mercoledì 16 gennaio 2019

Glass, il nuovo film e primo "crossover"di M. Night Shyamalan: la nostra recensione




C'era una volta (nel film Unbreakable) David Dunn (Bruce Willis), un uomo che dopo un incidente ferroviario catastrofico è uscito del tutto incolume e con di più la consapevolezza di avere dei super poteri, precognizione (toccando una persona "sente e vede cose" che la definiscono come buona o cattiva, come accadeva a Christopher Walken ne La zona morta) e super forza. Convinto di essere autenticamente "super", divide pericolosamente questa ossessione con il figlio Joseph (Spencer Treat Clark), trasformandosi nel vigilante conosciuto come il "guardiano verde".
C'era una volta (nel film Split) Kevin Crumb (James McAvoy), un uomo che lavorava in uno zoo con un forte disturbo dissociativo della personalità, personalità multiple tra le quali si aggirava un assassino o forse addirittura un demone dalla forza sovrannaturale che amava farsi chiamare "la bestia". L'amore di una bella (Ana Taylor-Joy), placò in parte la bestia, ma questa scappò e divenne lo spauracchio criminale / leggenda urbana conosciuto come "l'orda".
C'era una volta un uomo incredibilmente intelligente che fin da piccolo era stato afflitto da una patologia grave che rendeva il suo corpo fragile come il vetro, Elijah Price (Samuel L. Jackson). Per cercare di confortarlo, per fargli credere di avere uno scopo nel mondo, sua madre (Charalyne Woodard) gli regalava fin dall'infanzia tonnellate di  fumetti di supereroi. Diventato adulto e un super appassionato di comics, di quelli integralisti, un "true believer" come direbbe lo scomparso Stan Lee. Elijah si interessò sempre più di fumetti mischiando arte, storia e mitologia, coltivando la convinzione che i supereroi dei fumetti fossero in realtà lo specchio di storie reali di divinità vissute realmente sulla terra e "nascoste alla massa". Elijah arrivò da vero credente alla convinzione che il mondo "dovesse essere in equilibro" e dedicò tutta la vita alla ricerca di qualcuno che fosse a lui biologicamente  opposto, per un puro calcolo statistico. Se lui era imprigionato in un involucro fragile e crudele, doveva esserci da qualche parte anche un uomo con corpo invincibile, un uomo destinato a vivere per fare del bene agli altri come un supereroe. L'ossessione di questa ricerca fece diventare Elijah  un pericoloso terrorista, il burattinaio occulto di una delle più grandi stragi locali, ma la sua fede venne ripagata quando scoprì David Dunn. Quando era piccolo, i bambini lo chiamavano "mister Glass", un soprannome da cattivo dei fumetti, conosciuto Dunn Elijah trova il suo posto nel mondo e si convince di essere un supercriminale, per tutti i crimini che ha compiuto per seguire la sua "fede". Un villain geniale e malinconico come Lex Luthor.


Oggi David Dunn, Kevin Crumb ed Elijah Price a seguito di alcune vicissitudini sono tutti internati in un manicomio criminale, nelle mani della dottoressa Ellie Stample (Sarah Paulson), esperta nel trattare persone con manie di grandezza e complesso da supereroi. Un medico che vorrà convincersi con tutte le forze e le scienze disponibili che i supereroi e i supercriminali, i demoni e le altre cose strane in fondo per il mondo comune "non esistono". Puro folklore se non peggio, fumetti di bassa lega, creduloneria per masse deboli. La Stample non sembra certo una "True believer" come Elaijah e farà di tutto per trasformare quel posto nel dannato Nido del Cuculo. Ma se i fumetti raccontassero storie vere? 
Sono passati vent'anni da quando M. Night Shyamalan dopo il grande botto di successo de Il sesto senso coinvolgeva per un nuovo progetto Bruce Willis. In un periodo in cui se ne parlava ancora a bassa voce, il regista di origine indiana iniziava a maneggiare il genere - tormentone degli anni futuri, il cine-comics, presentandone una versione già autorale, intimista, spesso religiosa più che mistica e decisamente anti-spettacolare. Conferma alle musiche il grande James Newton Howard, che gioca con un tema dell'eroe che sottotraccia rispolvera le trombe di Superman di Mancini, scambia le  inquietanti porte e palloncini rossi fotografati da Tak Fujimoto, e passa ai colori freddi ma "gentili", quasi pastello, di Eduardo Serra, dove il bene e il male si ammantano di verde e viola sotto un perenne cielo piovoso. Verde scuro/blu è Bruce Willis, che sembra un po' Superman è un po' Captain America, Viola è Samuel L.Jackson un po' Joker e molto Prince. Un film sussurrato, sull'importanza di credere in qualcosa, sul fatto che la cosmogonia americana non arrivi a Omero ma si fermi e cerchi grandezza e riconoscimento fra i fumetti di supereroi. A sorpresa, ma neanche troppo, un film sulla religione e sul fanatismo, su quanto uomini comuni (ma anche dei bambini americani medi, e questo è il "trigger" della pellicola), soprattutto se disperati, possono spostare oltre l'asticella per avere "una risposta" che dia un senso alla loro vita. Molto dramma, poche delle super-botte che i film cinecomici ci regaleranno in futuro, ma bellissime interpretazioni e la bella metafora che un supereroe può ben nascondersi tra le persone comuni. Forse non eravamo pronti, il film incassa ma non fa i numeri, anche se si riprenderà con l'home video diventando un piccolo classico, M. Night Shyamalan dopo fantasmi e supereroi passa agli alieni e sarà tutta una nuova storia. 


Passa un po' di acqua sotto i ponti, successi e anche no, M. Night Shyamalan è in Blumhouse, con un micro budget, dove è umilmente ripartita la sua carriera con The Visit e si inventa Split, una storia di personalità multiple e sovrannaturali con al centro un James McAvoy avvolto in colori gialli accesi dalla fotografia di Mike Gioulakis, raccontatoci musicalmente da un sincopato West Dylan Thordson. McAvoy mette in scena uno strabiliante One-man-show in cui è un uomo con 23 personalità di tutti i tipi, età, razza, sesso + 1 "rara", forse di matrice diabolica forse di matrice supereroistica alla Hulk. Sul finale M. Night Shyamalan pensa "E perché no? Oramai lo fanno tutti..." ed ecco che compare il personaggio di Willis di Unbreakable e già si pensa ad un capitolo tre. Ma a M. Night Shyamalan (il cui nome sto copia-incollando grazie ad un comodo tasto, guardate! M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan... tutte le volte che voglio e senza mai sbagliarlo!!) è davvero uno che ci crede ai fumetti al cinema? Gli interessa davvero questo filone al di là delle implicazioni religiose, della "origin story" e della follia dietro a mettersi una mantella per pestare i teppisti di notte? M. Night Shyamalan vuole farlo Avengers? Ma anche no, che i blockbuster dopo After Earth non gli vengono benissimo e questo Glass è un low budget come lo era Split. Low budget di stra-lusso, con grandi attori coinvolti e storia ben studiata, ma convintamente "minimal" rispetto quello che i fan dei cinecomics degli ultimi vent'anni si aspetterebbero. Anzi! Un film che ancora di più mette in dubbio l'esistenza dei superpoteri e la loro relativa rappresentazione visiva. Chi si aspetta botte da orbi qui "non gode", M. Night Shyamalan fa di tutto per creare tensione e spesso ci riesce ma non la butta mai davvero in liberatoria caciara, pensando invece al Nido del Cuculo, come sopra già citato, e facendo sì che il personaggio più terribile di tutti sia la Paulson, sempre bellissima e tagliente, che non a caso è perfetta nel ruolo di la dottoressa aguzzina. E se Willis è verde, McAvoy giallo e Jackson viola, l'aguzzina della Paulson è circondata e vestita (dalla fotografia sempre del bravo Mike Gioulakis ) di un terribile rosa pastello da educanda perfida e autoritaria, come la Dolores Jane Umbridge interpretata per Harry Potter da Imelda Staunton, tutta rosa e dannati gattini. Il colore "dell'amore fasullo" di chi ha a che fare "dall'alto" con i deboli e i pazzi.  


E che i pazzi impazzino, quindi. McAvoy fa di tutto per avere il premio di matto e sfoggia tutto il repertorio dell'orda, tra l'ancheggiamento e le pose sexy di Patricia, l'ingenuità del bimbo, la paranoia di Dennis, l'hulkesca Bestia che corre sui muri e parla coi rutti, il professore orientale, il bullo... una grande prova da matto. Willis, che dopo il remake de Il giustiziere della notte (che ci è piaciuto, vedi la recensione più indietro) è tornato un po' in pista dopo un periodo in ombra, qui si conferma solido e generoso, molto bravo a duettare con il "figlio" interpretato da Clark, sempre umano, sempre eroicamente dolente. Samuel L.Jackson si vede solo dopo una mezz'ora, ha il personaggio pieno di tranquillanti e mezza lobotomia, sta per lo più con la bava a fissare in camera. Ma si mangia letteralmente tutto il film. Con meno possibilità interpretative di una pianta, per la precisione, si mangia tutto il film. Imponente pur perennemente sulla sedia a rotelle, diviene tragico, titanico e alla fine pure "giusto". Si tifa per lui e lui non sa deludere, ancorato come è ad un personaggio che già vent'anni fa dichiarava di avere molto amato, Jackson dà il meglio e impone tutto il ritmo della pellicola. Tutti bravi, il film gira e anche se lunghissimo, più di due ore, non annoia. E poi arriva lo "Shyamalan twist", il colpo di scena marchio di fabbrica del regista indiano fin dai tempi dell'esordio. Chi lo rivela muore, come da tradizione, ma posso anticipare che è una bella rasoiata, qualcosa di forte, "utile" e che fa anche ben incazzare, ma che dà "potenza" (spero di non rivelare troppo con queste virgolette...) al messaggio finale a un film che negli ultimi minuti, forse per l'idiosincrasia di essere avvicinato per dinamiche agli altri cinecomics, vive di qualche alto e basso. A voi scoprirlo, a voi indagarne la "portata" effettiva. 


Tiriamo le somme. M. Night Shyamalan intreccia con stile e amore tanto Unbreakable quanto Split, recupera tutto il recuperabile in termini di contesto e personaggi, arricchisce e approfondisce, trova una chiosa unica e confeziona con stile. Il mood è quello di chiudere il cerchio e permettere la visione dei tre film in serie, come una piccolina mini-serie TV di lusso, per lo più facendoci trastullare con temi già espressi nel primo Unbreakable. In questo scegliendo/riconfermando tatticamente un "volare basso" che forse per chi legge "un nuovo film di supereroi al cinema" non porta tutte quelle esplosioni e stunt-man che ci aspetteremmo da un Deadpool (giusto per citare un altro film sui supereroi non esattamente con budget stellare ma con azione dieci volte più presente che qui in Glass). Bello il fatto che vengano recuperati molti momenti delle prime due pellicole per far vedere come gli interpreti e i loro personaggi siano cresciuti negli anni, anche se mi fa sentire dannatamente vecchio. 
L'ultimo M. Night Shyamalan mi è piaciuto, forse l'ho trovato un po' freddo e poco accogliente in certi passaggi (ma è giusto che il cinema "smuova" anche sentimenti come l'inquietudine), mi ha fatto un po' arrovellare (il tema "religioso" trova terreni semplificati ma per nulla banali) ed incazzare (anche un po' McAvoy, ma lo dico con simpatia). Ho amato i personaggi, ho amato le fumetterie dai colori fluo stile discoteca che non ho mai visto a Milano e nel resto del mondo. Ho amato rivedere la stazione di Filadelfia con al centro la grande statua dell'angelo della resurrezione, me ne ero scordato. Ho amato rivedere il Samuel Jackson bambino che va al parco giochi con i giganteschi pelouche per "foderare" la giostra e pararsi dagli urti, scena che mi fa ancora male al solo pensiero. Bella la clinica - prigione con le stanze piene di aggeggi tecnologici per "usare la kriptonite" contro i supereroi. Glass ha saputo bene giostrarsi nei territori più sinistri tipici del regista, tanto nella parte melodrammatica altrettanto tipica del regista. È un buon testamento di quanto di innovativo M. Night Shyamalan ha apportato al genere cinematografico dei tizi in calzamaglia. Gente colorata e palestrata forse non troppo dissimile, nei costumi e modi, dai freak e acrobati che un tempo vivevano nel circo, in un mondo in cui magari esordiva Superman, agli albori di Action Comics, come un Mosè spaziale. E nemmeno volava. Roba da veri credenti. 
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