giovedì 24 dicembre 2020

Dragonero il ribelle n. 14: Ricercati! - la nostra recensione


Mondo di Dragonero, anni dopo il corrente ciclo narrativo. Il vecchio Gmor con la sua badante elfica si appresta a una delle classiche “quest” dei vecchietti comuni: aspettare che arrivi il fabbro per sistemare una porta, seppur fantasy, che possa metterlo al sicuro dai rivenditori della Folletto, seppur fantasy, che da sempre spiano maligni i vecchietti oltre l’uscio di casa, nell’ombra. Nel mentre, per ammazzare il tempo, il nostro orco del fuori si dedica come tutti i vecchietti a un po’ di amarcord, scrivendo per la sua autobiografia alcuni momenti epici della sua giovinezza, quando era bello, ribelle, amava i Beatles e i Rolling Stones. Il primo dei suoi entusiasmanti racconti riguarda il momento di quando i ribelli sono riusciti ad aprire la loro prima linea di Deliveroo. Una specie di Amazon erondariano con capannone centrale e una linea di riders pallone-aerostatico-muniti. La seconda storia riguarda un suo viaggio nell’estremo oriente in cui ha fatto a botte con roba tipo ninja, in cui ha incontrato una tizia armata di accette con una missione che ora a ripensarci non si ricorda bene, quindi la tronca lì e si mette come tutti i vecchietti alle 19.40 a guardare la Ghigliottina all’Eredità Erondariana. La terza storia è la classica faccenda del nerd tecnocrate con una torre abbandonata, con in cantina un mosto tentacolare con cui girare i classici anime porno giapponesi degli anni ‘90. Solo che quelle cose nel 2020 non si fanno più, così come non si trovano più i programmini zozzi stile “La bustarella” in tv sui canali locali (i vecchietti spesso non affrontano internet per queste cose), quindi il mostro tentacolare va menato in onore del politically correct. Arriverà in tempo il fabbro, prima che Gmor passi a raccontarci di quella volta che è stato in coda alle poste a pagare l’IMU?

Ci sentiamo tutti un po’ come il vecchio Gmor, in questi giorni. Impossibilitati a vedere il futuro causa protrarsi di pandemia, ci buttiamo nelle confortanti braccia dell’amarcord, rimembrando i momenti pur difficili da cui siamo però usciti. Così questo numero di Dragonero a firma Vietti, magari scritto ancora in un’epoca precedente all’era Covid, diviene attualissimo, ci parla di noi in casa a guardare a un nemico invisibile oltre il vialetto, magari recuperando un paio di film di kung Fu in televisione, rileggendo i manga e... scusate sono uscito un attimo a ritirare un pacchetto pervenutomi con un pallone aerostatico tecnocrate... dicevamo? 

Ritorno sul pezzo. Il buon Vietti confeziona una storia antologica che pur pregna delle malinconie di questo momento diverte, è piena di inseguimenti e soprattutto si mette al totale servizio di un team di disegnatori molto validi. Ben quattro, tutti molto originali nell’approccio e stile. Artisti che Vietti con generosità e capacità nel trovare talenti, sa far risplendere, ideando per loro gli scenari più congeniali.



Cristiano Cucina cura la storia che fa da cornice, quella con Gmor anziano. Fa un bellissimo uso dei chiaroscuri virando più sul lato chiaro, le sue tavole trasmettono un senso di gelo, che descrive al meglio uno scenario naturale quasi asettico, spoglio. Gmor ha un viso scavato, dolente, il mood dell’azione è quasi contemplativo, lento, ma c’è tra le pieghe delle tavole una nota scura, quasi “sporcata” nelle sfumature, che conferisce alla composizione una piccola e febbricitante vena horror.



La storia del “trattato commerciale“ è di Antonella Platano, diventa presto un lungo e adrenalinico inseguimento a piedi tra i viottoli e saliscendi di una città medioevaleggiante di stile europeo, curata nei dettagli quasi mattone per mattone. È evidente un sapiente uso dei retini, che dona alle figure umane bardate di corazza una qualità visiva quasi marmorizzata, alla Segrelles, che ci fa sentire il peso dei corpi, la forza di gravità e conseguente vertigine che riesce a trasmettere la tavola.




Vincenzo Riccardi cura la storia con guest star la rasta con due asce. La cornice è una cittadina di stile orientale inerpicata tra le montagne, brulicante di costruzioni arroccate e strade pullulanti di persone. Sembra di trovarsi in un film wuxia come La tigre e il Dragone di Ang Lee. Le figure diventano sempre più pittoriche, alla maniera di Lone Wolf and Cub, nelle scene di azioni. La colorazione è densa e carica di ombre.



Ludovica Ceregatti disegna la storia della torre. Il suo tratto è spigoloso ma molto cinetico, a volte trascina nelle inquadrature in modo quasi convulso. Lo stile delle figure ricorda i lavori di Sean Gordy Murphy. Le scenografie labirintiche, piene di cunicoli, scale e botole, richiamano i lavori a Tsutomu Nihei. 
È un mix molto interessante. 
Visivamente monto vario, a livello di storia un po’ frammentario ma gustoso, il nuovo numero di Dragonero ci è piaciuto e ci ha divertito, anche se si avverte in questa fase del mensile un po’ di staticità nella gestione dei macro-eventi, pur in ottica fantasy di world-building che accomuna tutta l’epica del genere. Sarà che un nemico come Leario e la Signora delle Lacrime ci stanno molto antipatici e non vediamo l’ora che i nostri eroi si confrontino con loro. Talk0

mercoledì 16 dicembre 2020

Operation Red Sea - la nostra recensione del Black Hawk Down cinese

 


In uno stato del nord Africa un’insurrezione armata particolarmente cruenta mette a rischio l’ambasciata cinese e diventa necessaria un’immediata evacuazione. L’esercito locale è allo sbando e chiede aiuto alla Marina cinese, che interviene inviando una squadra d’elite con il compito di aprire la strada ai convogli, circondati dai ribelli nel centro della capitale. Non sarà un’impresa facile.

Tratto da una storta vera e per certi versi simile a quella raccontata da Ridley Scott in Black Hawk Down, Operation Red Sea fa parte di una mia personale maratona alla scoperta del genere action-militare ai tempi della Cina contemporanea, che per ora comprende anche pellicole come Wolf Warrior e SWAT. Se risulta chiaro l’intento generale di dare delle forze armate un’immagine quasi supereroistica ma non troppo distante dalla gente comune, in una specie di operazione simpatia che recupera in modo interessante alcune delle meccaniche dell’action movie militare americano, specie di produzione Canon/Silver Pictures, in Red Sea batte forte la poetica di un regista specialista di “eroi infranti e perdenti” come Dante Lam. Dopo i suoi cecchini resi pazzi (Snipers), poliziotti con sulla coscienza dei bambini morti (Beast Stalkers), detective corrotti (Fire of coscience), da Lam non ci aspettavamo di colpo degli eroi positivi a tutto tondo. Profeta dell’action adrenalinico, sempre attento a una messa in scena altamente spettacolare quanto interessata al fattore umano, Lam difficilmente si piega qui alla visione più confortante e bidimensionale delle forze armate, portando sullo schermo uno spettacolo impastato di budella e piombo quantomai crudo e decisamente antieroico. Il fallimento è dietro l’angolo, i rimpianti e incidenti si susseguono. Una scena nella prima mezz’ora in cui la truppa spara pistole con cavo da funivia che pare uscita da Star Wars episodio 1, un paio di parate con i mezzi e uniformi puliti e l’obolo della “simulazione pettinata” in stile SWAT è pagato. Quella che segue nei 140 e passa minuti del film è una serratissima carneficina elegantemente presentata con rallenty e scene di massa. Pare di essere tornati ai bei tempi di John Woo. I soldati, che non sono qui per particolari operazioni simpatia quanto per sparare duro in un inferno in terra carico di terroristi, non sembrano affatto modelli di intimo indistruttibili. Sono tozzi, bruttini, “veri”. Se subito nei primi minuti iniziano a coprirsi con il sangue e le frattaglie dei loro nemici, verso due terzi di film pure i buoni sono per la maggior parte pieni di cicatrici, escoriazioni, parti corporee varie mutilate o disintegrate, ridotti  quasi a degli zombie se non del tutto morti in un continuo gioco splatter che riempie di teste recise e budella ogni inquadratura. I cattivi ti dicono che sono forse una decina e male armati, che vanno in giro con delle Fiat Ritmo scassate del 1981, poi vedi che diventano cento, duecento, tremila, diecimila, tutti tostissimi e armati anche di blindati pesanti, elicotteri. L’azione si fa su una scala così vasta che in poco si arriva al livello di caos visivo di Michael Bay per poi superarlo, arrivando al colore rosso folle di Splatters di  Peter Jackson. I super soldati cinesi sparano, smitragliano, cecchinano, squartano, crivellano con mini droni che farebbero la gioia di Goldrake, rubano mezzi pesanti, si buttano nelle tempeste di sabbia e contro le auto-bomba. I cattivi appoggiano i fucili di precisione su teste mozzate di vitelli morti, hanno sempre pronte una dozzina di auto con mitragliatrice, più uomini bomba. Il pallottoliere dei morti sale più che in Commando, più che in Better Tomorrow 2. Nella truppa da grande mostra delle sue capacità belliche e cazzimma l’attrice Luxia Jiang, una donna così tosta da ricordare Vasquez in Aliens e di fatto la prima interprete di un ruolo da militare in questa mia piccola rassegna cinematografica a risultare credibile nel ruolo. Tra i “cattivi” l’attore Mezouari Houssaim interpreta il ruolo di un cecchino tostissimo quanto letale.



Non è un film per tutti, il livello di violenza è alto, ma se cercate un action a tema militare duro ed estremo Operation Red Sea, portatoci in Italia da Blue Swan, fa per voi. È un film enorme, forse con troppi personaggi e troppa azione, ma un lavoro davvero ben fatto e che farà felici gli estimatori del genere. Le ambientazioni esotiche del mare somalo e del nord Africa donano un tocco inedito ma interessante, un po’ come accadeva in Wolf Warrior 2. Gli stunt, gli inseguimenti, le mille esplosioni e giri vertiginosi della macchina da presa, insieme a una trama di fallimenti e rimpianti, confermano la bravura del regista. Magari da gustare in combo con Operation Mekong, sempre di Dante Lam.

Talk0

mercoledì 9 dicembre 2020

Monster Trucks - la nostra recensione di una variante del maggiolino tutto matto per il pubblico del North Dakota

 

 


Un impianto di trivellazione scava così in profondità da trovare un mondo sommerso, da cui spuntano fuori delle creature tentacolose e pucciose disegnate dal tizio di Lilo & Stich, Dragon Trainer e Wuba. Una creaturina, più per indole che per stazza, scappa. Si scatenano dei Men in black su dei monster truck a setacciare tutta la fangosa zona di prossimità. Nel mentre ogni ragazzo sogna di guidare un Monster truck sul fango, anche il nostro protagonista restaura un Monster truck mentre lavora dallo sfascia carrozze a svariati Monster Truck. Poi, sorpresa, anche la creatura aliena si scopre che ama i Monster Truck, perché se ne “indossa uno” e inizia a guidare felice sul fango come un Monster Truck vero. Forse tritandosi qualche arto poliposo ogni tanto, perché sarebbe inevitabile, ma felice, roba da allungare i tentacoli e fare Spiderman, correre sui tetti, inseguire ragazzine a cavallo in una love story interspecie. E tra un inseguimento e l’altro con i men in Black con il Monster Truck e qualche sfida con il bulletto della scuola e il suo Monster Truck, cosa ci può scappare per il gran finale? Chi dice una bella gara sul fango di Monster Truck? Vi ho detto che il mostro del Monster Truck fa per tutto il film versetti che paiono scoregge?

Se amate i Truck non siete in cerca di un film come questo, ma di uno spiazzo fangoso dove sgommare con il Truck. Per tutti gli altri questo proposto da Dreamworks è un onesto film per ragazzini di stampo anni ‘80, con piccola love story dentro e i paesaggi country del North Dakota. Il protagonista ha naturalmente un background doloroso e cerca la rivalsa, il suo amico tentacoloso lo capisce, c’è la musica dolce mentre nuota nel laghetto di notte, nel suo “abito Truck” con i fari accesi. Presto arriveranno un altro paio di tentacolosi pucciosi, probabilmente ne sarebbero arrivati pure altri se il film avesse avuto successo e ora parleremmo della saga di Monster Truck, magari a carattere corsaiolo contro altre auto mutanti. Poteva essere l’anello di congiunzione tra Scooby Doo e Il Maggiolino tutto matto. Avrebbe magari aperto la strada di un crossover con le tartarughe ninja e gli Street Sharks, ma non è andata così. Sarà che in Italia e resto del mondo dopo la stagione di The Grave Digger nessuno si fuma più il fascino del Truck con le ruote grosse. Spariti dalla tv più veloce della Mountain Dew dai supermercati. 

Peccato perché ai bambini, target di riferimento non oltre i 12 anni direi, piace questa creaturina tentacolosa con gli occhioni dolci. Gli effetti visivi sono carini, la storia, semplice ma carina, con qualche gustoso inserto da Kaiju Movie, prosegue dritta e senza intoppi. Anche i giovani attori sono simpatici e meno appiccicaticci e bambinosi del solito (è noto ai lettori Il mio viscerale odio per i ragazzini-attori-americani). Il regista Chris Wedge dopo i cartoon digitali L’era glaciale, Robots (quello da noi doppiato da Facchinetti) ed Epic, incappa in questo suo primo film con attori dal vivo e tonfa. Forse colpa anche di un budget così così. Ci fosse stato Michael Bay magari avevamo un nuovo Transformers e qualcuno che avrebbe saputo combinare meglio tentacoli e teen-agers... ma questa è un’altra storia e se siete del target di questo Monster Trucks probabilmente non potete ancora capirla. Se avete 6- 12 anni avete però trovato qualcosa da vedere con il papà la sera, per poi giocare con le macchinine sul tappeto. 

Talk0

martedì 8 dicembre 2020

Borat 2: recensione lampo!

 


Avete 2 minuti, anzi meno? Ecco due o tre punti che possono convincervi o meno a guardare in streaming il nuovo capitolo della saga di Borat.

Non perdiamo tempo! 

 

Perché NON guardare Borat 2:

- se non ti è piaciuto io primo, questo è ancora più rozzo e volgare

- perché se non hai tempo, è meglio guardare “Il sapore del successo”

- perché è un film girl power

 

Perché GUARDARLO:

- perché spiega ( a modo suo) com’è nato il Covid, come si è diffuso e come lo si combatte

- perché Sacha Baron Cohen è un figo

- Perché il ministro della cultura kazako è un gran personaggio

- perché gli ultimi 10 minuti sono esilaranti e ripagano della precedente ora e mezza

 

B.Gis

martedì 1 dicembre 2020

Dragonero il ribelle n.13 Le figlie di Karnon -la nostra recensione

 


La grande “Toscana Erondariana”, terra dei cavalli del palio della Siena erondariana e delle cosplayer mezze nude del Lucca Comics Erondariano. Proprio nel mese di novembre, in tempi remoti, delle ninfe generose (s)vestite da Witchblade, Vampirella, Poison Ivy, Felicia di Darkstalkers, Gatta Nera e altro ben di Dio... scendevano dai boschi fatati in terra lucchese (sempre erondariana) per allietare lo sguardo dei divoratori di fumetti e fargli credere per un attimo che il mondo in fondo non è un posto tanto male. Solo che quest’anno, in pieno lockdown e con il festival solo online, addentrarsi nella provincia lucchese erondariana diviene pericoloso e una giovane cosplayer di una rivisitazione sexy di Squirrel Girl finisce impallinata. La reggente della comune hippie di cosplayer silvestri, una strega di Warcraft, decide così di vendicarsi e forse scatenare su di loro la violenza apocalittica del carro della Viareggio erondariana dedicato al Dio - Bestia di Princess Mononoke, divinità spesso evocata in tutta la Toscana Erondariana quando vanno male le cose.

Nel mentre Ian e Gmor stanno gustando le migliori fiorentine erondariane in attesa di mettere le mani su una partita di cavalli di Maremma erondariana, che a una rivoluzione fantasy non si può andare solo con una due cavalli, come nel mitico libro sul ‘68 di Marco Ferrari. È tanto che Gmor e Ian non hanno un momento tutto per loro per mangiare due costate da sei chili al chiaro di luna e guarda caso si trovano molto vicino al bosco delle cosplayers dal quale sta partendo un casino degno di Blair Witch Project. Sera ormai è grande e ha lasciato la sua casetta sull’albero, chissà mai che la coppia decida tra un inseguimento e una scazzottata di adottare una piccola cosplayer da allevare nel villino di Solinan.

Era doveroso in questo strano novembre che Dragonero ricordasse a suo modo il Lucca Comics and Games (ovviamente stiamo scherzando, è solo una nostra personale lettura “stupidina” del volume). Lo fa con una bella storia tra “favola e paura”, tra bigottismo, fanciullezza violata e voglia di indipendenza come in VVitch di Robert Eggers, ambientata tra i boschi notturni, scritta da Luca Enoch e disegnata magistralmente da Lorenzo Nuti. Un intreccio semplice ma amabilmente crudele e ben ritmato, che parte subito come affascinante tour de force visivo, con tavole dense di natura, bui e lampi di luce, tra animali notturni e sensuali, fino a diventare poesia di chiaroscuri caravaggeschi crudeli, luoghi di sabbah sanguinolenti, teatri di scontri disperati. Un autentico banco di prova delle enormi capacità del disegnatore nel saper creare atmosfere e personaggi unici. Tra i boschi notturni gli alberi hanno le cortecce simili a spartiti musicali di Sergio Toppi. Le creature silvane hanno gli guardi obliqui, matti, pungenti e carichi di vita di Alberto Breccia, i corpi femminei attraenti e beffardi di Manara. Animali e mostri sono cupi, pieni di corna e zanne, emergono dal buio nel modo più narrativamente spaventoso, pungente, assediano lande cariche di una natura lussureggiante, viva. Vorrei come solito fare una top delle tavole più belle, ma è impresta quanto mai ardua. Il tratto di  Nuti mi ha affascinato e trascinato dentro un mondo visivo dal quale non si vorrebbe più uscire. Da pagina 5 a 13 il lettore cambia il suo punto di vista circa una creatura silvana. Passo dopo passo, tavola dopo tavola, da bambina appare come donna dalle forme sensuali. Poi di colpo dal suo sguardo scopriamo essere di natura ferina, ne abbiamo paura, ma subito dopo ritornano ad affiorare i suoi tratti ingenui. Così, quando questa creatura viene attaccata, noi comprendiamo perché i villici ne abbiano spavento, ma al contempo non vorremmo che le facessero del male. Tutto questo avviene con una regia perfetta, con una mimica facciale e corporale incisiva. Da pagina 26 a 31 appare la strega nel villaggio portando con sé il buio della notte, che si piega solo ai suoi occhi diabolici. Ma un istante dopo non è più un mostro, ha il volto di una madre colpita da un lutto improvviso. Umanità e mostruosità danzano insieme per tutto l’albo, confondendoci e spesso attraendoci in un unico caleidoscopio che lascio scoprire per il resto a voi. Sono certo che sentiremo molto parlare per future opere di Sergio Bonelli Editore  di Lorenzo Nuti. Attivo dal 2011, inizio folgorante sul mercato francese, già edito per  Kleiner Flug e insegnante di anatomia artistica per la Scuola internazionale di Comics di Firenze, dove è direttore un gigante come Frank “Rocketo” Espinosa (di cui presto parleremo sul blog ). Attendiamo con gioia tutti i suoi futuri lavori. 

Il nuovo numero di Dragonero ci ha convinto per la sua forte carica emotiva e meravigliosi disegni. La trama generale della nuova saga sembra ancora di ampio respiro, si procede con calma godendo passo dopo passo dell’enorme e lussureggiante panorama erondariano. 

Talk0

martedì 24 novembre 2020

Endless- il nuovo film romantico-fantasy di Scott Speer (Il sole a mezzanotte)


 


(Sinossi ponderata per un pubblico di adolescenti fan dei teen drama/Young Adult): La scintilla del grande amore tra Ridley (Alexandra Shipp, la “giovane tempesta” di X-Men) e Chris (Nicholas Hamilton, visto in IT e Captain Fantastic) arriva inaspettata e travolgente. Lei è una ragazza posata amante dell’arte, lui un fascinoso ribelle, gli opposti si attraggono ma è l’idillio è destinato a spegnersi di colpo in ragione di un terribile incidente. Senonché qualcosa di magico quanto la forza dell’amore impedirà che i due amanti si separino. Chris si ritrova fantasma, imprigionato in un eterno limbo ultraterreno, sotto la guida di un fantasma “esperto” quanto simpatico che gli insegnerà trucchi e privilegi di questo nuovo status. Ridley, grazie alla forza del legame che la lega a Chris, riuscirà attraverso un rituale a base di disegni al carboncino a comunicare con lui. I due prima si parlano nei luoghi del loro amore, poi si rincorrono nella vita di tutti i giorni, fanno gli stessi pensieri, alla fine forse si toccheranno. Ma questo contatto ha dei limiti e il loro frequentarsi ultraterreno forse non sarà... “Endless”. 



(Sinossi destinata a tutto il resto del pubblico): Nicholas Hamilton, attore che ricorda esteticamente un giovane Kevin Bacon, già scelto come archetipo del “bullo di paese” nel recente IT di Muschietti, oggi in sala interpreta più o meno lo stesso personaggio, Chris. Un ragazzotto ottuso dal medesimo sguardo vacuo del bulletto, comportamento primitivo - predatorio verso il genere femminile, disinteresse per studio o hobby, salvo una passione grave monomaniacale, a questo giro una moto al posto della macchina da zarro. Chris parla della sua moto e quando non lo fa beve pesante, fa l’asociale, è a livello culturale ripetitivo e pedante quanto un disco minore di Luciano Ligabue, dimostra zero prospettive per un futuro che difficilmente lo sposterà dal paesone tra i campi della provincia americana in cui vive. Inspiegabilmente, perché le donne sono creature inspiegabili, a Ridley (Alexandra Shipp), ragazza per bene, con futuro prestigioso all’università e poi nel campo legale, piace Chris. Ovviamente Chris non è di compagnia, non gli piacciono tute le “cose fighette da ragazze” come il sushi che piace a Ridley, l’amica pretenziosa altolocata di Ridley, la scuola che è “solo dei ricchi e che vuole fare Ridley solo per tirarsela lontano dal paesone provincialone”. Detesta e dileggia i genitori perfetti “e ricchi” di Ridley, presentandosi a casa sua in moto dopo che gli hanno chiesto per la trentesima volta di venire in macchina, che in moto guida come un cretino. Ma la moto per lui è tutto. Chris è contento, e questa è la sua precisa visione dell’amore, quando vede Ridley prendere quaderno e carboncino e disegnare lui sulla moto. Quello dovrebbe fare Ridley tutta la vita! Disegnini artistici su di lui con la moto, da farci le esposizioni artistiche e la carriera da pittrice monotematica, ovviamente senza muoversi dal paesone provincialone, pulendo casa, facendo da mangiare e aspettandolo a casa la sera quando lui torna ubriaco sulla moto. Perché questo deve fare una donna per il suo uomo, se lo rispetta cazzo!!  



Così siamo tutti con Ridley, quando la nostra eroina scopre di essere stata ammessa nella prestigiosa università lontana dal paesone provincialone e decide di non parlarne con Chris. Dice “prendiamo tempo” e noi immaginiamo che si allontanerà da questo molesto primitivo senza colpo ferire. Ma a una festa di lì a poche ore una amica di Ridley comunica la buona novella a tutti, al microfono della sala disco. Chris si ubriaca in tempo zero, Ridley è costretta a farsi prestare una macchina perché erano arrivati lì con la moto di Chris e nessuno guida la moto di Chris se no si arrabbia. Nel viaggio verso casa, Ridley guarda la strada mentre Chris continua da ore una nenia del tipo: “Perché non vuoi stare qui nel paesone per sempre a disegnarmi sulla moto? Perché rinunci al tuo talento di pittrice di me e della mia moto per andare a fare cose come studiare e realizzarti socialmente? Ma non capisci cos’è l’ammmore! Eeeeeri bellissima... ma Marlon Brando è sempre lui ooo lui ooo lui??”

Poi arriva il deus ex machina, la soluzione: la nota incapacità alla educazione stradale degli automobilisti del paesone provincialone porta ad una improvviso show di autoscontri. In due minuti: 1) Ridley va a sbattere contro un’auto che procede a fari spenti pianissimo tra i boschi e buio e nebbia; 2) Chris dal sedile passeggero va a sbattere contro il vetro perché il proprietario dell’auto in prestito non ha mai cambiato l’airbag rotto; 3) un’altra auto arriva a caso contro le due ferme procedendo in zona abitata a 300 miglia orarie. Quello che segue è in sostanza il senso di colpa di Ridley misto allo stress post-traumatico. Si sveglia all’ospedale e scopre che Chris è morto, ma se lo immagina dentro un brutto rip-off di Ghost con Patrick Swayze, con spalla comica e l’idea di rifare la scena del vaso usando dei pomodori cuore di bue. Per aumentare la connessione con Chris inizia a disegnare lui e la sua moto ovunque, arriva pure a chiedere alla madre gallerista una valutazione professionale sul suo modo di ritrarre Chris su una moto per lavoro (scena di angoscioso imbarazzo per entrambi in quanto i disegnini sono orrendi ). Come andrà avanti questa allucinazione? 

 


(Un amore Endless) quello che abbiamo in sala è in teen-drama sentimentale con un pizzico di soprannaturale, la malinconica cornice della provincia americana in autunno, una coppia di attori carini. Se siete adolescenti può avere le carte buone per intrattenervi, se siete un po’ più smaliziati è diverso. Endless punta molto su sguardi languidi e la chimica tra i due giovani protagonisti. Gioca narrativamente con i “fantasmi”, un po’ dalle parti della commedia a tinte noir Asso, con Adriano Celentano (dai ad Adriano quello che è di Adriano), un po’ dalle parti del romantico/soprannaturale Ghost, che ha consacrato la fama di Patrick Swayze. Come molti  young adult, ricerca riti e rituali soprannaturali che in fondo sono figli della passione per il fantasy anni ottanta, per dare pepe alla storia e al contempo elevare la materia. Si parla, sebbene con un mcguffin inconsueto fantasy, di elaborazione del lutto e la storia è ben studiata per apparirci tanto in chiave fantasy che realistica. Il fantasy aiuta, soprattutto il giovane pubblico, nel fornire una “prospettiva positiva dell’ultraterreno”, che parte dal sorriso infinito dello spirito-guida interpretato da Deron Horton. Ci troviamo narrativamente nella corrente “low-fantasy”, filone in cui  ai protagonisti vengono assegnate delle prove iniziatiche che li muovano dall’adolescenza all’età adulta, giocando con i simboli. Siamo un po’ dalla parte del fumetto I Kill giants di Kelly e Niimura o di A Monster Calls (Sette dopo mezzanotte) di Ness/Down. Speer usa bene il low-Fantasy -young-adult, per portare lo spettatore dentro a un percorso psicologico di “fronteggiamento del dolore”, allo stesso modo in cui con il suo precedente film, Il sole a mezzanotte, raccontava attraverso gli (apparenti) stilemi della favola “disneyana” la voglia di vivere di una protagonista gravemente malata, utilizzando come interprete una attrice bellissima, forte e determinata come Bella Thorne. Speer permetteva davvero  al pubblico di immedesimarsi nei  sentimenti della protagonista, senza farlo bloccare anzitempo nel constatare che fosse una “persona malata”, debole, destinata a essere protetta e accudita più che incoraggiata a vivere liberamente. Un modo interessante di fare cinema per ragazzi in grado di stimolare riflessioni, che rende anche questa nuova opera di Speer di intrattenimento quanto uno strumento didattico valido per una riflessione sul tema della “gestione del lutto”. 

Al di là di  questi meriti, Speer mette in scena un intreccio forse un po’ troppo sdolcinato per un pubblico più adulto, con attori “carini ma non travolgenti“ per lo spettatore più smaliziato, con una narrazione che si adagia forse con troppa disinvoltura sulle spalle di altre opere generando per i più anzianotti continui deja vu. Insomma, un film per un pubblico giovane interessante, ma un po’ sonnecchioso per i più grandicelli. 

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sabato 21 novembre 2020

Kill chain - uccisioni a catena: la nostra recensione di un simpatico action b-movie con Nicholas Cage

 

 


Un giorno questo blog recensirà tutti i film con Nicholas Cage. È un impegno di vecchia data che dobbiamo mantenere con quello che è uno dei nostri numi tutelari, l’uomo che con la sua pazzia affronta a muso duro ogni sfida cinematografica che gli si presenti. Anche quando non è in vena, la storia è brutta, il budget ridicolo: Cage c’è. Si mette una faccia da matto, indossa strani parrucchini ed è dentro l’azione, perché “Lui” è l’azione.

Kill chain è un filmetto. Te lo dice subito, con una “sigla di testa” che pare un telefilm tipo Squadra Cobra 11, te lo ripete quando Nick Cage entra effettivamente in azione dopo 45 minuti, come Stallone di Escape Plane 2. I primi 45 sono così “bypassabili” che potreste gustare il film saltandoli del tutto e arrivando alla “ciccia”. Quindi fate partire il film, cucinate i pop corn, fate un paio di telefonate e iniziate ad accomodarvi sul divano dopo la metà abbondante. Il nostro Nick gestisce un alberghetto pieno di alcol e mobili sfondati in qualche paese caldo del Sud America. Una sera gli arriva una donna in vestito rosso che vuole una camera, seguita subito dopo da un paio di sgherri armati. Presto tutti tireranno fuori pistole e partiranno intrighi, doppi e tripli giochi, con in mezzo a tutto un “tesoro”. Ma Kill Chain rimane un film “situazionale”, con Cage dietro al bancone della reception/bar dell’alberghetto che parla un casino, come in un film di Tarantino, giusto in tono minore. Si potrebbe anzi dire che al 90% Kill Chain sia come la scena della barzelletta al bar di Tarantino nel Desperado di Robert Rodriguez. Si spara, ma è un po’ confuso. Si parla, tanto, ma è una gioia. Perché tutti i personaggi chiacchierano in modo cool e buffo, amano “ascoltare storie”, trovano degli impossibili ma gustosi momenti di cameratismo, discutono di onore, passato e sogni, puttanate. Il tutto abbassando la canna di un fucile e sedendosi a condividere una bottiglia, per poi riprendere subito dopo le schermaglie. Così non è infrequente che assassini armati di fucili di precisione si trovano a parlare di “cuoci-riso” e subito ci troviamo “a casa”, in una pulp fiction. Ogni tanto qualcuno parla in spagnolo e la traduzione a schermo rende quasi fumettosa l’atmosfera generale. Funziona bene, si vede che è fatto con due lire, ma è dignitoso. Ken Sanzel, dopo aver buttato mezzo film, scrivein modo appropriatamente “logorroico” quanto “surreale”, dirige con mano sicura un tour di topoi stra-noti ma lo fa divertendosi e divertendoci. Ed è tutto merito di Cage se le cose vanno in porto. Il suo personaggio è occhialuto e compassato, simpatico e inoffensivo, ma è solo un’impressione. Appena gli viene concessa la possibilità di “tarantinare” qualche dialogo il nostro eroe si scioglie e rivela un background assurdo, folle, imprevedibile. Tutto contornato con il suo amabile sguardo elettrico, febbricitante. Anabelle Acosta, la “ragazza in rosso”, purtroppo non buca e lasciare a lei la gestione della prima parte della storia non ha aiutato. Angie Cepeda dà corpo a un personaggio femminile ugualmente insipida. Premio stima per Alimi Ballard ( ilkiller curioso), Eddie Martinez (Sanchez) e il simpatico Yusuf Tangarife (il killer Rasta) che avrebbero dovuto stare più tempo su schermo. Tarantino ci avrebbe fatto un film intero sui tre killer che parlano con Cage in questo albergo, si raccontano storie e tutto il resto. Le intuizioni buone ci stavano, Tarantino avrebbe dato motivazioni migliori al cast femminile e avrebbe licenziato sul tronco il tizio della colonna sonora. Ma qui non c’è Tarantino. La colonna sonora c’è, è di tale Mario Grigorov, moscissima nel suo giocare con le chitarre distorte di qualche band di scuola superiore. Per fotografia, ritmo e azione, tutto ciò che sta fuori dall’hotel e in genere tutta la prima parte del film, lo spettacolo è così scarso e  le cose girano così lente che sembra di stare davvero, troppo, in un telefilm tedesco. Taccio su tale Ryan Kwanten, attore belloccio e inespressivo che infesta i primi 45 minuti.  Amazon Studios produce, 96 minuti che sono la durata perfetta per un film di questo tipo. I primi 45 minuti purtroppo sono “non pervenuti”, potevano farci un altro film di 45 minuti e sarebbe stato un film a episodi più riuscito, ma non l’hanno fatto. Tirando le somme: da vedere in seconda serata, nel dormiveglia, concedendo un occhio a Cage, può essere simpatico e quasi sorprendente, fatto “nel modo giusto” di un gangster movie molto “narrativo”. Peccato che a una seconda visione, più lucida e critica, rimanga per lo più l’effetto simpatia. Ma Cage di simpatica ne ha comunque anche qui a pacchi. 

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