giovedì 10 ottobre 2024

Iddu- l’ultimo padrino: la nostra recensione del film drammatico di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, con protagonisti Elio Germano e Toni Servillo. Recensione in collaborazione con Fantasy Magazine

Sinossi: Sicilia dei primi 2000. Catello Palumbo (Toni Servillo), politico condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, torna a casa finita la sua condanna di sei anni, trascorsi nel carcere di Cuneo. 

La moglie Elvira (Betty Pedrazzi) si è trasferita in un appartamento più piccolo e non si alza neanche dal divano per salutarlo. I soldi sono finiti e ci sono ancora troppi guai legali in sospeso. L’adorata figlia, che non gli ha mai scritto una lettera in sei anni, è incinta di Pino (Giuseppe Tantillo), il ragazzotto poco sveglio che faceva da bidello nella scuola in cui un tempo lui era preside.

Ex detenuto, ex sindaco ed ex preside, futuro probabile ex marito, Catello si sente destinato a una vita da recluso in casa, nonno controvoglia e suocero di un fesso, ininfluente e invisibile: “ex di tutto”. Pure di recente orfano dell’amicizia del potente don Gaetano (Rosario Palazzolo), di cui si appresta ad andare al funerale, ritrovato morto per malattia dopo un periodo di latitanza. 

Il Boss però aveva scelto personalmente Catello come padrino del suo terzo genito Matteo (Elio Germano): ora è lui il nuovo boss, nonché il latitante più ricercato di sempre. Questa circostanza, anche se “pericolosa”, forse potrebbe risolvere tutti i problemi. Magari farlo tornare sindaco, dopo aver debitamente risolto le beghe di un grande appalto,  in sospeso da anni causa burocrazia. 

Catello può forse riavere “visibilità e potere”.  

Matteo, costretto a essere “invisibile per scelta”, vive invece ancora nelle vicinanze, nascosto in una casa sicura e assistito da Lucia (Barbara Bobulova), una donna che per un debito di onore gli fa da cuoca, governante e segretaria. È lei a dettare a macchina tutte le lettere con cui il boss gestisce ancora il governo del territorio. 

Ogni tanto, quando guarda il cielo da un terrazzo nascosto, da dietro gli occhiali da sole a goccia che perennemente indossa, Matteo si sente chiuso in gabbia, come il canarino giallo di Lucia, ingabbiato vicino al suo abituale angolo di lettura. Non vuole finire come suo padre: morire su un letto di emergenza improvvisato attaccato a una flebo, in una baracca tra i prati, circondato dalle capre. 

Arriva il giorno del funerale e Matteo ripensa a quando Gaetano da piccolo lo aveva portato in una simile baracca isolata tra i campi, per poi sceglierlo tra i suoi fratelli: il prediletto che avrebbe sgozzato il capretto per Pasqua. Lui aveva eseguito l’ordine con fermezza e senza emozioni, “come andava fatto”. Il padre aveva apprezzato e lo aveva designato suo successore, affidandogli simbolicamente una statuina antica e pregiata, un “pupo”, tenuto nascosto in un pozzo. 

Anche Matteo, ora privato della guida e del consiglio del padre, avrebbe presto dovuto pensare a passare quel “pupo” a un successore, continuare la tradizione. Ma per ora il boss è ingabbiato in quella casa come un canarino. Si sente sepolto, come quel “pupo” nel pozzo. Per questo inaspettatamente, con vera gioia, il boss riceve una lettera dal suo padrino, il preside Catello. Lo conforta, si offre di mettersi a sua disposizione per consigliarlo e aiutarlo. “Se lui vorrà, è lì per lui”, nel segno di “quel faro nella notte” che era don Gaetano per tutti e che oggi deve essere Matteo.  

Il boss detta una nuova lettera a Lucia, sfoggiando nel lessico tutta la sua abilità stilistica: vengono poste le basi per una corrispondenza segreta e riservata. Il preside si rivolgerà a lui nelle future missive con il nome di Emmanuele, che significa: “Dio è con noi”, mentre Matteo lo chiamerà Salustio, come l’amico e consigliere dell’imperatore romano Giuliano. 

Forse questa corrispondenza è l’inizio di una ripresa dopo tanto sconforto, per entrambi. La prima lettera di Catello, arrivata al boss attraverso una complessa catena di relazioni, cambi di mano e pesce surgelato, non è però stato un atto spontaneo. Al termine del funerale di don Gaetano, il preside è stato caricato su un auto da uomini dei servizi segreti, come il lunare e ambiguo Emilio Schiavon (Fausto Russo Alesi) e la collerica Rita Mancuso (Daniela Marra). 

I servizi gli hanno offerto una “collaborazione spontanea” nella cattura del boss. In alternativa la prosecuzione di certi atti rimasti in sospeso. 

Rita Mancuso prende di petto la caccia, vuole “vedere oltre l’omertà”. Sfrutta il preside e le sue conoscenze come ariete, arriva alla sorella di Matteo, Stefania (Antonia Truppo), che è sempre più in disaccordo con la catena di comando. Ha delle fonti sicure e si avvicina sempre di più  al più noto “fantasma” della mafia. Il cerchio si sta stringendo, ai danni del preside quanto del suo “figlioccio”.  

Matteo, che per Catello è “come Amleto” nel suo dialogo con il fantasma del padre, è malinconico e forse distratto, vulnerabile. Ma se Matteo è così vulnerabile e Catello di fatto molto inaffidabile, forse qualcuno di inaspettato potrebbe scompigliare le carte. Forse anche in difesa di uno “status quo” che deve essere preservato “per il bene di tutti”.


Una nuova storia di Grassadonia e Piazza sulle “realtà non-visibili” della Sicilia: dei giovanissimi Fabrizio Grassadonia e Antonio Piazza si conobbero alla scuola Holden di Torino, negli anni novanta. Da lì nacque una collaborazione che nel 2010 portò alla realizzazione del cortometraggio sperimentale Rita: un’opera tutta girata dalla prospettiva di una ragazza siciliana non vedente, con la telecamera fissa unicamente sul volto espressivo dell'attrice protagonista, Marta Palermo, con il resto del “suo mondo” che rimaneva definito dai suoni e dalla immaginazione degli spettatori. 

Dopo i quaranta premi internazionali ricevuti per Rita, nel 2013 questo stesso personaggio “ritornava”, seppur da co-protagonista, reimmaginato e interpretato questa volta da Sara Serraiocco. I due registi la facevano rivivere nel loro primo lungometraggio, Salvo: un’altra storia sulla Sicilia, ambientata questa volta nel mondo della malavita organizzata. La “nuova Rita”, ancora non vedente, per una specie di miracolo tornava vedente dopo l’incontro rocambolesco con la canna della pistola un killer della mafia, intenzionato a ucciderla. Un film sui gangster diventava qualcosa di nuovo, quasi magico. Anche Salvo ricevette molti riconoscimenti, tra cui a Cannes entrambi i premi della settimana della critica.

Aprì invece propio Cannes 2016, primo film italiano con questo onore, il secondo  film di  Grassadonia e Piazza, Sicilian Ghost Story. La sceneggiatura, selezionata anche per il Sundance Jannuary Screenwriters Lab, aveva ancora protagonista la Sicilia, una ragazza e un tema “magico”: riuscire a scorgere la presenza di persone che non si vedono: “seguendo il loro eco”. Questa volta la storia era liberamente tratta dal racconto “Il cavaliere bianco” di Marco Mancassola: in un'atmosfera da favola amara, tra le casette ai margini di un grande bosco, una ragazzina innamorata combatte con l’omertà del piccolo paesino in cui vive, per cercare di ritrovare un suo coetaneo, che dal giorno alla notte sembra scomparso nel nulla. Scomparso come fosse diventato di colpo, pur “controvoglia”, un fantasma. Con Iddu, Grassadonia e Piazza tornano a parlarci di Sicilia e fantasmi, anche se questa volta si tratta di celebri “fantasmi per scelta”. Fantasmi invisibili ma potenti, che qualcuno paragona quasi a divinità. Fantasmi con cui avrà direttamente a che fare, ancora una volta, un personaggio femminile che Grassadonia e Piazza chiamano Rita, interpreto qui dalla brava Daniela Marra.  Questa volta però alcune suggestioni “magiche” del racconto arrivano anche dalla filosofia greca: direttamente dal mito della Caverna di Platone.  


Un film che affronta la realtà, giocando con il registro grottesco e  le maschere della commedia e della tragedia umana: Ogni tanto le storie si inseguono. Il “fantasma” di Matteo Messina Denaro e il modo in cui riusciva a essere sempre presente, per la società, ha suggestionato a lungo i due registi. 

Per la realizzazione della sceneggiatura, per distillare dalla realtà una storia “da non intendersi come una biografia cinematografica”, Grassadonia e Piazza hanno lavorato per anni, da molto prima della cattura del boss, al punto che un primo titolo di lavorazione era Il latitante

Hanno lavorato su articoli, indagini, atti dei vari processi collegati. Infine si sono imbattuti, quasi a sorpresa, nei particolari scambi epistolari del boss con l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino. Scambi  riportati nel saggio del 2008 Lettere a Svetonio, curato da Salvatore Mugno. 

Proprio in onore a quel libro, scovato dai due quasi per caso tra tutta la documentazione,  il film doveva a un certo punto chiamarsi Lettere a CatelloLe lettere, scritte dal 2003 al 2006, oltre a portare alla luce molti dettagli sulle attività criminose, offrono testimonianza anche del temperamento umano e della malinconia del boss. Dicono della fascinazione per le letture classiche. Raccontano della “figura del padre” e del suo ruolo di guida sociale, con tratti quasi messianici. In brevi stralci offrono punti di auto-analisi e auto-critica, con il sapore di un diario personale. Sono pagine di invettive e proclami, spesso terribili quanto sarcastiche, a volte ritenute “egocentriche”, ma accompagnate a pagine che ricercano complicità, vicinanza. Un bisogno di ascolto forse generato dalla troppa solitudine, per cui il boss si intrattiene a raccontarsi in mille dettagli anche esistenziali. A volte dipingendosi come vittima e a volte come carnefice della società. Spaziando dalla “gestione di questioni lavorative” a ricordi privati. Coinvolgendo nomi importanti per le inchieste, quanto citando l’arte e la letteratura, pittori, filosofi o scrittori ripreso dai libri che il boss stava scoprendo nelle letture in isolamento. 

In questi scambi, accesi quanto riflessivi, che partivano su un tema per poi evolversi in tutt’altro, per Grassadonia e Piazza emergeva materiale interessante da poter essere evidenziato, riletto e re-interpretato, sotto il segno della grande commedia italiana, giocando con il registro grottesco. Senza per questo togliere o glissare sui tratti “realmente crudeli”, che caratterizzavano e dovevano continuare a descrivere le persone coinvolte in queste vicende, poteva emergere dal “contesto relazionale” una “normalità distorta”, così incedibile da essere tragicomica. Nelle interviste legate alla promozione del film Toni Servillo afferma che la cifra grottesca della sceneggiatura risiedeva proprio in questo: nel riuscire “a far emergere con vigore, proprio in forza del ridicolo del contesto, il lato tragico della vicenda”. Tragico e al contempo ridicolo diventa quindi l’intero mondo di disperazione umana che ci viene raccontato, non solo dagli occhi del boss, ma attraverso tutti i personaggi della storia: in primis dal politico e dal boss, ma anche dai poliziotti, dalla piccola realtà di paese. Emergono tre personaggi femminili, la segretaria, la sorella e la poliziotta: diversi quanto simili, nel raccontarci tre facce diverse di un simile sentimento di solitudine e abbandono a una realtà incomprensibile quanto umanamente arida, ma che cercano comunque di “gestire”, anche con piccoli gesti. 


Tutti i personaggi indistintamente sono  dipinti come “assediati dalla disperazione”, impotenti o asserviti nei confronti di “chi ha (momentaneamente) più potere”. Tutti cercano di stare a galla in un mondo che sta cambiando, forse, ma troppo lentamente; pur accontentandosi di rivestire il ruolo di “piccoli virus ancora attivi” all’interno di un corpo sociale malato. 

Gli attori erano quindi chiamati a vestire i panni di uomini che vivevano nel paradosso. 

La sfida di Tony Servillo, soprattutto per il ruolo del suo politico, è stata preservare la “tridimensionalità umana”, fatta di lati oscuri più o meno visibili, di personaggi che anche solo visivamente potevano scivolare troppo nel caricaturale. Catello appare buffo e tronfio, ma solo in superficie. 

La sfida di Elio Germano è stata dapprima quella di  immedesimarsi al meglio nella “prospettiva sensoriale di Iddu”: calarsi per alcuni mesi nei luoghi dove erano state scritte quelle lettere. Comprendere tanto il senso di isolamento che le particolari sfumature sonore di quei luoghi. Ascoltare la musicalità del dialetto trapanese, ovattato da dietro mura e finte pareti. Il “salto paradossale” che si è poi trovato a compiere Germano, per “capire il personaggio”, è stato cercare di immaginarlo nel suo “accettarsi”, nonostante tutto come una “persona comune”, amante della lettura e dei puzzle. Come un politico o un imprenditore, con le sue riunioni e progetti di sviluppo, con le proprie debolezze e interessi privati. Un uomo pratico mosso dall’ambizione personale quanto dalla prosperità del proprio “gruppo”, che cerca di emergere sul mercato. Anche se è rappresentante di un mondo parallelo, criminale, “Iddu” è riconosciuto e sostento da una collettività dove il senso dello Stato e della giustizia sono mutati. 

Oltre a tutto questo, è anche un figlio diventato orfano di un padre dall’influenza enorme; una responsabilità che a volte lo schiaccia e reprime (vedasi la scena dell’incendio). 

Aspetti umani che Germano doveva far emergere oltre un costante muro emotivo, autoimposto dalla rigidità emotiva del personaggio: costantemente nascosto da spessi occhiali da sole scuri che non lasciano trasparire emozioni.


Tra realtà e racconto, a fine visione: Iddu sembra ispirarsi per molti aspetti a opere  complesse come Il sindaco del rione Sanità di De Filippo, come al film con protagonista Alberto Sordi Finché c’è guerra c’è speranza. “L’anormalità diventa normalità”, sotto l’influenza di un contesto sociale che per lo più ragiona secondo regole distorte di convenienza. I personaggi si adattato alla anomalia, al grottesco, diventando umanamente buffi e tragici allo stesso tempo nel tentativo di seguire le regole di un gioco “truccato”. 

Nel teatro di De Filippo un boss diventa un giudice la cui autorità e senso di equità  sono riconosciuti e accettati a tutti gli effetti più che in un tribunale. Anche il mercante d’armi impersonato da Sordi è accettato dai figli convinti pacifisti, sebbene ignorato in pubblico, perché porta a loro ricchezza e benessere. 

Il registro tragico riesce particolarmente a Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che con Iddu si sentono liberi di indugiare sul soprannaturale, in parallelismi con i fantasmi di Shakespeare. Possono aprire a suggestioni platoniche sul timore e reverenza che suscita il potere in quanto tale, con contorni quasi manzoniani. I due registi sanno da queste premesse creare scene anche drammatiche potenti, dal grande impatto visivo ed emotivo, giocando su spazi e dialoghi dal forte sapore teatrale. 

La vena ironica “in potenziale”, se vogliamo “l’altra maschera dietro al grottesco” è pur presente in Iddu, anche se per scelta dei registi “più contratta”. Parlando in senso molto stretto di “maschere”, riesce a costruire molto, per la definizione di un registro “buffo”, proprio il trucco di scena scelto per i personaggi. 

Servillo con parrucchino e che nella prima scena sfoggia sulla giacca una cacca di piccione, visivamente non è lontanissimo dai ruoli compassati ma brillanti che “con simili vesti” Buccirosso svolge nelle commedie di Salemme. Germano che si muove con gli occhiali da sole, pallidissimo, sembra a tratti più che un nobile decaduto quasi un epigono di Dracula. Quando il suo personaggio si scusa in quanto “manchevole di ironia”, risulta molto ironico. 

Le maschere funzionano. 

Ogni tanto il film sfoggia anche momenti finemente tragicomici, come tutta la sequenza iniziale e la scena della “finestra abusiva”, ma il senso generale dell’opera è sull’accettare, senza sottolineare troppo, il fatto che i personaggi possano apparirci “anche”buffi: nella misura in cui tutti gli esseri umani, anche i peggiori, possono a tratti esserlo.  

Ciò non toglie che Iddu risulti infine un film amarissimo. Un canto funebre, purtroppo avvallato dalle circostanze dell’arresto di Matteo Messina Denaro, sull’impotenza delle istituzioni nella volontà effettiva di fermare la mafia. Una mafia ineliminabile oppure, per il paradosso e senso del grottesco presentato nell’opera, utile in quanto sostituto (dis)funzionante dello Stato, tacitamente accettato. 

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ci invitato a ragionare su queste meccaniche perverse, anche per magari ispirare le nuove generazioni e fare in modo che con il tempo si arrivi a un diverso modo di pensare. 

Finale: Il film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ci ha convinto per la buona prova degli attori, per un testo dal sapore teatrale latore di una la forte critica nei confronti delle istituzioni. Funzionali le scenografie e la fotografia, che giocano con intelligenza sull’ambivalenza degli spazi di luce e di ombra, creando un costante senso di claustrofobia. Adeguato ma poco incisivo il comparto sonoro. Ritmo forse un po’ lento, ma utile a soppesare le varie sfumature dell’opera, che beneficia molto di una seconda visione per afferrare al meglio le molte sfumature di cui è composta. 

Talk0

mercoledì 9 ottobre 2024

La storia di Souleymane: la nostra a recensione del film drammatico di Boris Lojkne, con protagonista lo straordinario Abou Sangare

Tra le luci artificiali di una quasi futuristica Parigi notturna dei giorni nostri, muovendosi veloce e sicuro tra il traffico e mille consegne da effettuare in pochissimo tempo, vive e “sopravvive” il giovane rider Souleymane (Abou Sangare). 

Sorride, meticoloso nelle consegne e gentile con i clienti. Niente ritardi. 

È riuscito ad avere una bici e un lavoro “affittando” l’identità di Emmanuel (Emmanuel Yovanie), un traffichino che si prende buona parte dei ricavato e non offre molte garanzie, ma la paga è comunque buona.  

Mentre pedala, Souleymane cerca di imparare a memoria una complicatissima “supercazzola” per ottenere l’asilo politico, ascoltando in cuffia  e ripetendo più volte i vocali registrati dal pignolo Barry (Alpha Oumar Sow). Deve apparire come un credibile “martire politico” in un imminente “esame” della commissione preposta, deve ricordarsi nel dettaglio i mille aspetti della “sua” storia. L’organigramma, iniziative legislative e un interminabile elenco di date, luoghi e cenni biografici che lo rendano credibile, come membro di un partito al quale in realtà non ha mai aderito. Una bugia a fin di bene, per togliersi dalla strada. 

La documentazione e le lezioni di Barry inoltre si pagano, ma il futuro non ha prezzo. 

Ogni giorno, in alternativa, bisogna prenotare a un numero verde tutti i servizi di assistenza a cui ha diritto come migrante: l’autobus che porta al centro di accoglienza, la branda dove dormire con la presa per ricaricare il cellulare, il pasto, i due minuti di doccia. Tutto deve funzionare alla perfezione e le telefonate da casa, della mamma e della sua ex ragazza, spesso “deconcentrano”, mettono troppa malinconia. 

La mamma è sempre più malata, la ragazza è stata promessa in sposa a un architetto brutto. Souleymane può solo correre, fino a che, inevitabilmente, non inizia a schiantarsi a ripetizione in mille imprevisti. 

Un cuoco gourmet che lo segnala perché gli ha messo “troppa pressione”. Un tizio che lo investe rompendo il motorino interno della bici: distruggendo il pasto da consegnare, facendogli un gran male e costringendolo ad arrancare solo con la forza delle gambe, sbilenco. Una donna che vedendolo ammaccato dopo l’incidente non vuole pagare la consegna, l’ennesima sospensione degli accrediti per irregolarità del profilo di Emmanuel, che forse subaffitta i suoi dati pure a terzi. 

Resistere, fino alla fine.

Almeno fino all’esame per il diritto l’asilo, davanti a una “pratica e disincantata” responsabile dell’OFPRA (Nina Meurisse). Da fare bene, con le parole giuste e senza destare sospetti, ricordando tutto e magari cercando di commuovere con la giusta enfasi. Poi si può girare pagina e capire se il sogno di lasciare la Guinea per fare fortuna in Francia ha davvero avuto senso. 


Ha quasi il ritmo e i tempi di un action alla Luc Besson, ma anche tutta la profondità e il realismo di un film drammatico e profondamente “politico” come quelli di Ken Loach, la piccola grande epopea di un Rider dei giorni nostri, scritta con maestria da Boris Lojkne insieme a Delphine Agut. 

È un film che il bravissimo Abou Sangare “vive di corsa”, inseguendo un personaggio carico di dignità e forza d’animo, seppur titanicamente irrisolto e in cerca di una quiete impossibile. Tre giorni da incubo, dall’alba al tramonto, per lo più sotto le luci notturne di una Parigi alla Blade Runner particolarmente cinica e crudele, ma a tratti anche inaspettatamente romantica. 

Tre gironi in non-luogo, una “infinita strada asfaltata”, percorsa da infinite regole e limiti da seguire alla lettera e in tempi e luoghi contingentati. Una strada sulla quale cadere fa male, alla bici come all’anima, pur se ai margini del tragitto si può trovare “anche” una città cordiale. Piena di persone che vogliono aiutare gli altri “nonostante tutto”, piena di fiducia e rispetto.  

Parigi (ma potrebbe essere Milano), ci appare così simile a una città-chimera, accogliente quanto respingente, dove il sudore e l’impegno si trasformano in un futuro che appare fragile come un castello di carte. Un futuro dal quale, nonostante mille incertezze,  non ci si può più “staccare”. 

Non si va via perché a volte il sogno di una vita nuova sembra davvero a portata di mano, magari raccontando a qualcuno una “storia” che suona come una lunga e complessa “formula magica”, un abracadabra burocratico. 

Non si va via da Parigi, rimanendo per sempre ai suoi margini, anche perché schiacciati dal fallimento: per la “vergogna” di tornare a casa senza essere riusciti a cambiare la propria esistenza e di conseguenza quella dei propri cari. Seguire le regole per diventare cittadini di questa “terra promessa” appare spesso troppo difficile. Non seguire le regole può diventare un'attrazione incredibilmente semplice: quasi una questione di “sfumature”. 

La storia di Souleymane è un film che ragiona con estrema praticità e pragmatismo su una realtà che accomuna ormai tantissimi migranti in tutta Europa.

Non gira intorno ai problemi e non vende “facili sogni politici di integrazione”, anche perché la trama è stata costruita sulla base di racconti di esperienze dirette: raccogliendo le voce di testimoni, servizi sociali e migranti stessi. Si parla di luoghi di accoglienza reali, documentazioni richieste e procedure, come ritmi di lavoro e tempi d’attesa, reali. 

Proprio sapendo giocare con i generi della settimana arte, il cinema di Boris Lojkne e il talento di un grande interprete come Abou Sangare riescono a raccontare la migrazione, meglio di mille articoli di cronaca, meglio della retorica di troppe “favole accomodanti”. 

È una pellicola preziosa, che fa incazzare ma anche riflettere, sapendo mettere per una volta lo spettatore, senza retorica, davvero nei panni di quelli che oggi possono essere definiti, senza troppi giri di parole, gli “schiavi” del ventunesimo secolo. 

È giusto che il cinema inizi a raccontare queste realtà, anche attraverso il recente e bellissimo Madame Luna di Daniel Espinoza, anche attraverso il magnifico Gli Indesiderabili di Lady Ly. Anche Ken Loach ci ha parlato di recente del “mondo delle consegne a domicilio” con Sorry We miss you del 2019 e di “difficile integrazione” con The Old Oak nel 2023. 

È importante che anche per tramite di opere come queste le presenti e future generazioni, insieme alle istituzioni riescano, possano trovare i giusti “stimoli emotivi” per arrivare a soluzioni più eque, per un mondo migliore. 

La storia di Souleymane è un piccolo gioiello da vedere e capire. 

Talk0

mercoledì 2 ottobre 2024

Thelma: la nostra recensione del particolarissimo “action movie” di Josh Margolin. Protagonista assoluta una amabilissima nonnina, interpretata da June Squibb, più “tosta” di Jason Statham. Come co-protagonista, il leggendario “vecchio Shaft”

A Los Angeles, in una casetta verdeggiante ben ordinata, tutta centrini, gattini e fiori colorati, vive da sola la dinamica novantenne Thelma (June Squibb, attrice di Broadway che ha debuttato al cinema con Alice di Woody Allen). Amata dallo stralunato e un po’ sbadato nipote ventenne Danny (Fred Hechinger), “sorvegliata” dalla sempre più preoccupata e assillante figlia Gail (Parker Posey) e dal suo caustico genero Alan (Clark Gregg), Thelma è autonoma, fa le sue commissioni e ginnastica, sa usare il computer, ama fare centrini a mano, i film con Tom Cruise e sfoderare abilità ai fornelli. 

Nonostante una vena malinconica, dovuta alla recente scomparsa del marito, tira avanti con positività. Un giorno però Thelma è costretta a fare i conti con delle “brutte persone”, a seguito di una telefonata strana.

Una voce poco chiara alla cornetta dice di essere suo nipote Danny. È finito in prigione dopo un poco chiaro “incidente”, è spaventato e nel panico. Interviene nella comunicazione un tizio che afferma di essere un avvocato d’ufficio, che senza troppi giri di parole le chiede di depositare subito 10.000 dollari, in una cassetta delle lettere specifica, per permettergli di patrocinare il nipote e chiedere il rilascio in attesa di processo. 

Tutto è molto inaspettato, ansiogeno e richiede decisioni veloci. Al telefono né Danny né Gail rispondono, così anche Thelma entra nel panico. Raccoglie da cassetti e scatole di biscotti i risparmi, li mette in una busta e va alla cassetta delle lettere indicata. 

Deposita tutto con il cuore in gola. Poi arrivano delle telefonate, da Gail e poi da Danny. Stanno tutti bene e lei è sollevata, ma capisce che è stata truffata. 

Si sente di colpo stupida. 

La polizia ha le mani legate per questo genere di truffe: gli anziani fragili sono vittime designate e meno male che la nonnina è  ancora in salute e non ha ricevuto brutti incontri. Rincasata, non aiuta il suo morale sentire i suoi parenti che parlano nella stanza accanto, ventilando la possibilità di farla entrare in una casa di riposo per evitare in futuro simili situazioni.

Del resto a volte dimentica le cose, è sempre più distratta. È per il suo bene. Thelma si sente di colpo “sola”. 

Ma al contempo vuole con orgoglio dimostrare di essere ancora in grado di risolvere la situazione. Così contatta due vecchi amici. 

In una casa di riposto di zona, trova ancora Ben (Richard Roundtree, attore conosciuto negli anni ‘70, negli action della blackspoitation, per il ruolo del detective Shaft). Ben era un tipo tosto e ora possiede una di quelle motorette da anziani tosti: rossa fuoco, con la quale si può uscire indisturbati per tutta Los Angeles. È diventato con l’età un tipo fin troppo tranquillo, che più che all’azione pensa al suo imminente debutto in un musical realizzato dalla casa di riposto, ma è un partner su cui si può contare.

In una casetta assediata dai pacchi e dai gatti si trova invece la taciturna e sorridente Mona (Bunny Levine). Fa ancora battere il cuore di Ben, anche se ormai ha solo un filo di voce e non può quasi muoversi dal divano. Ma in un posto segreto della sua stanza tiene sempre la sua pistola. Senza dire nulla a parenti e polizia, Thelma e il suo gruppo partono al contrattacco.

Indagano di nascosto.

Piantonano il luogo dove ha depositato i soldi e forse scoprono un ragazzo (Aidan Fiske) che è collegato alla truffa. Tra pedinamenti, esplosioni, dialoghi da duri e tutte le acrobazie action che può eseguire con stile una novantenne, la nostra eroina cercherà di riprendersi il maltolto, fino a confrontarsi con un losco antiquario (un esilarante Malcom McDowell) 

Ma basterà il suo orgoglio per risolvere la situazione e “scansare” la casa di riposo? 


Ha quasi tutti gli elementi di uno spin-off di Arma Letale, la divertente, piccola e sfiziosa pellicola scritta e diretta da Josh Margolin. 

Il film è delicato quanto dedicato affettuosamente alla nonna del regista, anche lei purtroppo rimasta vittima di un brutto raggiro ai danni degli anziani, ma abbastanza combattiva da essersi rialzata dopo quel brutto colpo. Il nipote con questa storia ha giusto raccontato questo evento con maggiore “spettacolarità”. 

Queste odiose truffe “al cellulare” si stanno purtroppo molto diffondendo e il trauma subito da vittime così fragili è spesso davvero terribile. 

Con Thelma il cinema vuole dare un messaggio di speranza e positività, pieno di ironia e momenti action assurdi, senza però dimenticarsi di trattare con un certo realismo e garbo l’età dei personaggi, così come il loro sempre vivace mondo interiore. 

La dolcissima June Squibb, alla splendida età di 93 anni, ha deciso come Tom Cruise di girare personalmente tutte le sue scene action. Sono per lo più scene di inseguimento su quelle motorette per anziani, ma ci sono anche piccole corse a piedi, scalate su superfici scivolose, persino capriole acrobatiche usate per superare il materasso di un letto rotolandoci sopra. Sono scene buffissime, ma lei è bravissima e super motivata nel farle al meglio. Oltre a essere quindi una provetta “action hero”, peraltro lodata da Tom Cruise stesso, la Squibb riesce a trasmetterci anche solo con uno sguardo tutta la dolcezza e simpatica del suo personaggio. La sua voglia di rivalsa verso un mondo che la sta “lasciando da parte”, la malinconia, il carattere sarcastico e l’inestinguibile voglia di libertà, la gioia di vivere. 

Richard Roundtree è la sua spalla ideale, come lo era Danny Glover per Mel Gibson. L’ex Shaft è ancora abbastanza atletico, carico di carisma e battute fulminanti. Sa imporsi sulla scena anche lui come action hero e ha un paio di monologhi davvero niente male, molto toccanti quanto complessi come il suo personaggio, che  non sarà più spavaldo come Shaft ma sa il fatto suo. 

Ha invece un ruolo più piccolo ma molto tenero e riuscito Bunny Levine. La sua silenziosa Mona, quasi immobile, che combatte con gli scarafaggi che assediano la sua casa contando sulla possibilità di schiacciarli solo quando sono alla portata della sua paletta, nasconde uno sguardo deciso degno di Clint Eastwood. Il suo perenne sorriso prende invece il posto di tutto un mondo di emozioni che il suo personaggio non è più in grado di esprimere, se non molto lentamente, ma sempre con generosità. Commuove. 


È invece ancora molto carismatico Malcom McDowell, che qui aggiunge un nuovo divertente “villain” sopra le righe alla sua infinta galleria di Bad Guy. Pur seduto, con un respiratore e poca familiarità con la tecnologia, il suo “antiquario” convince, inquieta ma al contempo diverte. Oltre a risultare pure lui buffamente tenero. 

Mentre gli anziani si dimostrano donne e uomini d’azione, i giovani personaggi dei “nipoti”, interpretati da Fred Hechinger e Aidan Fiske, hanno a che fare con infinite fragilità e cambi di rotta emotivi: quasi condannati a un limbo per colpa del quale “non saranno mai adulti”. Figli di genitori assenti o ultra protettivi, come la madre petulante di Parker Posey e il cinico e sarcastico imprenditore di Clark Gregg, buoni solo a fare “tanto rumore per nulla”, i giovani rincorrono in qualche modo lo “spirito libero dei nonni”, cercando di compiere nella comunicazione un interessante “salto generazionale”. 

Thelma non è solo un action Movie quindi, ma piuttosto un sacchetto pieno di caramelle emotive interessanti da assaporare una per una, cogliendo le tante piccole sfumature e sapori di un’opera che sa farsi apprezzare anche oltre la prima visione. Splendidamente recitato, fresco e dinamico, dal ritmo veloce e senza tempi morti, Thelma è un’opera davvero interessante, che per altro ci presenta un regista e autore nuovo, di cui già aspettiamo i prossimi lavori. 

Se avete i nonni o parenti anziani, fate con loro (e magari i nipotini) un giro in sala per vedere Thelma. Tirate fuori il loro lato da action hero. Chissà se Thelma e Ben verrano arruolati da Stallone per il nuovo Expendables

Talk0

sabato 28 settembre 2024

Maxxxine: la nostra recensione del film action-thriller scritto e diretto da Ti West, con protagonista la bellissima e “cazzuta” Mia Goth

Siamo nell’ultra-figo 1985, nella “città degli angeli” ancora in volo o decaduti. 

In un mondo psichedelico dominato da colori pastello acidi e musica ultra pop a palla, nel pieno mito muscolare di Ronald Reagan e degli Action Hero alla Chuck Norris, c’è un solo modo di “conquistare la scena”: farsi largo a testa altissima, se serve anche somministrando calci e pugni a chi le manca di rispetto. Questa è la filosofa dell’attrice hard Maxine Minx (Mia Goth). Ed è con un fisico pazzesco, grinta e auto-consapevolezza, uniti a una indispensabile cerchia di amicizie “pericolose”,  che questa “ragazza tosta” ha potuto finora avere la meglio nella vita.

In ogni situazione, anche in storie surreali con al centro sangue, violenza estrema ed entità quasi paranormali (nel film “X”). Questa volta però Maxine non ha a che fare “solo” con piccoli produttori viscidi, streghe con velleità artistiche, pazzi assortiti. Questa volta vuole affrontare “pazzi deluxe” sulle inconfondibili, plasticose colline verdeggianti di Hollywood. Pazzi che amano le feste vip “che finiscono male”. Pazzi intrisi dell’ipocrisia puritana degli Studios. Pazzi da setta satanica occulta. Tutto il pacchetto, per diventare diva a tutto tondo e per davvero, come sognato da piccola: passare dall’hard ai film “veri”, per tutti, disponibili in home video e abbinati ai tappeti rossi delle premiere. Come John Travolta e Stallone. Se ce la facesse davvero, Maxine diventerebbe l’eroina incontrastata del timido videotecaro Leon (Moses Sumney). Potrebbe dire a tutti “la conosco, passava nel mio negozio”. 

L’occasione arriva ed è ricca: l’horror a sfondo religioso/erotico The Puritan II. Si gira in studi di classe, a due passi dalla casa di Psycho. La produzione ha voluto una regista inglese (Elizabeth Debicki), “moderna”, amante del “realismo e del metodo”. Nelle molte scene sexy previste vuole che sia tutto vero e per questo non ha paura ad affidarsi a una Maxine genuina al cento per cento, motivatissima, che studia il copione con impegno anche nelle pause dal suo lavoro serale da lap dancer nel locale peep show. Il film ha però intorno un alone maledetto. C’è un movimento “anti-horror” e ci sono un sacco di fanatici religiosi intenzionati a sabotare The Puritan II in quanto emblema di una Hollywood lasciva e priva di valori. Sono disposti a bruciare set e attori, più variazioni sul tema. 

Iniziano a scomparire nel nulla belle ragazze legate in qualche modo alle riprese. C’è chi indaga brancolando per lo più nel buio. Maxine sembra aver attirato l’attenzione di un losco investigatore privato (Kevin Bacon), che lavora per un ancora più losco uomo misterioso e che forse c’entra con i delitti. 

La polizia, nello specifico gli “scoppaiti” detective Williams (Michelle Monaghan) e Torres (Bobby Cannavale), con sogno rimasto nel cassetto di fare gli attori, sembrano tallonare stretto la nostra ragazza sospettando di lei: conosceva tutte le vittime “più una”. Una vittima a cui era molto legata e che forse possedeva un video molto strano, ritrovato sul luogo del delitto. Un video che non sarebbe dovuto mai uscire, legato a un passato recente di Maxine,  a tema semi-paranormale . 

Riuscirà la ragazza a cavarsela di nuovo, chiudere i conti con il passato e sfondare a Hollywood?


Torna in sala Ti West, uno dei riconosciuti nuovi fenomeni della cinematografia “di genere”,  con il terzo “ideale” capitolo di una serie iniziata un paio di anni fa con X e seguita da PearlMaxxxine è comunque un film fruibile singolarmente, con pochi legami con le altre pellicole, che vi consiglio comunque di recuperare. 

È di nuovo in scena come filo conduttore il “mondo di celluloide”, con tutto l’orrore e falsi sogni che si porta dietro. Sono ancora sotto la lente di ingrandimento addetti ai lavori e pubblico pagante: una diade drammaturgia che muove ogni meccanica emotiva tra dentro e fuori il palco, anche se questa volta la “benzina” usata da Ti West non è l’horror. È invece ancora e fieramente in scena la bellissima e letale Maxine, interpretata da una Mia Goth che la “indossa” con naturalezza e carisma come un guanto. 

Questa volta il regista di Wilmington nel Delawere punta all’action/thriller decisamente “tarantinato”. Riempie di dialoghi lunghi e gustosi sulla cultura pop all’interno di tavole calde e videoteche. Crea suspence e sa farla esplodere in deflagranti e super eccessivi momenti carichi di splatter e coolness. Sbandiera ultra-citazionismo da amante compulsivo degli anni ‘80 più “sbrindellato” e “hot”, al punto che ogni scena è un autentico e pignolissimo cesello audio/visivo fatto di memorabilia, ricostruzioni d’epoca, luci e atmosfere da “spettacoli tv notturni”. 

Con la stessa ossessione per l’esplorazione degli spazi e dettagli che ne ha fatto un maestro dell’horror, Ti West non vuole “ambientare” una storia negli anni ‘80; vuole invece darci la sensazione che il film sia stato girato con mezzi e scenari autentici degli anni ‘80, portando direttamente indietro nel tempo attori e troupe con la tecnologia della Delorean di Ritorno al Futuro. Vuole che respiriamo la West Coast che fu del body building e dei film hot. Patria eccentrica della musica pop rock, dei negozi di vhs, delle auto decisamente non-ibride e di tutto il caos sociologico /spirituale/religioso scaturito negli USA allora e poetatoci a strascico in tv e al cinema da noi. 

Funziona. 


A fine visione sono andato a cercare al supermercato la pizza al trancio surgelata in confezioni di plastica e olio che vendevano negli anni '80 e non sapeva di pizza. Non l’ho trovata, ma in testa Maxxxine me ne aveva rievocato il sapore. 

Anche oltre lo scenario e il comparto sonoro, la pellicola vuole essere in tutto un action bello di quei tempi: nel senso di filmaccio “brutto e cattivo”, eccessivo, diretto, carico di ampollose frasi a effetto e portabandiera di una sensualità semi/esplicita (da film hot con Cynthia Rothrock) che solo la Goth, non a caso interprete per Von Trier di Nymphomaniac, è oggi in grado di elargire a piene mani. Senza caricare la trama di troppi dettagli inutili, voli pindarici e satireggiando cinicamente sui discorsi escatologici.

Azione e bellissime cartoline da Hollywood. Entrare in una videoteca o un Peep Show che forse un tempo esistevano davvero. Osservare la casa di Psycho o le scalinate bianche che portano sulle colline alla scritta Hollywood,  come se fossimo a Gardaland. Intanto, in primo piano, Maxine per lo più mena, e mena duro. Hollywood è però un personaggio di questo film esattamente come Maxine, ed è una autentica gara per decidere chi sia delle due la “prima donna”. 

Maxxxine è un film molto “girl power”. 

Salvo il sempre elegantissimo “Teddy King” di Giancarlo Esposito o il romantico Leon di Sumney, non ci sono sulla scena di Ti West uomini che non vadano oltre la macchietta. Kevin Bacon e Bobby Cannavale fanno letteralmente a gara per decidere quale dei rispettivi personaggi è “più imbecille”, in un gioco compiaciuto quanto divertente di autoflagellazione, cercando eroicamente di incarnare la “bidimensionalità”, il cliché più becero. Sono personaggi così buffi per risultare credibili o “addirittura” pericolosi, magari pure ai danni dell’economia interna del film. Ma “ci stanno benissimo così”, con il film che punta i riflettori su una Mia Goth che sa punirli con lo stesso sguardo deterrente che aveva il Terminator di Schwarzenegger. 

Maxxxine è puro divertimento vintage/splatter/action/hot/sarcastico e se vogliamo la dimostrazione che Ti West può fare davvero bene tutto “quel cavolo che gli pare”, passando con disinvoltura dal l’horror al dramma al western crepuscolare. 

Talk0

martedì 24 settembre 2024

Cattivissimo me 4: la nostra recensione del nuovo divertente film di animazione sui folli e divertenti personaggi creati dallo studio francese Illumination

L’ex “cattivissimo” Gru (con la voce di Max Giusti), signore incontrastato del crimine ma in fondo “omone dal cuore d’oro”, ha ormai del tutto cambiato vita. 

Sposato, padre devoto e “redento” membro di spicco della Lega Anti-Cattivi, torna ancora una volta a fare i conti con il suo tormentato passato di genio del male. Questa volta la minaccia proviene da Maxime Le Mal (voce di Stefano Accorsi) un arci-arci-super nemesi dei tempi della sua frequentazione della scuola per cattivi per antonomasia, il Liceo Pas Bon. L’odio risale a quando un giovanissimo e ancora capelluto Gru, in modo abbastanza “cattivissimo” e vigliacco, aveva rubato a Maxime l’idea per la performance canora nella gara di talent delle medie, impedendogli di fare il suo show. 

Oggi Maxime, nel tempo specializzatosi nella guida di legioni di insetti senzienti, nella costruzione e controllo di robot giganti a forma di scarafaggio e nella propria auto-trasformazione in uomo-insetto, è prontissimo per farla pagare a Gru e, se avanza tempo, conquistare il mondo intero. La situazione è così seria che il capo della Lega Anti-Cattivi decide di assegnare a Gru e famiglia una casa protetta, cambiargli nome, occupazione e città come si fa per i super testimoni. 

Sarà la Lega a occuparsi di Maxime, usufruendo anche delle nuovi tecnologie che permettono ad alcuni dei buffi minions/subordinati di Gru (i suoi misteriosi e buffi aiutanti gialli a “forma di ovetto kinder”,con pantaloncini da operaio e occhialoni da aviatore) di trasformarsi in veri e propri supereroi: “i mega-minion”.  

Bisognerà giusto aspettare, magari fare amicizia con i nuovi vicini, riposarsi e considerare questo strano momento come una specie di vacanza di famiglia. 

Gru dopo tante avventure ne ha poi decisamente bisogno: da poco è anche diventato papà del piccolo Gru Jr, la sua sputata copia esatta in miniatura, caratteraccio ombroso compreso, con cui ha un rapporto un po’ conflittuale per via dell’amore comune per “mamma Lucy” (voce di Carolina Benvenga). Per aiutarlo con il piccolo, lo hanno seguito nella nuova casa tre minion professionisti, che si occupano della cura del bebè con velocità e solerzia, come tre meccanici specializzati nel cambio gomme in formula 1. 

Lucy ha finalmente tutto il tempo necessario per fare la mamma e “donna comune” a tempo pieno: dismettendo il ruolo di supereroina e scoprendo la sua poca dimestichezza nel ruolo di parrucchiera. Per le piccole Margo, Edith e Agnes è invece l’occasione per trovare qualche nuovo amico, anche se per la tenera Agnes questa storia della nuova casa, dei nomi nuovi da usare, della mancanza in zona di unicorni e di tutto il resto delle cose sotto copertura, non piace per nulla. 

Non tutto procede come programmato. 

La nuova piccola vicina di casa, super fan dei Cattivi e aspirante nuova cattiva, riconosce subito Gru e lo coinvolge nello strampalato e complesso rapimento dell’animaletto/mascotte della scuola per cattivi Pas Bon. Maxime è sulle sue tracce armato di robot-insetti giganti sempre più grossi. 

I Mega-Minion si rivelano supereroi decisamente poco super è abbastanza casinari. Ma soprattutto sono le public relations con il vicinato a essere un vero incubo.

Ce la faranno Gru e la sua famiglia a sopravvivere anche a questa nuova sfida? 


Per la gioia di grandi e piccini tornano al cinema Gru e i suoi Minions, in una pellicola leggera e divertente che conferma, ancora per una volta, come la fortunatissima e vincente formula originale riesca ancora a reggere senza problemi a distanza di molti anni. 

Merito di un protagonista amabilmente unico, torvo quanto tenero, uomo di azione inarrestabile e al contempo “uomo della strada” maldestro e impacciassimo, interpretato con molta personalità dal nostro Max Giusti e in originale da Steve Carrell. 

Merito di trame “familiari” e cariche di humor ma pur sempre piene di giocattoli da spy-movie, veicoli steampunk, raggi mutanti, trasformazioni mostruose assortite, palazzi che crollano come nei Kaiju Movie. 

Merito di personaggi di supporto che sono ben più di riempitivi sulla scenografia:  le tre piccole ragazzine, il dottor Nefario, Lucy, Dru e i minions sono tutti dotati di grande personalità e simpatia. 

Merito di uno studio indipendente francese, Illumination, che proprio da quel 2010, anno in cui è uscito il primo Cattivissimo Me, ha saputo crescere e imporsi sulla scena dell’animazione con grandissima originalità e stile, tra i vari film legati alle avventure di Gru e ai minions, le storie di Pets, Sing, Prendi il volo, Lorax, il Grinch e di recente Super Mario Bros

Eccoci quindi al 2024 e al capitolo 4 di Cattivissimo me, con Illumination che a gonfie vele crea un corto per le Olimpiadi di Parigi e già pianifica un Supermario Bros 2 e Minions 3 da qui al 2027. Del resto la compagnia sembra essere in grado di auto-alimentarsi economicamente con i soli diritti dei gadget legati ai Minions: dai pupazzi ai vestiti, caramelle, accappatoi, bagnoschiuma, carta da parati, quaderni, videogame, figurine, spazzolini, creme depilatorie…

Alla regia Chris Renaud (Cattivissimo me 2) e il debuttante Patrick Delage. Alla produzione, il patrono di Illumination Chris Meledandri e Brett Hoffman. La trama, che funziona meglio di quella del terzo capitolo, è opera di Mike White (autore di Prendi il volo ma anche dei film di Jack Black School of Rock e Super Nacho) e dello sceneggiatore Illumination di lungo corso Ken Daurio. 

Siamo sicuri (e contenti) del fatto che non ci “libereremo” di Gru e soci per molti anni, ma Cattivissimo me 4 sa essere un’opera dal sapore molto auto-celebrativo, nella quale per la gioia dei fans fanno capolino, anche solo per pochi istanti, un po’ tutti i personaggi di tutti i film e spin-off.

Simpatici i nuovi personaggi, tra cui si segnala la buona prova di Stefano Accorsi, anche se a rubare la scena su tutto e tutti sono come sempre i Minions, qui intenti in una allucinata sottotrama demenziale che mette alla berlina il “mondo dei supereroi”.

Non mancano neanche per un istante l’umorismo, i buoni sentimenti e l’azione a fiumi a cui il brand ci hanno da sempre abituato: confermando ancora una volta che se siete in cerca di un film di animazione per tutte le età, leggerissimo e spensierato, demenziale quanto romantico, stralunato quanto sarcastico con cui trascorrere una serata al cinema, Illuminations sa il fatto suo.

Cattivissimo me 4 ci è piaciuto, anche più del precedente capitolo. 

È ancora in sala e io un giro lo farei. 

Talk0

venerdì 13 settembre 2024

L’ultima settimana di settembre: la nostra recensione del malinconico road movie diretto da Gianni de Blasi, con protagonisti Diego Abatantuono e Biagio Venditti, presentato al Giffoni Film Festival

 


Siamo in una torrida giornata di settembre del 2017. Lo scrittore ottantenne Pietro (Diego Abatantuono) ha deciso di farla finita, proprio nel giorno del suo compleanno. 

Per lui è come se ci dovesse essere almeno una “punta di gioia”, per farla finita. 

Sono ormai passati due anni da quando sua moglie pittrice Sara non c’è più. Da allora la vita gli appare inevitabilmente “storta”: storta come i tanti quadri di Sara nello studio, che sembrano essere appesi effettivamente storti, nonostante lui cerchi sempre di raddrizzarli. Come scrittore ha già da dieci anni suggellato il suo cinico testamento artistico con il libro “Andate tutti affanculo” e ora non resta che aggiungere a quanto già scritto una piccola appendice: la sua lettera da suicida. Dopo ”averci mandato tutti”, meticolosamente, catalogando su una agendine nera tutte le tipologie umane “meritevoli”, affanculo decide di andarci lui, spontaneamente, seguendo una pista di pastiglie accompagnate da whisky, seduto alla sua scrivania, ascoltando musica a tutto volume. Un po’ da rockstar.

Dalla segreteria telefonica arrivano gli auguri da parte della figlia e del genero, si parla di una torta e della possibile presenza del nipote Mattia (Biagio Venditti). Tutto in sospeso, forse c’è dietro una sorpresa. Dipende “chi fa a chi”, la sorpresa.

Non si può morire in pace che bussano alla porta, quasi la sradicano. È la polizia e ha brutte sorprese. La figlia di Pietro e il genero, disposti su due lettini di ferro. Corpi da riconoscere. Forse una buca, magari un piccolo incidente. La macchina ha girato su se stessa. Pure i quadri appesi all’obitorio, sono storti. Mattia ora è solo e già abbastanza triste, reduce da un pomeriggio brutto di suo, dove è stato scartato come batterista di una band di coetanei. 

Il ragazzo ha gettato per terra le bacchette poco prima di incontrare questo nonno strano, assente e distante, che lui chiama solo ed esclusivamente “Pietro”. Lo aspetta sulla porta, anche se poteva benissimo entrare, aveva le chiavi di casa. Ha una brutta faccia. In breve ha una brutta faccia pure Mattia. 

C’è il doppio funerale, rigorosamente in una giornata di pioggia. C’è il giorno dopo la pasta al sugo di Pietro che viene lasciata fredda nel piatto del nipote, che sembra aver smesso del tutto di mangiare e parlare. Ci sono gli assistenti sociali, che obbligano il minorenne Mattia a stare a vivere con un congiunto o finire in affidamento da qualche parte. 

C’è una telefonata inaspettata, da un tizio di nome Marcello, che dice di essere lo zio di Mattia, è ricco e disposto a prendersi cura del ragazzo. Solo che Marcello sta a Roma e gli altri a Milano. Tra tante cose storte, forse è l’unica dritta.

Pietro tira fuori dalla polvere del garage la sua Citroen Vs 23 metallizzata semi-oro, poi coinvolge il cane Syd e Mattia in un viaggio on the road che condurrà fino a un porticciolo di Roma, dove lo zio Marcello con yacht, famiglia e filippino sta per partire per una crociera. 

Voltare pagina con brezza marina extra. 

Il viaggio non può essere che eterno, nell’ordine delle decine di ore: perché nella agendine nera del nonno ci sono sia autostrade che camionisti. La gloriosa Vs 23 va a rilento sotto le note dei Ribelli e la loro “Pugni Chiusi”, combattendo la calura interna dell’abitacolo con un ventilatore da tre euro. 

Una piccola odissea di fine settembre, tra ricordi e forse nuovi amori  (con co-protagoniste le “ninfe/post-hippy” interpretate da Marit Nissen e Guendalina Losito) che cambierà giocoforza la vita di Pietro e Mattia: imponendogli di fare i conti con se stessi e mettendoli davanti, volenti o nolenti, alla necessità di “tornare a vivere”. Se non per se stessi, almeno per chi dobbiamo proteggere. In fondo, si può vivere storti per sempre. 


Gianni De Blasi arriva al lungometraggio adattando insieme a Antonella Gaeta e Pippo Mezzapesa (sceneggiatori di Ti mangio il cuore, il film con Elodie) un malinconico e affettuoso libro generazionale di Lorenzo Licalzi. Ne nasce un film il cui Diego Abatantuono e  Biagio Venditti con estrema naturalezza ci conducono in un racconto strano, carico di parole non dette e conflitti interiori irrisolti, vestendo i panni di due personaggi per lungo tempo pensosi e contratti, cordialmente “bofonchianti”, ostinatamente poco comunicanti. Il loro “autunnale” viaggio lungo l’Italia, assume subito e con rimorso i connotati di un malinconico lungo addio alla rispettiva “vita precedente”: un doloroso e non voluto percorso in linea retta, molto parco di risate e traboccante di dolore, dove anche i paesaggi più da cartolina sembrano qualcosa di intangibile, spesso crudele. “C’è della gioia”, nel mondo, ma è come se la coppia protagonista indossi un impermeabile abbastanza forte da non farsi intaccare dalla sua influenza positiva. Si procede inciampando più o meno negli stessi errori e malinconie, sordi alle emozioni fino a quando le emozioni diventano così travolgenti e oniriche da auto-imporsi, in una specifica “tappa del viaggio”. Un “non-luogo” di sosta forzata dal dolore, troppo bello e “felliniano” per essere realisticamente vero, iconico quanto purtroppo non condiviso dai due personaggi. Protagonisti pure qui pervicacemente vicini fisicamente, ma al contempo separati emotivamente. Soli lungo una strada predefinita giusto un po’ più colorata, viaggiatori autonomi, fino a un epilogo quasi contratto, dove arriva però salvifico un alleggerimento generale dei toni.

C’è tanto, tantissimo “thanatos”, malinconia e affini. C’è troppo poco “eros” e purtroppo in fondo poca condivisione, scarsa voglia di riuscire a ridere, stemperare in un sorriso il tragico. 

Abbiamo un Abatantuono lunare, quasi troppo crepuscolare, che ricorda in più punti il De Sica de I limoni di Inverno nel suo attendere inerme il decorso degli eventi. Anche in questo caso ci aspettiamo la zampata del grande comico, quella in grado di abbattere la malinconia, lo “sberleffo”: ma rimaniamo per lo più a bocca asciutta. Anche perché abbiamo un Venditti troppo “realisticamente adolescente”, e quindi pessimista quasi in modo cosmico. Non motivato nel cercare di risollevare il tono generale plumbeo del fluire degli eventi. 

Non aiuta all’economia del film un regista che si fissa, pervicacemente, nel voler sottolineare il “tono triste e introverso dell’opera”, con il pennarellone più grosso e monocolore di cui dispone, quasi temendo di maneggiare le altre sfumature. Consapevole della bellezza della fotografia e scenografia, dell’interessante contributo della colonna sonora e del buon feeling che Abatantuono e Venditti riescono a costruire sul set, De Blasi costruisce e consolida un continuo muro divisorio tra il piano visivo ed emotivo dei personaggi. Un muro formalmente perfetto, dove l’incomunicabilità è una cifra di stile precisa, quasi accostabile ai lavori più introspettivi di Makoto Shinkai. 

Ne esce un film decisamente e “riuscitamente” drammatico, in grado di evocare nello spettatore i peggiori spettri emotivi che si annidano anche sotto la più radiosa cornice da cartolina. La perfetta rappresentazione di un mondo dove la gioia è relegata a fugaci sogni da cui distogliersi con fretta all’alba (come nell’epilogo del capitolo del “casolare”), per tornare meticolosamente a redigere, nel quotidiano, un elenco preciso delle persone che detestiamo al mondo. 

Un mood tragico, disincantato quanto condivisibile, che come dimostra la visione dei Giffoni è stato in grado di incontrare la curiosità e il gusto di un pubblico anche giovane. Stiamo per assistere a una nuova corrente di film super-tragici? 

Talk0

sabato 7 settembre 2024

L’innocenza (Monster): la nostra recensione del bellissimo film di Kore’eda Hirokazu, con le struggenti musiche del maestro Ryuichi Sakamoto. Pellicola vincitrice a Cannes come migliore sceneggiatura

 


Siamo nel Giappone dei giorni nostri, tra i quartieri periferici e verdeggianti di una grande città. 

Minato (Soya Kurokawa) è un ragazzino intelligente e taciturno, ma che giorno dopo giorno sta diventando sempre più strano, assente. Questa spirale sembra cominciata la notte in cui ha preso misteriosamente fuoco un locale di intrattenimento per adulti, attirando tutti i pompieri e le ambulanze della zona, con la città che splendeva a giorno per via delle fiamme. Poco dopo Minato ha deciso di tagliarsi i capelli da solo con le forbici, senza dire nulla a nessuno e quasi facendosi male. 

Un giorno Minato è tornato a casa senza una scarpa. Una notte è uscito di casa all’improvviso per essere poi ritrovato nei pressi di uno spettrale tunnel, abbandonato tra i campi. Giungono voci da scuola sul fatto che Minato abbia compiuto violenze su piccoli animali. 

Infine accade una strana colluttazione in classe, durante le ore di lezione, nella quale sembra che il gentile e simpatico professor Hori (Eita Nagayama) sia stato costretto ad alzare le mani con la forza contro il ragazzino.

Saori (Sakura Ando), la madre di Minato, l’unica che si occupa di lui dalla scomparsa del marito, lavorando con i doppi turni, è incredula. Davanti a questi eventi cerca subito di parlare con la scuola, ma da Hori, dalla lunare preside Fushimi (Yuko Tanaka) e dall’intero corpo insegnanti, la madre non riesce a ottenere che plastici inchini di cordoglio, mezze-parole, scuse poco sentite o argomentate, un surreale clima di omertoso e imbarazzato silenzio. 

Forse Minato è davvero, come dice sottovoce qualcuno, “un mostro”. Forse il Mostro è però il professor Hori, che si sospetta condurre una seconda vita dissoluta insieme a delle accompagnatrici. 

Oppure c’è dietro un alto tipo di mostro: qualcosa che ha a che fare con un compagno di scuola di nome Yori (Hinata Hiiragi). 

Yori è minuto, aggraziato e non ha paura a rispondere a tono: motivi sufficienti per essere vittima dei bulli. Vive con un padre davvero mostruoso, alcolizzato e di fatto “bullo pure lui: percuote ogni giorno il figlio, lo maledice e si rivolge a lui in modi cinici e sprezzanti. Ai suoi occhi, la causa di tutte le sue sventure, compresa la morte della moglie, è unicamente del figlio: è Yori, apparentemente gentile ma malevolo, probabilmente  “manipolatore”, l’unico, vero, autentico “mostro”. 

Cosa sia successo davvero in quei giorni, come “chi” sia il vero mostro della vicenda, lo scopriremo dissolvendo un “mosaico alla Rashomon”: rivivremo, divisi in capitoli, gli eventi dal punto di vista di più personaggi. Punti di vista che daranno vita a storie dal sapore sempre diverso, unico quanto a tratti contraddittorio, irrisolto. 

Vedremo gli adulti intenti in una personale “caccia al mostro” e tormentati da un personale senso di colpa. Immersi in atmosfere plumbee, thriller, quasi horror. Vedremo i giovani invece protagonisti di una storia così diametralmente diversa e intima, da assumere quasi i tratti della favola. Un racconto solare di crescita e scoperta dei sentimenti, genuino quanto forse così “puro” da essere inconfessabile. 

Da che parte sta la realtà?

Chi ha “gli occhi giusti” per vederla?

Vincerà in questa vicenda l’anima sognante o quella tragica?


L’innocenza è l’ultima opera a cui ha regalato una colonna sonora il compianto, gigantesco e inarrivabile Ryuichi Sakamoto. Il tema musicale è struggente, carico di colori, complicato, austero quanto gentile. Assomiglia al discorso impacciato di un bambino, che cerca con poche speranze di confrontarsi con adulti troppo distanti, quasi alieni, incapaci o senza voglia di capire il suo punto di vista. Ricorda per certi aspetti il sussurro sbilenco di The Crisis di Morricone e allo stesso modo riesce, con le sue “corde emotive scoperte”, a commuovere per davvero. Ancora una volta Sakamoto, che ha lavorato con generosità a questo progetto come faceva con i film di Miyazaki, finché la forza glielo ha consentito, sa prendere le lacrime dalla ghiandola e non ti molla finché non le spremi tutte. 

Su questo tappeto sonoro unico e prezioso, Kore’eda Hirokazu confeziona una storia che in qualche modo amplifica il senso di difficoltà con cui oggi, troppo spesso, un po’ tutte le persone cercano con difficoltà di comunicare tra loro. 

Kore’eda Hirokazu ci racconta con i personaggi il “suo” Giappone, dipingendolo come una società così contratta emotivamente da sembrare ormai arida: così chiusa in se stessa e nei suoi “riti relazionali protocollati” da creare dal nulla equivoci e caos. Gli adulti di conseguenza si muovono in base a schemi che li pretendono  “neutri”, corporativamente compatti, con la conseguenza che qualcuno “implode”, come il professor Hori. 

Tutto può apparire per l’istituzione scolastica “disonorevole” e pertanto deve essere taciuto. Al punto che i singoli, impossibilitati nell’esprimere vicinanza e calore umano a parole, spesso cercano il dialogo attraverso “nuovi linguaggi”, come quello della musica (bellissima la sequenza di dialogo musicale tra Minato e la preside). 


In alternativa esistono solo gli scontri, fisici quanto distruttivi, come di contro si creano come muri di distanza sociale le “etichette”: strumenti veloci con cui bollare una persona come strana, matta o “mostro” (Monster è il titolo originale giapponese del film, pertanto) e cercare così per lo meno di “stare alla larga”. 

Se gli adulti sono ormai quasi condannati a un’esistenza di depressione, incomprensione, solitudine, etichette e infamie, forse il mondo innocente dei bambini, per Kore’eda Hirokazu si può salvare. 

I piccoli possono e devono vedere le cose da una prospettiva diversa, credere nel poter cambiare il loro destino, saper sognare a occhi aperti in una natura, a pochi passi dalla grande metropoli, che con la sua calma e i suoi ritmi può regalare scorci non dissimili ai mondi paralleli di Miyazaki. 

Ma la scuola, unita alla impellenza sociale di trasformare presto i bambini in adulti, sembra essere lì già per soffocare tutto, provvedendo prestissimo a omologare ed etichettare, complicare e istituzionalizzare ogni relazione umana. 

Forse per il regista la salvezza unica e amara da questo “gioco sporco” è non essere costretti più a crescere. È un messaggio che fa male, ma che porta anche il film a diventare per davvero un potente strumento di riflessione sociale.

L’innocenza è un film meraviglioso sotto ogni punto di vista. Molto bravi gli attori, con un plauso agli interpreti più piccoli. Geniale il mondo in cui la sceneggiatura riesce a cavalcare più generi cinematografici pur conservando una sua precisa, fortissima identità simbolica. Avvolgenti la fotografia e le scenografie di luoghi a metà tra la cruda realtà e il sogno. Incredibile e potente l’ultima colonna sonora di uno dei massimi compositori degli ultimi anni. 

L’innocenza è un film da non perdere. È un film che fa riflettere, commuovere, sognare e arrabbiare. Un caleidoscopio unico. 

Talk0