla Gerini. Non che il risultato finale sia stato così male, ma mi ha sorpreso una adesione così profonda al canone, al punto da farmi pensare a una “possessione”. Cosa che in un film di fantasmi comunque “non stona”. 

Sulla giostra è un film rarefatto, malinconico, ben recitato e che fa sfoggio di una location vibrante, magica e misteriosa. La trama tende un po’ a sfilacciarsi e confondersi, come il finale può apparire fuori fuoco, ma questi non sono che aspetti classici, sani e attesi di un ghost movie

Un film ideale per dormire scomodi, con un po’ di senso di colpa. Magari con la voglia di fare una telefonata ad una persona cara che non si incontra da troppo tempo. 

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mercoledì 29 settembre 2021

AltaLuceTeatro- programmazione 2021-2022


Anche quest’anno abbiamo la gioia e il privilegio di parlare di teatro sul nostro piccolo blog e speriamo nel nostro piccolo di essere all’altezza di un così nobile compito. 

Ringraziamo di cuore la direttrice Elizabeth Annable, tutto lo staff e gli attori, per averci permesso di conoscere AltaLuceTeatro

C’è un piccolo e storico teatro lungo i Navigli di Milano, al 190 di Alzaia Naviglio Grande. Ospita sui 100 spettatori, anche se con la normativa anti covid i posti si sono dimezzati. È una realtà culturale importante, radicata sul territorio della zona 6 da molti anni, con la direzione passata di padre in figlio e ancora oggi viva, sgargiante, dopo gli ultimi tragici due anni. Anni difficili “a porte chiuse”, in cui la struttura, gli spettacoli e gli attori hanno trovato nuova linfa e pubblico sulla rete. Con i suoi corsi di recitazione, trasmissioni live aperte al pubblico, spettacoli in streaming, AltaLuceTeatro non si è mai fermato e ora, con l’inizio di ottobre, riapre i cancelli per la nuova stagione, questa volta con il pubblico in presenza. Un pubblico con il quale gli attori potranno tornare a brindare insieme, alla fine degli spettacoli, seguendo una lunga tradizione di convivialità e amicizia in nome dell’arte. Quest’anno la direzione sceglie di mettere da parte i temi dell’attualità, per poterla leggere “meglio” tornando alle radici del teatro, alla magia senza tempo del racconto. Sono state scelte storie intime, storie di coppia in crisi, storie di uomini lontani da casa, ma soprattutto storie declinate al femminile. Storie di donne celebri, donne shakespeariane, donne comuni vissute in contesti difficili. Donne forti che hanno saputo reagire alla vita con la loro passione, fragilità, paura, estro. Spesso donne rimaste sole, che si trovano sole anche sulla scena, a raccontarci la loro vita in prima persona, come intima confessione e dialogo interiore. 

 

Dall’1 al 3 ottobre 2021

ARRIVEDERCI

liberamente tratto da "All’ultimo Minuto - Vita Di Una Donna Così” di Rita d’Agnese con: Cecilia Vecchio

drammaturgia e regia: Livia Castiglioni e Cecilia Vecchio

 

Un viaggio umano che viene ripercorso ricomponendo una serie di frammenti sparsi tra le righe di fogli traboccanti di ricordi. Una vita qualunque che, come tutte le vite qualunque, porta con sé un fascino speciale e inimitabile, plasmato da ogni esperienza attraversata. La vita di una donna. Una donna, Rita, una donna così. Così come? Così come si è raccontata, scrivendo tutto a mano su quaderni dalle copertine colorate. I ricordi di una vita. E Rita è tante cose: una bambina durante la seconda guerra mondiale, una bellissima adolescente nel dopoguerra, una donna innamorata, una madre. Con quella chioma rossa che le ha procurato il soprannome di "Rita Hayworth". Tra ferite, lotte, quotidiane ingiustizie, passioni, Rita ci conduce, sullo sfondo dell’Italia del dopoguerra, dalla campagna romagnola alle grandi città (Bologna, Milano e infine Salerno sua città d’adozione), in un cammino dove la vediamo affermare la propria personalità di donna, anticonformista, fedele a sé stessa, ironica, sorprendente. Questa vita, trascritta a mano su fogli di quaderno, è il suo regalo di verità.


Livia Castiglioni porta in scena uno spettacolo tratto dall’autobiografia scritta in tarda età da una donna reale, trovata dal figlio in una serie di quaderni colorati e raccolta in un libro. È una storia che ripercorre sullo sfondo molte tappe della nostra Storia nazionale, ma sotto l’occhio speciale di una donna come Rita, che ha saputo superare molte difficoltà anche connaturate al modo di intendere la giustizia in quei tempi passati. 

Cecilia Vecchio, che interpreta Rita, è rimasta molto colpita tanto dalla spontaneità che dal coraggio di una donna che a solo 17 anni, in un momento storico in cui “certe cose non si potevano dire”, è riuscita a denunciare davanti alla legge un atto di violenza da lei subito. 

 

Dal 12 al 13 novembre 2021

L’AMANTE

di: Harold Pinter

con: Elizabeth Annable e Gerardo Marinelli regia: Elizabeth Annable

produzione: AltaLuceTeatro

Una coppia normale, un normale ritorno a casa dopo una serata normale accompagnato da un dialogo normale. Sullo sfondo delle normali incrinature, dentro, che si mostrano senza imbarazzo, d'altronde anche i sorrisi sono crepe sui volti. D'altronde le crepe a volte sorreggono, a volte tengono insieme, a modo loro, aiutano a resistere, a non crollare. Sono segno di cedimento, ma anche di sopravvivenza. Sempre che non si allarghino troppo, che non diventino baratri, che i sorrisi non diventino smorfie. In tutta questa normalità, un gioco di ruolo, erotico quasi per caso, una scappatoia dalla quotidianità, un diversivo. Un amante. Un bisogno. Il bisogno di avere qualcun altro, o di essere qualcun altro. Due persone, forse tre, che sanno bene le regole - o forse no. Due persone, forse quattro, che sanno qual è il limite - o forse no. Un gioco che forse non è un gioco, forse è un gioco al massacro, un massacro che forse è autoinflitto. Pinter è come una rete, vi si può vedere attraverso in molti modi differenti, ogni personaggio ha una sua verità. Non c’è un’unicità, ma una varietà di interpretazioni dei sentimenti e delle relazioni, proprio come nella vita umana. Ognuno vede ciò che i propri occhi gli fanno vedere, un filtro che mette un velo, una patina sul vissuto.

 


Elizabeth Annable porta in scena l’adattamento di un’opera del Nobel alla Letteratura Harold Pinter. Un testo carico di sfaccettature, sempre “nuovo” a una successiva lettura, difficile da ingabbiare. Per questo una sfida che potrebbe smuovere note e colori differenti a ogni rappresentazione. 

 

Dal 19 al 28 novembre 2021

MACBETH SONATA DA CAMERA

da: William Shakespeare adattamento: Antonio Rosti

con: Chiara Salvucci e Giuseppe Sartori regia: Omar Nedjari

Il fascino delle opere di William Shakespeare è travolgente e inesauribile perché indaga e racconta con inimitabile lucidità la natura umana, ne restituisce la forza e le debolezze attraverso avvincenti intrecci di vicende e parole, intrecci tenacemente contemporanei nonostante i secoli. In questa particolare ripresa della sanguinosa ascesa al trono di Scozia raccontata nella tragedia del drammaturgo inglese, l’attenzione sembra diventare più circoscritta, più intima. Macbeth e la sua Lady sono soli a confronto con se stessi e il loro proposito, intrappolati nel loro destino e costretti a rivivere le proprie scelte. L’azione si svolge attraverso la loro voce, il testo è svuotato dei suoi personaggi, il dialogo, rigorosamente con le parole di Shakespeare, diventa così un gioco al massacro, la distruzione di un amore logorato dall'ambizione di entrambi, un'ossessiva ricerca di uscita dal labirinto creato dal proprio desiderio morboso, uno specchio delle contraddizioni e delle nevrosi dell'uomo contemporaneo.

 


Con Macbeth Sonata da Camera e La leggenda di Redenta Tiria AltaLuceTeatro porta in scena le opere della Compagnia Corrado d’Elia, dando seguito a una collaborazione nata proprio sotto il Covid, con dei workshop e dialoghi svolti a distanza tramite la piattaforma Zoom. Un segno di come l’arte possa trovare facilmente nuova casa, quando è possibile trovare comunque nuovi luoghi di incontro. Magari nuovi stimoli proprio in virtù di un contesto più intimo. È in qualche modo sulla scorta di questo punto di vista che la Lady Macbeth della compagnia Corrado d’Elia può diventare su una  scena “diversa”, in un contesto nuovo e lontano dalle rappresentazioni classiche shakespeariane, una persona diversa, umana quanto ironica. E il Macbeth può diventare il dialogo di un uomo e una donna sideralmente lontani, ma il cui “tutto il mondo” si riduce a una camera da letto, impedendogli di scappare l’uno dall’altro. 

 

Dall’11 al 12 dicembre 2021

EVA (1912-1945)

da: Innamorate dello spavento di Massimo Sgorbani

regia: Renzo Martinelli

con: Federica Fracassi

drammaturgia: Francesca Garolla

luci Mattia De Pace audio e video: Fabio Cinicola

produzione: Teatro i

con il sostegno di NEXT - Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo lombardo

La fine della guerra, la fine di Hitler. Eva, sola in scena, aspetta questa fine. Eva è una donna che sta per morire ed è una donna innamorata. Innamorata di Hitler, fedele al suo amore fino all’ultimo istante. Eppure, da questo infinito amore, al di là del bene e del male, affiora la paura. Paura dell’abbandono, paura dello strapotere dell’amato, paura dell’amore stesso e di quello che l’amore può chiedere. Innamorate dello spavento è un progetto di Teatro i in cui l’autore Massimo Sgorbani cattura le voci di alcune donne legate al Führer che precipitano inarrestabili verso la fine del Reich. Tra il 29 aprile e il 1° maggio del 1945, nel bunker sotterraneo del Palazzo della Cancelleria di Berlino, alcuni dei principali rappresentanti del partito nazionalsocialista si suicidano. Poche ore prima Hitler sposa Eva Braun. Poche ore dopo Hitler e signora si uccidono con le fiale testate sul pastore tedesco del Führer, Blondi, il primo a morire. Poche ore dopo Magda Goebbels somministra le fiale ai sei figli addormentati. Ancora poche ore, e anche Magda e il marito si avvelenano con le stesse fiale.

 


Eva Brown chiusa nel bunker, aspettando la fine, può diventare un personaggio teatrale. Una donna che spinta della solitudine si può spogliare delle sue armature ed “etichette”, frantumarsi o rimanere ancorato al mondo solo attraverso i sentimenti più profondi, “umani”, fatti di piccole dolcezze e speranze. Una donna rinchiusa al di fuori del mondo, un po’ come lo siamo stati tutti nell’epoca del Covid.

 

Dal 14 al 23 gennaio 2021

LA LEGGENDA DI REDENTA TIRIA

favola poetica dal fascino oscuro

tratto da: La Leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi riduzione drammaturgica, regia e interpretazione: Corrado d’Elia scene: Chiara Salvucci

produzione: Compagnia Corrado d'Elia

“L'arte nasce da un'esigenza profonda e strabordante di esprimere un mondo. Questo progetto parte da una storia di incontri...”. Una storia affascinante dal sapore antico, un omaggio alla Sardegna, alla musica di Marisa Sannia e alla scrittura di Salvatore Niffoi. Corrado d'Elia interpreta una grande storia dal sapore mistico e universale, radicata nella terra di Sardegna, di cui racconta le asperità, la forza e la magia. Abacrasta non si trova in nessuna enciclopedia o carta geografica, è un paese – immaginario, ma verosimile - situato nella terra avara e rocciosa nel cuore della Barbagia. Abacrasta è meglio noto tra i paesi del circondario come “il paese delle cinghie”: molti fra coloro che vi abitano a un certo punto della loro esistenza sentono il richiamo della Voce e corrono a impiccarsi. Legano al collo la cinghia e dicono addio alla vita: «nelle tanche di Abacrasta non c’è albero che non sia diventato una croce». Finché un giorno non arriva Redenta Tiria, “una femmina cieca, con i capelli lucidi come ali di corvo e i piedi scalzi”, e i suicidi cessano. “Sono la figlia del Sole, e sono venuta per portare la luce nel paese delle ombre”. Corrado d'Elia in questo spettacolo si serve di una lingua “ibridata”, che si fonda sulla commistione di italiano e limba. Accompagna il racconto la voce magica e incantata di Marisa Sannia, una musica che sa di terra, di magia e di meraviglia, il cui suono penetra nel profondo mistero della vita e della morte. È difficile non scorgere un senso quasi religioso nella figura di Redenta Tiria. Redenta, redenzione: ma non in senso ultraterreno, giacché insegna che l’unico riscatto possibile è nella vita stessa, nella “vita ritrovata”, nella speranza, nel “tagliare la lingua alla Voce”. È una “religione” della vita, quella che emerge in filigrana di questa favola cruda e bellissima.

 


Di nuovo una collaborazione con la Compagnai Corrado d’Elia. Anche questo uno spettacolo nato “a distanza”, dall’interazione tramite la rete. E si parla di reti, vele, mare e personaggi senza tempo. Uomini e non, raccontati da una lingua antica che ne rende ancora più affascinate e complessa la natura. L’opera vuole essere un grande omaggio alla Sardegna.

(continua domani...)

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lunedì 27 settembre 2021

Respect - la nostra recensione del film sulla vita di Aretha Franklin

 


Siamo a Detroit, negli anni '50, dove la piccola Ree (Skye Dakota Turner) incanta con la sua voce i cori della New Bethel Church. La passione per la musica gospel  è il grande legame speciale che la unisce con la madre Barbara (interpretata dalla star di Broadway Audra McDonald), che ora vive lontana, a Buffalo. Quando madre e figlia sono insieme e duettano, sembrano quasi perdersi in un piccolo mondo armonico tutto loro, dotato di una “straordinaria grazia” dove la luce è intensa e in cui Bree è felice. Un mondo ben diverso da Detroit e dai suoi chiaroscuri violenti. Quando Ree non ha ancora 10 anni, la madre purtroppo muore per via di un attacco cardiaco e lei viene affidata permanentemente alle cure di un padre, Clarence (il premio Oscar Forest Whitaker), severo, assente e forse un po’ egocentrico. Ree rimane incinta a 12 e poi a 14 anni e la pellicola ne parla giusto di sfuggita, anche perché è un tema spigoloso, di cui la cantante ha parlato poco e solo su alcuni scritti trovati postumi alla sua morte, nel 2019. Mamma ma ancora bambina, Ree con la sua voce continua negli anni a brillare per il padre, che vuole sia solo lei a cantare come prima voce nei gospel che arricchiscono le sue serate di predicazione come pastore battista. Sono gli anni di Martin Luther King (interpretato da Gilbert Glenn Brown che ne fa quasi una figura paterna alternativa) e Ree lo incontra più volte in quanto amico del padre, portando a un sodalizio che legherà la cantante e il politico per tutta la vita. A 18 anni Ree (ora interpretata dalla cantante Jennifer Hudson) firma per la Columbia Records, con cui produrrà 9 album, sempre con dietro il padre Clarence come manager e mentore. Ma la svolta della vita, la “chiamata” come si direbbe nei Blues Brothers, avverrà in concomitanza con il nuovo contratto con la Atlantic, nel 1966. La nostra Ree era famosa e corteggiata dalle radio, ma scontenta, non realizzata. Poi cambia qualcosa con l’incontro/scontro con la cantante Dinah Washington (interpretata da Mary J.Blige), che la mette davanti ai suoi limiti e a quello che vuole diventare “da grande”. Poi arriva la nuova relazione con Ted White (Marlon Wayans), accolto come una liberazione dal giogo paterno, ma che si dimostrerà da subito solo l’ennesimo “padre/padrone” della sua vita. Ma in tutto questo nel 1966 Ree, pur da “bravo soldato” continua a cantare come sempre, senza scontentare l’ambizione ora del nuovo compagno, ma con una nuova voce. Una voce che tra le note e le strofe si eleva e si fa “urlo”. Un ruggito autoritario quanto sensuale, caldo quanto potente, che muove dal gospel “materno” al soul. Un ruggito che sgomita nella metrica, richiedendo per essere accompagnato musicisti con forte esperienza jazz e blues. Ree per una volta richiede con questa sua nuova voce Rispetto per se stessa. “Ree-spect”, per il suo punto di vista, dolore e passione. La sua voce diventerà in breve così unica e popolare da unire le voci delle donne oppresse, la voce delle persone di colore verso la parità dei diritti sotto la guida non violenta di Martin Luther King, la voce di chi ama la musica e il suo potere di cambiare il mondo. Una voce che raggiungerà il suo apice quando re-incontrerà il gospel, vivendolo non più con gli occhi di una bambina ma di una donna. 


Liest Tommy è una giovane regista che conosce la storia della musica e riesce a raccontarla, come dimostrato nel suo ultimo lavoro su Dolly Parton. Il canovaccio di Respect, a opera di Tracey Scott Wilson e Callie Khouri, racconta una storia “tristemente” abbastanza classica, dove una artista di colore deve farsi strada nel mondo della musica per lo più ostacolata da figure maschili autoritarie quanto frustrate da un successo che godono solo “di riflesso”.  Ma la musica, la straordinaria musica di Aretha Franklin, riesce sempre a innestarsi meravigliosamente sulla trama e a guidarne magicamente l’intreccio, dialogando e duettando con la storia della vita della protagonista. Aretha sembra apparentemente un personaggio immobilizzato nel ruolo di una donna sottomessa, ma il personaggio riesce a esprimersi proprio attraverso le parole delle canzoni e la grinta con cui le interpreta. Attraverso l’arte, Aretha si esprime in un modo cosi sottile da non venir percepito dai suoi “aguzzini”, che di fatto non ascoltano la sua musica quanto vivono del “successo che genera”. Ma al contempo la musica di Aretha riesce a colpire il cuore per  davvero quanti la ascoltano sul serio e sa trasformarsi in una specie di voce interiore collettiva. Era difficile veicolare al cinema una visione così raffinata quanto spirituale della musica. 


Respect va oltre una cornice narrativa compassata quanto elegante, trascinando la musica direttamente nella narrazione, in un modo diretto, sincero, dirompente ed esponenziale. Aretha rivive al meglio dentro una bravissima Jennifer Hudson, attrice e cantante che avevamo già apprezzato nei panni di Effie White in Dreamgirls e Grizabella in Cats (anche se visivamente Cats è un po’ “Strong”, rimane un film con bellissime interpretazioni). Forrest Whitaker è sulla via regale di James Earl Jones, il suo Clarence è ricco di sfaccettature e nasconde sotto la scorza qualcosa di più, titanico e dolente nel dover scontare un confronto impossibile e spietato con un “padre spirituale” come Martin Luther King. Marlon Wayans, come Jamie Foxx in Dreamgirls e Laurence Fishburne in Tina, è “bloccato”, come era bloccato Danny Glover ne Il colore viola. Bloccato in un ruolo di “uomo dal potere negato” da una società che non riconosce parità di diritti alle persone di colore, generando in loro un senso di frustrazione che tracima, diventa irrazionale e spesso si sposta con violenza sui propri cari. Non è un personaggio semplice quello di Wayans, come non erano semplici i personaggi di Glover, Foxx e Fishburne, anche perché narrativamente non vengono “assolti” per le loro frustrazioni e crudeltà. Un bel passo in avanti nel campo drammatico per l’attore comico Wayans. 

In Respect troverete una straordinaria colonna sonora, da gustare rigorosamente nella migliore sala cinematografica per impianto sonoro. La durata supera le due ore ma non la avvertirete. Molto bravi gli interpreti. Una storia semplice ma scandita da meccaniche intriganti che mettono al primo posto e con molta originalità l’arte. Un buon tributo per scoprire o riscoprire Aretha Franklin. 

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mercoledì 22 settembre 2021

Joe - uno dei migliori film di Nicolas Cage, per la regia di David Gordon Green

 


In uno sperduto e depresso paesino tra i boschi della provincia americana, il grosso e minaccioso Joe (Nicolas Cage) “avvelena gli alberi” a martellate. Lo fa con una specie di zainetto dei ghostbusters, con un martello attaccato a un tubo collegato con una mistura venefica i grado a pieno regime di avvelenare 1000 alberi. Certo l’attività non è pensata come una strana “pazzia anti-ecologista”. Joe e la sua squadra scelgono gli alberi più deboli, li marchiano, li avvelenano e così questi potranno essere “abbattuti a norma di legge” dai boscaioli in quanto “malati”. Nuovi alberi più forti potranno essere piantati e tutti sono contenti. È un business un po’ ai limiti del legale, ma permette di magiare a tanta gente e garantisce al bosco di crescere più forte. Stimato quanto temuto da tutta la cittadina, Joe si sposta triste e infelice da un luogo all’altro, tra il bordello e la prigione locale, in uno stato emotivo sempre più esplosivo e desolante. Si sente un po’ come il suo bulldog, un cane da combattimento coperto di ferite che non può fare a meno di finire ogni giorno su un campo di battaglia, volente o nolente. Un giorno arriva a chiedere di far parte della allegra ciurma di Joe il giovane Gary (Tye Sheridan), figlio del manesco Wade (Gary Poulter). Joe vede in Gary uno “scopo”, forse la possibilità di essere per lui un vero padre. Ma Wade, perso nell’alcol e nella autodistruzione, farà di tutto per distruggere questa aspettativa.

Uscito in sala nel  2013, basato sul libro omonimo di Larry Brown del 1991, per la regia di un allora lanciatissimo David Gordon Green, Joe rappresenta una delle migliori prove attoriali di Nicolas Cage, nonché uno dei film più interessanti sulla depressa e bifolca provincia americana contemporanea. Una elegia redneck o in senso poi lato un western crepuscolare. Un film carico di atmosfere grigie, uomini ruvidi, vestiti sporchi di fango, afa, fumosi e appiccicaticci rapporti umani. 


L’hanno paragonato a quello che è stato Copland per Stallone e Joe è stato a ragione un film vincitore di tanti riconoscimenti ufficiali. Io vedo nel personaggio di Joe una sorta di “predestinazione” che segue Cage dai tempi di Arizona Junior (Raising Arizona, del 1987) dei Cohen. In quel film Cage impersonava un divertente, innamorato e squinternato ladruncolo/mezza tacca, così innamorato della poliziotta interpretata da Holly Hunter da convincersi a rapire il bambino di un grosso imprenditore locale, pur di farla “diventare madre”. Dopo il rapimento, i veri genitori mettevano sulle traccia di Cage un cacciatore di taglie a cavallo di una grossa moto e pesantemente armato, interpretato da Randall Cobb. Se avete visto Arizona Junior di sicuro non ve lo siete dimenticato e perseguiterà magari ancora gli incubi di qualcuno. Il personaggio di Cage “lo sente arrivare” in sogno, dice che sente di aver scatenato una “forza primordiale”. Il cacciatore viene da lui descritto come un vero e proprio cavaliere dell’apocalisse. Lo sguardo di ghiaccio coperto da enormi occhialoni, la pelle coperta da fuliggine e sporco, la stazza di un orco. La moto che inquadrata in soggettiva sembra volare sull’asfalto simile alla creatura demoniaca della Casa di Raimi, che lascia sulla strada una scia infuocata e con i fiori che appassiscono al suo passaggio. Fa paura, è grosso e inesorabile, primitivo e primordiale ed è “destinato a Cage”, ha un “legame con Cage”. Al punto che negli anni Cage, come attore, si è più volte avvicinato a questo “orco”, cercando di trasformarsi in lui. Come lui ha guidato una moto che lascia fiamme sull’asfalto, nei suoi due film di Ghost Rider. Come lui è stato una creatura ancestrale in Drive Angry. Come lui è diventato un moloch primordiale, in questo Joe, nel successivo Mandy e nel recente Pig. Creature metafisiche che vivono in strani mondi di confine ai margini della civiltà, legate a stretto contatto con una natura che spesso “depredano per vivere”, uccidendo o tagliando alberi, facendo affidamento su funghi allucinogeni per sballare, utilizzando animali come combattenti. Sono film sui redneck americani, certo, ma chi vuole scorgerlo può vedere in Cage questa creatura stanca e millenaria, simile al One Eye di Valhalla Rising di Refn, che cerca di continuo di combattere per non regredire a “bestia”, aggrappandosi con ostinazione ai pochi scampoli di umanità che gli rimangono. Joe si sente un orco e vive da orco, non permettendo a nessuno di avvicinarsi a lui per delle oscure colpe legate al suo passato. La cosa affascinante, merito dell’ottima caratterizzazione di questo piccolo mondo, è che Joe è assolutamente ben voluto nella comunità, alla stregua di un orco protettore”, risultando pericoloso solo per chi ne teme il potere e quasi ne scorge “l’aura minacciosa”. Quando incontra Gary, il personaggio di Tye Sheridan, Joe “sboccia”, anche se si considerava come una pianta avvizzita, velenosa e sterile. Sheridan interpreta un ragazzo nato in una famiglia difficile, abituato anche lui a prendere la vita a pugni, un po’ come Joe. Gary deve averne “passate tante” e spesso ha dovuto “guardare dall’altra parte” specie a causa di suo padre. L’animo di Gary si è così inquinato che ora si sta trasformando in uomo violento e impulsivo, esattamene come Joe.  Joe che “riconoscendosi in lui” potrebbe essere la prima e unica figura paterna della sua vita.


Il vero padre di Gary, Wade, è una specie di diavolo fuori controllo dominato dall’alcol. Si aggira cattivo tra i boschi, qualche volta ballando per strada senza alcuna musica nell’aria. Continua a ripetere a chi lo incontra “sei mio amico?”, appare spesso vulnerabile, quasi contrito, un vecchietto canuto e sbattuto. Ma possiede una certa luce matta negli occhi ed è pronto a uccidere pur di rubare una bottiglia di whisky a uno sconosciuto. Uccide per poi abbracciare la vittima come a scusarsi. Anche Wade è una belva pericolosa, mette paura. Il grande e purtroppo recentemente scomparso Gary Poulter ci ha infuso dentro un intero mondo di disperazione, rabbia e impotenza. Tutti i personaggi che si muovono su schermo sono complicati e contorti, cercano di vivere il presente nel modo più “felice/fugace possibile”, ma il dramma è dietro ogni angolo e li lascia completamente inermi davanti ai demoni del passato e del futuro. Sono la perfetta metafora di una provincia americana simile a una macchina incastrata con le ruote nel fango, sospesa in una quotidianità che sembra invariata da cento anni. Joe piacerebbe a Stephen King, si respira la stessa pesante aria rarefatta della sua provincia. Un ottimo ritmo, la giusta colonna sonora country, incredibili interpretazioni e personaggi che sembrano fatti per starti in testa e rimanerci.

E quindi dovete vedervelo questo Joe

Voi lo sapete, noi sul blog siamo fan assoluti di Nicolas Cage “il più grande attore vivente a livello statistico”. Lo amavamo quando recitava nei Blockbuster di Turtletaub, Bay, Vaughn, Scott, quando era conteso tra Scorsese, i Cohen, Jonze, Verbinski, Jewison. Lo amavamo quando “esportava” John Woo e lo amiamo oggi quando esporta Cosmatos, “ripesca dal passato” Stanley. Lo amavamo quando ha quasi fatto Superman per Burton e lo amiamo ora quando fa quello che vuole, tutte le parti che vuole, ficcandosi dentro a film tremendi quanto in quelli più sperimentali e interessanti, da vero “uomo libero”. C’è chi si spegne, come Bruce Willis. Chi si blocca nelle espressioni come Travolta. Chi non sembra più in grado di uscire da una maschera come Liam Neeson. Cage sa rinnovarsi, cambiare, sbagliare, riemergere e soprattutto, cosa rara, si diverte ancora a recitare. La vena di pazzia che percorre tutti i suoi personaggi, anche quelli oggettivamente più brutti, lo tiene vivo e ce lo fa amare e temere. Come  quell’assurdo cavaliere dell’apocalisse motorizzato di Cobb, pronto a rifiondarsi in sella e a sorprenderci di nuovo con una interpretazione da maestro. 

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