sabato 6 febbraio 2021

Soul: la nostra recensione del nuovo film Pixar con la regia di Pete Docter e la sceneggiatura di Kemp Powers, ora su Disney+

 


(sinossi fatta male) Joe è un insegnan    te di musica nella New York dei giorni nostri. Lavora sottopagato in una scuola statale, aspettando che arrivi la grande occasione: l’incontro con una star del Jazz che riconosca i suoi meriti, lo includa nella band e gli faccia girare il mondo, portandolo via da una realtà senza prospettive. La svolta sembra essere dietro l’angolo quando la cantante Dorothea Williams si trova in zona in cerca di un pianista per una serata. Joe ha la sua occasione e corre felice per la strada ad annunciare a tutti il suo traguardo imminente, fino a che in modo distratto cade in un tombino e muore. Joe si sveglia ridotto a un puffo, cicciottello e blu, per di più “fluttuante” e su una scala mobile che lo porta verso una luce strana. Ora è un anima in coda dell’oltre-mondo. Cerca di fuggire, vuole almeno riuscire a suonare con Dorothea quella sera che aveva il provino, il tempo stringe, ma non ce la fa, viene bloccato. La sua caparbietà viene captata dai “Jerry”, una specie di entità bidimensionale che regolano questo strano posto, che decidono di spostare Joe in un luogo diverso, l’ante-mondo, ad affrontare una impresa apparentemente impossibile: guidare un’anima “problematica” a trovare le sue qualità interiori per poi nascere. Insomma, dovrà di nuovo fare l’insegnante sottopagato, pur in un contesto fantasy, ma non ci sta! Così decide insieme alla sua anima pupilla, di nome 22, di forzare i tempi e tornare sulla terra attraverso un varco. I due si reincarneranno, Joe finirà nel corpo di un gatto, 22 nel corpo di Joe che era caduto in un tombino. Attraverso gli occhi del gatto Joe scoprirà molte cose su se stesso e quello che vuole ancora realizzare. Riuscirà Joe a raggiungere il suo sogno, dando un senso alla sua esistenza? 



(Pete Docter, l’architetto dei sogni) Tra i molti artisti che hanno reso grande Pixar Animation, Pete Docter, sceneggiatore e regista, è quello che mi è più caro. Usando un approccio narrativo razionale, quasi scientifico e al contempo semplice, Docter riesce a intessere su schermo concetti astratti e regole complesse a favore tanto dei bambini che degli adulti. È lui che ha scritto le silenziose dinamiche di accudimento, incentrate sul concetto di “presenza”, che i giocattoli esercitano sui bambini (Toy Story). È lui che ha espresso in termini di catena produttiva il meccanismo con cui dalla paura si genera potere, anche se non è il miglior potere possibile (Monsters and Co.). Ha immaginato un futuro con l’umanità sempre più immobile e obesa, che vive nello spazio dopo che ha ridotto il mondo a cumulo di rifiuti, scoprendo tardivamente la necessità della preservazione dell’ambiente (Wall-E), ha rappresentato il mondo dell’inconscio umano come un piccolo stato con i suoi vertici politici (Inside Out), ha immaginato una società evoluta che vola su palloni aerostatici, con animali che dialogano e vivono con l’uomo, con tanto di sistemi vocali e un sistema di comandi dedicati per permettergli di far pilotare aerei da cani da caccia e da combattimento (Up). In Soul, Docter crea un oltre-mondo al di là delle rappresentazioni religiose, per parlarci di come gli esseri umani siano creature multidimensionali, in bilico tra il reale e l’onirico, sogni e realtà. Ci sono anime in cerca di una vita, anime defunte e anime che vivono in parallelo la loro esistenza terrena e astrale. Una persona che è così concentrata su se stessa da avere metaforicamente “la testa tra le nuvole”, diventa per Docter in Soul un’anima che sul piano “astrale” effettivamente galleggia isolata nell’aria, mente nel piano reale magari sta pensosa alla scrivania. Una persona vittima di depressione si tramuta in un mostro che perde la propria identità e distrugge chi ha incontro. Ogni anima che deve venire al mondo necessariamente in una specie di percorso didattico multidisciplinare, deve riconoscere in se stessa delle qualità, anche se spesso non ne è consapevole, che si esprimeranno in caratteristiche-chiave che determinano il carattere dell’individuo con un sistema a “coccarde” non dissimile dalle medagliette degli obiettivi socio/attitudinali raggiunti del boy-scout Russell di Up (Sempre con dietro la penna di Docter). Le anime dei defunti possono ricoprire il ruolo di insegnanti e guide, prima di tornare su quella scala mobile che li porta verso l’infinito e oltre. Chi governa questo strano mondo oltre/pre e di traverso al mondo terreno, sono dei costrutti, matematici ma in fondo bontemponi. Tutto questa architettura è una giga-metafora funzionale alla trama, a tratti complicata in sfrenati voli pindarici (tipo le persone più spirituali che possono guidare un galeone sulle terre desertiche popolate dai disperati depressi) ma alla fine districabile: Scuola e musica jazz sono le due dimensioni in cui vive e per cui vive Joe e questo vale ovunque lui si trovi tra i mondi folli di questo film. La musica Jazz è così per Docter l’elemento ideale che accorda e fa dialogare le anime al mondo. L’armonia dei suoni della natura nell’autunno di New York si fonde con gli strumenti musicali e per il protagonista si verifica l’abbaglio, nonché cuore narrativo del film, di considerare il fine del mondo solo nella musica stessa, nella ricerca di una armonia assoluta. Senza guardare a tutto quello che fa risuonare il mondo in cui vive. Senza considerare che il Jazz non vive di soli assoli. Senza osservare, finché non è costretto dalla trama, come questa “musica vitale” impatti su 22. Il grado di complessità della messa in scena e le riflessioni sulla musica alla base di Soul possono apparire concetti elevati quanto criptici, al punto da apparire per i più piccoli uno spettacolo che confonde, non immediato. Ma Soul di sicuro lo riguarderanno anche da adulti, riscoprendolo. 



(Kemp Powers e il ruolo degli artisti afroamericani nella cultura musicale) Oltre all’Oltre-Mondo & Co. immaginati da Docter, c’è il mondo vero, quello sviluppato dalla sensibilità di Kemp Powers, primo co-director afroamericano in Pixar. Regista ingaggiato di recente alla corte di Alex Kurtzman per Star Trek Discovery, una delle iterazioni più moderne della serie di James Roddenberry, Powers nelle sue opere ha sempre avuto un occhio di riguardo per la narrazione del cultura afro-americana, sul piano artistico, sportivo e politico. La sua piece teatrale del 2013, One Night in Miami, da poco adattata per il grande schermo, parla proprio dell’incontro, in una stanza di albergo di un febbraio del 1964, tra realtà e fiction, di Mohamed Ali con il cantante Sam Cooke, il giocatore di football Jim Brown, il politico Malcom X. Sam Cooke è stato definito il re del soul ed è uno dei cantanti e musicisti più influenti della musica degli ultimi 50 anni, apprezzato e riconosciuto anche dai Beatles, Aretha Franklin, Van Morrison, Bob Dylan, Cat Stevens. Powers con Soul torna a parlarci della musica resa grande anche da Cooke e insieme ci immerge in una autunnale New York. Una città descritta nell’anima in modo non troppo diversa o lontana da quella dei Jefferson o della famiglia Robinson (non a caso nel cast vocale originale fa capolino la voce subito familiare di Philycia Rashad). Una downtown che ha per corpo le sue case a mattoncini rossi, le lavanderie a gettoni, il barbiere, i piccoli negozietti di sartoria e ovviamente le “cantine” con la musica Jazz. Il protagonista, il nostro Joe con la sua pancetta, gli occhi tristi e l’aria buona (doppiato in originale da Jamie Foxx, già interprete di Ray Charles nel film Ray), vive il sogno sempre più distante di suonare con Dorothea Williams (in originale Angela Bassett, che esordiva in Boyz’n’ the Hood, pellicola manifesto di un’epoca di difficile integrazione razziale), una cantante alla Aretha Franklin un po’ consumata, in una di quelle cantine nate “musicalmente” ai tempi del proibizionismo e diventare luogo di incontro multi - culturale ancora prima che il termine multi-culturale fosse stato coniato. Ma l’orizzonte visivo e narrativo di Powers non dimentica le zone d’ombra come le scale di cemento delle scuole popolari, i palazzi fatiscenti, il traffico della metropolitana, la natura che dove può cerca di fare capolino tra l’asfalto. Powers sa descrivere con cuore New York vista dalla comunità afroamericana anche nel suo essere brulicante, che respira e vive nelle difficoltà e negli slanci, colorata e inclusiva, in cui non è ancora (Im)possibile “sognare in grande”. 



( La musica) Soul parla di musica come metafora della vita e non poteva prescindere da una colonna sonora centrale nella trama, quanto “duplice” nel descrivere i piani narrativi del mondo reale come dell’ante-oltre-ecc. mondo. La cosa divertente è che le musiche dei due piani visivo/narrativi hanno dato vita a due album distinti, usciti in commercio in due vinili separati fin nello stile delle copertine. La musica-guida del film è comunque il jazz, nessuna canzoncina nello stile “disneyano aristogattico” a questo giro. Per questo approccio la pellicola si avvale della performance di un artista internazionale strepitoso come Jon Batiste, autore di tutte la parturire Jazz e accompagnatore della cantante Celeste nella canzone che chiude la pellicola, in una reinterpretazione del brano It’s all right del gruppo The Impressions. L’oltre-mondo si avvale invece della musica elettronica, con punte New age, di Trent Raznor e Atticus Ross, ossia parti centrali del progetto Nine Inch Nails. È una colonna sonora decisamente inedita, diversa rispetto allo standard (comunque altissimo) delle produzioni Pixar, sofisticata, elegante, curata e in certi momenti magica. Vedere Joe eseguire alla perfezione le composizioni di Batiste è poi una vera emozione per chi è nel mondo reale un musicista. Tutte le note in animazione sono giuste. Ho un amico che a vedere Joe muoversi sui tasti del suo pianoforte disegnato in digitale, ma pur vivo in ogni sua corda, ha pianto. 

(Voci animate:) Neri Marcorè e Paola Cortellesi sono le voci italiane di Joe e di “22”, in originale doppiati da Jamie Foxx e Tina Fey. Avendo il film la natura del buddy movie, pur in salsa Pixar, serviva un grande affiatamento tra questi due personaggi e c’è da dire che il risultato finale convince, al netto di una Cortellesi che un po’ si smarca e un po’ eccede. Marcorè perfetto, gentile e un po’ impulsivo come Joe. 



( il marzulliano: “la vita è un sogno o i sogni ci aiutano a viverla?”): potremmo anche dire però “la vita è quello che ci capita mentre siamo intenti, pur fallendo, a realizzare i nostri sogni”. Soul non è un film sulla rivalsa o la seconda grande occasione della vita. In pieno “stile Pixar”, unendo i puntini che legano Gli incredibili ad Up come agli ultimi Toy Story, è un film sul guardarsi intorno e apprezzare la bellezza che ci circonda, pur nelle piccole cose, destando per un attimo lo sguardo dai piani di conquista del mondo che spesso avvelenano il nostro ego. È un percorso di significazione interiore forte che non ha niente della “prospettiva di resa“ che in superficie sembra delinearsi. Si tratta di dare il meglio di noi senza stare a fluttuare nella nostra bolla dei sogni, ascoltando magari (e per davvero!) per la prima volta le persone che ci circondano e riescono così a cogliere, di noi, qualcosa che magari nemmeno noi sappiamo di avere. Joe vuole suonare come i grandi jazzisti e la sua carriera da insegnante è una tappa momentanea e sfortunata verso il suo traguardo. Chiuso in sé, felice di poter inseguire il suo sogno e preda di una euforia senza freni che non gli fa nemmeno guardare per strada dove mette i piedi, cade in una buca. Si realizza quindi la classica carezza in un pugno, per dirla con Celentano. Joe nella sua corsa verso la carriera di musicista non si accorge di essere in realtà un bravo insegnante, perché non si è mai soffermato a riflettere su quanto è bello essere un insegnante e sulla passione che riesce a trasmettere ai suoi alunni. Consapevolezza che si realizza solo grazie alla possibilità di “uscire dal suo corpo” e mettersi “nelle scarpe di un’altra persona” grazie a un mcguffin narrativo non inedito, ma che è perfettamente funzionale alla seconda parte della pellicola. Certo Soul è divertente e pieno di colori, personaggini buffi e situazioni movimentate, ma rimane per questi temi e per il loro significato intrinseco un film principalmente rivolto a un pubblico adulto, esattamene come Up. Il fatto di uscire in questo non felicissimo periodo storico, in cui molti sogni e sicurezze nel futuro sono in sospeso, specie per chi è adulto, permette alla pellicola di veicolare la merce più rara da rinvenire oggi: un po’ di pensiero positivo e fiducia nel prossimo. 

(Titoli di coda): Soul è riflessivo, complesso, divertente e colorato. Non il prodotto Pixar più abbordabile per tutte le età ma uno spettacolo raffinato e latore di un messaggio positivo e volto all’inclusività.  Una colonna sonora semplicemente da urlo e un nuovo standard tecnico raggiunto sul piano della computer grafica ne fanno una visione imperdibile per chiunque ami l’animazione digitale che non rinuncia ad avere un cuore. 

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mercoledì 3 febbraio 2021

Zombicide invader - la nostra recensione del fumetto Bonelli scritto dagli autori di Dragonero e ispirato a un celebre gioco da tavolo

 


(Premessa: “la prendo larga”. La mia passione per i film e fumetti con gli alieni). 

Alla base della mia passione per le pellicole di fantascienza con al centro la cosiddetta “caccia all’alieno”, che in fondo è un po’ la variante di uno slasher-horror in salsa nerd (con opzionale passione per la roba di Asimov o di Herbert), ci sono importanti e comprovate motivazioni drammaturgiche.

Vedere la protagonista che si toglie o mette la tuta spaziale e per questo gira mezza nuda: perché nello spazio fa caldo.



Vedere la protagonista che gira mezza nuda a prescindere, perché quando gli alieni attaccano lei si stava tipo lavando i denti, sempre perché fa caldo. 



Vedere la protagonista che si fa la doccia, perché nello spazio non si può andare in giro con i capelli in disordine, se già si è tutti sudati. 



Ogni tanto ci sono le docce condivise, perché nel futuro c’è tutto un discorso sulla parità dei sessi  che non vi dico. 



Qualche volta c’è la protagonista che si copre di sangue alieno per esigenze di trama, ma sta comunque in intimo per affrontare la situazione. 



Poi ci sono pure le donne armate di armi giganti e un po’ falliche, per chi ama il genere.



A varie leghe di distanza dai reali interessi dell’appassionato di fantascienza medio, in queste produzioni si trovano ovviamente tutte quelle cose “a tema spaziale” come le astronavi spaziali, le tute spaziali, le pistole spaziali, i mostri spaziali, i condotti di areazione spaziali, i robottini e quasi-robottini spaziali, le corporazioni sindacali spaziali, i capitalisti spaziali, i coloni spaziali, le scarpe a razzo spaziali, le pettinature spaziali e i tatuaggi tribali-spaziali e tutto quel tipo di azione dello slasher mutuata dal “gioco del nascondino”, con il plus delle porte-stagne spaziali che si aprono con il codice (forse nel futuro i bambini giocheranno davvero a nascondino con le porte stagne), le scialuppe di salvataggio spaziali, lo scontro con il mostro finale spaziale che in genere è enorme, cattivissimo, pieno di denti, metafore falliche e bava spaziali. Se in genere in molte pellicole lo schifoide spaziale da affrontare in una lotta di sopravvivenza per il vertice della catena alimentare spaziale è uno solo, Zombicide Invader  sposa fin dalla copertina la formula del “tanti nemici enormi e cattivissimi”, un po’ come Aliens scontro finale o Starship Troopers. È chiaro che in Invader sarà possibile ritrovare tra le pagine la poetica delle porte stagne spaziali e tutto il resto, ma la domanda che mi frulla prima della lettura è ovviamente quella di tutti: “Ci saranno le protagoniste mezze nude? In qualsiasi forma?”



(“Io intiendo sapere una cosssa solla: donde estas”: sinossi): Siamo nello spazio e nelle prime scene della storia ancora non si vede nessuna donna mezza nuda. Per un attimo iniziamo a temere che sarà un fumetto serioso/metafora sul capitalismo ai tempi del viaggio a velocità luce, con la solita natura matrigna che si ribella al suo sfruttamento da parte di una umanità  insensibile, plutocrate, misogina ecc. ecc. Roba alla Dune, insomma. Un’esplosione ai motori manda a picco un'astronave per il trasporto detenuti, costringendola a un atterraggio di emergenza su un planetoide minerario. Dopo lo schianto, i pochi superstiti si trovano circondati da una massa di creature piene di denti e tentacoli, fino a che qualcuno di amico interviene e li trae in salvo. I nostri eroi sono il classico russo grosso e barbuto, Oleg, un bisteccone ambiguo alla Vin Diesel, Kaine, e una ragazza orientale sexy e avvenente, Yoko: al primo sguardo tiriamo un sospiro di sollievo sull’eventualità che ci parlino di energie rinnovabili, decrescita felice del minatore spaziale, diritti dell’intelligenza artificiale e roba seria in genere. È gente buona a menare, onesta e muscolosa. Sarebbe un bel momento per la classica scena della doccia, ma ancora niente e noi aspettiamo. Appena giunti al cospetto di “chi comanda”, che è una seconda bella ragazza avvenente dai capelli azzurrini, i tre sopravvissuti dell’astronave crashata devono completare la classica quest da gioco di ruolo.

L’estrazione del raro minerale conosciuto come Xenium sembra attirare questi strani mostri definiti di conseguenza “xenos”, forse generando dei portali interdimensionali. Constatato che la trama di fondo è in sostanza il videogame Doom, ecco che veniamo subito felicemente travolti da un'azione a rotta di collo tra sparatorie spaziali, inseguimenti in vecchie miniere spaziali, torri di controllo spaziali. Il pianeta negli ultimi trenta minuti, vuoi tu i casi della vita, sta per diventare troppo pericoloso per le estrazioni spaziali, le radio spaziali sono fuori uso e il signorotto locale della gilda spaziale non vuole sospendere le estrazioni spaziali neanche per chiamare i soccorsi spaziali, perché troppo avido. Ecco, il tizio della Gilda cicciotto e con pellicciotto fa tanto casata Harkonnen, come lo Xenium può ricordare La Spezia, nel senso del minerale per i viaggi spaziali che si trova su Arrakis e non della celebre provincia ligure. Ma il “momento Dune” con la metafora del capitalismo cosmico post-feudale passa veloce e si continua a sparare ai mostri che escono dal fo**uto terreno del planetoide, sempre più grossi e sempre più tentacolosi. A un certo punto la situazione si calma di nuovo e possiamo ascoltare da un'avvenente scienziata la soluzione finale sul mistero di questi mostri tentacolosi, basato su studi complicati da lei condotti sulle muffe spaziali: ossia che l’estrazione del raro minerale conosciuto come Xenium sembra attirare questi strani mostri definiti di conseguenza “xenos”, forse generando dei portali interdimensionali. Lo dicono i dati. Un colpo di scena pazzesco!!! Roba che proprio non ci potevamo immaginare!! A questo punto abbiamo per lo meno tre protagoniste avvenenti e potrebbe essere il momento della scena della doccia classica in ogni film con i mostri spaziali. O almeno possiamo attendere la variante del cambio d’abiti per inserire lo scafandro spaziale. Riusciremo a vedere una scena con la doccia prima della fine dell’albo?



(Nello spazio nessuno può sentirti tirare i dadi: il gioco da tavolo di Zombicide invader): Avviato con una campagna di Kickstarter ed uscito nel 2012, il boardgame Zombicide di Gullotine Games ha stregato i giocatori e convinto i critici con le sue regole dinamiche e la bellezza delle miniature da colorare (per chi è bravo). Oggi, tra confezioni base ed espansioni, si parla di una ventina di scatole da gioco, un successo consolidato e almeno tre universi narrativi. Il Zombicide di partenza, quello del 2012, è un gioco da tavolo per 1-6 giocatori ambientato nel presente, durante una apocalisse zombie. In un’atmosfera che ricorda stilisticamente il videogame Left4dead di Valve. Sei eroi dalle caratteristiche uniche devono sopravvivere a orde di zombie all’interno di un contesto urbano, cercando di completare degli obiettivi che sono disposti sul tavolo da gioco. Oltre a combattere bisogna risolvere alcune situazioni ambientali, i mostri da combattere sono distinti in quattro tipologie, da approcciare in modo diverso, divisi a scalare per stazza e pericolosità, dal più semplice zombie al cosiddetto “abominio”. Se si vuole giocare da soli si può farlo, grazie a un cospicuo numero di missioni presenti anche sullo stesso manuale da gioco. Negli anni, oltre alle varie espansioni che hanno aggiunto personaggi e regole nuove, il gioco si è declinato ad una ambientazione passata, situata ai tempi del Medioevo, con Zombicide: Black Plague, distribuito del 2015 (con una espansione gustosa ispirata al gioco di carte Bruti di Gipi), e successivamente a una ambientazione futuristica, “spaziale”, con Zombicide: Invader del 2019. Invader si ispira ad Aliens di Cameron, Starship Troopers di Verhoeven, si ispira a Doom come al videogame Dead Space della compianta Vigil Interactive, prodotto da Electronic Arts. Alcune suggestioni riguardo alle corazze spaziali e caratterizzazione dei personaggi lo avvicinano alle atmosfere del boardgame Warhammer 40.000 di Game Workshop e alla sua storica “riduzione per famiglia” anni ‘90: Star QuestInvader conta già di due iterazioni, uscite entrambe nel 2020: l’espansione Black Ops e il gioco completo/espansive Dark Side. Anche in Invader si guidano 6 personaggi, ma la difficoltà è subito alzata di molto dal fatto che la condizione-base di vittoria sia la sopravvivenza di tutto il gruppo. I mostri, chiamati xenos, sono simili ai necromorph di Dead Space, ma hanno caratteristiche mutuate anche dagli alieni di Giger, come il moccio acido spaziale e protuberanze tentacolari che possono ricordare i vampiri mutati di Blade 2 come le creature dell’ultimo Underwater di Eubank o il film Life di Espinoza. L’ambientazione del gioco da tavolo  è la classica astronave spaziale, con possibilità di fare passeggiate all’esterno (o entrare “nelle fottute pareti” con i mostri, nel caso di Dark Side). Gli eroi possono fare uso di mitragliatrici comandare a distanza e robot “di supporto scorte” in grado di non essere percepiti come ostili dai mostri (come accade in Aliens scontro finale). Le armi sono sia a proiettili che ad energia, in numero limitato e non tutte utilizzabili negli stessi ambienti (sempre come in Aliens scontro finale), come i personaggi non possono uscire nelle zone all’esterno dell’astronave senza disporre di kit di ossigeno da mettere nelle tute (recuperabili nello scenario). Grande importanza tattica la offrono le porte stagne che separano le stanze da gioco, da aprire usando un turno del personaggio e da chiudere allo stesso modo. Le porte offrono una momentanea difesa, ma non possono nulla, come non possono nulla tutti le pareti in genere, quando si attivano i poteri dell’abominio: un mostro tentacolare enorme in grado di sciogliere ogni muro a cui si avvicina grazie ai suoi succhi acidi (sulla mappa da gioco si applica una specie di “pozzanghera corrosa” che ridefinisce lo scenario). Zombicide Invader è molto divertente e frenetico, con la mappa che presto si riempie con la sessantina di miniature dei mostri presenti nella confezione e con una curva di difficoltà che per chi la accetta può essere molto appagante. Se comprate il volume di Zombicide Invader con la copertina variant, disponibile nello shop di Bonelli o nelle fumetterie del circuito Manicomix, ellegate troverete anche delle carte da gioco omaggio. 



(Dal gioco da tavolo al fumetto): Da lettori fedeli di Dragonero vogliamo un gran bene a Stefano Vietti ed Luca Enoch, gli autori cui Gullotine Games ha assegnato l’incarico di fare di Zombicide Invader una serie di fumetti dall’afflato internazionale. Ci piace tantissimo anche il disegnatore Giancarlo Olivares, che ha reso autentici capolavori grafici alcuni numeri di Nathan Never, imprescindibili per ogni amante della fantascienza, come gli speciali “giganti” Doppio Futuro e Un Nuovo Futuro, ora recuperabili anche in eleganti volumi rilegati. Certo i dubbi sull’operazione erano legittimi, perché nonostante la pura classe con cui è realizzato il gioco da tavolo la storia alla base è abbastanza ridotta. Tipo che c’è questa sostanza nello spazio che è usata come forma di energia, ma che attira/genera anche i mostri, un po’ tra Dead Space, Doom e qualche “influsso” da Dune. Il boardgame gioca con il genere senza trovare forse una identità precisa, utilizza mostri belli da vedere ma forse con una personalità non travolgente. Certo il fumetto è il medium giusto per arricchire di contenuti “narrativi” il mondo di Invader, che magari tra qualche anno potrebbe rivaleggiare con Warhammer. Vietti, l’autore di questo primo numero, che arriva da noi in formato da fumetteria rilegato da 144 pagine, deve  però fare i conti anche con una storia che, forse per essere distribuita in numeri spillati da edicola, è la somma di quattro capitoletti distinti in cui l’obiettivo principale è mostrare delle bellissime tavole cariche di azione e dei personaggi che costituiscono il gioco da tavolo. La storia che ne risulta è lineare, segue molte regole dei Comics americani (mi riferisco alle serie di Aliens e Predator di Dark Horse), ma comunque risulta in grado di offrire qualche gustoso colpo di scena e tiene alta l’attenzione sui futuri sviluppi della vicenda. La caratterizzazione da “bad guys” dei personaggi rende divertente un'avventura in cui i monologhi sono pochi e l’azione è così abbondante da travolgere ogni cosa e spingerci felicemente sulle montagne russe. Le tavole di Giancarlo Olivares sono strepitose, cariche di dettagli e con panoramiche mozzafiato. I suoi personaggi sono granitici, testosteronici, con i muscoli incastonati in armature pesanti e abiti aderenti in pelle, spesso con in pugno armi giganti e ricoperti di sangue. Lo splatter è corposo e sottolinea la brutalità di scontri con i mostri spesso impari e disperati, dove la carneficina può esplodere da un momento all’altro. Le ambientazioni spaziali sono varie e rese al meglio grazie alla dovizia dei dettagli e ad un brillante uso del colore: una vera gioia per gli occhi. Bella la copertina di Olivares che richiama la scatola da gioco, come la variant di Adrian Smith, che ha i colori cupi di un mondo Dark fantasy.



(Conclusioni- “C’è un alieno a bordo”): Zombicide Invader è divertente e pesca da un immaginario di sicura presa. Essendo questa la prima uscita, risulta naturale che emergano più dei personaggi quelle che sono le meccaniche e l’impostazione grafica del gioco da tavolo, ossia gli elementi chiave per dare la spinta giusta per andare ad acquistare il boardgame. Nel futuro ci aspettiamo di conoscere di più Kaine e compagni, magari in situazioni dove ogni tanto il tasso di adrenalina si abbassa. Per ora ci godiamo l’ottovolante con gioia. Siamo in attesa del secondo volume. 

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lunedì 1 febbraio 2021

The New Mutants - la nostra recensione dell’ultimo, imperfetto, film legato al mondo X-Men di 20th Century Fox

 



(Sinossi fatta male): Rinchiusi, confinati dal mondo, dei giovani dalle grande potenzialità, alloggiate in strette stanze per lo più buie, cercano di sopravvivere giorno dopo giorno, con in corpo una paura e la rabbia che sale. Gli scienziati si occupano di loro anche se nessuno gli dice quando la loro condizione avrà fine, ma se “faranno i bravi” assicurano che presto saranno liberi, tutto tornerà come prima. Se saranno “responsabili” e non si lamenteranno di restrizioni dolorose ma giuste, rispetteranno le regole di condotta scolastica e morale, eviteranno di incontrarsi tra loro al di fuori delle attività consentite e accetteranno i trattamenti medici decisi dall’amministrazione per il loro bene, i ragazzi potranno trarre anche grande giovamento da questa esperienza e ne usciranno come persone migliori. Andrà tutto bene.

Così la adolescente Dani Moonstar (Blu Hunt), in seguito a una calamità naturale che ha distrutto la sua famiglia e la continua a perseguitare con degli incubi terribili, finisce in un istituto per giovani problematici gestito dalla premurosa e amorevole dottoressa Reyes (Alice Braga). Farà lì amicizia con Rahne, che in passato ha subito degli abusi (Maisie Williams), con Sam (Charlie Heaton), che è solito riempirsi di lividi, con la bipolare Illy (Anya Taylor-Joi), con Roberto (Henry Zaga), che prova difficoltà ad avvicinarsi agli altri. Un bel manipolo di ragazzi problematici ma con una grande forza interiore, uno spirito di squadra pronto ad emergere. Ragazzi speciali, le cui doti nascoste li renderanno degli X-Men.



(Gli X-Men del Lockdown): Josh Boone, regista sensibile al mondo degli adolescenti come dimostrato nel suo precedente e ben fatto Tutta colpa delle stelle, dirige un team di giovani e bravi attori, tra cui spiccano Maisie “Game of Thrones” Willams e Anya “La regina degli scacchi (ma anche The VVitch)” Taylor-Joi, nel primo film dedicato alla serie a fumetti dei New Mutants. Una serie Marvel di culto, il primo spin-off delle storie che hanno espanso l’universo narrativo degli X-Men, che a sua volta ha portato alla nascita, da una sua costola, della serie X-Force, che a sua volta qualche appassionato di Deadpool sta aspettando al varco nelle sale già da un po’ di tempo. New Mutants, dalla serie originale di Claremont fin alla mia Run preferita a firma Peter David e oltre, nonostante le varie testate degli X-Men diventino spesso intercambiabili per tipologia di storie e cast dei personaggi, ha sempre cercato un taglio riflessivo, a volte psicanalitico (non a caso Peter David ha scritto La psicanalisi di Hulk), incentrato sul mondo interiore dei mutanti più giovani. Ragazzi fragili spesso considerati dalle persone “normali” dei diversi, degli insicuri, pericolosi, sociopatici se non peggio. Piccoli mostri da rincorrere con il forcone anche in virtù di poteri mutanti che li rendono simili a streghe, uomini-lupo, demoni fiammeggianti. A movimentare l’azione interviene quindi spesso un clima quasi da folk-fantasy e laddove nel fumetto sopraggiungono personaggi “di natura spaziale”, simili a robot, non è difficile scorgere l’ombra di Pinocchio. Uomini “esagitati”, spinti spesso da convinzioni religiose e scientifiche radicali più che da cospirazioni intergalattiche, diventano spesso nemici giurati dei nostri eroi in momenti di transizione all’età adulta e questo avviene anche nella mini-saga del demone orso, da cui è stata ispirata questa pellicola. Una mini visivamente graffiante anche perché disegnata da Bob McKelod, il co-creatore con Claremont, con tutta la rabbia e l’incazzatura di dover consegnare le chine anche nel mezzo di un periodo incasinato della sua vita, luna di miele compresa. Un piccolo capolavoro. Il resto è storia, come è “storia del cinema supereroistico” il passaggio del franchise legato agli X-Men da 20th Century Fox a Marvel Disney per una maxi-acquisizione che ha riguardato proprio il periodo di uscita di questa pellicola, rimandandola di mese in mese, di anno in anno, tra rimontaggi, tagli, scene cambiate. I mutanti a fumetti sono per ora limbizzati in attesa di reboot, con fermi anche i progetti legati come X-Force, Gambit, il nuovo Deadpool, la serie Legion (che pure ha qualcosa in comunque con questo New-Mutants). Con questo film i New Mutants avrebbero trovato la perfetta origin-story ma non è successo, come si aggiunge il fatto che The New Mutants è arrivato in sala per un paio di settimane prima del lockdown covid ed è uscito in home video con pubblicità pressoché nulla. Un prodotto amabilmente sfigato, come sono amabilmente sfigati i New Mutants, ma che per una coincidenza astrale riesce oggi a parlare benissimo di questa epoca di lockdown. Ci viene facile vedere Cannonball, Magik, Sunspot e soci come gli epigoni dei molti ragazzi oggi a casa con la didattica a distanza, con un futuro ancora difficile, con la voglia di incontrarsi tra loro, amarsi, sbattere la testa contro il muro. È tremendo vedere come le fragilità che affliggono i personaggi siano alcune delle più gravi, che gli psicologi prevedono possano scaturire o rendersi più acute anche per via di questo periodo di lockdown. New Mutants usa un approccio narrativo interessante, di matrice quasi horror, perfetto per il soggetto. I poteri mutanti di Dani Moonstar “scatenano gli incubi”, costringono i protagonisti ad affrontare un viaggio iniziatico fisico quanto psicologico. The New Mutants diventa presto una variante del mitico Nightmare 3: i guerrieri del sogno, forse uno dei migliori film per adolescenti (e quindi vietati a loro dalla censura) degli anni ‘80. Qualcuno ci vedrà anche la sua variante moderna più moscia ma simpatica, It di Muschietti (un po’ distante dal libro omonimo). Ma alla fine, direte voi, miei piccoli lettori: “questo The New Mutants, com’è?”



(Un episodio pilota di una serie anni ‘90, tipo il film di Buffy, quello con Kristy Swanson): non so se si scrivano tesi sul leggendario Buffy l’ammazzavampiri della Swanson, regia di Josh Whedon, ma da quel film è venuta fuori la seminale e tuttora amatissima serie tv con Sarah Michelle Geller... quella che ha reso grande il regista Josh Whedon, autore anche di Firefly e primo “demiurgo” degli Avengers Marvel Disney. Ora si potrebbe discutere dei recenti trascorsi di Whedon come sarebbe più logico parlarne in altra sede, ma torniamo a quel film, con nel cast anche il compianto Luke Perry oltre che gente che passava di lì come Donald Sutherland, Rutger Hauer, Hilary Swank, Ben Affleck, Tom Jane (che comunque è un attorone pure lui, guardatelo in The Expance su Amazon Prime e fatemi sapere). In quella pellicola, che tutti ci siamo un po’ dimenticati (ma so che tra chi ci legge qualcuno non l’ha fatto), c’erano già tutti gli elementi giusti, anche se la messa in scena era abbastanza televisiva, goduriosamente trashona, un po’ “meh”. Serviva il format giusto, ossia la serie televisiva rivolta a un pubblico specifico (e quindi epurando il progetto della vena “più sexy”). Serviva il budget giusto, ossia da serie televisiva (da trasmettere nel doposcuola). Qui è uguale, al netto che la recitazione è di livelli elevatissimi, tra una Taylor-Joy mattatrice sopra le righe è tenerissima, semplicemente perfetta nei panni di IllyAnna “Magik” Rasputin, e una tenera e solare Williams sotto il pelo arruffato e spelacchiato di Wolfbane. La direzione degli attori e gli attori stessi funzionano, salvo magari una Blu Hunt un po’ incolore. La storia parte lenta, stile Ragazze interrotte, poi si trasforma in un film degli X-Men verso il terzo atto, magari prendendosi troppo tempo nella psicologia e meno nei combattimenti con super-poteri, nonché perdendosi qua e là. Tutto sommato la pellicola risulta godibile e l’approfondimento emotivo non è banale, gli amanti del fumetto apprezzeranno, peccato per tutti gli altri che la messa in scena sia un po’ sottotono, gli effetti speciali non sempre convincenti, la fotografia dotata di non abbastanza respiro per essere una produzione cinematografica di alto budget su supereroi che si trasformano e viaggiano tra le dimensioni. Non è che la confezione generale sia fatta male, ma risulta visivamente poco coraggiosa, a maggior ragione oggi, in cui anche molte serie tv hanno un appeal cinematografico. 

A me non è dispiaciuto, ma chi si aspettava uno spettacolo visivo sulla linea dei film degli X-Men potrebbe rimanere un po’ deluso, al netto che a livello di scrittura The New Mutants per temi e recitazione rientra in pieno dell’alto standard delle pellicole iniziate con la regia di Bryan Singer.

Vedremo quindi un The New Mutants 2? Credo sia più interessante una serie tv, per la quale riconfermerei tutto l’ottimo cast artistico. Ma questa pellicola è riuscita a suo modo a raccontare bene questo momento storico e penso che sarà gradita, e vicina, al suo pubblico di riferimento. Domani, pur nelle mille sfighe e limiti,  potrebbe essere un piccolo cult. 

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sabato 30 gennaio 2021

Pietà - il diciottesimo film di Kim Ki Duk



Corea, 2012. Nella zona periferica più povera, vicino allo smantellamento in ragione dei nuovi palazzi, Gang-do (Lee Jung-jin) riscuote prestiti con interessi al 1000x100 e spezza gambe e braccia perché l’assicurazione per l’invalidità permetta di pagare a chi non ce la fa più. I piccoli commercianti locali lo chiamano “il diavolo che illude la gente con i soldi”, ma sono i primi ad avere bisogno di lui perché lo stato non c’è e la gente che non muore di fame spesso si suicida. Non c’è futuro anche per chi si impegna. La prospettiva felice della nascita di un figlio deve fare i conti con la necessità disperata di rompersi una mano e diventare invalidi per avere i soldi di mandarlo a scuola. Gang-do sembra anestetizzato da ogni sentimento, vive solo, esegue il suo lavoro di carnefice e strozzino con rigore disumano. Solo la sera, nel suo piccolo appartamento fatiscente, dorme tormentato, alla ricerca di un po’ di calore carnale nell’autoerotismo. Ma non sembra più di un tic fisiologico. Gli affari comunque non vanno bene, non c’è più nessuno che abbia soldi e lo strozzino rincasa sempre più spesso solo con del pollame o un consiglio. Anche se ha incrementato il tasso di violenza con cui cerca di estorcere il denaro, questo non sembra funzionare e il boss locale lo rimprovera per la gente che riduce quotidianamente in fin di vita, incapace di produrre per questo altro denaro. Un giorno appare alla sua porta una donna (Jeon Mi-Seon), dice di essere sua madre. Si scusa di averlo abbandonato e lasciato crescere solo e cattivo in questo mondo, gli pulisce casa, gli prepara da mangiare. Il ragazzo la respinge, ma la donna torna più volte e quando gli regala una anguilla da mangiare, lui la caccia di nuovo ma tiene l’anguilla, la mette nell’acquario insieme al bigliettino con il numero di telefono della donna. Alla fine la richiama, la accoglie e per la prima volta nella vita lo strozzino prova cosa significhi avere una madre. Ma la donna serba dei misteri e forse una vendetta. Il suo avvicinarsi a Gang-do con la pietà materna potrebbe nascondere qualcosa di diverso.

Pietà classica


Nella Corea delle vendette psicologiche crudeli di Park Chan-wook (la nota trilogia) e dell’amore carnale e cattivo (Isola, sempre di Kim Ki-Duk), la Pietà è sempre l’arma più forte, quella che colpisce il lato umano delle creature anche più egoiste e brutali. È qualcosa che lega insieme la natura umana e quella matrigna gettandone i confini, un vincolo apparentemente frivolo e umile, ma potente, inesorabile nella crescita morale. Qualcuno direbbe che nasciamo nel dolore e l’amore materno è il primo a consolarci, nonché sovente l’ultimo pensiero che torna prima di morire. Una energia vitale da cui attinge a piene mani Kim Ki-Duk, regista il cui cinema ricerca la pietà da sempre negli angoli di un appartamento (Ferro 3),sotto i ponti dei fiumi (Coccodrillo), nel fluire dell’acqua (Isola), tra le pieghe del tempo (Primavera, Estate, Autunno, Inverno...e ancora primavera). Così i mille falliti che popolano i film di Ki-Duk partono tronfi, giocano con una donna come se fosse una preda, un oggetto semi-inanimato o decorativo, fino a scoprirne la bellezza, piegarsi a essa e riconoscersi umani. È un processo che parte dal sangue, dal dolore anche visivamente più disturbante e ingiusto, ma la cui dolcezza finale strazia, ricongiunge, pacifica.

Pietà sudcoreana


Questo 2020 ci ha portato via anche Kim Ki-Duk. Un maestro senza tempo. Pietà è un buon “starting point” per riscoprire il suo cinema. Non la sua opera più complessa, ma quella che più assomiglia ai revenge movie che con il tempo hanno dato la dimensione più innovativa del cinema coreani. In genere che Ki-Duk segue dai tempi di Coccodrillo, di Bad Guy. Se volete potete partire quindi da qui e poi scoprire la caustica e folle Isola, gli angoli architettonici e domestici di  Ferro 3, la filosofia orientale dei monaci di Primavera, Estate, Autunno, Inverno è ancora Primavera. È un regista difficile, criptico, duro. Va avvicinato con la voglia di superare la coltre di violenza, i tempi lunghi e infiniti silenzi dei suoi lavori. Ma è uno sforzo che appaga e ripaga, che ogni amante del cinema deve per me tentare. Ci mancherà tanto. 

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giovedì 28 gennaio 2021

Shadow in the cloud - trailer “natalizio”, perché i Gremlins fanno sempre Natale



La regista Roseanne Ling scrive, insieme al nostro amato Max Brooks, e dirige, nello splendore della fotografia “vintage” di Kit Fraser, un action thriller che fin dai primi rumors ci ha mandato in fibrillazione. Protagonista assoluta della scena, nei panni di una cazzutissima pilota di un bombardiere B-17 della seconda guerra mondiale, Chloe Grace Moretz, la vera lolita nerd del nuovo millennio. la “Hit-Girl” di Kick-Ass. La seguiamo con amore dagli esordi di quando era bambina in Desperate Housewife, passando per Hugo Cabret di Scorsese, un remake forse troppo “X-Men” e forse “meh” di Carrie, un curioso Dark Shadows di Burton fino a diventarmi erotica dancer in Suspiria di Guadagnino. Temiamo di vederla presto (ma speriamo tardissimo, meglio mai) in Tom & Jerry, ma intanto e con gioia la abbiamo di nuovo qui, più Kick-Ass che mai, sulla fortezza volante, a sparare all’impazzata ad una montagna di aerei nemici, manco fossimo in 1943 di Capcom, e pure a picchiare a cazzottoni i temibili Gremlins che stanno smontanto l’aereo dall’esterno. La mente non può che tornare a quel film a episodi sulla Twilight Zone con un John Lithgow al finestrino di un aereo notturno in un giorno di pioggia e con la paura del volo, da cui sarebbe nato il classico natalizio di Joe Dante. Oltre da quanto abbiamo visto finora non possiamo andare. Ci immaginiamo un one-girl-show, magari un Gravity in salsa piccante. Così come si affaccia ai ricordi quel promettentissimo, ma un po’ spento, action in salsa nazi-Zombie di nome Overlord che proprio nei suoi primi minuti, con i soldati che colavano a picco in un aereo in fiamme, aveva sparato tutte e troppo presto le cartucce della pellicola. Cloe è nei nostri cuori, il trailer parla di spettatori entusiasti ai massimi livelli, noi nel nostro piccolo speriamo bene e incrociamo le dita. La regista è promettente, Landis ha il potenziale (Chronicle) ma ogni tanto sborda (American Ultra). Siamo ufficialmente curiosi e sempre innamoratissimi della piccola e cazzutissima Choe Grace Moretz. 

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P.S.: intanto, dai tempi in cui avevamo programmato questo post, il film è passato tra le maglie della critica internazionale che l'ha giudicato un po' troppo "tiepidino"... incrociamo le dita che almeno a noi possa piacere e ci aggiorniamo dopo la visione.


martedì 26 gennaio 2021

Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma - il nuovo film di Giulio Base su Rai Play in occasione del 27 gennaio, lgiornata della memoria, e in onda su Rai 1 sabato 6 febbraio alle 22.50

 


(27 gennaio, giornata della memoria). Rai Play, in occasione della giornata della memoria, mette a disposizione una serie di contenuti video dedicati al tema della Shoah, tra cui quattro documentari (tra cui segnalo per la forza del progetto Alle radici del male di Israel Cesare Moscati, co-autore del film di cui parliamo oggi) e la pellicola che vi presentiamo qui, diretta da Giulio Base. Un film che sceglie di rivolgersi a un pubblico molto giovane per raccontare il presente della comunità ebraica romana quanto una delle pagine più difficili e crudeli della storia italiana, la “giornata nera”. Quel giorno le SS entrarono nel ghetto di Roma portando via più di 1000 persone, adulti e bambini, mentre altri riuscirono a scappare e trovarono un rifugio momentaneo presso privati e istituti religiosi .  

(Sinossi) Sofia è una ragazza adolescente romana dei giorni nostri. Sta per finire il liceo e da grande vuole suonare come suo padre, un musicista di fama internazionale. La mamma un po’ preoccupata da questa scelta la assilla, le chiede di prepararsi un “piano b” nel caso non arrivi il successo, scegliere intanto di iscriversi all’università. Un giorno, per sfuggire all’ennesima litigata con la madre, Sofia sale in soffitta, dove trova all’interno del rivestimento di una valigia rotta, comprata al mercatino, una lettera con una foto. La persona che scrive si rivolge affettuosamente a Sara Cohen, una bambina soccorsa da un convento di suore durante la “giornata nera”. Sofia e i suoi compagni di classe volgono in qualche modo cercare Sara Cohen per consegnarle la lettere e cercano sue informazioni presso la comunità ebraica di Roma. Non senza qualche difficoltà iniziali, questa ricerca diverrà l’occasione per conosce alcuni ragazzi della scuola ebraica e portare in scena insieme a loro uno spettacolo teatrale basato su quanto scopriranno del passato e presente di Sara Cohen. Cercando di mediare tra le rispettive culture un dialogo spesso non facile, a cui contribuisce la diffidenza dei genitori e il peso del passato, i ragazzi cercheranno di diventare amici.



(Una storia d’amore e amicizia, tra presente e passato, che abbraccia in un piccolo volo di telecamera il centro di Roma con il ghetto ebraico). C’è il cibo kosher, la discendenza materna, le regole dello Shabbat, la circoncisione, la scelta di non disperdere la famiglia al di fuori della comunità e molte altre regole. C’è poi il dramma della Shoah, ancora attuale. Cose piccole e grandi alla base di un bagaglio identitario forte e che dall’esterno, da una cultura diversa, possono apparire severe, qualche volta intransigenti. C’è di contro la volontà reciproca di conoscere e comprendere chi sta al di là e al di qua delle porte della comunità ebraica, uscire da un auto-isolamento, superare i confini reali e spirituali che impediscono ai protagonisti di riconoscersi tutti come semplici “romani”, nel bene e nel male, nei sogni e difficoltà. Dando voce a queste due anime contrapposte, il film di Base punta a creare tra loro un dialogo, un ponte ideale. Sceglie di essere diretto e chiaro come i suoi giovani protagonisti, riflette sulle difficoltà dell’integrazione della comunità ebraica di oggi e rievoca una dolorosa storia passata frutto di una inconcepibile divisione ideologica per farne patrimonio di dolore condiviso. La lettera di Sara Cohen evoca i fantasmi del passato, il dolore della Storia, ma fa partire una caccia al tesoro “necessaria” quanto “identitaria”, il cui esito felice è far incontrare e confrontare i ragazzi, forse anche a far sbocciare l’amore. Ma ecco che il film non si accontenta e decide di essere “scomodo”, facendo emergere i problemi di integrazione che esistono e non possono essere hollywoodianamente nascosti sotto il tappeto. 



In questo aspetto la pellicola di Base è simile a un altro importante film dell’anno passato, che parla anch’esso di giovani e integrazione: Crescendo. Make music not War di Dror Zahavi (già recensito su questo blog). Problemi piccoli e grandi, ruggini “moderne” inaspettate, un differente modo di guardare le cose che ha radici generazionali e apparenti “vittorie culturali” a discapito di una parte (come quella che conferisce un sapore amaro all’ultima parte della pellicola), vengono trattate con un’innocenza e garbo davvero preziosi nella filmografia attuale. Un approccio genuino, basato su un lavoro di ricerca che ha coinvolto molti studenti in una serie di dibattiti sul tema, che può stimolare negli spettatori principali cui l’opera è rivolta, ragazzi a loro coetanei, la curiosità quanto la voglia di un confronto attivo. Un dialogo culturale che va a intessersi per piccoli ma significativi passi, come i pochi passi che separano il resto di Roma dal ghetto ebraico, che per questo film ha aperto le sue porte in modo non solo metaforico. Il film non vuole essere quindi solo la dolorosa celebrazione di una pagina storica che non deve essere dimenticata, ma cerca di dare anche un importate messaggio di inclusività. Qualche dettaglio tecnico contribuisce attivamente a veicolare questi temi. Le scene ambientate nel passato in bianco e nero, accompagnate da suoni spaventosi come il rullo della ruota degli orfani del convento, rivivono e si “sovrascrivono” attraverso la rappresentazione teatrale dei ragazzi, dove le “suggestioni del trucco di scena” volte a disumanizzare le SS, coprendone il volto con delle maschere, sembrano strizzare l’occhio alla poetica delle rappresentazione artistiche di Roger Waters, dove in male non ha volto, quanto alla cultura videoludica (perché una maschera rappresenta il cavaliere dell'Apocalisse “Morte”, personaggio della serie di videogame Darksiders). Culture diverse, presente e passato, si uniscono anche visivamente in alcune scene-chiave grazie alla scelta di usare dei droni per le riprese di Roma dall’alto. Uno sguardo “tecnologico”, quello dei droni (ma non l’unico, visto che le chat di Whatsapp svolgono nella trama più volte la “funzione di ponte” tra le persone), che riesce a unire in un unico orizzonte visivo il perimetro della comunità ebraica con San Pietro sotto quel “cielo condiviso che non deve Crollare”, evocato anche dalle parole di Tutto quello che un uomo di Sergio Cammarire, canzone scelta dalla colonna sonora e che unisce, abbraccia e sintetizzare le anime della pellicola. Un momento di “intima spettacolarità” che rimane anche dopo la visione, facendoci sentire tutti più piccoli, chiusi nelle nostre differenze, davanti alla grandezza del mondo.



(Raccontare la Storia con il cinema: la lettera di Sara Cohen) Il cinema è da sempre un’arma potentissima per raccontare e interpretare il passato e il presente. Le vicende umane legate al dramma della Shoah sono state raccontate in molti modi diversi. Un modo di raccontare parte dalle piccole cose perdute come un cappotto rosso, giocattoli e in genere gli oggetti di una vita personale distrutta, fotografati sulla scena nel celebre e recentemente ritrovato documentario di Alfred Hitchcock, The Night will fall, come in Schindler’s list di Steven Spielberg. Un altro approccio, molto originale, di raccontare la Shoah al cinema, è la strada intrapresa da La vita è bella di Benigni, che attraverso l’occhio del comico scompone e “riduce” la follia nazista interpretandola sulla base delle sue leggi razziali e le regole del campo di concentramento. Regole che appaiono umanamente e moralmente così brutalmente ridicole da sembrare uno scherzo, un gioco. Negando parimenti la cruda realtà dei fatti storici legati all’epilogo bellico, usando una prospettiva di tipo “distopico”, Quentin Tarantino con il suo Bastardi senza Gloria crea una fantasia escapista dove la sala cinematografica stessa, armata delle sue vecchie pellicole al nitrato d’argento altamente infiammabile, diventa fisicamente e spiritualmente “arma della memoria”: l’arte che rilegge il tempo, criticandolo e riscrivendolo. Un film sulla Shoah come Il bambino con il pigiama a righe, per la regia di Mark Herman, adattamento del bel libro di John Boyne, scegliendo un approccio che conferma i meccanismi della psicologia infantile, descrive la futilità e contorsione delle persecuzioni analizzando i suoi effetti nefasti sulla base di un pur piccolissimo passaggio generazionale. È la natura umana che vince sull’ideologia, per la circostanza “biologica” che “chi viene dopo” può trovare difficoltà a comprendere le “ragioni dei padri”. Nel film le “ragioni dell’età” vogliono che un bambino, innocente e confuso davanti alle brutture della guerra, abbia voglia di giocare con un altro bambino, anche se uno è ariano e l’altro ebreo. In modo simile in Jojo Rabbit di Taika Waititi due ragazzi, uno tedesco e una ebrea si incontrano e diventano amici, superando la paure reciproche per il proprio “nemico naturale”, instillate in specie da una comunicazione faziosa degli organi di stampa. Qui la propaganda nazista convince il bambino ariano che gli ebrei sono dei mostri che vivono nei muri, con la preoccupazione legittima della ragazzina ebrea che ogni bambino ci possa credere. È solo il dialogo, con la conoscenza effettiva dei due che cambia la prospettiva. Nel film di Base la Shoah è racchiusa in una lettera nascosta nella fodera di una valigia, che viene scoperta nel 2021 e diviene “presente”. Con la “parola presente” che come insegna il maestro del Kung fu Panda significa “attuale” ma anche “regalo”. Non è “solo” una maledizione come la videocassetta di The Ring di Koji Suzuki, ossia un messaggio di dolore che va consegnato ai posteri per evitare ulteriore dolore, ma è una lettera di amore che nasce sì in un’epoca di indicibile odio, ma che è in grado di generare, in quanto scritta per amore, nei cuori dei giovani protagonisti, una energia positiva dilagante. Superando le remore, diffidenze e paure “che vengono raccontate” ai giovani da genitori e scuole di culture diverse, questa energia fa leva su un reale dialogo, tra pari, in grado di togliere proattivamente le etichette con cui si è soliti per “comodità e orientamento” avvolgere le persone “diverse da noi”, in ragione di una memoria condivisa  Per svelare la banale verità che siamo tutti esseri umani. 



(Un film che parte dall’oggi, aprendo le porte e i cuori che abitano il ghetto romano). Il ghetto di Roma è un luogo che ancora per molte persone sembra racchiudere un mondo misterioso, separato, fatto di regole, modi di pensare e lingue tutti strani. Un mondo forse ostile, anche per come la Storia e il folklore lo ha sempre raccontato, passando dallo stereotipo crudele del Mercante di Venezia di Shakespeare fino ad arrivare alle leggi razziali e continuando oggi nel racconto giornalistico, non sempre adeguato, del conflitto israeliano-palestinese. Il film di Giulio Base pone quindi i riflettori su quelle strade di Roma e sul modo in cui è possibile oggi affrontare un dialogo tra la comunità ebraica e il territorio “esterno”, raccontando principalmente i “confini immaginari” di chi è oggi più lontano dai tempi delle leggi razziali evocati dalla “giornata nera”: i giovani. Per questo sono state aperte alla produzione, grazie al contributo della comunità ebraica di Roma e del rabbino capo Riccardo Di Segni, le porte della Sinagoga come del liceo Levi. Per questo la sceneggiatura si è formata sulla base del confronto con la comunità, ascoltando l’opinione delle sue persone più autorevoli quanto dando voce ai giovani in un dialogo generazionale ma anche multiculturale, facendo parlare le anime più timorose come le più aperte sul tema dell’integrazione. 

(Dialogo tra padri e figli di schieramenti avversi): i giovani e il loro rapporto con la Shoah era un tema molto caro al recentemente scomparso Israel Cesare Moscati, autore alla base del progetto che ha dato corpo a questa pellicola. La sua è stata una ricerca di anni e si è svolta coinvolgendo in workshop multimediali giovani provenienti da tutta l’Italia. Il percorso ha fatto uso di libri e film, si è avvalso di incontri con testimoni e dibattiti e ha messo in luce un caleidoscopio di opinioni ricco e sfaccettato. Si può dire che Moscati fosse un “ingegnere“ con a cuore la manutenzione dei “ponti della memoria e tra le culture“, un intento espresso come autore e regista anche nei suoi documentari del 2014, Viaggio nell’anima dei figli della Shoah, del 2016, Suona ancora. Il coraggio dei figli e nipoti della Shoah è stato quello di vivere, e del 2017, Alle radici del male. Questi documentari sono disponibili oggi anche su Rai Play e si consigliano come corollario alla visione di questa pellicola. Nel documentario del 2016 in particolare si racconta del confronto generazionale in seno ad alcune famiglie di musicisti di origine ebraica (ritorna forte il tema della musica intesa come via espressiva del dialogo tra popoli, come nel sopra già citato Crescendo, Make music not War),dislocate oggi in giro per il mondo, da Tel Aviv a Berlino, ma accomunate dal fatto di aver subito la Shoah. Nel documentario del 2017 si va anche oltre al conflitto generazionale, si mettono a confronto genitori e figli di soldati nazisti con genitori e figli di ebrei, per trovare una “linea di dialogo e riflessione comune” non dissimile da quella voluta, in un ambito differente ma non troppo, da Nelson Mandela in Sud Africa con la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, alla fine dell'Apartheid. Moscati approfondiva e ampliava tutti i punti di vista ed era appassionato a far sentire tutte le voci, secondo quanto racconta Giulio Base nella conferenza stampa del film. Per cui è toccato a Base trovare una sintesi, specie dopo la scomparsa di Moscati, coadiuvato dalla comunità ebraica romana, tra cui ha svolto un ruolo-chiave anche il rabbino capo Di Segni. Così il film somma il lungo lavoro “sulla memoria delle nuove generazioni” di Moscati, che si può approfondire con i documentari presenti si Rai Play, con il dialogo di Base con le voci più eminenti della comunità romana, per costruire quella che è di fatto una storia di comprensione e amore reciproco. I giovani coinvolti nelle riprese sono alcuni dei tanti ragazzi che per anni hanno partecipato alle ricerche di Moscati, i testimoni del “futuro” che tanto aveva voluto incontrare.



(Un film per i giovani) Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma è una pellicola pensata per i più giovani. Si avvale di un cast di adolescenti, usa il linguaggio e le chat con cui si ritrovano, adotta una trama che punta a definire in modo chiaro il contesto, solleva i dubbi più ingenui (nel significato positivo del termine “ingenuo”, quello di vivere candidamente senza preconcetti, che deriva dal latino “essere uomo libero”) quanto legittimo sul tema della memoria e dell’integrazione. Con questo spirito deve quindi essere correttamene inquadrato il film e al netto della inesperienza di parte del cast, c’è dietro tanta buona volontà. La regia di Base è sobria e nei momenti più interessanti gioca con il bianco e nero delle scene del passato, sovrapponendole nella reinterpretazione teatrale dei ragazzi, con i costumi neri e con i mascheroni per rappresentare le SS sullo stile di The Wall dei Pink Floyd. Molto appropriata la canzone di Cammariere come punto di unione emotivo della vicenda, interessante l’uso dei droni come punto di unione dell’orizzonte “fisico” che separa di pochissimo il ghetto di Roma con il centro della città. Non è il film accomodante che potreste pensare nei primi minuti, è un film vivo e critico. Sarebbe bello che lo guardassero i ragazzi e ne discutessero magari in classe, nella speranza che le classi tornino presto a non essere più luoghi solo virtuali. 

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domenica 24 gennaio 2021

Dragonero il ribelle n. 15 - L’inaccessibile fortezza - la nostra recensione!

 



Cosa serve ancora alla rivoluzione, dopo gli alleati, i covi, i cavalli, il servizio di spedizione veloce con pietre sonore, i palloni tecnocrati, gli artefatti che potenziano i maghi e la nebbia mistica che nasconde tutto agli imperiali? Ma ovviamente un sistema di illuminazione stradale mistico truffaldino tipo quello dell’autostrada pedemontana! Tu fai la tua strada, il navigatore tace, finisci all’improvviso nella luci blu di quella strada pedemontana maledetta e ti arriva a casa la multa. Cosa potrebbe far incazzare di più Leario di finire anche nell’Erondar nella trappola della pedemontana, perdendo di colpo gran parte dei fondi imperiali per colpa delle multe? Il nostro Dragonero si fa sempre più diabolico. Sarà colpa del sangue di drago?

Ad ogni modo tocca tirare i cavi per convogliare l’elettricità mistica della pedemontana e Briana e il ragazzetto elfo vanno in zona per fare l’allaccio abusivo. Ma non hanno fatto i conti con l’ENEL, l’Ente Nani Erondariani Liberi. I ribelli sono mesi che usano i passaggi sotterranei dei nani scroccando a ufo il loro servizio di comunicazione di qualità e l’ottimo servizio clienti: è ora che almeno sottoscrivano l’abbonamento plus premium, con cui Gmor potrebbe anche vedere Masterchef. A scopo di caparra precauzionale, un mini-esercito nanico (ma non facciamo ironia...) decide di rapire Briana e il ragazzetto, in attesa che Ian effettui la sottoscrizione presso un centro accreditato ENEL, a tasso vantaggiosissimo. Di contro, con abilità a mercanteggiare + 6, Ian propone ai nani di danneggiare con la loro collaborazione il loro principale operatore concorrente del servizio di gallerie sotterranee. Si decide così di assaltare la fortezza sotterranea di Dundan, unica città del sottosuolo creata non dai nani. Anche per una questione “”morale“”, diciamo. Se tutto va bene ci scappa pure tre mesi di banda larga tecnocrate, ma la città è presidiata da maghi militari in grado di alterare la realtà e rendere il viaggio un incubo proiettato su schermo in in wi-fi disposti tra i mille Rivoli dei labirinti cittadini. Se la caveranno?

Mi immagino il buon Vietti nel momento di concepire questa scoppiettante vicenda, che prende le mosse dal classico intreccio del “film di rapina”, mentre come me cerca di capire qualcosa del nuovo abbonamento internet, resosi necessario per esplosione della vecchia linea. Mi vedo come lui che saltello tra tre installatori che mi invadono casa e mi riempiono la testa di cifre, codici d’accesso, abbonamenti vantaggiosi che non ho chiesto ma, oh, sono nel “pacchetto base”. Sono momenti in cui un Varliedarto al proprio fianco può fare la differenza. Ad ogni modo in questo nuovo numero il popolo degli amabili scavatori baffuti torna in cattedra, insieme alle loro magnifiche città dalle architetture geometriche dall’aspetto austero e imponente, insieme alle loro asce e armature pesanti. Vediamo i nani e i nostri eroi ficcarsi dentro un’avventura che si srotola nel sottosuolo, tra canali d’acqua nascosti, cunicoli labirintici oscuri, torri di guardia allertate ovunque e stanze del tesoro inespugnabili. Se avranno il bottino dovranno poi “portarlo via” e la soluzione per farlo nel modo più silenzioso e indolore possibile e la sub-quest dentro la quest (perdonate i termini da tecnicismo nerd. Sapete, sto riprendendo in mano Zombicide e... ne riparleremo sul blog!). L’unico rammarico sul piano della storia è che l’azione entra nel vivo solo a metà volume, dopo una sequela infinita (pur suggestiva) di trekking tra un luogo e l’altro (Clerks 2, cit.), al netto di un bellissimo flashback dedicato a Briana, depotenziando il timore dei fantomatici e più volte minacciati maghi militari. Questi possono creare una specie di limbo onirico legato alla conformazione di Dunmon, ma tale prodigio tanto atteso si apre e chiude in modo frettoloso, anche se “intenso” in una precisa sequenza onirica, con queste truppe che cadono quasi subito senza riuscire a entrare in scena (ma in una sequenza visiva bellissima, quasi da illustrazione di Manuale di D&D, ad opera del bravissimo Fabrizio Galliccia). Tuttavia il divertimento come sempre, anche se un po’ compresso, non manca!

Sul piano grafico, il numero si avvale come i precedenti del talento di più disegnatori. 

Emanuele Gizzi illustra gran parte della prima metà del racconto conferendo ai personaggi uno stile dinamico ed espressivo, descrivendo un mondo per lo più a toni scuri illuminato fiocamente da bracieri. In più punti risplendono per ricchezza di dettaglio le costruzioni sotterrane dei nani, ma le tavole più belle sono per me quelle dedicate a un fugace momento “all’aria aperta”: una corsa notturna a cavallo, all’ombra delle fronde di una sterminata foresta e sotto l’occhio vigile di uomini armati di arco. 




Fabrizio Galliccia ci porta sui corsi d’acqua che affluiscono nella città sotterranea di Dunmon. La poca luce riflette i contorni delle armature dei nostri eroi scoprendone nelle sfumature i dettagli. Il luogo è claustrofobico, l’acqua appare torbida, plumbea, le architetture antiche come il mondo, quasi l’interno di una creatura gigantesca. 



Fabio Babich si occupa delle suggestive scene, tra il sogno e l’incubo, scaturite dalla magia che evoca il limbo di Dunmon. I bordi delle favole si contornano di nero, gli ambienti si fanno trasparenti lasciando emergere una fisicità ed espressività dei personaggi che ricorda molto i lavori di Magnus. 



La copertina di Pagliarani è molto bella e per me ricorda il livello delle torri di Super Ghouls’n’Ghost su Super Nintendo 



La ribellione sta crescendo e numero dopo numero stiamo entrando nel cuore dell’azione, con le fila degli eserciti che si espandono e con un livello di tensione sempre più forte. Arriveremo presto a un mega scontro. Forse. Intanto questo numero di Dragonero risulta una lettura piacevole e ricca di bellissime tavole. 

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