martedì 13 febbraio 2024

La zona di interesse: la nostra recensione del glaciale ma straordinario film drammatico diretto da Jonathan Glazer

Vivere a pochi passi dal campo di concentramento di Auschwitz, come se oltre quel muro non ci fosse davvero nulla se non un impianto industriale: un luogo di ciminiere cupe e rumori invadenti di cui qualcuno deve occuparsi, pur lautamente pagato. 

Il “dirigente dell’impianto” è Rudolf Hoss (Christian Friedel), padre e marito esemplare, amante degli animali e delle gite in barca con tutta la famiglia. Un uomo affidabile e intelligente, stimato anche ai piani più alti, integerrimo e fedele alla causa.

La mattina esce per andare al lavoro in alta uniforme e a cavallo, come i principi delle favole, salutato dai suoi soldati festanti. 

La moglie, Hedwig Hoss (Sandra Huller), la autoproclamata “regina di Auschwitz”, è una sovrana impeccabile nel trucco e nei modi, esigente ma gentile con tutti i suoi servitori. Ama far rivestire ai sudditi/soldati il prato del loro “castello” con tutti i fiori più rari e profumati, seguiti e accuditi con il rigore e trasporto di una nuova Eden. 

Hedwig non può girare per il mondo dato il lavoro di grande responsabilità di Rudolf, i fiori e i figli, ma grazie ai molti beni che vengono incamerati nei suoi forzieri, dopo essere stati prelevati direttamente dalle case e valigie dei residenti del campo attiguo (che lei si immagina simili a maialini), Hedwig si sente coccolata e realizzata, pronta a dimostrare a sua madre che ha fatto molta più strada di lei nella vita. 

La residenza Hoss è un piccolo paradiso in Terra, tra prati rigogliosi fioriti, una piscina, un bosco attiguo con tanti animali, frutta e un corso d’acqua che pare uscito dalle favole. 

Certo ogni tanto qualcosa di “strano” emerge dallo sfondo, ma basta non badarci.

In fondo basta dimenticarsi delle urla angosciose che ogni giorno e a ogni ora salgono a un passo dal loro uscio. 

In fondo se il corso d’acqua si riempie ogni tanto di polveri bianche simili a ossa, per qualche sporadico e accidentale rilascio industriale, basta lavarsi bene. 

Ma l’idillio forse è destinato a finire: nuovi incarichi impellenti porterebbero a breve il sovrano altrove. La regina non è disposta a lasciare il castello ed è pronta a chiedere conto dello sgarbo al Furer. 

Rudolf un po’ cincischia nel farsi valere. 

Sarà la fine anche della coppia felice? 


La zona di interesse è un film tremendo, nel senso “bellissimo ma tremendo”. 

Va in scena la rappresentazione più diretta della “banalità del male” descritta dalla Arendt, una banalità che diventa “normalità” crudele anche per i famigliari del direttore SS di Auschwitz Hoss: bambini che collezionano denti d’oro estratti dai deportati come biglie, suocere che di notte al posto della luna osservano ammirate la luce rossa degli alti forni, mogli devote che non vogliono che il marito comandante, ottima “ape operaia”, venga trasferito e rinunci alla loro Villa con piscina, orto botanico e servitù; un benefit da lui “costruito” con il sudore e l’impegno da buon “dirigente aziendale”, dello stesso distretto industriale dove ancora oggi si trova la Siemmens, nonché le principali fabbriche di prestigio della “locomotiva economica” tedesca.  

In questa piccola villa si susseguono storie di quotidiana anormalità, di precisione meccanica, perfettamente ingegnerizzate nei ritmi e passioni dei piccoli e fintamente inconsapevole personaggio che le abitano. 

Un mondo perfetto pieno di cavalli, corsi d’acqua purissima nei quali fare gite in barca e feste assolate per tanti ospiti, all’ombra di un campo di sterminio che appare a questi “privilegiati” del tutto invisibile, omesso dallo scenario, benché allo spettatore visibilissimo ai margini della scena, come le quinte dietro al palcoscenico di un teatro. 

Una perfetta casetta americana prefabbricata e contornata da nuvolette finte disegnate stile Edward Mani di forbice, che nasconde male ben altro.

In sottofondo ci sono degli spari, urla. 

Di notte la scena cambia, siamo calati in uno scenario che ci viene presentato in bianco e nero, come ripreso da un visore ottico. La peculiare sfocatura di calore di questo filtro polarizzato ci fa immaginare di vedere non corpi, ma delle “animazioni” da libro illustrato: ci immergiamo di una favola diversa, dentro cui si muove tra piccoli cinghiali e scoiattoli, una ragazzina che ruba mele dal bosco, per nasconderle sotto terra e darle ai faticanti dei campi. 


Poesia nel buio di una favola gotica autentica, all’ombra del finto “mondo da favola” in cui credono per auto-induzione solo i carnefici, che scena dopo scena si disumanizzano sempre di più in un autistico e meccanico “coprire gli spazi”.  

Una musica angosciosa ci accompagna un po’ straniti in questo viaggio visivo ed emotivo bipolare, che si spinge più volte (cercando una via di fuga morale?) dentro i neri assoluti di una scena che si spegne di ogni colore e passione, catatonica, mantenendo per qualche secondo in sottofondo solo cori sinistri, rumori di docce e gas che vengono irrorati. 

Molto bravi tutti gli attori nel loro nascondere emozioni umane anche basilari, muovendosi come piccoli orchi biondi vestiti a festa a pochi passi dalla morte altrui. Anche ridendo di se stessi e della loro cattiveria. A volte chiudendo le tende per non affrontare direttamente la realtà, come istruiti rigorosamente e “regalmente” a farlo: dimenticare e andare avanti per continuare a baloccarsi nel loro mondo di cavalli, principi e ricchezze.

La fotografia è molto geometrica, gioca con spazi netti e fabbricati ad arte per rendere la scena simile a una scacchiera dove tutto è predeterminato in ogni mossa e reazione. 

Molto belle le scenografie che richiamano anch’esse le forme rigide e quasi neo/gotiche care all’espressionismo tedesco ma anche al cinema di Dario Argento.

Le vittime di Auschwitz, gli ebrei, sono sulla scena quasi invisibili, se non agli infrarossi o per le urla. O come “memoria” di oggetti depredati e riutilizzati senza rimpianti e troppi piagnistei, perché pur sempre “alta moda per ricchi”. Sono fantasmi in quanto neutralizzati per una sorta di sfocatura o “miopia” sviluppata a livello emotivo dall’animo dei loro carcerieri: un (non)uso simbolico “dell’altro”, del “diverso”, che richiama il lavoro di Nolan sul “nemico” di Dunkirk

Jonathan Glazer crea l’horror perfetto, che amaramente è anche un fatto reale della nostra Storia passata. 

Talk0

lunedì 12 febbraio 2024

Il mondo dietro di te: la nostra recensione del film “paranoico” scritto e diretto da Sam Esmail per Netflix, con protagonisti Ethan Hawke, Julia Roberts e Mahershala Ali

Un week end da sogno in una villa da sogno. Niente più e niente di meno, tutto pre-pagato e chiavi in mano, a nemmeno un’ora dalla città, avvolti dalla natura e abbracciati dal sole e dal mare. 

Tutto fila liscio per la famiglia che ha sottoscritto il pacchetto completo (Ethan Hawke e Julia Roberts, i genitori di un adolescente in crisi ormonale e di una bimba super appassionata della serie tv Friends), ma da subito accadono cose strane. 

Internet non prende più, un'enorme petroliera si arena quasi in faccia a loro mentre sono sulla spiaggia causando il panico generale. C’è gente che fa incetta di beni di prima necessità svuotando gli scaffali del supermercato (Kevin Bacon). L’aria è pesante. 

La sera,  con una scusa strana, il proprietario della casa dei sogni (Mahershala Ali)  bussa alla porta con la figlia adolescente e chiede asilo alla famiglia ospite. Nel lussuoso attico del centro di New York dove vive non funziona più l’ascensore, lui non riesce a fare le scale per via di una storta e tutti gli alberghi sono senza camere libere. Inizia una convivenza strana di alcune ore, tra legittimi dubbi e paranoie, fino a che tutti i vicini spariscono lasciando vuote le loro abitazioni, dei cervi iniziano in branco ad assieparsi nei pressi della villa, dal cielo cadono aerei dritti sulla spiaggia privata, misteriosi droni lanciano volantini rossi con scritte in cinese, automobili Tesla con il pilota automatico impazziscono e rendono impossibile la fuga in autostrada con incidenti a catena. 

Forse c’entrano gli hacker e dei raffinati virus che nel tempo sono evoluti al punto da infettare anche i satelliti e le comunicazioni. C’è uno strano rumore periodico che fa pensare all’utilizzo di raggi termici sperimentali russi. Forse è un gioco di potere i cui frutti arriveranno a quegli squali dell’alta finanza che il padrone della villa frequenta come consulente. Forse al di là dei boschi e del relativamente piccolo mondo felice dove i nostri eroi convivono è già in atto la terza guerra mondiale. Fortuna che tutte le ville di lusso sono dotate di bunker, telefoni satellitari, piscine idromassaggio. 

Non resta che aspettare o provare ad “agire” in qualche modo. 


E così un giorno Sam Esmail, lo show-runner della premiata serie tv Mr.Robot e cantore di storie intrecciate tra paranoia, complotti informatici e Corporations diaboliche, venne ingaggiato da Netfix per un lungometraggio.  

Una pellicola attraverso la quale rileggere l’atomizzazione regressiva della collettività umana, conseguenza diretta del periodo Covid. Un rinnovato timore quasi medioevale per gli “altri”. Una bassissima fiducia nel futuro “pur radioso” delle intelligenze artificiali, più natura e auto elettriche. La consapevolezza di essere soli e nudi nel mondo, esposti a dolori e malattia, come dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, ma senza sapere chi è il “dio che muove le carte”. 

“Io sono Borg, la resistenza è inutile”. È così che una delle specie aliene più temibili della serie tv Star Trek, gli zombie-cyborg Borg, si presentava, con fare indifferente, davanti a una razza umanoide da reprimere, inglobare e uniformare nella loro mente-alveare, per infine “assimilarla”. 

La logica del “grande complotto” raccontata da lI mondo dietro di te è la stessa: generalizza e confonde tutte le minacce e le paure fino a suggerire che non esiste per i nostri piccoli protagonisti una soluzione finale differente dalla resa incondizionata, a cui seguirà inevitabilmente, per ricompensa, un piccolo placebo per tirare avanti: una “gioia preconfezionata e grammata”. Una piccola (e senza fare spoiler pure geniale, riconosciamolo!) iniezione di felicità periodica con il sapore emotivo della favola rassicurante, a cui con nostalgia aggrapparsi per tirare avanti . 

“La resistenza è inutile" fa così più paura anche del perentorio grido di battaglia Dalek “sterminare!!”, con il quale i più classici nemici del Doctor Who, nella serie tv omonima, in fondo si “limitano a ridurre in cenere” qualunque cosa o persona gli si presti davanti. Ma senza schiavizzarla e renderla parte di una specie di Matrix che si autoalimenta tra isolamento e paure, racchiudendo ogni essere umano in piccole bolle felici. 


Nel film di Esmail ritornano così tutti i tempi complottistico-psicanalitici cari all’autore, inseriti in un mondo strano quanto abbagliante, per spettacolarità e follia, che sembra trovarsi in un universo non distante dal Lost di J.J.Abrams. Ogni suggestione visiva e sonora arricchisce di informazioni e suggestioni lo spettatore, trascinandolo in un rebus complesso. C’è molta azione e mistero nella piccola zona vacanze al centro del mondo “che esplode” e in parte da questo “protetta”, come avviene anche nel magnifico film Il cielo brucia di Petzold, ancora nel circuito delle sale. 

È un mondo che però si vive spesso dentro la testa ed esasperazione dei personaggi, specie tra le strette pareti di una casa, tra due famiglie. Come  in una pellicola home invasion a “ruoli incrociati”, dove vittime e invasori si confondono, dove tutti gli attori coinvolti dimostrano di saper giocare bene tra i registri della confidenza e della diffidenza, costruendo balletti emotivi anche molto forti e vividi, frutto anche di una buona dose di improvvisazione. 

La pellicola coinvolge e trascina dentro al suo microcosmo elaborato chirurgicamente per spiazzare e confondere, eradicando ogni speranza e giungendo a un epilogo dove forse qualcuno riderà e qualcuno coglierà l’amarezza. Dove tutto si svela e semplifica, con gioiosa autorassegnazione. Come accadeva in Funny Games di Michael Haneke. Sta a noi decidere di ridere insieme o meno ai carnefici. 

Sam Esmail sembra si sia nuovamente divertito con molto gusto a scherzare con intelligenza e cinismo con il potere e la tecnologia. Si conferma un ottimo costruttore di mondi e uno straordinario direttore di attori: in grado di esplorare nel dettaglio l’’interiorità umana quanto le più folli teorie complottistiche. Abbiamo molto bisogno in questo momento storico di registi intelligenti e “cattivi” come lui. 

Talk0

domenica 4 febbraio 2024

Silent Night - il silenzio della vendetta: la nostra recensione del nuovo “silenzioso” action movie di John Woo, un revenge movie natalizio con protagonista Joel Kinnaman

Colpi di pistola e le risate, insieme a tutti i suoni di una vita felice, si spengono. 

Un palloncino rosso prende il volo, una piccola vita viene spezzata. Succede proprio a Natale. 

Il padre (Joel Kinnaman) lascia la piccola creatura nel parco dove stavano facendo un pic-nic e corre all’inseguimento di chi ha esploso gli spari: due auto sportive dai colori sgargianti guidate da uomini coinvolti a suon di mitraglia in una guerra tra bande. Corre disperato e furioso, con indosso un buffo maglione natalizio con al centro una buffa renna dal naso rosso. Ha al collo un campanello natalizio che tintinna gioiosamente, con un suono che sembra l’unico rumore distinto nell’aria, beffardo quanto amaro. 

Per un attimo, avvantaggiandosi di traffico e scorciatoie pedonali, l’uomo appare davvero vicino agli inseguitori. Gli è addosso. 

Poi tutto si fa buio. 

Poi tutto si fa ovattato. 

L’uomo ha avuto un grave trauma, ha un buco alla gola, è in ospedale e ora non riesce e non riuscirà più a parlare. Il suo mondo gli appare e ci appare, grazie alla particolare composizione sonora, in una perenne e strana bolla “emotivo/sensoriale”: è un luogo dove tutte le voci sono silenziate anche perché “non più importanti”. Un luogo dove solo i suoni e rumori sono per il padre “utili”, in quanto ancillari alle immagini, per accumulare dettagli che gli permettano di consumare la sua vendetta. 

La moglie presto “cede al silenzio” e lo abbandona alla sua solitudine. 

La casa, raschiata di ogni sentimento umano, diventa per lui una specie di palestra, tana e quartier generale dove lavorare meglio di come hanno fatto per lui, svogliatamente o troppo lentamente,  le forze di polizia. 

Nel silenzio passano i mesi e ci accorgiamo del tempo da tanti piccoli dettagli: il colore delle foglie che cambia, i calendari appesi al muro che si aggiornano scena dopo scena. I muscoli del padre si definiscono sotto lo sforzo di pesi sempre più grandi.  La sua esperienza ginnica nel corpo a corpo rende il sacco d’allenamento sempre più fiacco. Un bersaglio con reticolo millesimale con fori sempre più vicini al centro, certifica la progressiva precisione nel tiro con la pistola. 

Si avvicina l’anniversario della morte del bambino. Si avvicina il Natale. 

L’uomo ha indagato bene e ha trovato, da solo, il covo di chi ha iniziato la guerra tra bande. Ha pedinato di nascosto per mesi tutto il piccolo esercito locale del crimine, raccogliendo ogni genere di prove, abitudini ed itinerari. Ha blindato la sua auto come un carro armato, ha nascosto strategicamente per il quartiere ogni genere di armi ed esplosivi. 

Indisturbato, da “uomo invisibile”, da padre distrutto con lo sguardo sempre in basso di cui al mondo non frega nulla. Un singolo nel mucchio delle tante vittime accidentali della guerra tra bande. Non è stato mai considerato lontanamente un problema da nessuno ed ora è pronto per far saltare per aria tutta una città. 

Un altro palloncino rosso vola in cielo, la preda naturale è diventata cacciatore di grossi e arroganti signori del crimine. 

Sta per iniziare una notte molto silenziosa e priva di ogni canzoncina natalizia.


John Woo dirige un film dritto, cinico e disperato, carico di azione a rotta di collo e tutto guidato da un’unica idea estetica strana quando innovativa: il silenzio e i rumori di fondo come unici “marker” a definire sullo stesso piano i sentimenti quanto i momenti d’azione. 

Un filtro scomodissimo, difficile da ammaestrare, ma che dopo poche battute ci fa sentire da spettatori immersi nella scena: come se il cinema si trovasse sul fondo di una piscina, e noi in apnea con i pop corn.

L’idea è interessante e ha molto a che fare con la possibile evoluzione della “grammatica dell’action”: una materia che Woo negli anni ha contribuito più spesso a scrivere, ridefinire, rivoluzionare e rendere “umoralmente” tanto pop quanto melò. 

È un film tutto sullo stile, un ginnico e tecnico esercizio di sintesi da presentare ai posteri come esempio di poesia all’interno di un prodotto per molti considerato “di genere”. Poesia come la sequenza di Woo della bambina che sente Over the Rainbow durante una sparatoria (Face/Off). Come il momento in cui un uomo in cerca di vendetta indossa il cappotto crivellato di colpi del suo fratello gemello, come fosse il mantello di Superman (A better tomorrow 2), rinascendo e sovrapponendosi a lui. Come la torta di compleanno, sarcasticamente chiusa nella scrivania con tanto di candeline accese, di una donna poliziotto che fa tardi in ufficio senza cavare un ragno dal buco (Senza Tregua). Come le tante sequenze, di tantissimi film di Woo, questo incluso, che disegnano lotte a suon di pistola rallentate e quasi congelate, per tenere il ritmo e il loro incedere vicino  al battito d’ali di colombe bianche e piccioni, alla ricerca di un impossibile equilibrio zen tra uomo e natura, caos contro la normalità. 

È il mood, la “splash page” che si tatua nella testa dello spettatore oltre la cornice. 

La storia stessa è una cornice e deve restare classica, debitamente “escapista e sovversiva”. Può ricalcare nelle prime battute, anche felici, la genesi fumettistica caustica del Punisher di Garth Ennis, ma alla fine il succo è seguire le coreografie di combattimento nella loro evoluzione sincopata, fino a trovarci in un epilogo dove il volume dei proiettili e il cuore del protagonista battono veloci al ritmo della musica della discoteca del duello finale. 


Kinnaman è un attore grosso, simpatico anche se non particolarmente versatile, in possesso di quella certa atleticità che si richiede dagli action hero, ed in specie a chi viene diretto da John Woo, per essere un ottimo “ballerino tra i proiettili”. È bravo soprattutto nelle lunghe e complesse coreografie di quel “gun-fu” qui presenti nonché immaginate e codificate da Woo stesso anni fa: come “nuova arte di combattimento filmica”, incontro impossibile tra le sparatorie dei western americani e i duelli con la spada dei wuxia movie cinesi. Kinnaman è atletico ma anche in grado di rappresentare, con il volto più che il corpo, il lato più vulnerabile, a volte anche esasperatamente melodrammatico, degli eroi under-dog dell’action asiatico: quasi caricandosi, sui suoi denti stretti e su occhi così grandi e scavati che “quasi esplodono”, tutti i mali e dispersione del mondo. 

Ci sono le premesse per giocare con i temi natalizi e la “felicità estetica/plastica” in contrapposizione al dolore interiore. In modo amaro, alternando infelicità a preparazione al combattimento, fino a trasformare il nostro eroe in quello che Tsukamoto definirebbe un “Bullet-Man”, pronto a scontri forsennati a base di proiettili, pugni e sportellate, che lo vedono solo contro un esercito.

All’inizio l’ingranaggio gira, incanta, mostra tutti i suoi denti e pirotecnica: perché siamo nel mood giusto, sentiamo il “flow” che guida Woo nel suo surfare sicuro su registri e suggestioni, idee e mestiere. 

Poi arriva in secondo palloncino e nel disastro e sconforto generale ci rendiamo conto che sarebbe bastato quello: un corto cinematografico di lusso di una ventina di minuti, immagini ben ritmate e una colonna sonora/sensoriale così unica da poter fare scuola quanto essere il tech-demo definitivo per le casse di un nuovo impianto stereo, un interprete in parte, un montaggio a prova di bomba. 

Perché purtroppo dopo quel palloncino tutte le idee finiscono e pure il film, pur esteticamente superbo, finisce. Il flow di Woo finisce. 

Non ci sono giochi di maschere e ruoli come in Face Off a ravvivare quanto di già visto. Mancano sagaci invettive al patriottismo come in Project Broken Arrow o l’esasperazione estetico/feticista dei sentimenti (che vengono costruiti quasi come  beffardi momenti da “spot pubblicitario di un dopobarba”) di Mission Impossible 2 alla ricerca di un qualche sapore da aggiungere alla ricetta. Mancano per scelta, perché tutto deve filare dritto, l’ironia, lo sberleffo o anche solo il “cameratismo da action anni '80” di Windtalkers, mancano i giochi di prestigio di montaggio a scatole cinesi di Paycheck. Tutto quanto girato dal grande regista ad Hong Kong in termini di uso innovativo della macchina da presa, bromance, è tutto messo da parte didatticamente nell’esplorazione ed esposizione di questo nuovo esercizio di stile sul suono e le immagini. Che è bellissimo, unico, ma che non regge oltre i venti / trenta minuti di un mediometraggio. 


John Woo cocciutamente si spoglia di se stesso, dai suoi eccessi ai suoi marchi di fabbrica, confezionando un film che dopo mezz’ora si autocondanna a una pneumatica ripetizione/esecuzione di luoghi comuni, tutti a “sostegno della tesi” della duttilità (dubbia) dell’idea filmica, fino a un finale che purtroppo non lascia il segno. 

Anche perché oltre al protagonista i personaggi non esistono, e non possono esistere, proprio per la mancanza ricercata di qualsiasi dialogo. Anche perché, per l’ossessione di stare solo sul protagonista, dentro il suo unico mondo sensoriale/emotivo, non veniamo forniti di ulteriori punti di vista, che avrebbero trasformato la pellicola magari in qualcosa di più felicemente strutturato. Gli spunti c’erano e uno poteva essere la “ragazza del boss”: un personaggio che vive in equilibrio tra lo sballo degli stupefacenti, le armi da taglio e la musica disco. Un personaggio che avrebbe potuto, e magari dovuto, vivere parallelamente nella trama, in modo speculare al padre vendicatore, creando con lui un doppio balletto sensoriale/emotivo. 

John Woo è come rimasto ingabbiato nella affascinante trappola estetica alla base di questo progetto. 

Gli stunt fisici e con i mezzi funzionano, ma sono già stati visti e digeriti più volte, non ci appaiono “nuovi”. 

L’incedere del giustiziere verso lo scontro finale non possiede particolari guizzi, ripetendosi stranamente da topos a topos, fino a un cliffhanger che sul piano emotivo e visivo è troppo depotenziato: anche perché, come già sopra esposto, noi questi personaggi non li conosciamo e non siamo mai stati messi nella condizione di conoscerli. 

Il silenzio in sala diventa minuto dopo minuto sempre più soffocante, fino a voler urlare. 

Fa male dirlo. 

Fa male vederlo. 

Forse a qualcuno però questa dimensione può piacere, ma si poteva davvero fare tanto di più ed era alla portata di mano farlo. L’uomo che ha riscritto il genere action si è perso in se stesso fino a essersi reso quasi irriconoscibile, inseguendo un unico grande esercizio di stile, dimenticandosi quasi tutto quanto rendeva i suoi film freschi, divertenti ed adrenalinici. 

Un film di una mezz’ora racchiuso tra due palloncini rossi che volano in cielo e nulla più, avvolto in un vuoto statico-emotivo ridondante simile a un incubo di altri 80 minuti: che può piacere a livello di idea ma anche stancare presto. 

A meno che non ci si innamori pazzamente dell’idea di fondo, decidendo che tutto il resto può anche non esistere. È una scelta che qualche fan legittimamente può fare, ma da questa prospettiva Silent Night si guarda come una lectio magistralis universitaria e non come un action movie. 

Forse anche chi è in cerca di un dolby digital applaudirà il tech demo sonoro offerto dal film, magari sfoggiandolo con gli amici per una serata. Per gli altri c’è molto di meglio in giro, e il meglio viene in gran parte dallo stesso regista di questa pellicola. 

È bello che John Woo, in qualsiasi forma, continui ancora a scrivere la storia degli action movie.

È sempre bello trovarlo anche lontano da The killer, Red Cliff e gli altri blockbuster, magari pure in progetti piccoli o un po’ maldestri come La congiura della pietra nera, Paycheck o  questo Silent Night

Silent Night “è bello, ma non balla”. 

Talk0

sabato 3 febbraio 2024

The holdovers (lezioni di vita): la nostra recensione della divertente commedia scolastica di Alexander Payne con Paul Giamatti e Dominic Sessa

Ci troviamo negli anni '70 nel New England, nella prestigiosa Barton Academy. 

È un posto che sembra ideale per “plasmare giovani menti” ansiose di “”vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita; sbaragliare tutto ciò che non è vita ecc.“ (citazione da L’attimo fuggente). Ma siamo sotto le vacanze di Natale, il posto è pressoché deserto, i pochi che ci sono costretti a restare vorrebbero essere tutti altrove. 

Tutti ma non il professor Hunham (Paul Giamatti). Tarchiato, dallo sguardo strano, che emana uno strano odore anche se non si capisce di cosa. È trasandato e accartocciato nel modo di vestirsi, ha la voce irritante e una “risata” sinistra, ama parlare in latino senza un perché ed è in genere caloroso quanto un cubetto di ghiaccio. Regala i voti più bassi, ama i compiti a sorpresa e vedere il panico negli occhi dei suoi alunni, quasi si diverte a comunicare tutti i singoli errori in cui incorrono. 

Non è un tipo socievole ma al contempo è “equo”: non ama coccolare i pargoli viziati dei principali finanziatori dell’ateneo e anche se c’è chi si è già lamentato lui non ha mai arretrato regalando indulgenze.

Non ha una famiglia e conduce una vita quasi di clausura dedicata al solo insegnamento; si dice non sia mai uscito dall’ edificio scolastico. Sta fuori dal tempo.

Tutti lo odiano, anche il preside che teoricamente è un suo amico lo odia e probabilmente per questo non farà mai carriera. 

Purtroppo, per i pochi sfortunati ragazzini che sono costretti a soggiornare alla Barton a Natale, mentre tutti gli altri sono in vacanze sugli sci o al mare, Hunham è anche l’unico docente che rimarrà in istituto, insieme alla cuoca Miss Mary Lamb (la cantante e attrice Da’Vine Joy Randolph) e al bidello Danny (Naheem Garcia). Hunham ha in mente grandi progetti per questi sfortunati figli “dimenticati” (holdovers significa “residuati”) di genitori anaffettivi o troppo distratti o troppo impegnati o residenti in un qualche paese dell’Asia. Un ricco programma per persone sbalzate fuori dal tempo e dallo spazio come lui. 

Il programma prevede preziosi esercizi ginnici all’alba, per riscaldare i corpi senza sprecare energia a gas per il riscaldamento generalizzato.

Segue un indispensabile piano di ripassi forzati da svolgersi nell’arco di tutte le feste per non perdere il ritmo, o per lo meno per acquisire un ritmo di studio mai manifestato da anni al suo corso di letteratura. 

Seguono indimenticabili pranzi e cene in sua compagnia nel locale cucina, frugali momenti davanti alla tv nella saletta piccola attigua, tutti a dormire mai oltre le nove di sera in un paio di locali con letto a castello allestiti ad hoc in infermeria. 

Lo sconforto è già grande quando i ragazzini “detenuti” sono in quattro o cinque. 

Diventa autolesionismo allo stato puro quando rimane con il prof, il custode la la cuoca un solo, unico ragazzino. 

Nello specifico parliamo del ribelle scapestrato Angus Tully (Dominic Sessa): ragazzo intelligente ma che non si impegna, rompiscatole di professione, casinista e tendente al maleducato, nonché figlio di una madre separata esasperata, che ha preferito passare le vacanze con il nuovo compagno in crociera e rivedere Angus direttamente la prossima Pasqua, sempre che nel mentre non ci ripensi. 

Dopo un paio di giorni tutto precipita. I piani del professore saltano, la malinconia inizia a colpire la cuoca e il custode. Angus riesce a farsi malissimo in modo inconsulto nella palestra, minacciando di denunciare tutti per mancata supervisione dei locali e guadagnando di riflesso una piccola capacità contrattuale sulla gestione delle feste rimanenti. 

Qualcosa cambia. Forse è la magia del Natale. 

Studente e professore iniziano uno strano viaggio nella vicina Boston. Nasce una strana alleanza che forse diventa quasi complicità e qualcuno inizia a pensare di dare una bella sterzata alla propria esistenza. Cambiare tutto e sentirsi, fieramente, un holdover. 


The holdovers ha tutto il fascino “cinematografico” del romanzo di formazione: profuma del Giovane Holden di Salinger quanto dell’Attimo Fuggente con Robin Williams, ha tutto l’anticonformismo e la spigliata satira dei romanzi grafici di Daniel Clowes. 

Respiriamo la sinistra e assoluta solitudine di strutture enormi quando deserte e isolate tra la neve di Shining, mentre i nostri piccoli anti/eroi cercano di sopravvivere a un “nulla” più cosmico di quello di Michael Ende.

Ci commuoviamo per la forza e risolutezza di un personaggio “non protagonista” ma straordinario come la signora Lamb, reso reale, vulnerabile ma titanico da una straordinaria Da’Vine Joy Randolph.

Forse perché travolti da una folle convivenza forzata, forse perché pervicacemente arroccati ai rispettivi punti di vista fino quasi alla autodistruzione, minuto dopo minuto ci affezioniamo progressivamente sempre di più al destino di due assoluti looser, antipatici e narcisisti, come Angus e Hunham. 

Giamatti e Sessa sembrano impossessarsi al 100% dei rispettivi personaggi. Amano punzecchiarsi e odiarsi carichi di profonda autoironia. Si rincorrono e irritano di continuo. Si giudicano e si condannano a vicenda. Perdono la calma passando da rispettive vittime o carnefice in pochi secondi. Sovente si ubriacano di birra e parole fino a scoprirsi vittime di una complicità genuina che contro ogni previsione li vede amici, al punto che gli scambi di battute si fanno caustici quanti fulminei e le intese arrivano con un solo sguardo. Più che alunno e insegnante, più che genitore e figlio, Giamatti e Sessa sembrano fratelli diversi di una stessa società matrigna: un posto ricco di opportunità di cui loro non potranno forse mai fare davvero parte, ma potranno sempre affrontare, da qualche angolo sfigato, con l’arma dell’anticonformismo, pervicacemente aggrappati a dei valori nobili quanto fuori moda, molto più preziosi di una preziosa bottiglia di alcol insapore. 


Se sono bravissimi gli interpreti è merito anche della sceneggiatura e del soggetto firmati da David Hemingson: un autore al suo esordio nel lungometraggio ma attivo da anni in serie tv brillanti come American Dad e How I met your Mother. Un autore qui particolarmente incendiario, forse “troppo brillante”, al punto che The Holdovers si è beccato un +17 proprio per il suo linguaggio esilarante e anticonformista. Al fascino di The Holdovers ha contribuito per forza anche la straordinaria location nel Massachusetts, che durante quasi tutte le riprese è apparsa funestata da gelo e neve come l’Overlock Hotel. Un luogo che per gli attori è stato da vivere a strettissimo contatto anche sul lato più strettamente termico, avendo da parte una bella scorza di tempra quanto di ironia delle cose che ha permesso al gruppo di insaldarsi, anche sono per non congelate. Il freddo dei luoghi si sente quindi perché è incredibilmente autentico e la cattedrale nel ghiaccio dell’istruzione americana, così vuota e ciclopica, sembra ammantarsi di tutta la malinconia di una aliena “fortezza della solitudine”: eterea quanto scollegata dal mondo, dalla classe dirigente come dalla meritocrazia. 

The Holdovers tra tragedia, ironia e autoironia si dipana armoniosamente lungo tutta la sua durata: senza momenti di stanchezza e spostando sempre l’attenzione narrativa più in alto, dai problemi dello studio a quelli della famiglia, della scuola, del lavoro e della società tutta. Suggestioni sempre più articolate che arrivano a parlarci, anche grazie al personaggio della cuoca, di argomenti ancora attuali come la guerra in Vietnam, che ancora aleggia come un fantasma nella coscienza collettiva. 

Vengono sollevati temi come la salute mentale, si parla di fallimento, si parla di futuro negato. 

Si parla e si affronta tutto con la giusta ironia e la giusta analisi, senza dare facili soluzioni ai problemi e anzi immergendo sempre più i nostri eroi in piccoli grandi casini che forse li faranno “crescere” o forse li convinceranno a mollare la presa e immaginarsi vite diverse. 

È un film che diverte e fa riflettere. 

È un film che fa stare bene. 

È un film che è un peccato lasciarsi sfuggire e che magari potrebbe presto aggiungersi a quei fil stagionali “da vedere a Natale”, nei prossimi anni. 

Tra Una poltrona per due e La vita è meravigliosa, alla ricerca del vero significato di “fratellanza”, pur a volte impossibile, che dovrebbe rappresentare il Natale. 

Talk0

lunedì 29 gennaio 2024

One Life: la nostra recensione del film di James Hawes con protagonista Anthony Hopkins

Nel 1988 un lord inglese settantenne che per tutta la sua vita si è dedicato alla beneficenza, Sir Nicholas Winton (Anthony Hopkins), si trova a dover sgomberare il suo vecchio ufficio per un trasloco, quando gli capita tra le mani un suo vecchio quaderno pieno di foto, documenti e ritagli di giornale, relativo al periodo in cui aveva lavorato per la BCRC (British Committee for Refugees from Czechoslovakia). 

L’uomo, conscio dell’importante valore storico del plico, cerca di portarlo all’attenzione della stampa e delle associazioni, ma trova solo porte chiuse e indifferenza: è roba di oltre un secolo che non importa più a nessuno. Fino a che, molto titubante, decide di rivolgersi a uno show tv della BBC dal titolo That's life!: un People show condotto dall'annunciatrice Esther Rantzen. 

Mentre si avvicina sempre di più la data dell’incontro con la produzione, iniziano a riaffiorare ricordi di molti anni prima. Quando Winton era solito aspettare alla stazione di Londra dei convogli carichi di bambini, con il timore mal celato che potessero infine non arrivare. 

Siamo nel 1938. Siamo alla vigilia invasione dell’Austria e dello scoppio della seconda guerra mondiale. Winton ha 29 anni (interpretato da Johnny Flynn) ed è un agente di cambio di Londra finito un giorno per lavoro in Cecoslovacchia, dove viene presto a contatto con la dura realtà degli esuli da Praga: un piccolo popolo in fuga, spaventato e denutrito, che cerca riparo come può tra fienili e sottoscala di fortuna, nella speranza di potersi spingere un giorno sempre più lontani e presto fuggire dall’arrivo dei nazisti. Ma come possono i bambini, specie se denutriti o rimasti soli, continuare quella fuga infinita? 

La famiglia di Winton è di origine erbaica e dalla Germania è fuggita anni prima in direzione dell’Inghilterra, dove la madre Babette si è convertita alla chiesa inglese. Sono più che benestanti, hanno risorse e molti agganci politici: Winton decide di provare a salvare almeno i bambini di Praga. Tutti quelli che può. 

Inizia con la BCRC un lavoro infinito di documentazioni, richieste di asilo per profughi, proposte di affidamento dei bambini a famiglie inglesi a mezzo stampa, mediazioni tra rabbini ed ecclesiastici. È tutta burocrazia e spesso per ungerla serve tempo, dissuasione e compensi extra, ma è così efficace da lanciare dei ponti insperati. Mentre Winton lavora con la diplomazia, gli altri della BCRC in Cecoslovacchia allestiscono rifugi provvisori, spediscono foto, preparano convogli ferroviari con i bambini cercando di non dividere i fratelli dalle sorelle: con la promessa e la speranza che un giorno genitori e figli possano incontrarsi di nuovo, a fine conflitto. 

I treni partono e arrivano, i bambini cambiano nome per sicurezza e trovano nuove case. Ma è una corsa contro il tempo. I controlli alla frontiera si fanno sempre più difficili. I volontari vengono in parte fermati o dispersi.  Il sogno di Winton di rivedere al Londra una ragazzina che aveva incontrato per strada nel suo primo viaggio, di cui conserva solo una foto, inizia a sembrare impossibile. 

Gli anni passano e la BBC inizia una serie di puntante con protagonista proprio la storia di Winton. L’uomo si sente un po’ fuori luogo, è molto giù di morale, ma accade qualcosa. A un certo punto tra il pubblico iniziano a farsi largo verso il settantenne alcuni dei bambini a cui l’uomo è riuscito a salvare la vita. 


Il britannico James Hawes, regista televisivo di show come Doctor Who, Penny Dreadful, Black Mirror e Snowpiecer, debutta al lungometraggio con questo docu-film basato su If it’s not impossible…the live of Sir Nicholas Winton, libro scritto da Barbara Winton, sceneggiato dalla Lucinda Coxon di The danish girl e da Nick Drake. 

È una storia di coraggio e di amore che punta dritto a smuovere la commozione del pubblico, piena di bambini e treni da attendere con apprensione a fianco del nostro protagonista “da giovane”, oppure con il cuore costantemente in gola per non essere riuscito a fare mai abbastanza del nostro protagonista in versione più anziana. La verità, tra passato e presente, piano piano collima e va a ricostruisti fino a un parte finale davvero commovente quanto garbata, quasi sussurrata nella sua sua forza dirompente. 

Virtualmente e brevemente si susseguono scene che il cinema ha più volte raccontato con pellicole come Schindler’s List, Il pianista, Il bambino con il pigiama a righe, ma il punto di vista di Hawes rimane sempre sul “peso della distanza”, sul senso dell’impotenza e dell’ineluttabilità che ha afflitto gran parte del mondo in quell’epoca, proprio a partire da quei “patti impossibili” che hanno visto tutte le grandi potenze piegarsi davanti a Hitler, cercando un segno se non di clemenza “di buon senso”. 

In One Life il conflitto armato è solo un “dopo”, la storia parla piuttosto degli ultimi fili possibili della diplomazia prima che tutto si spezzasse ricacciando il mondo nella seconda grande guerra. 

Un filo di speranza che ha portato i suoi frutti e che è forse in certe parti del mondo oggi debolmente ancora attuabile. 


Hawes racconta l’eroismo civile e un po’ schivo di Sir Winton grazie alla gamba costantemente agitante e lo sguardo preoccupato di Flynn che aspetta il treno dei bambini guardando l’orologio.

Grazie allo spaesamento e al fare sconfitto di Hopkins che va in cerca di qualcuno per cui la sua storia è stata importante, quando nel 1988 era ancora inconsueto parlare di quel periodo della Storia. 

Il ritmo narrativo è lento ma mai immobile. La messa in scena ordinata e molto attenta alla ricostruzione di ogni passaggio tecnico che ha permesso certosinamente il salvataggio dei bambini. Le interpretazioni di tutto il cast sono sempre convincenti, le scenografie e la fotografia riescono bene a trasmettere il clima di angoscia e “claustrofobia” dei piccoli rifugi dei bambini. 

Pur nella sua costruzioni semplice tra passato e presente e nel suo taglio quasi minimale, One Life è una pellicola molto potente a livello simbolico, ancora fortemente necessaria per raccontare le storie di persone che hanno saputo creare con l’altruismo dei ponti con il futuro. 

Un film che può essere di ispirazione. 

Talk0

giovedì 25 gennaio 2024

Wonder: White Bird - la nostra recensione del nuovo film di Marc Forster tratto dall’universo letterario di R.J.Palacio

America dei giorni nostri. 

Il giovane e affascinante Julian (Bryce Gheisar) è irrimediabilmente un bullo. 

Non contento di come sono andate male le cose nella vecchia scuola cittadina (eventi raccontati in Wonder nel 2017), il ragazzino sembra essere tornato a perseguitare gli studenti più deboli anche nel nuovo istituto, debitamente supportato da un nuovo piccolo branco. Anche se ora si trova in un collegio blasonato di New York in cui tutti indossano una uniforme, la musica non è cambiata. 

Sembra essere più forte di lui il desiderio di schiacciare chi è diverso e in genere più debole: quasi una missione volta a costruire un mondo unicamente pieno di persone belle e felici.  

Con i genitori che non riescono in nessun modo a intervenire efficacemente per modificare il carattere di Julian, una sera decide di occuparsene personalmente la nonna francese (Helen Mirren), la sua “grandmere” Sara, una famosa artista in visita in America per partecipare a un importante evento pubblico come ospite d’onore. 

La nonna racconta a Julian di quando era piccola (l’attrice che la interpreta è Ariella Glaser) e viveva in Francia, dove frequentava anche lei, in una città meravigliosa circondata da un bosco come nelle favole, una scuola blasonata piena di studenti bellissimi in uniforme. Una scuola perfetta in un posto perfetto, rovinata solo dalla presenza di un ragazzino brutto e zoppo, figlio e saltuario aiutante del responsabile del locale sistema fognario. Per il suo modo di camminare claudicante e a scatti, per l’aria dimessa, la schiena sempre abbassata e per il fatto di essere il più povero e insignificante della scuola, il ragazzo veniva chiamato da tutti in un modo disumanizzante: “il granchio” (Orlando Schwerdt). 

Il granchio non piaceva a nessuno e nessuno si fermava anche solo a guardarlo, come comportasse una sorta di maledizione. Gli unici che erano attivi nel tenerlo in considerazione, almeno per deriderlo e pestarlo, erano i bulletti locali, capitanati dal biondo e affascinante Vincent (Jem Matthews). Sara aveva una vera passione per Vincent, i cui lineamenti era quasi principeschi. Spesso amava ritrarlo a matita nel suo quaderno da disegno, insieme a mille schizzi sulla natura e gli animali che destavano sempre molta ammirazione tra studenti e professori. 

Vincent amava vedere se stesso ritratto su quel quaderno e di conseguenza offriva svogliatamente qualche scampolo del suo tempo a Sara, che letteralmente pendeva da ogni suo cenno. 

Le cose però cambiarono in fretta: quando in città arrivarono i nazisti e molti studenti, Vincent compreso, iniziarono a guardare Sara, i cui genitori erano ebrei, come se fosse una creatura non dissimile dal “granchio”. I ragazzini più bravi nel collaborare al “nuovi corso”, come Vincent, ebbero dai nazisti divise nuove e armi per aiutarli attivamente nella caccia agli ebrei, stanandoli casa per casa grazie alla conoscenza diretta di ogni casa e granaio. I ragazzini ebrei vennero per un po’ nascosti con i loro genitori dalla scuola e poi dai preti sulla torre, ma presto fu impossibile aiutarli senza subire conseguenze terribili. Le razzie non tardarono e le famiglie furono disperse. 


Un giorno Sara si trovò del tutto sola. 

I nazisti la avrebbero presto uccisa o portata su un camion in un luogo sconosciuto. Fu allora che il granchio portò Sara con sé tra i labirinti del sistema  fognario e poi nel sottotetto riparato in un fienile isolato. Sara si nascondeva di giorno e la sera il granchio le portava cibo e i compiti della scuola, che comunque aveva continuato la sua attività didattica nonostante i banchi vuoti e i professori ebrei ora sostituiti da nuovi professori. 

Passarono giorni e giorni. Mesi. 

Sara diventava sempre più brava a disegnare, rispettava le regole di prudenza e aiutava il suo nuovo amico con i compiti.

Insieme la sera passavano molto tempo a giocare fantasticare sul futuro: sedendosi fianco a fianco su di un’auto mezza rotta e mezza coperta dal fieno, accendendo i fari e immaginando di essere al cinema. Un giorno il ragazzo portò nel granaio anche una pellicola comica e un piccolo proiettore. Ma le cose erano destinate a cambiare di nuovo: Vincent e i suoi amici, come i lupi famelici che si diceva da secoli abitassero tra i boschi intorno alla città, stavano per scoprire il granaio.  


Marc Forster, regista di film drammatici come Monster’s Ball, film “biografici su autori di favole” come Finding Neverland e Christopher Robin, ma anche action come 007 Quantum of Solace e World War Z, incontra i racconti della scrittrice  R. J.Palacio. 

La Palacio scrive per un pubblico molto giovane, ama giocare con i meccanismi della favola per raccontare storie anche piuttosto drammatiche e attuali, riserva una particolarmente cura nella costruzione di personaggi che pagina dopo pagina si fanno sempre più sfaccettat e  “umanamente imperfetti”. 

Nella saga di Wonder più volte la Palacio con molto garbo cambia il punto di vista nella descrizione di una situazione specifica, facendoci percepire il racconto della prospettiva di un personaggio diverso e spesso in antitesi con l’iniziale protagonista.  

Comprendiamo così come ognuno è in qualche misura “figlio” dei propri genitori quanto dell’ambiente in cui è vissuto, figlio delle sue frequentazioni e piccole ambizioni, figlio delle paure legate al suo inconscio: c’è sempre un piccolo mondo emotivo da decifrare con i pochi strumenti offerti dalla giovane età, dietro i piccoli eroi di Palacio. 

Il tema della “diversità” è spesso al centro di tutte le opere legate a Wonder

Palacio racconta che l’idea del primo libro le è venuta osservando la reazione di suo figlio al passaggio di una ragazzina con una deformità facciale: il bambino si è messo a piangere all’improvviso, senza nemmeno capire perché lo stesse facendo e forse ferendo involontariamente la persona che aveva davanti. 

Wonder è diventata così un’opera che invitava ad andare oltre le apparenze, un’opera che potesse sollecitare tra i più piccoli il “muscolo” dell’empatia verso un personaggio esteticamente sfortunato come Auggie, ma che aiutasse al contempo a guardare in modo non banale le reazioni di chi lo circonda: il pubblico poteva riflettersi nel dolore ma anche nella cattiveria, nella superficialità come nella voglia sincera di conoscere chi ci è diverso. Questo invito a “mettersi nei panni” di persone diverse colpì molto i piccoli lettori della Palacio. Colpì al punto da chiedere loro stessi, tramite lettere e messaggi, che l’autrice scrivesse delle appendici di tutto il racconto con la prospettiva degli altri personaggi della storia: Julian, Charlotte e Christopher. 

Non è un caso che dopo un libro dedicato a un bambino coma Auggie, con deformità facciali ma con una vita e un mondo interiore particolarmente ricchi e generosi, Palacio decise proprio di raccontare il punto di vista del suo “bullo personale”, Julian, andando a esplorare le aridità e contraddizioni, il “vuoto interiore” che possono nascondersi dietro il volto di un ragazzo esteriormente percepito come carino e a modo.

Non abbiamo avuto una trasposizione cinematografica di A Wonder Story: il libro di Julian, anche se nella pellicola di Stephen Chbosky ci sono dei passaggi che in qualche modo riportano a quel testo, ma arriva a noi oggi questo White Bird, che costituisce un tassello essenziale del “diventare adulto” e forse meno bullo di Julian. 


White Bird ci dice che l’essere bulli è “genetico”, una triste circostanza legata all’essere umano. Tragicamente viviamo con la mente a “risparmio energetico”: dividiamo  il mondo tra chi è simile a noi e chi percepiamo come diverso per etnia, politica, religione o fede calcistica. Chi è diverso è una minaccia anche solo perché mette in dubbio quelle tre certezze sul mondo che possediamo. La Palacio ci mostra una “bulla” le cui tre certezze sul mondo cambiano di colpo con l’arrivo del nazismo, trasformando lei stessa in bullizzata dall’oggi al domani, facendole subire un etichettamento repentino quanto crudele. Certo a monte c’è l’ideologia, la propaganda. C’è l’atteggiamento psicologico quasi bipolare di personaggi manipolati come Vincent, interpretato dal bravo Jem Matthews, che impugnano il fucile con un sorriso maligno ma con gli occhi che lacrimano. Sara vive per la prima volta nei panni di una persona odiata, ma forse per questo, oltre alla disperazione, riesce anche a sperimentare la solidarietà e la vicinanza di chi da sempre è considerato diverso. 

Anche lo spettatore e in specie gli spettatori più piccoli, a cui l’opera è principalmente rivolta, sperimentano attraverso gli occhi di Sara questo spaesamento. Sono portarti a ragionare sulle dinamiche di branco dei giovani “soldati” quanto sulle strategie di attacco dei lupi che circondano e “proteggono” il piccolo mondo di Sara. Sono spinti a guardare al “granchio” sempre più in ragione delle qualità interiori, rispetto ai limiti estetici che lo caratterizzano. 

Wonder White Bird è un film nella struttura semplice, forse anche un po’ zuccherino per un pubblico più smaliziato e che certo non ambisce a raccontare la complessità del secondo conflitto mondiale. 

Ma al contempo è un film che riesce ad arrivare dritto al cuore degli spettatori più piccoli, aiutandoli a riflettere sulla insidiosa natura del male e su quanto è facile e veloce trovarsi dal giorno alla notte sulla barricata sbagliata della storia.

Marc Forster dirige un gruppo di attori molto bravi e affiatati, rispettando bene nei ritmi e gestione dell’azione la struttura e l’atmosfera quasi favolistica dei lavori della Palacio. 

La fotografia di Matthias Koenigswieser è molto calda e contribuisce insieme alle musiche di Thomas Newman alla sensazione di farci vivere in un mondo sospeso. La sceneggiatura è stata adattata da Mark Bombjack, autore di recente per Matt Reeves delle ultime pellicole sul Pianeta delle scimmie, che qui riesce a trovare una giusta sintesi rispetto al testo originale. 

White Bird è un piccolo film destinato a un pubblico giovane, ma in grado di suggerire alcuni spunti di riflessione importanti sulla Storia, sulla natura dell’odio e sul bullismo. Un film ideale da presentare alle scuole specie in questa settimana della memoria. 

Talk0

mercoledì 24 gennaio 2024

The miracle club: la nostra recensione dell’ ironico e malinconico film di Thaddeus O’Sullivan, con Laura Linney, Kathy Bates, Maggie Smith e Stephen Rea

La cinquantenne Chrissie (Laura Linney) torna nel peasino costiero della provincia inglese in cui è nata per la commemorazione della madre Moureen, solo che il taxi arriva tardi e la chiesa allestita per la rituale veglia è deserta. 

Padre Dermot (Mark O’Halloran) la informa che tutti i fedeli si trovano nella sala parrocchiale per un “contest” atto a raccogliere i fondi per un pellegrinaggio a Lourdes. I fiori ornamentali per la funzione di sua madre sono stati offerti da Lilly Fox (Maggie Smith) e il funerale è stato molto partecipato da tutta la comunità.  

Lilly, insieme a Eileen (Kathy Bates) e alla loro vicina di casa più giovane Dolly (Agnes O’Casey), partecipano in quel momento al contest con il loro gruppo gospel, “The miracles”, formato con quel nome perché ognuna di loro ha le sue buone ragioni per ottenere un miracolo dalla Vergine. 

Lilly si è già riservata un biglietto per sé ma concorre per aiutare le amiche: spera di avere una soluzione per la sua gamba più corta, che la fa zoppicare con dolori lancinanti ormai da troppo tempo. 

L’impegno è tanto, la coreografia e i costumi perfetti, la musica più che orecchiabile, ma la passione non basta.

Dopo  la gara le tre non riescono a vincere il primo premio, per via di un ragazzino che cantava Elvis, lui sì in modo straordinario, ma  Dolly, che cerca il miracolo per il figlio, non riesce a dire una singola parola da anni, riesce a ottenere proprio dal piccolo vincitore un posto per il pellegrinaggio. L’ultima del trio, Eileen, che invece spera in un miracolo per un brutto male che ha scoperto da poco, non trova al momento un biglietto, ma riuscirà a partire grazie al biglietto che era stato di Moureen e che la figlia Chrissie, sollecitata sull’argomento dal curato, decide di non utilizzare. 

Il giorno della partenza arriva puntuale come il pullman noleggiato dalla curia. 

Nel paesino le tre donne sono il motore trainante delle rispettive famiglie, in assenza delle quali tutto, dalla cucina alla gestione dei figli e burocrazia, si ferma. 

La circostanza della loro imminente assenza, anche solo per una manciata di giorni, manda nel caos più totale i rispettivi  e tutti in genere coccolatissimi mariti.

Il marito di Eileen, Frank (Stephen Rea) proverà con serafico terrore a cucinare per la prima volta “di istinto”, coadiuvato dalla saggia primogenita Ruth (Hazel Doupe). Il giovane e aitante marito di Dolly (Mark McKenna), ma comunque un imbranato, ha minacciato di non volerla più a casa se lo lascia solo con i ragazzini per una sola ora, ma proverà a cavarsela malissimo con i pannolini dei due figli più piccoli. 

Tom (Niall Buggy), il marito di Lilly, è così  agitato che per distrarlo la moglie inventa una sporadica crisi idraulica domestica, che lo terrà impegnato almeno un paio di giorni. L’autobus parte ma all’improvviso davanti al veicolo si piazza Chrissie, la ragazza che aveva lasciato la città e quelle amiche anni prima, che decide anche lei di partecipare. C’è molto malumore per l’ultima arrivata, perché nel passato è successo qualcosa di tragico legato a lei che qualcuno del gruppo non ha mai dimenticato. Particolarmente teso è il rapporto tra Chrissie e Lilly, ma anche Eileen sembra non tollerare molto la presenza di questa “estranea”, rispuntata in paese solo dopo quarant’anni e dopo la morte della madre. 

Riusciranno le donne a trovare il loro miracolo? Sui primi momenti pare di sì; quando vengono accolte nell’ordinata cittadina piena di spiritualità quanto di negozietti con souvenir a ogni angolo, dove tutto pare tutto perfetto. Ma con il passare delle ore la frustrazione, le aspettative e i dubbi, le difficili dinamiche del gruppo e la distanza da casa inizieranno ad affiorare e crescere, almeno fino a che qualcuno non troverà il coraggio di ricucire i rapporti guardare oltre al miracolo.


Il regista televisivo di lungo corso Thaddeus O’Sullivan, attivo anche nel recente adattamento delle storie del commissario Maigret, scrive e dirige la più classica delle commedie malinconiche sui classici piccoli borghi della provincia inglese: un’opera che parla di famiglia e legami difficili, in un contesto a volte burbero ma che spesso “sotto la scorza dura”, risulta accogliente e quasi gentile, genuino: il perfetto archetipo di un mondo moderno “interiore” quasi universale, dove tutti riusciamo a immedesimarci. 

Al centro della scena ci sono le piccole storie di quattro piccole “rivoluzionarie nei confronti del destino”, interpretate da splendide attrici che riescono a infondere nei rispettivi personaggi una gamma infinita di sfumature, giocando con le loro fragilità emotive, ma anche con la loro passione e il loro ardore.

Personaggi con una voglia di rivalsa che prende a volte la strada, con tanta ironia, di “una piccola lotta di classe” tutta al femminile, nei confronti di un “ruolo di casalinghe” che oggi appare ancora troppo rigido. Ma soprattutto quattro donne in ricerca di una rivalsa nei confronti di un “mondo spirituale” da tempo percepito come assente ingiustificato, specie in momenti di grande crisi. 

Uno spirituale che di colpo si presenta a qualcuna di loro forse frainteso o percepito bonariamente in “cattiva fede”: assimilato a una specie di elegante piazzista di sogni impossibili a cui aggrapparsi come ultima spiaggia, in base a delle “statistiche della soddisfazione dei clienti/miracolati” a tinte fosche. Diviene in questo senso tragico il ruolo della giovane mamma impersonata da Agnes O’Casey, mentre assume contorni tragicomici il ruolo del divertente personaggio di Katie Bates, che ama giocare spesso con i “dati sui miracoli”.

Il vero miracolo sembra poi magari risiedere nella possibilità “reale” di ricostruire dei rapporti, specie a partire dai presupposti più tragici. Un miracolo che sembra sfiorare all’inizio con poca convinzione le storie intrecciate dei personaggi della Linney e di Maggie Smith .

Il viaggio “parrocchiale on the road” delle quattro protagoniste,  tra dolci ingenuità e autentico trasporto per qualcosa di nuovo e inatteso, si muove in diretta risonanza con le buffe traversie dei rispettivi mariti nel conservare come possono il rispettivo status quo e armonia familiare, con esiti anche spericolati. 

La cittadina francese e il suo fascino misterioso, tra le ritualità e le preghiere, rivestono poi nell’economia del racconti un ruolo ulteriore. Avevano già ammirato il tormento e l’estasi del piccolo mondo spirituale in Lourdes, il film del 2009 di Jessica Hausner che in tono aspro e quasi sarcastico smontava ogni aspetto della percezione esteriore da “fabbrica dei miracoli” di questi luoghi, ma che allo stesso tempo raccontava quasi a livello documentaristico la ritualità, la fede e la fiducia incondizionata nei lavaggi con l’acqua santa.

The Miracle Club a tratti torna a metterci in contatto con quell’approccio pratico e disincantato, ma trova nel personaggio del curato di paese una figura di guida bonaria e schietta, in grado di risolvere con raffinatezza e leggerezza anche i momenti di maggiore sconforto spirituale, rilanciando la comunità come vero motore di ogni tipo si cambiamento spirituale.

The miracle club si presenta come una pellicola dall’intreccio semplice ma non scontato, dotata di grande ironia e sentimento e valorizzata dalla buona interpretazione di tutto il cast coinvolto. 

È un film pensato  espressamente per  un pubblico maturo di ultra cinquantenni  e  cerca sempre con garbo di trattare tanto i temi della quotidianità che della spiritualità.

Un’ottima pellicola per una visione pomeridiana, accompagnata magari da the e biscotti. 

Talk0