lunedì 27 maggio 2019

Aladdin - la nostra recensione del nuovo film live-action di Disney per la regia di Guy Ritchie





- Sinossi: Nel magico oriente, tra le dune del deserto e i comignoli dei palazzi arabi, è nascosta la caverna delle meraviglie. È un luogo che cela incomparabili ricchezze e una lampada magica recante un misterioso potere. Chi può entravi senza rischio è solo un prescelto, una persona che reca in sé la natura di un diamante allo stato grezzo. Forse a nascondere queste qualità è Aladdin (Mena Massoud), un ladruncolo di Agrabah che per un gioco del destino si incontra e innamora della bella principessa Jasmine (Naomi Scott). La lampada può avere il poter di farlo diventare un principe per chiedere la sua mano, ma dovrà fare i conti con il perfido Jafar (Marwan Kenzari), un potente e manipolatore Gran Visir. Ad aiutare il ragazzo ci sono però una scimmietta, un tappeto volante e la misteriosa e potentissima entità che vive nella lampada, un genio dalla pelle azzurra (Will Smith). 


- E vai di Amarcord: C'è una materia importante alla base di questo live-action, ed è ovviante il film animato del 1992. A tutti gli effetti parliamo di un film fantasy con Tom Cruise, più vicino idealmente ad un I predatori dell'arca perduta, fumi magici, fanatici di potere e scimmietta compresa, che a un Raperonzolo. C'erano gli inseguimenti, gli scontri con le scimitarre, i templi maledetti pieni di "tracobetti" e gli inseriti grafici in computer animation Made in Lucas Film stile Star Wars (e parlo di quello classico, la seconda trilogia sarebbe arrivata quasi un decennio dopo). Ovviamente a un certo punto la storia virava troppo sul sentimentale, ma rimaneva comunque un cartone animato più "per maschietti" che per femminucce, al netto di una colonna sonora grandiosa, anche se in un paio di casi sdolcinata, ma sempre supportata da scenografie da paura con tappeti che volano in tre dimensioni. Ed avere un film Disney con protagonista non una principessa ma anche "un eroe adulto normale" e non un "bimbetto-frignetto" era all'epoca un vero lusso. C'era stato giusto Taron e avremmo avuto Hercules solo nel 1997. E per un ragazzino non farsi trovare per una volta in sala a vedere un Disney con principesse protagoniste era già allora molto importante! E ho parlato delle musiche? Anche quelle erano per la maggior parte di argomento "maschile", sull'amicizia e il potere e non sul principe azzurro e sul lavare i piatti. Aladdin era ed è tutt'oggi un cartone animato bellissimo. Un colossal di stampo e filosofia hollywoodiana con bene in testa i colori e costumi dei "film di sandaloni". Con al centro una creatura folle, libero da ogni schema e realizzabile solo con l'animazione: il genio. Il genio è un film nel film. Rompe la quarta parete, fa riferimenti alla cultura degli anni '90, imita attori, si sdoppia, strizza, scompone, lancia fulmini, coriandoli e crea dal nulla scenari da quiz show o balletti di Broadway. Il genio c'è solo in Aladdin ed è la cifra anarchica che rende unico lo spettacolo, spesso il motivo più ghiotto per una seconda visione. Io il film lo avrò visto dieci milioni di volte e credo abbia definito un preciso look che ha influenzato negli anni cose come la saga di Prince of Persia (che nell'edizione del 1989 non è che avesse poi tutto l'appeal di questo mondo), le Mummie di Sommers e il ritorno dei film "sandaloni" come i vari scontri tra titani. Ma all'epoca, nel 1992, Aladdin era per me molto di più, era l'equivalente di una gita da 90 minuti al parco giochi di Gardaland (i parchi a tema Disney all'epoca erano solo in America). C'era la caverna che sembrava la Valle dei Re, i voli sul tappeto che sembrano montagne russe, le sfilate, i pappagalli, la zona bazar con al centro il celebre self service arabeggiante: il self service Aladino. E questo fatto, per ogni bambino del 1992 era da andare giù di testa dalla gioia. Ho di recente visto a Londra il musical di Aladdin, ritrovando tutti i colori, humor e musiche originali al netto di una trama abbastanza fedele che accennava anche a qualcosa di inedito (i fratelli di Aladdin). Come i migliori musical di Broadway. 



- Guy Ritchie alla regia: Si può fare oggi un film di "sandaloni" con attori mascelloni americani tutti biondi con occhi azzurri che fanno personaggi asiatici, greci o arabi e portano costumi che "sarebbero di duemila anni fa" che sembrano bikini o mantelli da super-eroe? Per qualcuno "fa brutto" e quella che è una ingenuità stilistica passa spesso per furto/fraintendimento/offesa culturale. Quindi i costumi e gli attori per un generale politically correct atto a evitare l'onta del cosiddetto whitewashing devono adeguarsi a un maggiore supposto "realismo". Quindi dell'Aladdin originale e un po' dell'Aladdin musical bisogna sottrarre qualcosa in tema di umorismo yankee, stile di ballo e costumi sgargianti, magari scegliendo abiti e movenze più simili ai musical di Bollywood e giochi di parole più "internazionali". Quindi invece di un Aladdin che cita graficamente Tom Cruise nel protagonista quanto Vincent Price nell'antagonista, bisogna cercare attori più vicini al contesto etnico arabeggiante. Queste scelte infliggono da sole per qualcuno delle ferite mortali alla riuscita del film, modificando sensibilmente l'aspetto visivo quanto il feeling. E qui arriva pure Guy Ritchie, che decide di infondere elementi pur interessanti ma che vanno in parte a discapito della leggerezza originale. Ritchie, similmente a quanto fatto per King Arthur e per ogni altro suo precedente film, decide di infilarci nella realtà più suburbana e criminale dello scenario. Aladdin diviene quindi un film in cui si fronteggiano due ladri venuti dal basso, il protagonista e Jafar, alla ricerca di un loro senso speculare di "realizzazione personale". Il potere è avere un oggetto come un titolo, il modo di ottenerlo è un "furto", in un contesto sociale in cui le regole sono graniticamente legate a chi è nobile ed è formalmente giusto ribellarsi. L'obiettivo indugia nella prima parte spesso su gioielli, bastoni ornamentali, pietre preziose e altri simboli "materiali" di ricchezza per poi trasformarsi in un secondo momento in una variante di My fair lady, con il genio che insegna ad Aladdin il modo migliore con cui "apparire come un principe". È tutto un balletto tra la "forma e sostanza" del concetto di potere, che coinvolge presto anche Jasmine, nella forma una principessa da "vendere in sposa" per ottenere un'alleanza, nella sostanza un capo politico forte che rivendica giustizia per il suo ruolo femminile contratto. Anche il genio è una vulcanica espressione di potere, che a sua volta vive il contrappasso di essere uno schiavo. Anche i "tre desideri" sono un simbolo della temporalità / fugacità del potere. Sono temi nelle corde di Ritchie e la sua personale cifra artistica che eleva la storiella di fondo a qualcosa di più tridimensionale. Peccato che la leggerezza del cartone animato fosse il suo vero potere, la sua capacità di sintetizzare in poche immagini e qualche canzone un ragionamento che Ritchie non riesce proprio a far suo, rimuginando scena su scena in ragione di un maggiore realismo nella rappresentazione. Servono alle volte più tappeti volanti di quanti il regista ne faccia volare.  


- Commento finale: l'ex Signor Madonna innesta il suo personale crime-world fatto di piccoli e grandi ladri, inseguimenti e donne forti nel cuore da 90 minuti dell'originale film animato Disney del 1992 per la regia di Clements e Musker. Ne esce un balenottero da 128 minuti. La favolosa colonna sonora di Alan Menken cerca di sposarsi con i balletti di Bollywood, risultando però spesso schiacciata su se stessa. La pelle bluastra da genio, che fu di Robin Williams, prova a rianimare l'ancora simpatico Will Smith, regalandogli, come ai tempi d'oro, anche dei brani di musica pop - rap adatti alla sua ugola. Gli effetti speciali e i balletti danno brio alla miscela, le scenografie sono molto particolareggiate e sontuose, ma la trama risulta forse troppo pesante alla prima visione (come spesso capita a Ritchie) e il povero Mena Massoud, che si sforza con impegno di imitare il sorriso beffardo di Tom Cruise che ispirò l'Aladdin originale, non scalda troppo i cuori e in alcuni frangenti non è chiaro nelle intenzioni (mentre cercano di ammazzarlo buttandolo da un balcone pare che rida). Ugualmente è impietoso paragonare il Jafar animato, a metà tra Vincent Price e Christopher Lee, con l'interpretazione un po' troppo trattenuta e seriosa di Kenzari. Il resto del cast lavora con diligenza, la Jasmine della Scott plasma e approfondisce bene il carattere indipendente e "politico" del suo personaggio (che sposa alla perfezione il Ritchie-pensiero). I costumi di scena per il sottoscritto vivono troppo nell'indecisione generale di stare tra la finzione più smaccatamente hollywoodiana (scelta stilistica chiave del cartone animato) e la ricerca della tradizione di Bollywood. Come vale per tutti i live-action di Disney usciti negli ultimi tempi, la visione risulta un compendio molto succoso e "affettuoso" per i fan, che troveranno approfondimenti sui personaggi e variazioni musicali dei brani più amati (qui anche con un pezzo del tutto nuovo per Jasmine). Ma forse si sono persi nel troppo "diluito" e "umanizzato" la bellezza di quei 90 minuti perfetti e stilizzati del film animato, il fascino di quei paesaggi dai colori caldi e definiti, il ritmo sempre incalzante di musica sfolgorante e mai ridondante nonché, infine, la pura e meravigliosa anarchia grafica del genio creato dalla penna di Al Hirschfeld, la voce di Williams (in italiano il nuovo doppiaggio poi è conseguentemente del doppiatore storico di Smith Moneta, con la voce di Marco Manca per le musiche, e non c'è quindi più Proietti) insieme al team di animatori capitanato di Eric Goldberg, si è un po' persa. Willie però è simpatico e gli vogliamo bene. 
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4 commenti:

  1. Davvero interessante :) Grazie

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  2. Dovresti guardare i film qui in una qualità decente https://filmstreaming.page/ Personalmente mi è piaciuto tutto, quindi ti consiglio di familiarizzare con esso nel suo insieme.

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