sabato 15 agosto 2015

venerdì 14 agosto 2015

The Hateful Eight - il primo teaser trailer!


Wyoming, qualche tempo dopo la fine della guerra civile. Una tempesta di neve blocca otto persone in un saloon.
Un maggiore dell'esercito (Samuel L. Jackson), Marquis Warren, diventato un cacciatore di taglie. John Ruth (Kurt Russell) un "candidato alla forca". Daisy Monergue (Jennifer Jason Leight) la "prigioniera". Lo sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins), Bob (Demian Bichir) il "messicano". Owaldo Mobray (Tim Roth), "l'uomo piccolo". Joe Gage (Michael Madsen) il "picchiatore di mucche". Ed in fine il generale Sandy Smithers (Bruce Dern), il "confederato". Persone diversissime, estranei, ma tutte misteriosamente legate da un filo rosso d'odio, pronto a esplodere con la velocità in cui si estrae una bocca da fuoco. E sono armati. Tutti. 8 persone piene d'odio.


Non poteva mancare nel cast l'amatissima Zoe Bell, non poteva mancare un bastimento carico di patate come Dana Gourrier, Belinda Owino. Un caratterista di peso come Gene Jones. Un cowboy come Craig Stark. Pochi attori, pezzi di una scacchiera che pregustiamo, immaginiamo finemente oliata, in ritorno all'origine per Quentin Tarantino, a quell'azione che lentamente sale ed esplode tra tipi loschi e tra quattro mura, la formula brevettata dei suoi Reservoir Dogs, annata 1992. Un cocktail magico a cui il regista e sceneggiatore aggiunge una punta di John Ford. Gli splendidi paesaggi, la metrica del western, perfino il formato video storico, il 70 millimetri, ormai dimenticato e dal costo esoso leggendario della pellicola. Dalle prime notizie piovute in rete ci siamo letteralmente fiondati su questo progetto, come del resto magicamente ci attirano tutte le produzioni di Tarantino. Un uomo che mastica cinema come big bubble e riesce a fare i palloncini più spettacolari di tutti. Cita, rimpasta, rende cool i film di arti marziali, i western, la blackspoitation, i poliziotteschi. Ogni suo nuovo film spinge, ludicamente e affettivamente, a vedere almeno altre 6 pellicole, a riportare lustro a grandi autori e generi.


Quel maledetto treno blindato di Castellari, Django di Bertolucci. Noi sognavamo un po' l'arrivo dell'horror, pur contentissimi della sua parabola produttiva a fianco di Eli Roth, nel dittico Hostel (il terzo per me continua a non esistere), che pescava da Bava, Lenzi e Argento, si agghindava della presenza di una Dea come Edvige Fenech e chiosava sul grande Miike, pure lui presente in un cammeo.
Invece si vede che dopo Django il buon Quentin avesse ancora un sacco sacco di storie sulla frontiera da raccontare. E noi ovviamente tendiamo le orecchie, sempre è comunque. Che fosse una autocelebrazione era chiaro da quell'otto nel titolo. Reversoir Dog, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill, Death Proof, Inglorious Basterds, Django Unchained. H8ful Eight è l'ottavo tassello del suo mondo narrativo, in parte fortemente "distopico".

Il secondo film dopo la scomparsa della amatissima montatrice Sally Menke. La musiche sono della leggenda Ennio Morricone. Il Wyoming innevato sotto i filtri del fedele direttore della fotografia Robert Richardson (che oltre a Tarantino ha seguito Oliver Stone nei suoi "viaggi" più stralunati) sembra un posto magico tra sogno e realtà. Ricordiamo la neve nell'addestramento di Django, la neve che fa da sottofondo al combattimento tra la Sposa e O-Ren Ishii. Il setting è davvero stimolante. Questo trailer ci manda favolose vibrazioni.
E poi tra un cast così favoloso c'è Kurt Russell, un nostro mito di infanzia, c'è la stella western Bruce Dern, Jennifer Jason Leight per cui avevo una cotta marcia al liceo, ai tempi di
 "Inserzione Pericolosa" con Bridget Fonda, 1992. Ancora bella da morire.
Se temiamo qualcosa di questo esaltante progetto è che Quentin voglia chiudere il cerchio con l'auto celebrazione. Il regista negli ultimi tempi ha accusato una certa stanchezza, nelle interviste ha dichiarato più volte di voler realizzare nuove pellicole solo se gli capitassero in mano grandi idee, che ora però non riesce a vedere. Speriamo che questa ottava pellicola gli faccia cambiare idea e ci regali una storia e dei  personaggi unici e indimenticabili. Cosa che gli riesce abbastanza di frequente.
L'uscita mondiale è prevista per natale 2015. Da noi l'8 gennaio 2016. Non ce lo perderemo. 
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giovedì 13 agosto 2015

Whiplash - in home video



Andrew (Miles Teller) vuole diventare batterista Jazz e per questo si allena oltre il limite umano per essere il più veloce e preciso possibile con le bacchette. E darci dentro con la batteria è qualcosa di tostissimo, si spezzano le unghie , la pelle si consuma fino a sanguinare, le ossa piangono e le braccia continuano a muoversi anche mentre dormi. I batteristi metal compensano con sonno extra, groupies e Jack Daniels, ma Andrew è in una scuola, la migliore, con orari da caserma e zero distrazioni. Le donne solo un sogno lontano.
Fletcher (J.K. Simmons) è un cacciatore di mostri come Jeremy Wade. Solo che non si occupa di anguille e pesci gatto, Fletcher cerca delle "iredidio" che suonano. Formalmente è un insegnante, quello che tutti vogliono avere, quello che ti apre le strade e ti farà diventare ricco. Ma a Fletcher non basta che tu lo ripaghi di fatica e sudore, lui vuole la tua anima. Per poterci giocare, da calpestare, stritolare, spezzare, squartare, tritare e atomizzare al punto da renderla polvere d'acciaio con cui forgiare il musicista definitivo. Un processo ambizioso, ma da perfezionare. Finora l'insegnante è a zero divinità musicali create, due o tre tizi che hanno comunque sfondato e parecchie decine di promettenti musicisti depressi, pazzi ed esauriti che hanno cambiato lavoro o sono sul punto di suicidarsi. Ma quando la band diretta dal sadico bastardo suona in pubblico, non ce n'è per nessuno e l'anima del Jazz nel suo aroma più profondo si sprigiona nell'aria.
Andrew è ora nella lista di Fletcher. Sembra tutto un sogno all'inizio. Ma riuscirà a sopravvivere alla terapia d'urto dell'insegnante o è destinato a mollare e andare a vendere poltrone?


Come un fulmine a ciel sereno, il regista esordiente Daniel Chazelle sforna dall'elaborazione di un corto quello che è probabilmente il film dell'anno. C'è la magia della musica, ci sono l'eleganza e unicità delle ambientazioni, ci sono due teste che combattono colpo su colpo, allievo e insegnante, alla ricerca dello stesso risultato ma anche del loro ruolo nel mondo, ma in modi folli, autodistruttivi. E poi c'è il sangue, il terzo attore in scena. Presente non meno che in un film di arti marziali, il sangue letteralmente ribolle ed esplode come emanazione dell'ardore dei protagonisti, avatar di una forza di volontà che vuole a tutti costi superare i confini fisici del corpo umano. La dimostrazione, il miglior biglietto da visita, di quanto è mastodontico l'impegno che i musicisti spremono dentro gli strumenti per regalarci uno spettacolo indimenticabile. Se Shine mi ha spinto a comprare musica classica, Whiplash mi ha fatto lo stesso effetto per il Jazz. La musica può essere un lavoro duro, non solo storie di sbronze colossali e inalazione di acidi che ti fanno vedere insetti invisibili (biografia di Nikki Sixx cit.). Un esercito che si muove all'unisono, spalla contro spalla nella piena fiducia dei propri compagni d'arme. Un piano d'azione che non permette respiro o ripensamenti. L'ossessione dell'esecuzione perfetta ma realizzata nel mood giusto, con la testa in armonia con il mondo, vigile ma rilassata, sicura. Le note che scorrono come DNA, partono dalle braccia come riflessi condizionati permettendo alla testa di riarrangiare, giocare, modellare sul momento l'armonia, trasformarla sempre in qualcosa di diverso. Il potere immenso del Jazz. Per rendere al meglio questa esplosione sensoriale servivano attori giganteschi.
Miles Teller è uno dei più promettenti attori degli ultimi anni. Al punto che se andate su Imbd vedete il sito tra i suoi film principali ha tolto dalla schermata iniziale il recente floppone Fantastc 4. Non se lo meritava quel pasticcio. Ha la faccia ancora da ragazzino, ma tiene in serbo una specie di fulmine negli occhi, un fisico apparentemente magrolino ma che letteralmente si espande, definendo i muscoli, mentre sputa l'anima sulla batteria.  Un mix di fragilità ed energia, sul piano tanto fisico che emotivo, Teller cuce così bene la parte su se stesso che ci ricorda quasi il primo Rocky di Stallone. Esaltante.
J.K. Simmons non ha bisogno di presentazioni per chi lo ama da sempre. Chi lo ha seguito nel telefilm Oz sa quanto questo esperto attore di mille pellicole, spesso usato in ruoli rassicuranti, sia in grado di esplodere come una mina impazzita da un momento all'altro, veloce e imprevedibile. Whiplash è la consacrazione del suo formidabile talento. Fletcher è gentile, preciso, amabile nel raccontare aneddoti sulla musica, innamorato della sua arte è trasportato da reale affetto per i suoi studenti. Allo stesso tempo li valuta alla stregua di strumenti, ne testa di continuo potenziale e punti di rottura, ossessionato nel fornirgli i giusti stimoli. E Flecher crede che per migliorare un musicista sia imprescindibile gettarlo in un'arena, spingerlo alla lotta contro altri musicisti come lui, renderlo scaltro è ricoperto di sangue, farne un sopravvissuto.
Fletcher come R. Lee Ermey dirige il suo plotoncino jazz. E poi piange ascoltando la tromba di un ex allievo, sfiora con gentilezza e trasporto le note di un piano. Un personaggio complesso, odioso quanto amabile, umorale quasi alla schizofrenia. Venera la musica ma prima ancora venera il talento dei musicisti ed è disposto a qualsiasi bassezza pur di farlo esplodere. Ricorda quasi il personaggio di Samuel L. Jackson in Unbreakable, il fine per lui giustifica sempre ogni mezzo. E questo aspetto lo rende anche un po' inquietante.
Personaggi così diversi di scontrano con una forza e brutalità unica, in chiave bromance (termine che siamo ormai condannati a risentire mille volte) non siamo mai sicuri se stiamo vedendo tra di loro un balletto o un combattimento. I riflettori sono tutti per loro e per una musica da sogno, quel Whiplash del titolo di Hank Levy, degli anni '30, una autentica sadica palestra per diventare batteristi super precisi e super veloci. Se amate la musica non vi private di questo film. E anche se non la amate. È davvero un gioiello. Lasciatevi trasportare dall'ipnotico incedere della batteria. Favolosa la colonna sonora di Justin Hurwitz. Uno spettacolo.
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mercoledì 12 agosto 2015

Le Storie Speciale n.2 : Mohawk River

Testi: Mauro Bosetti; Disegni: Angelo Stano


Upstate New York, lungo il fiume Mohawk, autunno 1755.
È in corso una cruenta guerra tra coloni inglesi e francesi. Le tribù dei nativi si dividono tra le due fazioni,  si combatte nella boscaglia, con tecniche di guerriglia. Il paese è coperto di sangue e corpi scalpati. Riley Black sta percorrendo il fiume insieme a dei Mohawk. Deve avvisare i suoi amici coloni di prepararsi a scappare, perché i francesi stanno arrivando e sono in tanti. Dick Chapman accoglie Riley e i suoi amici nella sua casa. La famiglia si prepara a viaggiare all'alba. Il giovane Daniel Chapman decide a sua volta di andare a informare i coloni olandesi a Fort Bear. Dopo la cena i guerrieri si allontanano, si preparano ad avvisare altre famiglie. Ma nel cuore della notte sinistri fuochi si innalzano dalla casa dei Chapman. Riley giunto sul posto trova gli anziani scalpati, i giovani rapiti. Inizia così la ricerca dei superstiti e la vendetta. I rapiti confluiscono a Fort Frontenac, scortati dai francesi. Vivranno come membri dei nativi, adottati dai locali. Un violento guerriero reclama per sé la figlia più grande dei Chapman, ma il tenente Riviere si batte per lei, permettendo alla ragazza di vivere nella famiglia di Tabid "grand ours", capo Abenaki di Yamaska. Il gesto di Riviere viene notato dal maggiore Guichet. Il tenente combatterà con lui contro i coloni inglesi nei boschi.
La guerra tra coloni inglesi e francesi è un evento storico per molti ignoto. Il film e serie di libri di riferimento per approfondire l'argomento è L'ultimo dei Mohicani, ma la Bonelli ne ha parlato di recente anche con il romanzo a fumetti Mohican e la celeberrima serie Un uomo un'avventura annovera nel '79 L'uomo del New England di Dino Battaglia , senza dimenticare Wheling del 1962 del grande Hugo Pratt.



Fu un conflitto terribile, per gli indiani davvero fratricida, combattuto con attacchi lampo tipici della guerriglia. Tutto il paesaggio diventava una trappola mortale. Case bruciate, gli alberi con appesi cadaveri scuoiati, compagni uccisi lasciati in terra ma con le mani giunte per una sorta di rito funebre di fortuna, cadaveri scalpati per "dare il messaggio". I coloni spingevano i nativi a comportarsi come animali feroci nello stesso periodo in cui i religiosi portavano loro la cristianità (entrando in conflitto quindi con i coloni "militari") e pervicaci resistevano le tradizioni e i valori dei nativi, primo tra tutti l'accoglienza e il rispetto degli altri popoli. Un mondo insanguinato ma in cui l'onore sopravvive, un ambiente perfetto per raccontare una storia.
La collana schiera in campo autentici giganti del fumetto italiano. Mauro Boselli, il curatore di Tex, e Angelo Stano copertinista e disegnatore di culto di Dylan Dog, che si occupa anche della colorazione del volume.
Boselli non è solo uno scrittore, è un comandante. Nelle sue storie gestisce un numero enorme di personaggi, incrocia relazioni, dosa alla perfezione l'azione e cura maniacalmente i dettagli storici. Non a caso è l'unico che sa gestire storie di centinaia e centinaia di pagine. Per questo Mohawk River fa un lavoro non dissimile a R.R. Martin. Ci introduce dei personaggi, crea un evento e poi ce li sparpaglia nel mondo narrativo, a vivere avventure autonome e diversissime. Ugualmente a Martin, Boselli è qui libero dai vincoli della serialità, piuttosto spietato e truculento. Nessuno è mai quello che sembra, e sono i dialoghi degli altri personaggi a farcelo scoprire. Nessuno è al sicuro, anche se moralmente dovrebbe esserlo, anche se è percepito come uno dei "buoni". Grazie a questa frammentazione narrativa riusciamo a vedere i mille volti di questo periodo storico, il bene e il male, le contraddizioni e abbiamo una storia che si sviluppa perfettamente nelle 130 pagine del volume senza strascichi o rimpianti. E con tanto, tantissimo sangue che scorre .
I disegni sono opera di uno dei più grandi autori italiani. Angelo Stano sceglie per le sue matite e colori le atmosfere horror nelle quali non conosce rivali. Riley Black indossa una divisa scura con disegni orizzontali bianchi che nella notte appaiono come le ossa del cassa toracica di uno scheletro. Ha i capelli lunghi e fluenti raccolti come un indiano e grosse cicatrici sul volto magro scavato.
Agamok, uno dei più terribili guerrieri indiani, ha il volto coperto di una tintura bianca ma sul lato destro del viso e intorno agli occhi contornato di nero. Sopra la fronte è pittato di segni neri, sulle parti nere del viso pittato di segni bianchi. Un trucco di rara bellezza ed eleganza per un mostro. Ogni personaggio è unico e riconoscibile. Stano è suggestivo nei disegni notturni, i suoi paesaggi sono accurati, minuziosi, ma quando si dedica all'azione la tavola esplode sotto i nostri occhi. Viene quasi spontaneo fermarsi sui singoli movimenti, immaginare idealmente che avvengano al rallentatore. Tutto è perfetto, dirompente  e splendidamente consequenziale (vedi pag 56-64). E naturalmente non mancano tavole prettamente horror dal grande impatto (84-85). L'apice però si raggiunge prima della divertente e prettamente "action" scena finale, nella cruenta ricostruzione di un fatto storico (pag. 94. - 103). Una sequenza crudele e inesorabile, in grado di stamparsi in testa.
Ci troviamo davanti ad uno dei migliori volumi della collana. Imperdibile e da conservare. Se siete poi lettori di Tex o Dylan Dog diviene imprescindibile per la collezione. Consigliato a tutti. 
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martedì 11 agosto 2015

Maze runner - la nostra recensione


Futuro. O passato, non si capisce. In una specie di ascensore il nostro bruttissimo bambino / modello arriva in una specie di campeggio stile "Signore delle mosche". Qui ci sono solo bambini / modelli perfettamente pettinati e dallo sguardo spento come gli interpreti del Geordie (si scriverà così ?) Shore. Tutti imberbi e sostanzialmente attoracci cani. Vivono in una specie di radura che confina con il labirinto, una mega struttura che cambia durante la notte piena di roba uscita da Doom che chiamano "i dolenti". I pischelli hanno deciso che nel labirinto possono entrare solo i velocisti o "runner", il resto del gruppo sarà composto da bulletti cacciatori, bulletti dell'infermeria, bulletti coltivatori. A dirigere la baracca c'è un bambino bulletto / Morpheus di Matrix. Il vice è un biondino che vorreste entrare nello schermo e riempire di sberle.


Il nostro protagonista è un morettino che si chiama Thomas, ma se lo ricorderà solo dopo un po' di tempo perché ai pischelli ci cancellano la memoria. Thomas ha una voglia matta di buttarsi nel labirinto, sembra che per uscire da quella specie di agriturismo quella sia la sola via. E' tutta una serie di pacche sulle spalle e mosse da simpa della cumpa fino a che un velocista esce pazzo per via della puntura dei cosi alla Doom. Il tizio dice che è tutta colpa di Thomas ed è messo male male, con una infezione blu tenebra sul pancino. Democraticamente verrà ributtato nel labirinto a morire. Un paio di giorni dopo si capisce che Thomas smania per fare il velocista, l'unico bambino vero del gruppo a non essere uno slash-modello, il bambino cicciottello, è dalla sua parte. Poi succede il disastro. Il baby Morpheus, quello che ha messo su l'agriturismo, entra non si sa perché nel labirinto con il moccioso asiatico a capo dei velocisti. Ma al tramonto non sono ancora usciti, anche se manca poco. L'asiatico sta trasportando fuori un malatissimo baby Morpheus, le porte di stanno chiudendo, nessuno ce la farà a sopravvivere alla notte!! Ma Thomas entra di corsa, mentre i muri si chiudono. Passa la notte salvando tutti, riesce addirittura a freddare i ragnoni bio meccanoidi di Doom e la mattina escono felici tutti insieme. E per questo verrà punito dal gruppo! È entrato nel labirinto senza il patentino di velocista!! Ma improvvisamente l'ascensore sale e ti porta su la prima e unica ragazzina della zona. L'equazione "abbatti i mostri - vinci la patata" fa girare le palline a tutti i cazzetti / modelli che erano lì da tre anni senza combinare un cacchio di nulla. La patata poi parla e dice: "Thomas". Sale la scimmia a tutti e decidono di incarcerare a vita Thomas. Ma qualcuno potrebbe essere dalla sua parte.


Siamo finiti. Se compravi il libro di Hunger Games ti regalavano uno sconto per vedere Divergent al cinema, se compri il dvd di Divergent ti becchi lo sconto per Maze Runner e nove pagine di Sono il numero 4. Non ci libereremo mai degli Young Adult. Tutti film action, pure abbastanza carini alcuni, che puntano la narrazione in territori di bassissimo interesse per chi è oltre la fascia di età di riferimento. Si organizzano giochi mortali? Passeremo tre quarti di trama in un triangolo sentimentale. C'è un mondo diviso tra classi? Passeremo tre quarti nella love story tra un maschio alpha dominatore introverso e una ragazzina che gli fa da infermierina. Il mondo è pieno di licantropi burini e vampiri effeminati e invece di Underworld ci troviamo il Twilight. E poi c'è questo Maze Runner, ennesima rivisitazione del Labirinto con Minotauro, sempre sul modello di Hunger Games, sempre sul modello (nobile e non "coccolino") che fu Battle Royale.
Le premesse di partenza sono le solite e quindi sempre spaventose. Ragazzetti dallo sguardo profondo che vivono di sentimenti profondi e amori eterni. Ma sarei un pazzo se negassi il fatto che è un film davvero divertente.
E per "divertente" non mi limito all'osservazione degli attorini tutti pettinatini da non più di tre giorni, zero brufoli e vestitini carini finto piccoli esploratori che per dare l'idea di essere dei sopravvissuti ad anni di difficoltà portano al più zainetti invicta (e non decathlon, o sarebbe da barboni), e in faccia sono fintamente sporcati con ridicolissima fuliggine. Non mi limito alla constatazione che fa riderissimo l'intera struttura associativa dei ragazzini, con i ragazzetti medici che non sanno nulla di nulla di medicina (perché sono piccini) , con i ragazzetti in difesa del territorio che si picchiano come bambini per vedere chi è più forte. 
Il labirinto è  davvero divertente, puro godimento visivo. Un posto vivo, da film action, pieno di "tracobetti " (Goonies cit.), mostri fantasy, porte che si aprono e chiudono schiacciandoti dentro. Una autentica figata che fa sorvolare sui troppi, soporiferi dialoghi che ammorbano l'esperienza. C'è il discorso della "crescita secondo la classica prova iniziatica" (il labirinto stesso), c'è il discorso che "nessun uomo è un'isola, e nemmeno un marmocchio", il "diventare grandi" che inevitabilmente si coniuga con perdere l'innocenza e smettere di sognare. Ci fosse stata Jennifer Lawrence sarebbe stato un conto, con questi attorini bellocci avrei pigiato parecchio di più con l'azione e meno con i dialoghi. La cornice poi ha il merito di essere misteriosissima, stiamo dalle parti di The Cube.
Io che ci faccio qui?
La soluzione all'enigma arriva con il contagocce, dopo un sacco di esplorazioni, strategie, studi del percorso su modellini. Bello. E le creature sono davvero schifezze infernali che non ti aspetteresti, niente male davvero.
Insomma, quella che è davvero pesante è la parte young adult dei rapporto tra ragazzini, ad andare veloci su quelle scene il film decisamente merita una o due visioni. Soprattutto per quelle trappole mortali che per un secondo o due ti fanno immaginare di stare guardando un aggiornamento futuristico di Goonies. La magnifica parte sotto il ristorante vicino alla scogliera. Dura un istante, ma si sente. Pagherei però se riuscisse a durare di più e i film di oggi in genere riuscissero a replicare quella inarrivabile leggerezza dei classici per ragazzi anni ottanta. Quando i bambini erano bambini e non micro-fotomodelli dall'animo tenebroso di 'sta fava.
Già programmato un capitolo 2. E spero il labirinto ne secchi diversi come faceva negli anni ottanta Freddy Krueger. Alla fine,  ripeto, c'è da divertirsi ed è molto meno peggio delle aspettative. E poi i bimbi - bulli sono un must... Se conoscete qualcuno che si atteggia come questi tizi seppellitelo di risate. 
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lunedì 10 agosto 2015

Le Storie n. 34 - L'innocente

Testi: Gianfranco Contro - Disegni: Francesco Ripoli


Coltonbridge, deprimente, tetra e lugubre cittadina nel Nord Est dell'Inghilterra. Lady Eleanor Kilgorne è vestita di nero, in un giorno di pioggia, al funerale di suo marito, il povero Lord Winterhouse, morto in un combattimento navale in una guerra troppo lontana da casa.
Non è la sola tragedia ad aver colpito casa Kilgorne, la ricca famiglia intorno alla quale ruota il piccolo mondo di Coltonbridge. I genitori di Eleanor sono scomparsi mentre lei era ancora giovane, il nonno che l'ha cresciuta, Erasmus Kilgorne  è rimasto vittima di un incidente con il cocchio, con la carrozza che è caduta in un burrone. Le miniere dei Kilgorne poi sono recentemente crollate con dentro un gran numero di lavoratori. Serve un nuovo lord in grado di salvare la cittadina. Eleanor è istruita, capace, amante di Shakespeare, esperta erborista e introdotta alle arti mediche da Erasmus. E' lei a gestire il ricco patrimonio e possedimenti da sempre, essendo il marito spesso all'estero per la guerra. Ma rimane nonostante tutto una donna. È necessario che abbandoni presto il lutto e convoli a nuove nozze, per il bene di tutti. Il tenente Twimberton, amico e compagno d'arme di Lord Winterhouse, viene chiamato dalla governante Mrs Thornrbridge all'uopo. È un giovane devoto, pronto a riaggiustare la famiglia dell'amico in questi momenti tempestosi. Eleanor convola presto a nozze, un rito riservato date le circostanza. Ma presto ombre inquietanti ricominciano ad avvolgere il castello Kilgrove. Una notte il nuovo lord incontra nel soggiorno una creatura putrescente e decomposta, un bambino che non dovrebbe essere mai nato. Il trauma lo inchioda a letto mentre una lunga catena di morti misteriose richiamano l'attenzione delle forze di polizia, nella persona del tenente Christopher Lacombe, ufficiale del corpo dei Constables di Leeds.


Castelli maledetti, nebbia, pioggia, fantasmi e non morti. Il nuovo numero delle Storie è un rinfrescante horror gotico, davvero inquietante, splendidamente disegnato da Francesco Ripoli, già autore per la testata di quella perla horror di Il lungo inverno, già recensito nel blog. Il suo tratto è elegante, i suoi personaggi quasi eterei, dagli occhi sempre espressivi, gli abiti ricercati nella ricostruzione storica e ricchi di dettagli, i luoghi godono di architetture complesse, quasi resi vivi dai continui fenomeni meteorologici che li coinvolgono. L'azione è spesso accennata, sottile, con indizi da ricercare nelle tavole; e poi ci sono i mostri. Bellissimi e in grado di regalare momenti davvero suggestivi. Ripoli attua qui inoltre una particolare colorazione dei neri, probabilmente a matita, in grado di gradarli di mille sfumature. Il bianco e nero bonelliano si arricchisce quindi di sfumature. Dal nero leggero dei guanti da lutto di lady Kilgrove al nero sfumato, appiccicoso, dei vestiti bagnati dall'acqua. Dalle tavole pittoriche e quasi sognanti che descrivono i flashback ai neri che sfumano i volti pallido dei personaggi. Un lavoro davvero suggestivo che ci butta in un attimo nelle atmosfere di Sleepy Hollow di Burton o del recente Woman in Black della Hammer. Questa è l'atmosfera giusta per l'horror, amerei una serie sulle inchieste di Lacombe.
Gianmaria Contro allestisce una trama horror con venature investigative intrigante, plumbea e disperata con un magnifico twist finale. Vi consiglio per una volta di non leggere subito la paginetta introduttiva, fatelo dopo o una mezza sorpresa ve la rovinate ed è un peccato. Tutto è inserito in un meccanismo di alta orologeria, nessuno dei dettagli narrati è secondario e vengono sfruttate appieno tutte le pagine disponibili per il migliore allestimento possibile degli eventi. Certo i nomi inglesi scelti sono una vera tortura, scioglilingua terribili che da bestione becero mi facevano tornare a capire "chi è chi". Certo era meno poetico dire in luogo di "è morta lady Greenpitchermellison/Parker" un banale "è morta la vecchia". Ma consiglio/ mi auguro per il futuro nomi più brevi, per venire incontro alle mie modeste capacità mentali (cit.). Fesserie a parte un numero davvero intrigante, suggestivo, romantico e decadente . Ci piacerebbe fossero tutti così. Ho letto che la collana non è troppo seguita. E questo è decisamente un peccato. Ci sono storie meno intriganti di altre ma i piccoli capolavori non mancano. Supportiamo questa bella realtà editoriale. 
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sabato 8 agosto 2015

Dragonero & Zagor - Avventura a Darkwood



Margondar del nord. Confini esterni delle paludi Mahlga. Gmor, Ian e Myrva stanno indagando su strane luci avvistate di notte in zona. Forse una sagra paesana non documentata dal Tripadvisor degli scout imperiali. Ma quel giorno piove e tutto è spento. Nella speranza di trovare comunque qualche gnocco fritto, Ian quatto quatto si avvicina a un maniero particolarmente sospetto. Lo aspetta una terribile, inquietante sorpresa. La mantellina che ha portato non è impermeabile, i suoi capelli biondi sono tutti bagnati e Myrva ha lasciato a casa il suo Phon tecnocrate. Si sfibreranno tutti e perderanno volume. Una tragedia. Ma in loco il nostro eroe trova comunque dei ghoul, molti ghoul. E tutti loro sembrano avere tra le mani proprio dei phon tecnocrati!!! Forse non tutto è perduto. Ian torna alla base, un rifugetto di montagna dove Myrva e Gmor se ne stanno tutti asciutti, maledetti loro. Li butta fuori a viva forza sotto l'acqua, vuole quei phon, chissenefrega delle luci, gli ufo o le lucciole.
Altrove, a Darkwood, Zagor è a passeggio tra i boschi con il fido Cico. Anche lui ha sentito storie su luci notturne e possibili sagre, anche lui e membro di Tripadvisor, deve fare il suo dovere. Ma lungo il cammino incontra solo carri distrutti in chiari incidenti etilici e indiani bruttissimi e forse pure drogatissimi che stanno scappando sul fiume con dei grossi cassoni di legno. Probabilmente birra. Giovinastri. Zagor si getta all'inseguimento.
Dragonero arriva dai ghoul insieme al suo gruppo. Ma dopo aver fatto brutto non si capacita del suo errore. Quelli che tengono tra le mani i ghoul, le rivela una Myrva desolata, non sono phon tecnocrati. Potrebbero però essere armi da fuoco provenienti da un'altra dimensione, perché hanno appena trovato sul posto un portale stile Stargate! Potrebbe esserci dietro un tecnocrate malvagio ribelle, uno che maneggia in roba spazio temporale con delle pietre, magari viene fuori una missione mensile sulle 100 e più pagine! Magari a colori! La serata non è perduta, forse si prospetta una divertente rissa interdimensionale! E infine, oltre quel portale il tecnocrate ribelle potrebbe pure avere con se un phon. E questo convince Ian, che con rinnovata fiducia passa il varco, non prima di aver intimato alla sorella di rimanere lì, sarà una missione pericolosa.
Zagor ha trovato la luce. Non è una sagra. Dal bagliore fuoriescono un orco e un capellone biondo con il codino. Tipica gente che si ubriaca e sporca con lattine e preservativi la foresta di Darkwood. Che poi a chi toccherà pulire tutti il giorno dopo? Ovviamente allo Spirito con la Scure, il protettore del verde! Così a Zagor monta in un attimo la scimmia e l'eroe si scaglia contro Dragonero. Esattamente come accade in tutti i migliori team-up a fumetti!!


Appianeranno i nostri eroi le divergenze? Scopriranno e fermeranno i piani di un oscuro tecnocrate? Ma soprattutto Gmor e Cico, la coppia perfetta, non finiranno per andare a vivere insieme?
Eccoci al primo team - up di Dragonero. Il personaggio che gli farà compagnia in questo numero è un'autentica colonna nel fumetto italiano, uno degli eroi più amati e riconoscibili. Lo spirito con la scure, Zagor, cerato nel 1961 da Sergio Bonelli e Gallieno Ferri. E' un vero onore per me parlare su questo stupidissimo (e comunque sempre ironico) blog, di Zagor. Non sono uno zagorista, ma tutti gli zagoristi che conosco sono persone splendide. Amanti dell'avventura, generosi, sognatori, lavoratori tenaci e amici su cui sempre contare. Mi piacciono poi tantissimo i team-up, di ogni tipo. Come quello tra Superman e il coniglio dei cereali.


Come quello tra Mr T e Arnold


Come quello tra Magnum P.I. e la Portasfiga


Trovo i team- up un'operazione interessante soprattutto quando i personaggi hanno qualcosa da comunicare tra loro, punti in comune o in netto contrasto. Li amo ancora di più quando sono un evento raro. Dopo decenni di letture Marvel e DC non ne posso francamente più di diecimila eroi che stanno letteralmente sullo stesso "pianerottolo", incapaci di vivere storie autonome senza chiamare in causa i loro vicini di casa in calzamaglia. La Bonelli ha sempre cercato di rendere i team - up degli eventi unici, rari, preziosi. Nel rispetto della continuity dei singoli mondi narrativi, delle possibili relazioni tra personaggi.
Questo per Dragonero è il primo incontro con un'altra icona Bonelli.
Per Zagor non sono mancati richiami su altri fumetti, come la saga di Altrove legata a Martin Mystere.
In un numero Zagor trovava il forte distrutto dove erano ambientate le storie del Comandante Mark.
Molti volevano uno scontro / incontro con Tex, ma Zagor è di un'epoca precedente a quella del ranger e l'evento non è mai avvenuto. Sarebbe interessante vedere a confronto una volta questi eroi, magari nel presente in versione zombie... texani e zagoristi ne sarebbero felici. Ma uno storico team up per Zagor non mancò. Da grande personaggio main stream riuscì in un'impresa epocale, fare team- up con se stesso.


Battute a parte, Dragonero e Zagor funzionano davvero bene insieme, sono spiriti affini e la natura western - fantasy - fantascientifica che da sempre avvolge la foresta di Darkwood potrebbe permettere più incontri. Entrambi scout, entrambi legati da sincera bromance per il loro partner (pag 66), entrambi che ridono come dei pazzi all'idea di passare una sera con delle donne (pag 68). Stesso senso dell'onore e incoscienza. La storia, a firma Vietti, scorre lineare, classica, ben ritmata nell'azione, con estremo piacere nella lettura. Gli eroi si incontrano e si scontrano, si comprendono, si raccontano e si aiutano, esattamente come vuole la migliore grammatica dei team up. Tante botte, tante battute e storie da raccontare davanti al fuoco. I disegni di Venturi sono favolosi come sempre e si adattano benissimo anche al mondo di Zagor. Castelli pieni di dettagli, foreste riprese foglia per foglia scene action sempre chiare e intellegibili. Non manca nelle ultime pagine un po' di sana psichedelia, che accentuata dal colore ci getta tutti in un trip acido. Voglio i Doors in sottofondo. Strepitoso i colori di Luca Dell'Annunziata, le scene in notturna e sotto la pioggia sono bellissime. Il cattivo del mese poi mi sembra un omaggio specifico a un personaggio Marvel, mi fa piacere. Un bel fumetto. Un'occasione magari per conoscere un nuovo personaggio e appassionarsi alle sue avventure. Per scoprire che in fondo dagli anni '60 ad oggi i fan del fantasy non sono troppo diversi. Tutti la sera guardano allo stesso modo le poppe in una puntata de Il Trono di Spade. Dragoneriani e zagoristi, una faccia, una razza.
Poi non so se è un caso... Ma la prossima copertina di Zagor è questa:


E mi ricorda parecchio questa altra copertina...


Nuovo team up in vista? Vi faremo sapere! Ayak a tutti!
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P.s. A tutti quei disperati che non vogliono prendere questo fumetto perché in costoletta c'è scritto Dragonero e Zagor con numero "2" e vogliono partire a leggere il numero 1. Il mio edicolante sta impazzendo cercando di ordinare "Dragonero e Zagor" col numero "1"... Che non esiste!! Questo è il secondo speciale annuale a colori di Dragonero.
Spero che questa delucidazione sia d'aiuto per quelli che erano per colpa di quel "2" titubanti sull'acquisto (ciao Roby!!).