lunedì 31 agosto 2026

L’Odissea: la nostra post-recensione sul colossal epico diretto da Christopher Nolan

Premessa:  

Come per Super Mario Galaxy, sul blog torniamo a parlare di un film quando è stato già “metabolizzato nelle sale”, raccontandolo anche sulla base delle opinioni in parte divisive che ha ricevuto. Se vi piace questo nostro “format” fatecelo sapere. 

Sinossi fatta male:

La guerra è finita, le forti mura dopo aver retto per dieci anni non sono riuscite a difendere la città. I cantastorie hanno già diffuso in ogni luogo la notizia e il mito: i greci hanno infine vinto, dopo il logorante assedio, grazie a un piano ardito del prode Ulisse (Matt Damon). Il sovrano di Itaca aveva convinto l’esercito a fingere la resa: le spiagge e gli avamposti si erano svuotati e per ingraziarsi la dea protettrice della città, Atena, era stata lasciata, per porla nel suo tempio, una imponente statua equestre in legno, ricavata dai relitti delle navi degli sconfitti. I Troiani avevano portato l’imponente cavallo tra le loro mura, avevano festeggiato fino a ubriacarsi, poi addormentarsi. In piena notte, dal ventre di legno del cavallo era uscito Ulisse e un piccolo manipolo di soldati. Avevano senza sforzo sgominato le guardie e aperto le porte della città al resto dell’esercito. 

Era seguita una invasione, poi la strage, ma infine era tutto finito. 

Tutti erano tornati a casa in pochi giorni, ma alcuni si erano persi per mare. Ulisse si era perso, con i cantastorie che non avevano più storie su di lui da raccontare nella sua Itaca. La regina Penelope (Anne Hathaway) attendeva il ritorno del marito, anche se il trono era ormai vacante da troppo tempo. I “proci”, i rampolli nobili, pretendevano che si sposasse con uno di loro per reclamare quel trono, con il figlio di Ulisse, Telemaco (Tom Holland), ancora troppo giovane per succedere. I proci incalzavano, di fatto comportandosi già come nuovi padroni dell’isola. Penelope li aveva tenuti a bada dichiarando che si sarebbe risposata, con uno di loro, ma solo una volta portato a termine il telo funebre per le esequie del suocero Laerte, scomparso di recente. Ma l’opera di fatto non veniva mai ultimata: se di giorni tesseva, di notte la regina disfava tutto di nascosto. Ulisse era disperso e uno dei pretendenti,  Antinoo (Robert Pattinson), era ormai molto vicino a scoprire il trucco. Telemaco di nascosto partiva per mare, alla ricerca del padre. 

Ma dove era finito l’uomo che aveva posto fine alla guerra?

Ulisse si trovava in un luogo a lui ignoto, accudito da una donna misteriosa, la ninfa Calipso (Charlize Theron). Sembrava aver perso la memoria o forse aver scelto, spontaneamente, di dimenticarsi di tutto e di tutti stordendosi di fiori di Loto. In qualche modo però, aveva capito che era tempo di affrontare i suoi demoni, ritornare alla realtà. 

I ricordi cominciarono a riaffiorare, confusi e mischiati tra loro, cercando di ricomporsi in una storia coerente e un passato doloroso troppo a lungo negato. 

Una verità amara celata da troppe lodi di commilitoni e comandanti. Troppe canzoni dei cantastorie sull’ingegno e coraggio del “grande eroe” Ulisse. Tutto inefficace: Ulisse aveva smesso da tempo di sentirsi “grande”, come aveva smesso di sentirsi “eroe”. 

Come non aveva mai creduto al “nobile scopo” del conflitto: riportare a casa la moglie di Menelao, Elena (Lupita Nyong’o), rapita da Patroclo, nobile di Troia, per farne sua sposa. Quella non era stata una “guerra per amore”, se mai una guerra era stata davvero combattuta per quello scopo. I Greci era partiti verso un conflitto sanguinario voluto per nemmeno troppo nascoste questioni politiche: dominando l’isola si dominavano le principali rotte commerciali  del Peloponneso. I grandi sovrani, Menelao (John Bernthal)  e Agamennone (Benny Safdie), volevano quel posto e avevano trascinato con se tutti i re delle cittadine e isole più piccole: stuzzicandoli con sogni di gloria, più spesso obbligandoli con la forza. 

Ulisse non si sentiva meno “sporco” dei suoi capi: aveva posto fine al conflitto, ma compiendo un autentico atto di eresia. Il cavallo era un dono di pace rivolto al tempio della dea Atena, ma era stato usato con l’inganno per dare il via a una mattanza che non aveva risparmiato donne e bambini. Un atto così disumano che da quel giorno Ulisse era tormentato da incubi e  visioni di una giovane donna dall’aria severa che lo tormentava: forse la dea stessa (Zendaya). 

Distrutta la città come la sua “dignità da eroe”, Ulisse non se l'era sentita di ritornare a casa seguendo la festosa parata militare delle navi dei comandanti. Chiese ai suoi uomini di deviare la rotta delle loro imbarcazioni: sarebbero tornati a casa qualche giorno più tardi, ma senza troppo clamore. 

Una “piccola vacanza” che li avrebbe portati a visitare le coste di un paio di isole al sole, per lavarsi dal troppo sangue di cui erano ricoperti. 

Il re dei mari, Poseidone, non sarebbe però stato d’accordo: Ulisse e i suoi uomini, seppur non più “eroici”, si sentivano per il dio ancora troppo “grandi”, forti e vincenti. Andavano “ridimensionati”, riportati all’umiltà. 

Nelle prime isole in cui attraccarono durante il viaggio di ritorno, Ulisse e i suoi “facevano i padroni”: parlavano la lingua di chi è solito distruggere e razziare prima ancora che presentarsi, mettendo in ginocchio popolazione locale, per lo più inermi, in modi crudeli. Ma presto le correnti li avrebbero portati su isole in cui si sarebbero parlate “lingue diverse”. Luoghi in cui li avrebbero visti non come conquistatori, ma piuttosto come piccole prede. Anfratti soleggiati simili a piccoli inferni in cui sperimentare la paura: abitati da mostri, streghe e giganti. Luoghi su cui all’attraccare seguiva subito il fuggire, disperati, verso le navi e l’umiltà, inseguiti, sperando di non finire mangiati vivi, trasformati in maiali o squartati dalle armi di soldati cento volte più forti di loro. 

Per Ulisse ricordare tutto questo sarà doloroso, ma anche l’unico modo per riprendere il viaggio e tornare a Itaca. Sempre che non sia troppo tardi.


Un’opera geniale e imperfetta come il suo autore, che si è trovata in sala anche molti detrattori:

I titoli di coda si aprono con un’abbastanza ilare “based on The Odyssey by Homer”, che fa intendere al 95% del pubblico in sala attuale, tristemente non ferratissimo sui miti greci, che il nuovo film di Christopher Nolan sia ispirato da un libro scritto non dal mitologico aedo cieco Omero, ma dal molto più famoso cittadino della Springfield a cartoni animati Homer Simpson. 

Di fatto il “risolino generale”, seguito all’immagine mentale del più paffuto Homer, sembra provenire anche da chi è rimasto scontento dalla visione e re-visione a firma di Christopher Nolan. 

Perché “toccare” l’Odissea è per qualcuno un po’ come toccare, senza i dovuti guanti e protezioni, quella materia oscura impastata di tormenti, poche speranze e tantissime frustrazioni, che è stato il periodo delle scuole superiori. Un momento formativo di infiniti dolori, consci e inconsci, in cui le opere epiche attribuite a Omero (al di là di quando erano oggetto di tediosissime versioni di greco e ancora più tediosi adattamenti in Italiano “poetico” da “ritradurre in italiano corrente”), sapevano comunque regalare, per la ricchezza simbolica e profondità dei loro intrecci, piccoli istanti di pura passione, gioia, placide speranze e sogni a occhi aperti. Affascinati se non quasi ipnotizzati da Omero, molti studenti si sono poi creati nella loro testa dei ricordi, spesso senza mai aver letto integralmente il materiale. Dando vita a infinite “versioni parallele” di quelle storie. C’è chi considera oggi l’Odissea una “avvincente storia d’amore”, chi una incredibilmente “gita rilassata tra le isole greche”, chi un racconto “di formazione”. Tutti sbagliano come tutti in qualche parte (ben delimitata) possono avere ragione, perché simbolicamente questi testi sanno davvero parlare a qualcosa di universale, intimo e misterioso, che sa scuotersi nelle zone più emotive dell’animo umano. Essendo poi storie che hanno accompagnato periodi di vita carichi di mille informazioni e pulsioni emotive, c’è pure  chi, effettivamente e emblematicamente, studiava Omero e poi andava in vacanza in Grecia, mescolando emotivamente i due ricordi. In questo caso “toccargli Omero” è un po’ come mettere becco su quel pomeriggio al mare del ‘93 che era stato bellissimo, in cui si era fatto il bagno insieme a Polifemo. 

Si potrebbe dire qualcosa di simile anche per l’impatto sui giovani di un testo multiforme ed enciclopedico come It di Stephen King: 1000 persone diverse hanno nella testa 1000 versioni diverse della storia, perché durante la lettura delle 1000 pagine di It si sono appassionate ad alcune situazioni e meno ad altre, scegliendo magari alcuni aspetti che “più gli assomigliavano”, di fatto “adattando la storia” ai propri gusti. 

Ma torniamo ad Omero, ai ricordi del liceo e a come il cinema ha nel recente già provato ad adattarli.


Se la più vicina trasposizione della storia “dell’ira funesta del pelide Achille”, firmata dal mai troppo celebrato e purtroppo recentemente scomparso Wolfgang Petersen, aveva saggiamente “evitato i testi letterali e le polemiche”, portando sullo schermo una versione “meno mitica e più storicamente plausibile” dei fatti narrati, con un Achille a livello letterario piuttosto brutto che veniva interpretato da un biondissimo e bellissimo Brad Pitt per “licenza poetica”, qui Nolan fa l’opposto.

Nolan fa ciò che è più pericoloso, da grande autore: prende l’Odissea e ne fa una storia “imperfettamente” propria, personale e riconoscibilissima per stile, montaggio, musica e colori. Una storia in cui il regista, tra le pieghe di Omero, ripercorre molti dei classici temi, sogni e ossessioni che lo hanno mosso e scosso emotivamente fin dall’inizio del suo lavoro. Al punto da essersi sentito forse lui stesso, durante la lavorazione della pellicola, un “piccolo Ulisse”. 

Così, seppur ci siano “le isole greche e il sole”, Nolan non fa mai della sua Odissea “quell’opera romantica/balneare” che molte delle vostre compagne di classe del liceo erano sicurissime, giuravano, di aver letto. 

Succede perché il “romanticismo” è un territorio ancora inesplorato dal cinema di Nolan: è un argomento che finora non lo ha mai “scaldato”. Gli attori di Nolan sono certo in grado di dare un “peso al romanticismo” nelle loro interpretazioni, ma per il regista quello non rimane mai il Focus, il suo interesse primario. 

Allo stesso modo Nolan non fa della sua Odissea un’opera di “cappa e spada”, piena di combattimenti con coreografie simili ad un film di supereroi, come poteva essere invece proprio il Troy con Pitt di Petersen sopra citato. Le cui coreografie con lo scudo di Achille erano ai tempi servite addirittura come base per le movenze del Captain America Marvel / Disney.  Anche il questo caso, Nolan non ama particolarmente l’action, avendo una sensibilità più affine ai temi thriller, horror e fantascientifici che ai film “di botte” in senso stretto. Di fatto anche in questo caso si “scontenta una parte del pubblico”, ma di fatto è la stessa parte di pubblico che avrebbe voluto più combattimenti già nella saga del Cavaliere Oscuro. Lì il regista britannico era più  interessato a come ragionava la mente analitica di Bruce Wayne, portandolo a dover rispondere continuamente a rebus tipo: “come prelevare una persona in una nazione straniera senza scendere da un aereo”. Quel Batman prediligeva prepararsi agli scontri sviluppando tecniche di occultamento e manipolazione, valutando i “progetti” di una nuova bat-mobile, ponderando il giusto compromesso costi-benefici nel farsi produrre in Corea le “antenne” della sua maschera. 

In genere tutti gli eroi e antieroi di Nolan preferiscono sempre “agire testa più che di muscoli”, finendo molte volte per ragionare pure troppo, spesso nevroticamente, alimentati da una continua paura di “perdere il controllo” e farsi travolgere emotivamente dagli eventi. Forse inconsciamente “temono l’emotività” e la “distruttività irrazionale” che questa può comportare (ben rappresentata dal magnifico e “antitetico” Joker di Ledger). Ma la cosa interessante in Nolan è che sono personaggi spesso “consapevoli dei loro limiti”: un aspetto che di certo non li rende più “romantici, ma riesce comunque a farceli percepire come più umani. 

Quello che invece Nolan ama fare (e riesce bene a fare anche qui) è saper costruire grandi illusioni visive. Possiede l’arte rara e complessa di saper rappresentare qualcosa che non sarebbe possibile vedere in natura, usando quella straordinaria invenzione che è il cinema. 

Certo Nolan può spesso “eccedere” nella sua passione/ossessione di “trasformare teoremi in immagini”. A volte “rischia tanto, finendo quasi per mettere in secondo piano la parte narrativa e la logica, pur di dare risalto al “teorema”. Succede così in Interstellar, per esempio, che Nolan voglia farci vedere a tutti i costi cosa accade all’interno di un Buco Nero, secondo la minuziosa descrizione che questi fenomeni celesti hanno per la scienza moderna. I protagonisti di Interstellar sanno che è una pazzia entrare in un Buco Nero, ma Nolan forza la trama perché ci vadano comunque: perché noi, come pubblico pagante al cinema, possiamo vedere davvero cosa  succede all’interno di un Buco Nero. 

Nolan negli anni ci ha portato in un Buco Nero, ci ha fatto assistere in Oppenheimer alla creazione, sviluppo e poi deflagrazione in 4K di una bomba atomica, ha portato il terremoto e le sue conseguenza a Gotham City, in dolby Atmos, nel suo terzo Batman; anche in questo caso era più interessato alla descrizione meticolosa del terremoto che alla narrazione di una maxi guerriglia cittadina in stile supereroistico). Ci ha fatto entrare nella “realtà riscritta geometricamente dai sogni” in Inception, ha raccontato visivamente una guerra di “soli suoni ed esplosioni”, in cui il nemico “appare sempre invisibile” (non si vede un solo soldato tedesco, se non sul finale) in Dunkirk. Ha di nuovo “ecceduto”, provando a descrivere (in modo incasinato ma affascinante) un conflitto futuro in cui si utilizzano come arma delle distorsioni spazio-temporali in Tenet.

Il fine è sempre filmare l’infiammabile e il “mai visto prima”: portandolo al pubblico come un grande, atteso, gioco di prestigio o spettacolo pirotecnico. The Prestige non è solo uno dei migliori film del regista, ma rimane tutt’oggi il manifesto programmatico delle sue intenzioni e poetica come autore.

Nolan sa creare al cinema straordinari numeri di magia e i migliori fuochi d’artificio: il pubblico va in sala principalmente ricercando quello stupore, il regista sa come darglielo. 


Devo dire che da Nolan, per l’Odissea, come nuovo grande “fuoco d’artificio”, mi aspettavo di assistere allo spettacolo del “canto delle sirene”. Succede qualcosa di interessante in quella scena, anche se in un modo che non mi sarei aspettato e forse mi ha un po’ deluso. 

Quello che non mi ha deluso, che anzi mi ha del tutto stregato, è stato in questo film la rappresentazione dell’“elemento magico”, che diventa per l’autore un fine esercizio “citazionista”. 

Ci sono diverse “rappresentazioni” dell’elemento magico. 

C’è un “magico persistente”, che avvolge e ingloba tutto il mondo in cui avviene la storia come la “brezza mattutina” che Boorman in Excalibur del 1981 chiamava “il soffio del drago”. Capita in una scena che rimanda direttamene ad Excalibur per i suoi colori dorati, la fotografia “fumosa”, il montaggio delle immagini “rarefatto”, la presenza surreale di bambini-demoni sbeffeggiano gli adulti, creature in armatura scintillante che sembrano fuori dal tempo. Nella scena con protagonista Polifemo, spaventosa e viscerale, l’autore ha scelto invece di  ispirandosi alla “magia sinistra” del quadro di Goya del 1823 Saturno che divora i suoi figli. La fotografia precipita in colori neri plumbei profondi, l’immagine appare rallentata, quasi “distorta”, il sonoro esalta la sensazione di angoscia che subito sale. Il quadro di Goya prende vita.

C’è poi la sequenza con la maga Circe, interpretata da Samantha Morton, che trasforma in maiali le persone solo sfiorandole, deformandone i lineamenti. Una sequenza che fa uso di animatroni e trucco protesico, che sembra un omaggio alla “magia degli horror con le streghe degli anni '80”. Una sequenza che immerge lo spettatore in una atmosfera “calda e appiccicosa”, tra Dolls di Stuart Gordon a Society di Yuzna. 

Qualcuno nell’elmo greco di Agamennone, che di fatto nasconde ogni lineamento del volto del personaggio di fatto disumanizzandolo, ha visto un’altra molto specifica, “magia cinematografica”:  il “lato lato oscuro” di Darth Vader. 

Sono tutti omaggi ricercati, ma che in qualche modo Nolan potrebbe aver inteso inserire come “tributi a Omero”. Se la storia dell’arte e il cinema da sempre hanno preso ispirazione dai testi di Omero per creare immagini e musiche evocative qui Nolan “riporta ad Omero” le evoluzioni visive della sua narrazione.

Se Nolan nella pellicola svolge un lavoro attento di “ricostruzione del mito”, è peculiare come nella sua visione non vada mai a toccare/rappresentare, se non “per suggestione”, le divinità greche. È come se il super razionale Nolan accettasse di raccontarci un mondo in cui vivono mostri, giganti, streghe e fantasmi, (seppur utilizzando una immaginazione “alta” presa in prestito da alte fonti) ma non riesca a “toccare il divino”. Zeus, Nettuno e Apollo hanno quindi posto nel film quasi alla stregua di concetti astratti: la raffigurazione di alcune “forze naturali o interiori”. È una prospettiva che si fa particolarmente interessante se guardiamo al personaggio di Zendaya, ma anche alla rappresentazione “naturalistica” della volontà di Poseidone.

Nolan cita il mito e le forme d’arte che hanno saputo rappresentarlo al meglio, ma qui, nella “sua” Odissea, finisce spesso per “citare se stesso”. Usando i testi omerici, giocando con simbolismi e analogie, riesce in molti casi a confezionarsi quasi una “antologia” di alcuni dei momenti più famosi e per lui importanti della sua produzione cinematografica. Così Ulisse “diventa” prima Oppenheimer, “distruggendo una citta”, per poi finire come lo smemorato di Memento. Una donna diventa “fantasma” (anche in termini “psicanalitici”) come in Inception, i guerrieri di Itaca iniziano a temere un “nemico invisibile” come in Dunkirk, Penelope avvolge e riavvolte la sua tela e il “tempo”, come in Tenet. I fan di Nolan troveranno centinaia di riferimenti alle sue opere, ma anche in questo caso, per molti detrattori, la “ristrutturazione narrativa della storia” ha portato a “torti impagabili” nei riguardi della “Loro” Odissea. Torti come aver mozzato personaggi come Nausica, aver “sintetizzato” il dialogo con Polifemo, reso i Lestrigoni “inesatti” e mortificato molti altri passaggi “fondamentali” dell’opera.

Tutte critiche che hanno un loro preciso fondamento, in parte sono condivisibili, in parte sono aspetti sui quali ogni tipo di trasposizione da un testo finisce per incagliarsi. Come dice il detto: “il libro è sempre più bello”. Ma Nolan di certo non ha puntato a sovrascrivere il testo: ha solo, come sanno fare i grandi autori, cercato di inserire il testo nella sua sensibilità e senso dello spettacolo. 

Anche sotto l’aspetto dello “spettacolo”, come da sempre capita per tutti i film di Nolan, la visione dell’opera viene decisamente valorizzata da una sala di ultima generazione, sul piano visivo e acustico, come il cinema Arcadia di Melzo. 

Ebbene sì, l’Odissea è diventata con Nolan, prevedibilmente, un formidabile “giocattolo visivo”. Una vera giostra su cui passare tre ore tra immagini spettacolari, musiche incalzanti ed effetti speciali che hanno l’impatto di fuochi d’artificio e fanno letteralmente tremare le poltroncine. 

Decisamente uno spettacolo che non risalta sullo schermo di un cellulare e che perderebbe moltissimo del suo appeal senza le attrezzature visive e sonore migliori.


Finale:

Nolan a nostro parere riesce a confezionare una pellicola spettacolare quanto molto personale, che sa adattare con personalità, gusto e molto spirito citazionista l’opera omerica di riferimento. 

Ne esce un film citazionista, auto-citazionista, per lo più notturno e tormentato a discapito delle soleggiate “spiagge greche”, che quando compaiono risultano comunque meste, aride e pericolose. 

È un film carico di mostri e incubi, ma che in alcuni frangenti sa dimostrarsi sorprendentemente leggero, se non quasi ironico, grazie ai guizzi di alcuni personaggi interessanti, come quello di Pattinson. 

La sensazione di “magia” che avvolge la pellicola di “dotto citazionismo”, rende lo spettacolo qualcosa di unico e in qualche modo oggi “nuovo”, specie se fruito nella “magia” di una sala cinematografica ben attrezzata con impianti di ultima generazione. 

Nonostante l’introversione e la freddezza tipica dei personaggi “nolaniani”, anche in questa pellicola risultano sulla scena particolarmente bravi tutti gli interpreti, anche se le figure femminili risultano in parte sacrificate o contratte. Se molto centrato e complesso appare il personaggio della Theron, rimane più in ombra e forse avvilita dalla staticità della parte la Hathaway, che comunque riesce a trovare alcuni momenti in cui rubare la scena. In un ruolo piccolo troviamo la pur brava Nyong’o, che ha comunque uno dei dialoghi migliori del film, come in una parte anch’essa piccola, ma davvero di impatto sul piano visivo, troviamo la altrettanta brava Morton. Matt Damon riesce a interpretare con grande slancio tutti i tormenti e passioni di una figura complessa come Ulisse, arrivando quasi al punto di cambiare fisicamente sguardo e postura durante la narrazione. Il suo è un ruolo “muscolare”, ma continuamente “contratto”, quasi avvilito. Il processo emotivo in cui l’eroe arriva a ritrovare la sua umanità e lucidità risulta molto toccante grazie a una prova d’attore davvero valida. Pattinson risulta divertente e un po’ sopra le righe: la per riuscita “linea comica” e la dimostrazione della incredibile versatilità dell‘autore di Twilight. Il Telemaco di Tom Holland appare funzionale ma decisamente “sbiadito”. 

Straordinari e di grandissimo impatto tutti gli effetti speciali e sonori, come da sempre ci ha abituato Nolan. 

Se cercate un film con la stessa gioia di chi vuole divertirsi e sorprendersi sulle montagne russe in un parco giochi, questo è il film giusto e ne uscirete appagati. Se cercate un adattamento fedele dell’opera omerica, integrale e con tanto di note a margine di pagina, non siete nel posto giusto.  

L’Odissea di Nolan è un’opera amabilmente e imperfettamente personale, che sa racchiudere tutta la poetica di un autore originale quanto complesso, ma che per questo può scontentare chi si aspetterebbe qualcosa di diverso da quando già visto nella sua filmografia. 

È un film per Nolan più di conferme che di nuove suggestioni, ma che sa comunque affascinare e visivamente è uno dei film più impressionanti di questa annata. 

Forse in futuro i personaggi di Nolan sapranno essere “anche romantici”, forse in futuro i suoi film riusciremmo a essere “più passionali e meno cerebrali”. In questa Odissea, alla fine del viaggio, Nolan ritrova per lo meno “se stesso” e noi comunque ringraziamento il fatto che, nella cinematografica moderna, esista un autore peculiare e complesso come lui.   

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