sabato 13 marzo 2021

Buried Alive (2007): la nostra retro-recensione di un filmino divertente ora su Amazon Prime

 


Siccome c’è il covid ecc. ecc. vi ho già raccontato cosa sono le retro-recensioni mille volte: un’occasione per trovare in demand roba mai vista, interessante o curiosa. A questo giro un film “misterioso”, con un titolo vago e già usato dal cinema, con un cast altrettanto vago e a volte misconosciuto, con una narrazione davvero “contro-mano”, non so se più folle o più paracula. Sta di fatto che è un film che per qualcuno può essere molto divertente, così eccoci qui in sede di recensire.

(Sinossi fatta male) America, intorno al 2007. Tre ragazzi e tre ragazze decidono di andare in gita nella villa isolata e fatiscente del nonno di due di loro, per passare un allegro week-end a base di sesso, droga e prove di iniziazione per accedere a una confraternita. I tre ragazzi sono cosi classici stereotipi horror che potremmo ribattezzarli Sessuomane (Terence Jay, una specie di Nic Cage da giovane), Sportivo (Steven Sandvoss, trasparente e dallo spessore della carta velina) e Nerd (l’ectoplasmico Germaine de Leon). Le tre ragazze sono così specificamente sessualizzate dalla messa in scena generale che potremmo ribattezzarle Gambe (la super gnocca Leah Rachel), Chiappe (la mega-topolona Erin Reese) e Poppe (la bonazza da infarto Lindsey Scott). Il pazzo custode della magione (Tobin Bell di Saw, in evidente bolletta), qualcosa come il pomeriggio prima che arrivino in gita i sei, ha scoperchiato le fondamenta in cerca di tesori nascosti, finendo per evocare il vago spirito vendicativo della prima moglie del nonno, morta sepolta viva per mano nel nonno stesso, come da titolo del film, pronta a vendicarsi sui discendenti dello stesso, nello specifico i nostri Sessuomane e Gambe. Cosi, dopo aver prelevato a una festa Chiappe vestita da cagnolina Sexy e Poppe vestita da mucca Sexy (vorrei dire tante cose ma mi taccio...), dopo aver imbarcato Sportivo e Nerd, tutto insieme in macchina Il gruppetto va a divertirsi nella classica casa maledetta. Come finirà mai? 



Carneade, chi era costui? Il regista Robert Kurtzman, che si può forse confondere Alex Kurtzman, è un addetto al make-Up (119 opere accreditate ) ed effetti speciali (56 opere) di lungo corso, che ha partecipato, in qualità di sceneggiatore, al progetto di Dal Tramonto all’Alba, dal primo film alla serie tv. Dal 2010, dopo il suo quinto film, non ha più diretto nulla. Lo sceneggiatore è invece Art Monterastelli, notissimo per le serie tv di Timecop e Total Recall, ma anche autore insieme a Sylvester Stallone dello script del più che discreto John Rambo del 2008, uscito un anno dopo questo Buried Alive, ma dal 2009 di fatto scomparso dall’ambiente. Come è scomparsa dal cinema dopo Buried Alive la bellissima attrice Lindsey Scott, l’attore-musicista Terence Jay ha fatto poco altro come del resto è toccato a Steve Sandvoss, Erin Reese ha fatto Repo Man nel 2010 e poi non ha fatto altro (salvo produrre un documentario nel 2012). Un po’ più di fortuna è toccata a Leah Rachel, che ha lavorato un po’ anche come autrice e regista, come lavora tuttora Germanie de Leon. Tobin Bell, il mitico Jigsaw, nel 2007 stava tra Saw III e Saw IV (come tra Boogieman 2 e 3, anche se su questo glissiamo) ed è in sostanza sopravvissuto indenne a Buried Alive. Ma c’è da dire che questo film non ha portato benissimo al suo cast. Forse “non è stato capito”. 



(Sovvertire o piegarsi alle regole “Sexy” dello slasher-Movie). C’è nello slasher una venatura “kinky”, senza scomodare ogni volta Eros e Thanatos. Per “Kinky”, come detto una volta dal regista e grande produttore di “kinky” Paul Verhoeven, si intende uno specifico lato “stravagante”, spesso declinato alla componente sessuale, freudiana o meno, che dovrebbe esserci in uno spettacolo di intrattenimento dal contento “forte”, “sanguigno”. C’è una doccia sexy alla base del freudiano e omicida cuore narrativo di Psycho e questo vale anche per i suoi mille epigoni. Anche James Stewart scopre per caso un omicidio mentre osservava con il binocolo la bella vicina di casa che si spogliava dalla finestra sul cortile, un po’ come il Pierino della commedia sexy in questo aspetto. Perché questo è il punto del “kinky”: salvo un paio di contesti più “espliciti” (che comunque esistono, ma sono pochissimi), nella quasi totalità di queste pellicole si vuole “sbirciare” delle belle ragazze senza mirare ad altro, solleticando l’immaginazione e poco più, proprio per dare più slancio e “contrasto” al momento narrativo in cui ci “dobbiamo spaventare”, per dirla alla Richard Benson. Le belle ragazze, spesso inquadrate negli atteggiamenti più discinti, saranno prontamente e sanguinosamente  “castigate”, da cui la classica “fugacità“ di tali scene, che le assimila a un breve piacere subito negato, dal mostro/assassino di turno. Saranno “sacrificate” in “stranissime crociate moraliste”,  su cui ci sarebbe tantissimo da dire perché, oltre al “freudiano”, c’è anche spesso una critica culturale alla base di questo tipo di narrazione. Queste “donne urlanti”, le Scream Queen in gergo, sono diventare negli anni un elemento ricorrente “forte” negli horror, specialmente florido nei b-movie. Un qualcosa che in molti “attendono ancora”, anche se negli anni questo tipo di scene si sono ridotte all’osso se non demonizzate, forse in ragione di una “stranissima crociata morale vera”, con ragioni tutte rispettabili, ma che forse per me hanno sopravvalutato troppo il pericolo sociale delle scenette “da Pierino” sopra descritte. A seguito di ciò’ si è tolta progressivamente ogni espressione “erotica” presente negli horror e thriller, dai palinsesti e dalle sale, come fosse un parente scomodo con cui confrontarsi, uno “Zio Tinto” a caso. Ma quando le “scene sexy“ ritornano oggi negli spettacoli HBO o Starz ecco che il pubblico si ritrova ad apprezzarle, perché “funzionano ancora”. Almeno per la prima stagione dello show, perché già della seconda il “kinky” può diventare un problema e va ridotto, come in Westworld o True Detective. Ecco, Buried Alive vuole essere una bandiera del “kinky per nostalgici” più che il nuovo esponente del genere slasher in toto. E vuole “più kinky possibile“, piegando la trama a questa esigenza insopprimibile, in nome e per riscaldare il cuore di tutti gli “amanti del kinky”. Ma sempre parlando “kinkianamente”, questo cosa comporta per la pellicola? Una sovversione della liturgia dello slasher, che è un genere che vuole che il “kinky” a un certo punto della narrazione lasci lo spazio alla paura, come nei Venerdì 13 dove gli educati prima fanno sesso e poi iniziano a scappare, oppure che per lo meno “si dosi a livello situazionale”, come sul finale di Alien, dove Ripley è mezza nuda per esigenze tecnico/logiche, ma è terrorizzata e noi con lei. In pratica è tutto un discorso di confini tra eccitazione e paura, che devono fondersi e non “sbattersi uno contro l’altro” nella narrazione. Certo si può dire, anche solo leggendo la sinossi, che la pellicola potrebbe svilupparsi fondendo il tema del bullismo con quello della maledizione, un po’ alla maniera de L’odio che uccide di Mortimer, ma questo non accade e non si vuole far accadere!! La cosa geniale, sovversiva  e un po’ matta che fa Buried Alive, è prendere questo soggetto, che ha tutti gli attributi per spaventare e inquietare, ma remandoci contro così forte da permetterci di vedere donne nude e non “complessate” da una situazione di pericolo/sopruso che le porti a vestirsi e scappare, dall’inizio alla fine. Una scelta di campo cosi spinta che si mangia di fatto tutte le meccaniche dello slasher, rendendo ridicolo il mostro, inconsistente la minaccia e infine “involontariamente“ (per chi ci vuole credere) e fieramente “comico” tutto lo svolgimento del film. A fare da “guastatore” della tensione ci si mette con tutto un matto entusiasmo Tobin Bell, con il suo custode stralunato, un po’ porco e un po’ cretino, che si diverte a spaventare per scherzo i ragazzi dall’inizio alla fine, “coprendo” con le sue fesserie anche le azioni dell’entità malevola. Comicissimo è anche Germaine de Leon pur non facendo quasi niente, solo per il modo in cui “sta seduto” (vedere il film per capire) e incredibilmente è comica pure l’entità stessa, che mentre cerca di attaccare può “bloccarsi” davanti a un particolare simbolo con una mimica facciale da Willy il coyote, occhi strabuzzati compresi. A rendere ulteriormente meno orrorifico il film, quando arriviamo i momenti splatter accade con una resa visiva sempre eccessiva, da cartone animato, per cui i corpi si aprono in due ma senza sangue e interiora che fuoriescano. Se siamo poco spaventati possiamo essere più “kinky” e quindi largo alle tre donzelle, libere di esporre gli attributi “contrattualmente garantiti” che le rappresentano, più e più volte, “monster free”. 



“Gambe” è perennemente in shorts e infradito, quando non è nella vasca coperta di schiuma con le gambe ovviamente levigate ammiccanti e insaponate a fare capolino, per intero, fuori dall’acqua. Per tutti i feticisti, Gambe è dotata anche di piedini sempre nudi, intenti a fare qualcosa per essere ammirati nei dettagli, compreso arpionare da sopra i jeans “il pacco” del suo ragazzo mentre i due sono sul divano. “Chiappe”, che già da questa caratteristica possiamo indicare come la “final girl”, espone il lato b con generosità in ogni occasione, tra cui una doccia e una “prova di forza” che consiste nel correre nuda tra i boschi. “Poppe” espone il davanzale, scarsamente o per nulla coperto, così tante volte durante la pellicola che, quando stremata “si ribella“ al doverlo fare di nuovo (e non so se parli l’attrice o il personaggio, è un momento quasi da rottura della quarta parete), ci farà comunque accedere alle sue grazie altre due volte. In piena par condicio, anche i maschietti non lesinano pettorali scolpiti. Con tutto questo kinky in più scene, ci aspettiamo davvero che a un certo punto più che apparire una strega indiana parta la musichetta sexy e arrivi un idraulico spogliarellista. Magari Tobin Bell stesso, coperto solo dell’accappatoio rosso di Jigsaw. Ma questo non accade, ovviamente, perché non siamo in un porno, ma in uno slasher  che sta “giocando” anche sulla percezione “più o meno deviata” che oggi abbiamo di questo genere. È tutta una questione di kinky e in fondo stiamo vedendo un uso della sessualità femminile ben lontano da un American Pie, più in zona dei “Pierino” di Alvaro Vitali o delle “Studentesse/soldatesse/poliziotte” della Fenech. Allusione, un po’ di comicità volontarie e non, un povero mostro bistrattato che forse aveva qualcosa di estremante banale da dirci ma non lo sapremo mai. Mooooolto meno di quanti accade in una puntata di Game of Thrones o di uno Spartacus, come di un qualsiasi film di Sorrentino. 



(Più kinky per tutti). Buried Alive non ha avuto successo, metà della gente che lo ha realizzato fa ora altro nella vita e forse si è vergognata un po’ nel farlo, al punto di essersi tolta la foto dall’International Movies Data Base (Imdb per gli amici). Immagino accuse di sessismo, i malumori di chi pensava di vedere il nuovo Esorcista, la messa all’indice delle attrici più discinte e tutte le belle cose che accadono oggi sui social fondamentalmente perché si è drammaticamente privi di ironia, anche quando si vuole giudicare una pellicola che è come se “urlasse” quanto voglia essere leggera, stupidina, tremendamente innocua e giusto un po’ sexy. Ma se siete tra coloro che hanno ululato quando Anna Hutchinson ha limonato con una testa di lupo in Quella casa nel bosco, come tra coloro hanno seguito con partecipazione la larva di Slither farsi largo nella vasca da bagno con dentro Tania Saulnier spostando il sapone che impediva là visuale, se avete sbirciato tra i lettini abbronzanti mortali di Final Destination 3 le forme di Crystal Lowe e Chelan Simmons, se avete sperato che Jennifer Tilly non diventasse troppo presto la Sposa di Chucky fulminandosi nella vasca (un’altra vasca), se per lo stesso motivo avete sperato che Freddy Krueger non raggiungesse subito con il suo squalo-artiglio nella vasca (un’altra vasca) la bella Heather Langenkamp, se non tifavate per le api contro Sabrina Salerno ne Le foto di gioia e siete tra coloro in genere che hanno apprezzato le mille scene kinky degli slasher, più o meno famosi, più o meno recenti, più o meno riusciti... faccio una pausa ad effetto e riprendo... allora questo Buried Alive potrà divertirvi con la sua incoscienza giocosa e birichina. Totalmente innocuo, scombinato, ma divertente. 

Talk0

lunedì 8 marzo 2021

Robot Jox di Stuart Gordon : la nostra retro-recensione



(Premessa) In tempi di cinema chiusi ci viene incontro il Catalogo spesso sterminato dei canali streaming, ottime occasioni per recuperare perle del passato. Con le retro-recensioni possiamo quindi accedere ad un gran numero di tesori nascosti, come questo Robot Jox, disponibile su Amazon Prime. 

(Micro sinossi essenziale) Un vecchio gladiatore (Gary Graham) giunto alla fine del contratto viene obbligato a un ultimo incontro con il suo acerrimo nemico (Paul Kosio), per salvare la vita a chi dovrà prendere il suo posto (Anne-Marie Johnson). Una storia di pugni e mazzate in pratica senza tempo, ambientata in un presente distopico prospero e salubre più o meno come il nostro, in cui tutta la popolazione è poverissima e indossa la mascherina chirurgica per qualche imprecisato motivo. Le dispute tra gli Stati, per evitare altri danni a una popolazione in ginocchio, vengono risolte democraticamente “a cazzotti” in una specie di sport gladiatorio dove chi è il più forte, nonché il più vivo alla fine dell’incontro, vince. 



(Di sport del futuro e robottoni) Ma quale “blood sport“, per dirla alla Van Damme, viene usato? Più sullo stile di Speedball su Amiga o Blood Bowl con le miniature? Niente “corse della morte” alla maniera di Death Race. Niente  inseguimenti a squadre a caccia di una palla metallica alla maniera di Rollerball, niente giochi di morte e mazzate alla maniera di... Giochi di Morte. Niente varianti mortali del nascondino alla maniera di Running Man ed epigoni moderni, dagli scontri tra killer di Tournament agli Hunger Games passando per Verve.. Qui si fanno scontri con robottoni giganti che si guidano dall’interno tramite piloti che “gesticolano” come in Pacific Rim, non con robottini che si guidano dall’esterno con piloti che “gesticolano” come in Real Steel. I. Robottoni sono colorati, plasticosi e pupazzosi come “grossi model-kit in stop-motion“, ma con quel fascino di fumi e lucette e “moduli trasformabili” che per i nostalgici portano alla memoria X-bomber. In più sono trasformabili come il Trider G-7, in configurazione mech, cingolato e aereo, moddabili parte per parte e con un sacco di armi intercambiabili dai pugni a razzo, motoseghe, missili e “raggi della morte”, come in Battletech, Front Mission, Armored Core, con tanto di gestione strategica delle componenti  per la gioia di ogni mech-fan che si rispetti. I piloti? Super-uomini con nomi di battaglia epici come Alessandro, Achille, Atena, che vivono in un mondo plasticoso di culto del corpo e dello sport alla Starship Troopers, pronti a essere sostituiti da umani eugeneticamente ingegnerizzati alla Gattaca. Gli scontri? I giganti escono da enormi box sotterranei, staccandosi dall’argano di supporto alla maniera di Evangelion, portandosi su una Arena. Seguono scontri uno contro uno, prima usando le armi dalla distanza e poi corpo a corpo, fino a che un arbitro decreta la vittoria di una fazione sulla base dei danni inflitti. Le arene sono grandi e in genere gremite di povera gente esultante e sacrificabile in caso di incidente, alla maniera di Mad Max oltre la sfera del tuono. È tutto un maxi show televisivo, in cui si stimola tutto un circuito legale di scommesse. 



(Stuart Gordon nerd come noi) Nel 1989 un regista dall’animo lovecraftiano come Stuart Gordon, con un budget abbastanza contenuto (6.5 milioni dell’89, con il Batman di Burton che costò 48 milioni, giusto per dare un’idea) e con tanta passione, se ne usciva con un film sui robottoni giganti come Robot Jox. Allo stesso modo il lovecraftiano Guillermo del Toro, nel 2013, usciva in sala con il più “ricco” (180 milioni del 2013) Pacific Rim, riprendendo la stessa formula. Stuart Gordon, purtroppo scomparso di recente, è giustamente un regista amatissimo, un artigiano sincero quanto travolgente, sarcastico, diretto e appassionato. Da Re-Animator passando per Castle Freak, From Beyond, Il pozzo e il pendolo, spesso accompagnato dal suo attore-feticcio Jeffrey Combs, Gordon lavora con effetti speciali meccanici, insegue l’estetica dei b-movie più genuini per atmosfere e direzione degli attori, sceglie colori pop, non lesina umorismo e gusto del grottesco, dimostra amore sconfinato per i mostri. Spesso scrive e dirige le sue opere, spesso non trova tutti i fondi che servirebbero, come per la sua riduzione di Dagon, ma ci prova, con stile, a confezionare al meglio il prodotto, in modo fieramente indipendente. C’era molto di From Beyond in Slither di James Gunn, Re-Animator ha ispirato moltissimi zombie-movie In chiave Black comedy, Dolls aveva molte idee che arrivano anche ai film sui pupazzi maledetti odierni, Robot Jox radicò un ponte estetico fatto di gesti, cabine di pilotaggio e ingranaggi che portò Del Toro a ripetere quelle formule, dai piloti/combattenti fin dal classico “saluto di attivazione”, in Pacific Rim. Sfortunato nella grande sala, il piccolo e artigianale Robot Jox ha vissuto grandi fortune e noleggi multipli nel circuito delle videoteche, suscitando l’avida curiosità di tutti coloro che da Goldrake in poi avevano messo un pezzo di cuore in Giappone, sognando prima Gundam e dopo Robotech (come chiamavamo allora il paciugo americano di Macross, Mospeada e Southen Cross, paciugo che venne traslato poi nell’universo ruolistico Battletech), fondendo poi i sogni bagnati  con la fantascienza a base di esoscheletri e robotttini vari di Cameron, tra Aliens (1986) e Abyss (1989). Mi piace immaginare Gordon intento a leggersi Lovecraft prima di dormire e con la stessa emozione intento a costruire il modellino di un Gundam o un’astronave di Spazio 1999, perché questo  amore traspare da ogni fotogramma dei suoi film.  



(Andare oltre la copertina) Certo la copertina “in technicolor” del VHS di Robot Jox prometteva un entusiasmo che girando il retro si smorzava già un po’. Due foto di scena riportavano un appeal ben lontano, anni ‘70, dalle parti del pur amatissimo Spazio 1999 più che alla science fiction ad alto budget intravista negli anni '80, ma che era all’epoca ancora eccezione e non regola. Occorreva, come occorre oggi di più, sulla base del trailer, un “atto di fede” da parte di chi guarda alla science fiction come genere “estetico per eccellenza”. Ma quando “succede“, quando si intraprende la visione senza pregiudizi, lo sforzo viene pienamente ripagato e “gli si vuole bene”, come (per me) si vuole bene a tutti i film di Gordon, anche se fa incazzare l’idea di “cosa poteva essere“ un Robot Jox  in mano a una produzione più ricca (anche perché la stessa idea ha preso forma eccellente in G Gundam per la regia di Yasuhiro “Giant Robot” Imagawa). Il film di Gordon è piccolo piccolo, dalla trama lineare, quasi in linea con un episodio dell’Uomo Tigre e forse diretta allo stesso target. Presenta tante ingenuità dovute al budget come alla messa in scena, non ci prova mai a convincerci di essere più complicato di quanto appare spendendo come Dead Race (l’originale di Paul Bartel prodotto da Corman con Corradine) o Rollerball (l’originale di Norman Jewison con James Caan) una chiave politica. Ma scorre dall’inizio alla fine, trasuda di artigianale passione, è divertente e carico di idee seminali che hanno stimolato generazioni di autori. Tra cui il buon Del Toro, che ce lo vediamo in piedi sul divano nella scena del modulo di volo o all’apparizione della motosega. Tra cui Verhoeven, che crea i suoi Starship Troopers sullo stampo dei combattenti-atleti-modelli di Robot Jox. I videogame di Battletech, basati sulla simulazione di combattimento con i mech, devono tantissimo per il cockpit e le dinamiche da gioco a Robot Jox, anche più dei cartoni animati giapponesi. È la visione di un gaijin di un Kaiju-movie sostanzialmente, un prodotto “occidentalizzato” e che per questo si può capire di più, può essere uno step per avvicinare i prodotti originali senza voglia di sostituirli ma con il sincero scopo di omaggiarli. 



(Sigla di coda) Per chi è sui quaranta, ama i robottoni giapponesi e non ha mai visto Robot Jox, il film di Stewart Gordon ha il sapore di una nostalgica carezza e troverà sorprendente scorgere quanto abbia influenzato prodotti usciti in seguito. Vi sfido a non sussultare nei momenti in cui il robottone si trasforma. Per chi è più giovane può essere effettivamente un prodotto stranissimo, forse “troppo artigianale” e datato, ma non per questo meno divertente. Fatemi sapere. 

Talk0


domenica 7 marzo 2021

Il primo trailer di Godzilla vs Kong

 


Un paio di pugni belli grossi, i missili e un tuffo in acqua da una bagnarola over-size del gorilllone, con il lucertolone che gioca a fare lo squalo. Una scena a raggi laser che pare Goku in ultra-istinto contro Kefla in Dragon Ball Super, la musica rap in Roland Emmerich style, l’immancabile scontro cittadino e c’è tutto. Compresa la bambina...

Dalla timeline di Skull Island Kong è diventato enorme!! 

Visivamente per questi pochi secondi è da urlo, speriamo in tanti combattimenti e che le scene con la bambina... mamma mia la bambina... siano tutte qui nel trailer. 

Arriverà in streaming il nuovo capitolo del Monsterverse e sarà scontro tra titani. 

Chi si ricorda il nostro primo video sul tema? Ci avevano preso anche su quanto non appare in questo trailer? 

Non vediamo l’ora di saperne di più! Ai posteri...

Talk0

Mi sa però che niente Mechagodzilla...

Né mechaniKong...

Né il crossover con il Pianeta delle scimmie “verdi”, i Simians, che Ishiro Honda metteva ai tempi di Godzilla contro il Mechagodzilla come villain. Mi sarebbe piaciuto vedere i figli di Cesare del reboot tutti verdi, in tute spaziali e pronti a conquistare la terra come gli alieni di Mars Attack, ma con in più i mostri robotici spaziali godzilleschi. Siamo ancora in tempo a vedere tutto questo in un vicino futuro. Forse. Chi lo sa.

Talk0

giovedì 4 marzo 2021

Piercing - la nostra recensione del piccolo ma geniale film di Nicholas Pesce

 



Reed (Christopher Abbott) è un uomo medio tra gli uomini medi, sulla quarantina, dall’aria tranquilla e dalla vita familiare infelice e sottomessa espansione con l’arrivo imminente di un pargolo. Ma il piccolo e insignificante Reed nasconde un desiderio orribile quanto orribilmente condiviso con la moglie (Laia Costa): voler uccidere una prostituita con un punteruolo. Un sogno che pianifica da tempo riempiendo di appunti un quaderno rosso, studiando i minimi dettagli, dal tipo di prostituta da coinvolgere al luogo, alle modalità per immobilizzarla, all’alibi e fuga. Ma oltre a piani e idee non avrebbe la forza di fare niente senza l’ok della moglie, non sa prendere iniziative come pare sessualmente scarso. Poi, con il bene placito della moglie che gli raccomanda di non prendere freddo durante la “missione”, perché i colpi d’aria sono letali in stagione e lui si dimentica sempre di mettere la sciarpa, Reed si convince, va in un hotel “particolare” e chiede ad una agenzia “particolare” di fagli arrivare in camera una esperta di sado-masochismo da “abbattere”. L’idea è chiedere alla professionista se può legarla, come In uso nelle pratiche sado-maso, per poi narcotizzarla e quando è priva di sensi pugnalarla. Reed “ordina al telefono” la ragazza e inizia a fantasticare sulle sue future azioni, mimando nell’aria tutti i gesti e torture che vorrà infliggere, immaginando i rumori come fosse la performance di una air band, fino a che arriva Jackie (Mia Wasikowska). È carico ma subito si intimidisce, quando gli si presenta in stanza questa biondina scombinata con i capelli a caschetto che sembra in stato allucinatorio e gli chiede, prima di iniziare, di andare in bagno. Lui acconsente senza pensarci troppo a farla entrare nel bagno dove ha lascito incautamente  punteruolo e altri giocattoli nascosti in una borsa. Accortosi dell’errore, Reed viaggia spedito verso la paranoia, mentre sale la concreta paura che la ragazza, che non esce più dal bagno da troppo tempo, si sia accorta delle sue intenzioni. Reed prova ad aspettare un po’, tentenna e quando riesce a trovare la forza di aprile la porta del bagno trova Jackie mezza nuda che si sta pugnalando una gamba con una forbice. Ora l’omino è nel marasma: Jackie è una pazza masochista, una “professionista masochista“ che si taglia per lavoro o una vittima spaventata che ha capito le sue intenzioni e sta escogitato un impossibile piano per sottrarsi al destino? Sta di fatto che la ragazza, che appare sempre meno avvenente è sempre più fragile, inizia a intenerire il cuore dell’uomo, allontanando il momento fatidico del godimento omicida di Reed. La brava Jackie si sta comportando volontariamente o meno da autentica Shahrazad ma presto sarà chiaro chi comanda il gioco. 



Piercing di Nicholas Pesce è un piccolo film che ha la struttura di una piece teatrale e il bisticcio di parole è voluto. Un atto unico con al centro della scena due personaggi per la maggior parte del tempo, poche scenografie e un confronto più dialettico che fisico. Ricorda per sommi capi la celebre Venere in pelliccia, che ha trovato una recente bella trasposizione ad opera di Roman Polanski, ma Piercing ha un animo più pop e pulp, che riprende a piene mani una narrazione a fitti dialoghi sarcastico/dissacranti alla Tarantino, adagiati su una colonna sonora ultra citazionista a base delle soundtrack dei migliori classici thriller/horror anni settanta, tra cui le musiche dei mitici Goblin. Restando nell’ambito di Simonetti e soci, Pesce nuota  più volte nel “profondo rosso” del Dario Argento anni ‘70 anche visivamente, dalla costruzione geometrica della scena al feticismo sensuale per gli oggetti da taglio, come non disdegna dividere lo schermo in immagini multiple come il Brian De Palma degli stessi anni, quello di Carrie e del Fantasma del Palcoscenico. Quindi Piercing è solo raffinato e ammiccante revival pop ‘70 dunque? No, in quanto la sceneggiatura è tratta da un racconto del 2008 di Ryu Murakami, l’autore di Tokyo Decadence. Quindi Piercing è un thrillerino tra il nostalgico ‘70 e l’appassionato di estremo oriente, che trova una quadra perfetta grazie a un’ottima alchimia tra i personaggi e un semplice ma solido meccanismo da narrativa noir. Mia Wasikowska è straordinaria nel creare personaggi complessi. Lo dico da quando l’ho vista in Tv giovanissima con In Treatment, dove teneva testa e rubava la scena a Gabriel Byrne, e non ho mai cambiato idea. Riesce a essere tenera, goffa, spaventata quanto attraente in ogni personaggio che interpreta, conferendo a ogni sua interpretazione qualità umane diverse quanto uniche. La sua Jackie non è da meno, nuota tra fragilità e sensualità, in un continuo vagare tra stato allucinatorio e lucida determinazione. Prima ci ammalia, poi ci fa ubriacare e poi ci travolge, infine ci spaventa. Un vero enigma indecifrabile per il povero “omino” che è  Reed, interpretato da un Abbott che ne sottolinea tutte le fragilità e insicurezze, la sudditanza a una moglie-padrona come una latente impotenza psicologica, guarnendo il tutto di una goccia di umanità che ci permette comunque di avere pena per lui. Come in Venere in pelliccia, il gioco che coinvolge i personaggi è conquistare “il ruolo di potere” sull’altro, scompigliando le certezze dello spettatore facendo leva sul classico equivoco culturale su chi detenga l’effettivo potere in un rapporto sado-masochista. C’è in più la follia omicida in tutto questo “gioco”: la necessità del piccolo Reed di penetrare nella carne di una donna “Adultera” con un oggetto appuntito, per di più con il “salvifico“, a livello morale, consenso coniugale. Ma seguendo l’amico Freud e l’impostazione che la pellicola predilige, tutto questo gioco allusivo può ricondursi sempre a un discorso sulla sessualità e sui “ruoli”. 



Peccato duri poco! La pellicola di Pesce scorre via che è un piacere, i personaggi funzionano e hanno un modo molto divertente di relazionarsi, la situazione diventa presto folle e imprevedibile e in qualche caso pure allucinatoria. Come sul set di un film di Godzilla dei primi ‘70 (Perché sempre lì gira e rigira restiamo), la scenografia finto-minimale al di fuori delle “stanze da gioco” è composta da tanti modellini in scale di palazzi e macchinine, come a significare che i due protagonisti sono due Kaiju in lotta sul set plasticoso delle relazioni umane. Come in Colossal di Nacho Vigalondo, ma più sottile. Nei 2020 Pesce ha diretto il reboot/remake di The Grudge/ Ju-oh, che dopo Piercing sono più curioso di vedere di quanto lo fossi prima, di fatto continuando ad adattare sceneggiature di origine orientale. Il suo primo film, del 2016, non è piaciuto, ma voglio essere positivo. Insomma, regista da tenere d’occhio e un filmetto niente male per passare la serata.

Talk0

lunedì 1 marzo 2021

Slither - l’horror cult di James Gunn ora in nuova edizione home video da Midnight Factory


 


Wheelsy, nell’America del Sud, è un ridente paesino noto per la etilica “festa del cervo“ e poco altro, popolato da una ridente comunità locale amante della caccia (e pesca “con bombe a mano”), guidata del non amatissimo, esagitato e macchiettistico sindaco repubblicano Jack McReady (Gregg Hanry). Secondo lo sbruffone sceriffo Bill Pardy (Nathan Fillion), quel tipaccio di Grant Grant (che in inglese è una frase fatta che si traduce letteralmente “borsa di studio”), con nome e cognome uguali (Michael Rooker), è troppo vecchio, scorbutico, viscido e possessivo per meritarsi di stare con una donna giovane e bellissima come Starla (Elizabeth Banks). Ci saranno 15 anni di differenza tra i due, lui l’ha presa come fidanzatina quando lei era ancora minorenne togliendola da una brutta famiglia solo perché aveva i soldi e con quelli le ha permesso di finire gli studi (da qui il “Grant Grant” di cui sopra), le ha dato una casa e infine è riuscito a sposarla. Starla era povera ed è stata al gioco per necessità. Forse Pardy la vede così anche perché un tempo era il fidanzatino di Starla, che oggi sempre più angelica e felice insegna nelle scuole elementari locali, davanti a ragazzini già in preda di una crisi ormonale al suo passaggio, come del resto tutta la cittadina. Tu chiamala se vuoi “invidia”, sta di fatto che non funziona più bene come un tempo la relazione tra Starla e Grant. Lei si nega a letto, lui fa tardi sul lavoro, ci sono vari mosconi che gironzolano sul miele e una notte Grant, all’ennesimo ritrarsi della moglie, decide di andare ad ubriacarsi nello scalciato karaoke locale tra i campi. Ubriaco, con in sottofondo The Crying game di Boy George cantato da una signora corpulenta e depressa, al terzo bicchiere Grant vede “lo sbaglio” materializzarsi: la piccola Brenda (Brenda Gutierrez). Quando era piccola, Brenda amava segretamente Grant e ora gli è addosso con gli occhi a cuore. La fragilità del momento, l’alcool e l’amarcord fanno sì che i due finiscano nel bosco, dove da ragazzini avevano inciso su un albero le iniziali del loro nome, pronti a giocare alla cavallina. Cosa che in effetti fanno, con Brenda che sale sulla schiena di Grant che fa cavalluccio e corre al galoppo. Ma ecco che uno strano bagliore dal cielo, seguito da un forte impatto, attira la loro attenzione. Una specie di sasso spaziale fumante tra l’erba, con dentro qualcosa di organico si muove, una protuberanza che schizza un pungiglione verso la pancia di un Grant attonito che perde i sensi. Il giorno dopo Starla si pente di aver allontanato Grant, i due fanno la pace e il rapporto va anche bene, ottimamente, al punto da “far rientrare” la crisi di coppia. Ma Grant è cambiato e sta cambiando ancora, sta letteralmente “mutando”. Un alieno invasore è ora dentro di lui e si sta progressivamente facendo largo nel suo corpo e nella sua mente, chiedendo una quantità sempre più grande di carne cruda per alimentarsi. Grant prima fa incetta di chili di carne cruda, poi iniziano a sparire tutti gli animali della zona, infine il seminterrato dove vive diviene la sua dispensa personale. Sta diventando un uomo-vermone/lumacone a capo di vermi giganti in grado di infettare gli umani trasformandoli in zombie. Questo potrebbe far riaprire la crisi familiare. Riuscirà Grant a ricomporre il suo matrimonio mentre una parte di sé è impegnata nella conquista del mondo?


 

Slither è una Black Comedy in salsa horror dedicata, per ambientazione sopra le righe, livelli di splatter, sviluppo dei personaggi caricaturali e sense of humor dissacrante a Lloyd Kaufman e alle produzioni “Amabilmente sgangherate” di Troma, dove il regista James Gunn ha militato come sceneggiatore, dal1996, ai tempi di Tromeo and Juliet. Ma le citazioni non si fermano a Tromaville e dintorni (c‘è anche una Tv che trasmette il Toxic Avenger comunque). C’è immediatamente tutta una pioggia di vermi, che ci riporta alla fine degli anni ‘60, a Squirm - i carnivori venuti dalla savana di Jeff Lieberman, da poco rieditato da Midnight Factory. Nel make-up “mostruoso e vermoso“ si può scorgere l’influenza di From Beyond di Stuart Gordon quanto suggestioni forti da Society di Brian Yuzna, così che ci sentiamo quasi dalle parti di Re-Animator, con Rooker con gli occhiali squadrati che sembra quasi ricordare il mad Doctor di Jeffrey Combs. Slither sarebbe negli anni ‘70 il perfetto fil “da drive-in”, non lesinando su creature tentacolose venute dallo spazio amabilmente plasticose, belle ragazze che si fanno il bagno come la bellissima Tania Saulnier e la stessa Banks, scene con ultra-corpi che vagano per cittadine assediate. Ma alla fine, nonostante il divertimento, lo splatter così esagerato da fare il giro e l’azione a rotta di collo, Slither si rivela per essere anche e soprattutto una piccola, intima e crudele, storia sulla crisi di una coppia. Crisi che pur ambientata durante una invasione aliena non perde la sua “bussola emotiva”. Michael Rooker, attore feticcio e amico di Gunn, dà corpo a un personaggio burbero, mostruoso nel suo diventare progressivamente alieno, ma straordinariamente umano, capace di commuoverci, sotto chili e chili di make-up, grazie all’espressività che riesce a infondere all’unica parte di lui non coperta: un singolo occhio. Riesce a essere umano quando gli escono dal petto due protuberanze falliche aliene “eccitate”, nel modo in cui lui “le ritrae” con dignità. Ci comunica il suo disagio quando ha la testa resa idrocefala o grumoso e con due antenne lumacose “per riporto”. Non smette di parlarci con sincerità anche quando diventa una specie di muscolo gigante rosa simile a una palla di 3 metri da cui fa capolino la sua faccia, tra una serie imprecisata di protuberanze varie. 



Come raccontava Peter Weller della sua esperienza in Robocop, non è  facile e non è scontato lavorare sulle emozioni quando si è coperti di effetti speciali. Riuscire a essere espressivo così combinati dimostra quanto Rooker sia bravo e ingiustamente non valorizzato come meriterebbe dalla critica e star system. Quando Rooker è fuori di scena, incredibilmente, grazie a una felicissima intuizione narrativa, Grant rimane in scena, continuando il discorso della sua crisi di coppia con la Banks. Questo capita perché Grant diventa una sorta di “cervello-guida” in grado di far parlare con la sua voce tutti gli esseri umani che vengono “invasi/zombificati” dai suoi vermi spaziali (un po’ come i Borg, per fare una similitudine a uso dei Trekker come me). Così siamo a un certo punto nella variante di un film sugli zombie, con la protagonista/moglie in fuga tra i vicoli cittadini, in cui i mostri, in branco, invece di sbavare iniziano a parlare con lei e comportarsi nelle movenze esattamente come il marito. Tutta la città, grandi e piccini, “sono Grant” che cercando disperatamente di tranquillizzare e far ragionare Starla le dicono:  “Torna da me”, “Possiamo ricominciare tutto da capo”, “Ho visto come parlavi con il tuo ex, non va bene”. È qualcosa di estremamente folle quanto straordinariamente antico, “elevato”: i “posseduti” funzionano come i cori nel teatro greco. Un teatro greco che raggiunge il suo top espressivo nella scena più mutuata dal classico di Brian Yuzna sopra citato, dove si fondono corpi e anime e di fatto “il coro greco” circonda il primo attore.  Semplicemente geniale. La Banks dall’algida bambolina bionda in cui è “confezionata” dal make-up e dai vestitini impeccabili che “definiscono Starla”, riesce allo stesso modo di Rooker a sganciarsi dallo stereotipo e dare vita a un personaggio tridimensionale, per nulla banale. Nel calderone di Slither troviamo poi due “personaggi buffi”. Nathan Fillion interpreta il fanfarone e autoironico sceriffo Pardy,  Gregg Henry dà corpo a un sindaco scalcinato quanto spassoso. Come tutti gli horror non manca una giovane e bellissima “final girl”, interpretata da Tania Saulter, che regala al pubblico la scena celebre della vasca da bagno immortalata anche in locandina. In Slither, del 2006, c’è tutta una cittadina impazzita, cervi zombie, vermoni, bubboni, teste che esplodono e “tromate” varie, come del resto ne erano pieni (anche se più contenuti) di tromate i due Scooby Doo sceneggiati da Gunn nel 2002 e 2004. Il salto grosso per il regista sarebbe arrivato con I Guardiani della Galassia, nel 2014, ma in Slither c’è già “una marcia in più” e tutta la classe e poetica nel gestire il micro e macro-cosmo narrativo che lo avrebbe contraddistinto in seguito. Grant in Slither non è dissimile in fondo, per poteri e “desideri” dal pianeta Ego (Kurt Russell) in Guardiani della Galassia 2. Anche lì quella che è un’enorme palla gigante con la faccia riesce a diventare quasi un personaggio shakespeariano. 

Stither torna in home video in blu ray, per Midnight Factory ed è semplicemente imperdibile per chi se lo era perso finora o per chi si era fatto sfuggire il dvd Universal del 2006. I contenuti speciali sono i medesimi del vecchio dvd con il plus, graditissimo, del commento audio di Gunn e Fillion. È un piccolo cult che è bello rivedere sugli scaffali virtuali e reali dei negozi. Consigliato in double-Vision con un’altra opera da “coro greco moderno”: La dea dell’amore di Woody Allen. Sempre che un paio di effettacci splatter autoironici ed esagerati non vi impediscano moralmente questa “combo”. 

Talk0

sabato 27 febbraio 2021

Dragonero il ribelle n. 16: Il volo delle viverne - la nostra recensione!



(Sinossi fatta male) Ce lo chiede l’Erondar: il futuro deve essere più green. Allora mettiamo da parte quei palloni aerostatici tecnocrati spaziosi ma sicuramente inquinanti e diamo il ben tornato ai mezzi di trasporto aereo a trazione animale più amati: le viverne! Guadagniamo una vita più all’aria aperta, favoriamo l’allevamento sostenibile a chilometro zero e con tutta la cacca di viverna che pioverà dall’alto dei cieli su terreni coltivabili potremmo, perché no, dare una spinta pure a un'agricoltura che possa tornare fieramente alle sementi biologiche. Canticchiando “dalle pietre sonore non nasce niente, ma dalla pupù di viverna nascono i fior”, adattando liberamente “Via del campo” di De Andrè, il nostro Ian decide così il nuovo ambizioso obiettivo per dare slancio alla ribellione, la svolta ecologista. Si immagina già milioni di posti di lavoro nel florido ed esaltante campo dell’inseminazione assistita e addestramento delle viverne da battaglia. Perché chiunque nell’Erondar, di nascosto, ambisce a estrarre secondo tradizione, a mano, da “megapolli volanti“, maschi e in cattività, il seme che sarà, sempre a mano, fatto fecondare nei pertugi più inenarrabili di una viverna femmina. Che nella pratica è un'attività avventurosa simile a riempire il serbatoio di una Freccia Tricolore mentre si attorciglia in volo acrobatico. Uno sporco lavoro ma che permette poi di avere le viverne addestrate che tutti sognano, con cavalcature confortevoli di tappeto naturale fatto di calde e accoglienti piume che manco la lana Merinos. Mettere in soffitta le vecchie, dure e poco ergonomiche cavalcature di sauro per una viverna è un investimento che dà solide certezze. 



Certo, dopo che nel numero 51 del fumetto gli elfi oscuri hanno buttato giù il mega-allevamento imperiale di viverne di Roccabruna, quello gestito dal cugino di Krang delle Tartarughe Ninja, bisogna cercare altrove i polli volanti, andare sul territorio, cercare i nidi. Così Ian, sua sorella e Gmor prendono spavaldamente la versione tecnocrate di un traghetto turistico del lago di Como e partono per la classica gita per anziani del sabato mattina presto, a fare bird-watching. La travolgente missione fa sentire Ian così vecchio, che già nelle prime pagine si ritrova di colpo con un calo della vista, che gli impone l’uso di un paio di  occhiali di fortuna. Allo stesso modo Gmor si trova con evidenti problemi di memoria a breve termine a non ricordare eventi di neanche un pomeriggio prima, che gli vengono prontamente riproposti in un flashback il cui contenuto dimentica prima della fine della narrazione. Prima che Myrna incominci ad accusare i primi segni dell’artrite, l’arzilla comitiva giunge a destinazione: un eco-parco tutto per le viverne, gestito, guarda tu il caso, proprio dal cugino di Krang delle Tartarughe Ninja, quello che non vedevamo da tanto tempo. Ma il vecchio amico avrà ancora voglia di maneggiare il seme di viverna tra le parti anatomicamente più intime di questi megapolli, come un funambolo appeso ad un aeroplano?



(Chi ha detto “Chocobo”?) C’è tutta una letteratura fantasy in tema di “allevamento di qualcosa”,  che sfiora I racconti di Terramare, Harry Potter, Shannara ed Eragon, passa per i giochi di ruolo alla Final Fantasy, incrocia Avatar e naturalmente insegna “Come allevare e accudire un drago”. La storia proposta da Luca Enoch per questo numero ci porta giusto dalle parti dei romanzi di Cressida Cowell, trasposti in sala da Dreamworks nella saga Dragontrainer, anche se gli animali fantastici in questo caso sono coperti da piume. Anche qui ci sono creature più grandi che fungono da guida del branco, c’è un nido gigantesco e possiamo godere di raffinate scene di comunicazione inter-specie e combattimento aereo frutto della collaborazione tra la creatura e chi la cavalca. Ma il racconto sa offrire un piano in più, ossia la prospettiva di guardare tutto il mondo di Dragonero dall’alto. Come quando nel classico gioco di ruolo giapponese si “sblocca” la possibilità di spostarsi velocemente tra luoghi lontani della world-map, spesso a cavallo di un drago. 



(La notte vola) Torniamo a un certo punto della narrazione alla fine del numero 51 e scopriamo “cosa è successo dopo” alla imponente viverna conosciuta come la Grande Madre. La vediamo in viaggio verso una nuova casa, sorvolare luoghi che abbiamo imparato a riconoscere negli anni di pubblicazione del fumetto. È molto bello e ci fa tornare alla memoria quella world map che capeggiava nel primo periodo della testata su ogni numero e che oggi ci manca un po’ di più. Intanto la trama della ribellione avanza, le pedine dello scacchiere si spostano e iniziano ad affiorare le strategie più nascoste, spie e rivelazioni che rendono il quadro ancora più affascinante. È un bel racconto, che si divide paritariamente tra azione e sviluppo dei personaggi, dando il giusto spazio a una figura complessa e sfaccettata come l’allenatore di viverne. Un racconto carico di infinite e magnifiche viverne, disegnate con dovizia di dettagli da uno straordinario Salvatore Porcaro che riesce a infondere in loro la stessa potenza, fierezza plastica e aggressività delle creature fantasy disegnate dal recentemente scomparso, ma indimenticabile, Richard Corben. Sono creature vive, guizzanti nelle loro muscolature tese, al contempo leggere come gazzelle e feroci come tigri mentre si librano nell’aria e si gettano in picchiata su una preda. Per metterci idealmente nella prospettiva di questi nobili animali, Porcaro estremizza la “gabbia bonelliana”, lavora sulla verticalità e vertigine delle tavole, come sceglie di allargare all’infinito l’orizzonte visivo attraverso inquadrature allungatissime, oltre il formato “cinemascope”. Siamo in volo come Icaro verso il sole e il pericolo di cadere ci viene costantemente evocato dal “buio” di tavole fortemente inchiostrate, dense, poco luminose, cariche di ombre opprimenti che ci portano psicologicamente dritti a precipitare nel nero del suolo. L’oscurità è onnipresente, ma nelle tavole più liriche e “magiche” riesce a sfumarsi e scomporsi in nebbia, attraverso un complesso uso delle ombreggiature a mano. L’azione è costantemente racchiusa in questa tensione tra cielo e terra, luce e buio. Se una viverna sotto il sole appare come una sorta di angelo, quando rimane all’ombra di una caverna acquista i contorni inquietanti di un demone e così fanno anche i personaggi di questa storia, solari o cupi a seconda dei giochi di luce di Porcaro. 

(Coda) Facendo leva su un tema un po’ insolito e su tavole “vertiginose” quanto ricchissime di dettagli, il numero 16 di Dragonero - Il Ribelle ci ha appassionato e portato in luoghi nuovi quanto conosciuti. La macro-trama si sta muovendo a passi sempre più spediti e non vediamo davvero l’ora di affrontare la lettura dei prossimi numeri. 

Talk0

lunedì 22 febbraio 2021

Willy's Wonderland - il trailer del “nuovo” film (non) ispirato a Five Nights at Freddy’s con Nicholas Cage - facciamoci 4 chiacchiere!

(Premessa 1: un videogame gestionale con i pupazzi che spaventano macina soldi) Five Nights at Freddy’s è un piccolo videogame indipendente creato da Scott Cawthon nell’agosto del 2014, ma perfetto oggi come gioco “da cellulare”, diventato a oggi una serie con all’attivo più di dieci seguiti, svariati riconoscimento dei critici, un successo internazionale di pubblico e una significativa montagnetta di dollari in crescita grazie agli introiti delle copie vendute tutt’ora, negli store di digital download, disponibili praticamente per tutti i modelli di computer, console e, ovviamente, dispositivi mobile. Una macchina da soldi che è però solo la punta dell’iceberg del vero profitto, quello che arriva dal merchandising, al suo “brand”. Ma facciamo un passo indietro.


Il gioco, un survival “gestionale”, mette il giocatore nei panni del guardiano notturno di un luogo di intrattenimento misterioso chiamato Freddy Fazbear’s Plaza (nota: questa tipologia di locali in America sono chiamati “Family Entertainment Center” o “Fun center”. Come le “Fun House” sono delle case del terrore da lunapark, con all’interno scenografie e attori a tema horror, i fun center sono il loro corrispettivo per i bambini, con pupazzi buffi e sale per la musica e le feste di compleanno al posto di zombie e cimiteri di cartapesta), popolato da pupazzi animatronici usati per intrattenere i bambini. Tipo Uan, Four e Five in Fininvest, pace all’anima loro, ma più tecnologici, mossi da intelligenza artificiale e dall’interno robotico sotto il pelo. Per questioni misteriose che saranno chiarite in modo spesso criptico durante le avventure videoludiche, i pupazzi, durante la notte, vengono rinchiusi e sorvegliati. Questo perché prendono vita e diventano violenti, possono abbastanza facilmente arrivare ad attaccare. Attraverso telecamere, sensori di movimento ed esche sonore, il guardiano deve sorvegliare questi leoni in gabbia, cercando di contenerli dal tramonto all’alba. Cinque giorni al Freddy’s e si viene pagati bene, a patto che si sia ancora vivi. Scopo del gioco è sostenere la baracca in un periodo di tempo determinato da un orologio: finito “il turno” si passa al giorno e livello successivo. Il succo dell’attività del giocatore è gestire da una schermata (prevalentemente statica) all’altra alcuni pannelli di controllo del sistema di sorveglianza, con occhi e orecchi tese, evitando che i pupazzoni arrivino alla sala dei bottoni decretando il game over istantaneo. Un game over che è forse il cuore del successo del titolo, con il pupazzo di turno realizzato in computer grafica che compare all’improvviso urlandoci addosso un “bu bu settete” da incubo. È un gioco di nervi, di bottoni e di bu bu settete, zero azione alla Rambo o di fatto qualsiasi azione che possa far alzare il sederone del nostro eroe dalla scrivania. È un gioco difficilotto, anche perché i nostri “avversari” sono spesso imprevedibili e letali fin dai primi livelli, a monte di controlli che non danno mai la sensazione di funzionare benissimo. Negli anni è stata migliorata la responsività dei comandi, la grafica generale, la chiarezza dei comandi delle consolle, ma resta un gioco frustrante, noto, seguito e “collezionato” (spesso mai davvero giocati e tenuti in raccolta a mo' di cimelio anche da gente che conosco... roba che però fa comunque introito!!) principalmente per gli youtubers e twitcher che “giocano al posto dei giocatori” da anni, facendo le facce buffe e terrorizzate all’occorrenza. Le dirette streaming di questi giochini sanno diventare quindi un piccolo “contenuto horror” gradito al pubblico, nonostante il gioco sia in sé altamente migliorabile, proprio per la messa in scena peculiare e la estremamente curata rappresentazione dei pupazzi animatronici. Sono dolci quanto straordinariamente inquietanti, una miscela “creepy“ unica e psicologicamente dai danni ancora non calcolabili sugli spettatori più giovani, principalmente per la sovrapposizione, in questi mattacchioni digitali, di un’immagine buffa e legata all’infanzia a quella di mostri inquietanti che appaiono all’improvviso facendo morire di paura. Vedo già le mamme chiedere le restrizioni di movimento all’orsacchiotto del figlio che ora lo fissa terrorizzato: “non più vicino di 30 metri”. Sono forse negli incubi dei bambini “i nuovi pagliacci”. Ma torniamo a noi. Questi pupazzi “buffospaventosi” sono le star di una infinita serie branderizza di magliette, poster, pupazzi che riproducono a loro volta i pupazzi, gli immancabili Funko Pop, spille, capi d’abbigliamento, libri, fumetti, lampade, cover di cellulare e tutto il resto che potete immaginare e non, considerando che si parla comunque di un game horror “virtualmente (non) destinato ai più piccoli”. Ma una linea-scuola non mi stupirebbe. Diciamo che un’idea bella come questa fa gola, anche a chi vorrebbe potervi vendere un’idea “simile”, diciamo. 



(Premessa 2: Film con pupazzi che spaventano) In tutto questo, diranno i miei piccoli lettori, dov’è che arrivano i “soldi veri” del cinema e serie tv, ossia i media che potrebbero rendere i pupazzi di Freddy popolari quanti i Pokémon??! Torniamo a Scott Cawthon, l’ideatore del gioco. Il nostro e corteggiato da anni dalle major per una trasposizione in qualsiasi forma, che sia serie Tv, cinema, spettacoli televisivi. 

Sulla barca sono saliti in tanti. Nel 2015 fu la Warner Bros direttamente all’indomani dell’uscita del primo videogame della serie, ad aprire le danze legando il progetto a Seth Grahame - Smith. L’autore di Orgoglio e Pregiudizio Zombie, sceneggiatore di Dark Shadows e di Abramo Lincoln cacciatore di vampiri, all’epoca inseguì a lungo la collaborazione con Cawthon, disposto a scrivere e produrre insieme. Il regista doveva essere Gil Kenan, che si era fatto le ossa con un altro horror per ragazzini, Monster House. Cawthon entusiasta in un primo momento e poi terrorizzato, cincischiò, “non era ancora pronto” per dare il giusto lustro al film basati sul suo “capolavoro“, anche perché la storia del gioco non era nella sua testa ancora finita, doveva lavorarci ancora. Tutti tornano in panchina “in attesa di aggiornamenti” con il rammarico di non aver concretizzato un progetto che sentivano nelle proprie corde. Kenan va al remake di Poltergeist, dove si concentra molto sulle scene di un pagliaccio giocattolo che si anima all’improvviso e poi attacca i bambini. Seth Grahame-Smith si dà, tra le varie cose (come il film su It, e due righe fa parlavamo di pagliacci inquietanti), ai film sui Lego (quello su Batman e quello su Ninjago), che in fondo sono rappresentati come giocattoli senzienti, e nel 2019 produrrà il remake di Bambola Assassina, dove il nuovo “Chuky” è alla base un pupazzo animatronico con intelligenza artificiale.




Nel 2017 Cawthon si dichiara deluso dal mondo del cinema a gennaio, a marzo riporta di avere nuovi contatti con la Blumhouse e a luglio Kenan dichiara di essersi rotto le balle e lascia che a dirigere sia un altro. Febbraio 2018, sale come regista Chris Columbus, autore esperto e regista impeccabile, con alle spalle un “survival con bambini” come Mamma ho perso l’aereo e la sceneggiature di Gremlins, per citare qualcosa di ugualmente survival, ma con il plus dei mostriciattoli carini come possono essere quelli di Five Nights at Freddy’s. Chris Columbus aspetta ad agosto per leggere la prima bozza della pellicola scritta da Cawthon, che a settembre tweeta che la produzione del film è avviata e sarà il tutto nelle sale per il 2020. Poi a novembre, sempre del 2018, Cawthon ci ripensa, la sceneggiatura ora gli fa cagare, va riscritta tutto da capo, il film ritarderà un po’. In assenza di ulteriori crisi di Cawthon, Jason Blum di Blumhouse prende quindi la parola nel luglio 2020 e poi il 20 novembre dello stesso anno, annunciando che il film dovrebbe uscire ancora, che dovrebbe essere “ancora vivo”. Lo stesso giorno Cawthon su Reddit annuncia che le riprese inizieranno nella primavera 2021, ma lasciando la porta aperta sullo script, definendolo lo “script Mike” senza precisare se sia la versione della sceneggiatura che ama di più tra quelle realizzate. Sarà la volta buona? Intanto...


(Il film horror delle Banana Split) è il primo (non) film ispirato a Five Nights at Freddy’s. Quando si cincischia su una buona idea, può capitare che qualcuno abbia voglia di raccoglierla in qualche modo. La serie tv Banana Split, prodotta da Hanna e Barbera nel 1968 e arrivata pure da noi intorno agli anni ‘80, ha goduto nel 2008 di una nuova edizione a marchio Warner Bros e nel 2019 ha ricevuto la trasposizione a film per il canale Syfy. La regista Danishka Esterhaz ha realizzato Io ero Lorena Bobbit, che parla di una nota vicenda horror spaventosa per ogni maschietto, ma anche episodi della serie tv antologica Channel Zero. Tutta la troupe è stata dietro a robe come la serie tv di Raven e una roba che si chiama Vagrant Virgin, ma tra i credits dei produttori figurano anche chicche come Fido, uno zombie movie dall’anime vintage che spesso danno su Rai4, il nuovo film del “Leprecauno” e udite udite l’ultimo/reboot film legato alla saga di Critters, del 2019, Critters Attack!, dal 20 agosto 2020 in italiano su Sky. Se la serie originale è uno show per bambini con pupazzi animati, il film prodotto da Syfy con tutto il cast di Vagrant Virgin è un horror. Una famiglia per il compleanno della più piccina va negli Studios dove realizzano da sempre lo Show delle Banana Split in un momento cruciale: la cancellazione del programma a causa dei bassi ascolti. Il cast si ribella, ma quelli che fanno peggio sono i pupazzi dello show. In passato erano attori con un costume, ma ora sono degli animatroni con intelligenza artificiale... come i pupazzi di Five Nights at Freddy’s!! Seguono inseguimenti sul set abbandonato, reso lugubre al calare delle tenebre, con i Banana Split armati e sul piede di guerra. Non sono i pupazzi inventati da Cawthon, ma la storia potrebbe essere il perfetto (anche se ovviamente non il solo)  prequel della situazione che precede il gioco Five Nights at Freddy’s. L’elemento-chiave dei pupazzi “decaduti” che si muovono al buio c’è tutto, così come l’atmosfera generale. Il film è una divertente “poverata”, ma dimostra quanto era buona e duttile l’idea di fondo. Ed è piaciuto molto per quanti riguarda i numeri dello streaming.

(Ed eccoci al punto... ci abbiamo giusto messo una ventina di minuti. Meno del solito, trovate?). 

La storia del film, in uscita in America il 12 febbraio, si riassume rapidamente.

Nick Cage è un vagabondo che viene assunto come guardiano notturno in un family center di un paesino del Nevada. Presto scopre che di notte i pupazzi animatronici del locale si animano e cercano di ucciderlo. Dovrà difendersi e difendere un gruppo di ragazzini che sono entrati di straforo nel luogo. 

Il film era stato annunciato nell’ottobre del 2019 dall’etichetta indipendente americano-canadese Screen Media Films, a cui dobbiamo perle come Jeepers Creepers 3 e Blood and Money con Tom Berengher, ma soprattutto il magnifico L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gillian, capolavoro recensito anche sul nostro blog.

La sceneggiatura è di G.O.Parsons, attore di Criminal Minds al suo secondo lavoro ai testi. Il direttore della fotografia ha lavorato tra le altre cose al musical su O.J.Simpson, O.J. The musical, che non conoscevo, ma anche ad Heroes, dove ha realizzato un lavoro pazzesco. Il budget è di 5milioni di dollari e Cage è tra i produttori. Sembra un film piccolo piccolo, con “energia giovane”, il trailer è divertente, con un po’ di azione, pupazzi assassini, pieno di colori. Tutta roba da valutare nel post visione, sia chiaro. Ma c’è l’energia giusta e il ricordiamo premio Oscar Nicholas Cage, uno che quando si innamora di un progetto il film se lo mangia e lo riempie di stile. Il buon Nick è un amante di questo genere di film di nicchia ma dall’animo ultra-pop, incrociamo le dita.

(Finale) Riuscirà Cawthon a dare l’OK definitivo per girare Five Nights at Freddy’s nella primavera 2021? Usciranno nel mentre altri film che gli copiano l’idea? Vi faremo sapere. Talk0