lunedì 28 novembre 2016

Drifters

E' iniziato da poco il simulcast Dynit su VVVVID dell'anime tratto dall'ultimo manga dell'autore di Hellsing
Vi piazzo qui direttamente la intro, che è atomica...



Kota Hirano è un autore che amo alla follia e il suo conte Alucard del manga Hellsing, flagello dei nazi-vampiri, in assoluto uno dei personaggi più Fighi mai creati. Hirano fa un uso gargantuesco dello splatter, disegna personaggi ruvidi con gli occhi da pazzi, riempie le tavole con seimila dettagli e riesce a tirare fuori l'epica anche dal più abusato materiale da b-movie. Quanto J-Pop (e sto aspettando il volume 3 da tre anni... Speriamo qualcosa si smuova in J-pop) ha iniziato la pubblicazione in Italia di Drifters mi sono tuffato a pesce, perché già dalle prime pagine si intravedeva un potenziale pazzesco.
Ne abbiamo già parlato qui tre annetti fa


Ma se non avete voglia di schiacciare il link vi ripeto un po' il succo. La storia funziona, in termini espansi, come nella mitica miniserie Thor: Vikings di Garth Ennis e Glenn Fabry (il copertinista e l'autore di Preacher che gettano Thor e Doctor Strange in una bella apocalisse zombie vichinga... andatevelo a recuperare nel catalogo Panini da libreria, mammaquantoèfigo). Si narra di come molti guerrieri, uomini di scienza e di potere della storia in qualche modo anzitempo "trapassati" non riescano ad accedere al mondo ultraterreno/"Valhalla dei giusti" ma invece vengano reindirizzati in un mondo fantasy senza tempo (roba da elfi, gnomi e draghi) dove sono destinati a combattersi in due macro-fazioni. Nel più orgiastico sogno bagnato di un amante della storia con la S maiuscola (gente che ama si parli di storia anche solo per giocarci un po' sopra nei fumetti... metti che così nascono altri amanti della Storia...),  possiamo trovare nello stesso luogo e stesso tempo e al comando di veri e propri eserciti in quanto "persone straordinarie" Annibale, Scipione l'Africano, Oda Nobunaga, Adolf Hitler, Il barone rosso, Butch Cassidy e Sundance Kid, Giovanna d'Arco, Rasputin, il conte di Saint Germaine e pure quello che sembra a tutti gli effetti, nei panni del super mega boss finale definitivo SPOILER Gesù di Nazaret FINE SPOILER.  



Alcuni di questi mega personaggi entrano nei ranghi dei Drifters in quanto (per decisione di Hirano insindacabile) "eroi morti in battaglia perseguendo sogni di gloria e conquista, ma che non tolleravano giammai di fare del male agli innocenti". Altri rientrano invece nelle file degli Ends, uomini potenti uccisi in momenti di profondo rancore e diventati quindi spiriti inquieti. I Drifters sono eroici e buoni, "duri a morire" e possono fare affidamento sulla loro forza e sulla tecnologia della loro epoca. Gli Ends, decisamente bastardi, hanno acquisito poteri magici e controllano creature leggendarie, per lo più schiavizzando e deprimendo questo mondo fantasy. Ben presto vedrete il barone rosso combattere con il suo caccia contro dei draghi mentre arcieri romani fungono da contraerea e so che il mio socio, che ama la storia, a leggere questa frase è appena svenuto. La vicenda ci far seguire l'arrivo del nobile Shimazu Toyohisa in questo nuovo strano mondo, direttamente dal 1600, anno in cui è stato ucciso nella battaglia di Sekigahara. E poi non vi dico altro che è troppo figo... Ora inizia l'anime, inizia con qualche annetto di ritardo (perché Hirano è piuttosto lento come autore) e soprattutto, come pregavamo in ginocchio tre anni fa non è finito né a Kaze (che da noi dopo aver devastato Agartha non pubblica più) né è finito (almeno da noi) alla "Pagnotta Croccante" (che fino a quando non si deciderà a doppiare in italiano e fare dvd ci starà sempre un po' antipatica). Grazie Dynit. Già incrocio le dita per un adattamento italiano e blu ray con allegati  pupazzi Figma / magliette magari xl / cartoline. E magari sarebbe fico se ci portassi pure Ultimate Hellsing, piangerei di gioia per tre mesi di seguito e per supportarti ti piglierei una o due di quelle cose che distribuisci con Minerva tipo "Squalo-anguilla-minotauro a sei teste contro alligatore-pterodattilo e senza glutine". Che non so se esiste davvero ma sono quasi certo di trovarci dentro Michael Paré...



Tornando all'anime, le cui prime puntate si possono già vedere tramite VVVVID, la regia è di Kenichi Suzuki, che ho apprezzato in un adattamento di JoJo: Stardust Crusader, mentre il chara design è di Ryoji Nakamori (anche Chef animation director) che tra le mille cose ha lavorato sempre adattando Hirano in Hellsing Ultimate. Il primo paio di puntate è niente male e mi sento di incrociare già le dita per il doppiaggio. 
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venerdì 25 novembre 2016

La pelle dell'orso



- Sinossi ruspante: Se sei "boccia", non sai ancora niente del mondo, e il mondo è un posto cattivo, dove bisogna lottare duro e ingoiare rospi enormi per sopravvivere, tirare avanti. Ma nel mondo si trovano anche le donne e le avventure, il coraggio viene ripagato, i padri parlano coi i figli in silenzio pur capendosi benissimo, la montagna fa spavento, ma incanta. Ai confini del piccolo mondo degli uomini c'è il "diaul". Enorme, vorace, implacabile. E' stato buono per un po', ma adesso è tornato a guardare il mondo con i suoi occhi cattivi. Ha già iniziato a squartare il bestiame e arriverà alle case se nessuno lo ferma. Ma chi lo può affrontare il diavolo? Forse i pazzi. Quelli con la pancia svuotata dalla paura, forse perché dal mondo non hanno più nulla da perdere ed è bello andarsene così, giocandosi la vita, per dimostrare chi è uomo da quanto sono fumanti le sue palle. Bello, epico, da applausi e un giro di rosso, di quello buono, per tutti. Ma quando quell'eroe o quel pazzo è tuo padre, la cosa non finisce lì, non può scivolarti via. Anche se è un padre da poco, uno violento e cattivo, è pur sempre un padre. Bisogna andargli dietro perché non finisca male. E andarlo ad aiutare su per i boschi, contro il diavolo, armati solo con uno schioppo rugginoso, non è affare da "boccia". E' impresa da uomo, anche se "uomo" si rischia di non diventarlo mai.
 

- Il far east italico che ci piace: Nel fantastico scenario delle Dolomiti degli anni cinquanta ci arriva dal regista Marco Segato uno scorcio di quello che è il nostro, sempre troppo poco celebrato, cinema di frontiera. Altro che far west degli americani, il "far east". Un mondo antico come le montagne, abitato da diavoli e spettri, difeso da uomini bizzarri di grande coraggio e poche parole. Un mondo narrato spesso da Mauro Corona e portato anche al cinema da Mazzacurati (sul finale del suo La poltrona della felicità) e Bianchini (soprattutto con il suo straordinario horror Oltre il guado - Across the river, di cui abbiamo già parlato qui) e Zampaglione (The Shadows). La pelle dell'orso si muove su questo solco, racconta una storia di montagne e paura, coraggio e umanità. Una storia che fila dritta senza sbavature grazie a interpreti straordinari come Marco Paolini e Leonardo Mason e a un mostro davvero terribile che ci si caccia davanti agli occhi come un vero diavolo. Uno spaventoso orso, enorme e sanguinario, costruito dalla magia dei cinema in un modo tanto naturale che implacabile. Più la caccia si fa serrata, più il mostro avanza cupo e inesorabile come un treno merci. Ci sentiamo dalle parti di Revenant per un attimo (ma senza quel fastidio di "digitale" e "supereroistico"), ma poi finiamo in pieno horror, come in Back Country (dove l'orso sarà più analogico ma molto più splatter e "disumano"), quando intuiamo per la prima volta quanto la palla di pelo sia assolutamente letale e affamata di carne. Affrontare la bestia è per il "boccia" la più primordiale prova iniziatica, il percorso difficile per giungere alla età adulta. E come sempre accade (ma non è scontato, e funziona bene, merito indubbio di Segato che tiene in equilibrio i registri narrativi), al di là del viaggio fisico c'è pure quello spirituale, che passa prima per lo scontro e poi per il riconoscimento della figura paterna. Piccoli uomini arroccati in casette su grandi montagne, che vivono di poco e con poco. Zero tecnologia. Pochi oggetti che li raccontano più delle poche parole che si scambiano tra loro. Le scarpe, da curare come tesoro. Il pane raffermo, che si può rianimare con la pentola fino a farlo tornare commestibile. Lo schioppo, tesoro e dannazione da nascondere e riscoprire solo nei momenti più duri. Oggetti che ossessivamente si adoperano e proteggono e su cui Segato punta la telecamera, rendendoli importanti. L'uso di questi oggetti rimanda la dignità della povertà, che ci arriva diretta come un pungo. Piccoli uomini con pochi poveri oggetti che lottano con il diavolo. Non è Hollywood. Non è un cinema accomodante o consolatorio. Non è L'orso di Annaud.


- Finale: dateci più storie di questo mondo ancora così inesplorato e affascinante. Dateci queste location fuori dal tempo, perché girando per le montagne anche oggi ci si rende conto che questi luoghi esistono ancora, immutati al punto che senza alcuni dettagli parrebbe di stare ancora in pieno medioevo. Il linguaggio utilizzato è ruvido, gutturale, la montagna è sempre uguale e diversa, immortale come i mostri che la abitano, e ha un suono tutto suo, sinistro, tra mille fruscii di rami spezzati. Questi sono i posti nuovi dove dovrebbe girare il cinema italiano moderno. Basta commedie sugli italiani di nord e sud con interpreti sempre uguali, basta con gli psicodrammi della coppia in crisi che vive alla Garbatella, investiamo su questo cinema di frontiera, che ce lo abbiamo solo noi e nemmeno ce ne rendiamo conto.
E' questo il cinema italiano che più ci piace, quello da investirci seriamente sopra, e La pelle dell'orso è uno dei film italiani migliori dell'anno. Sa essere un ottimo film drammatico quanto pellicola di genere. Sa far piangere e pensare, sa commuovere. E fila dritto, con una trama cristallina che lascia il segno. Ve lo consiglio senza remore, guardatelo e passate parola. Poi fateci sapere. 
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mercoledì 23 novembre 2016

Kong Skull Island - il nuovo trailer!


Sembra acido nella fotografia come Apocalypse Now (e John C. Reilly sembra pazzo quanto lo era Dennis Hopper in quella pellicola). Ha un gusto retrò affascinante ed è pieno di mostri giganti. E poi lui è dannatamente grosso e ha quello spettacolare faccia a faccia con Samuel L. Jackson (da pari, sempre da Apocalypse Now,sembra Robert Duvall) che fa intendere un confronto epico. Bello bello. Loki non ha ancora qui la "sua scena", ma c'è ancora tempo per altri trailer da qui a marzo.


E in più lo scimmione butta già gli elicotteri come mosche e quel lucertolone gigante pare proprio un Kaiju. Sembra divertente, King Kong pare avere la pettinatura un po' afro, per adattarsi meglio al contesto storico. Speriamo solo che ci permettano di vederlo un bel po' su schermo 'sto scimmione enorme, magari più di quanto ci hanno fatto vedere Godzilla nel precedente film del futuro regista di Rogue One. A ripensare al film del lucertolone a mesi di distanza (e all'epoca ne uscii più che contento) morde ancora l'insoddisfazione di non aver visto abbastanza mostri, in quel film di mostri. Ho ancora impressa nella retina quella scene stronze in cui si stanno per vedere le vere botte fotoniche ma la regia cambia inquadratura e ce le nasconde quasi del tutto. Speriamo non ricapiti, o che ricapiti meno. Ci si risente verso marzo. 
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domenica 20 novembre 2016

Quel bravo ragazzo



Il grande boss, nascosto nel suo intricato nascondiglio è a letto, c'ha il respiratore attaccato, sta morendo. L'unico pensiero positivo a rallegrarlo è la scoperta di avere trovato un figlio mai conosciuto dal nome tosto come piace a lui "Leone". L'avvocato - consigliere (Ninni Bruschetta) assicura il capo che il delfino smarrito fa parte di un'associazione, ha particolarmente in avversione la legge e che tiene "ippalle". Certo "omette dei dettagli", anche per non aggravare lo stato di salute del suo assistito, ma il boss è felice, vuole incontrarlo e invia due dei suoi picciotti migliori, gli splendidamente "tarantinati" Salvo e Vito. Vito (Tony Sperandeo), è sanguigno, incazzoso e spiccio, ama lo junk food e stare in pace. Vito (Enrico Loverso), è più calmo, zen, vegetariano convinto, divora compulsivamente ciliegie, quasi un tic nervoso. I due arrivano dove si trova il rampollo, ma lo sconforto è tanto. Leone (Herbert Ballerina) è "leone" solo di nome. Fa parte di una "associazione", ma questo si traduce nel fare il chierichetto in una parrocchia. Ha contrasti con legge, ma solo perché un vecchio compagno di classe, ora poliziotto, continua a bullizzarlo. Forse "tiene ippalle", ma dovranno ancora crescergli parecchio, perché è minuto, maldestro, instabile e così "puro" da sembrare un po' rincitrullito. I due sgherri oltre a dover portare questo triste "pacchetto" al boss per esaudire il suo ultimo desiderio dovranno subito dopo ricevere una ulteriore doccia fredda. Per disposizione del capo sarà Leone d'ora in poi a guidare la baracca. Riusciranno i due, accompagnati dal consigliere, a fare di Leone un vero boss in vista della imminente riunione della cupola? Oppure saranno fermati dalla squadra antimafia (guidata da Giampaolo Morelli) che sta seguendo con molto interesse questo passaggio di potere?
- Forse a Benigni "non somiglia per niente", per citare non a caso il modello di riferimento, Johnny Stecchino, ma il "sempliciotto" di Ballerina, con tutti i suoi limiti, è così solare e disarmante che nonostante sia davvero parecchio "rintronato" ci conquista al punto che tifiamo per lui. Il film forse non inventa niente di nuovo, ma funziona, è frizzante e con momenti davvero divertenti. Merito anche di una suggestiva location, di una regia sobria e di attori comprimari di peso, tra cui svettano i divertiti e divertenti picciotti interpretati da Lo Verso e Sperandeo. Quando sono in scena non ce n'è per nessuno, sono loro le vere star e sarebbe bello vederli in una serie tv basata su questi personaggi. Ci sono piaciuti. Bravo Bruschetta, sempre molto misurato, molto carina la Morbelli. L'idea di giocare con temi grossi come la mafia è sempre complicata, come dimostrano film come Noi e la Giulia, ma in un momento storico in cui viene oltremodo celebrata e resa "cool" con prodotti come Gomorra è sempre una boccata di aria pulita quando si cerca di affrontarla con l'arma dell'ironia, seppur leggerissima come in questo caso.
Tutto considerato il film è divertente e godibile, forse un po' derivativo, ma gustoso. Enrico Lando alla regia ci ha molto più convito qui che nelle precedenti prove. Ci rimanda giusto un interrogativo, cioè se Herbert Ballerina riuscirà in futuro un po' ad uscire da questo personaggio, comunque amatissimo, che si è costruito per anni lavorando con Maccio Cappatonda (che qui fa un cameo). Ma oggi in questo film lo abbiamo trovato piuttosto azzeccato. Dovrà iniziare a tremare Checco Zalone? Talk0

venerdì 18 novembre 2016

Ti amo presidente



- Love story con poco love: Lui (Parker Sawyers) è tutto sgarrupato e "baraccato". Guida una macchinaccia giapponese ultra carcassona con il fondo bucato. Fuma in continuazione, pontificando su ogni argomento e ammette soavemente (in modo trendy ) di aver fatto uso di marijuana, racconta di essere vissuto in Africa con i coccodrilli e voler forse diventare uno scrittore. Lei (Tika Sumpter) è precisina e perfettina. E' perennemente concentrata sul suo lavoro e con le unghie sguainate per difendere quello che è diventata, decisamente acida per via della corazza emotiva che si è imposta. Lui si trova a fare la pratica estiva ad Harvard presso lo studio legale in cui lei lavora. Lei e il suo supervisore. Entrambi sono giovani e motivati a cambiare il mondo e un giorno saranno il 44esimo presidente degli Stati Uniti e la sua First Lady, Barack Obama e gentile Signora. E questa è la storia di come si sono conosciuti, scontrati e infine amati. Certo che se fossero realmente come ce li racconta questo indigesto polpettone... Mamma mia!!! Perché lui sembra davvero la persona più noiosa e retorica del mondo, peraltro seguito in ogni dove da un insostenibile "presepe vivente" rigorosamente all-black che lo venera come fosse un novello Gesù Cristo. Perché lei, scusate il francesismo, sembra un'isterica ed egocentrica arrivista con la convinzione di rappresentare la perfezione in terra. Insieme paiono una coppia di alieni anaffettivi che invece di fare quello che due ragazzi farebbero a un appuntamento, cioè pomiciare, si dilungano e dilungano e dilungano nello scambiarsi improponibili e non richiesti frammenti di biografie autorizzate sulla loro idea di Stato Sociale, sull'importanza delle radici etniche, sul complicato ruolo della donna nella società moderna, sul rispetto della autodeterminazione come leva per arrivare al noto "Yes we Can!". E quando non parlano loro, lo fa il presepe vivente con esiti così reverenziali che nemmeno nel Confucio di Chow Yuan Fatt girato nella Cina più integralista di inizio millennio. Ve lo ricordate? Lì il presepe diceva: "Maestro Confucio, quella volta voi diceste quella cosa xy e ci cambiaste la vita, la ringraziamo ancora". E Confucio rispondeva: "Sì, avete ragione, dissi proprio così!!". E l'effetto finale non può che essere involontariamente comico! Il film sui primi sbaciucchi degli "Obamas" fa gridare vendetta per tutto l'ammasso di parole che ci vomita addosso. Si diventa subito intolleranti, nonostante il biglietti pagato, e non aiuta la visione lo stereopaticissimo tour de force sui principali topoi della cultura afroamericana che ci viene crudelmente inflitto negli interminabili 84 minuti della pellicola. E via, come se non ci fosse un domani: con le mostre d'arte africana che ripescano le atmosfere dei bar jazz degli anni venti, con gli insopportabili tamburelli africani nel parco, con il muro che racconta la vita e la morte delle persone più povere del ghetto, con l'immancabile riunione in chiesa per discutere della comunità, con il film di Spike Lee. Questa pellicola vuole essere così intelligente e socialmente importante che oltre a risultare una palla inenarrabile e micidiale fallisce totalmente sul suo target minimo: mostrare il cuore, i sentimenti di questi due ragazzi. Non vi aspettavamo Love Story, non volevamo evoluzioni di lingua, ci bastava avvertire un po' di complicità e affetto anche se simulato, squisitamente cinematografico. O almeno non vendetemelo con "Ti amo presidente".  E non basta la scena del gelato (quella sì una scena ben fatta e che racconta bene i personaggi... sarà forse perché non parlano per otto secondi?) per convincerci del fatto che questa operazione sia più simile a un comizio fuori tempo massimo piuttosto che un film sentimentale. Perché anche registicamente è statico come una puntata di Porta a Porta, con l'aggravante che qui mancano del tutto quel tipo di domande piccanti che possano almeno, trivialmente, farci godere un po' di gossip. 


- Ma forse sbaglio io: Però potrei sbagliarmi su tutto quanto detto finora. Lo ammetto candidamente, non riesco a calarmi fino in fondo negli importanti temi sociali che vengono evocati, probabilmente per un mio gap culturale. Mi sento come quei due (due di numero!!!) bianchi che si vedono in tutta la pellicola, nella scena che segue la conclusione della pellicola di Spike Lee. Due che "non hanno capito il film" (quello di Lee) e si chiedono perché in fondo gli afroamericani siano tanto incazzati. Forse perché non hanno vissuto direttamente quello che hanno vissuto loro. E Forse era importante per gli americani sentire gli infiniti panegirici di cui è pregna la pellicola, anche se certi passaggi noi li avvertiamo come scontati (perché certi diritti non li abbiamo mai conquistati). C'è quindi un significato maggiore, più didattico e meno di svago, dietro ad alcune scelte. Un valore che bisogna saper cogliere per apprezzarlo, con uno studio mirato che va oltre al materiale fornitoci in questa pellicola.
Ma visto che io infine "vengo dalle caverne" e mi ostino a cercare in quello "che è un film", e non un documentario, certe regole narrative, non posso che trovarmi parecchio in disaccordo su questa messa in scena. Non è un film sviluppato bene. Il Barack cinematografico assomiglia all'originale, ma vive il contesto narrativo come una infinita e pallosissima intervista a Uno Mattina. Comprendo il "timor reverentialis", ma anche Obama sorride, piange e guarda la tv (è un grande fan del Trono di Spade) come tutti gli altri esseri umani. La Michelle cinematografica è una creatura così piena di se stessa da scatenare risate isteriche quanto un odio cieco nei suoi confronti. Prendiamo un dialogo a caso. Michelle: "Ho imparato a suonare pianoforte a quattro anni, ma mia madre era più brava: ha imparato a 3 anni". Ed è detto con una serietà raggelante. E' così concentrata nel rendere Michelle come una persona forte che l'attrice, nel momento in cui l'armatura emotiva dovrebbe incrinarsi, mostrandocela per un secondo come un essere umano,  si dimentica di sottolineare il passaggio. In una scena i due si paragonano a Dumbo e alla regina cattiva delle favole. E la loro comicità emotiva nasce e finisce in quella battuta. Un po' pochino. Il "presepe vivente" quando cerca per un istante di simulare una reazione divergente rispetto agli Obamas, anche solo per questioni narrative, è imbarazzante e offensivo della propria intelligenza. Veniamo alla fotografia e scenografia, alla musica. C'è molto verde e molto sole in scena, ci sono dei brani pop e gospel che cercano di intonare la pellicola quasi sul sentimentale, lo scarcassone giallo su cui si ostina a muovere Barack è simpatico e dona meccaniche on the road. Lo sforzo di fare qualcosa di leggero anche se sofisticato si avverte. Ma è tutto troppo poco, perché ti aspetti di provare dei sentimenti, ma questi "non arrivano mai", così come sono annacquati da dialoghi che sembrano più usciti dall'ufficio comunicazioni con il pubblico che da un cuore.  Ma, come detto sopra, probabilmente "quello che manca" gli americani lo sapranno già dai molti libri e interviste e "vissuti" della loro storia recente. Spero comunque che gli "Obamas" reali siamo persone diverse da queste. Non ci andrei a prendere neanche un tè... 
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martedì 15 novembre 2016

Si sente il mare - le perle nascoste dello studio Ghibli


Kochi, da qualche parte nel Giappone, nella prima metà degli anni novanta. A quanto ci dicono  (lo dice il film) il modo di parlare dei "Kochesi" è tutto particolare, almeno per l'abitante di Tokyo medio, in quanto "si esprimono come nei romanzi storici". Di contro per il "kochese" medio il modo di parlare di Tokyo è troppo super-veloce e inquisitorio-snervante. Tuttavia, sia vera o meno 'sta cosa, questa, di 75 minuti a opera Ghibli è la commovente (?), dolcissima (?) e profonda (?) , divertente (?) love story (?) adolescenziale tra un "kochese" e una "tokyese". E i punti di domanda non sono un errore di capslock o roba così, ma chiari segni di sconforto del vostro blogger preferito (io, immodestamente) nel constatare, anche in questa pellicola, i più drammatici topoi dell'adolescenza giapponese media, come tradottami da un numero sempre più cospicuo e quasi quarantennale di "prove audiovisive" da me raccolte e fornitemi da letteratura, tv e cinema orientale. Da osservatore occidentale con il cuore "latino" (e quindi con un punto di osservazione esterno-sbagliato) per me è un assoluto mistero, sulla base di ritenere vere le informazioni fornite da pellicole come questa e in genere di tutta la produzione recente di Makoto Shinkai (che qui richiamo per vicinanza tematica), comprendere come la razza giapponese non si sia ancora estinta. Ma procediamo con ordine. 
Un "kochese" e una "tokyese", a Koiche, nell'ultimo anno del liceo. Poiché la vita scolastica è tremenda al punto che il fallimento comporta l'impossibilità di trovare un'università e conseguente lavoro dignitoso, lo studente giappo medio "sa" che il tempo del cazzeggio a quel punto della vita è finito. Bisogna dire addio all'adolescenza e buttarsi sui corsi di preparazione universitaria. Tutti i manga ad ambientazione liceale sono drammaticamente univoci in questo: senza l'ingresso in una università prestigiosa a fine anno o si diventa atleti professionisti come nei manga sportivi (e la cosa in genere non succede) o si sfonda nel teatro-musica-cinema-disegno grazie alle attività del club liceale (e pure questo non accade... Sono realisti i giapponesi) o si va a vendere il pesce nell'impresa di famiglia. A meno che, come moda recente, fuori dalla scuola il mondo non stia implodendo per apocalissi zombie, invasioni aliene o fallout vari. Non c'è alternativa né scampo. La scuola è vita e LA vita è un doposcuola. In caso contrario l'emarginazione e gli istinti suicidi della condizione di hikikomori. Per tagliare la testa al toro, per "sdrammatizzare ", i nostri due piccioncini (?) ci vengono presentati come dei maledetti geni nella graduatoria-voti nazionale. Delle infallibili macchine da dieci e lode senza troppo impegno, a prescindere da qualsiasi uragano che travolge la loro esistenza umana. Largo ai sentimenti, allora!


Morisaki è il nostro eroe (?), il classico protagonista da storia scolastica tipo: inconsistente, privo di carisma, belloccio ma neanche troppo. Vorresti dire "timido ma gentile" ma ti esce "anaffettivo e bidimensionale" per la totale indifferenza con cui lo colpiscono gli eventi esterni, per il non avere un difetto che sia uno, forse anche per il mio gap culturale sopra rimarcato. Tuttavia per gli standard nipponici Morisaki è un "ribelle". Lo è a ragione perché una volta in terza media ha battuto con forza i pugni contro il marcio sistema scolastico nipponico. In pratica la sua scuola non è andata bene nelle medie-voto dei test nazionali degli alunni del liceo e quindi gli insegnanti e genitori hanno deciso di non far fare la gita di tre giorni agli alunni delle medie. Coerenza nipponica. Morisaki, da novello Che Guevara, allora parte con una delegazione di quattro-cinque studenti alla volta dell'ufficio della dirigente scolastica. Bussa, entra e chiede gentilmente delucidazioni illustrando in modo sintetico e pacato il suo disappunto. La qual cosa in Giappone in effetti è estrema, in quanto è vista come aggressione e danneggiamento dei locali del corpo insegnanti. La dirigente scolastica alla sola vista dei  quattro ragazzetti di terza media infatti sbianca, è una situazione non contemplata nel manuale!!! E' così in crisi che un collega lì nei pressi redarguisce democraticamente i pischelli, vietando il diritto di parola  a tutti coloro che nella stanza non siano tra i primi cento migliori studenti della graduatoria nazionale nella categoria scuole medie. Solo che Morisaki è un fiero 92 dei migliori del Giappone, l'insegnante sbianca dinnanzi a tale primato superomistico e indice un'assemblea in cui, molto democraticamente, chiunque fosse d'accordo con Morisaki (implicitamente senza la protezione sociale fornita dalla sua media-voti) potesse dichiararlo pubblicamente, ad alzata di mano sotto gli occhi adirati del corpo insegnanti. Al che la rivoluzione entra nel vivo. Il drappello di Morisaki, mentre il nostro eroe non si sottrae alla pugna alzando la mano, gli fa vuoto intorno. Solo un ragazzo tra tutti risponde alla chiamata, Matsuno. Anche lui un genio (e quindi intoccabile), ma appartenente alla categoria dei character "misteriosi e intelligenti" perché portano gli occhiali. Perché storicamente per la cultura dei giappi chi vede la vita con occhio semi-chiusi in quanto "miope" è in realtà una persona molto acuta e riflessiva. Morisaki e Matsuno vengono quindi invitati a una "riunione esplicativa" ultra-democratica nella quale i due, in assenza di qualsiasi insegnante o contraddittorio (strategicamente assenti), potranno scrivere su un foglietto, con specificato nome e cognome e media-voto, i motivi del loro disappunto. Morisaki viene profondamente colpito dalla risposta di Matsuno, che scrive come la mancata gita potrà avere per lui ripercussioni negative quando da lì a una decina di anni ci ripenserà. Matsuno è un ragazzo acuto, pensa, non è solo miope. E da lì parte l'adorazione e "l'amicizia profonda", che si concretizza su schermo nel parlare ancora con Matsuno in almeno quattro o cinque occasioni nel resto della sua intera vita, sempre in momenti scazzati, non più di tre battute per volta. Vera bromance. Un giorno però a guastare l'idillio arriva "la donna". Si crea subito tra lei e i due amici un avvincente (?) triangolo sentimentale (le cui relazioni interpersonali nell'arco dell'ultimo anno non credo sfiorino più dei 23 minuti complessivi, salvo un evento particolare che deve essere di fatto molto ridimensionato). 


Lei si chiama Rikako, viene da Tokyo, è affascinante e introversa e ha una media voto da genio. Matsuno vuole provarci (lo vogliono tutti ma lui di più) ma siccome è miope-intelligente-introverso decide di fissarla intensamente da lontano senza combinarci mai niente di niente, guardando malissimo chiunque le si avvicini entro i trecento metri. Questo porta Matsuno a odiare tantissimo l'amico Morisaki, che ha avuto solo la sventura di frequentare (???) brevemente Rikako per una serie di circostanze strane partorite dalla mente contorta della ragazza. Una frequentazione (?) che per l'occhio inesperto del vostro blogger occidentale (sempre io) ha più a che fare con la pietas umana piuttosto che con il trasporto amoroso. Rikako ha dei grossi voti scolastici quanto grossi problemi a casa e non riesce a integrarsi tra le sue invidiose compagnucce di classe di Kochi per il solo fatto che è la ragazza più carina e intelligente della scuola e probabilmente di tutta la prefettura. Morisaki sembra l'unico che non la giudichi ed è l'unico con una certa indipendenza economica (si direbbe il contrario per quanto dirò da qui a breve, ma la ragazza ritiene che sia così) che conosce a Koiche, anche perché oltre allo studio fa un secondo lavoro in un ristorante (l'adattatore Gualtiero Cannarsi, qui comunque meno eccentrico del solito, cosa di cui mi rallegro, regala al "secondo lavoro" di Morisaki il termine "lavoretto". Ed è  esilarante perché non usa mai un termine diverso da "lavoretto" per descriverlo, con le assurde ambiguità che tale espressione comporta per chi non sia davvero una "anima candida"..."Morisaki, come è andato il lavoretto"; "Ho appena finito un lavoretto", "Mamma esco, vado a fare il lavoretto"... Se non lo vedevo nelle cucine di un ristorante a un certo punto iniziavo a pensare male...). Peraltro il primo rapporto che la ragazza ha con lui consiste nel chiedergli unicamente dei soldi, che la ragazza in un attimo ficca in borsa per scappare via di soppiatto senza salutare o parlare con lui per i futuri quattro mesi. Morisaki siamo convinti poi, per davvero, che non possa essere gay, visto il modo, più "partecipe" con cui guarda Matsuno? Ma sarà davvero amore? Come si evolverà il rapporto (???) dei tre? Cosa sarà di questa amicizia e di questo amore quando le tre tappe classiche della apocalisse adolescenziale nipponica (gita, golden week e festival scolastico..Tre eventi più traumatici che felici) saranno ormai storia passata? E alla fine del film converrete con me sul fatto che, se i rapporti interpersonali tra nipponici si limitano a quelli descritti, sia davvero un miracolo che il popolo di Yamato non si sia ancora estinto?


Lucky Red sta ultimando la raccolta definitiva, l'adattamento e traduzione per mercato italiano di TUTTE le opere dello studio Ghibli al netto de "La tomba per le lucciole" (unico titolo fieramente nelle mani di Yamato Video). L'orgasmo completistico massimo per l'appassionato del decaduto ma sempre prestigioso studio animato di Totoro ma non solo. Una occasione ghiottissima, unica e forse irripetibile al mondo per noi occidentali "medi" per scoprire TUTTO ma proprio IL DANNATO TUTTO di quello che è uscito nel corso in TUTTA LA COMPLETA STORIA di una casa di produzione nipponica, TUTTO L'IMDB STRAMALEDETTO dal più famoso e amato film alla più misconosciuto mediometraggio uscito solo Direct to video. Forse alla fine mancherà il blu ray solo questo...




E ora, grazie alla wiki e anche al fondamentale documentario Il regno dei sogni e della follia, anch'esso uscito per Lucky Red e per me a tutti gli effetti il "film horror del secolo", sappiamo davvero il "perché e il percome" negli anni siano arrivate le fortune avverse e i grandi trionfi, le sperimentazioni e le conferme delle strategie produttive dell'arci-amatissima casa di Totoro, dal suo inizio sfolgorante ad opera del genio di Miyazaki alla distruzione perpetrata dal "terribile e autodistruttivo" (produttivamente parlando ma forse non solo...) ultimo progetto dell'ugualmente geniale Takahata. Quindi, oramai che i titoli più noti di Miyazaki e dello studio Ghibli in genere sono già stati pubblicati, ecco che ci capita tra le mani questo Si sente il mare, di Mochizuki, produzione "minore" del 1993 ma pur sempre "produzione Ghibli", dalle atmosfere vicinissime a quelle del pluri-osannato recente nuovo genio dell'animazione nipponica Makoto Shinkai, con la medesima maniera di trattare la delicata, quasi ectoplasmatica, natura sentimentale degli amori adolescenziali nipponici. C'è un lui, c'è una lei, a volte c'è un terzo incomodo ma non lo nota quasi nessuno. Ci sono tanti viaggi in auto, treno, aereo in cui nessuno parla. Poi si fermano in un posto e stanno tutti zitti per ore. Non ci sono dichiarazioni d'amore vere e proprie, mancano le più innocue effusioni se non sfioramenti accidentali e assolutamente non voluti. L'amore è visto nella sua accezione più pura, zen, nello "stare insieme nei momenti che contano", soprattutto i più dolorosi. Tuttavia il "fattore umano" per via della cultura orientale (così rappresentata) non riesce mai (non vuole proprio farlo!!) a infrangere quella parete spessa di incomunicabilità che le persone ergono altissima, un po' l'emblema di quel "dilemma del porcospino" esposto da Anno in Evangelion. Stare insieme è collegato sempre al comprendere le "giuste distanze" tra le persone, cercare di non invadere troppo il privato altrui (non pungersi con gli aculei per i porcospini) senza però al contempo essere troppo distanti, navigando a vista quel tanto che permette di captare fortunosamente dei segnali dall'altra parte. In qualche modo è una buona cura questa visione del mondo per chi si nutre eccessivamente delle melensaggini e smancerie infinite delle pellicole Hollywoodiane, ma qui il sottile è così sublimato che davvero si fatica a vedere dove ci sia amore e dove non ci sia. 


I personaggi sono davvero poco empatici e il "non detto" assume davvero spesso la forma del "non pensato". Non voglio esagerare, ma se qualcuno davvero ritenesse di riuscire a conquistare il cuore di una ragazza (pretendendo qualsiasi tipo di "segnale" da parte sua) in ragione delle stesse azioni che, meccanicamente, compie il protagonista di questa pellicola, starebbe davvero a un passo dalla follia e presto sarebbe noto alle forze dell'ordine. Due parole "in più" andavano necessariamente spese nella costruzione di un pur tanto platonico rapporto. Forse la caratterizzazione grafica, gradevole ma parecchio convenzionale, che fa riferimento a un fumetto magari già conosciuto e famoso e "più approfondito", non aiuta molto in questo. I volti dei personaggi passano dall'allegro al cupo senza vie intermedia. Tuttavia non è difficile "ritrovarsi" in questa Kochi del 1993, almeno per me che in quegli anni avevo effettivamente l'età dei protagonisti e se non avevo il castello di Kochi illuminato strano dai fari notturni avevo pure il Castello Sforzesco di Milano illuminato strano dai fari notturni. Se la relazione tra i due - tre convince poco (Shinkai in questo è più bravo) ci sono dei bei momenti di "slice of life" adolescenziale. Sembra davvero di tornare ai banchi di scuola, di partecipare a una gita vera (e quindi non divertente), di respirare la gioia delle cose semplici come fare una camminata insieme a una persona amica o bere in compagnia ricordando i tempi passati. La scena con il nostro protagonista che dorme in una vasca da bagno, incurante del mal di schiena che avrebbe in età adulta a fare la stessa cosa, usata anche nel menù del dvd e blu ray è splendida ed emblematica di una innocenza ancora non perduta alla quale, se comunque non riusciremo mai a credere, ci fa piacere almeno poter "pensare". Così alla fine riusciamo almeno con il nostro vissuto e la nostra immaginazione a far quadrare i conti con la pellicola, temperando le peculiarità del nipponico sentire e una certa omologata inespressività facciale dei protagonisti. Riusciamo a fare nostra questa storia e c'è da ammettere che la visione scorre via veloce nei suoi essenziali e non stiracchiati ottanta minuti scarsi. Le animazioni come i fondali non sono impressionanti e il Ghibli Touch si avverte solo in parte, il prodotto non nasconde una produzione più economica del solito ma risulta gradevolissimo. Il titolo non ho ancora capito a cosa cacchio si riferisca, ma comunque a Kochi c'è il mare e quindi pensare alla gioventù per il nostro protagonista significa pensare anche al mare. Forse. 
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