venerdì 13 giugno 2014

Maleficent - la recensione!


Sinossi: Ci hanno raccontato mille volte la storia della bella addormentata. Alla festa per celebrare la sua nascita, la principessa Aurora riceve doni da tutto il regno, fate comprese. Ma, non invitata, fa il suo ingresso una strega potente e oscura di nome Malefica (che deve essere un nome tipo Incatenata o Crocifissa, certo che chi porta tali nomi non è mai felicissimo, anche se era "di nonna"). Malefica, inviperita per quello che sembra un disguido del corriere Ups, maledice la piccola Aurora. Prima del suo sedicesimo compleanno si pungerà con un arcolaio e cadrà in un lungo sonno fino a che non verrà destata dal bacio del vero amore. Ve la ricordavate diversa e con più passaggi? Questa è la versione 2.0 approvata dalla Disney Pictures. Per paura che la giovane si punga vengono bruciati tutti gli arcolai del regno e Aurora viene ingiustamente reclusa a vita sotto la guida di tre fatine colorate. Giusto per inibire ogni speranza che incontri il vero amore. Certo, essendo la maledizione riguardante il sedicesimo compleanno (cioè, era abbastanza chiaro accadesse in procinto del compleanno), non occorreva segregarla a vita ma al padre, il re Stefano, girava così. Ovviamente al sedicesimo compleanno Aurora si punge comunque, cade in letargo come il gruppo rock dei Vernice (solo io aspetto il ritorno?) e insieme a lei tutto il mondo viene maledetto e coperto di arbusti spinosi. Poi un bel giorno arriva un principe. Combatte Malefica, che per esigenze di marketing si tramuta in drago gigante, vince e subito dopo bacia Aurora, vista prima solo una volta di sfuggita (ma all'interno di un balletto Disney coreografoato con marmottine volanti e uccellini spumeggianti), ridestandola "col vero amore" e così condannandola a vita ad essere felice e contenta con lui. Questa cosa ce l'hanno raccontata così da sempre, con minime variazioni. Ma siamo nel 2014, è tempo di rileggere e rimordernizzare i classici. Vuoi per la crisi della coppia moderna, vuoi per il rinnovato interesse per l'ecologia e vuoi per l'imperante moda di fare film con scontri tra mostri fantasy anche se la favola di riferimento è il brutto anatroccolo...
Sfigata e banale biondina americana media, ora ti abbraccio con schifo e tu mi amerai
Malefica 2.0: Malefica è il male, lo dice il nome stesso. Nel nosocomio degli orrori di casa Disney è la più risoluta, la più potete, la più iconica rappresentazione della nemesi finale. Non una sfigata isterica che ama le pelliccine con le macchiette, non una tardona insicura che si spaventa per due rughe, non una grassona invidiosa di un dio del mare che nun glielo dà. Malefica è una seria. Si incazza perché le hanno fatto uno sgarro, piega un intero regno nel più grande scazzo magico di sempre e diventa un cazzutissimo drago sputafuoco. Il massimo, molto più interessante di quella biondina slavata e impersonale di Aurora, condannata a una adolescenza sfigata da un padre così apprensivo dall'apparire demente, predestinata a diventare futura fedelissima schiava del primo pistola coi soldi che con aiutini raccomandatori palesi riuscirà a liberarla. E nel mentre lei dorme!!! Non come Biancaneve che fa qualcosa almeno, porella, lei dorme e basta. Allora come oggi Aurora era un contorno, come un contorno era il principe e tutto il resto, Malefica rullava ed era giusto dedicarle una pellicola tutta sua. Serviva la nuova pellicola anche a riparare i piccoli torti che non giravano. Ora Malefica ha un motivo più che serio per essere incazzata contro Re Stefano (uno straordinario Sharlto Copley, dopo Elysium, District 9 e il film dell'A-Team uno dei nostri attori preferiti), ora le tre buffe fatine sono esposte alla loro inutilità manifesta, ora il bacio del vero amore assume un significato meno disincantato, ora tutto è al servizio di una storia concreta, amara, a volte spaventosa e a volte divertente in cui i personaggi principali non dormono o compaiono negli ultimi sei minuti di pellicola. Come dite? Non ci sono più i "buoni"? E chissenefrega.  Sviliti e annichiliti i buoni rimangono solo i buffi animaletti a vantaggio di una più drammaturgica, ragionata ed emotiva "giusta prospettiva" delle cose. Una storia Disney in cui ovviamente ci sono i buoni e, se non ci sono buoni a disposizione, se ne trovano comunque di altri, anche a costo di andare a pescare tra quelli che credevamo i cattivi. Un racconto pulito e credibile. Ma con un guizzo in più che ne fa un "oltre-Disney". Un racconto strano e in un certo modo sinistro, al quale davvero non si riesce a credere fino in fondo, pure mentre scorrono i titoli di coda e tutto parrebbe finito bene. Perché forse sulle note distorte di una delle più celebri canzoni della Bella Addormentata (fantasticamente rielaborata da James Newton Howard), cantata proprio da Malefica parrebbe,  il dubbio viene. Molto probabilmente la regina delle cattive si è burlata di noi e di tutti i Disney-fan distratti che di colpo la credono una nuova incarnazione di madre natura. Ha compiuto il maleficio definitivo. Cannibalizzato lo stile Disney per allestire il più improbabile inganno visivo di sempre. Certo, c'è chi vi dirà che non è così, che la pillola con tanto zucchero è comunque andata giù. Ma noi siamo complottisti e a una che ti guarda con quella faccia un po' così e l'espressione un po' così... non è che diamo troppo credito.

Continuate a credere che sono la buona, fessi
Angelina Jolie, l'ultima diva: decide con uno sguardo l'essenza del suo personaggio e del suo film:  è stata una ragazza interrotta, una icona nerd, una damigella non troppo indifesa assistente di uno dei più astuti detective del mondo, una dorata strega digitale, una spia tatuata implacabile, una adultera, una fragile modella dalla vita triste. Sempre bellissima e fiera di esserlo, probabilmente innamorata di se stessa. Diva. Poi per motivi misteriosi si è messa con Brad Pitt (galeotta fu la merda su pellicola conosciuta come Mr e Mrs Smith) e ha iniziato ad adottare figli. Si è molto sciupata, fino a divenire quasi scheletrica, ha accettato parti del cavolo e ha fatto naufragare buona parte dei progetti del marito. Ma quando vuole, cioè qui, sa essere di nuovo diva, cancellare tutti gli insuccessi passati e l'inutile gossip su spaccature più o meno inguinali e tornare a essere oggetto massimo di adorazione da parte dei fan. Certo un aiutino la produzione di Maleficent gliel'ha data. Il film è letteralmente cucito su di lei e sul suo affilato profilo. Gli effetti di trucco e quelli digitali si insinuano armoniosamente su un corpo che appare già di base di natura aliena. Ma dietro a tutto c'è l'attrice di carattere, eccelsa quando deve impersonare la donna pericolosa, la vipera. Hopkins diceva che è facile e divertente fare i cattivi, ma il suo Hannibal è storia del cinema. Ugualmente la Jolie è perfettamente a suo agio nel ruolo. Regale, altera, coraggiosa e generosa come questo nuovo ruolo revisionista impone. Ma ambigua quanto basta a ricordare l'immagine classica, ad ammonire che nulla potrebbe essere come sembra nonostante la pellicola sguazzi tra tanta melassa digitale fatta da folletti volanti, alberi parlanti e tante scene di volo a pelo d'acqua sulla natura incontaminata da plagiare Miyazaki. Malefica è ambigua e lo dimostra nel modo in cui si relaziona con gli altri.  Malefica sa essere letale e terrificante, schiacciare in un lampo un esercito, ma davanti agli occhi di Aurora (Elle Fanning, adatta al ruolo di classica vittima di Freddie Kruger) e  del suo corvo servitore (Sam Riley, bravissimo), nonché negli occhi avvinti dal rimpianto di re Stefano si mimetizza, sembra debole, pare non farcela, essere umana. Malefica abbindola i suoi adulatori. Di contro altrettanto bravo è Sharlto Copley, che lavora si sottrazione creando un personaggio titanico, scomodo, impopolare e destinato alla sconfitta. Il suo Stefano è pazzo, estremo, ossessionato, ma lo è in modo così neutro, equilibrato che fa davvero intuire che "sappia qualcosa". E se guardate bene non è neppure un pessimo monarca e diplomatico, fateci caso. Nonostante sia il "primo abbindolato", lui ha saputo smarcarsi, opporsi per quanto poteva.  Nonostante il racconto lo dipinga come un arrivista bastardo e avversario sleale, la trama lascia degli ampi buchi che potrebbero essere buoni per dimostrare tutto il contrario. Stefano prima ama, poi esita per amore, infine il suo odio non è chiaramente del tutto manifesto. C'è cupidigia? L'uomo che alla fine per sopravvivere deve annientare la natura? La risposta galleggia ma non arriva netta. E questo perché, nella straordinaria sceneggiatura allestita per questo film, dettaglio di non poco conto, si è deciso che la voce narrante sia tutto fuorché imparziale. E tutto rimane lì quindi, al nostro arbitrio, nello sguardo di Angelina. Uno sguardo senza il quale probabilmente tutto questo affascinante castello di carte non avrebbe potuto aver senso. L'inganno più grande che il diavolo ha fatto all'uomo (recitava il finale di un bel film di Bryan Singer), è fargli che dere che lui non esiste. Lezione appresa e imparata.
ho visto cose con questi occhi che voi umani non potreste mai immaginare..
La Jolie e Copley sono semplicemente troppo grandi, troppo in parte. Il resto del cast non riesce a uguagliarne classe e carisma, nonostante ci sia impegno. Aurora vive del collettivo delle attrici che la interpretano ed Elle Fanning, nonostante la giusta aderenza al personaggio, non aggiunge emotivamente nulla di quanto non abbiano fatto Vivienne Jolie - Pitt (sì, sì è la figlia di tu sai chi...) e Eleanor Worthington - Cox. Aurora bambina riesce con uno sguardo a sciogliere il cuore duro di Malefica, ma Aurora adulta non sembra cambiata, maturata rispetto a prima. Ci starebbe in questo forse anche la mia teoria della "allucinazione perenne di Malefica", che in qualche modo induce la piccola a vedere solo un mondo bello e colorato laddove ci sono solo mostri anche bruttini. Ma dalla Aurora della Fanning mi aspettavo qualcosa di più.
che bello vivere circondata da tanti alberi colorati!!Ehi, non vorrete mica riportarmi a casa?
Sam Riley (L'ho visto solo io in 13 bullets? è stato un grande lì!) interpreta un intelligente e raffinato adepto di Malefica, un corvo trasformato in umano e trasformabile a piacere della fata in mille altre cose. Quasi un vampiro, parla pochissimo e capisce bene la situazione in cui si trova. Mi piace pensare che sia la "cavia" di Malefica per esternare sentimenti umani da "provare" su Aurora, ma che lui in qualche modo abbia inteso la cosa e tratti la sovrana con il giusto distacco. Comprende di essere poco più di un capriccio di Malefica, non crede potrà mai essere il rimpiazzo di un rimpianto. Tace e osserva tutto, guardando tutti dall'alto al basso. in fondo lui le ali le ha ancora. Un mito.

L'uomo-corvo di Sam Riley..andrà fortissimo tra i poster delle adolescenti
Poi c'è il One Direction (no, mi dicono che non lo è... ma avrebbe potuto tranquillamente esserlo per me...). Cioè il coso. Il principe Filippo interpretato da Brenton Thwaites. C'è un chiaro motivo narrativo se è così. A dire il vero è quasi la ragion d'essere del film, il fatto che sia così. In fondo è un ragazzo normale a cui prima fanno vedere una ragazza per tre secondi, per poi (dopo un viaggio di acidi) chiedergli di farla resuscitare con un atto di lingua e appiopparsela per tutta la vita. Un giovane moderno si porrebbe il dubbio: "ma cacchio, neanche la conosco! Magari sì, vado di lingua, ma poi devo pure accasarmela? Che fine farà la mia gioventù?". E il principe  Filippo è un giovane moderno, risponde a questo schema. Sarà in futuro il grande amore? Boh! Forse! Magari, guarita dagli acidi che segretamente le somministra Malefica, Aurora si sveglierà e notando lo sguardo poco arguto e il monociglio guarderà altri lidi. Ma chi può dirlo! Mtv è pieno di puntate di Teen Mam in cui il novello papino ha una faccia ed un'espressione così... Mi piace che un film Disney sdogani il concetto che il vero amore è qualcosa di non fatto di sola passione ma semmai è un sentimento che si possa costruire con il tempo, magari anche tra persone che all'inizio si bozzano da paura. Ugualmente è interessante che il vero amore sia un affetto non di matrice "sessuale" o "di coppia" ma possa ricomprendere anche l'amore per un figlio, proprio o adottato. In questo vedo magari anche uno zampino biografico della Jolie, che ha fatto della adozione e dell'aiuto al prossimo una sorta di missione di vita (così leggo su internet... poi magari tiene incatenati Maddox e soci a cucire palloni). Il questo però non dimentichiamo la suggestione che questo articolo vuole dare alla pellicola in oggetto: se fosse tutto un abbaglio? E il modo di spostare gli innamorati come "palloncini" è un simpatico escamotage per sfottere chi al vero amore davvero ci crede. Ad ogni modo se il vostro vero amore ha la faccia di Brenton Thwaites come fotografato qua sotto, contente voi...

certo da uno con questa faccia non è che si può pretendere chissà che cosa...
Orgia visiva e sonora da sturbo: Già dai primi trailer girati in rete l'aspetto visivo di questo Maleficent appariva fuori scala. Il mondo della misteriosa "brughiera" pullula di ogni tipi di creatura fatata e incubo ambulante. L'aspetto di Malefica pur bambina è decisamente satanico, nonostante i molti addolcimenti apportati dai costumi e gli occhioni della piccola Isobelle Molloy. Quelle corna inquietanti e le ali  da aquila ci fanno pensare ad una evoluzione del Pan, ma personalmente il Pan è una figura che mi ha sempre fatto cagare sotto. Ci sono buffi spiritelli marini dal volto di bambini, ma sono degli ibridi strani di pesci al neon e i loro organi interni sono ben visibili. Anche le creaturine più innocue hanno nel dettaglio aspetti inquietanti. Un mondo di mostri, magari regali, tranquilli e sereni ma comunque deliziosamente distorti. Quando gli abitanti della brughiera si scontrano con gli umani gli effetti su schermo si impennano, pur tenendo bassissimo il dato visivo della violenza. Ma le maxi zuffe non vogliono essere per forza il centro della scena, anche se il combattimento finale, tra armature e fuoco e un incessante battere di ferraglia è davvero forte, disperato, violento, iconico. Visivamente l'opera è sontuosa, particolareggiata. Un affresco fantasy in movimento che respira delle luci delle lucciole a rischiarare i corsi d'acqua della brughiera notturna. Una scenografia che si burla della classica casetta nel bosco inquadrandola in modi e colori piuttosto squallidi e gretti, come di fatto è il carattere delle tre fatine. Il castello delle favole diviene un oscuro maniero di disperazione dai colori sepolcrali mentre lo scranno di Malefica nella Brughiera è un'eco di una sconfitta passata dell'uomo a favore della natura, uno scalpo, un monito. Il trono per i nuovi dominatori fatati. Ugualmente la colonna sonora di James Newton Howard esce dall'anonimato che caratterizza la stragrande produzione degli ultimi anni e con la logica della rilettura delle note classiche Disney scorre sinuosa, epica, malinconica. Accompagnandoci nei voli arditi di un demone alato o forse di un angelo.
Giudizio finale: Maleficent convince. Descrive e ripropone in modo distorto il materiale di base ma nell'ottica della "rilettura apocrifa" fa decisamente del suo meglio. Molti si aspettavano un prequel della Bella Addormentata nel Bosco versione Disney, un tassello complementare e devo ammettere che anch'io ero della partita. Tuttavia questa impostazione è suggestiva e la sceneggiatura si nutre nei molti momenti di "non-detto" per far costruire nella nostra testa qualcosa di differente anche alla stessa messa in scena. Molti diranno che Malefica ne esce come una eroina buona buona, un'anima infelice per destino e per amore non compresa e degna di guidare la pace di un mondo di anime candide da preservare. Può essere vera anche questa visione delle cose, in fondo il prodotto è Disney e nelle sale ci sono un mucchio di bambini a tifare per una fata buona che si chiama "Malefica". Una fata dal nome inusuale come Incatenata o Crocifissa, che è un nome brutto anche se era di nonna (questo l'ho già detto mi pare...). A ognuno l'interpretazione che preferisce quindi, nella certezza che lo spettacolo visivo riuscirà di sicuro a convincere tutti e che la Jolie vale da sola il prezzo del biglietto. 
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mercoledì 11 giugno 2014

Smiley - la triste esistenza di un film con un mostro dalla faccia di deretano

  
Sinossi: sulle chat on-line inizia a circolare una leggenda metropolitana. Basta connettersi con un'altra persona in video-chat e scrivere per tre volte "L'ho fatto per Lulz" (dove "Lulz" è una specie di acronimo di Lols, che starebbe per "risate a crepapelle") e dietro il nostro interlocutore apparirà un'entità demoniaca con la faccia cucita a foggia di sorriso delle emoticons: Smiley. Smiley armato di coltellaccio sgozzerà il nostro interlocutore e ci farà un cenno di saluto. Verità? Finzione? La giovane Ashley (Caitlin Gerard), fresca di primo giorno di college e trascinata a forza dalla esuberante compagna di abitazione  Proxy  (Melanie Papalia) in una festa di anonimi da chatroom, assiste a uno degli omicidi di Smiley. Evocato "tanto per ridere" e "tanto di sicuro è tutto finto", da alcuni partecipanti della festa per il gusto di uccidere una persona qualsiasi presa a caso dalla rete. Ashley, di carattere fragile e con un triste passato, sballottata da una cura farmacologica che non segue e dai continui pastiglioni che la amata Proxy le mette di nascosto nel bicchiere, prova lei stessa a evocare Smiley, tanto per accertarsi che è tutta una balla. E Smiley uccide di nuovo davanti a lei. Sconvolta e atterrita anche dalle lezioni di filosofia del nichilista prof. Clayton (Roger Bart), Ashley entra in una spirale autodistruttiva dove non distingue più realtà e immaginazione. Un mondo dove Smiley fa spesso capolino per farle ciao.


Si parte sempre da una maschera: Le premesse per qualcosa di interessante c'erano tutte. Un killer psicopatico e metafisico alla Candyman, l'ossessione-asservimento alle nuove tecnologie, la "noia" di una società dove tutto è possibile e alla portata di tutti e dove al contempo nulla è davvero rilevante. Terreno fertile per far partire magari un nuovo brand che gioca con il nuovo "linguaggio" dei social, i suoi abitudinari fruitori e i suoi luoghi comuni. La maschera del mostro è questo, una disumanizzata e piallata faccia sulla quale è sinistramente cucito uno dei tanti sorrisini che apponiamo alla fine delle frasi di un commento on-line per sembrare amichevoli. Certo graficamente poteva essere fatta meglio, pare davvero una faccia da deretano, ma la potenza visiva in qualche modo ce l'ha, funziona, sulla copertina del film fa un figurone. La maschera basta da sola, al punto che come in Scream assurge a simbolo, avatar del mostro buona a spaventare anche se di fatto ancora più utile a nascondere qualcosa allo sguardo.

La maschera al servizio di genitori e bigotti: Ecco poi le suggestioni fighe sul mostro che vive in un mondo parallelo che si apre al nostro attraverso infinite porte, sempre che gli sia concessa una vittima in sacrificio per l'evocazione. Come il mostro senza occhi del Labirinto del Fauno sta sempre dietro il muro che ci sta più vicino, Smiley viaggia nella rete ed è sempre a un passo da noi, si nutre di essa e ne sfrutta il suo nichilismo, la sua superficialità. Diviene facilissimo in rete, protetti dall'anonimato, commettere un sacco di atti di bullismo per il solo gusto di farlo, perché è divertente e si rimane per lo più impuniti. C'è come una sospensione della moralità, fornita da un mezzo che di colpo diventa un giocattolo per essere cattivi, terreno fertile per mettere in atto un male indifferente, letale, davvero spaventoso. Un male evocato da persone che nel mondo reale non farebbero niente, ma che dietro all'anonimato un bell'insulto o un calcio nel culo lo tirano. C'è da dire che siamo sempre nell'ambito del molto generico, del qualunquistico. Non è vero che la rete è popolata da soli mostri. Ma i babau servono proprio a questo, usano il moralismo distorto per cercare di insegnare comportamenti più socialmente adeguati. Freddy Krueger colpiva giovinastri e piccoli ragazzini impertinenti vari, ma cedeva davanti alle persone con una delineata linea morale. "Se fai il bravo, Freddy non arriva o non avrà potere su di te". Per Smiley è lo stesso: "Se non vai in chat a fare il pirla, magari non muori". Moniti inutili per gli adulti, ma che magari riescono a far desistere qualche bambino, da sempre il vero fruitore dei film horror. Che se la beve per lo più condita da strafalcioni pseudofilosofici serviti dal competente (?) prof. universitario della pellicola. C'è del bigottismo dietro tutto questo, ma fa parte del gioco, ha sempre fatto parte del gioco.
L'evocativo mostro senza occhi del Labirinto del Fauno di Del Toro
Quindi belle premesse. Peccato che il film faccia cagare. Sconfortante. Non c'è una parola che meglio descriva la pochezza, l'insussistenza, l'amatorialità di questo progetto. Si dice sempre un gran male dei film Troma, ma lì c'è passione, divertimento, un'idea precisa di spettacolo e sincero affetto per i fan. Qui non c'è niente. Attori realmente cani fanno capolino in una sceneggiatura diarroica, insulsa e spaventosamente telefonata fin dai primi minuti. Impossibile trovare una qualsiasi empatia con personaggi che per esigenze di trama appaiono sempre sballati, superficiali, arroganti e sopra le righe. L'attrice che interpreta Ashley è sempre sballata. L'attrice che interpreta Proxy esagera ogni espressione facciale ed è fintissima in ogni circostanza. I ragazzi della chat sono un gruppuscolo di stronzetti senza palle e senza storia che in un film horror decente finirebbero tutti smembrati dal killer di turno nel modo più cruento possibile. Ma qui non siamo in un film horror decente. Impossibile spaventarsi per un mostro privo di ogni connotazione a parte una faccia da culo che da subito appare farlocco, artefatto, superficiale e latore di un inganno che si rivela subito scoperto ed esposto. Dove il film riesce, per lo più copia da altro e lo fa nel modo più pedestre e banale. Manca qualsiasi componente emotiva. Manca pure, e serviva pochissimo, l'erotismo prurigginoso tipico di queste pellicole. Non c'è alcuna tensione. Sono brutte perfino le poche scene splatter. Gli attori sono così sopra le righe e incapaci che verrebbe voglia di schiaffeggiarli. Una oscenità "fatta solo per ridere". Da questo schifo salvo comunque una cosa, l'inquietatnte spirito nichilista di fondo, il male che in realtà è indifferenza. Ma è comunque troppo poco e male gestito. 


Infine la vera faccia del male, il regista Michael J.Gallagher. Giovane, 24 anni. Molto paraculo e probabilmente sponsorizzato da qualche cosca massonica. M.J.Gallagher è il volto dell'horror moderno che non vogliamo vedere, mai più. Vuoto, amorfo, impalpabile. Nessuna capacità tecnica, nessuna predisposizione a far funzionare il cast, crede di stare girando il suo Funny Games e non si vergogna di aver fatto un intero film con nascosto tra le natiche il bigino di Scream di Wes Craven. Una vergogna. Segnate il nome, ricordate il suo volto nella foto d'archivio qui in calce ed evitate accuratamente ogni sua opera presente e futura. Non merita il vostro tempo e i vostri soldi. Gallagher non ama il genere horror, non ha passione, non ha talento, eppure in rete fa i numeri, come i video sulle scoregge su you tube; è la dimostrazione che quando si riesce a trovare un'idea valida, un'idea che piace,  si ha successo a prescindere dalla bontà della realizzazione. Serviva un mostro sui social. Lui l'ha creato. Anche se è un mostro insulso dalla faccia da deretano.

Questo è il regista della pellicola. Potete stamparla e distruggerla in mille pezzi.
Da evitare per non incattivirsi, farsi venire l'ulcera e passare la notte sul water. 
Talk0


martedì 10 giugno 2014

Edge of Tomorrow: la nostra recensione !


Sinossi: La terra del prossimo futuro è in guerra contro la spietata razza aliena dei Mimics. Organizzati, velocissimi, letali. Gli schifoidi e tentacolari nemici sembrano imbattibili e, nonostante le futuristiche armi di cui dispone l'uomo,  l'esito del conflitto appare da subito segnato. I Mimics vincono sempre, quasi come prevedessero le mosse dei terrestri. William Cage (Tom Cruise) è un maggiore dell'esercito, ma di fatto si occupa di pubblicità. Dopo aver velatamente minacciato il comando centrale di rendere noti i molti errori della difesa terrestre, viene defenestrato, degradato a carne da cannone  e spedito in Normandia, il fronte più caldo del momento, la prima linea. Intruppato nella squadra guidata dal sergente Farell (un simpatico Bill Paxton alla guida di assurdi e stralunati marmittoni), Cage si trova così a due passi da Rita Vrataski conosciuta come la "Full metal bitch"(Emily Blunt), la donna più tosta della terra, il soldato definitivo che con la sua spada d'acciaio fa a pezzi ogni alieno. Basterebbe stare al suo fianco per rimanere vivi in  fondo.

Manifesto per l'arruolamento con la tostissima Rita Vrataski

Tuttavia Cage deve fare i conti con un addestramento che non ha mai svolto e con gli insidiosi comandi delle tute meccanizzate da combattimento. Impreparato, spaventato, inerme. Nel suo primo giorno di guerra Cage riesce miracolosamente a trovare l'ala protettiva di Rita, ma muore miseramente in pochi secondi. Portandosi nella tomba, per sfizio, anche un misterioso alieno bluastro, uno "speciale" per altro molto raro a vedersi in battaglia. Sorpresa. Cage si risveglia e torna a rivivere le sue ultime ore di vita. Il contatto con lo strano alieno gli ha dato la facoltà di viaggiare indietro nel tempo a ogni successiva morte (da cui la forza precognitiva dei Mimics), come in un videogame. Giorno dopo giorno, morte dopo morte, Cage avrà l'occasione di diventare sempre più forte e sempre più letale fino a poter vincere la guerra. Sempre che una tale impresa sia di fatto possibile e il nostro eroe possa contare sul supporto della più letale combattente terrestre in circolazione.


Il giorno della marmotta con gli esoscheletri: Basato su una Light Novel di Kiroshi Sakurazaka (che oggi potete trovare agilmente in fumetteria, sui 15.90 mi pare, non l'ho letta ancora però), scritto dal grande sceneggiatore de I soliti Sospetti e Operazione Valchiria Christopher McQuarrie, diretto dal regista di The Bourne Identity, Doug Liman e prodotto dalla Warner Bros con una montagna di soldi, Edge of Tomorrow fin dal primo trailer presentato nei mesi scorsi si è dimostrato un prodotto molto promettente.

Suggestioni sul senso della vita e sugli amori impossibili prese in prestito dal miglior Ricomincio da Capo con Bill Murray, una sfrenata anima da videogioco action, tanti robottoni e alieni tentacolosi che si picchiano a supervelocità, protagonisti carismatici e per i quali è facilissimo affezionarsi. Il film ha tutto per divertire, ha tutto per essere considerato uno dei migliori film action degli ultimi tempi. E ci riesce in pieno.
La base è semplice. Il giorno del protagonista si ripete come un videogame fino a che lui scopre il modo giusto o le scorciatoie per "passare il livello" e accedere al nuovo schema. Tentativo, minaccia da affrontare, morte. Nuovo tentativo, vittoria, nuova minaccia. Ogni giorno un passo più vicini alla meta, ogni giorno una morte più orribile da subire, ogni giorni rimpianti. Questa struttura è così ben gestita e articolata da riuscire a essere ogni volta nuova, originale e divertente. Da un momento all'altro grazie la splendida partitura allestita da McQuarrie il film si destreggia tra il genere fantascientifico al drammatico, tra il comico e il sentimentale, tra l'action e il politico all'interno di un unico caleidoscopio colorato. Una riflessione sul valore della vita, sulla follia autodistruttiva della guerra e sulla speranza che può nascere solo se costruita sul lungo tempo, mattone dopo mattone, ma soprattutto tanto divertimento. Gli effetti speciali fanno letteralmente la parte del leone e disegnano la più incasinata zuffa digitale di sempre: un disastrato, anarchico e roboante massacro digitale, condito con tantissimi dettagli di humour nero e tempestato da diecimila esplosioni sonore, inseguimenti, pazzeschi movimenti di camera e miliardi di proiettili esplosi. Con intelligenza il film sa compilare poi la sua personale greatest hits dei migliori momenti della fantascienza filmica moderna, e così ecco una valanga di citazioni fighe da Aliens scontro finale, Starship Troopers, Terminator.
Qui DOVEVANO far dire a Bill Paxton: "Siamo sull'ascensore per l'inferno e in caduta libera ahooooooo"e io morivo lì, felice

Poi ci sono gli esoscheletri potenziati ed è un capitolo a parte, un nuovo must. Dopo gli esoscheletri di stoccaggio di Aliens e gli eso mega-armati ma lenti di Matrix e Avatar è il turno di venerare gli agili e velocissimi eso di questa pellicola. Infinitamente customizzabili, dotati di diversi tipi di armamenti, da attacco ravvicinato e sulla distanza, stretti alla vita del soldato da una poco rassicurante mina a contatto, gli eso di Edge of Tomorrow sono la variante kamikaze di tutte le armi belliche futuribili. Scomodi, rugginosi, assemblati male e con componenti che non funzionano per pessima programmazione, ricordano le tragiche eso-tute del manga di Alita (il capitolo del treno). Delle piccole tombe mobili sgraziate tanto più quanto il soldato è di basso livello. Al punto che la carne di cannone base indossa una specie di scolapasta e ha a che fare con cannoni ai quali non si riesce a togliere la sicura senza decifrare istruzioni in cinese pigiando tasti a caso.
Call of Duty Space-Ghost DLC pack? Beh, in COD una modalità che sembra fatta apposta per replicare il film... marketing?

E questo mentre dei tori digitali giganteschi e inesorabili arrivano incontro alla carica, già dal momento prima che precede le procedure di sbarco dagli aerei.  I Mimics sono stranissimi, paiono dei ragni meccanici, si muovono in modo bestiale. Risultano del tutto alieni e inconcepibili nelle movenze, ma hanno carisma e una precisa sotto - gerarchia di varianti più o meno antropomorfe. Non sono gli alieni più belli mai visti ma sono funzionali ed eccitanti da vedere negli scontri con le truppe umane. Un delirio grafico-concettuale che atterrisce, spiazza e coinvolge emotivamente il nerd dentro di voi, se c'è, che arriverà facilmente all'orgasmo sensoriale nelle molte scene di questo tipo della pellicola. Una sincera serie di crasse risate per tutti gli altri, in quanto le azioni sono sempre sbilenche, improvvisate, ironiche. Ma non c'è solo spara spara e scappa scappa. La pellicola sa trovare splendidi momenti onirici, ottime e inaspettate scene di introspezione, grandiose trovate da umorismo demenziale. Si fanno largo piano piano anche i sentimenti, ci si trova a tifare anche per i marmittoni dello sgraziato plotone di Cruise. E questo è merito di tutto il cast e in special modo dei due straordinari interpreti principali. Emily Blunt non è la gnocca definitiva ma sa essere sensuale, decisa, eroica. Il personaggio della Full metal Bitch è stupendo e vive di mille contraddizioni, davvero iconico. Cruise, e ve ne parlo da abituale detrattore, è uno che quando vede una bella parte dà il massimo, non si risparmia né fisicamente né recitativamente. Divertente, sbruffone, anti-eroe, il suo Cage è forse fin troppo funzionale alla trama, ma Cruise lo interpreta con tutta la leggerezza e passione che necessita la parte. Forse anche per il fatto che Cage muore, e muore un miliardo di volte nei modi più estremi, autolesionisti e idioti, non ci mettiamo molto a volergli bene e a seguirlo tra il serio e il faceto nei suoi spesso complicatissimi e perdenti sul nascere piani di sopravvivenza pianificati passo per passo.
Buona visione e tutti: Edge of Tomorrow è il film da vedere al cinema in questo momento. Il più leggero, il più divertente, quello con gli effetti speciali più fighi e con la storia più simpatica. Per Tom Cruise è un ritorno ai fasti, al suo fino a ieri inarrivabile Minority Report. Stesso ritmo, un ugualmente infinito sfoggio di trovate visive, altrettanto solida regia. La ludicità della pellicola, il suo essere un continuo cubo di Rubik da interpretare, la rende un prodotto adatto davvero a tutti, anche a chi non ama strettamente la fantascienza. L'azione è molto concitata ma il livello di splatter è pressochè nullo, per cui potete tranquillamente portare a bambini in sala. Il divertimento è elevato e anche felicemente inaspettato. Non è un capolavoro, sia chiaro, ma al momento è il miglior intrattenimento serale possibile. E con questa ultima botta di caldo l'occasione per recarsi in un multisala con climatizzazione e bibita gelata al seguito. 
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Escape Plan - la nostra recensione


Sono tornati. Sono di nuovo insieme. Sono pesantemente armati. Sono pompi come sempre (o quasi) e non vedono l'ora di rubarsi le scene più cazzute. Tutto ok e alla grande no? Beh, più o meno...



Sinossi: Ray Breslin (Stallone) è un esperto nel testare la sicurezza nelle carceri di massima sicurezza. Sotto falso nome si fa rinchiudere, analizza l'ambiente e le abitudini di carcerati e carcerieri, trova la crepa del sistema e scappa. Poi si fa beccare, si presenta davanti al direttore del carcere, rivela chi è, spiega come ha fatto e rilascia parcella. Viene chiamato nell'ambiente Houdini e di fatto passa tutta la sua vita, da uomo libero, dietro a delle sbarre per lavoro. Nessuna famiglia, pochi legami, solo lavoro. Ray è il migliore, un'autorità nel settore che scrive libri e libri su come costruire la gabbia perfetta. C'è da dire che se la sicurezza delle carceri è all'acqua di rose come descritta nel film, spero che personaggi come quello di Stallone esistano davvero.  Ray appena terminato l'ultimo incarico e tornato libero si fa così coinvolgere, sotto la spinta del socio Lester Clark, (Vincent D'Onofrio) in un grosso lavoro che ha per committente i servizi segreti. Testare la sicurezza di una prigione di altissima sicurezza, in località segreta, destinata per lo più a gente come Satana, Magneto e Marco Mengoni (per essere sicurissimi che non faccia più album).
Ma qualcosa non torna. Giunto nella nuova prigione Ray si trova in un luogo ben diverso da quello immaginato, privo dei contatti per cui aveva pattuito e con la sgradevole sensazione che qualcuno voglia espressamente che, per questa volta, a Houdini non non riesca la magia. Non è infatti una prigione canonica, ma la brutta copia della prigione di Face/Off di John Woo. Un piccolo regno del terrore gestito dal sadico direttore Hobbes (Jim Caviezel, che dopo aver fatto per anni il buono vuole interpretare un bastardo... e gli riesce così così) e dal suo sadico braccio destro armato Drake (Vinnie Jones), al comando di un esercito di carcerieri che portano maschere nere inespressive su vestiti neri tutti uguali, come tanti mimi. Un posto dove però si può trovare presto un amico, quando serve. Ed ecco che Ray incontra, dopo 20 secondi, il pericoloso cyber-terrorista conosciuto come Rottmayer (Arnold Schwarzenegger). Distinto, gioviale, simpatico, anche lui intenzionato a scappare. Il pezzo grosso gli farà risparmiare da subito sposalizi non richiesti con grossi tizi tatuati, mercatini per trovare risorse utili, giochini con la saponetta, scelte di letto scomode e menate pseudo religiose. Insomma Ray starà come ad OZ... senza stare ad OZ...
Altro che Schwarzenegger, pensa Stallone se fossi stato io il tuo best friend forever...

Insieme a Rottmayer cercherà la via di fuga dalla prigione, ma non sarà facile, perché tutto sembra remare contro. Il luogo pare per più di un motivo gestito da dei supercriminali e destinato a rinchiudere altri supercriminali. Perfino i colleghi di Ray all'esterno hanno problemi a trovare la prigione, più i dettagli in rete si scoprono più sembra una leggenda metropolitana. Qualcuno gli ha dato un nome: "La tomba".

Un film da fare: C'erano una volta gli anni '80. Periodo storico noto per gli scaldamuscoli colorati, le pettinature cotonose, la hit Tarzan Boy, Stallone, Schwarzenegger.... e le Crystal ball.


La gente che ci è cresciuta, negli anni ottanta, i film di Stallone e Schwarzenegger li ha visti mille volte (l'alternativa era Bud Spencer e Terence Hill... sì, un po' come oggi), sicuramente come si è impiastricciata le mani con il Crystal ball cercando, vanamente, di creare palloncini colorati che non assomigliassero a dei testicoli (e succedeva SEMPRE). Certo la generazione passata ha idolatrato De Niro, Pacino, Indiana Jones, Star Wars, il migliore Argento. Ma noi abbiamo pur il duo muscolare di cui sopra, i Goonies, i Duran Duran e il Tenerone... e la Pietra Verde con Michael Douglas... 

Ma da allora per ogni fan dell'action che si rispettasse Sly e Arnold erano cinema. Quello muscolare, quello grosso e cattivo, quello da non perdere. Magari cinema di storielle assurde risolte con qualche mitragliata contro i "cattivi", magari di film che si guardavano di nascosto per paura che i famigliari, vedendoci piangere davanti al finale di "Codice Magnum", pensassero che fossimo strani. Certo non si poteva essere al contempo fan di Arnold e Sly, pur seguendo comunque entrambi. Non era cosa. Sly era urbano, vissuto, perdente ma con cuore. Arnold era enorme, inesorabile, alieno, pareva disegnato da Frazetta. Arnold era He-man senza il caschetto della Carrà. Tanta roba. E visto che io ero già nerd e amavo draghi, cyborg e demoni cornuti, Arnold era il mio riferimento. Poi con il tempo ho apprezzato anche Sly e le sue "sottili" metafore politiche, l'ho riscoperto  come ottimo sceneggiatore, regista e attore (Nick lo Scatenato con Dolly Parton è stato nel lettore vhs due mesi e per un paio di mesi pure Flashdance mi pareva un filmone, poi mi hanno internato). Ma mentre Arnold negli anni non l'ho mai abbandonato, pur sperando in ogni scena de "I gemelli" che svitasse il cranio a Danny De Vito, Stallone nei suoi film del filone "giacca Armani" (Lo specialista, Assassins, La vendetta di Carter, Avenging Angelo e roba simile) lo trovavo francamente inguardabile. Oggi i vecchi fan guardano con nostalgia gli Expendables, ma al cinema vanno film e attori diversi. Roba più raffinata, siamo onesti, ma meno divertente. Vederli insieme, di nuovo, Sly e Arnold. Dopo le manciatine di minuti in Expendables 1 e 2 era tempo di una pellicola 50/50, codivisa. Parte il progetto! Certo ora non sono più atletici come un tempo, ma con gli anni si sono affinati nella recitazione e una storia  carceraria come il mitico "Sorvegliato Speciale" è l'ideale per vederli interagire, collaborare e farci magari piangere mentre parte qualche pugno in sala mensa o coltellata nei bagni. Il genere carcerario è perfetto anche nell'ottica anni ottanta perché ti dà dei cattivi infiniti a cui dare botte, poliziotti corrotti, sette religiose folli, deboli da difendere, azioni furtive, c'è il pacchetto completo. Per ammodernare qualcuno sceglie di copiare selvaggiamente il carcere della prima parte di Face/Off. E Vabbeh, quando un'idea è bella la si riutilizza. Però i segni della carta carbone vanno cancellati meglio.

Cartolina di ringraziamento di Nick Cage a Sly e Arnold dopo che ha scoperto che gli hanno clonato il film
Si sceglie alla direzione il tizio di "Stanza 1409" e del bellissimo "Il Rito" con Hopkins, Mikael Hafstrom. Lo sceneggiatore è quello dell'orribile pasticcio conosciuto come Machine Gun Preacher (che di figo ha solo il nome) Si punta non al capolavoro, ma a un film solido, con un regista non pazzesco ma che sappia qui dividere a metà la scena tra Sly e Arnold, dando a entrambi il giusto peso, minutaggio e numero di scene fighe. O almeno provarci.
Ecco, divido tutto per metà e non dovrei sbagliare... forse...
Si sceglie Caveazel a fare il cattivo dei cattivi, rispondendo a un suo desiderio di non fare il buono. Jim per una volta vuole darle lui. Dopo essere stato frustrato, flagellato, inchiodato e crocifisso, resuscitato, picchiato dai vichinghi, picchiato dagli alieni, picchiato da un tizio in auto, picchiato da un'auto, sedotto e abbandonato dal tizio cattivo di Lost.

Sì, per una volta le do anch'io le botte
Vinnie Jones ha la faccia giusta per fare lo sgherro cattivo da videogame anni '80 e pertanto è perfetto per la parte del "tizio grosso e cattivo". Povero Vinnie, mai un ruolo sentimenale per lui.

Vorrei recitare in un Nicholas Sparks per una volta. Non sembro Richard Gere qui?
 Per rendere la trama da veri duri, si è deciso di togliere del tutto la gnocca dal film

La sconfortante unica presenza femminile del film, la "produttrice"Amy Ryan
Ad arricchire il cast oltre al già citato stoico-in-parte-telefonata D'Onofrio, l'insipido 50 Cent e l'evanescente Sam Neill. Come sarà andata l'intera operazione date le premesse?

     
Sì, ma non da fare così male...: Ecco il punto dolente. Tante belle premesse, ottimo cast, un'ambientazione che se uno non sa che è copiata da Face / Off magari pare originale, una trama che solo a immaginarla sembra una bomba. Poi vedi il film. E ti incazzi. Ti incazzi davvero di brutto, perché sprechi di questo tipo non sono in natura accettabili. Va bene l'effetto amarcord, il bello di vedere nella stessa inquadratura i nostri due eroi, ma, cavolo, qualcosa "di più" era lecito aspettarsela. Vediamo per punti le cose più palesemente indigeribili. Anzi no, utilizziamo contributi fotografici.

SPOILER ALERT ZONE - SPOILER ALERT ZONE - SVILUPPO TRAMA

Il geniale Ray Breslin di Stallone conosce tutte le prigioni del mondo. E sa che il punto debole di tutte è sempre uno, sempre lo stesso, sempre dannatamente quello. Tuttavia per arrivare alla solita notoria meta bisogna strutturare una trama intrigante, misteriosa, enigmistica, magari anche solo sognante come Le Ali della Libertà. Ma una trama serve sempre, mentre qui abbiamo queste sequenze...
Sly: Ho, un piano. picchiami che vado in isolamento. Arnold: Ok, se ti fa piacere..

10 min dopo. Sly: Il piano procede, picchiami che rivado in isolamento. Arnold: Ok, se ti va. ma non l'abbiamo già girata?
10 min. dopo: Sly: Bene, picchiami ora, devo andare in infermeria. Arnold: Bah, ok, ti rimeno...
10 min dopo. Sly: Bene, siamo pronti. Menami. Arnold: è divertente come un comizio sulla spazzatura differenziata

Ed è tutto così!!!!! Tutto così!!!! Si potevano sviluppare mille personaggi e situazioni, ma abbiamo qui invece il continuo ripetersi delle stessa scenetta all'infinito. Peraltro se si menassero almeno in modo figo avremmo almeno "qualcosa da vedere" e invece niente di niente, pugni mosci e calci mosci. Coreografie stanche per atleti stanchi. Inoltre il resto dei comprimari del cast non fa nulla, non arriva a nulla, non conclude nulla. Il film è in balia di una sconfortante assenza di idee e perfino il finale, dove qualche colpo e qualche bella scena scappa, è molto depotenziato rispetto a ciò che poteva e doveva essere. Stallone e Schwarzenegger fagocitano tutto e sono troppo grossi per stare insieme in un film unico. Un vero peccato, perché visivamente il tutto è decisamente gradevole e qualche bella idea di regia c'è.
Credo sia il primo dramma carcerario ripetitivo della storia. Da "Papillon" a "L'uomo di Alcatraz", passando per "L'isola dell'ingiustizia", "Le ali della libertà", "Il miglio verde", "La fortezza", "Hurricane" e sì, anche per "Sorvegliato Speciale". Non è accaduto fino a ora mai di annoiarsi, le storie, pur semplici e magari trite, si scrivono da sole in contesti simili. Basterebbe prendere uno studente di un corso di scrittura creativa e lui potrebbe fare miracoli anche sulla sceneggiatura di questo "Escape Plan". Ma così non è successo e il film, pur con tutto l'affetto amarcord per il quale lo vedrò e rivedrò in futuro, buca in pieno il suo obiettivo di intrattenere e divertire. Sospingendosi senza entusiasmo fino alla fine. Non basta sembrare un film anni '80 per esserlo davvero.
Ma comunque vederli insieme è bello davvero. Dovrebbero rifarlo, magari con una sceneggiatura meno "lineare", magari con ruoli che li vedano in contrasto come Pacino e De Niro in The Heat - La sfida. Pensate a un film bellico. Pensate Sly e Arnold soldati che si affrontano su di un'isola in una guerra con poche armi rimaste e tanti muscoli per menarsi. Sarebbe un war movie epocale. Il nuovo Commando. Il nuovo Rambo. Speriamo che un film simile si faccia e che questo Esape Plan finisca presto archiviato. 
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giovedì 5 giugno 2014

Godzilla di Gareth Edwards : la nostra recensione

Sinossi: Nel 1999 Joe Brody (Bryan Cranston) e la moglie Sandra (Juliette Binoche) lavorano in Giappone presso la centrale nucleare di Janjira. Il giorno della festa del papà il piccolo Ford (CJ Adams) prepara con grande impegno uno striscione celebrativo per Joe, ma il padre non ha tempo di vederlo, alla centrale ci sono grossi problemi e lui è il responsabile della sicurezza. Giunti all'impianto, Sandra insieme a un team protetto da tute antiradiazione si addentra nei meandri dell'installazione a indagare su strane anomalie elettromagnetiche. Nel mentre Joe dalla sala di controllo deve addossarsi l'ingrato compito di spegnere tutto, non ci sono i segni di meltdown ma sta succedendo qualcosa di grosso. Nel giro di poco tutto precipita. La centrale scoppia, Joe vede Sandra morire davanti ai suoi occhi mentre in un disperato tentativo ha cercato fino all'ultimo di garantire alla moglie una via di fuga dal reattore. Ford dalla scuola assiste impotente allo spettacolo dell'esplosione della centrale di Janjira. Passano gli anni. Ford (Aaron Taylor - Johnson) è diventato un artificiere e ha sposato l'infermiera Elle (Elizabeth Olsen). Dalla loro unione è nato Sam (Carson Bolde). Esattamente come quel fatidico giorno del 1999 è di nuovo la festa del papà. Una telefonata rimanda Ford nel Giappone a fare i conti con il suo passato. Joe è finito di nuovo nei guai. Dopo la morte della moglie ha ostinatamente continuato a indagare sulle cause dello strano incidente del 1999. Un'ossessione che lo ha spinto più volte a recarsi al dì là della zona radioattiva di Janjira, luogo e motivo per il quale è di nuovo in manette quando Ford lo incontra. Il padre è ostinato, ossessionato, la sua vita sì è interrotta con quella esplosione. Non si è trattato di un errore umano o della sicurezza dell'impianto, sa di poterlo provare. Ford, che per lungo tempo non gli ha perdonato la morte di Elle, vorrebbe ora girare pagina, accogliere a casa Joe e fargli conoscere il nipote, sistemare la famiglia. Ma prima il vecchio tecnico della centrale di Janjira insiste per coinvolgerlo in un'ultima avventura. Da poco nella zona della centrale sono stati rilevati gli strani dati riscontrati nel 1999 e tornare in loco forse potrà fornire una soluzione al mistero. Ford e Joe, coperti da tute antiradiazione in quella che pare la malata ricostruzione di quel lontano giorno, tornano così nella loro vecchia casa a recuperare i dati che il padre aveva raccolto su dischetto. Finalmente Joe può guardare lo striscione per la festa del papà che il piccolo Ford preparò con tanto impegno per lui. Finalmente Joe può dimostrare di non essere pazzo quando espone al figlio le sua teoria dell'incidente. Anche se riguarda qualcosa di folle come creature che si muovono sottoterra.

Commento easy e spoiler free: Rivelare quello che succede dopo equivale a rovinare il film e quindi preferisco non farvene cenno se non nella zona spoiler. Sappiate però che Edwards comprende e restituisce in pieno la grande forza emotiva del primo Godzilla di Honda, riesce ad andare oltre l'icona e le sue oltre 30 (trenta!!!) incarnazioni filmiche, puntando all'origine del personaggio, la sua ragion d'essere. Godzilla è la natura che si ribella all'uomo. La risposta di madre terra al peccato originale commesso dagli uomini nell'aver ricercato fonti di energia così spaventose da autodistruggere il mondo. Energie che sono peraltro state utilizzate senza alcuno scrupolo a fini bellici da un paese che si professa da sempre "garante della pace". Il mostro che schiaccia i palazzi e ci guarda dall'alto al basso come formiche ci fa capire quanto siamo ancora piccoli e insignificanti, anche se racchiusi nelle nostre eleganti gabbie moderne antisismiche. Un monito a non commettere nuovi errori, ma anche una condanna che cammina a ricordarci che gli errori del passato fanno inevitabilmente eco nel presente. Chiamiamolo pure Karma o rispolveriamo il consueto adagio "le colpe dei padri ricadranno su figli" e abbiamo centrato il problema, la classica ideologia giapponese che si riversa tanto nei loro monster movie quanto nei j-horror. Il mostro "è la natura" e anche se non lo vediamo spesso a figura intera (laddove il regista si impegna a farcelo vedere il meno possibile), le sue "ramificazioni" sono sempre presenti nello spettacolo di una natura mai tanto "matrigna" e spietata. Poi arriva il climax. Un piccolo ragionevole dubbio iniziale viene chiarito. Il film evolve, giunge a una nuova prospettiva, mutuata dalle successive opere di Godzilla nella partitura più diretta. Viene esposto, sottolineato e messo in pratica un concetto difficile da comprendere e accettare ma necessario per andare avanti, per poter scorgere vacue lontane speranze per il piccolo uomo, in un mondo che lo vede in balia di onde contro le quali non può fare nulla. La parola è: "Equilibrio". A questo punto il pubblico (almeno nelle proiezioni cui ho assistito) si divide in due. Chi vuole accettare questa nuova prospettiva, comprende il messaggio del film, il senso della saga di Godzilla che da oltre 30 anni affascina il mondo. Inizierà a gasarsi a dismisura e ad apprezzare come il regista riesca a districarsi in un territorio davvero difficile (dove cade nella parodia è cosa di un attimo) e con cui relazionarsi. Chi non la vuole accettare di contro ritiene la pellicola pretestuosa, magari ridicola, un po' troppo lunghetta, magari esteticamente molto bella ma tutto sommato implausibile. Godzilla divide. Se Pacific Rim operava una sorta di "selezione all'ingresso" del proprio pubblico, Godzilla di Edwards ha questo bivio a metà pellicola, la posizione più scomoda di tutte. Tuttavia è tanto buono da non dispiacere nemmeno ai detrattori.
Ma lo spettacolo si presenta da subito splendidamente girato, con una fotografia sontuosa e straordinari movimenti di camera. Gli effetti speciali sono letteralmente da lasciare a bocca aperta e sembrano fatti con tutto l'impegno necessario per non deludere tanto i fan di vecchia data che i più esigenti palati. La musica è coinvolgente e appassionante e la sceneggiatura ha delle punte così ben scritte da far sorvolare su alcune situazioni all'apparenza implausibili (in genere tutte le azioni con protagonisti i militari sembrano implausibili), ma che a una seconda visione appaiono decisamente più sensate (una seconda visione "affettiva" diciamo...). Per provare il terrore davanti a un pupazzo digitale che pare tanto un pupazzo di gomma dobbiamo prender in prestito gli occhi di attori che davvero ci credono e possono trasmetterci l'angoscia e la precarietà di trovarsi di fronte a lui. Edwards sceglie attori molto bravi e soprattutto "umani", fallibili, la cui sopravvivenza lungo il corso della pellicola non è mai scontata. Cranston è gigantesco come ci ha abituato dai tempi di Breaking Bad, ma anche la Binoche riesce, nonostante la sua breve presenza sullo schermo, a farsi ricordare a gettare le basi emotive della pellicola. Taylor - Johnson è sperduto, impotente, ma lotta fino alla fine, citando pure una scena alla Soldato Ryan. La Olsen è appropriata alla parte e dolcissima. Una menzione a parte per Ken Watanabe e David Strathairn. Rappresentano la coscienza storica, il fronte giapponese e americano all'indomani di quella assurda guerra, il ricordo del dolore legato all'inebriante potenza di disporre di armi spaventose. Semplicistico forse, ma potente, azzeccato in questo contesto, non allunga troppo il brodo.  Il film è bello, funziona, ma forse soffre troppo dell'effetto vedo-non vedo. Curiosità di cui tratteremo dopo nello specifico ma che possiamo qui sintetizzare come una precisa e ragionata scelta stilistica, in piena sintonia con la precedente pellicola di Edwards peraltro, Monsters. Edwards fa film di mostri, ma ce li fa vedere pochissimo. Un po' sadico in effetti. Ma rende. Nei suoi film si dice "oggi mostri" con lo stesso tono di "oggi arriva un tornado, solo che con i tentacoli". E la cosa è più interessante di quanto appare a una prima lettura. Per ulteriori dettagli, cretinate e assurdità varie è ora presente la corposa (?) area spoiler. Vi invitiamo a leggere questa parte solo dopo aver visto  la pellicola. Speriamo di avervi quantomeno incuriositi.


SPOILER ZONE SPOILER ZONE ALERT SPOILER ZONE SPOILER ZONE
Qual è il vero Godzilla? Negli anni '90 la computer grafica fece passi da gigante e un film con dinosauri digitali riempì le sale di tutto il mondo e il portafoglio di un regista come Steven Spielberg. Il secondo Jurassic Park vedeva un T-Rex in una metropoli fare cose simili a quelle di Godzilla, un classico film dei mostri della Toho, solo che in scala ridotta. Qualcuno disse: "Cacchio dobbiamo fare un film come Godzilla con gli effetti di Jurassic Park e vendere un botto". Così chiamarono Ronald Emmerich, Puff Daddy e un sacco di star a fare la colonna sonora più ganza di tutta la storia e i tizi degli effetti dei dinosauri a fare gli effetti di un dinosauro solo, ma molto grosso, e di una piccolo covata di pseudo-velociraptor, che tanto erano piaciuti in Jurassic Park. Godzilla fu completamente rivisitato in ottica Tyrannosaurus Rex da Patrick Tautopulos, un nome grosso degli fx a cui diedero totale carta bianca e per apprezzamento pure il nome del protagonista della pellicola (interpretato dal sempre pessimo Matthew Broderick). Ugualmente le origini del personaggio vennero riscritte perché gli americani volevano così. Il film devo averlo visto 146 volte e non posso negare che mi sia piaciuto ogni volta e volessi un seguito quanto prima. Solo che non fece altrettanto al botteghino e indispettì parecchio i giapponesi. Al punto che in Final Wars, una delle più divertenti e riuscite pellicole del brand originale (dal regista di Versus... filmone action-zombie da recuperare...), la solita misteriosa razza aliena (di che sto parlando? Si vede che conoscete poco il brand e per questo non capivate quando folle esultavo per un possibile Pacific Rim vs Godzilla...) fa combattere il Godzilla di Emmerich contro l'originale, con l'esito qui sotto riportato.

Perché le icone non si trattano così, cazzo!  Il Godzilla di Emmerich figlia, pesca pesci per fare il nido, non sputa fiamme e non assomiglia per nulla all'originale. Una cacchio di chioccia con un predatore vero. E quando in un popolo è radicato un certo aspetto e carattere per un personaggio non ha senso e non è bene cambiarlo. Prendete il Gabibbo.


Nessuno si è mai sognato di fare un re-style del Gabibbo per renderlo realistico o più simile ad un T-Rex perché Jurassic Park ha venduto bene. Nessuno ha mai sognato di dargli l'accento partenopeo. Rosso. Dall'accento genovese. Pare ci sia un uomo al suo interno. Ma va benissimo così. Il vendicatore rosso è uno dei tanti reporter di Striscia la Notizia, uno dei più seri, e peraltro non si è mai sottratto dalla lotta quando la situazione lo ha necessitato (vedi le lotte contro il punteruolo rosso...). Allo stesso modo i giappi sono oltremodo affezionati al loro lucertolone preferito, al punto che anche nei film più recenti il mostro ha un aspetto ancora simile all'originale. Pupazzoso e con chiaramente al suo interno un uomo che distrugge a cartoni e codate modellini di palazzi. E questo anche nel contesto di film con effetti speciali "più moderni", perché le scene di lotta "classica" hanno un loro fascino e i fan le vogliono, le esigono, in un mix passato-presente-retro-futuristico a volte anche di difficile comprensione. Lasciate perdere il Godzilla di Honda in bianco e nero, questo è il Godzilla che vive e respira oggi in Giappone.


E qui veniamo anche al punto del nome. Bypassiamo i deliri jappi che vorrebbero "Gojirah" un incrocio di "gorilla balena", andiamo al termine internazionale. Godzilla pare la contrattura di "God Lizard" ed è esattamente questo il punto. Non un giocattolo in balia degli umani o una mammina sperduta che deve fare su la covata,  ma una forza della natura, una divinità o semplicemente il predatore per eccellenza, quello che spazza via la concorrenza per essere il solo e unico padrone di casa sua. Prendete la definizione che preferite, ma l'esito non cambia. Gli esseri umani sono per lui "ininfluenti", un fastidio, non c'è in lui vera volontà distruttiva al di là di "passare da a a b" o "liberare il campo da altri predatori". Ma questo non gli impedisce di essere spesso misericordioso verso i più piccoli, come se fosse iscritto al WWF.
Effetto vedo-non vedo

Bene, il Godzilla di Edwards è lo stesso identico giapponese, magari con giusto un "paio" di dettagli a renderlo splendidamente realistico. Pur tuttavia è lui, il tizio con un costume di gomma e coda, con i suoi colpi tipici e le sue mosse da "lotta libera", che Edwards riesce a far cogliere ai fan e sono accennare a chi troverebbe la cosa in qualche misura pacchiana. Un'operazione così sottile che scatena spontaneo l'applauso. Non fosse che nelle successive pellicole, in quanto la 2 è già in pre-produzione, qualcosa di più dovrà pur farci vedere! Raffinato, un po' paraculo, decisamente in contrasto con la scelta di magnificare ed esibire bene esposti i mostri di Pacific Rim. Probabilmente per questo Godzilla sta avendo più fortuna al botteghino di quanta ne abbia avuta l'anno scorso nello stesso periodo Pacific Rim. In fondo è un film disaster movie con il tizio di Breaking Bad. Il mostro si avverte, ma grazie ai meriti di regia e sceneggiatura è sempre presente nei nostri pensieri, anche se lo vediamo in scena davvero pochissimo. La creatura stessa è l'occhio del ciclone della sua emanazione naturale, di tutti i maremoti, terremoti e squartamenti di palazzi che provoca il suo passaggio. Il problema è che se non vuoi far vedere troppo il mostro e vuoi che lui tuttavia rimanga il fulcro di tutto devi usare i classici escamotage dei film godzilliani delle origini. I militari idioti e le loro stronzate. In Rim i militari guidano colossi di ferro che prendono a pugni i mostri senza distruggere troppo il paesaggio. I capi burocrati intanto costruscono uno stupido muro modello "L'Attacco dei Giganti". Ma i soldati menano. Far vedere i pugnoni di robottoni giganti è però per i detrattori di Rim, grezzo, li riporta ai giocattoli di quando erano bambini (e molti criticoni sono giovinastri che non sanno cosa sia Daitarn 3 o Mazinga Z e magari in casa per "robottone" avevano un personaggio dei Digimon a zero carisma). Non avvertono il metallo, gli ingranaggi, la tecnologia che si erge contro la natura... ma stiamo divagando. C'è del titanismo in Rim, una messa in scena sempre precaria, una situazione perennemente critica che in un attimo è pronta a esiti negativi. Ma c'è del cuore e, nonostante l'ottusità di qualcuno, del sano spirito di sacrificio eroico. L'uomo è in primo piano, protagonista e non sullo sfondo a fare cazzate. In Godzilla è presente per esigenze di trama tra un cazzotto e l'altro. Ma se la parte dell'uomo-qualunque, del disaster movie è spettacolare, meravigliosa, gestita alla perfezione, catartica, tutto il filone narrativo dell'intervento militare è tremendo. C'è eroismo "militare" anche in Godzilla, ma non ha la stessa forza evocativa.  Più disincantato, inconcludente, affidato al caso, volto al sopravvivere più che al contrattaccare, è motore di scene anche interessanti (c'è anche una mega scena che pare rubata da un Transformers di Michael Bay... indovinate quale).  Ma soprattutto di scene al limite dell'assurdo, strumentali,  volte a giustificare, sottolineare con l'evidenziatore rosso, ribadire fino al vomito che stringi stringi ci troviamo in una maxi-metafora ecologista dove l'uomo, salvo quei tre che fanno i medici o gli artificieri o i pompieri è testaccia di cazzo per passione e timore di avercelo piccolo in una sentita critica all'utilizzo di energie pericolose. Torniamo un po' al Miyazaki di Nausicaa e ci rompiamo davvero le palle a vedere tutte le reiteratamente cretine scene con protagonista la "megabomba". Una retorica di cui avremmo fatto magari a meno ma dalla quale non si può prescindere, essendo uno dei cardini di Godzilla da 30 e passa film . Per lo meno è aspetto che non viene troppo a stressare in ragione della complessiva messa in scena, ma è altrettanto non reiterabile in un numero 2. Se non per puro autolesionismo.
Godzilla verso l'infinito e oltre: il film ha avuto successo. Nonostante le legittime critiche la qualità generale è stata molto apprezzata. Ora se ne vuole ancora e ancora e ancora. Voci di corridoio, idee bislacche della rete e amenità varie vengono a seguire.


Piacerebbe un cross-over tra Godzilla e Pacific Rim. Le basi per una storia comune possono tranquillamente esserci e, soprattutto, la Legendary ha prodotto tutti e due i titoli. Il problema sta tutto per ora nel differente approccio al genere "mostroni" di Edwards e Del Toro. Soprattutto alla luce del fatto che nessuno di loro vorrebbe cedere anche solo momentaneamente la sua creatura all'altro. Anche il fatto che Rim sia andato bene ma non straordinariamente fa per ora desistere dal progetto. L'idea-ponte poteva essere il mecha-godzilla, personaggio classico per i fan e che potrebbe a tutti gli effetti essere una "prova"degli Jeager di Pacific Rim...

Un Godzilla contro King Kong (debitamente modificato e ingigantito con dna alieno magari) pare altresì più probabile, anche perchè Legendary sta per attivare collaborazioni con la Paramount e il progetto piacerebbe assai, magari legato a un'ambientazione giurassica... Del resto similmente a Godzilla anche in King Kong di Peter Jackson il mostrone arriva dopo un'ora e passa. Magari i due registi collaborerebbero qui...

I fan di Godzilla amano Mothra, il megafarfallone. Nel film di Edwards c'è un riferimento velato a lui, ma potrebbe essere giusto un easter egg... Chissà. Poi in rete si trova davvero di tutto.


Godzilla contro il megatartarugone Gamera con nuovo brand in espansione? Abbastanza improbabile per ora. Poi le trame di Gamera con tanto di bambine psichiche piagnulente sono da suicidio...


Godzilla contro il mostro di Cloverfield alla corte di J.J. Abrams e la sua cricca? C'è già un problema logico di chi è venuto prima tra uovo e gallina e poi il mostro di Cloverfield è atrocemente brutto per me...


Questo poi lo vorrei davvero troppo vedere, Batman lo rimpicciolisce e ci fa a botte. Ben Affleck approverebbe la trama per me... 
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