giovedì 27 marzo 2025

A Real Pain: la nostra recensione della commedia drammatica scritta, diretta e interpretata da Jesse Eisenberg, con co-protagonista uno straordinariamente Kieran Culkin

America dei giorni nostri, aeroporto JFK di New York. Mattina presto, già tanti viaggiatori in attesa.

Il giovane barbuto e assonnato Benji Kaplan (Kieran Culkin) attende seduto su una sedia di plastica l’arrivo del cugino David (Jesse Eisenberg). Il segaligno e agitato David ritarda, corre e intanto continua in modo convulso a inondarlo di messaggi vocali: per assicurarsi che Benji sia lì, in tempo, in salute, pronto con i bagagli. Felice  di iniziare il loro tanto atteso viaggio in Polonia, per commemorare la nonna scomparsa. 

È un tour organizzato che toccherà Varsavia, Lublino, il campo di concentramento di Majdanek e infine porterà i due cugini nei pressi di Krasnystaw, dove si trova ancora la vecchia casa della nonna, anche se ora appartiene ad altri. 

È un tour sul loro passato ma anche sull’Olocausto, partecipato per lo più dai discendenti di quelle famiglie che sono scomparse o sono dovute emigrare in America, per cercare un futuro in quell’epoca buia. Un viaggio “nella memoria e nel dolore”, che dovrebbe servire ai cugini a ritrovarsi dopo tanto tempo, ma anche elaborare il loro recente lutto. 

Il volo verso Varsavia è rapido, i posti stretti, hostess cortesi. L’incontro con il gruppo previsto per la mattina dopo. David per tutto il tempo appare introverso e schematico, riservato al punto da sembrare antipatico. Sorride solo nel raccontare l’insana passione che condivide con il suo bambino più piccolo: contare e ricordare il numero dei piani di ogni grattacielo newyorkese che vedono: per poi verificare con le planimetrie chi c’è andato più vicino. 

Benji non si è ancora sposato e non conta palazzi. Viveva con nonna e ora vive libero e scapestrato. Si ricordava un cugino più allegro, con cui era bello sbronzarsi e passare tutta la notte a zonzo per New York, tra locali e panchine da cui guardare sdraiati le stelle. Benji vuole riconnettersi con quel David che amava un casino fare casino e aveva “bellissimi piedi”: a costo quella notte di inondarlo di canne e alcol, costringerlo a tirare tardi fino al mattino. Se non proprio su una panchina per strada, sul tetto del loro albergo: sempre che riescano a forzare la porta di sicurezza dell’ultimo piano. 

La cosa dei piedi un po’ sorprende David. La forzatura della porta blindata all’inizio inibisce ma riesce. È puntuale anche la consegna delle canne, frutto di uno spropositato pacchetto “losco” consegnato a Benji tramite corriere veloce. La serata può aprirsi piacevolmente eccessiva, in un modo tutto adolescenziale, ma da troncare il prima possibile in vista dell’alba. 

David a letto ha l’incubo di svegliarsi senza trovare al suo fianco Benji: magari partito senza ritorno per bisbocciare in qualche bar o finito in qualche casino. Ormai Benji bisboccia troppo. 

Infatti il giorno dopo David troverà Benji direttamene al bar della hall, brillo ma amabilmente sarcastico, già insieme ai loro compagni di viaggio.

L’empatica e dettagliata guida James, sempre pronta a ricevere consigli e suggerimenti utili (Will Sharpe). La neo divorziata Marcia (Jennifer Grey), depressa ma non del tutto. Gli anziani e compassati coniugi Mark e Diane (Daniel Oreskes e Liza Sadovy) dall’Ohio, un po’ noiosi. C’è nel gruppo anche Eloge (Kurt Egyiawan), un sopravvissuto al genocidio ruandese, ora convertito alla religione ebraica, che per questo in qualche modo “sente un po’ sua” anche la storia degli ebrei polacchi e pronto a dispensare abbracci a chi glielo chieda.

La prima tappa è al “Monumento degli eroi del ghetto”, dell’architetto Leon Suzin, eretto in memoria della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943. Imponente e un po’ freddo, geometricamente claustrofobico, ma con al centro figure eroiche, quasi titaniche. Tutti ci scattano una foto, Benji decide che è meglio “partecipare all’opera”: convince il gruppo a mettersi in posa a fianco di quelle figure eroiche, per “combattere con loro”. Trascina tutti, compreso il riluttante David. Trascinerà tutti, per tutto il viaggio, invitandoli a rivivere in prima persona il dolore degli esuli polacchi attraverso una condivisione di emozioni e pensieri forti. Facendosi amare, ma a volte pure odiare, per la sua eccentricità e zero peli sulla lingua. 

Non si può del resto andare in un campo di concentramento, se il treno che prendi per arrivarci è una carrozza prima classe full extra. 

David osserva il cugino fare quello che da sempre sa fare meglio: “arrivare al cuore delle persone che ha intorno”. Tuttavia prega con tutte le forze che Benji, nella sua continua fuga dalle responsabilità, non torni a cadere, ogni sera, negli eccessi che da sempre auto-distruggono la sua vita. 

Riusciranno ad affrontare dritto negli occhi il “vero dolore”, dando una svolta alle loro vite?

Il regista, attore e sceneggiatore Jesse Eisenberg è uno degli interpreti più interessanti del cinema contemporaneo esordiva piccolissimo come volto della pubblicità della Dr Pepper, aveva una particina in The Village di Syamalan, diventava protagonista della commedia horror generazionale Zombieland di Fleischer, assumeva i connotati del creatore di Facebook in Social Network di Fincher, diventava (forse conseguentemente?) il super cattivo Lex Luthor per il Superman di Snyder. Al contempo veniva eletto da Woody Allen a suo alter-ego in To Roma with  love e poi in Cafè Society, dava la voce al pappagallino Blu in Rio, partecipava a gioiosi disastri come American Ultra e a interessanti horror a sfondo sociale come Vivarium. Il suo debutto alla regia avviene nel 2022 con la commedia Quando avrai finito di salvare il mondo, una storia sul difficile legame tra padre e figlio. A real pain è il suo secondo film ed esplora nuovamente il mondo delle relazioni familiari.

Kieran  Culkin, fratello più piccolo dell’attore-bambino prodigio Macaulay Culkin di Mamma ho perso l’aereo, esordisce di fatto pure lui nel classico di Natale di Columbus, nel ruolo di Fuller,  cuginetto intollerante alla Pepsi del protagonista. Nei suoi ruoli di attore bambino non si può dimenticare quello del figlio di Patricia Arquette, nel classico action Accerchiato, con Jean Claude Van Damme. Nel 2010 è nel cast del bellissimo Scott Pilgrim, nel 2013 riesce a finire dentro a Movie 43, definito tra i film più brutti della storia del cinema. Una vita personale complessa lo ha allontanato per molto tempo del set, ma ora è tornato più forte di prima.


Jesse Eisenberg scrive e dirige un “film a due”, nella struttura narrativa simile a una piece teatrale, lineare ma ricchissimo di sfumature, quasi tutto al servizio del talento del bravo Kieran Culkin. 

Un lavoro di altissima “sartoria”, che permette ai due protagonisti principali di esprimersi a trecentosessanta gradi, andando a comporre una storia che da commedia on the road passa con disinvoltura a farsi tragedia familiare, satira e ricostruzione storica. In alcuni frangenti quasi un action movie, ma pure un film meta-narrativo: sull’arte di raccontare la Storia e le emozioni attraverso le parole e i luoghi. 

Il “dolore reale” (in originale “Real pain”), quello che nasce dalla difficoltà di costruire o preservare dei “ponti emotivi” tra le persone, ponti inevitabilmente recisi “dalla Storia o dagli eventi”, diventa l’unica bussola emotiva da preservare al centro della scena. Un dolore da affrontare con rispetto, ma anche sagacia. Con titanica autoironia, poesia, magari con il black humor, ma sempre con la consapevolezza che è una parte interiore con la quale bisognerà prima o poi cercare di fare i conti: perché altrimenti può portare alla autodistruzione. 

A Real Pain è un film che “sa scavare” dentro all’animo dei personaggi, con una leggerezza e dinamismo che lo rendono vicino a opere come “Qualcosa è cambiato” di James L. Brooks. Ma il viaggio nella memoria degli esuli polacchi, vissuto attraverso i luoghi reali in cui si è perpetrato il genocidio, offre una dimensione tragica ulteriore: vivida quanto spietata. 

Eisenberg è riuscito a intrecciare trama e dialoghi con assoluta eleganza e passione. Culkin ha dato fondo anche al suo tormentato vissuto personale, per costruire un personaggio unico e indimenticabile, che non a caso quest’anno gli è valso l’oscar come migliore attore agli Academy Awards. 

A Real Pain è un piccolo film che riesce con estrema facilità a fare breccia negli spettatori. Una pellicola preziosa. 

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martedì 25 marzo 2025

Tornando a Est: la nostra recensione della commedia, scritta e diretta da Antonio Pisu, che racconta le nuove “avventure picaresche”dei personaggi di “Est - dittatura last minute”

 


Siamo in una Cesena del 1991, giusto due anni dopo il viaggio in Romania di Pago (Matteo Gatta), Rice (Lodo Guenzi) e Bibi (Jacopo Costantini). 

Il “sognatore” Pago, messi da parte i troppi sogni di viaggi strampalati nell’est Europa, è tornato in pianta stabile a fare la guida turistica: specializzazione San Marino, con un po’ di alti e bassi. Anche se in fondo ha trovato un altro grande sogno, “aprire un cinema”, per ora fa avanti e indietro con le comitive tedesche. 

Il pragmatico, sarcastico e forse un po’ “bonariamente cinico” Rice, sta ancora in banca: a fare un lavoro che non gli piace e non lo rappresenta, concedendosi al più sporadiche fughe etiliche ed erotiche, a dire il vero più millantate che vissute.

Il “puro” Bibi, eterno ragazzotto dall’aria troppo buona, si è di nuovo innamorato. Questa volta è una relazione a distanza, con una ragazza bulgara di nome Yuliya: mai vista dal vivo, manco ascoltata la voce al telefono, per lo più “sovvenzionata spontaneamente” con somme di denaro inviate mezzo banca. Che forse davvero ricambi il suo amore? Da “buon puro”, Bibi ci crede.

E siccome “l’amore” è da sempre il motore che muove il sole, le altre stelle e pure questo strampalato gruppo di amici, si riparte per l’Est. 

Il gruppo lo decide stando in “meditazione” durante il secondo tempo di una partita allo stadio del Cesena. Il fine è etico: far incontrare Bibi e Yuliya, direzione Bulgaria. 

“Ufficialmente” per far incontrare Bibi, “ufficiosamente” per rinverdire il loro desiderio di scoperta e avventura: che tanto a Cesena ci si rompe solo le palle, quando nel bagagliaio c’è ancora quel set di calze a rete, comprate al mercato, con cui in modo corsaro cercavano due anni prima di sedurre qualche ragazza dell’est.  

Alla dogana la guardia chiede ai tre informazioni sul finale de “La piovra”, ancora non arrivato in tv da quelle parti, ma oltre quel confine per Bibi, Rice e Pago è di nuovo di nuovo tutto sconosciuto, come la prima volta. 

Un mondo da cui la gente scappa e nessuno si sogna di tornare. Con supermercati e alberghi mezzi vuoti, un clima da spie e complotti, troppa povertà e ingiustizia ovunque. Perfino qualche insospettabile italiano inguaiato in loschi traffici con la malavita locale. Loschi traffici e casini, tra soldi sporchi, ricatti e giri di prostituzione,  nei quali i nostri tre finiranno per cadere dentro. Come sempre: un po’ per amicizia, un po’ per amore, un po’ per varie ed eventuali. Torneranno di nuovo a Cesena da vincitori, con in sottofondo in radio un pezzo di Al Bano o dei Ricchi e Poveri?


Antonio Pisu torna “sul luogo del delitto” con il seguito di uno dei film più nostalgicamente carini ma pure originali della rinnovata commedia italiana 2.0. 

È un modo di fare cinema scanzonato e affettuoso, che parte dal primo Verdone di Un sacco bello del 1980: con quel personaggio coatto che cercava qualcuno per partire in auto con lui verso l’est, direzione Polonia, inseguendo sogni erotici con calze a rete e penne a sfera. C’è qualcosa del Dorelli “da bar”, italiano medico malinconico all’estero, de Il cappotto di Astrakan. C’è un scampolo del Jerry Calà viaggiatore cosmopolita di Sottozero. I paesaggi di un est Europa di confine, infinito quanto crepuscolare, come ne Il Toro con Abatantuono. 

C’è soprattutto una intelligente e non scontata riflessione sulla Storia, ironica ma precisa, in grado di far riflettere su realtà a noi vicinissime eppure quasi ignote dal cosiddetto “mainstream”, European Song Contest a parte.

Pisu ci parla con trasporto anche del “valore morale” di spalancare gli occhi, allontanarsi dal nido-casa-Italia e attraversare il mondo, in cerca anche di se stessi. È quindi un cinema in parte del passato, ambientato nel passato e con riferimenti alla bella commedia del passato, la musica del passato, i “sogni del passato”. Ma al contempo è un'occasione per guardare al futuro, grazie a attori simpatici e perfettamente in parte, una ambientazione unica e tutta da scoprire grazie a una bella fotografia e un montaggio non scontato.

La storia forse non brilla come nel primo capitolo e qui e là “vacilla”, ma l’aria picaresca c’è ancora, i personaggi funzionano ancora, il senso di avventura è immutato.

Siamo felici di ritrovare in splendida forma i personaggi interpretati da Matteo Gatta, Lodo Guenzi e Jacopo Costantini. Aspettiamo nuove eroiche avventure, nella speranza che la commedia italiana riesca infine ad abbandonare definitivamente le “storie depresse”, ambientate tutte dentro il solito raccordo anulare, con sempre gli stessi tre registi e interpreti. Forza Cesena! 

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lunedì 24 marzo 2025

Il nibbio: la nostra recensione del film diretto da Alessandro Tonda, scritto da Sandro Petraglia e interpretato da Claudio Santamaria e Sonia Bergamasco, che racconta la storia del direttore dei SISMI Nicola Calipari e dei ventotto giorni del sequestro di Giuliana Sgrena

Viene chiamato in codice “il Nibbio” (Claudio Santamaria). Come il rapace “milvus  linnaeus”, detto “nibbio reale”. Come il capo dei Bravi dell’Innominato di Manzoni. Forse come un supereroe, anche se non ha l’aspetto “classico” di un supereroe. Pochi capelli in testa, due baffi folti, fisico regolare e l'aria rassicurante, pacata di un professore di filosofia del liceo. È una persona così calma che qualcuno lo definisce “un pacifista sotto copertura”, sebbene operi avventurosamente nei servizi segreti, da così tanto tempo che può parlare in prima persona, nell’interesse dell’intero paese, da generale. 

Il Nibbio, in un giorno assolato dell’inizio del 2005, voleva solo partire in auto per una gita con moglie, figlia diciottenne e figlio dodicenne. Magari trovare lungo la strada un luogo dove fare belle immersioni in estate, come in quella vacanza di tanti anni prima. Il telefono lo riportava con la mente alla realtà, costringendolo a spiegare le ali altrove, verso i palazzi di Roma, il SISMI. 

Avevano rapito a Bagdad una giornalista del Manifesto (Sonia Bergamasco): una veterana sempre vicina ai teatri di guerra, che in giorni particolarmente bollenti era in Iraq per incontrare in una moschea delle donne velate. Le avrebbero raccontato delle bombe, della vita difficile seguita alla deposizione di Saddam, ma la guida aveva accorciato la conversazione: la situazione fuori dalla moschea era ormai  “troppo calda”. 

Inutile la breve corsa in auto. Il veicolo subito fermato da uomini con il turbante armati di mitragliatori. Spinta a forza in un veicolo anonimo mentre sparavano in aria, la donna veniva portata chissà dove, senza saper parlare una sola parola di arabo. Ai figli il Nibbio diceva solo che la gita era sospesa, attirandosi lo scontento generale e la critica di essere un padre sempre assente, quasi noioso. 

Quasi nello stesso momento il Manifesto veniva avvisato del rapimento e il suo direttore si iniziava a muovere: avvertiva del fatto il marito di Giuliana, Piero, prendeva contatto con un loro inviato esperto in medio oriente che avrebbe potuto scoprire qualcosa. Ma il giornalista era già stato avvicinato dai servizi segreti: lo attendevano entro pochi minuti con i bagagli fatti alla reception del suo hotel: scorta personale verso l’aeroporto, sicurezza nazionale.

Il Nibbio iniziava a dirigere i lavori seguendo “il suo schema”: evitare colpi di testa, blitz, azioni di forza che possano mettere in pericolo militari, ostaggi e civili. Trovare canali di comunicazione discreti, magari con quei sunniti maggiormente al corrente delle attività “di guerriglia” iniziate con l’arrivo degli americani. Lasciare calmare gli animi prima di accenderli troppo.

Il giornalista del Manifesto usciva dal retro dell’hotel, si metteva in contatto con una sua fonte: provava a essere più veloce e utile possibile per salvare la collega. L’uomo dei servizi sotto copertura “Tiberio” lo intercettava presto, lo fotografava, inviava tutto al Nibbio che subito si trovava al telefono con la redazione del Manifesto: aprire a una collaborazione, volare in Iraq. 

Non esporre il giornalista del Manifesto a Bagdad, mediare lui stesso con le fonti e riferire. 

In breve scopriva che chi aveva informazioni chiedeva in cambio dei generatori per la corrente da pochi dollari, ma che gli permettevano di irrigare i suoi campi devastati dopo il conflitto. La trattativa era vicina, quando il Nibbio veniva avvicinato sul campo dalla CIA: lo stimavano, anche se il suo pacifismo “non piaceva”. Non era per i suoi metodi ritenuto “utile per il conflitto”. 

Gli americani informano che avevano già preso una strada diversa rispetto alla compravendita di generatori per irrigazione: dopo aver torturato un sospetto per una notte intera, avevano ottenuti i nomi dei rapitori e il luogo. Erano pronti a irrompere quella notte stessa, armati, rapidi, veloci. 

Dicevano ridendo al Nibbio che era ormai “cosa fatta”: zero dialoghi scomodi, repressione dura per dare l’esempio, vittime collaterali già messe nel conto. 

Ma l’informazione americana si rivelava non accurata. 

Sbagliavano di poco l’obiettivo, di pochi metri. Nessun ostaggio, tanta rabbia e rapitori resi solo più sospettosi e agitati. Iniziava alla luce di questo caos la strategia del Nibbio: lenta ma precisa, nella sua ricerca di contatti. 

La giornalista in quei 28 giorni di trattative, blitz, azioni e contrordini viveva in una stanza chiusa a chiave, cercando come poteva di comunicare. I suoi carcerieri erano agitati quanto lei: per calmarla le prestavano da leggere un libro in arabo, che ovviamente lei non poteva tradurre. Dopo un po’ di contrattazione, riusciva a farsi dare dei prodotti per l’igiene intima.

I giorni procedevano tutti uguali dietro una saracinesca blindata, ma qualcosa iniziava a muoversi.  

Grazie ai lavori sottotraccia del Nibbio, i rapinatori  giravano un video, in cui la giornalista per la sua liberazione  richiedeva il ritiro delle truppe. Nello stesso video lei chiedeva al marito di divulgare i servizi sui danni collaterali alla popolazione, dovuti alle bombe a grappolo americane. L’appello funzionava, il servizio veniva presto trasmesso e visto in tv anche dai rapitori, che iniziavano ad avere di lei un’opinione differente, più positiva. 

Il Nibbio sapeva che quel “video di riscatto” era in realtà una formula standard di negoziato: nessuno pretende per un ostaggio il ritiro di tutte le truppe da un paese. Era piuttosto “il segnale” che la controparte era pronta a trattare. Con  l’interlocutore migliore che si trovava in un albergo di Dubai. 

Il Nibbio lavorava  h24 tra gli uffici e Bagdad, i contatti con il Manifesto e un’occhio alla situazione internazionale, permettendosi solo qualche serata in compagnia della moglie, magari per andare insieme al cinema. Lui preferiva i film d’azione. Lei quelli iraniani di denuncia sociale, belli anche se noiosissimi. Alla fine vinceva quasi sempre lei e il Nibbio si accoccolava al suo fianco, dormendo in sala, anche solo per alcuni attimi, felice.

Il giorno dello scambio si avvicinava, ma molte delle parti in causa cercavano più che altro di far esplodere un polverone. 

Anche in Italia qualcosa si muoveva: la figlia del Nibbio voleva andare ai cortei per la pace e la liberazione delle giornalista. Il padre non era contentissimo, anche perché in quei cortei potevano sempre esserci situazioni di pericolo, ma la figlia lo rassicurava che quello era il suo modo di combattere. Il padre era fiero di lei. Ormai era adulta e voleva fare la sua parte con le parole, come nello stile di famiglia. Purtroppo la Storia spesso preferisce parlare con le pallottole. 

La liberazione della giornalista avrebbe avuto dei risvolti inaspettati.


Il giovane Alessandro Tonda, aiuto regista nelle serie tv Gomorra e Romanzo Criminale, regista in The Shift del 2020 e co-regista di Suburraeterna nel 2022, porta in sala una sceneggiatura del grande Sandro Petraglia, l’autore di opere come La Piovra, La messa è finita, Il toro, Mery per sempre, Il muro di gomma, Il portaborse, Romanzo Criminale. La sceneggiatura, realizzata con la collaborazione del Manifesto, ricostruisce i 28 giorni del sequestro di Giuliana Sgrena con il supporto del DSI dell’AISE, della Polizia di Stato e di un partner culturale come la fondazione Med-Or.

Petraglia ha sempre raccontato magnifici “eroi civili”: eroi reali della Storia come personaggi “etici”. Nessun supereroe, solo qualcuno che ha fatto fino in fondo la sua parte, per il bene comune e per il senso di verità. Come sceneggiatore ha raccontato le loro storie in un paese come l’Italia, che fin dalla sua Unità guarda con troppa diffidenza e quasi un po’ di paura a qualsiasi figura eroica. Quasi si temessero più le “conseguenze amare dell’eroismo”, più che il valore morale e sociale che incarna in modo disinteressato un eroe. 

“Che cos’è un eroe? È un individuo che sceglie sempre il bene al posto del male. Soprattutto è un individuo che sacrifica se stesso per gli altri e ha sempre, o quasi, tutto da perdere e nulla da guadagnare”. 

Questa era più o meno la definizione di eroe offerta da Lo chiamavano Jeeg Robot, ma sono parole che possiamo benissimo estendere alle figure di Nicola Calipari e Giuliana Sgrena, così come qui ci vengono raccontate da Sandro Petraglia nella bella pellicola di Alessandro Tonda. 

Una pellicola dalla scrittura asciutta, essenziale, dal taglio quasi documentaristico. Una pellicola che avrebbe tutto il diritto di essere un film spettacolare alla Michael Bay ma che come Il muro di gomma non vuole esserlo, preferendo una cronaca fedele dei fatti a ogni tipo di iperbole. È una pellicola dal montaggio avvincente, anche con una colonna sonata incalzante, ricca di dettagli gustosi anche per gli appassionati di tattica militare e negoziazione. Ma sempre con al centro “quel lato umano” senza il quale ogni eroe forse perderebbe il suo “senso più intimo”, diventando un vero spartiacque nella Storia. 

È soprattutto una pellicola che accoglie come valore la complessità dei fatti narrati, esponendoli anche nella loro contraddittorietà. Elaborando più punti di vista che permettano di squarciare la retorica del “buoni contro cattivi”, “bianco contro nero”, “noi contro loro”, che oggigiorno sembra sempre più con prepotenza imporsi nel cinema, ma soprattutto nell’ informazione.

Sia Santamaria che la Bergamasco danno vita a personaggi carichi di sfumature quando credibili, frutto di un attento lavoro sulle fonti originali, interviste e incontri personali con le persone coinvolte nei fatti.

Tutti gli interpreti e tecnici hanno lavorato al massimo nei rispettivi campi, dando prova di grande dedizione in una ricostruzione storica quanto più fedele possibile dei fatti narrati.     


Il Nibbio è la coraggiosa dimostrazione che possiamo fare ancora in Italia il cinema di denuncia: quello di opere come Il muro di gomma, Il Giudice ragazzino, Un eroe borghese. Un cinema che può ancora sollevare il nostro standard dalla melma di troppe storie intimo/psicanalitiche, ambientate su improbabili terrazze romane, che ormai sono diventate solo autoreferenziali.

Che un vecchio leone come Petraglia si accompagni a un nuovo promettente regista come Tonda, trovando come protagonista l’interprete di Lo chiavano Jeeg Robot, è il miglior segnale possibile di questo inizio 2025. 

Se amate il lato più realistico delle atmosfere alla Tom Clancy, se amate la Storia italiana e la sua analisi anche attraverso il cinema, se amate gli “eroi civili”, Il Nibbio è una pellicola da non perdere.

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martedì 4 marzo 2025

Captain America - Brave New World: la nostra recensione del nuovo cinecomic Disney Marvel, con protagonisti Harrison Ford e Anthony Mackie

Sinossi: Ci troviamo in direzione del Messico, a tutta velocità, in un mondo profondamente cambiato dopo la guerra civile dei supereroi (argomento del precedente film su Captain America), il “Blip”, Thanos (eventi degli ultimi 2 film sugli Avengers). 

Il quadro geopolitico si è reso ulteriormente complesso dopo la recente emersione della cosiddetta “isola celestiale” (evento avvenuto in Eternals), con tutte le nazioni disposte a farsi guerra per l’accaparramento delle misteriose risorse che questa contiene. Alla Casa Bianca è arrivato del tutto inatteso un nuovo presidente, il conservatore Thaddeus “Thunderbolt” Ross (Harrison Ford). Un militare dall’aria severa ma malinconica, afflitto dal peso di troppi sbagli nella carriera come nella vita privata.

Mentre una statua di Steve Rogers (Chris Evans) e una di Isaiah Bradley (Carl Lumbly) sono da poco esposte insieme, in una sala del prestigioso Smithsonian Institute, Sam Wilson (Anthony Mackie), il terzo, nuovo Captain America, vola radente a pelo d’acqua, spiegando a tutta velocità le ali artificiali del suo jetpack, verso una nuova pericolosa missione.  

Indossa, al posto della sua vecchia EXO-7 sperimentale a naninti, una tuta corazzata e potenziata dalla tecnologia wakandiana: integrata con componenti in vibranio in grado ad ogni impatto di parare e assorbire l’energia cinetica: accumulandola e potendola rilasciare in seguito, in una soluzione attraverso una scarica esplosiva, dall’impatto pari all’intero attacco subito nell’arco di più minuti. 

Ha ormai abbandonato le due mitragliatrici tattiche Steyr SPP per sostituirle con lo scudo originale simbolo di tutti i Captain America, creato da Howard Stark in vibranio lavorato. Sam ha imparato a padroneggiarlo nel lancio e nel combattimento corpo a corpo, solo al termine di un lungo e difficile addestramento sotto la guida di Isaiah. Uno scudo cerchiato rosso bianco e blu “pesante”, che Sam ha accettato di ereditare dopo essersi confrontato e scontrato con Il Soldato d’Inverno (Sebastian Stan), il torvo U.S.Agent (Wyatt Russell) e il machiavellico barone Zemo (Daniel Bruhl); senza però mai inocularsi, come i suoi predecessori, il siero del supersoldato (tutti eventi raccontati nella serie tv Disney+ Falcon and The Winter Soldier). 

Nonostante tutto, in uno mondo pieno di divinità norrene, procioni spaziali, robot senzienti e streghe multidimensionali, centinaia di situazioni pronte a degenerare e rivoltare la realtà da un momento all’altro, Sam Wilson ha scelto di restare, come Anthony Stark, “un semplice uomo”. Lo stesso uomo che aveva trascorso gran parte della sua vita nell’esercito, prima come paracadutista e poi come consulente per la cura del disturbo da stress post traumatico. Una vita nel segno dell’altruismo che lo ha portato all’incontro con Steve Rogers e al momento in cui ha iniziato anche lui a sentirsi un supereroe, pur non possedendo alcun superpotere. 

Se non addirittura temendo di non essere in grado di controllare anche lui un tale potere. Finendone magari vittima, un “mostro”, come già successo ad Abominio (interpretato da Tim Roth ne L’incedibile Hulk del 2008 e in Shan-Chi nel 2021). Oppure finendone disumanizzato, “cavia da laboratorio”, come avvenuto già in passato al Captain America nero Isaiah (in Falcon and The Winter Soldier), che ora ha eletto a suo mentore.

Sam però è ora tenuto a interpretare al meglio l’immagine di “di forza, lealtà e giustizia” di Steve Rogers. Sembrare invincibile come lui, anche per poter sostenere in modo credibile il “peso sociale e politico” di una figura come Captain America. Per questo sembra volare a volto scoperto come Thor, nonostante i 400 chilometri orari che già era in grado di esprimere il suo originale aliante a propulsione. Ma Sam di fatto ha il volto “sempre coperto”: da un casco corazzato reso invisibile dalla mimetizzazione ottica (forse upgradato dalla tecnologia di Star Lord). I suoi calci rotanti sembrano avere la forza di quelli di un supersoldato, al punto che già in passato sono stati in un caso in grado di abbattere un elicottero. Tuttavia quella mossa ci tiene a precisare che “non è forza”, ma “scienza applicata” alla forza cinetica della sua tuta alare.

I suoi assalti verso un esercito o una fortezza nemica possono sembrare “a testa bassa e scudo in pugno”, ma dietro le quinte, nelle “zone d’ombra”, sono sempre coordinati sfruttando una “tattica a tenaglia”: frutto del supporto della IA del drone Redwing, come delle informazioni via satellite e radio fornite da un “side-kick” volenteroso come Joaquin Torres (Danny Ramirez). Sam non ride più come un tempo. È sempre concentrato, “nel ruolo”, cercando quasi di distaccarsi dall’emotività  per “apparire migliore”: un simbolo per la sua nazione. 

Sta iniziando a pensare seriamente di inoculasti quel siero, anche quando atterra nei pressi del convento dove avrà inizio la nuova missione. Lascia però che gli onori del recupero dell’obiettivo, un cilindro misterioso, sia oggetto dell’interesse di Torres e Redwing. Sam rimane più interessato al “capitale umano”: a salvare gli ostaggi. 

A fine missione lo attende l’incontro con il nuovo presidente, che guarda caso è lo stesso generale che anni prima lo aveva messo in carcere nel Raft, insieme a Steve Rogers, durante gli eventi di quella che era stata chiamata la Guerra Civile dei Supereroi. Ross sembra cambiato, forse per via del “taglio dei baffi”, come lui ironizza. Non pare più il tuonante “Thunderbolt” Ross: l’uomo arrogante, determinato e arrabbiato dalla presenza sulla terra dei supereroi, al punto da volerli schiacciare personalmente, uno per uno. 

Appare sinceramente propositivo, quasi gentile, con tutta la voglia del mondo di riparare ai torti del passato e magari ritrovare un rapporto con la figlia Betty (Liv Tyler). Tuttavia anche quella di Ross è una maschera: anche se lo nasconde è sul punto di esplodere da un momento all’altro, se per un attimo si allontana dalla serie infinita di pillole da cui sembra essere diventato dipendente. Il presidente spesso ha vuoti di memoria, suda copiosamente, è vittima di attacchi d’ansia. Come in passato capita che esploda in modo brusco, anche se ora subito dopo si scusa. 


Essere l’uomo al comando, il dover apparire come il simbolo più prestigioso della sua nazione, ha reso Ross vittima di un costante grado di paranoia, che costringe il suo staff più vicino a intervenire con estrema rapidità e discrezione. La “ex vedova nera” Ruth Bat-Seraph (Shira Haas) e l’agente governativo Leila Taylor (Xosha Roquemore) fanno di tutto per arginare sul nascere ogni possibile crisi della nuova amministrazione, ma questa volta la situazione sembra essere davvero critica.

Sono in ballo gli accordi sulla gestione internazionale delle risorse della fantomatica “isola celestiale” e le cose si stanno mettendo molto male. Durante una conferenza proprio su quel tema, alcune persone invitate alla Casa Bianca, tra cui anche il Captain America Nero Isaiah Bradley, di colpo impazziscono. Dopo che viene trasmessa dagli altoparlanti una musica misteriosa, agiscono come se gli fosse stato impartito un ordine inconscio, di fatto attentando alla vita del presidente, per poi alcuni minuti dopo dimenticare tutto. Bradley si “risveglia” con le gambe inzuppate nella Lincoln Memorial Reflecting Pool dopo essere scappato dalla Casa Bianca, con centinaia di soldati che gli puntano contro un fucile. Lo circondano e lo placcano, mentre lui è ignaro di quanto gli stia succedendo e chiede pietà. 

Sam Wilson, persa tutta la calma che lo contraddistingueva, si arrabbia. Urla di voler indagare per scagionare Bradley, batte i pugni a testa bassa e per questo si mette subito contro Ross, finendo per essere allontanato dalla Stanza Ovale. Sam seguirà da solo una pista, che lo riporterà proprio a quella missione iniziata in Messico. Una serie di indizi e contatti che faranno incrociare lo scudo del nuovo Cap con i mitragliatori e le bombe del losco capo del gruppo terroristico dei “serpenti”, Sidewinder (Giancarlo Esposito). Fino a scoprire una base misteriosa, in cui in un passato recente venivano condotti strani esperimenti, forse su cavie umane.  

Ross cercherà invece di tenere a bada il suo stress senza esplodere: razionalizzando, affidandosi alle persone che lo circondano, concentrandosi sulle cose buone che di fatto sta costruendo negli anni, anche e soprattutto per sua figlia Betty. Ma infine anche il presidente, quasi come un burattino nelle mani di un sadico puparo, cadrà in una crisi diplomatica dopo l’altra, arrivando molto vicino al punto di autodistruggere la sua carriera, la sua vita e l’America tutta. Arrivando al punto di scatenare di colpo tutta la rabbia a lungo repressa, fino quasi a trasformarsi e “trasfigurarsi”, in una  creatura metaumana molto vicina a quella che da sempre ritiene la sua “nemesi”. Una creatura “di sola rabbia”, nata per qualcuno proprio con lo scopo di replicare il siero del supersoldato: Hulk.  

Riuscirà Sam a far ragionare Ross e forse scoprire qualcuno che trama nell’ombra per distruggere la credibilità dell’America?


L’eredità di Captain America e di Hulk: Julius Onah, il regista di Cloverfield Paradox, eredita la serie cinematografica su Captain America direttamente da quei fratelli Anthony e Joe Russo che ne avevano fatto il fiore all’occhiello della produzione Marvel Disney. Una serie che, pur con tutta la “leggerezza”, l’azione concitata e colorata di un cinecomic, proponeva molti rimandi alla situazione politica, miliare e sociale americana. Scritta con sagacia, rielaborando con originalità e intelligenza alcuni dai migliori lavori a fumetti di  Ed Brubaker e Mark Millar, con afflati spionistici che si sarebbero rivelati interessanti anche per i fan di Tom Clancy e Clive Cussler. 

I fratelli Russo sono poi passati alla regia del dittico Avengers: Infinity War/Avengers: End Game scrivendo di fatto, tra il 2018 e il 2019 il momento culminante, l’apice e al contempo il reset, di un universo cinematografico iniziato nel 2008, con il primo Iron Man a firma Jon Favreau. 

Il “focus” su Captain America per loro ammissione poteva ritenersi concluso dopo il terzo capitolo e l’epilogo di End Game. In seguito sarebbe stato necessario iniziare “un nuovo corso”. 

Il film di Julius Onah in qualche modo riparte idealmente proprio da quel 2008, riprendendo temi “sul viaggio dell’eroe” vicini al primo Iron Man, ma anche introducendo un anti-eroe, con sensibilità e tormenti che ci riportano direttamente anche al secondo, storico e sfortunato, cinecomic Marvel Disney, sempre uscito nel corso di quel 2008. 

Sam Wilson è a tutti gli effetti il nuovo Cap, con tanto di un side-kick come Bucky, a seguito degli eventi narrati nelle serie Tv Falcon and the Winter Soldier. Ma la sua “umanità”, unita al suo essere un eroe “cinto in una armatura” super tecnologica, ne fanno per molti versi anche un epigono del Tony Stark interpretato da Robert Downey Jr. Come avveniva per Stark nel primo Iron Man, anche Sam in questa nuova pellicola è spinto a confrontare ad alta quota “la sua tecnologia” con quella degli aerei militari del mondo moderno, come è tenuto a scontrarsi in scenari di crisi contro terroristi muniti di armi reali. 

Sam sarà costretto a confrontarsi con le grandi responsabilità conseguenti all’avere un grande potere, ma rispetto a Tony Stark il suo viaggio interiore, date le premesse, potrebbe essere molto diverso e solo in parte “risollevato” dalla presenza di una “spalla buffa” come il Torres di Ramirez. Sam fin dalla “sua investitura”, nell’ultima puntata del telefilm, ci è apparso cupo, pensoso. Da ragazzo serio e solare ci è parso indossare ora quasi “una maschera” (in senso anche letterale, seppur “invisibile”) che ne asciuga ogni sentimento, rendendolo “rigido per copione”, forse antipatico. 

“Antipatico per copione” come da sempre è stato il generale Ross, introdotto come personaggio proprio nel secondo film del Marvel Cinematic Universe del 2008:  L’incredibile Hulk, per la regia di Louis Leterrier. 

L’incredibile Hulk era un film che a cinque anni di distanza riportava il gigante verde sul grande schermo dopo l’interessante pellicola diretta da Ang Lee, con un cast tutto nuovo, composto da Edward Norton, Liv Tyler, William Hart, Tim Roth. Anche l’origine del personaggio era diversa rispetto al fumetto, in questo caso ispirandosi al celebre telefilm con protagonista Lou Ferrigno. Era un film sulla gestione e “fuga” del personaggio principale dal suo “stato di rabbia”, che per la famosa esposizione ai raggi gamma lo rendeva un enorme mostro verde incontrollabile. Era un film notturno, ambientato in scenari di forte tensione sociale come le favelas di Rio de Janeiro, in cui tutti i personaggi sulla scena, incluso Ross, venivano portati a combattere con le zone d’ombra del proprio animo, in un continuo alternarsi alla dottor Jekyll e My Hyde. Sebbene sia un film abbastanza riuscito e divertente, la pellicola di Leterrier, forse non ancora “allineata alla formula Marvel Disney” che si stava costruendo proprio in quel periodo, con la gestione di Feigie e Favreau, non incontrò il favore al botteghino sperato. In qualche modo la storia venne marginalizzata e “riscritta” in seguito, anche a causa della travagliata gestione dei diritti su Hulk, tra Disney e Universal, che tramite clausole legali non permetteva di girare nuovi film del personaggio come protagonista, ma solo come “comprimario”: in pellicole come Avengers, Thor: Ragnarok o telefilm come She-Hulk. Al cambio dell’interprete originale di Banner Edward Norton, per “divergenze con la produzione”, la parte veniva passata al pur bravo Mark Ruffalo in tutte le successive apparizioni. Pur rimanendo un beniamino del pubblico, Hulk negli ultimi anni è spesso apparso come un personaggio “frammentario”, a volte pure contraddittorio, ma peggio è toccato al Ross di William Hurt. Ridotto per lo più alla macchietta del “militare cattivo”, in particine di poche battute sparse su più film, nonostante il grande impegno di Hurt nel riuscire a renderlo sempre fresco e carismatico. 

Ironicamente, ora che Ross poteva tornare davvero protagonista, William Hurt è scomparso da tre anni, con il personaggio che per forza deve essere “reinventato per un nuovo corso”, con il volto di Harrison Ford. Hurt e Ford sono da sempre attori profondamente diversi, come di fatto lo sono Norton e Ruffalo, ma pure Evans e Mackie. “Reinventare Ross” e le dinamiche di quel “film perduto”, unitamente alla  “reinvenzione di Captain America”, iniziata su Disney Plus, erano quindi un doppio azzardo.

Ma possiamo dire che la produzione abbia trovato, nel pieno rispetto delle opere originali a fumetti, una chiave efficace quanto “pronta all’uso” da diversi anni. 


Captain America - Brave New World, in pratica con personaggi che non hanno più il volto degli “attori originali” (pur per motivi diversi), aveva quindi l’opportunità di riprendere moltissimo del materiale “rimasto in sospeso” dal film del 2008 di Leterrier, come districare la “matassa” sulle vicende di Falcon, Zemo e Winter Soldier seguita alla eredità di Cap. Tutto in ragione di un “nuovo personaggio”, da tempo molto atteso dai fan. 

Un personaggio nato in una delle più amate saghe a fumetti del Golia verde, ideata da Jeph Loeb e realizzato graficamente da Ed McGuinness, che irrompeva sulle pagine di Hulk come un racconto “a sorpresa”. Una storia, iniziata nel 2008 e conclusasi nel 2012, sviluppata quasi interamente nella forma di un thriller fantapolitico volto a scoprire la sua identità. Un racconto di successo che sarebbe stato solo il “trampolino di lancio”, per una serie autonoma nuova e varie “collaborazioni” in testate come Avengers e Thunderbolts. 

L’Hulk rosso, come Venom per Spiderman, si è rivelato subito un personaggio in grado quasi di oscurare la sua “controparte classica”. È un Hulk intelligente, letale, che soprattutto è in grado di esprimere al 100%, con la sua dirompente forza fisica, “l’ombra junghiana” che lo caratterizza interiormente: dando espressione e “libertà di sfogo”, in modo esplosivo, a tutti i tratti inconsci, ombrosi ma al contempo “nobili”, del suo alter-ego. Un Hulk Rosso nelle cui vene sembrano scorrere lava, fiamme e genio militare, che non si fa scrupoli a passare dalla parte dei buoni o dei cattivi in ragione delle “necessità di Stato”.

Forse la nemesi ideale di Sam Wilson

La sorpresa sulla scena doveva quindi essere lui, come dimostrano anche i negozi di giocattoli che espongono il personaggio in vetrina.

Pochi anni fa Marvel Italia pubblicava una testata mensile che abbinava le storie di  Daredevil (in Italia conosciuto all’inizio come Devil) a quelle di Hulk. Le storie di un personaggio “super addestrato”, ma comunque umano, che viveva in una realtà urbana quanto concreta, alternate alle storie esplosive, fantascientifiche ma pure horror del Golia verde, nato dalla “rabbia” del suo alter-ego. Personaggi diversissimi ma vicini, proprio in virtù “rabbia interiore” che psicanaliticamente li accomunava nel loro personale modo di “gestirla”: in virtù della responsabilità di rivestire “il ruolo di eroi”.

Come idea produttiva il film di Onah, mischiando Captain America con L’Hulk Rosso, mi ha fatto tornare idealmente e felicemente un po’ da quelle parti. 



Dalla produzione alla sala: annunciato nell’aprile del 2021, in concomitanza con il finale della serie tv Falcon and the Winter Soldier, il film sorprese prima di tutti Anthony Mackie: che si aspettava al suo posto una seconda stagione dello show e non si immaginava per niente, di vedersi su uno schermo cinematografico, nel ruolo assoluto di protagonista. Ciononostante l’attore ha accettato la sfida, anche in veste di produttore esecutivo, di fatto confermando gran parte del team di lavoro con cui aveva da poco collaborato. 

il film ha ereditato così i tre sceneggiatori dello show tv: lo showrunner Malcom Spellman, Dalan Musson e Rob Edwards. 

I tre durate la serie avevano trattato con grande intelligenza l’evento del “Blip” (la cancellazione di metà della popolazione mondiale avvenuta al termine di Avengers: Infinity War) come un occasione per parlare in modo originale di temi come la migrazione e l’integrazione culturale. Attraverso il personaggio interpretato da 

Carl Lumbly avevano affrontato le sensibilità del movimento nato nel 2013 “Black Lives Matter” e una scena che riguarda il personaggio di Isaiah, nei primi minuti del film, sembra continuare su questo binario, ispirarsi direttamente all’omicidio di George Floyd. 

Senza nasconderlo troppo, il presidente Ross di Ford è stato tratteggiato con alcuni aspetti caratteriali di Donald Trump, l’attuale presidente americano in carica, sottolineati anche ironicamente da una battuta sul fatto di essere già sopravvissuto di recente a un attentato. 

Viviamo in un mondo di crisi energetica, alla costante ricerca di nuove fonti di energia più pulita, così i tre sceneggiatori hanno deciso di utilizzare un altro tassello narrativo scaturito dal recente film su gli Eterni di Chloe Zhao: l’emersione dell’isola celestiale e la conseguente “gestione geopolitica” di questo accadimento, nei termini dell’ approvvigionamento energetico di materiali rari oggi al centro di molto dibattito (un tema che aveva riguardato anche le ragioni dell’isolazionismo del Wakanda, presentato in Captain America : Civil War).

Tutti spunti molto interessanti, ma che non hanno risparmiato a Captain America Brave New World una gestazione particolarmente travagliata, con più cambi di sceneggiatura, di attori, di budget e perfino eventi mondiali che hanno influito in qualche modo sulla sua resa finale. 

Sul piano “sindacale” il film di Onah ha dovuto patire ben due lunghi scioperi degli sceneggiatori, che hanno gonfiato oltremisura i costi e incasinato le date di ripresa: al punto che è stata tagliata del tutto la parte di un personaggio-chiave, per l’impossibilità della attrice Julia Louis-Dreyfus di poter essere sul set. 

Per via dei test con il pubblico, si dice che il film abbia subito forse 4 revisioni in post produzione, tra nuove riprese e modifiche del materiarle già girato.  

Una delle voci di corridoio più controverse ha riguardato la sostituzione in corso del wrestler Seth Rollings, con tutte le scene già girate, in un ruolo che sarebbe poi diventato (il condizionale è lecito) quello di Giancarlo Esposito. 

Sembra che la presenza nella storia di una mutante in forza nel Mossad sia stata “limata” dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, di fatto attirandosi le ire di varie associazioni anche per questa correzione in corso d’opera. 

Se la produzione è riuscita a portare a termine i lavori è anche grazie all’impegno di tutto il cast tecnico e artistico coinvolto. Un cast che tra mille paletti e anche alla luce delle sbavature inevitabilmente giunte nel prodotto finale, ha saputo lavorare con competenza per confezionare un film dignitoso, forse “più lineare del previsto”, comunque gustoso. 

Le due principali “vittime” di questo clima sono state giocoforza le interpretazioni di Harrison Ford e Anthony Mackie. 

Le performance dei due attori, che spesso appaiono “molto più rigidi” rispetto alle loro reali capacità, riescono comunque a risultare funzionali alla trama, anche in ragione di un cast di supporto che risulta simpatico e affiatato.


Finale: molto interessante nelle premesse, forse troppo lineare e “sfilacciato” nella narrazione anche a causa delle vicende produttive, Captain America Brave New World risulta alla prova della sala un film a ogni modo divertente e godibile, pieno di azione ed effetti speciali, in grado di risaltare al massimo su grande schermo anche per la potente colonna sonora, con situazioni e personaggi interranti e che possono ancora essere aggiustati in corsa, nelle future produzioni Marvel Disney. 

Un film che nonostante tutto riesce a trasmettere il carisma di un personaggio nuovo, tormentato e affascinante come l’Hulk Rosso. Un film che ci permette di empatizzare anche con un eroe fragile quanto volenteroso come il nuovo Captain America: che per molti aspetti (anche sul piano della colonna sonora!) ricorda  l’Adonis Creed di Michael B.Jordan nel suo confronto e “sovrapposizione” con il mito di Rocky di Stallone. 

Da qui, se i fan lo vorranno, guardando “il bicchiere mezzo pieno”, può forse aprirsi un nuovo corso per l’universo cinematografico Marvel. 

Talk0

domenica 23 febbraio 2025

Paddington in Perù: la nostra recensione del film di Douglas Wilson, che continua le avventure dell’orsetto amante dei sandwich alla marmellata d’arance, creato da Michael Bond

 


Paddington (con la voce in originale di Ben Whishaw e voce italiana di Francesco Mandelli) è un adorabile orsetto, che indossa sempre un montgomery azzurro ed un cappello rosso, nato e cresciuto in Perù, che vive a Londra con la sua famiglia di umani, i Brown. Paddington, infatti, è stato adottato dai Brown dopo che zia Lucy (con in originale la voce di Imelda Staunton, in italiano di Graziella Polesinanti) l’aveva spedito a Londra dal Perù, ritirandosi nella casa di riposo per orsi. Zia Lucy ed il nostro orsetto però sono sempre in contatto e si scrivono per tenersi aggiornati.

Papà Brown (Hugh Bonneville) sta passando una sorta di crisi sul lavoro: lui, così ligio a regole ed assicurazioni, si trova a collaborare con un nuovo capo che guida l’ufficio al grido di “prendere il rischio”. Mamma Brown (Emily Mortimer, che qui riprende il ruolo nei precedenti film di Sally Hawkins) è triste. Vede ormai cresciuti i suoi bambini: la figlia Judy (Madeleine Harris), che sceglie una università lontano da casa, il figlio Jonathan (Samuel Joslin) ormai auto confinatosi nella sua camera, tra le sue invenzioni e i videogames.

Ma ecco giungere un grande cambiamento per il nostro orsetto. Nello stesso giorno diventa un cittadino inglese grazie alla consegna ufficiale del passaporto (e ad un ombrello da vero lord inglese, dono dei vicini di quartiere) e riceve una lettera dal Perù: non da zia Lucy, ma dalla madre superiora (una Olivia Colman strepitosa) della casa di riposo per orsi. La richiesta è quella di recarsi in Perù per far visita all’anziana zia.

Quale migliore occasione per sfruttare il passaporto nuovo se non un viaggio in famiglia?

Ecco, quindi, che l’intero clan dei Brown si sposta in Perù!!

Ma c’è un colpo di scena! Appena arrivano alla casa di riposo scoprono che zia Lucy è sparita… e allora partono tutti all’avventura per ritrovare l’amata zia orsa! 

Con l’aiuto dell’affascinante ma un po’ squinternato capitano di battello Hunter Cabot (Antonio Banderas), che vive perennemente “perseguitato dai suoi avi” (interpretati tutti sempre da Antonio Banderas), e con il supporto della sua giudiziosa figlia Gina (Carla Tous), Paddington e i Brown inanelleranno una serie di avventure una più stramba dell’altra…

 


Torna al cinema l’orsetto Paddington, nato dalla penna di Michael Bond, in una pellicola che vede il debutto alla regia del Douglas Wilson, che fu nominato ai Grammy Awards nel 2009 per il video del Coldplay “Live in technicolor II”, un piccolo gioiellino che se amate la bella musica e l’atmosfera colorata e “super positiva” di Paddington dovete assolutamente recuperare.

La sceneggiatura è opera di Mark Burton (Shaun vita da pecora, Wallace & Gromit), Jon Foster e James Lamont (autore del corto Paddington incontra la Regina, uscito per il giubileo di diamante della Regina Elisabetta), mentre al soggetto hanno lavorato Burton, Simon Farnaby (Wonka, del 2023) e il regista e sceneggiatore dei primi due film Paul King (nonché regista di Wonka).

Al già amatissimo cast degli interpreti originali si aggiungono Antonio Banderas (già “avventuriero” in un film per i più piccoli con il suo Barba-Burger in Spongebob - Fuori dall’acqua) e Olivia Colman (la regina ne La Favorita di Lanthimos).

Gli effetti speciali che danno vita all’orsetto e tutta la sua tenerezza sono ancora una volta curati dalla rinomata Framestore, con sede a Londra, in Chancery Lane, che ha lavorato anche ad Avatar, i film di Harry Potter e Animali Fantastici.

Le musiche sono di nuovo firmate dal compositore pisano Dario Marianelli, che ha lavorato anche alle colonne sonore dei film animati in stop motion prodotti dalla Laika e al Pinocchio di Garrone.

Il direttore della fotografia è ancora l’ottimo Erik Wilson, che abbiamo visto di recente illuminare, in modo “raggiante”, una Londra che, se vogliamo, è vicina a quella di Paddington: nel fanta-biografico Better Man di Michael Gracey, sulla vita di Robbie Williams.

Paddington in Perù è un godibilissimo film adatto a tutta la famiglia. Non conosco persona al mondo che non adori l’orsetto Paddington, i suoi sandwich con la marmellata di arance, il suo cappottino azzurro o il suo cappello rosso. Diversamente dai precedenti due film, questo terzo capitolo vede la città di Londra protagonista solo per breve tempo, in quanto l’avventura è ambientata in un magico e coloratissimo Perù, terra natia del nostro orsetto. Un luogo “magico e misterioso” che rende il film più simile a Jungle cruise o Jumanji (Ad un certo punto ci son quasi rimasta male che non sia saltato fuori The Rock…). Tutto “torna alla normalità” quando invece le scene sono ambientate a casa, incluso un tenerissimo omaggio alla Regina Elisabetta che compare in foto, proprio nel giorno del suo giubileo di diamante in compagnia di Paddington mentre prendono assieme il tè delle cinque.

Gli effetti speciali, opera di Framestore, risultano molto belli: gli orsi appaiono ben integrati nelle scene e le scenografie sono sempre dinamiche e coloratissime. Bravissimo tutto il cast (un unico cambiamento rispetto ai precedenti, mamma Brown qui impersonata da Emily Mortimer).

Le nuove avventure di Paddington riescono bene a raccontare a un pubblico molto giovane il tema della necessità, volenti o nolenti, di “lasciare il nido”. Un nido e “un’origine” a cui nell’arco di una vita intera spesso cerchiamo di tornare con la memoria, i ricordi o i “fantasmi”, come quelli che inseguono qui il povero Banderas. A volte questo nido “ci chiama”, al punto da farci mettere in viaggio, come fanno i Brown insieme a Paddington, verso un Perù che è sì un posto pieno di avventure, alla ricerca della zia (e forse anche di un tesoro…), ma che per il nostro orsetto rappresenta anche qualcosa di più profondo. Delle “radici nuove da scoprire”: se vogliamo una appartenenza culturale in cui “riconoscersi” come frammento importante della propria identità. Così il viaggio divertente e avventuroso di Paddington in Perù non è per molti versi dissimile dal viaggio che spesso fanno i ragazzi adottati, accompagnati dalle loro nuove famiglie, nella propria terra d’origine. In cerca di “tratti somatici”, sapori, toni di voce e modi di fare in cui “misteriosamente” riescono a specchiarsi. Un “viaggio” che gli autori sanno raccontare attraverso i personaggi e il racconto a una platea di tutte le età, in modo caloroso, sensibile e non banale, anche per merito di attori molto bravi.

Un paio d’ore di pura felicità, divertimento (Banderas e Colman su tutti) e pace col mondo.

Questo è l’effetto stupefacente che Paddington fa alle persone. La voce di Paddington ci conferma di quanto sia bravo Francesco Mandelli a sussurrare con calma ogni parola, come solo i gentiluomini sanno fare. 

B-Gis

sabato 22 febbraio 2025

September 5: la nostra recensione del film di Tim Fehlbaum che ricostruisce, dal punto di vista dei reporter televisivi della ABC, le ore concitate del massacro al villaggio olimpico avvenuto a Monaco nel 1972

Monaco, 1972: le prime Olimpiadi trasmesse in diretta grazie al sistema satellitare. 

Per qualcuno dei più ricchi telespettatori “anche a colori”. 

Per i giornalisti e i tecnici della ABC una discreta sfacchinata, con un fuso orario infausto che li costringe a lavorare in piena notte, in uno studio-bunker soffocante illuminato solo con gli schermi tv, a pochi passi da un villaggio olimpico che la maggior parte di loro vedrà solo da un obiettivo.

Il regista Geoffrey Mason (John Magaro) arriva ancora assonnato mentre in Germania già albeggia, un po’ scazzato e un po’ bevuto. Aspetta il pugilato e il volley femminile con poca passione, insieme al già programmato special sulla Shoah che ricorda come quelle Olimpiadi si tengano a 15 km dal campo di concentramento di Dacau. I tedeschi sono intenzionati a evitare ogni possibile brutto ricordo del passato, al punto che le guardie del villaggio olimpico sono sprovviste di armi. Il clima è tutto pacificamente sonnacchioso e amichevole, il primo obiettivo cercare per lo meno di far fronte ai Black-out in cui sempre più spesso incorre lo studio, per colpa di cavi elettrici non in ottimo stato, in sovraccarico o rotti. L’assistente di produzione Marianne (Leonie Benesch) è come il regista al suo primo grande incarico, ma per lo meno lei parla tedesco ed è quasi l’unica a farlo lì per la ABC. Il produttore Marvin (Ben Chaplin) intima di non svegliarlo fino alle dieci del mattino, le “dieci vere”. Tutti sonnecchiano. Poi il tecnico francese dei cavi sente degli spari. Qualcuno li scambia per fuochi d’artificio, ma gli spari proseguono e sembrano vicini, direttamene dal villaggio olimpico. La radio della polizia conferma che sono colpi d’arma da fuoco, anche degli atleti confermano lo stesso chiamando l’emittente. Alla fine, qualcuno, le pistole nel villaggio olimpico le deve aver portate. 

Bisogna contattare il reporter Jennings (Benjamin Walker) che con il suo cameraman e la mini macchina da presa è già da quelle parti per le interviste mattutine. Serve svegliare qualcuno prima delle 10.00, spostare quella enorme e pesante telecamera da studio di svariate tonnellate direttamene all’aperto, più vicina all’azione. Si può utilizzare da remoto la telecamera centrale generale che dall’alto, del centro della struttura olimpica, esplora ogni suo lato in senso orario e moto perpetuo. Bisogna sperare che il collegamento satellitare, condiviso con la CBS, non salti al momento più inopportuno: tipo per rubarsi la titolarità della diretta. 

Voci parlano di qualcuno che è fuggito e forse di qualcuno che è morto. Uomini armati non confermati: “guerriglieri” o “terroristi”, anche se la seconda parola non è stata approvata dal network in caso di utilizzo. 

Dal contatto via radio onde corte con il reporter c’è la conferma di immagini fresche, ma la polizia ha già messo un blocco e nessuno può accedere al villaggio olimpico, salvo gli atleti. Si traveste l’aitante tecnico di colore ABC Gary (Daniel Adeosun), che con una tuta e un finto tesserino di fortuna si può scambiare facilmente per un atleta americano: per mandarlo a superare il blocco, prendere dal reporter il girato e fornirgli altri rullini, che Gary nasconderà sul suo corpo come i Narcos che passano il confine con il Messico. Gary entra senza problemi e ritorna, inquadrato dalla telecamera a moto perpetuo tra gli applausi della ABC. Ha immagini incredibili, provenienti direttamente da una terrazza, dove un uomo mascherato sta trattenendo gli atleti israeliani. Dalla radio della polizia si parla di negoziati in corso, ultimatum con scadenza alle 12:00: il rilascio degli atleti del team israeliano in cambio di 200 combattenti palestinesi detenuti nelle carceri. Senza liberazione, seguirà una esecuzione allo scadere di ogni ora di ritardo. Il tutto sembra portare la firma del gruppo di Settembre Nero.  

Geoffrey capisce di colpo di essere l’uomo al comando dell’unica emittente in diretta a dare nel mondo quella notizia. Deve agire velocemente per coordinare tutti i reparti, dai tecnici agli inviati, la sala speaker, la  produzione, il team legale. Vuole rimanere in diretta, ma cosa potrebbe succedere, se i genitori di quegli atleti, magari da un nuovo tv a colori appena comprato, vedessero l’esecuzione dei loro figli in tv?  

Cosa potrebbe succedere, se gli stessi terroristi utilizzassero quella diretta, per magari scorgere i movimenti con cui la polizia sta cercando di circondarli: libererebbero gli ostaggi per paura o si coordinerebbero meglio per respingerli, magari sistemando meglio i cecchini? 

La polizia tedesca irrompe in studio e la diretta si interrompe, ma solo per poco. 

Si sventolano interessi nazionali e diritto di cronaca come distintivi in un film di gangster, con nessuno che parla la lingua della controparte perché l’unica interprete è stata mandata altrove per un contrattempo.

C’è tensione e tutto è sospeso, anche se alcuni eventi hanno già cominciato a muoversi e l’uomo che voleva svegliarsi alle 10:00 è già intervenuto. Si riparte.

Molti atleti rimasti ignari si stanno riposando sulla vicina baia, al sole. Ma qualcuno è già in allerta, qualcuno già ai microfoni per le “impressioni a caldo”.  L’azione è vicina, l’ultimatum rimandato di poche ore, i giornalisti determinati a tutto pur di documentare, anche a costo di mettere a repentaglio la loro vita personale, in una sorta di “ansia da scoop”. 

La piccola troupe della sezione sportiva della ABC vive sulla pelle quell’onda. Ma agire velocemente per lo scoop basterà per agire nel nome della verità?


Era il 1972, un‘era ancora senza internet. Poche telecamere per lo più pesantissime e piene di limiti nello spostamento, in mano solo a tecnici specializzati. Per comunicare veloce si usavano radio a onde corte o telefoni a gettoni, se si trovava una cabina telefonica o un bar nei paraggi. Per spostarsi su un territorio si faceva uso di una mappa pieghevole, in carta, da compare debitamente aggiornata non in tempo reale. 

Anche registrare e diffondere un filmato richiedeva lo sbobinamento dello stesso e questo implicava il trasporto della pellicola e  una procedura che poteva occupare diversi minuti di “copia e incolla”. 

Una “infografica” con nomi e date come quelle che oggi snocciolano in un attivo i telegiornali, che con tre click si fa su Instagram, si costruiva al volo e a mano in un vero e proprio “Art Attack!”:  con dei magneti al posto delle lettere, numeri e linee, con ritagli di giornale e foto che venivano “incollate o inchiodate” insieme, su uno sfondo nero che “scompariva”, per un gioco di specchi, dalla sovra-impressione di un obiettivo . 

September 5 è ultra-tecnico e ultra-dettagliato nel raccontarci il modo complesso quanto eroico con cui, con questi limiti tecnici, la ABC riuscì nel 1972 a trasmettere una diretta che ebbe più audience dell’Allunaggio del 1969. 

La ricostruzione storica è fedele in ogni minimo dettaglio, dagli abiti allo scenario, dagli strumenti dell’epoca alla ricostruzione delle stesse inquadrature arrivate da Monaco in quel giorno di settembre.

Una trasmissione sfidante, affidata per lo più a giornalisti sportivi e non a reporter di guerra, motivati quanto in parte impreparati. Con un esito complesso quanto purtroppo amato: anche in ragione di questioni etiche, umane quanto politiche. Tutti in trincea, a un passo da una verità che però potevano solo “intuire”. 

Con quei mezzi tecnici la Storia appariva per lo più solo “sfuocata”, macchinosamente “lontana”, spesso riferita “di seconda o terza mano”. 

Una realtà illusoria, sulla quale incombevano pure la censura tedesca e internazionale, un gergo “tecnico/militare” specifico, a volte un vero e proprio “filtro politico” per i singoli paesi.

September 5 ci mette direttamente nei panni di quei giornalisti, che cercano con i loro strumenti spuntati di cavalcare la notizia più grande del mondo, come l’equipaggio di Achab cercava di domare Moby Dick. Sputando gergo tecnico e insulti, invocando la fine di pause pubblicitarie troppo lunghe, maledicendo il satellite, scaraventandosi direttamente sul campo, magari su una jeep in pieno conflitto a fuoco o fingendosi atleti. Giornalisti si direbbe “nel pieno furore della professione”, che come soldati coordinati verso l’obiettivo finale ci ricordano per forza gli eroi della Civil War di Adam Wingard, probabilmente il film più bello degli ultimi anni sull’arte di “raccontare il presente”. 

Il montaggio veloce e “senza fiato”, che segue gli eventi rincorrendola tra gli schermi di una sala comandi, affollata e incazzata, ci riportano invece felicemente a una delle pellicole più belle e sottovalutate di De Palma, Snake Eyes - Omicidio in diretta, nel 1998. Ma anche all’altrettanto bello e sottovalutato Vantage Point di Pete Travis, del 2008. Pellicole-puzzle da “leggere e seguire” senza avere in mano tutti i pezzi visivi.


In tutta questa “concitazione e coordinazione”, quasi “militare”, il regista svizzero Tim Fehlbaum non si dimentica però mai di raccontarci il lato umano dei suoi personaggi. Lo fa in momenti di “pausa” in quanto “di lontananza involontaria” dall’azione: l’attesa di una conferma dall’estero, il momento per terminare la sbobinatura di una ripresa, un blackout. Sono momenti che vengono accolti a volte come boccate d’aria, ma che più spesso diventano fonti di tormento silenzioso, dubbi, perfino auto-critica. 

Sono frammenti temporali in cui tutti i nostri giornalisti in parte perdono “lo stato di ipnosi” che la stanza degli schermi esercita su di loro, mettendo a nudo il loro lato più profondo. Tornano per un attimo uomini e per questo fallibili, fragili, pure goffi. Personaggi “reali” e per lo più alieni da ogni tipo di retorica o trionfalismo, disincantati. Anche grazie al talento di bravissimi interpreti che sono stati in grado di mostrare al meglio anche questa “altra faccia” dei rispettivi personaggi, facendosi aiutare dai filmati d’epoca, le interviste e l’imponente materiale di archivio che la produzione ha messo a loro disposizione.   

La cosa interessante è che oggi, nella comunicazione via social, la maggior parte dei “tempi morti”, che esistono in questo film prevalentemente per via di tecnologia e burocrazia, di fatto non esistono più. Come forse è scomparsa parte di quella “pausa riflessiva” che questi tempi morti comportavano. Ma questa è forse solo una riflessione da boomer.

Sta di fatto che Monaco per uno strano scherzo del destino in questi giorni è tornata protagonista di un attentato, avvenuto a poche ore da un'importate conferenza sulla sicurezza internazionale. Anche in questo caso la gestione della storia avrà forse comportato una “gestione pubblica” come quella che Tim Fehlbaum ha puntualmente documentato in quella che a tutti gli effetti è una ricostruzione quando più fedele possibile degli eventi del 1972.

September 5 è un film bellissimo, dal montaggio rapido, pieno di ambientazioni  e temi claustrofobi e crudi, “difficili”. 

Ottimi gli interpreti, il montaggio veloce e una fotografia, scenografie e costumi molto accurate e rispettose del periodo storico rappresentato. 

Bella la scelta di un linguaggio e  messaggio diretti e senza fronzoli. Un modo di vedere le cose e il mondo “imparziale”, documentando con puntualità, ma anche pronti a dare delle smentite veloci in caso di errore, come immaginiamo dovrebbe essere il punto di vista del migliore giornalismo. 

Un film oggi attualissimo, intelligente ma anche ricchissimo di azione e fascino per i dettagli. 

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