sabato 17 settembre 2016

Ut - la miniserie di Corrado Roi e Paola Barbato: parliamone un po'



Ut è un uomo dal volto bendato, un assassino crudele, un sognatore e forse un pazzo. Custodisce insieme a Decio, l'entomologo, la Mastaba, una costruzione che racchiude un essere misterioso, tenendolo lontano dal mondo. Anche il mondo in cui vive Ut è misterioso. Popolato da creature che non sono più uomini, pervaso dalla violenza e dal cannibalismo, incistato da sette che sorvegliano ogni strada e retto da padroni crudeli e occulti. Un mondo deragliato fuori dalla vita. Senza bambini, senza gatti. Un mondo senza cuore in cui i vivi e i morti hanno la stessa forma e lo stesso volto. Ma anche un mondo pieno di eccezioni. La prima delle quali è Ut stesso, che dichiara di non essere come tutti gli altri perché in fondo "mai nato". 
Ok. Questa non è la solita analisi strutturata (male) dal sottoscritto, quanto più una chiacchierata ideale con chi lo ha letto. Per me l'acquisto, in duplice copia (edicola - fumetteria... E se esce cartonato Bao pure una terza copia...) di Ut è sempre stato un imperativo categorico. Corrado Roi è "semplicemente" il motivo per cui sono passato dai fumetti di Topolino alle opere Bonelli. Nello specifico galeotto fu un numero di Martin Mystere disegnato da lui, in cui l'eroe veniva "smembrato e ricomposto" da una entità chiamata Baphomet; mi rimase impresso a fuoco nelle retine. Un senso dell'azione brutale, visi torvi e lombrosiani, delle ombre pazzesche. Mai visto all'epoca tanto sangue e smembramenti (ero piccino), non sapevo nemmeno che un fumetto potesse "far vedere" cose di quel tipo. Roi si è poi stabilito quasi in pianta stabile su Dylan Dog e io ho iniziato a leggere Dylan Dog, scoprendo quell'uomo immenso che è Sclavi. Il resto è un po' storia. Tagliando corto, Corrado Roi è sempre stato e sarà nel mio cuore e tutti i brutti disegnini che pasticciavo da ragazzino, prima di fumarmi l'anima con i manga, cercavano di copiare (miseramente) i volti espressivi e le pose aspre di Roi.
Ut nasce come sogno nel cassetto di Roi. Il personaggio gli è "cresciuto dentro" per anni, insieme allo strano mondo in cui vive, fatto di "esseri non umani", cannibali e filosofi, architetti e sognatori. Roi non lo aveva mai davvero "definito" ma immagino che Ut "urlasse" per uscire su carta. Aveva un legame profondo con lui, al punto che l'occhio dei più esperti ha subito scorto nelle sue schematiche scenografie persino degli scorci di Luino, città natale dell'autore. Il disegnatore finalmente ha accontentato Ut, volendogli donare non solo una forma ma anche una voce. E questa di fatto è la prima storia che Roi scrive oltre che a disegnare. Con estrema umiltà, fiducia e amicizia,Roi ha  voluto essere accompagnato nel viaggio da Paola Barbato, una delle penne più amate di Dylan Dog (ovviamente anche da me). Paola ha cercato di affiancarlo senza guidarlo troppo, lasciando quanto più pura possibile la magmatica materia di cui erano stati cullati per anni i sogni su Ut. Quello che ne esce, oggi che è su carta,  è spiazzante, sorprendente, originale e davvero molto, molto strano. Ut è un'opera che trasuda fascino scegliendo di rimanere ingarbugliata in una complessa rete tanto di disegni che di testi. La massima espressione di una mente vitale e non addomesticata dalle classiche regole di scrittura. 

Dal punto di vista dei disegni Roi continua ed estremizza il suo percorso di destrutturazione della tavola. Negli anni ha sempre più puntato a mettere al centro del disegni le figure umane, tendendo a rendere stilizzati e simbolici (se non proprio ad annientare) i fondali. Corpi che così dominano la scena, che appaiono tridimensionali, scolpiti, con occhi così penetranti da bucare la quarta parete e scrutare il lettore. In Ut il suo mostruoso studio sui volti viene valorizzato al 1000% mentre il il tratto usato per delineare le figure umane sembra mutare, dall'impostazione ultra-realistica bonelliana, verso qualcosa di più estremo e simbolico, simile per certi versi ai lavori dei giapponesi Tsutomu Nihei e Hirohiko Araki. Accanto ai fondali più tradizionali e stilizzati (nella loro funzione sempre più accessoria, simili più a rapide pennellate espressioniste ) Roi inventa qualcosa di "altro", fondali che hanno quasi dell'alieno. Strutture con le pareti spesso solo formate da corpi-statue ammassati e assemblati.  Visi giganteschi che si sciolgono dai lineamenti come il trucco delle donne a contatto con l'acqua o con le lacrime. Visi incorniciati in affreschi bio-organici alla R.H. Giger. Dei non-luoghi "vivi", avulsi da ogni tipo di geometricità o prospettiva, a soppiantare la consuetudine di case fatte da muri e cemento. Come se per Roi il livello più essenziale della architettura si possa ricavare nella scultura umana. Ciliegina assurda, buffa, su tanta organicità per lo più lugubre, dei dettagli come "il sole con faccina manga" o "i volti di gattini disegnati sul vestito e la maschera di Ut (maschera che in certi frangenti, così agghindata, pare quasi un pannolino per bambini colorato). Cagnolini che sembrano Snoopy (per quanto inquietanti). Dettagli che paiono usciti da un manga umoristico di Jacovitti o Toriyama, che di colpo alleggeriscono le tavole, le caricano di sole, ma di un sole malato e straniante. Il "sapore" delle tavole di Ut è strano quanto il suo personaggio principale. Una creatura coperta di bende come uno slave sadomaso. Con la bocca cucita da una cerniera zip in una unica espressione, fissa, ma in grado di sorridere o arrabbiarsi a seconda di come vengono disposti i due laccetti della lampo che si trovano ai bordi delle labbra. Una creatura con gli occhi enormi e fuori dalle orbite, scheletrica e ricurva, dalle movenze accentuate. Un mostro armato di roncola che spesso in scena uccide altrettanti mostri strani strappando loro gli arti con l'onomatopea "Zock" che risuona di continuo sulle tavole. Ma anche una specie di Pinocchio, a guardarla con le lenti giuste. Un non-uomo-bambino, che finito uno squartamento e amputate un paio di dita, si ferma a contare le stelle e accarezza affettuosamente il gatto Leopoldo e si intrattiene di nascosto con Yersinia (anche se raramente la chiama con questo nome). Il micio e la bambina, l'unica di un mondo di adulti, che vive solo nutrita da Ut "con le favole", sono lo strano cuore emotivo che da calore tra tanto splatter grafico in bianco e nero. Ut sembra graficamente ed emotivamente una copia insanguinata del Piccolo Principe, con immagini orrorifiche che si concentrano su coltelli e occhi come nel migliore Dario Argento. Da disegni che sembrano fuoriuscire da un libro illustrato per bambini, direttamente alle teste mozzate. Ogni personaggio vuole essere un'allegoria. Alcuni sono chiari, altri più criptici, ma tutti e tutto diventano incredibilmente complessi e complicati nella scrittura.


La storia è ugualmente difficoltosa da descrivere. E' una favola senza inizio e senza fine, innamorata del suo indefinito "esistere". Roi sembra dirci che non importa comprendere un mondo intero per starci dentro. E Ut si "muove", osservato nella sua natura da un entomologo. Ut ha le "sue ragioni", che possono essere anche "piccole" quanto umorali, ma sono per lui importanti al punto da prendere spesso anarchicamente il posto del buon senso e il filo del racconto. Sembra quasi dirci che per sopravvivere al mondo bisogna quasi pensare in piccolo, purché "il piccolo sia di valore", che sia connesso con l'insopprimibile bisogno umano della affettività. Forse l'unica scriminante tra i vivi e i morti, tra gli uomini e le bestie. Certo questo spiazza chi si aspetta l'epica o la tragedia che, pur presenti negli altri personaggi, si ammantano sempre di vana gloria, chiuse in un infinito ripetersi di fallimenti e (pochi) successi umani. Come spiazza chi si aspetta logica e risposte universali da questo fumetto. Ut, in tutte le sue pindariche fascinazione e complicazioni, è più piccolo e semplice di quanto qualcuno vorrebbe. Tutto il contorno narrativo oltre alla "fiaba" (e Ut prima di tutto vuole essere questo) è "rimandato a dopo", indefinito e "inquieto". Ogni tanto pare pure di stare in un anime come Ergo Proxy, con cui condivide malinconia e pulsioni spirituali, ma l'opera manca (soprattutto perché "non la cerca") di una svolta finale che "sistemi le cose". Una seconda stagione, con una seconda favola magari, potrebbe aiutare chi avverte nell'opera di Roi un certo senso di incompiuto, più che una ostinata allergia definitoria riguardo a eventi e personaggi del racconto. Ma il fascino in effetti c'è, così come le buone intenzioni.  E forse il senso del tutto riconducibile all' "All you need is love" dei Beatles. Posso capire però i detrattori. La trama è un po' contorta ma per me non pecca nemmeno per un secondo di carisma, con vette di scrittura davvero notevoli. Parlo della favola di Ut raccontata a puntate alla bambina, dei bambini-stele, della campana sorda con un braccio per batacchio, del filosofi che all'interno del loro corpo nascondono la verità, del popolo degli omini piccoli che teme di essere mangiato dai più grandi, dei corpi impiccato a grappolo come marionette abbandonate da un oscuro pupparo, delle "case che hanno una propria volontà e provano persino paura" (che mi rimandano a un numero di Dylan Dog, proprio a firma Barbato, che qui assume quasi una traccia interessante di lettura, il 347 "Gli abbandonati"). Ut è un fumetto denso, criptico, scomodo, probabilmente incompleto secondo i "canoni". Spesso i personaggi sembrano girare su se stessi, spesso la trama bara con salti temporali e logici. Graficamente è fin troppo surreale e indefinito, con passaggi narrativi e logici che rimangono oscuri tra una tavola e l'altra, con personaggi secondari spesso solo accennati e spesso dispersi, con "costruzioni" che barano nella loro struttura non fornendoci un chiaro senso dell'azione. Sono tanti difetti, ma che nonostante tutto non vanno ad intaccare i moltissimi pregi grafici e narrativi dell'opera. E molti dei momenti più evocativi forse non sarebbero stati possibili in una trama più liscia e in un disegno più ordinato. Ut possiede la forza dirompente di piegare gli schemi, ma  tuttavia rimane quindi "ferito" nell'impresa. L'opera può non piacere a tutti, l'opera può rimanere non capìta e abbandonata perché molte delle "risposte che servono " arrivano solo al quinto numero di sei. Qualcuno potrebbe pure fraintendere la buona fede di Roi, vederci un'ambizione che è del tutto estranea a un autore umile come lui. Ed è un peccato perché Ut è innanzi tutto un'opera intima le cui molte sfumature appartengono a un intero mondo interiore sommerso, fiori di una sensibilità unica. Ad andare di sintesi più brutale ammetto pure io di non aver "colto tutto", ma di essere pur rimasto affascinato dal viaggio. Così come affascinante è stato il modo in cui Bonelli ha proposto l'opera. Con le strane copertine ruvide come liste irregolari di pietra, con le variant da fumetteria realizzate da alcuni degli artisti più importati del panorama italiano e le note di approfondimento. Ho sentito che Roi vorrebbe andate avanti, magari con una nuova miniserie. Sono già fremente di leggerla, anche se ci volesse molto tempo. Perché Ut è un'esperienza davvero unica e non vedo l'ora di essere nuovamente sorpreso, confuso e intrigato da questo strano mondo narrativo. Talk0

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