martedì 20 marzo 2018

I segreti di Wind River: la nostra recensione



Giorni nostri, riserva indiana di Wind River. Che bello il Wyoming. Distese di neve a perdita d'occhio percorribili per lo più male e solo con dei gatti delle nevi. Freddo siderale che ti congeli in una manciata di secondi se stai in bermuda e che ti costringe a infagottarti al punto da annullare ogni possibile pulsione per il gentil sesso e lo stile: la parola d'ordine è sopravvivere, anche se con indosso solo fagotti monocolore che fanno sembrare tutti degli spermatozoi obesi. Non c'è molta vita notturna, a meno che non vuoi fare a botte con qualche indiano gigante e ubriaco scappato da qualche nido del cuculo. Per comprarsi gli hamburger di castoro congelato al Lidl tocca per lo più svolgere lavori degradati, sfigati e pesantissimi nel dizionario sotto la voce di "miniere", che ti portano per lo più a vivere isolato dalla società (per quei sei o sette individui sparsi in sessanta miglia che possono comprendere la parola "società"), in baracche piene di uomini sudati, arrapati, per lo più molesti, probabilmente drogati e ovviamente ubriachi. E poi se stai nella parte abbastanza sfigata del Wyoming puoi imbatterti nell'assurdo finale. Roba tipo che la vedi, ma comunque non ci credi. Delle tigri preistoriche siberiane con denti a sciabola che vivono tra i boschi e assalgono gli sventurati con una violenza che manco fossimo in un fumetto di Conan il barbaro. Certo il lavoro di cacciatore di tigri preistoriche siberiane con denti a sciabola è quanto di più figo un documentario di DMAX potrebbe mai raccontare. Un po' trapper, un po' atleta professionista del gatto delle nevi, campione di triatlon e filosofo naturalista. Ti tocca sempre vestirti da spermatozoo grasso, ma per mimetizzarti tra la neve. Passi il giorno a costruire proiettili con testata a frammentazione, conosci tutto di tutto sulle impronte, i rifugi e hobby preferiti delle tigri preistoriche siberiane con denti a sciabola e per conseguenza sai tutto di tutto dei segreti della vita. Tipo che se vedi un elicottero puoi sentirti di guidarlo senza aver letto un libretto di istruzioni. Certo se non fai il cacciatore c'è sempre la "miniera". Non si sa per quali motivi misteriosi gli indiani d'America sono venuti a vivere pure qui nel Wyoming. Non ci sono casinò a Wind River. Ma di conseguenza i colonizzatori sono riusciti ad arrivare qui pure loro a rompergli le palle da almeno due secoli. 


Succede quindi che una ragazzina pelle rossa viene trovata in mezzo al niente, a troppi chilometri di distanza da qualsiasi cosa, morta per via del congelamento che ti ammazza in una manciata di secondi, ma con evidenti segni di contatti sessuali e svestita in modo sospetto. La trova per caso un cacciatore delle suddette assurde tigri dai denti a sciabola post-preistoriche del Wyoming (Jeremy Renber) e data l'anomalia generale della vicenda la polizia locale chiama l'Fbi, che invia sul posto una barbie bionda (quella manza atomica di Elizabeth Olsen, che inguaiata in vestiti che la fanno sembrare uno spermatozoo grasso è un'offerta contro madre natura) che non ha mai visto tanta neve in vita sua e sa poco di indiani del Wyoming, tigri, "miniere" e gatti delle nevi. Ovviamente la barbie ha bisogno di una mano e indovinate a chi andrà a chiedere aiuto. Riusciranno il cacciatore (scusate, vi ho già rovinato la suspence) e la barbie a scoprire chi ha ucciso quella ragazzina? Finirà a schifo con la neve che si tinge di sangue per via di proiettili esplosi o di denti a sciabola di tigri preistoriche siberiane del Wyoming?
Ci sono dietro a questo I segreti di Wind River i realizzatori di Sicario (lo sceneggiatore Taylor Sheridan, che quest'anno lavora anche sul prequel di Sicario, Soldado, e qui è anche regista) e Peter Berg (che come produttore ha tirato fuori anche Lone Survivor, la serie TV cult The leftovers, quella bombetta di Hell or High Water, scritta sempre da Sheridan), e si vede. Credo che basti questo a darvi il quadro generale. È un action - thriller solidissimo, immerso in un ambiente suggestivo stile La cosa di Carpenter ma molto più western, è molto ben recitato e godibile da seguire, è carico di scene d'azione folgoranti per come fanno impennare la velocità e per come sono ben gestite. L'attenzione al dettaglio visivo quanto alla caratterizzazione dei personaggi è maniacale al punto che il contesto risulta subito credibile, autentico. Appena usciti dalla sala andrete a cercare su Amazon lo zainetto tribale porta-robe che Jeremy Renner porta sotto al suo giaccone bianco da spermatozoo grasso di ordinanza. La trama attinge alle miserie di un luogo così austero e sconfortante da far sembrare Fargo una succursale di Gardaland. Il regista sa di poter toccare delle corde drammatiche ben scoperte e che da un attimo all'altro potrebbero tramutare tutto in Il ritorno di Zanna Bianca, ma non ne abusa, giocando la carta di un complesso equilibrio tra indagine, critica sociale e azione pura condita da tarantiniani stand-off messicani a cui non mancano certo i colpi di scena (c'è poi una sequenza che sembra presa di peso da The Hateful Eight, ma che funziona davvero bene). Prendetelo come un viaggio in un mondo inesplorato e angusto, portatevi un cappotto pesante perché dallo schermo del cinema presto inizierete a sentire davvero freddo. Chiedete al tizio del multisala se magari invece dei crostini piccanti con la salsa rossa può preparavi una cioccolata calda. Soprattutto, divertitevi e domandatevi come mai Jeremy Renner non sia già diventato il vostro attore preferito. La pubblicità vende questo film come più terribile de Il silenzio degli innocenti, ma credetemi, chi ha scritto quella affermazione non so di preciso cosa abbia visto. L'indagine c'è, ma non gira molto da quelle parti lì e il film sta alla fine più in zona The Grey. Il personaggio di Renner è pazzesco, sono pronto a vedere dieci seguiti incentrati su di lui e magari due serie TV. Se lo beccate al cinema dateci un occhio e fatemi poi sapere. 
Talk0

domenica 18 marzo 2018

Lupin 3 - Lo schizzo di sangue di Goemon Ishikawa



- Sinossi fatta male: Si chiama Hawk, ma tutti lo conoscono come "Il fantasma delle Bermuda". È grosso come una montagna e letale quanto una bomba atomica, il combattente definitivo nato dalla fusione alchemica tra Bud Spencer e Chuck Norris. Dato per morto, si è ritirato a vita privata, tra tronchi e montagne e in compagnia di una bimba da allevare, come già fatto da altri celebri grandi combattenti prima di lui: il colonnello dei marines John "Commando" Matrix e il nonno di Heidi. Poi un giorno un fantomatico "padrone" lo chiama per farlo tornare in servizio e questo colosso, in sella a una moto e armato di due asce affilate, saluta la figlia e i tronchi e di dirige verso una lussuosa nave-casinò gestita dalla Yakuza. L'imbarcazione pullula di criminali armati fino ai denti, al cui vertice c'è il più potente discepolo della scuola ninja di Iga, Goemon Ishikawa, ma Hawk ha un piano semplice e veloce, distruggere con le accette e la sua forza erculea l'intero locale caldaie. Ci sono altri ospiti indesiderati sulla nave, attratti dall'incredibile tesoro della cassaforte del casinò, Lupin III e i suoi soci. Il gruppo dei ladri fa il suo colpo, Hawk riesce a far colare a picco la nave e a scontrarsi per la prima volta con Goemon, sconfiggerlo e distruggerlo nell'orgoglio. Da allora si aprirà tra Hawk e Goemon una vera e propria guerra per decretare chi sia tra i due il più forte, un conflitto sanguinolento e spietato come non ve lo immaginereste. Lupin, Jegen e, indirettamente, Zenigata cercheranno di sopravvivere e supportare lo spadaccino contro questa sorta di terminator. La bella Fujiko dopo aver fumato in un Bong a forma di pene e averci deliziato con uno stacchetto soft fetish uscirà di scena dopo nemmeno metà della storia, perché questa è una storia "da uomini". La spada di Goemon si deve scontrate con le asce di Hawk, accettandone potere e paura. La preparazione dello spadaccino, tra i boschi e sotto la pioggia, alla ricerca, tramite l'annullamento dei cinque sensi, di una evoluzione mentale che gli consenta di diventare  più veloce e quasi preveggente e di fatto un trip che attira più i maschietti che le femminucce. Salvo le femminucce degli anni '70 con in camera un poster di Goemon a torso nudo sotto la pioggia. Seguiranno comunque botte, distruzione e un cospicuo numero di mutilazioni, per lo più ai danno dei cattivi Yakuza chiamati a fare da sanguinosa tappezzeria alla vicenda.


-Ma che anime divertente!! Telecon Animation insieme alla storica TMS Entertainment riportano alla regia di un'opera legata alla saga di Lupin Terzo il grande Takeshi Koike, direttore dell'animazione della serie La donna chiamata Fujiko e regista del film La tomba di Jigen. Koike, che abbiamo visto "dalle nostre parti" alla regia del corto di Animatrix "Record del Mondo" e dello schizzato ma geniale film di corse futuristiche Red Line, ha contribuito a svecchiare di brutto la serie del ladro gentiluomo di Monkey Punch, riprendendo tanto la cornice storica anni settanta, quanto la crudezza tematica della prima serie e del film Dead or Alive (diretto dallo stesso Monkey Punch), quanto la sessualità esplicita di cui trasudavano le tavole originali del manga. Grazie a Koike, si è creato un Lupin a tutti gli effetti per un pubblico di soli adulti, nato per far godere soprattutto chi negli anni '70 era già nato ma anche avanguardista per sedurre le generazioni successive. Un Lupin squisitamente vintage, cupo e sexy nella forma come "idealmente" il Kriminal di Magnus o la Valentina di Crepax. Questo ultimo film, realizzato per i 50 anni della serie, mette al centro della narrazione Goemon e lo fa sguazzare in un inaudito mare di sangue e arti maciullati all'interno di un rapido e suggestivo action movie, esaltante e ben ritmato. Il comparto visivo è superbo, la trama è semplice e dritta per non farci distrarre un secondo, tra inseguimenti e regolamenti di conti, dal balletto di asce e spade. Torna la Fujiko ultra sexy della sua serie spin off e, anche se per il poco minutaggio concessole, riempie di sex appeal la scena, torna lo Zenigata massiccio e duro stile Il prefetto di ferro di Giuliano Gemma. Lupin e Jegen fanno per lo più da spettatori mentre Goemon e Hawk dominano la scena. Il samurai è un involucro di muscoli tesi e rapidità di movimento che deve fare i conti con un nemico per una volta davvero pericoloso, più grosso e più potente di lui. Il suo percorso di crescita parte dal fallimento e segue nella accettazione dei suoi limiti e solo in fine trova il modo giusto, anche se da vedere è estremamente doloroso, di superare il suo nemico. Non con una "tecnica segreta", quanto con un compromesso lucido tra attaccare e dover subire. Hawk è un personaggio ben costruito, risoluto e letale, che incarna la forza indomabile della natura e per un istante mi ha ricordato il Chang di Solo Dio perdona di Refn. Visivamente e caratterialmente è davvero un super mix di Chuck Norris e Bud Spencer, ma ha anche molte movenze e tic di Schwarzenegger, passione per i sigari compresa. La seconda parte dell'anime di fatto può ricordare molto action anni '80, da Predator a Codice Magnum, passando obbligatoriamente da Commando. Erano film molto divertenti e intensi quanto smaccatamente esagerati e splatter e qui è uguale. È un film con una violenza del tutto inedita per la saga di Lupin (ma comune ad esempio proprio a Dead or Alive). Preparatevi a vedere teste e braccia mozzate, perfino sezioni di arti "sfilettati". Io con quei film anni '80 ho un rapporto sentimentale fortissimo al punto che ho metabolizzato anche la loro violenza volutamente caricaturale, che qui rivedo, come ce l'ho con il Lupin in giacca verde e rossa (poi ho scoperto che non mi dispiace nemmeno quello in giacca rosa, una volta che ho visto la terza serie grazie a Yamato Video, senza le brutali e insensate censure che Mediaset aveva imposto a un'opera per adulti per renderla accettabile a un pubblico di bambini). Sono nato nei '70 e ho nel DNA anche i poliziotteschi, Kriminal, Valentina, le commedie sexy della Fenech (e Fujiko ci assomiglia un bel po' alla Fenech) e le altre cose che ho citato sopra e che per me rendono magico il Lupin di Koike. Non so se le nuove generazioni possono trovare un tale spettacolo attuale e riescano a entusiasmarsi per personaggi che sono per me senza tempo, ma "fino a un certo punto". Non so nemmeno se una violenza visiva di questo tipo può essere accettata da tutti i fan cresciuti, soprattutto, con la serie andata in onda su Mediaset. A me comunque questo film su Goemon è piaciuto e mi sento di consigliarvelo. Non dura tanto ed è realizzato con molta cura, tante belle coreografie action, qualche inseguimento e uno stand-off finale che non si dimentica. Speriamo che qualche santo provveda presto a una versione home video in italiano. Perché, apro parentesi, mi fa un po' incazzare il modo in cui vengono attualmente trattati i fan di Lupin in Italia. Il gruppo Mediaset trasmette le nuove serie solo sporadicamente e ad orari improponibili, appioppando sigle  giovanilistiche per attirare un pubblico "gggiovane" che però poi  la rete pretende veda gli anime di notte (e nemmeno con una programmazione on-demand!!!). Il prossimo film "l'ultimo colpo" andrà in onda oggi, 18 marzo alle 23.00 su Italia 1, ve lo dico per prepararvi, perché è il solito orario "agevole". Senza  l'home video o almeno l'on-demand si fa fatica a seguire le storie del ladro gentiluomo ed è tragico il modo in cui la quarta serie sia ambientata proprio in Italia e abbia ricevuto in TV una visibilità e promozione vergognosa. Va bene, fine dello sfogo. Speriamo in tempi migliori e magari in nuove serie home video quanto prima.
Talk0

venerdì 16 marzo 2018

Red Sparrow: la nostra recensione



- Sinossi fatta male: Ogni essere umano è un mosaico di desideri, se sarete il loro tassello mancante otterrete tutto. Se si tratta di uccidere, scopare o provare sentimenti, basta concentrarsi e ripetere: è solo carne. Questo è il mantra del film Red Sparrow. La nostra eroina si chiama Dominika Egorova (Jennifer Lawrence) è una ex-ballerina classica come la Vedova Nera ed è una spia/super spia russa, come la Vedova Nera. Succede un particolare casino mentre lei è la ballerina al Bolshoi cui fa seguito un "CROCK" cattivo cattivo che le cambia la vita. Fa seguito un "ZOCK", un doppio "CRACK"e tre "STOMP" e alla nostra eroina tocca un reclutamento misterioso e piuttosto losco da parte del vincitore al premio internazionale al peggiore zio dell'anno (Matthias Schoenaerts). Si arriva al corso di addestramento più inimmaginabile, in pratica una serie di seminari para-scolastici tenuti nella versione per spie russe del reality show "il collegio". Niente flessioni, corse nel fango e "questo è il mio fucile" vari. Qui si prepara all'arte furtiva e ai giochini mentali durante l'intervallo, ma le materie con esami obbligatori sono sesso estremo e  bondage applicato, con  la "maestra" Charlotte Rampling (che ricordiamo ancora bene con le sexy bretelle del Portiere di Notte e qualcosa da insegnare dovrebbe averla ancora). Tra lacrime e sangue, subendo più maltrattamenti di una sceneggiatura cinematografica dei Transformers, Dominika entra a far parte degli Sparrow, l'elite delle elite. La sua prima  missione un giorno diventa trovare a Budapest Nathaniel Nash (Joel Edgerton), un agente CIA che sta giocando come gatto e topo con  l'intelligence russa, facendo uso di talpe imprendibili. Segue trama tra doppio, triplo e quadruplo gioco che essendo un film di spie lascio a voi scoprire.  


- Da ragazzotta a spia sexy: Come capita spesso su queste pagine, vi ritrovate davanti all'ennesimo commento completamente irrazionale per via dell'amore totale e incondizionato che nutro per un'attrice. Un amore motivato da un talento che per me è autentico e viene riconfermato anche dalla performance di questa pellicola, grazie al modo in cui la Lawrence, da vera attrice, riesce ad attingere dalla sua vita personale esperienze che poi trasforma, rimastica e traduce in arte, dando vita a personaggi molto umani. La Lawrence si mette a nudo davanti al pubblico da tutti i punti di vista, con le sue guanciotte troppo paffute per essere una femme fatale, le gambotte pienotte, il fisico statuario ma vissuto in modo un po' goffo, un carattere da maschiaccio che cerca teneramente di mitigare, senza riuscirci, con una femminilità adorabile quanto acerba. È una ragazzotta di Louisville, nel Kentucky, non gioca sul piano del sex appeal nello stesso campionato della diva sudafricana Charlize Theron, della fatina Emma Stone o della morbida e seducente Scarlett Johansson, ma le si vuole bene proprio per la somma dei suoi difetti, che la fanno sembrare più una ragazza della porta accanto che una dea in celluloide. In questo può assomigliare di più a quella eterna adolescente trasandata di Kristen Stewart (da recuperare il suo recente Personal Shopper e rivalutate l'amabilmente incasinato America Ultra). La Lawrence ha comunque sempre saputo per me trasmetterci al meglio, attraverso i suoi personaggi, il suo modo di essere una persona semplice, magari un po' dimessa, magari un po' insicura, ma speciale. Le sue interpretazioni giovano molto da questo approccio alla "Stanislavskij al contrario". Ci ha raccontato di sentirsi brutta e irrisolta, anche se poi nascondere questo timore dietro a un corpo che può far apparire agli altri avvenente, con la sua Mystica. Ci ha raccontato il peso di sentirsi ancora bambina ma avere un corpo "più adulto di lei", e di conseguenza provare l'imbarazzo di essere vista come oggetto sessuale, raccontandoci di una ragazzina spezzata dallo sguardo e dalle mani di adulti pedofili in Un gelido inverno. Ha provato la paura, più che la gioia, di essere diventata di colpo un personaggio pubblico, uno star / power che ha vissuto con l'insicurezza di una persona normale che forse non si sente di avere molto da dire e non certo si crede in grado di cambiare il mondo, trasferendo questo disagio sulla sua Katniss di Hunger Games. Ci ha trascinato nel mondo sospeso di due astronauti che si amano soli in uno spazio fuori dal tempo, raccontandoci in Passengers del suo allora essere innamorata, realmente, con  l'attore co-protagonista Chris Pratt. Ha esteriorizzato il peso e le difficoltà che ogni tipo di giovane donna americana vive oggi, in un mondo ancora troppo maschilista, nei suoi film diretti da David O'Russell (Joy, American Hustle e Il lato positivo), sentendosi in difficoltà, fuori posto e "stretta", pur nelle diverse parti di casalinga perfetta, ragazza cattiva o crocerossina. Ha interpretato la frustrazione di essere ridotta ad un mero "oggetto d'arte e di ispirazione" (cosa che capita a molte star del resto) in Madre!, raccogliendo questo sentimento dalla sua relazione sfortunata e non empatica con il regista Arronofsky. In Red Sparrow, come dichiarato proprio dalla Lawrence in un'intervista recente, l'attrice attinge da uno dei momenti più tristi e tragici della sua vita. Anche in questo caso lo fa  per "dare verità al suo personaggio", ma anche per ricevere in cambio, da questa "eroina di carta", la forza di andare avanti lei stessa, rielaborando un  brutto momento del passato. Ma di quale brutto momento del passato sto parlando? Ai tempi di Hunger Games la Lawrence era non solo sulla cresta dell'onda ma anche un modello di persona forte e indipendente per mille ragazzine, che si acconciavano portando i capelli legati con una treccina come Katniss. Pure Elsa di Frozen c'ha la treccina!! L'attrice era contenta di quel pubblico e non aveva la minima intenzione di scegliere parti più audaci (non che Hunger Games sia un film sui cuccioli di dalmata, comunque...) o di mostrarsi nuda su schermo, anche perché era molto timida e pudica (almeno in pubblico) e di conseguenza sceglieva parti che non lo richiedevano. Poi però da lì a poco è avvenuto un furto, finito on-line di sue foto autoscatto molto intime (appunto perché in privato era più "esuberante"), che hanno iniziato a circolare fuori controllo su internet mostrandola come mamma l'aveva fatta e in atteggiamenti ammiccanti. Erano foto destinate ai soli occhi della persona con cui all'epoca aveva una relazione e di colpo erano diventate un trastullo e motivo di biasimo da parte di tutto il mondo. Si è sentita violata. Ha provato una frustrazione terribile che l'ha segnata nel profondo. Diventi famosa e adorata dalle bambine, vinci un Oscar nel 2013 e nel 2014 ti buttano in rete delle foto fatte in pose sexy molto private. La Angelina Jolie del "pre save-the-children" in una situazione di questo tipo avrebbe risposto pubblicando foto ancora più sexy e spinte, più recenti e in alta definizione e compatibili con oculus rift, dichiarando "chissene frega, quanti tera ne volete?". La Lawrence, da timida, ci è rimasta proprio male. Si è sentita come un pezzo di carne in macelleria. Da vera professionista, la Lawrence ha saputo tradurre e superare questo suo stato d'animo in parte già nelle scene finali di Madre! e la scelta di interpretare la ballerina russa di Red Sparrow segue ancora idealmente questa ricerca, attraverso la sua arte, di fare i conti con quel trauma. La ballerina è un personaggio che dall'essere umiliato, spogliato e brutalizzato, trova interiormente, superando una sorta di lutto della propria passata innocenza, la volontà di rimettersi in piedi, diventare più forte e, in senso lato para-filmico/psicanalitico, riuscire attraverso il corpo, i suoi gesti e il suo sguardo incazzato a raggiungere e virtualmente riempire di botte chiunque volesse ancora "vederla" come un pezzo di carne, nuda e fragile, attraverso uno schermo. Spogliandosi sulla scena si è come messa addosso una corazza che ora è impenetrabile. La Lawrence ha cercato di fondersi con questo personaggio e quello che ne è uscito è decisamente una bella e coraggiosa prova di artista e una strana e interessante via terapica d'urto, che di sicuro eleva lo spessore di uno spy-movie per il resto piuttosto convenzionale e spento, anche se molto elegante, con un paio di scene non male, un personaggio davvero figo (la spia Volontov di Douglas Hodge) e un lavoro di insieme ben confezionato. Un film che cerca ogni tanto lo shock visivo e la messa in scena "viscida" e risulta per questo per sommi capi lontano da un romanzo originario che si soffermava più sul descrivere, in modo disincantato e normalizzato, la vita un po' deprimente e routinaria di un agente segreto medio (per altro scritto da un ex agente segreto, lo stesso di Homeland, con la voglia di mostrare quanto poco divertente sia vivere come un agente segreto). Il film è per me più divertente e sanguigno del romanzo (le scene di sesso/tortura/lotta pur patinate non sono affatto male), ma forse troppo compassato e quindi lontano per ritmo, adrenalina e sex appeal da fenomeni ultra pop e ultra cool come Atomica Bionda, che oh... in questi giorni mi viene in mente di continuo e non so che farci! Tuttavia se amate le storie spionistiche più "compassate" come La talpa il film non è affatto male e risplende tutto di una luce particolare, proprio per le doti della sua interprete. Ma questo ve l'ho già detto, mi pare. 
Ok, rimane il tempo per rispondere alle domande più importanti che il pubblico generalista si pone sulla pellicola. Non siate timidi...


"Quindi si vedono le tette?" Grazie per la domanda. Si, si vedono le tette e il film di fatto parla di come il sesso possa essere l'arma in dotazione a ogni 007 più efficace di tutte. Ormai la penna con l'acido, l'accendino-lanciafiamme, la bombetta boomerang e le scarpe con lama retrattile sono superate. Ma ci rimani un po' male a vedere questo sesso-tattico/bellico, almeno nel mio caso. In genere è più descritto che mostrato,  perché se no avremmo avuto un porno-action con Rocco e i suoi Expendables. Inoltre non è reso come un sesso molto divertente e si riesce a leggerci dietro tutto un universo di tragicità e sangue freddissimo che rema pesantemente contro ogni sex appeal. Se poi si ragiona su quello che potrebbe rimuginare la Lawrence a livello interiore non si ha davvero la voglia di "vedere due tette" che si provava, ad esempio, rimirando la generosa e sorridente Halle Berry in Codice Swordfish (che però era dolorosamente sofferente e drammatica, per un uso diverso di quel suo stesso corpo, in Monster's Ball). Come film drammatico funziona e pure molto bene, come film "allo scopo di vedere l'attrice nuda" potrebbe farvi un effetto troppo diverso da quello che si poteva immaginare dal trailer. Se cercate solo "quello", desistete. 
- "Ok, ho capito lo spirito, l'emancipazione, lo sguardo cinico... Ma allora si vedono le tette della Lawrence? Ma quanto si vedono le tette? Sai, c'erano pure in Madre!, ma come acquirente del prodotto sono rimasto deluso e ne ho parlato anche al servizio clienti". Mi dispiace per il tuo trauma, ma vedo che hai comunque colto lo spirito di questi film. Posso dirti che, anche se per poco e nel contesto di odiose "scene tattiche" che pudicamente coprono e depotenziano il tutto del 89%, una poppa o due della Lawrence ci scappa. Ma non aspettarti Basic Instinct... anche se... c'è una certa scena che farà impazzire quelli che analizzano la pellicola fotogramma per fotogramma con zoom e rotazioni degne dell'apparecchiatura per l'esame tridimensionale delle foto di Blade Runner...


- "La Laurence nuova Bond Girl?"Assolutamente no. Ma se proprio devo citare qualcosa che ho trovato somigliante alla pellicola con presente nel cast un famoso 007 andrei più su La casa Russia di Schepisi del 1990. Se il libro di origine si intitolava Nome in codice: Diva, non abbiamo certo tra le mani nemmeno una versione bolscevica di un Nome in codice: Nina/Nikita. Insomma, si parla più che si spara, anche se qui e là un po' di azione si trova. Molto bravo anche Joel Edgerton, un po' decorativa ma comunque elegante Charlotte Rampling, abbastanza impacchettato-preconfezionato Jeremy Irons. La regia di Francis Lawrence è stata più movimentata nei suoi Hunger Games, ma il fatto di capire così bene la Lawrence ha permesso di dare corpo all'aspetto più riuscito dell'opera. Girata tra Budapest, Vienna e Bratislava, la pellicola ha un indubbio fascino visivo, una fotografia avvolgente è un buon ritmo complessivo. Una serata interessante te la fa passare, ma una seconda visione non so al momento se desiderarla troppo. Rimane di fatto una pellicola più che discreta, che di sicuro qualcosa trasmette grazie alla Lawrence. 
Talk0

lunedì 12 marzo 2018

Il giustiziere della notte di Eli Roth: la nostra recensione






"Dovrete portarmelo via dalle mie mani fredde". Era questa la frase che era solito pronunciare, sollevando un fucile coloniale, l'attore Charlton Heston alla fine dei suoi interventi nei convegni della National Rifle Association, di cui era anche presidente. Nel 2008 aveva sfidato anche Al Gore, con la stessa veemenza, a strappare il secondo emendamento dalle sue "mani fredde", ribadendo fino alla morte il diritto di ogni americano a impugnare un arma. Probabilmente è stato pure seppellito con in mano un fucile coloniale e il secondo emendamento nell'altra. Negli anni '60 Charlton Heston è stato però di fatto anche un attivista dei diritti civili, che lottò a fianco di quel Martin Luther King che abbiamo ricordato di recente nel post su Black Panther. Da questa parte del mondo a volte sembra contraddittorio vedere insieme il diritto di armarsi e la voglia di difendere le minoranze etniche, ma questo modo di ragionare è un tratto tutto suo della logica americana che spunta in modo sarcastico anche nell'ultima pellicola di Eli Roth. Eli Roth è americano, ma forse perché nato in una famiglia ebraica di origini austro-russo-polacche, riesce ancora a sorprendersi e sorprenderci di queste strane manie americane. C'è nella pellicola a un certo punto un uomo anziano di ritorno dal funerale di sua figlia, forse il momento più doloroso che l'esperienza umana può immaginare. È in macchina, sta guidando e parla con il personaggio di Bruce Willis, distrutto come solo può essere distrutto chi ha subito un lutto così importante, inaspettato e crudele, per colpa di ferite inferte da uno sconosciuto criminale armato. Questo padre di famiglia si sta sfogando con dei fiumi di parole mentre avanza piano per una stradina sterrata al volante di un carcassone americano tipo. A un certo punto si ferma. Si ricorda qualcosa. Dice a Bruce Willis: "Mi sono dimenticato di fare una cosa importante". Fa inversione a "u" con il suo veicolo sgommando e si dirige come una furia verso i suoi campi che, rimasti incustoditi per via del funerale della figlia, ora sono diventati sicuramente preda dei ladri di bestiame. E infatti il vecchio arriva a destinazione e li trova. Subito estrae un fucile a doppia canna dal cruscotto con lo stesso spirito con cui si cerca un cd dei Pink Floyd da mettere nel lettore o si cerca l'ombrello dietro al sedile. Scende dall'auto e inveendo tutto incazzato inizia a sparare a caso. Parole e palle d'odio metallico all'indirizzo dei briganti in fuga. Giù pallettoni, ricarica e giù pallettoni. Normale come passare con la scopa il vialetto per togliere le foglie. Torna in auto e torna a parlare con Bruce Willis del suo dolore. 


Il giustiziere della notte di Eli Roth è così. È tutto così. Un'atmosfera vintage calda e soffocante che assimila la Chicago di oggi alla San Francisco di 48 ore di Walter Hill, lo sguardo cattivo da western urbano di Carpenter, una colonna sonora Tarantino -deluxe (nel senso di cool e curata), lo splatter esagerato da rape'n'revenge mutuato da robe come I Split on your grave, la tensione dell'uomo normale caduto in una situazione folle che di recente abbiamo ritrovato in Death sentence di Wan ma soprattutto l'ironia, tanta ironia cattiva a pacchi sull'esigenza dell'americano medio di armarsi e scendere in campo "quando la situazione lo richiede", finendo per rimetterci le penne. L'originale film con Charles Bronson rispondeva con "la seduzione delle armi e della giustizia" al desiderio di combattere e abbattere i criminali da strada in quelli che anche da noi erano chiamati gli anni di piombo. Eli Roth ribalta tutto e senza nemmeno nasconderlo troppo tra le righe fa vedere come molte sparatorie della pellicola si potevano di fatto evitare senza la smania tutta americana di giocare ai cowboy e l'ossessione di giocare la partita fino a che dovranno togliere il fucile dalle loro fredde mani. Il plot è quindi simile, con al centro un personaggio che diventa giustiziere a seguito della morte della moglie per mano di una banda di delinquenti. Ma gli esiti e le premesse sono decisamente diversi. Il Paul Kersey di Charles Bronson è un architetto che ama sparare ed è di base un ottimo cacciatore, con la polizia che lo tallona stretto. Il Paul Kersey di Bruce Willis è un medico che non ha mai toccato un'arma circondato da un mondo felicemente e pesantemente armato. Quando diventa un giustiziere e inizia a far salire con il pallottoliere il numero dei criminali morti ammazzati quasi gli danno la medaglia, la società esulta, la polizia stima, alcune voci sono dubbiose ma non vengono ascoltate. Le radio locali sostengono che è una figata questo tizio, è come nel videogioco del Gran Ladro d'Auto e poi "serve", svolge un compito sociale di smaltimento rifiuti! Il look da giustiziere che sceglie Bruce, con felpa da ginnastica con calato il cappuccio sulla testa che gli fa guadagnare il nome di "mietitore" (il  grim reaper classico è infatti la morte con il cappuccio e falce), diventa subito virale e a un certo punto tutti gli everyman sfigati di Chicago iniziano ad andare in giro così agghindati, come in una scena di V per Vendetta, pronti a farsi crivellare di colpi dalla prima mezza tacca di quartiere. "Armarsi" in questo film è poi visto in un modo così gioioso e sopra le righe da non sembrare vero. Un paio di giorni e ti porti a casa un mitragliatore cromato oro dal punto vendita più figo di zona, gestito da commesse ultra-sexy, in modo totalmente legale e garantito. Si nota ed è un bel vedere la sceneggiatura sulfurea a firma Joe Carnahan, uno che ha creato il pazzo dittico degli Smokin'Aces e il cupo The Grey, uno che è dietro alle puntate migliori della serie TV Blacklist. Carnahan sa giocare con l'eccesso come maneggia bene la grammatica dell'azione e questo sodalizio con Eli Roth funziona a più livelli, dall'intrattenimento allo splatter alla satira, come alcuni dei gioiellini anni '80 di Paul Verhoeven. L'azione è sempre divertente e strutturata, il ritmo indiavolato, alcune sequenze così sulfuree che pare di leggere il Punisher di Garth Ennis. Finalmente vediamo in forma Bruce Willis dopo troppo, troppo tempo. Ed è una vera gioia, inaspettata. Finalmente vediamo Eli Roth tornare ai tempi d'oro dopo un paio di film simpatici ma un po' opachi e lo vediamo tecnicamente quasi più in forma (anche se gli ultimi minuti del primo Hostel ancora non si battono e stanno di diritto in cima al suo cinema). Quindi tutto bellissimo e tutto fantastico? Questo Giustiziere della Notte formato 2018 diverte e intrattiene, fa sorridere in modo amaro, ogni tanto come si conviene sa giocare con la tensione e infine vola via veloce. Peccato che nel frattempo siano arrivati i The Raid di Gareth Evans, gli Atomica Bionda e i John Wick di Stahelski e Leitch, le Notti del giudizio di DeMonaco e, perché no, il Baby Driver di Wright. L'opera di Roth, pur coccolando il fan medio del revenge/action movie, non riesce a essere altrettanto sovversiva e incendiaria, nuova come linguaggio e altrettanto sexy. Però è di sicuro una bella bombetta, come lo era ai suoi tempi Payback con Mel Gibson. Sia chiaro che se mi annunciano un seguito io sono già in sala a vederlo in prima fila. Questo ultimo Roth non è affatto male. 
Talk0

venerdì 9 marzo 2018

DanMachi - la recensione della serie TV in streaming gratuito sul canale YouTube di Yamato Animation




- Sinossi fatta male: il nostro eroe si chiama Bell Cranel, è il classico ragazzino giapponese magrolino, sfigatello, con gli occhioni dolci, timido ma pieno di vigore e di belle speranze, altruista e buono fino al vomito e circondato perennemente di gnocche con cui non scopa. Bell fa di professione l'avventuriero e condivide una casetta diroccata con la sua dea, Estia, una ragazzina troppo carina per essere vera, che sotto un vestito elegante e sexy gira in ciabatte, piena di gioia di vivere e amore per lui, al punto da coccolarlo di frequente, stringendolo con una misura importante di seno. Perché sì, uomini e dei possono vivere insieme sotto lo stesso tetto, aiutandosi a pagare le bollette della luce.  Siamo in un mondo medioevale fantasy in cui le divinità (un po' di tutte le culture) sono scese sulla Terra a vivere tra noi, annoiate di stare da troppi anni in cielo/olimpo/altro. Gli umani si uniscono sotto una divinità diventando la sua "famiglia" e gli dei conferiscono ai loro affiliati la "grazia", un potere mistico che permette loro di diventare avventurieri e affrontare i mostri fantasy che si trovano un po' ovunque. Combattere mostri è il core-business locale, organizzato da una Gilda che conferisce incarichi a pagamento. Sconfiggere i mostri significa ricevere in cambio delle pietre particolari da cui si ricava, con un metodo ancora poco chiaro e probabilmente non del tutto eco-sostenibile, l'energia primaria che fa muovere ogni cosa. Gli avventurieri consegnano le pietre alla Gilda e questa li converte in moneta sonante con cui pagare le bollette, la casa e in genere poter "vivere". In pratica il lavoro principale in questo mondo è abbattere mostri come avventurieri o dedicarsi, se non si è abbastanza forti o si è stufi della lotta, alle attività correlate per equipaggiarli, supportarli, dargli da dormire e mangiare. Gli dei permettono agli avventurieri di diventare più forti dopo ogni scontro, fungendo un po' da sistema di crescita di un gioco di ruolo. Tutto è di fatto un mega-gioco di ruolo, con aree zeppe di mostri divise per livelli di difficoltà e avventurieri che salendo di livello salgono anche di fama. Il nostro Bell è un avventuriero di livello 1 e appena lo conosciamo è completamente coperto di sangue di Minotauro dopo che gli ha salvato la vita una avventuriera di livello 6, Ais Wallenstein, che appartiene alla ricca e prospera famiglia della dea Loki. Bell ha un autentico colpo di fulmine per Ais e giura che un giorno sarà lui a salvare lei e solo dopo riuscirà a chiederle un appuntamento. Da allora decide di impegnarsi e di dare lustro pure alla famiglia di Estia, che è sfigata al punto che per sopravvivere la dea è costretta a lavori part-time come commessa in vari attività cittadine. Più mostri abbattuti, più pietre che diventano soldini per prendere una sede meno sfigata e diroccata per contenere più affiliati e un grande amore da conquistare. Riuscirà Bell a compiere la scalata, partendo dalla scelta dell'armatura e dell'arma e dalla conoscenza delle tecniche di combattimento più efficaci? 


- Ma dove l'ho già sentita questa storia? Ah già, ovunque!!! La trama di questo anime, tratto da una graphic Novel di successo e tuttora in corso, non brilla per particolare originalità, collocandosi più o meno  nel genere "harem con declinazione action fantasy". Il sotto-genere "harem" è un filone in cui al protagonista (in genere un ragazzino così buono, gentile e altruista da sembrare inverosimile che si identifichi il lettore medio) capita di frequentare tutte le tipologie di donne possibili, riuscendo ad affascinarle tutte. È un tipo di lettura che per me può anche avere effetti positivi sull'autostima, anche perché "l'eroe" ha successo più per sue capacità morali che per attributi fisici, in cui l'impegno nel diventare persone migliori è sempre premiato. È una sfumatura narrativa tra le più trattate negli ultimi anni dai jappi, anche perché molto duttile a veicolare tematiche anche importanti (il bullismo, la diversità di genere, la disabilità, il successo scolastico e le sue conseguenze ecc.), ma non è sempre in grado, di per sé, se non supportata da un'idea di racconto interessante, di reggere da sola un'opera finale. Spesso creare intorno a un personaggio "neutro" e "buono per tutte le stagioni" un harem è anche una soluzione facile, che si affida alla routine di scrivere una serie determinata e definita di archetipi femminili-tipo.  Ma DanMachi, anche se di fatto è più sbilanciato sull'aspetto harem rispetto al racconto action-fantasy, riesce a essere divertente, ben scritto, pieno di momenti commoventi e umoristici. Dal punto di vista tecnico l'opera di J.C.Staff è davvero molto valida, dalla cura degli ambienti ai personaggi fino alle veloci ma esaltanti scene di combattimento; tutto funziona, è animato fluidamente e in genere un paio di spanne sopra alle produzioni anche più blasonate dal pubblico. In un attimo si arriva all'ultimo episodio della prima stagione (con la seconda prevista per il 2018) e già si ha la voglia di passare al suo spin-off DanMachi: Sword Oratoria, anche lui già in streaming. 
Il confronto con Sword Art Online spesso viene fatto, perché  anche se le due opere si muovono in territori diversi sono comunque legate a un'ambientazione da videogame per lo più fantasy. Se sul lato delle idee narrative Sword Art Online è più forte e interessante, sul piano prettamente dell'action e della tecnica realizzativa i prodotti se la giocano bene, e in molti casi DanMachi mette in scena combattimenti integrati alla trama pure più fluidi e convincenti. 
DanMachi è consolatorio come un budino al cioccolato alla fine di un pranzo. Non cambia la vita dello spettatore in modo travolgente e non ambisce certo a rivoluzionare il genere fantasy, in quanto di fatto riproduce in animazione le prime ore di gioco di un qualsiasi gioco fantasy, che sia cartaceo o digitale. Ma tutto funziona bene, è gradevolissimo e dopo poco ti coinvolge in un mondo che sotto la scorza non è nemmeno così  banale. 
Yamato Animation ha portato gratuitamente sul suo canale di YouTube, con sottotitoli in italiano, tanto DanMachi che Sword Oratoria e vi invito un po' a scoprirlo, se siete in cerca di un prodotto rilassante, curato e pieno di ragazze carine. Potrebbe essere anche una bella occasione per appassionarsi ai giochi di ruolo, intervallando la visione con una partita o due a Monster Hunter World, Diablo 3 o un MMORPG. Fatevi un giro tra i dungeon di J.C.Staff e fatemi sapere. 
Talk0

giovedì 8 marzo 2018

Vengo anch'io - il film di Corrado Nuzzo e Maria Di Biase - la nostra intervista telefonica!




Abbiamo visto "Vengo anch'io", il primo film scritto, diretto e interpretato dalla coppia Nuzzo Di Biase. I due attori hanno un sodalizio artistico di lungo corso, che si è espresso nei programmi di culto della Gialappa's Band e in Zelig, sono su Radio 2 nella ciurma di Blackout e ora cercano di affacciarsi al cinema anche come autori. Il loro film è un piccolo e sincero, quasi intimo, viaggio lungo le autostrade d'Italia che quattro personaggi "acciaccati dalla vita" compiono insieme per uno strano gioco del caso. Con l'ironia caustica che da sempre è marchio di fabbrica della coppia, il gruppo affronta, in una cornice di surreale normalità italica on the road (imperdibili un Francesco Paolantoni romagnolo doc o la farmacista Ambra Angiolini che caldeggia l'uso delle droghe pesanti in luogo dei farmaci antidepressivi), anche delle tematiche sociali importanti. Si svelano nei personaggi aspetti tanto profondi che inaspettati e di colpo ci si accorge che ci si sta commuovendo più che ammazzarsi da ridere. Abbiamo parlato di questo aspetto curioso della pellicola con Nuzzo e Di Biase, che sono stati così gentili da rilasciarci una intervista telefonica.

Nuzzo: Pronto?
Talk0: Pronto? Parlo con la signora Di Biase o con il signor Nuzzo?
N: Sono il signor Nuzzo!
T: Buon giorno signor Nuzzo, sono Paolo e scrivo per un piccolo blog di cinema che si chiama Le conseguenze del troppo tempo libero.
N: Che è bellissimo ah ah ah. Mi piace! Già mi piace! (ride)
T: Grazie! Ho visto il film!
N: Bene! E...?
T: Ed è interessante! È un film che parla di tanti argomenti sociali e mi ha anche sorpreso un po', devo essere onesto. Forse perché mi aspettavo qualcosa di molto più divertente e spensierato, magari (rido). E invece sa essere molto melodrammatico, ma in senso per me positivo! Quindi mi è piaciuto da quel punto di vista! 
N: Si'. Abbiamo alla fine mischiato molto questo aspetto con la comicità. Si ride ma c'è anche una vena più malinconica e poetica che ci piace.
(intanto raggiunge l'apparecchio anche Maria Di Biase) 
Di Biase: Ciao! Sono arrivata ora!
T: Buon giorno signora Di Biase. Vi do del tu, del voi, come mi regolo? 
D: Come vuoi!! Ma dacci del tu, ovviamente!
T: Va bene! Stavo dicendo a Corrado che il film per me non è male soprattutto perché sa essere anche qualche volta drammatico. Non pensavo che questa componente venisse fuori quasi più di quella comica e invece l'ho trovato un approccio particolare, che per me dà un punto in più al film. 
D: Anche secondo noi! Ci eravamo immaginati dei personaggi molto borderline, molto particolari. La loro emotività durante la recitazione è venuta fuori quasi da sola. 
N: Ci hanno sorpresi!
T: Da dove nasce questa epopea on the road di un gruppo formato da un assistente sociale aspirante suicida (Corrado Nuzzo), da una ex carcerata (Maria De Biase), da un ragazzo affetto da sindrome di Aspeger (Gabriele Dentoni) e da un'atleta di canottaggio salentina (Cristel Caccetta)? E qual è il più sventurato? Forse l'atleta salentina? 
D: L'idea del film nasce dal voler raccontare il "diritto alla felicità" che dovrebbe avere ogni essere umano. Anche quello che si sente più disperato o ha vissuto una vita difficile ha diritto alla felicità e gli può capitare di trovarla quando riesce a fare gli incontri giusti...
N: ...che non sono poi gli incontri migliori! Perché non devono per forza essere gli incontri migliori quanto gli incontri che possono trovare una rispondenza con il tuo passato e...
D: ...anche farti vedere, sotto una luce diversa, sia te stesso che la tua vita, che magari fino a lì ti sembrava che non girasse proprio. Ognuno di loro ha una grande difficoltà a comunicare con gli altri e allora ci è piaciuto mettere accanto al mio personaggio e a quello di Corrado un ragazzo con la sindrome di Asperger che avesse difficoltà a comunicare proprio in ragione della sua malattia. In realtà tra tutti i personaggi lui risulta quello messo meglio tra tutti noi. E funge un po' da grillo parlante...
N: ...infatti abbiamo dato a lui il compito di aprire e chiudere il film. Ci tenevamo e questo personaggio specialmente, lo adoriamo. È quindi un viaggio on the road... un "piccolo" viaggio on the road. Loro partono quasi senza valigie. Maria ha questa busta di plastica gialla e basta. È un viaggio poco organizzato, ma abbiamo cercato di riempirlo di sentimenti. E sono sentimenti positivi soprattutto! Perché i personaggi sono sì borderline, però alla fine hanno un'anima.
T: Nel film si vede quasi una famiglia in costruzione a cui partecipano attivamente i quattro personaggi. Mentre la loro "famiglia di base" in tutti i casi appare un po' disastrata c'è una voglia di "riassemblarsi in corso".
N: Sì, è una cosa un po' rivoluzionaria e sembra strana, ma in fondo è il "rimedio della nonna" (ride). I personaggi hanno bisogno di stare insieme, di credere al fatto del gruppo...
D: ...la puoi chiamare famiglia come la puoi chiamare in un altro modo, però è un sentimento di amore che li tiene insieme e che permette ad ognuno di loro di superare le debolezze...
N: ...per noi una famiglia non è solamente una famiglia di sangue, quanto un luogo in cui si può stare insieme per superare le difficoltà. Loro poi non trovano una vera pace...
D: ...non è che trovano una "grande felicità" alla fine quanto una quiete. Alla fine si acquietano. E vuol dire tanto, quando sei una persona agitata o hai vissuto male fino a quel momento. 
T: Ho trovato una certa tensione tra i personaggi, di tipo intergenerazionale. Le illusioni dei personaggi più giovani (il ragazzo con l'Asperger, Aldo, e la ragazza che fa canottaggio, Lorenza) che si scontrano con le certezze/disillusioni degli adulti (Quelli di Maria e Corrado). Abbiamo quindi il personaggio di Aldo che ha molta fiducia nel fatto di essere intelligente e di non poter mai mentire (e quindi essere in questi termini un "puro").
D: ...la cosa bella secondo me nella costruzione del personaggio di Aldo è che non abbiamo voluto "mettergli addosso" tutti gli stereotipi che in genere le persone (come il personaggio di Paolantoni) attribuiscono a chi è affetto da Asperger. Aldo pensa di essere bravo in matematica, ma durante il viaggio scoprirà di avere altre qualità. È bello quando gli altri considerano che tu sei geniale per una cosa quando invece tu scopri di essere geniale e unico per un'altra.
T: C'è però della tragedia all'ingresso di Aldo nella vita adulta. Mi ha colpito il fatto che fa diciotto anni, un attimo dopo brucia la casa, si ritrova da solo, non riceve il regalo del padre e da allora non può più sapere se mangerà puntualmente alle 13 di ogni giorno. Con la vita adulta in qualche modo "muore la sua serenità". 
N: Vero! C'è una certa scena in cui si festeggia un certo successo dei giovani quasi per "circostanza". Infatti il mio personaggio subito dopo aggiunge: "sono giovani..." (ride) e Maria aggiunge: "sì sono giovani... credono ancora all'amicizia". I nostri personaggi sono disincantati e disillusi, ma anche attraverso gli occhi di quei giovani i nostri personaggi un po' scoprono o riscoprono che la vita ha un senso. Soprattutto il mio personaggio, che all'inizio del film non dà più alcun significato al senso della vita... questo gruppo di squinternati lo porta a distrarsi da questa negatività e a cercare per una volta di vincere ..
D: Non spoilerare!! (ride)
T: Una cosa che mi ha colpito, non so dove la avete trovata, e complimenti, è il canottaggio usato come metafora esistenziale. Il fatto di andare avanti guardando indietro, una specie di costruzione del futuro sulla base di un passato che è stato edificato prima (insieme ad una famiglia unita, anche se può essere valido solo per chi ha avuto la fortuna di avere un tale passato felice). È un'immagine che voi puntate in parte a scardinare. 
D: Viene da un aforisma che abbiamo trovato su internet. "La vita è come il canottaggio, per andare avanti bisogna guardare indietro". Abbiamo cercato l'autore ma non lo abbiamo trovato. Appena abbiamo trovato quella frase abbiamo pensato: "Nel film dobbiamo metterla su qualche muro!" (Ride)
N: Abbiamo voluto fare in modo che il racconto fosse scandito da delle frasi scritte sui muri. Capita tutti i giorni di leggere sui muri delle frasi e qualche volta queste possono avere una rispondenza con quello che tu sei quel giorno, con l'emozione che provi. La abbiamo trovata una cosa interessante. È nato tutto perché avevo visto una scritta sulla facciata del carcere di Roma, che quando siamo andati per girare era stata già tolta...
D: ...durante un sopralluogo avevamo visto una vecchia foto del carcere con la frase: "è inutile che vivi fuori se sei morto dentro"...
N: ...e da lì ci è venuta l'idea di proseguire il corso del viaggio scandendolo con delle frasi. Come "Dio ti odia, noi pure. Un'altra che mi piace molto è "Non accettate sogni dagli sconosciuti", che avviene subito dopo l'incontro di Aldo con il padre, interpretato da Alessandro Haber. 
T: Ma quindi avete fatto rimettere la scritta sopra al carcere? 
D: Abbiamo provato a proporlo, ma alla fine lo abbiamo fatto in post produzione (ride). 
T: Parliamo un po' della scena topica del film. Un quadro quasi botticelliano con Corrado Nuzzo che nudo abbraccia un albero. (ridono). Come è stata scelta la location?
N: Lo abbiamo fatto solo perché il film esce l'8 marzo!! (ride)
D: Era per invitare le donne a non andare a vedere quegli squallidi spogliarelli ...
N: Vieni al cinema e vedi un vero uomo (ride)
D: ...un vero uomo che cerca di acquietarsi facendo silvoterapia...
N: ...è una scena che serve per raccontare il contrasto che vive all'interno il mio personaggio. È uno che vuole mangiare benissimo per evitare il colesterolo ma poi ha manie suicide e si inventa questa silvoterapia che è una cosa quasi surreale da come sta combinato. (ride) 
T: Spero che comunque l'albero fosse consenziente.
D: Per me poco (ridono).
T: Diciamo che è stato preso un po' sul momento. Ci sono molti attori, come abbiamo già citato Haber, che prendono parte in piccoli ruoli nella pellicola. C'è Francesco Paolantoni, Aldo Baglio... C'è un ricco cast di supporto, oltre ai ragazzi molto bravi che avete scelto per i ruoli di Aldo e Lorenza. 
D: Si', c'è anche Ambra Angiolini e molti altri che si sono prestati anche per piccolissimi cammei. Loro sono stati bravissimi e hanno accettato volentieri, erano contenti del lavoro. 
N: È stato per noi un grande attestato di stima, non smetteremo mai di ringraziarli.
D: Non so se segui i nostri social, stiamo in questi giorni pubblicando dei video che abbiamo realizzato con loro. Per gioco ognuno di loro ci offende e parla male di noi. Facciamo l'anti-pubblicità (ride). 
N: Stiamo seguendo anche in questo il nostro modo di essere. Siamo scorretti, ma di una scorrettezza sana. (ride).
T: Adesso cosa farete "da grandi", dopo questo film.
N: Vorremmo fare una vacanza e poi farne subito un altro. Il sogno è quello perché fare questo ci è davvero piaciuto tanto. Noi facciamo radio, TV, tantissimo teatro. Ci siamo approcciati a questa nuova esperienza umilmente e speriamo di aver tirato fuori un prodotto credibile. Noi lo amiamo questo prodotto...
D: Non lo chiamare prodotto che è brutto! È un'opera! 
N: Noi amiamo moltO quest'opera e quindi ci siamo esaltati molto...
D: ...siamo contenti del risultato e sentiamo che ci rappresenta. 
T: Direi che ho tutto! Grazie mille per la cortesia e di questo tempo che mi avete dato.
N+D: Grazie anche a te

La signora dello zoo di Varsavia: da oggi in DVD/Blu ray



Varsavia, intorno prima metà del 1900, Storia vera. Lo zoo cittadino è un luogo rigoglioso e accogliente dal 1929, grazie alle amorevoli cure della direttrice, Antonina Zabinski (Jessica Chastain) della sua famiglia e dello staff. Lei, bellissima come una principessa Disney mentre con la sua bici ispeziona il parco, sa parlare con gli animali, li aiuta nei momenti più difficili con terapie motivazionali, si prende cura del loro habitat e della loro alimentazione. E poi si butta, si toglie le scarpe con il tacco e va sull'erba a soccorrerli e consolarli come una madre incurante di rischiare costantemente di essere calpestata/divorata/mutilata. Sempre con il sorriso sugli occhi e con la decisione nei modi. Incredibilmente, si comporta bene anche con gli esseri umani, è una moglie devota di un marito depresso (Johan Heldenbergh) e madre esemplare di un bambino un po' rompicoglioni. Dopo averla vista aiutare a partorire una elefantessa in una specie di incontro nel fango, il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck (Daniel Bruhl) lì in visita inizia a fantasticare sul fatto che Varsavia e quella donna sono dei posti magici per curare e allevare gli animali più improbabili. Sembra tutto molto zuccherino e gioioso, ci si aspetta parta un numero musicale da un momento all'altro. Poi arriva la guerra. Varsavia è bombardata, lo zoo semi-distrutto con gli animali a spasso per tutta la città. Poi arrivano i nazisti a portare via gli animali dello zoo più preziosi per metterli a Berlino. Lasciano lì gli animali poco pregiati ma poi cambiano idea, "'ché il mangime costa", e vanno a eliminarli a mitragliate. La famiglia di Antonina non se la passa bene, ma se la passano male pure gli ebrei nel ghetto poco distante da lì. Ed ecco l'idea, propongono al direttore dello zoo di Berlino, che ormai vive lì in pianta stabile, di poter utilizzare la struttura dello zoo per allevare maiali destinati al rancio delle truppe. Concordano che utilizzeranno gli avanzi del ghetto per dare da mangiare ai suini. In realtà tutto questo è un sistema per far uscire e nascondere le persone del ghetto nei sotterranei dello zoo. Il direttore è contento del nuovo business delle costolette messo in piedi e svela la possibilità / il suo sogno personale  di utilizzare il posto anche per l'allevamento di un bisonte asgardiano estinto da due secoli, il cosiddetto "uri", ottenibile per lui incrociando bisonti a vanvera. E questa è sempre Storia vera. Il marito di Antonia gli dà istintivamente del cretino e si rischia che tutti vengano mitragliati contro un muro in tre minuti, ma poi la faccenda si sgonfia. Il business parte, insieme a tutta una macchina organizzativa per far espatriare in sicurezza gli inquilini del ghetto. Ma il nemico è sempre vigile e ogni passo falso può essere fatale.
- "Nazisti. Io la odio questa gente" (Indiana Jones. Cit.). Il regista Niki Caro porta in scena l'Olocausto con una storia di coraggio e passione dove la bellezza, soprattutto interiore, riesce a vincere anche la follia più sconsiderata. Il personaggio di Jessica Chastain, ormai diva per carisma al pari della Blanchett e Theron, si muove come un angelo tra le macerie della guerra portando colore e calore nei più bui e disperati dei nascondigli, senza sembrare mai artificiale (inizio della pellicola a parte) o sopra le righe. E se all'inizio della pellicola si teme il coma diabetico, tutto successivamente assume una forma più bilanciata e per nulla stucchevole. Ci si commuove, spesso, ma non si ha mai l'impressione che quelle lacrime vengano estorte. È un film sincero con un intreccio preciso e chiaro, con attori in ottima forma tra cui mi va di citare un Daniel Bruhl in un ruolo non banale. Una pellicola che mi sento di consigliarvi, a patto che abbiate pronti un po' di fazzoletti. 
Talk0